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giovedì 22 settembre 2016

LE SOLDATESSE

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Francesca Scanagatta è un personaggio singolare dell'Ottocento italiano. La vita di Francesca, fino a quel momento del tutto normale, cambiò radicalmente quando si ammalò uno dei fratelli che avrebbe dovuto frequentare l'Accademia Militare Teresiana di Wiener Neustadt. Francesca, che amava i poemi eroici e leggendari e si entusiasmava alle vicende delle amazzoni, si travestì allora da uomo e seguì al suo posto del fratello i corsi dell'Accademia, dal 16 febbraio 1794 al 16 gennaio 1797, combattendo poi nelle guerre napoleoniche in Germania e in Italia. Fu decorata e promossa.
Nel 1800 fu scoperta e congedata, ma ottenne una pensione. Poi si sposò e dal matrimonio nacquero quattro figli. Diventata nonna e bisnonna si sarà certamente augurata prima di chiudere gli occhi nel 1864 all’età di ottantotto anni, che le sue discendenti potessero un giorno vestire una divisa senza più menzogne e sotterfugi.

Le donne italiane con le stellette hanno dimostrato di essere più predisposte a svolgere attività particolarmente delicate quali, ad esempio, il sostegno alle vittime di violenza sessuale, il lavoro nelle prigioni femminili, l'addestramento delle donne cadetto nelle accademie di polizia. Oltre a questo valore aggiunto, le donne militari impegnate nelle missioni di pace costituiscono anche un modello per le donne che vivono in lontane comunità.
L'esempio delle donne peacekeeper è fonte di ispirazione ed incoraggiamento per donne e ragazze appartenenti a società spesso controllate da uomini, dimostrando loro che è possibile, per il genere femminile diventare protagoniste delle loro esistenze.
Mentre in Europa il velo è fonte di polemica e di battaglie legali, in altri paesi può essere un mezzo per favorire la comunicazione e il dialogo tra appartenenti a culture diverse. Una donna soldato italiana ha infatti capito che per una "straniera" in cerca di un contatto verso la comunità, indossare il velo poteva essere il mezzo per abbattere la barriera delle differenze e muovere un primo passo verso l'integrazione nella comunità.
E' quanto si è verificato ad Herat, in Afghanistan, nella zona di controllo dell'esercito italiano, dove la tenente degli Alpini Silvia Guberti ha scelto di mettere il velo per facilitare il suo lavoro a contatto con le donne del luogo. Guberti è a capo di un team che porta avanti azioni rivolte alle donne afgane, insieme alla caporalmaggiore Laura Fortunato e ad un'interprete afgana.

Il primo esempio di "donne soldato" risale al 1992: lo realizzò l'Esercito nella caserma dei 'Lancieri di Montebello', dove fu consentito a 29 ragazze di svolgere per 36 ore le normali attività di addestramento. Con il superamento di un percorso di guerra, con tanto di filo spinato e lotta nel fango, le 29 rappresentanti del gentil sesso fecero da spartiacque per tutte coloro che in futuro avrebbero portato un tocco di rosa nelle caserme. Ma bisogna aspettare sette anni (arrivando ultimi a livello europeo) perché il disegno di legge presentato dall'onorevole Valdo Spini ed altri venisse approvato, a larghissima maggioranza, il 29 settembre 1999. La parità non è stata inizialmente completa: c'era una regola che differenziava nettamente il servizio volontario femminile da quello maschile: le donne non potevano andare in prima linea.

Il Parlamento dava così il via libera all'ingresso delle donne nelle Forze armate a partire dall'anno 2000. La legge n. 380 del 20 ottobre 1999 ha delegato il Governo a predisporre uno o più decreti per disciplinare l'istituzione del servizio militare volontario femminile. I decreti sono stati tre, uno dei quali riguardanti l'altezza: non meno di 1 metro e 61 (1 e 65 per i carabinieri e i piloti).
Ecco i tratti fondamentali della legge sopra citata:
-assicurare la realizzazione del principio delle pari opportunità uomo-donna, nel reclutamento del personale militare, nell'accesso ai diversi gradi, qualifiche, specializzazioni ed incarichi del personale delle Forze armate e del Corpo della Guardia di finanza;
-applicare al personale militare femminile e maschile la normativa vigente per il personale dipendente delle pubbliche amministrazioni in materia di maternità e paternità e di pari opportunità uomo-donna, tenendo conto dello status del personale militare.

Oggi le donne soldato in Italia sono circa 11000; esse rappresentano ancora una minima parte rispetto ai loro colleghi, al contrario di altri paesi Europei dove i numeri crescono ampiamente. Inoltre anche se sulla carta questo non accade, come dimostrano alcune testimonianze, l’ avanzamento di carriera per le donne trova notevoli ostacoli. Infatti la lotta delle donne per far valere i propri diritti all’interno dell’ esercito non può dirsi ancora conclusa. Visivamente le donne in divisa hanno ancora un impatto molto forte; per molti l'espressione "donna soldato" costituisce ancora una contraddizione, ma certo non per le reclute che ogni anno scelgono di intraprendere questa carriera. Per le soldatesse, questa è ancora una fase di affermazione della personalità, in cui agiscono con molta più determinazione perché sentono di dover dimostrare di valere almeno quanto gli uomini. È una battaglia personale. Nelle donne nasce infatti il desiderio di non sentirsi differenti: «Qui non siamo né uomini, né donne: siamo soldati» rivela una volontaria, come se l'essere un soldato diventasse un valore che supera la distinzione sessuale.
Amara è la lettera inviata ad un settimanale da un’altra volontaria dell’esercito: “… quando decidi di arruolarti, a vent’anni, credi fermamente in ciò che fai, vivi per quel tricolore che porti sulla spalla, rinunci alla tua famiglia, agli amici … lo fai volentieri perché hai voglia di dare, come soldato e come persona ... e’ subito difficile gestire i rapporti con un mondo da sempre maschile … Passano gli anni e ti senti di dover dimostrare a questi uomini di essere più di loro, perché per essere giudicata al pari di un uomo, devi fare una stessa cosa ma dieci volte meglio…”. Afferma con delusione ma con orgoglio che anche la partecipazione alle missioni all’estero non è semplice “… se per un uomo partire è scontato, ogni donna viene scelta … nel primo elenco manca il tuo nome. Combatti per ottenere un posto … anche se l’ultimo arrivato ha già il suo posto. Dopo tutto sono solo una donna, no?”.

Le donne soldato, purtroppo, sono ancora spesso vittime di infondati pregiudizi da parte degli uomini, alcuni sostengono che la donna sia fisicamente inferiore all'uomo, che non sia portata per fare il soldato, che non abbia quella cattiveria che serve al soldato, che l'uomo non può prendere ordini da una donna soldato, che l'esercito è stato fin dai tempi antichi esclusiva maschile.
La recente regolarizzazione delle donne soldato dell’ultimo scorcio del XX secolo arriva in realtà come riconoscimento istituzionale di una figura, quella della donna guerriera, che è sempre esistita e che si è tramandata nei secoli passando sotto silenzio, emergendo di tanto in tanto nella figura di qualche eroina ancora oggi commemorata. Le sue tracce ricorrono anche a partire dalla leggenda delle Amazzoni, le famose guerriere di cui per primi ci diedero testimonianza gli antichi Greci. Inoltre le donne, che adorano il proprio mestiere e la divisa che indossano, dimostrano ogni giorno di essere professionali, competenti, preparate e soprattutto determinate e coraggiose, quanto gli uomini. Per capire quanto queste discriminazioni siano terribili basterebbe guardare tutto ciò dagli occhi di queste donne che, stringendo i denti, non curanti dei preconcetti di molti colleghi, sono pronte a combattere per difendere la patria e a lottare con forza per i propri diritti.

Secondo la legge una donna ha il pieno diritto di avere figli e di dedicarsi alla carriera militare. Nella realtà però, la questione non è cosi semplice a causa dei molti ostacoli che mamme soldato sono costrette a sopportare.

Per una donna è più facile ordinare una guerra che combatterla in prima persona. Nel 1982, durante la guerra delle Falklands, al numero 11 di Downing Street, c'era la signora di ferro, Margaret Thatcher, a comandare l'offensiva contro gli argentini. A battersi in prima fila sotto la bandiera di Sua Maestà per riconquistare l'arcipelago, però, donne non ce n'erano. Anche trent'anni dopo, oggi che le Forze Armate dei Paesi occidentali hanno aperto i ranghi al sesso femminile, per una donna sembra quasi più facile arrivare a posizioni di potere che andare al fronte. Basta guardare all'Europa: hanno affidato a una donna il ministero della Difesa Italia, Germania, Norvegia, Olanda, Albania, Montenegro. Ma in combattimento, no. Sembra quasi una logica da film bellico di terza categoria: dove fischiano le pallottole non è posto per signore. Persino i libri di storia confermano il pregiudizio: le eroine capaci di affrontare la morte senza paura non mancano, ma per molte di loro l'unica strada percorribile è quella di fingersi uomini.
Luogo comune o pregiudizio puro e semplice che sia, resta ancora consolidato al giorno d'oggi. L'altra metà delle stellette deve farsi largo a fatica, con il doppio dello sforzo. Arriva a comandare brigate, a pilotare navi o cacciabombardieri, a strappare l'ingresso nelle Forze speciali, ma in Occidente resta spesso accolta con un filo di condiscendenza dai commilitoni più tradizionalisti. Per limitare l'accesso delle donne alle posizioni più rischiose, cioè alle occasioni di combattimento, viene spesso citato il timore che i soldati maschi siano distratti dai loro compiti perché istintivamente sono portati a proteggere le colleghe. Apparentemente, all'origine di questa vicenda sembra esserci una citazione di Edward Luttwak, ripresa ampiamente dai circoli conservatori americani e basata, sostiene lo storico militare, sulle esperienze riferite dai militari israeliani durante la Guerra arabo-israeliana del 1948. In realtà questo comportamento incoerente non è mai stato evidenziato da esperimenti scientifici. E questo vale anche per gli altri luoghi comuni, come il presunto crollo psicologico degli uomini se vedono una donna ferita o uccisa.



Ma ci sono Paesi dove questi pregiudizi non vengono considerati, dove cioè le soldatesse rivestono anche ruoli di combattimento. Spesso il via libera alle donne arriva da motivazioni strategiche, cioè in Paesi che hanno estremo bisogno di militari per motivi storici e politici: Eritrea, Corea del Nord, la stessa Israele. Ma va sottolineato che il ruolo femminile è ancora più significativo nelle situazioni di scontro asimmetrico o non convenzionale. In altre parole, se gli eserciti delle nazioni sviluppate seguono regole rigide, evitando alle soldatesse l'impegno nelle situazione rischiose, gli schieramenti guerriglieri e le formazioni terroriste non si fanno troppi problemi. La tendenza era emersa già durante la guerra del Vietnam, per poi diventare comune nelle guerriglie moderne. Persino quando sono coinvolte fazioni che fanno riferimento alla religione islamica, il tradizionale ruolo subalterno della donna viene spesso dimenticato in favore dell'efficacia bellica. Le notizie degli ultimi mesi lo confermano: servono guerrieri per difendere Siria e Iraq, o almeno le province curde. E le donne peshmerga rispondono all'appello. Anche dall'altra parte, cioè fra le file del sedicente Stato islamico, ci sono combattenti con il velo. Insomma, se si tratta di apertura alle soldatesse, anche l'orda di Abubakr al Baghdadi appare più moderna delle Forze armate d'Occidente.

Le donne soldato soffrirebbero di disturbi mentali più del doppio dei loro colleghi maschi, anche se gli ufficiali tenderebbero a tenere nascosti problemi come lo stress post traumatico (definito PTSD) rispetto a coloro che hanno gradi inferiori. E a dirlo è un report del Dasa, il servizio di consulenza e analisi analitica del ministero della Difesa inglese, secondo il quale negli ultimi tre mesi del 2009 si sarebbero registrati 821 nuovi casi di disturbi psicologici accertati all’interno delle Forze Armate britanniche, con una crescita di 476 casi rispetto ai dati dell’ultimo quadrimestre e un’incidenza del 4 per 1000, che non si discosta molto dal 3,7 del periodo luglio-settembre 2009.

Un’analisi separata ha, poi, permesso di stabilire che le donne che lamentano tali tipi di disturbi, che vanno dalla depressione all’abuso di alcool e droga, sono oltre il doppio degli uomini, come conferma la percentuale di 7,6 per 1000 rispetto al 3,6 dei maschietti. Ma non è tutto. Sebbene il Dasa inviti alla cautela per il risultato dell’indagine e le inevitabili implicazioni che ne potrebbero derivare, è anche emerso che la percentuale relativa agli ufficiali che soffrirebbero di problemi di natura psicologica è sensibilmente più bassa rispetto a quella delle truppe (2,1 per 1000 contro 4,3), mentre i dati relativi all’esercito e alla RAF sono decisamente più alti di quelli della Marina (rispettivamente, 4,2 per 1000 e 4,4 per 1000 contro 2,7).

Ma l’eventuale impiego in zone di guerra non sembrerebbe avere troppa incidenza sui dati finali: stando, infatti, alla ricerca, comparando il personale che è stato inviato in Iraq e/o Afghanistan con quello che non si è mai mosso, non ci sarebbero differenze evidenti nel numero complessivo di disturbi mentali, mentre la percentuale di persone affette da PTSD sarebbe maggiore fra coloro che sono stati impiegati al fronte, sebbene tale disturbo resti ancora piuttosto limitato, visto che avrebbe colpito appena 44 persone nei tre mesi analizzati. A detta del Ministero della Difesa, sarebbero stati compiuti notevoli passi in avanti nel trattamento delle malattie mentali nelle truppe, fra cui l’introduzione di un sistema che insegna ai militari come individuare i segnali di stress ed angoscia nei loro commilitoni, così da spingerli a parlare apertamente dei loro problemi con gli esperti ed essere, quindi, aiutati. Sempre secondo i dati, il numero dei suicidi sembrerebbe essere in calo, sebbene i coroner abbiano ancora 19 verdetti di morte in sospeso: in pratica, i decessi archiviati come suicidi o verdetti aperti fra il 2000 e il 2009 sarebbero stati 163, per un totale di 737 dal 1984, di cui 19 donne. «C’è stata una chiara diminuzione nel numero dei suicidi nelle Forze Armate negli ultimi anni – ha spiegato un portavoce del Ministero della Difesa al "Times" – e ciò sta ad indicare che abbiamo fatto significativi progressi nella gestione dei suicidi e dei casi di autolesionismo e nell’individuazione e cura delle persone a rischio». A detta della "Combat Stress", l’associazione che aiuta i veterani di guerra con problemi psicologici, un soldato, uomo o donna che sia, ci mette all'incirca 14 anni per cercare assistenza nel risolvere i disturbi di natura mentale, tanto che ogni anno la charity riceve oltre 1000 richieste di aiuto e, ad ora, sono più di 4300 i militari di entrambi i sessi in cura presso la struttura.



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martedì 20 ottobre 2015

I MONOPOLI DI STATO



Il monopolio di Stato o pubblico è un tipo di mercato in cui il solo produttore (o fornitore) di un determinato bene o servizio è lo Stato. Esso impedisce tramite leggi l'entrata nel mercato da parte di soggetti privati.

Tre sono i motivi principali per cui lo Stato attua questo tipo di mercato:

Lo Stato si fa carico di fornire un determinato bene o un determinato servizio in un settore essenziale per il cittadino nel quale le aziende private non hanno nessuna possibilità di guadagno.
Lo Stato si fa carico di fornire un determinato bene o un determinato servizio in un settore essenziale per il cittadino nel quale le imprese potrebbero creare forti speculazioni.
Lo Stato impone il monopolio su un bene di largo consumo per aumentare il suo gettito fiscale. Per esempio per molti anni in Italia sale e tabacchi.
Il prezzo del bene o del servizio può modificarsi, da cittadino a cittadino, in base a criteri di sussidiarietà per le persone meno abbienti, quindi con prezzi differenti in base al reddito ovvero può costituire un prezzo calmierato uguale per tutti.

Per un gioco come il Gratta & Vinci, con 17 milioni di giocatori che spendono 9 miliardi e 320 milioni di euro all’anno, non dovrebbero esistere dubbi. Il meccanismo deve essere perfetto, cristallino. Invece, se vai grattare, ti imbatti in controlli scarsi, regole non sempre chiare, situazioni a rischio di conflitto di interesse e stranezze nella gestione dei conti correnti. Ma soprattutto, ai giocatori non sono fornite tutte le informazioni essenziali per giocare.

In Italia il gioco d’azzardo è controllato dallo Stato attraverso l’Amministrazione dei Monopoli. Il fiume di soldi delle giocate, per legge, finisce insieme alle tasse, in percentuali che variano da un gioco all’altro. Siamo il paese occidentale dove si punta di più: fra biglietti da grattare, videopoker, lotterie e scommesse, si spende una cifra colossale, circa 70 miliardi di euro, secondo i dato Agicos, paragonabili al prodotto interno lordo di paesi come il Kuwait o il Qatar.

Le “lotterie istantanee”, nome tecnico dei Gratta&Vinci, sono il gioco di maggiore successo. E’ difficile pensare a un business più redditizio, la gestione costa poco e rende cifre strepitose, stampare biglietti è come amministrare una fabbrica di soldi. Un decreto del 1991 specifica addirittura che “i biglietti delle lotterie istantanee costituiscono valori" e che "la stampa è riservata alla Zecca”.

Eppure i Gratta&Vinci, dal 2003, non sono gestiti dallo Stato, ma da un privato, e i Monopoli conservano solo un ruolo di controllo. Per il resto la fabbrica di soldi è affidata in concessione a Lottomatica, controllata dal gruppo De Agostini. Da “Maxi Miliardario” a “Una Barca di Soldi”, tutti i biglietti legali, di qualsiasi prezzo, sono distribuiti da Lottomatica, che incassa le vendite e paga le vincite. Alla fine della fiera la torta è spartita fra concessionario, tabaccai e Stato.

Non è più la Zecca, quindi, a stampare i biglietti, ma neppure Lottomatica. Se ne occupa una società “terza”, che svolge un ruolo di garanzia: Scientific Games, azienda americana con sede ad Atlanta, in Georgia. Perciò i tagliandi, per arrivare in Italia, affrontano lunghi viaggi in nave. Ma il problema è un altro: Scientific Games sforna 9 miliardi di “valori” all’anno per conto dello Stato, ma fuori dalla giurisdizione italiana. Il che rende oggettivamente difficili i controlli per assicurare, ad esempio, che tutti i biglietti vincenti siano effettivamente stampati. La Guardia di Finanza si limita a contrastare le contraffazioni, che è tutt’altra cosa.



Della sicurezza si occupano i Monopoli, perciò abbiamo chiesto di parlare con un responsabile dell'ufficio ispettivo. Non è stato possibile per due buoni motivi: «non c’è alcun responsabile - rispondono dai Monopoli - e non esiste un ufficio ispettivo». Ma allora chi ci va in Georgia? «I nostri dirigenti – è la risposta – sono andati a vedere i processi produttivi. Da allora non è più necessario inviare funzionari». Vale a dire che, stando alle informazioni ufficiali, negli ultimi otto anni, dopo la visita inaugurale, nessuno ha messo piede ad Atlanta. Resta da capire chi fa le ispezioni: «Sono previsti controlli a campione da parte di Lottomatica». La vigilanza su un aspetto fondamentale della concessione, quindi, è affidata allo stesso concessionario. Oltretutto Scientific Games, lo stampatore, ha un difetto: fa parte del Consorzio lotterie nazionali, che è a sua volta controllato da Lottomatica e di cui fanno parte anche i tabaccai con una piccola quota. Perciò in Georgia, secondo i Monopoli, Lottomatica dovrebbe fare «controlli a campione» su se stessa. L’altro fornitore di biglietti è Gtech: anche questo stampa all’estero ed è controllato direttamente da Lottomatica.

Superato l’Oceano, finalmente, i “grattini” vengono messi in vendita dai tabaccai. Quanto si può sperare di vincere? Ecco, questo è un mistero. I giocatori del Gratta&Vinci, per legge, hanno diritto a una quota chiamata “restituzione”: è la percentuale degli incassi destinata ai premi. Di tutto il denaro speso dagli italiani per comprare i tagliandi, una parte deve essere restituita con le vincite. Alcuni giocatori, magari, scoprono i premi più ghiotti, altri beccano pochi spiccioli, ma il rapporto fra incassi e premi non può cambiare. È tutto deciso a tavolino: dalla quantità di biglietti stampati e al numero di biglietti vincenti, quindi la percentuale destinata alla “restituzione” resta invariata.

«La percentuale massima di restituzione, in un anno, in media, è il 75%». Strane espressioni (“circa”, “in media”, “percentuale massima”) per un gioco senza elementi casuali. Fra l’altro, il 75% è solo un limite massimo, un tetto alla “fortuna”. E per la “sfortuna”? Esiste un minimo garantito per i premi? «Ad oggi – dicono i Monopoli - non sono previsti limiti minimi».

Resta difficile credere, in ogni caso, che la prima lotteria al mondo in ordine di incassi, voce fondamentale nel bilancio dello Stato, sia regolata con approssimazione. Qualche punto fermo si trova nei documenti ufficiali, fra i decreti di indizione delle lotterie.

I decreti di indizione, oltretutto, ogni tanto vengono prorogati, ma non tutti insieme e neppure a scadenze regolari. In questo modo, chiaramente, tenere traccia delle entrare e delle uscite diventa complicatissimo, praticamente impossibile. Il resto viene da sé, ed è sconcertante. I miliardi di incassi dei Gratta&Vinci sono raccolti da Lottomatica in un conto privato, presso Banca Intesa: i Monopoli si limitano a ricevere “rendicontazioni periodiche” da parte del concessionario. E gli interessi? La fiumana di soldi che transita per il conto Intesa, sicuramente, frutta cifre notevoli. Ma i Monopoli e Lottomatica preferiscono «non fornire informazioni in proposito. Comunque – garantiscono – gli interessi vengono liquidati regolarmente allo Stato». Più che giusto. Però chi li ha negoziati? “Lottomatica”.

Gli interessi sono concordati fra privati, ma per conto dello Stato. E ancora: i Monopoli conoscono perfettamente la quota di incassi destinata ai tabaccai (l’8%) e a Lottomatica (il 3,9%), ma non sanno specificare il dato più importante, ovvero, quanto tocca allo Stato. Insistono che «è il residuo, la parte restante». Ma di cosa? Difficile dirlo, anche perché, come abbiamo visto, la quota destinata ai giocatori «è impossibile saperla». Quindi è impossibile sapere cosa resta.

Per finire: che fine fanno tutti i biglietti vincenti smarriti o cestinati per errore? Succede con una certa frequenza: i giocatori non si accorgono di avere in mano un tagliando fortunato e lo buttano nell’immondizia. I premi non riscossi restano a Lottomatica? «No, vengono liquidati allo Stato», assicurano dai Monopoli, ma non comunicano le cifre, perché «per conoscerle bisogna aspettare il rendiconto finale, che si fa alla chiusura di ogni lotteria». Ma trenta lotterie su quarantacinque, da otto anni, sono costantemente prorogate, sicché, anche stavolta, nessuna risposta è possibile.

In conclusione i Monopoli, che dovrebbero svolgere un ruolo di controllo, non sono dotati di un apposito ufficio ispettivo, non sono in grado di conoscere esattamente la quota dell’incasso destinata allo Stato, non sanno quanto andrà ai giocatori e ignorano l’ammontare delle vincite non riscosse, perché l’organizzazione del gioco, che dovrebbe essere chiara e lineare, è estremamente tortuosa e ostacola, di fatto, la raccolta di informazioni. Per questo motivo Lottomatica, che dovrebbe essere sottoposta al controllo pubblico, gode di una libertà d’azione impressionante: tiene traccia dei numeri di serie dei biglietti vincenti, gestisce in autonomia il conto corrente, negozia gli interessi per conto dello Stato e scrive i rendiconti, si occupa delle ispezioni sullo stampatore (con cui è consorziata) e “propone” le percentuali di vittoria per ogni lotteria. Ora, senza dubbio Lottomatica merita il massimo della fiducia. Ma è proprio questo il punto. Si può gestire sulla fiducia un business da 9 miliardi e 320 milioni di euro?

Interpellati da una testata giornalistica, dai Monopoli di Stato rispondono che «Le società produttrici di tagliandi e lotterie sono sottoposte agli standard di sicurezza più elevati in tutti i processi che riguardano la pianificazione, la programmazione, la realizzazione e la spedizione». «Lottomatica Group», spiega ancora l’Aams, «è certificata secondo i Security control standard della World Lottery Association per la gestione delle lotterie istantanee». Sulla variabilità dei parametri relativi alla raccolta, alla restituzione e alle probabilità di vittoria dei vari concorsi, invece, i Monopoli osservano che «Ogni lotteria indetta è costituita da: numero di biglietti stampati, prezzo per biglietto, montepremi che genera il cosiddetto payout (espresso come percentuale sull’incasso complessivo derivante dalla vendita dei biglietti stampati), categorie di premio e numero di premi per ciascuna categoria distribuiti all’interno dei biglietti stampati. Tutti questi valori, insieme al regolamento, sono chiaramente riportati nei decreti di indizione di ciascuna lotteria pubblicati nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana e sul sito istituzionale dell’Aams, e variano da lotteria a lotteria per rispondere alle diverse tipologie di giocatori nonché alle tematiche che di volta in volta ispirano la lotteria stessa».



Dicembre 2012 segna una svolta per i casinò online: le slot machine entrano a far parte dell’offerta delle case da gioco virtuali. E l’azzardo legalizzato sarà a portata di mano anche in versine touch, con le app prontamente realizzate, destinate a tablet e smartphone.
Con quest’ultimo nulla osta, infatti, l’Aams ha autorizzato 53 operatori a offrire slot online sulle proprie piattaforme di casinò games, per un’immissione totale sul mercato di 1409 giochi.

L’introduzione delle slot machine a soldi veri nei casinò online italiani rappresenta un momento lungamente atteso dagli operatori del gaming nazionale: questi giochi sono infatti molto apprezzati e richiesti dai giocatori di tutto il mondo, tanto che in alcuni paesi si calcola che il 60% di quanto raccolto dai casinò virtuali arrivi proprio dalle slot.

E se l’industria dei giochi ha fatto segnare una lieve flessione della febbre da azzardo, con una spesa al netto delle vincite di 11,2 miliardi nei primo otto mesi del 2012 (-4,8% dopo anni di crescita inarrestabile) ed entrate per l’erario di 5,5 miliardi (-9,6%), l’interesse per i giochi online, invece, è aumentato.

Una scommessa vincente per lo Stato, che intende andare a recuperare quei 70 milioni di euro circa, che secondo i calcoli  equivalgono alle imposte sul business delle slot che coinvolge gli italiani su siti offshore: 5,2 miliardi di incassi e 156 milioni di spesa (un dato che si ottiene sottraendo le vincite dagli incassi).
In cambio, l’Aams (recentemente incorporata nella nuova Agenzia delle Dogane e dei Monopoli), che verifica le transazioni attraverso il cervellone di Sogei, si impegna a prevenire le truffe e a garantire che le vincite siano pagate.
Un tentativo per arginare il proliferare di siti non autorizzati alla raccolta di gioco: l’ultimo aggiornamento della black list dei Monopoli segnala 4.209 domini oscurati, un dato in costante aggiornamento, dal momento che pare siano gli stessi gestori dei siti (spesso all’estero) che informano i giocatori dell’eventuale cambio di dominio.

Il miraggio di una supervincita spinge gli italiani afflitti dalla crisi economica a spendere per tentare la sorte. Al punto da richiamare l’attenzione delle associazioni dei consumatori, allarmate per il rischio della dipendenza da gioco. Soprattutto quelli online destano particolare preoccupazione poiché in questi casi il rischio di ludopatia è più che mai elevato: le slot diventano ancora più pericolose e generano un maggiore senso di isolamento davanti allo schermo di un pc.
E se da una parte la "ludopatia" è stata riconosciuta ufficialmente, entrando nell’elenco delle malattie, il fondo a questa dedicato è saltato. Così come sono saltati i provvedimenti del decreto Balduzzi sulla Sanità, che cercavano di dare una stretta al mercato delle slot.

Nel 2005, il bottino di concessionari e gestori è stato di 4 miliardi e 300 milioni, mentre quello dello Stato di 6 miliardi e 200 milioni. Ne consegue che dal 2005 al 2011 gli incassi dello Stato sono aumentati del 40,3%, mentre quelli di concessionari e gestori addirittura del 125,6%. Basterebbero queste ultime due cifre a spiegare la cuccagna alla quale partecipano le varie Lottomatica, Snai, Sisal e tutte le altre decine di operatori che si spartiscono il ricco mercato del gioco nostrano.

Ferma restando l'incredibile escalation delle entrate registratasi tra il 2005 e il 2011, è particolarmente significativo l'incremento dei denari messi in cascina dalle società concessionarie tra il 2010 e il 2011. Si è passati da 7,6 a 9,7 miliardi di euro (erano 7,4 miliardi nel 2009 e 7,2 nel 2008).

E quanti soldi siano stati persi dai giocatori italiani (tecnicamente si parla della cosiddetta spesa effettiva). Sottraendo dal dato sulla raccolta complessiva quello della restituzione in premi, infatti, viene fuori che gli italiani hanno "buttato via" 10,5 miliardi nel 2005, diventati 18,4 miliardi nel 2011.

Nel frattempo sul tema del contrasto al gioco illegale on line spunta fuori un elenco lungo un chilometro che fa un po' discutere. Al suo interno compaiono i nomi della bellezza di 4.620 siti internet "inibiti" dai Monopoli di Stato. Si tratta, in sostanza, di indirizzi per giocare on line non autorizzati dalla struttura guidata da Magistro. La black list, quindi, dovrebbe servire a contrastare il gioco on line illegale, rimuovendo le offerte fuori norma.

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