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giovedì 5 marzo 2015

MILANO & CRIMINI : ATTENTATO A INDRO MONTANELLI

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Indro Alessandro Raffaello Schizogene Montanelli (Fucecchio, 22 aprile 1909 – Milano, 22 luglio 2001) è stato un giornalista, saggista e commediografo italiano.

Giornalista dalla prosa secca e asciutta, era in grado di spaziare dall'editoriale al reportage e al corsivo pungente. Fu per circa quattro decenni la bandiera del primo quotidiano italiano, il Corriere della Sera, e per vent'anni condusse un importante quotidiano d'opinione da lui stesso fondato, il Giornale. Fu autore di libri di storia cui arrise un vasto successo. In ognuno di questi ruoli seppe conquistarsi un largo seguito di lettori.

Figlio di Sestilio Montanelli (1880-1972) e di Maddalena Doddoli (1886-1982), Indro nacque a Fucecchio (FI) in Toscana nel palazzo di proprietà della famiglia della madre. A tale circostanza sono riferite alcune «leggende», la più famosa delle quali – raccontata dallo stesso Indro – narra che dopo un litigio (gli abitanti di Fucecchio erano divisi in «insuesi» e in «ingiuesi», cioè di sopra e di sotto; la madre era insuese e il padre ingiuese) la famiglia materna ottenne di far nascere il bambino nella propria zona collinare, mentre il padre scelse un nome adespota, estraneo alla famiglia materna e neppure presente nel calendario. Il nome Indro, scelto dal padre, infatti è la mascolinizzazione del nome della divinità induista Indra, poi trasformato nel soprannome "Cilindro" dagli amici e anche da alcuni avversari politici. Il nome, dopo la sua nascita, ebbe una certa diffusione a Fucecchio, ad esempio vi furono Indro Cenci e alcuni omonimi Indro Montanelli.

Passò l'infanzia nel paese natale, spesso ospite nella villa di Emilio Bassi, sindaco di Fucecchio per quasi un ventennio, nei primi anni del Novecento. A Emilio Bassi, che considerava come un «nonno adottivo», restò legato tanto da volere che a lui fosse cointitolata la Fondazione costituita nel 1987.

Sin da ragazzo, Montanelli iniziò a soffrire di depressione, un male che lo segnerà per tutta la vita:

« La prima crisi fu a undici anni. Mi svegliai una notte urlando "Muoio, muoio!". Una mano mi attanagliava la gola, mi sentivo soffocare. Accorsero i miei genitori, un po' mi quietai, ma smisi di dormire e di mangiare per mesi, avevo paura di tutto, un vero terrore, e mi sentivo addosso la tristezza del mondo intero. Dovetti abbandonare la scuola per quell'anno. I sintomi si sono poi ripresentati identici più o meno ogni sette anni, ciclicamente. »
Probabilmente Montanelli soffriva di disturbo bipolare. Il padre, preside di Liceo (il più giovane d'Italia), fu trasferito prima a Rieti (nel 1922), poi a Lucca, nonché a Nuoro presso il Liceo ginnasio statale Giorgio Asproni, dove il giovane Indro lo seguì. A causa degli spostamenti del padre, frequentò il liceo classico Marco Terenzio Varrone a Rieti, dove nel 1925 conseguì la maturità. Prima di diplomarsi, insieme al figlio del locale prefetto, aveva organizzato uno sciopero degli studenti e una manifestazione contro gli stessi preside e prefetto (episodio poi raccontato dallo stesso Montanelli in Un due tre, trasmissione televisiva del 1959).

Nel 1930 si laureò in giurisprudenza a Firenze, con un anno di anticipo sulla durata normale dei corsi, discutendo una tesi sulla «legge Acerbo» in cui criticava il provvedimento, sostenendo che era stato pensato per abolire le elezioni. Ottenne la valutazione di centodieci e lode. Successivamente frequentò corsi di specializzazione all'Università di Grenoble, della Sorbona e di Cambridge. Nel 1932 ottenne una seconda laurea, in scienze politiche e sociali, sempre a Firenze, al Cesare Alfieri, con una tesi in cui valutava positivamente la politica di isolamento inglese.

Nel 1929 fu allievo ufficiale a Palermo ove, vittima delle crisi depressive, fu raggiunto dalla madre che provava a rassicurarlo. La madre, molto tempo dopo, raccontò l'episodio in televisione.

Il 2 giugno 1977 Montanelli fu vittima a Milano di un attentato, tesogli dalla colonna milanese delle Brigate Rosse. Mentre si stava recando, come ogni mattina, al giornale, venne ferito all'angolo fra via Manin e piazza Cavour (ove aveva sede il Giornale nel cosiddetto Palazzo dei giornali), con una pistola 7.65 munita di silenziatore. L'attentatore gli sparò otto colpi consecutivamente, colpendolo due volte alla gamba destra, una volta di striscio alla gamba sinistra e alla natica, secondo una pratica definita – con un neologismo coniato in quel periodo – «gambizzazione».

Il gruppo brigatista era formato da Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e Calogero Diana; fu quest'ultimo a sparare. Gli attentatori, che probabilmente non sapevano che Montanelli portava con sé una pistola, lo avvicinarono di spalle chiamandolo per nome. Mentre il giornalista, fermatosi, stava girandosi per rispondere, Diana gli sparò a distanza ravvicinata. Colpito, Montanelli sentì cedere le gambe, ma decise di non estrarre la pistola. Il suo unico pensiero fu di non lasciarsi cadere a terra: si aggrappò alla cancellata dei Giardini mentre urlava: «Vigliacchi, vigliacchi!» all'indirizzo dell'attentatore e dei complici in fuga; poi si lasciò scivolare a terra. Poco dopo dichiarò ad un soccorritore: «Quei vigliacchi mi hanno fottuto. Li ho visti in faccia, non li conosco, ma credo di poterli riconoscere». I proiettili trafissero la carne, fortunatamente senza ledere né ossa né vasi sanguigni. Lauro Azzolini afferma che se Montanelli avesse estratto la sua pistola sarebbe stato sicuramente ucciso.

Tutta la stampa italiana diede grande rilievo all'attentato contro Montanelli. Con due significative eccezioni: Il Corriere della Sera, diretto da Piero Ottone, e La Stampa, diretta da Arrigo Levi, che arrivarono addirittura a omettere nel titolo di prima pagina il nome di Montanelli, relegandolo al "sommario". Il Corriere della Sera titolò: Milano, gambizzato un giornalista; poi nel suo editoriale, pur esprimendogli una solidarietà senza riserve, avvertì i propri lettori che il collega ferito «...rappresenta e difende posizioni nelle quali non ci riconosciamo». Per colmo, sia Arrigo Levi che Piero Ottone faranno poi visita al capezzale di Montanelli, che prenderà nota nei suoi Diari dell'imbarazzante visita dei due, con il consueto sarcasmo:

« La notizia era il mio nome. Abolendolo, hai svuotato la notizia. Ed è strano che lo abbia fatto proprio tu, che della notizia hai sempre predicato la centralità. Più tardi sopraggiunge Arrigo Levi, che dopo consulto telefonico con Ottone, aveva a sua volta evitato, nel titolo, il mio nome. Più accorto, non dice nulla, e io nulla gli rimprovero. Ma da quali ometti è rappresentato questo povero giornalismo italiano! »
Più ironico sulla Repubblica fu il vignettista Giorgio Forattini, che raffigurò l'allora suo direttore Eugenio Scalfari nell'atto di puntarsi una pistola contro il piede dopo aver letto la notizia dell'attentato a Montanelli, suggerendo che ne invidiasse la popolarità. Altri quotidiani pubblicarono la notizia in prima pagina.

L'attentato venne rivendicato dalla colonna Walter Alasia delle Brigate Rosse con una telefonata al Corriere d'Informazione (edizione pomeridiana del Corriere della Sera). Secondo la rivendicazione dei terroristi perché "schiavo delle multinazionali". Due giorni prima, con la medesima tecnica, le Brigate Rosse avevano gambizzato a Genova Vittorio Bruno, vicedirettore del Secolo XIX, mentre il giorno successivo all'attentato a Montanelli venne gravemente ferito a Roma Emilio Rossi, a quel tempo direttore del TG1.

Uno degli attentatori, Bonisoli, diverrà amico di Montanelli dopo la scarcerazione.

Fra i vari riconoscimenti tributati a Montanelli, spicca la nomina a senatore a vita offertagli nel 1991 da Francesco Cossiga, presidente della Repubblica. Il giornalista non accettò però la proposta, a garanzia della sua completa indipendenza. Dichiarò:

« Non è stato un gesto di esibizionismo, ma un modo concreto per dire quello che penso: il giornalista deve tenere il potere a una distanza di sicurezza. »
(Citato in Il Messaggero, 10 agosto 2001)
E ancora:

« Purtroppo, il mio credo è un modello di giornalista assolutamente indipendente che mi impedisce di accettare l'incarico. »
(Dalla sua lettera al Presidente Cossiga)

Montanelli fu autore e uomo di cultura riconosciuto e premiato anche all'estero: nel 1992 fu il primo italiano ad essere nominato Commendatore di I classe dell'Ordine del Leone di Finlandia (Suomen Leijonan I lk:n komentaja), nel 1994 ricevette l'International Editor of the Year Award della World Press Review, e nel 1996 ebbe il Premio Principe delle Asturie. Fra i personaggi di fama mondiale da lui intervistati ci sono Henry Ford e Papa Giovanni XXIII, si possono ricordare Winston Churchill e Charles de Gaulle.

Degna di nota è la cena che Indro Montanelli ebbe nel 1986, in Vaticano, con Giovanni Paolo II:

« La sera che cenai col Papa  cenai praticamente da solo. Per la prima volta, nella mia lunga carriera d'inappetente sempre in imbarazzo per ciò che rifiuta, mi sentivo in colpa d'ingordigia. Quando ci alzammo da tavola, lui che c'era rimasto seduto quasi due ore a veder noi mangiare, mi accompagnò lungo il corridoio. Ma, passando davanti alla cappella, mi toccò il braccio e con qualche esitazione, come avesse paura di apparirmi indiscreto, mi disse: «So che sua madre era una donna molto pia. Vogliamo dire una piccola preghiera per lei?». C'inginocchiammo l'uno accanto all'altro. Ma quando, nel congedarmi, accennai a un inchino, me lo impedì serrandomi il polso in una morsa di ferro, e mi abbracciò accostando due volte la tempia alle mie. Come faceva mio padre, che baci non ne dava. »
(Indro Montanelli)
Enzo Biagi ricordava il suo legame con il lettore: "Era il suo vero padrone. E quando vedeva lo strapotere di certi personaggi, si è sempre battuto cercando di rappresentare la voce di quelli che non potevano parlare".

Il Comune di Milano ha intitolato al grande giornalista i Giardini Pubblici di Porta Venezia, divenuti «Giardini Pubblici Indro Montanelli». All'interno del parco è stata posta una statua raffigurante Montanelli intento nella stesura di un articolo con la celebre Lettera 22 sulle ginocchia.

La fondazione Montanelli Bassi ha istituito nel 2001 un premio di scrittura dedicato alla triplice figura di Montanelli, giornalista, storico e narratore, assegnato a cadenza biennale (la prima edizione si tenne nel 2003). Il premio, suddiviso nelle sezioni "Alla carriera" e "Giovani", prende in considerazione gli scritti nel settore del giornalismo, della divulgazione storica e della memorialistica.


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mercoledì 4 marzo 2015

MILANO & CRIMINI : NUCLEI OPERAI RESISTENZA ARMATA

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Nuclei Operai Resistenza Armata detti anche Nuclei Operai di Resistenza Armata fu un'organizzazione terrorista comunista attiva tra il 1970 e il 1973 in Piemonte e Lombardia, che compì numerosi attentanti dinamitardi e azioni di sabotaggio nelle fabbriche del Nord Italia, traendo ispirazione dalle tesi del nascente Operaismo Comunista, per attuare la rivoluzione proletaria in Italia contro il capitalismo. Dopo l'Autunno caldo del 1969, alcuni gruppi di operai decisero di passare dalle azioni di protesta a vere e proprie azioni armate contro lo stato italiano e la borghesia economica, che secondo le tesi del gruppo dirigeva da dietro le quinte le scelte politiche ed economiche dello Stato Italiano.

Dal movimento dei Fazzoletti Rossi che presidiava le fabbriche della Sit-Siemens, dell'Alfa Romeo, della Fiat e della multinazionale Gulf, decisero di passare ad azioni dirette come gli attacchi dinamitardi alle fabbriche chimiche e metallurgiche di Trecate in provincia di Novara, allo stabilimento dell'Alfa Romeo di Arese, dove vengono fatte esplodere alcune bombe di fronte ai cancelli, per poi far saltare in aria il portone del distretto militare di Rieti. Nel 1972 attaccano alcuni concessionari Fiat, distruggendo alcune vetture esposte, per poi devastare la parte esterna dello stabilimento di Mirafiori, lasciando alcuni volantini in cui inneggiano alla lotta armata contro le banche, il capitalismo industriale e lo Stato Italiano. Verso l'autunno dello stesso anno lanciano bottiglie molotov contro lo stabilimento dell'Alfa Romeo, e l'attentato contro l'automobile del dirigente italiana della multinazionale americana Gulf, Enrico Valenza.

Non riuscendo a fare proselitismo dentro le fabbriche del Nord Italia, il gruppo si autoscioglie e confluisce nelle Brigate Rosse


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MILANO & CRIMINI : ASSASSINIO DI WALTER TOBAGI

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Walter Tobagi (San Brizio di Spoleto, 18 marzo 1947 – Milano, 28 maggio 1980) è stato un giornalista e scrittore italiano, che venne assassinato in un attentato terroristico perpetrato dalla Brigata XXVIII marzo, gruppo terroristico di estrema sinistra.

Walter Tobagi nacque il 18 marzo 1947 a San Brizio, una frazione del comune di Spoleto, in Umbria. All'età di otto anni la famiglia si trasferì a Bresso, vicino a Milano, poiché il padre Ulderico era un ferroviere. La sua carriera di giornalista cominciò al ginnasio, come redattore del giornale del Liceo Parini di Milano La zanzara, reso famoso per un processo provocato da un articolo sull'educazione sessuale.

Al Corriere della Sera Tobagi seguì sistematicamente tutte le vicende relative agli «anni di piombo»: dai tempi degli autoriduttori che disturbavano le Feste dell'Unità agli episodi di sangue più efferati con protagoniste le Br, Prima Linea e le altre bande armate. Analizzando le vicende luttuose del terrorismo risaliva alle origini di Potere operaio, con la galassia delle storie politiche e individuali sfociate in mille gruppi, di cui molti approdati alle bande armate.

In Vivere e morire da giudice a Milano Walter raccontò la storia di Emilio Alessandrini, sostituto procuratore della Repubblica, assassinato a 36 anni da Prima Linea in un agguato: un magistrato che si era particolarmente distinto nelle indagini sui gruppi estremisti di destra e, successivamente, su quelli terroristi di sinistra. Anche Alessandrini era un «personaggio simbolo». Scrisse Tobagi: «Alessandrini rappresentava quella fascia di giudici progressisti ma intransigenti, né falchi chiacchieroni né colombe arrendevoli». Osservò inoltre che i terroristi prendevano di mira soprattutto i riformisti, condividendo il giudizio che lo stesso Alessandrini aveva espresso in un'intervista all'Avanti!: «Non è un caso che le azioni dei brigatisti siano rivolte non tanto a uomini di destra, ma ai progressisti. Il loro obiettivo è intuibilissimo: arrivare allo scontro nel più breve tempo possibile, togliendo di mezzo quel cuscinetto riformista che, in qualche misura, garantisce la sopravvivenza di questo tipo di società». Un giudizio che doveva trovare una tragica conferma proprio con la uccisione di Tobagi.

Negli ultimi articoli intensificò le analisi su certe realtà urbane a Milano, a Genova, a Torino («Come e perché un 'laboratorio del terrorismo' si è trapiantato nel vecchio borgo del Ticinese», «Vogliono i morti per sembrare vivi», «Bilancio di 10 miliardi all'anno per mille esecutori clandestini», ecc.). Non trascurò il fenomeno del pentitismo, con tutti gli aspetti anche negativi, e studiò il terrorista nella clandestinità, («C'è una regola dei due anni, termine ultimo oltre il quale non resiste il Br clandestino»). E siamo dunque a uno dei suoi ultimi articoli sul terrorismo, un testo che è stato ripubblicato molte volte perché considerato uno dei più significativi sin dal titolo: «Non sono samurai invincibili».

Tobagi sfatò tanti luoghi comuni sulle Br e gli altri gruppi armati, denunciando, ancora una volta, i pericoli di un radicamento del fenomeno terroristico nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro, come molti segnali gli avevano indicato. Scrisse, ad esempio:

« La sconfitta politica del terrorismo passa attraverso scelte coraggiose: è la famosa risaia da prosciugare, tenendo conto che i confini della risaia sono meglio definiti oggi che non tre mesi fa. E tenendo conto di un altro fattore decisivo: l'immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze e forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascono non dalla paura, quanto da dissensi interni, sull'organizzazione e sulla linea del partito armato »
Le sue opinioni risultano confermate anche in un'altra significativa intervista al figlio di Carlo Casalegno, Andrea. In quell'intervista, concessa un mese prima dell'uccisione di Tobagi, Casalegno disse: «Non sento la benché minima traccia di odio, né provo alcun perdono cristiano. Sento l'offesa come nel momento in cui è avvenuta». L'intervistatore chiese se riteneva giusto denunciare i «compagni di lotta». E Andrea Casalegno rispose senza reticenze: «La denuncia è importante e va fatta se serve a evitare atti futuri gravi. È un dovere, perché è assolutamente necessario impedire che vittime innocenti cadano ancora».

La sera prima di essere assassinato, Walter Tobagi presiedeva un incontro al Circolo della stampa di Milano. Si discuteva del «caso Isman» e dunque della libertà di stampa, della responsabilità del giornalista di fronte all'offensiva delle bande terroristiche. Il dibattito fu piuttosto agitato e l'inviato del Corriere fu fatto oggetto di ripetute aggressioni verbali, cosa non nuova, del resto, come ha raccontato il suo collega ed amico Gianluigi Da Rold:

« Negli anni del suo impegno professionale e come responsabile sindacale dei giornalisti lombardi, Walter Tobagi viene violentemente attaccato, più di una volta, sia dalla parte comunista della redazione del Corriere, sia dai giornalisti di altre testate milanesi di cosiddetta "area comunista." »
A un certo punto, durante quel dibattito, Tobagi, riferendosi alla lunga serie di attentati terroristici, disse: «Chissà a chi toccherà la prossima volta». Dieci ore più tardi era caduto sull'asfalto sotto i colpi dei suoi assassini. Lasciava la moglie, Maristella, e due figli, Luca e Benedetta.

Tobagi venne ucciso alle 11 di mattina del 28 maggio 1980 con cinque colpi di pistola da un "commando" di terroristi (Marco Barbone, Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano), buona parte dei quali figli di famiglie della borghesia milanese. Due membri del commando in particolare appartengono all'ambiente giornalistico: sono Marco Barbone, figlio di Donato Barbone, dirigente editoriale della casa editrice Sansoni (di proprietà del gruppo RCS), e Paolo Morandini, figlio del critico cinematografico del quotidiano Il Giorno Morando Morandini.

A sparare furono Mario Marano e Marco Barbone. È quest'ultimo a dargli quello che nelle sue intenzioni sarebbe dovuto essere il colpo di grazia: quando Tobagi era ormai accasciato a terra, il terrorista gli si avvicinò e gli esplose un colpo dietro l'orecchio sinistro. In realtà, da come risulta dall'autopsia, il colpo mortale fu il secondo esploso dai due assassini, che colpendo il cuore causò la morte del giornalista.

Nel giro di pochi mesi dall'omicidio, le indagini di Carabinieri e magistratura portarono all'identificazione degli assassini, ed in particolare a quella del leader della neonata Brigata XXVIII marzo, lo stesso Marco Barbone. Subito dopo il suo arresto, il 25 settembre del 1980, Barbone decise di collaborare con gli inquirenti; grazie alle sue rivelazioni l'intera Brigata XXVIII marzo fu smantellata e furono incarcerati più di un centinaio di sospetti terroristi di sinistra, con cui Barbone venne in contatto nel corso della sua breve ma intensa "carriera" terroristica.

Le 102 udienze di quello che fu un maxi-processo all'area sovversiva di sinistra iniziarono il 1º marzo 1983 e terminarono 28 novembre dello stesso anno. La sentenza suscitò molte polemiche poiché il giudice Cusumano, interpretando la legge sui pentiti in modo difforme rispetto al Tribunale di Roma (dove furono comminate comunque pene a oltre vent'anni di carcere ai terroristi pentiti delle Unità comuniste combattenti), concesse a Marco Barbone, Mario Ferrandi, Umberto Mazzola, Paolo Morandini, Pio Pugliese e Rocco Ricciardi «il beneficio della libertà provvisoria ordinandone l'immediata scarcerazione se non detenuti per altra causa», mentre agli altri membri della XXVIII marzo, De Stefano, Giordano e Laus, furono inflitti trent'anni di carcere.

Le indagini non hanno chiarito il ruolo svolto dalla fidanzata di Marco Barbone, Caterina Rosenzweig, appartenente ad una ricca famiglia milanese. Nel 1978, cioè ben due anni prima dell'omicidio, Caterina Rosenzweig aveva lungamente pedinato Tobagi, che era anche suo docente di storia moderna all'Università Statale di Milano. Anche se nel settembre 1980 viene arrestata insieme con gli altri, Caterina verrà assolta per insufficienza di prove, nonostante nel corso del processo venga accertato che il gruppo di terroristi si riuniva a casa sua in via Solferino, a poca distanza dagli uffici dove lavorava Tobagi. Dopo il processo si trasferirà in Brasile, dove si perdono le sue tracce.

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MILANO & CRIMINI : WALTER ALASIA

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 Walter Alasia (Sesto San Giovanni, 12 settembre 1956 – Sesto San Giovanni, 15 dicembre 1976) è stato un terrorista italiano. Appartenne, durante il periodo degli anni di piombo, all'organizzazione terroristica delle Brigate Rosse.

Figlio di operai di Sesto San Giovanni, impiegato delle Poste italiane, aderì assai giovane a gruppi della sinistra extraparlamentare come Lotta Continua, passando poi a far parte ad ambienti fiancheggiatori delle Brigate Rosse, l'organizzazione terroristica in cui in seguito entrò definitivamente col nome di battaglia di "Compagno Luca".

Alle prime ore dell'alba del 15 dicembre 1976 reagì a un tentativo di arresto da parte delle forze dell'ordine barricandosi in casa e sparando sui poliziotti, uccidendo Sergio Bazzega, maresciallo dell’antiterrorismo e il vicequestore di Sesto San Giovanni Vittorio Padovani. Nel conflitto a fuoco lo stesso Alasia restò ucciso.

Al nome di Alasia fu intitolata la "colonna" milanese delle Brigate Rosse, che comprendeva circa un centinaio di terroristi e che ebbe un ruolo a tratti distinto da quello dell'organizzazione centrale. Tra le azioni del gruppo vi fu l'attentato a Indro Montanelli compiuto il 2 giugno 1977. Dopo il 1980, la colonna fu espulsa dall'organizzazione e realizzò "in proprio" una serie di attentati tra i quali:

il 1º aprile 1980 in danno del Circolo culturale Carlo Perini ONLUS. I brigatisti interruppero armati in una conferenza, scelsero tra gli spettatori quattro persone (il presidente del Circolo Perini Antonio Iosa, Eros Robbiani, Emilio De Buono e Nadir Tedeschi) e le gambizzarono.
il 12 novembre 1980 dell'omicidio di Renato Briano direttore del personale della Ercole Marelli
il 28 novembre 1980 dell'omicidio di Manfredo Mazzanti direttore tecnico della Falck
il 17 febbraio 1981 dell'omicidio di Luigi Marangoni direttore sanitario del Policlinico di Milano
il 3 giugno 1981 operarono poi il sequestro dell'ingegnere Renzo Sandrucci, direttore della produzione dell'Alfa Romeo (poi rilasciato).
Nel 1982 la colonna si sciolse dopo che i suoi principali esponenti erano stati arrestati o erano morti.


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GIAN GIACOMO FELTRINELLI

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« Feltrinelli agiva in perfetta buona fede e con disinteresse totale, che meritano il massimo rispetto, nella sua evoluzione politica cospirativa, sboccata nel sacrificio personale di un uomo che credeva nell'imminenza di una reazione fascista in Italia »
(Leo Valiani)

Giangiacomo Feltrinelli, soprannominato Osvaldo (Milano, 19 giugno 1926 – Segrate, 14 marzo 1972), è stato un editore, attivista e partigiano italiano.

Partecipò molto giovane alla Resistenza e fu fondatore della casa editrice Feltrinelli e, nel 1970, dei GAP (Gruppi d'Azione Partigiana), una delle prime organizzazioni armate di sinistra della stagione degli anni di piombo.

Giangiacomo Feltrinelli, detto Giangi (durante la lotta armata assumerà il nome di battaglia di Osvaldo), nasce da una delle più ricche famiglie italiane, originaria di Feltre e il cui progenitore della dinastia sarebbe un certo Pietro da Feltre. Il titolo nobiliare di famiglia è quello di Marchese di Gargnano. Il padre Carlo Feltrinelli è presidente di numerose società tra cui il Credito Italiano e l'Edison, e proprietario di aziende come la Bastogi, la società di costruzioni Ferrobeton Spa e la Feltrinelli Legnami, società leader nel settore del commercio di legname con l'Unione Sovietica. Feltrinelli era anche cugino di Cecilia Sacchi, moglie di Vittorio Mezzogiorno e madre di Giovanna (tutti e tre famosi attori cinematografici).

Alla morte del padre, avvenuta nel 1935, la madre, Gianna Elisa Gianzana Feltrinelli, nel 1940 sposa in seconde nozze Luigi Barzini junior, famoso inviato del Corriere della Sera. Durante il periodo della guerra mondiale la famiglia lascia Villa Feltrinelli di Gargnano, a nord di Salò, che diventerà la residenza di Benito Mussolini, e si ritira nella villa "La Cacciarella" dell'Argentario, realizzata su progetto degli architetti Gio Ponti ed Emilio Lancia, trascorrendo nella residenza il periodo che va dall'estate del 1942 alla primavera del 1944. Nel 1944, dopo un colloquio con Antonello Trombadori, Giangiacomo decide di arruolarsi nel Gruppo di Combattimento "Legnano", partecipando così attivamente alla lotta antifascista.

Nel 1945 Giangiacomo Feltrinelli aderì al Partito comunista, che sostenne anche con ingenti contributi finanziari. Nel 1948, nell'Europa devastata dalla guerra, iniziò a raccogliere documenti sulla storia del movimento operaio e sulla storia delle idee dall'illuminismo ai giorni nostri, gettando così le basi per la biblioteca di uno dei più importanti istituti di ricerca sulla storia sociale. Nasce così a Milano la Biblioteca Feltrinelli, che in seguito diverrà Fondazione.

Alla fine del 1954 fu fondatore della casa editrice Giangiacomo Feltrinelli Editore che già negli anni cinquanta pubblicò bestseller di rilievo internazionale come Il dottor Živago che Boris Pasternak terminò nel 1955 e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il primo libro edito dalla casa editrice milanese fu l'autobiografia dell'allora primo ministro indiano Nehru. L'editore milanese entrò in possesso del romanzo di Pasternàk nel 1956 a Berlino e affidò la traduzione in italiano a Pietro Zveteremich. Il libro fu pubblicato il 23 novembre 1957 e tre anni dopo, nell'aprile del 1960 raggiunse le 150.000 copie vendute. Per il 50º compleanno della casa editrice ne è uscita in libreria una ristampa della prima edizione.

Il dottor Živago porterà Pasternàk al Premio Nobel nel 1958. In Italia il Partito Comunista, appoggiato dal governo dell'Unione Sovietica, condusse una forte campagna diffamatoria nei confronti del libro e forti pressioni giunsero anche da Pietro Secchia affinché il libro non fosse pubblicato in Italia. Il partito decise poi di ritirare la tessera di Feltrinelli. Il 14 luglio del 1958 conosce la tedesca Inge Schoenthal, sua futura moglie.

Nel 1964 si reca a Cuba ed incontra il leader della rivoluzione Fidel Castro, sostenitore dei principali movimenti di liberazione sudamericani e internazionali, con cui stabilirà una lunga amicizia. Nel 1967 Feltrinelli arriva in Bolivia ed incontra Régis Debray, che nel paese latino vive in clandestinità. L'editore è arrestato a seguito dell'intervento dei servizi segreti americani. Insieme a lui viene fermato anche il colonnello Roberto Quintanilla, che, poco tempo dopo, presenziò all'amputazione delle mani di Che Guevara. Intanto Castro affida all'editore italiano l'opera di Che Guevara, "Diario in Bolivia", che diventerà uno dei principali best-seller della casa milanese. Feltrinelli entra in possesso di Guerrillero Heroico, la famosa foto del Che scattata da Alberto Korda il 5 marzo 1960, in occasione delle esequie delle vittime dell'esplosione della fregata La Coubre. Sia per la pubblicazione del romanzo Il dottor Živago che per la famosa immagine di Ernesto Che Guevara, Feltrinelli non fu costretto a pagare i diritti d'autore (secondo Sergio d'Angelo e Indro Montanelli, invece, vi furono controversie in relazione ai diritti d'autore de Il dottor Živago).

Il 12 dicembre 1969, ascoltata alla radio la notizia della strage di Piazza Fontana, Feltrinelli, che si trovava in una baita di montagna, decise di tornare a Milano. Apprese però che forze dell'ordine in borghese presidiavano l'esterno della casa editrice ed immaginando che potessero essere costruite prove contro di lui, Feltrinelli, che da tempo temeva un colpo di Stato di stampo neofascista e che aveva preso a finanziare i primi gruppi di estrema sinistra (avrà anche contatti con Renato Curcio e Alberto Franceschini, che in seguito furono i fondatori delle Brigate Rosse), decise di passare alla clandestinità. In una lettera inviata allo staff della casa editrice, all'Istituto e alle librerie e in un'intervista rilasciata alla rivista Compagni spiegò la sua decisione, tirando per primo fuori l'idea che dietro le bombe - ve n'erano state più d'una in diversi punti d'Italia - non vi fosse, come tutti sospettavano, compreso il PCI dell'epoca, gli anarchici (Pinelli, morto misteriosamente negli uffici della questura, e della cui morte venne accusato il commissario Luigi Calabresi da parte della sinistra extraparlamentare, e Valpreda, poi assolto), ma lo Stato e l'estrema destra, utilizzando tra i primi il termine "Strategia della tensione".

La sua riflessione politica successiva lo portò a scelte estreme, fondando nel 1970 i GAP. I GAP (Gruppi d'Azione Partigiana), che riprendevano la sigla dei Gruppi d'Azione Patriottica della Resistenza italiana, erano un gruppo paramilitare che, come altri, riteneva che Togliatti avesse ingannato i partigiani, prima promettendo e lasciando sperare nella Rivoluzione, e poi all'ultimo li avesse traditi, il 22 giugno 1946, bloccando la rivoluzione comunista in Italia. Ma, a differenza di quelli successivi e della moda imperante, non prendeva le distanze dall'URSS in nome di "una rivoluzione più rivoluzionaria", ma anzi riteneva che nonostante tutto (egli si dichiarava anti-stalinista e pubblicò difatti Pasternak, scrittore dissidente) l'Unione sovietica fosse l'unica speranza per il successo della rivoluzione nel mondo.

Sempre a riguardo dell'attività clandestina, Oreste Scalzone di Potere Operaio, nel 1988, affermò che Feltrinelli, non Adriano Sofri di Lotta Continua (poi condannato con altri), potesse essere stato l'organizzatore dell'omicidio del commissario Calabresi (avvenuto però due mesi dopo la morte dell'editore), ma non ci furono prove a riguardo.

Giangiacomo Feltrinelli morì il 14 marzo 1972. Le ipotesi sulle cause della morte sono diverse; fatto certo è che il suo corpo fu rinvenuto, dilaniato da un'esplosione, ai piedi di un traliccio dell'alta tensione a Segrate, nelle vicinanze di Milano. Mentre alcuni sostengono stesse preparando un'azione di sabotaggio o un attentato "dimostrativo", altri sostengono che sia stato un omicidio, forse opera della CIA in accordo con i servizi italiani (ma qualcuno suggerì anche un coinvolgimento del KGB).Le due principali ipotesi, omicidio/incidente, si rincorsero negli anni, e periodicamente riemergono elementi che dimostrano poca chiarezza nella comunicazione dell'epoca sui fatti e sulle indagini. Il corpo sarà riconosciuto ufficialmente solo nella tarda sera all'obitorio di Milano, dall'ex moglie Inge Schönthal.

La tesi dell'omicidio fu sostenuta, a caldo, da un manifesto, firmato, fra gli altri, da Camilla Cederna ed Eugenio Scalfari, che iniziava con le parole "Giangiacomo Feltrinelli è stato assassinato", ma fu contrapposta all'inchiesta condotta dal pubblico ministero Guido Viola. Nel 1979, al processo contro gli ex membri dei Gap (confluiti nelle Brigate Rosse), gli imputati (fra cui Renato Curcio ed Augusto Viel) emisero un comunicato che dichiarava: "Osvaldo non è una vittima ma un rivoluzionario caduto combattendo" e confermava la tesi dell'incidente durante l'esecuzione dell'attentato. Feltrinelli (nome di battaglia Osvaldo), era giunto a Segrate, con due compagni, C.F. e Gunter (pseudonimo), su un furgone attrezzato come un camper sul quale dormiva e si spostava quando era in Italia. Su quel furgone avrebbero dovuto esserci trecento milioni che l'editore avrebbe poi donato personalmente al giornale Il manifesto una volta giunto a Roma, dove avrebbe dovuto dirigersi dopo l'attentato. Quei soldi non furono mai trovati.

Sulla sua morte le Brigate Rosse fecero una loro inchiesta, trovata nel loro covo di Robbiano di Mediglia. Personaggio chiave per capire la vicenda - perché vi partecipò, per sua stessa ammissione mentre veniva interrogato dalle Br, che registrarono su nastro, - è un certo Gunter, nome di battaglia di un membro dei Gap di Feltrinelli di cui però non si è mai saputo il vero nome. Il personaggio era un esperto di armi ed esplosivi (sembra che avesse preparato lui stesso la bomba che poi uccise Feltrinelli) e chiese di entrare nelle Brigate Rosse dopo la morte dell'editore. Secondo una recente pubblicazione, Gunter sarebbe scomparso nel 1985.

Da quanto dichiarato dal capo storico delle BR Alberto Franceschini, il timer trovato sulla bomba che uccise Feltrinelli era un orologio Lucerne. Soltanto in un altro attentato venne usato un orologio di quel tipo, cioè in quello all'ambasciata americana di Atene il 2 settembre '70 ad opera della giovane milanese Maria Elena Angeloni e di uno studente di nazionalità greco-cipriota. Quella bomba, come nel caso di Feltrinelli, funzionò male, tanto che a rimanere uccisi furono gli stessi attentatori. I due erano partiti da Milano, così come l'esplosivo. Quell'attentato era stato organizzato da Corrado Simioni, deus ex machina del Superclan e più tardi collegato alla struttura Hyperion di Parigi, una presunta scuola di lingue fondata nel 1977, a cui si sospetta facessero riferimento organizzazioni terroristiche come OLP, IRA, ETA e, ovviamente, ma solo dopo una certa fase, le BR (taluni affermano anche che in Hyperion vi fossero infiltrati anche il KGB, il Mossad e la CIA, e talvolta collaborassero nonostante la guerra fredda, al fine di mantenere l'equilibrio di Jalta).

Secondo Alfredo Mantica, senatore di AN nella Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Feltrinelli collaborò direttamente alla progettazione dell'attentato, ad Amburgo, in Germania, contro Roberto Quintanilla, console boliviano ed ex capo della polizia dello stesso Paese. Sempre secondo Mantica, Feltrinelli fornì anche l'arma utilizzata da Monika Ertl, esecutrice materiale dell'omicidio e giovane militante dell'ELN. Nella rivendicazione, Quintanilla venne indicato come responsabile della cattura e dell'uccisione di Ernesto "Che" Guevara. L'uccisione di Quintanilla avvenne il 1º aprile 1971 e la pistola utilizzata era regolarmente registrata a nome di Feltrinelli.

Quintanilla, aveva avuto parte anche nell'arresto, in Bolivia, di Giangiacomo Feltrinelli quando, nel 1967, egli s'era recato nel Paese sudamericano per richiedere e sostenere la liberazione di Regis Debray; inoltre lo stesso console aveva partecipato, nel 1969 a La Paz, alla cattura, alla tortura e alla barbara uccisione di Inti Peredo, nuovo comandante dell'ELN. Questi, uno dei pochi superstiti della disfatta di Vallegrande del 1967, stava riorganizzando la guerriglia.

La perizia medico-legale che indicava il possibile omicidio, ritrovata nel 2012, ha somiglianze con altri casi simili di morti sospette fatte passare per incidenti o morti naturali, suicidi e morti accidentali, hanno indotto taluni a chiedere una riapertura del caso. Il giornalista Roberto Scardova, nel libro scritto con Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione Familiari delle Vittime della Strage di Bologna e deputato del Partito Democratico, Stragi e mandanti (2012), sostengono la tesi dell'omicidio come parte della strategia della tensione, sostenuta dai servizi segreti e dalla NATO.


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MILANO & CRIMINI : SEQUESTRO IDALGO MACCHIARINI

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La filiale italiana di Siemens nasce a Milano il 1º aprile 1899 come Società Italiana Siemens per Impianti Elettrici Anonima.
Le attività iniziano con la gestione di società elettriche e si evolvono sino al 1918 con la costruzione di centrali elettriche ed elettrificazione di linee ferroviarie.
Negli anni venti comincia la produzione di apparecchi telefonici mentre negli anni trenta si cominciano a commercializzare i primi apparati per trasmissione dati: telescriventi ed impianti per la trasmissione immagini.
Durante gli anni quaranta, con gli eventi bellici della seconda guerra mondiale, la società viene posta sotto amministrazione giudiziaria: la produttività viene a diminuire ma comincia a segnare un rilancio verso la fine del decennio.
Nel decennio 1959 - 1968 inizia la penetrazione nel settore dei calcolatori.

Al 2006 Siemens in Italia contava quasi 10 000 addetti con un fatturato di circa 3,8 miliardi di euro ed attività diversificate dall'automazione industriale e civile, all'energia, trasporti, medicale e sistemi d'illuminazione. La sede Siemens si trovava sempre a Milano nelle vicinanze dell'Università degli studi di Milano-Bicocca.

In Italia Nokia Siemens Networks ha sede a Cinisello Balsamo, mentre le unità di Cassina de' Pecchi e Marcianise sono state cedute il 1º novembre 2007.

Il 3 marzo 1972 Idalgo Macchiarini, definito uno dei piú odiati dirigenti della Sit-Siemens, viene sequestrato all'uscita dall'ufficio da un nucleo di tre brigatisti rossi (tute blu, giubbotti, volto coperto da passamontagna, secondo il "Corriere"). Spinto in un furgoncino e quindi ammanettato, viene sottoposto, nel corso di un breve "processo politico," ad un interrogatorio nel ruolo di imputato. Sarà abbandonato, dopo una ventina di minuti, con al collo un cartello: "BRIGATE ROSSE - MORDI E FUGGI! - NIENTE RESTERÀ IMPUNITO! - COLPISCINE UNO PER EDUCARNE CENTO! - TUTTO IL POTERE AL POPOLO ARMATO!"
Di questa azione le BR forniranno una fotografia, scattata all'interno del carcere-furgone, che rappresenta l'imputato con il cartello al collo e due pistole puntategli contro. Sotto, la didascalia: "Milano 3-3-72, Macchiarini Idalgo, dirigente fascista della Siemens, processato dalle BR. I proletari hanno preso le armi, per i padroni è l'inizio della fine.”
Viene diffuso un volantino in cui, rifacendo il verso al linguaggio dei poliziotti, si dà notizia dell`arresto," del "processo" e del "rilascio in libertà provvisoria":

Venerdí alle ore 9 le BRIGATE ROSSE hanno arrestato di fronte allo stabilimento della SitSiemens il dirigente IDALGO MACCHIARINI. Dopo averlo processato, lo abbiamo consigliato a lasciare al piú presto la fabbrica e quindi rilasciato in libertà provvisoria.
Alcuni si chiederanno "perché proprio Macchiarini." In fondo pur essendo il primo responsabile dell'organizzazione del lavoro dello stabilimento e quindi responsabile dei livelli di sfruttamento che colpiscono oltre 3.000 operai o dei provvedimenti disciplinari, egli è solo il numero 3 della LINEA DURA NEOFASCISTA che da oltre un anno si è affermata nella fabbrica e che vede in VILLA e MICCINELLI i battistrada e in TORTAROLO "pesce piú piccolo," il gregario provocatore.

Macchiarini difatti è un DURO di quelli che ad ogni passo ripetono "GLI OPERAI VANNO TRATTATI CON LA FRUSTA, SE NO SONO SEMPRE LI' A RIVENDICARE."
Macchiarini però è anche un SAGGIO, egli sa che le forze reazionarie che fanno capo a quel PICCOLI, ministro delle Partecipazioni statali e fiero sostenitore della destra nazionale, lo considerano "patrimonio intoccabile della nazione." Per questo egli le sostiene con le parole e coi fatti.
Macchiarini, per concludere, è quel che si dice UN TIPICO NEOFASCISTA: un neofascista in camicia bianca, e cioè una camicia nera dei nostri giorni.
Macchiarini dunque, a suo modo e al suo livello, è un responsabile della guerra che la borghesia ha scatenato su tutti i fronti e su tutti gli aspetti della vita produttiva e sociale delle masse.
Per questo abbiamo inteso render celebre, "celebrando" la sua mediocrità, questo funzionario della reazione che, a differenza delle SAM (commandos terroristici della provocazione fascista), non butta bombe contro lapidi partigiane o sedi di partiti democratici ma colpisce direttamente, quotidianamente, con metodo, la classe operaia al suo cuore: la colpisce nella sua lotta incessante per la sopravvivenza e il potere.
Questo processo proletario a Macchiarini è però anche un avvertimento a tutti gli altri - in qualunque fabbrica o in qualsiasi parte del paese prestino servizio - che:

Alla guerra rispondiamo con la guerra
Alla guerra su tutti i fronti con la guerra su tutti i fronti
Alla repressione armata con la guerriglia

Nessuno tra i funzionari della controrivoluzione antioperaia dorma piú sonni tranquilli; nella grande città dello sfruttamento non c'è porta che non si possa aprire e le "forze dell'ordine" (pubbliche e private) per quanto numerose già siano e per quanto numerose ancora possano diventare:

Nulla possono contro la guerriglia proletaria!
Mordi e fuggi!
Niente resterà impunito!
Colpiscine uno per educarne 100!
Tutto il potere al popolo armato

3 marzo 1972


per il comunismo
BRIGATE ROSSE

Appena rilasciato in "libertà provvisoria," Macchiarini sottolinea insistentemente con dichiarazioni pubbliche la brutalità dei propri aggressori, i quali tuttavia all'indomani del sequestro si comporteranno da "gentlemen" restituendo, non senza ironia, l'orologio "del detenuto da questi perso durante il vano tentativo di divincolarsi.”
Nella lettera che accompagna l'orologio, inviata al "Corriere della Sera," si precisa che il dirigente "non è stato oggetto di violenze fisiche, salvo quelle indispensabili" e che a proposito di presunte minacce all'indirizzo dei familiari del Macchiarini, le dichiarazioni rese alla stampa "sono insensate e frutto di irrazionale terrore."
Tempestivo giunge da parte del sindacato il rituale comunicato di "condanna severa e dura.


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martedì 3 marzo 2015

MILANO & CRIMINI : LE BRIGATE ROSSE

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Le Brigate Rosse (BR) sono state un'organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo.

Di matrice marxista-leninista, è stato il maggiore, più numeroso e più longevo gruppo terroristico di sinistra del secondo dopoguerra esistente in Europa occidentale.

In base ai racconti di alcuni dei principali militanti, la decisione di intraprendere la "lotta armata" sarebbe stata presa in un convegno tenuto nell'agosto del 1970 in località Pecorile, comune di Vezzano sul Crostolo (RE) a cui partecipò un centinaio di delegati dell'estremismo di sinistra. Nell'organizzazione confluirono i militanti del cosiddetto "gruppo reggiano", tra cui Alberto Franceschini, quelli del gruppo proveniente dall'Università di Trento, tra cui Renato Curcio e Margherita Cagol, e quelli del gruppo di operai e impiegati delle fabbriche milanesi Pirelli e SIT-Siemens.

Le prime "azioni" rivendicate come "Brigate Rosse" risalgono al 1970, e continuarono con il massimo dell'attività tra il 1977 e il 1980. Dopo una fase di cosiddetta "propaganda armata" con attentati dimostrativi all'interno delle fabbriche e sequestri di dirigenti industriali e magistrati, nel 1974-76 vennero arrestati o uccisi i principali brigatisti del gruppo iniziale. Da quel momento la direzione dell'organizzazione passò ai brigatisti nel nuovo Comitato Esecutivo in cui assunse un ruolo determinante Mario Moretti, che potenziarono notevolmente la capacità logistico-militare del gruppo, estendendo l'azione oltre che nelle città del nord anche a Roma e Napoli e moltiplicando gli attacchi sempre più cruenti contro politici, magistrati, industriali e forze dell'ordine.

Momenti culminanti dell'attività del gruppo furono l'agguato di via Fani e il sequestro Moro nella primavera 1978; con il drammatico rapimento di Aldo Moro le Brigate Rosse sembrarono in grado di influire in modo decisivo sull'equilibrio politico italiano e di poter sovvertire l'ordine democratico della Repubblica.

L'organizzazione entrò in crisi nei primi anni ottanta per il suo irreversibile isolamento all'interno della società italiana e venne progressivamente distrutta grazie alla crescente capacità di contrasto da parte delle forze dell'ordine ed anche grazie alla promulgazione di una legge dello Stato italiano che concedeva cospicui sconti di pena ai membri che avessero rivelato l'identità di altri terroristi. Nel 1987 Renato Curcio e Mario Moretti firmarono un documento in cui dichiaravano "conclusa" l'esperienza delle BR.

Secondo l'inchiesta di Sergio Zavoli La notte della Repubblica, dal 1974 (anno dei primi omicidi ad esse attribuiti) al 1988 le Brigate Rosse hanno rivendicato 86 omicidi: la maggior parte delle vittime era composta da agenti di Polizia e Carabinieri, magistrati e uomini politici. A questi vanno aggiunti i ferimenti, i sequestri di persona e le rapine compiute per "finanziare" l'organizzazione.

Renato Curcio ha calcolato che 911 persone siano state inquisite per avere fatto parte delle BR, alle quali vanno aggiunte altre 200-300 persone facenti parte dei vari gruppi armati che dalle BR si staccarono (Partito Comunista Combattente, Unità Comuniste Combattenti, "Partito Guerriglia", Colonna Walter Alasia).

La denominazione "Brigate Rosse" è ricomparsa, dopo anni di assenza, nel 1999, per rivendicare nuovi cruenti attentati nel periodo 1999-2003. In un comunicato emesso nel 2003 dalla Procura della Repubblica di Bologna l'organizzazione veniva considerata ancora attiva con nuovi componenti.

Il coordinamento di un certo numero di collettivi autonomi, nell'autunno del 1969 a Milano, prese il nome di Collettivo Politico Metropolitano (CPM), un movimento che raccoglieva tutte le idee in fermento della nuova sinistra di quel periodo. Il CPM raccolse decine di collettivi eterogenei composti da operai, cantanti, grafici, insegnanti, tecnici, attori e musicisti e lavorò sotto forma di centro politico-ricreativo-culturale fino al dicembre del '69, quando per le mutate condizioni politiche (la tensione generale dovuta alla strage di piazza Fontana) cessò l'attività e diede vita all'organizzazione extraparlamentare Sinistra Proletaria.

Tale organizzazione esprimeva alcune delle posizioni teoriche che saranno alla base della piattaforma ideologica brigatista: l'occupazione statunitense dell'Italia tramite le multinazionali si esprimeva con la collocazione al potere di una classe dirigente immutabile e non eliminabile per via pacifica tramite le elezioni. Sinistra Proletaria sarà l'organizzazione di riferimento per alcuni gruppi di operai e tecnici di due grossi stabilimenti produttivi milanesi, la Sit-Siemens e la Pirelli.

Ad essi si affiancarono studenti di diversa estrazione e sotto-proletari dei quartieri popolari di Milano (in particolare il Lorenteggio, Quarto Oggiaro e il Giambellino).Milano, quartiere del Lorenteggio, nella primavera del '70 appaiono dei volantini firmati Brigate Rosse, vi è disegnata una simmetrica stella a cinque punte; è nato un progetto di guerra civile, ma l'opinione pubblica non se ne accorge. Eppure il testo è esplicito: «L'autunno rosso è già cominciato, una scadenza di lotta decisiva nello scontro di potere Contro le istituzioni che amministrano il nostro sfruttamento  la parte più decisa e cosciente del proletariato in lotta ha già cominciato a combattere per costruire una nuova legalità, un nuovo potere ne sono esempi l'occupazione e la difesa delle case occupate come unico modo di avere finalmente la casa e l'apparizione di organizzazioni operaie autonome che indicano i primi momenti di autorganizzazione proletaria per combattere i padroni e i loro servi sul loro terreno, alla pari, con gli stessi mezzi che usano contro la classe operaia: diretti, selettivi, coperti». Non ci si allarma nemmeno il 14 Agosto, quando nello stabilimento della Sit-Siemens apparve un pacco di volantini ciclostilati il cui contenuto, aspro e provocatorio, illustrava delle situazioni aziendali mischiandole con insulti feroci rivolti a «dirigenti bastardi» e «capi reparto aguzzini». Otto giorni più tardi le Br si fanno ancora vive: un motociclista passando davanti allo stabilimento della Sit-Siemens lancia un centinaio di volantini, contenenti nomi, cognomi e indirizzi di dirigenti ed operai dell'azienda accusati di avere legami col padrone; questa volta l'invito ad agire era perentorio, le persone citate nel volantino «devono essere colpite dalla vendetta proletaria». Come racconta P. Peci: «il progetto, detto in due parole, era questo: prima fase, la propaganda armata. Bisognava far capire che in Italia c'era bisogno della lotta armata e che l'organizzazione era lì per farla. Infatti nei primi tempi il problema non era che si parlasse bene delle Brigate Rosse, ma che se ne parlasse. Seconda fase, quella dell'appoggio armato. Un numero sempre maggiore di persone, capito che l'unico sistema di cambiare era la lotta armata, si sarebbe unito a noi. Terza fase, la guerra civile e la vittoria». Alle parole ben presto seguirono i fatti. Il 17 Settembre in Via Moretto da Brescia a Milano, una rudimentale bomba incendiò il box dove teneva la macchina Giuseppe Leoni, direttore centrale del personale alla Sit-Siemens. Come racconta Franceschini, uno degli autori materiali dell'attentato: «scegliemmo lui perché i compagni della fabbrica avevano sempre quel nome sulle labbra. Ed era anche un democristiano, quindi un nemico naturale». L'azione venne rivendicata lasciando sul posto due strisce di carta con la scritta "Brigate Rosse", e qualche tempo più tardi con dei volantini lasciati nei bagni della fabbrica sui quali si leggevano anche altri nomi da colpire. Scenario assai simile si verificò alla Pirelli: prima apparvero dei volantini con una "lista di prescrizione", poi, il 27 Novembre, venne data alle fiamme l'auto di Ermanno Pellegrini, capo dei servizi di vigilanza dello stabilimento. La direzione reagì licenziando un ignaro operaio, tal Della Torre, ma di nuovo le Br ribatterono incendiando anche l'auto al capo del personale, e nel rivendicare questa azione misero in risalto l'inumanità del licenziamento, da parte della dirigenza Pirelli, di un "padre di famiglia e comandante partigiano". Questi primi episodi sono importanti, poiché delineano il contesto ideologico e operativo che era all'origine delle prime Br. E anche se al momento non ebbero alcuna eco - se non in fabbrica - poiché sembravano rientrare nella tensione che dopo l'autunno caldo accompagnò varie vertenze sindacali, esse dettero avvio alla fase della c.d. "propaganda". Come affermato dallo stesso Moretti: «le prime azioni delle Br non differivano molto dalle forme di lotta usate comunemente degli operai, quello che c'era di nuovo e dirompente però stava nel fatto che gli attentati venivano rivendicati, e la cosa cambiava radicalmente lo scenario, perché non è più la sporadica azione di un "arrabbiato", ma ci si trova di fronte ad un gruppo che si è organizzato». Le Br insistettero con attentati ed intimidazioni, la tattica per molto tempo non cambiò. Quel nome e quel simbolo vennero però alla ribalta sui mass media agli inizi del '71, e precisamente dopo che nella notte del 25 gennaio vennero collocate 8 bombe incendiarie sotto altrettanti autotreni fermi sulla pista di prova dello stabilimento Pirelli di Lainate (Milano), e tre degli 8 ordigni esplosero causando danni ingenti Questa volta la stampa nazionale dette rilievo all'accaduto, le Brigate Rosse sui giornali divennero sedicenti ed furono per la prima volta oggetto di un'indagine "più attenta" da parte della Polizia, tanto che, come affermato dall'allora Pubblico Ministero al tribunale di Milano Guido Viola: «le indagini portarono all'individuazione di alcuni responsabili tra i membri del CPM, tra i quali Curcio e Franceschini». A questo punto si inserisce la prima storia 'curiosa'. All'interno della Pirelli le prime Br hanno un fiancheggiatore "Raffaele", sindacalista e membro del consiglio di fabbrica. Stando al racconto dei terroristi fu proprio "Raffaele" a fornire tutte le indicazioni necessarie per l'attentato agli autotreni. All'improvviso però la collaborazione del brigatista irregolare "Raffaele" con le Br si interruppe bruscamente, a tal punto che le Br avevano perfino pensato di giustiziarlo; cos'era accaduto? Che Franceschini e soci avevano scoperto che in realtà egli era un confidente dell'Ufficio politico della Questura di Milano (cioè di quella che sarà poi la Digos). Insomma, le forze dell'ordine sapevano tutto ma...lasciavano fare. Parallelamente agli attentati, che si susseguivano regolarmente colpendo - come scrivevano gli stessi brigatisti nei loro ciclostilati - "capi, capetti e fascisti servi del padrone", le Br intensificarono la loro elaborazione di testi e volantini: analisi sempre più specifiche e dettagliate delle varie situazioni nelle fabbriche e nei quartieri popolari milanesi come Quarto Oggiaro divennero un appuntamento ricorrente per gli operai. Ricorda Franceschini che «allora potevamo andare tranquillamente e frequentare i compagni del Movimento. Andavo regolarmente sui marciapiedi della Pirelli per discutere con gli operai, Curcio lo facevano entrare alla FIAT con la tessera di un compagno il 25 Aprile del '72 a Lorenteggio tenemmo addirittura un comizio in piazza, armati, assieme a quelli di Pot. Op. C'era la solita "pantera" della Polizia, ma non ci degnarono della minima attenzione». Il 3 Marzo 1972 è una data da ricordare per un'altra azione, questa volta nel mirino dei brigatisti finì una persona, l'ing. Idalgo Macchiarini, dirigente alla Sit-Siemens. Le Br lo rapiscono per circa mezz'ora, periodo durante il quale il prigioniero venne fotografato con alcune pistole puntate ed un cartello con su scritto: «Brigate Rosse - Mordi e fuggi - Niente resterà impunito - Colpiscine uno per educarne cento - Tutto il potere al popolo armato». Il legame sentito, e volutamente manifestato, con i gruppi partigiani si palesò di nuovo quando alcuni giorni dopo la liberazione di Macchiarini le Br gli fecero recapitare l'orologio che egli aveva perso nel tentativo di divincolarsi, proprio come anni prima aveva fatto la Volante Rossa. Il clima generale nel paese rimase rovente durante tutto il 1972. L'11 Marzo a Milano, in una delle più violente manifestazioni di piazza che si ricordino, la città venne tenuta in stato d'assedio per delle ore, ed un attacco a base di bottiglie molotov venne scatenato contro il Corriere della Sera, considerato come perno del sistema borghese. Pochi giorni più tardi, il 15 Marzo, il cadavere di Giangiacomo Feltrinelli venne trovato da un contadino sotto un traliccio dell'alta tensione a Segrate, vicino Milano, con accanto alcune cariche di esplosivo ancora innescate; la morte dell'editore guerrigliero spezzò un altro lembo del tessuto di collaborazione tra democratici e movimentisti, interi segmenti di base delle formazioni extraparlamentari iniziarono una discussione sulla necessità della lotta armata. Dopo la morte di "Osvaldo", una parte dei militanti dei GAP confluì nelle Brigate Rosse, e lo stesso pensiero politico delle Br sembrò subire un'improvvisa e profonda accelerazione, una sterzata sicuramente influenzata anche dal clima repressivo in corso e dall'impressione suscitata dal "colpo di stato informale" avvenuto in Francia ad opera di De Gaulle. L'errore di fondo - poi riconosciuto a distanza di anni dagli stessi protagonisti - fu quello di credere che tutto il proletariato, come classe, sentisse quel clima repressivo nella stessa misura in cui lo sentivano gli ambienti della sinistra rivoluzionaria, che della repressione era il principale, costante obiettivo; un'analisi tutta ideologica che fece forse abbandonare alle Br la teorizzazione dei "tempi lunghi". Si noti come tra la fine del '72 e l'inizio del '73 intorno alle Br e al problema dello "spontaneismo armato" si accesero molte discussioni, ma non c'è dubbio che attorno al gruppo di Curcio si formò un'aura di romanticismo e diffusa simpatia, tanto da farli appellare da più parti come i "Robin Hood della classe operaia". Colpiva i militanti, ma anche settori operai di base, la loro competenza sui problemi della fabbrica, il loro fare «inchieste operaie» con metodi rapidi ed efficaci, l'uso limitato della violenza (fino al 1976 le Br non compiranno nessuna azione mortale, fatta salva l'uccisione di due fascisti a Padova in quello che loro stessi definirono un «incidente sul lavoro»), un linguaggio non ancora reso criptico dall'ideologia. Non stupisce più di tanto, quindi, che la base operaia accolse con divertita ironia la diffusione dei verbali dell'interrogatorio fatto ad Ettore Amerio, capo del personale alla FIAT di Torino, rapito e rilasciato a distanza di poche ore dalle Br, e nella più totale indifferenza lasciò il sindacalista Labate (della CISNAL, sindacato vicino al MSI) incatenato a un palo di fronte a Mirafiori, dove le stesse Br lo avevano lasciato dopo il suo sequestro, fino all'arrivo della Polizia. Come ha affermato Moretti nel suo libro: «sentivamo attorno non soltanto simpatia ma disponibilità». Ma nell'organizzazione di Curcio, Moretti e Franceschini era riuscita ad infiltrarsi, quasi da subito, una spia della DIGOS: Marco Pisetta, conosciuto da Curcio ai tempi dell'università a Trento e divenuto un habitué del movimento essendosi costruito un personaggio da ultra sinistra; grazie al suo arresto (il suo memoriale, che sosterrà essergli stato ispirato direttamente da uomini dei servizi segreti, fornirà una prima e importante fonte, anche cronologica, di dati sulla nascita della Br) il 2 Maggio '72 venne individuata la principale base milanese delle Br, in Via Boiardo. Pisetta fece nomi, date e località dell'attività brigatista, e nel covo vennero ritrovati archivi importanti, alcune armi e il passaporto di Feltrinelli; con facili appostamenti la Polizia arrestò 30 persone, la quasi totalità dei brigatisti. Moretti e Franceschini sfuggirono quasi per caso all'arresto; in quel momento i militanti "regolari" rimasti ancora in libertà erano appena dieci. Franceschini, a distanza di anni, ripensando all'accaduto dirà: «Quello di cui sono certo è questo: se volevano distruggerci, e distruggere l'esperienza delle Br, lo potevano fare già nel 1972. Quell'anno ci furono numerosi arresti, e se volevano ci potevano prendere tutti. Ma questo non è accaduto ». Curcio e compagni si resero conto che non era più possibile "giocare alla guerriglia", bisognava perfezionare la clandestinità, filtrare più severamente le nuove reclute per proteggere il gruppo dalle infiltrazioni, riorganizzare le Br abbandonando del tutto la c.d. semilegalità. Le forze superstiti si divisero, Franceschini e Mara Cagol si spostarono da Milano a Torino, ove i compagni della FIAT «ci fecero sapere con un lungo giro che intendevano mettersi in contatto con noi» e formarono la prima Colonna in Piemonte. Venne costituito il primo esecutivo formato da Moretti, Curcio, Franceschini e Morlacchi, e l'impostazione della nuova fase delle Br fu presentata in un documento affermando che: «La clandestinità è una condizione indispensabile per la sopravvivenza di un'organizzazione politico-militare offensiva che operi all'interno delle metropoli imperialiste oltre alla clandestinità assoluta, si presenta nella nostra esperienza una seconda condizione, in cui il militante, pur appartenendo all'organizzazione, opera all'interno del movimento ed è costretto ad apparire ed agire nelle forme politiche che il movimento assume nella legalità». Ad ogni modo, i brigatisti in quel momento sono pochi di numero, una pulce saltata sul toro infuriato del movimento operaio; ma recitavano una parte non troppo diversa da quella del sindacato: il sindacato cavalca lo spontaneismo operaio nel tentativo di incanalarlo nel riformismo, le Br nel tentativo di trasformarlo in lotta armata. Sul piano logistico, dopo gli arresti del '72 le Br si strutturarono dunque secondo criteri del tutto nuovi; a tale fine l'organizzazione - con i proventi delle rapine - acquistò vari immobili e li attrezzò come basi, intorno alle quali ruotava un numero limitato di persone incaricate di studiare le diverse realtà locali e raccogliere materiale informativo (fare le indagini, come le chiamavano i brigatisti), per elaborare le azioni. Accanto alle "Colonne" (organismi a carattere territoriale, articolate su varie "Brigate" e di cui facevano parte solo brigatisti regolari), si costituirono i "Fronti", con l'obbiettivo di centralizzare politicamente i vari settori di intervento. Si formarono anzi tutto il "Fronte logistico" (con specifica competenza in materia di reperimento di armi, basi, targhe automobilistiche, e di falsificazione di documenti) «al massimo erano composti da 5 persone, quasi completamente "irregolari"», e il "Fronte delle fabbriche"; tutto era nelle mani del nuovo organismo centrale, il già citato "Comitato Esecutivo", cui venne attribuito il compito di dirigere e coordinare l'attività dei fronti e delle colonne. «Per garantire la massima democraticità oltre all'esecutivo c'era un altro organismo che in pratica lo controlla, è la Direzione strategica, che si riuniva una massimo due volte l'anno e di cui facevano parte, più o meno, quasi tutti i brigatisti regolari». Nei primi 6 mesi del '73, il partito armato non portò a termine alcuna ulteriore azione, in quel periodo i brigatisti furono impegnati nella costituzione delle due colonne di Milano e Torino e nell'elaborazione del secondo documento teorico datato Gennaio '73 e pubblicato da Potere Operaio in Marzo. Il primo grande successo dal punto di vista pubblicitario le Brigate Rosse lo ottengono con il sequestro di Michele Mincuzzi il 28 Giugno dello stesso anno. Mincuzzi, dirigente dell'Alfa Romeo, è interrogato a lungo in un furgoncino e poi rilasciato ad Arese con addosso un cartello con su scritto: «Dirigente fascista dell'Alfa Romeo - processato dalle Brigate Rosse - niente resterà impunito - tutto il potere al popolo armato». Il Corriere della Sera uscì con un titolo a quattro colonne, l'Unità scrisse di una «banditesca organizzazione che agisce con metodi delinquenziali e il cui scopo è di alimentare la strategia della tensione». Ma un primo salto di qualità, una prima svolta evolutiva, per quello che riguarda le azioni, le Brigate Rosse la ebbero con il rapimento di Ettore Amerio, azione questa che si inserì perfettamente nell'ambito del clima di tensione comportato dalla "crisi energetica" di quell'anno e, soprattutto, in relazione ai licenziamenti fatti dalla FIAT «alla spicciolata ne butta fuori seicento», come ebbe a dire anni dopo Giorgio Semeria intervistato da G. Bocca. L'evoluzione stava nel fatto che per la prima volta le Br tennero in scacco le forze dell'ordine per otto giorni, periodo durante il quale non solo riuscirono a nascondere il cavalier Amerio, ma svolsero anche un'intensa attività di propaganda a Torino, Genova (dove attorno all'operaio Rocco Micaletto si era costituita una nuova colonna) all'Ansaldo e a Milano. Nel capoluogo lombardo, ai cancelli della Sit-Siemens, e a Porto Marghera, davanti a quelli del petrolchimico, vennero addirittura collocate due auto con altoparlanti che diffondevano comunicati brigatisti accompagnati dai canti dell'Internazionale e di Bandiera rossa. Franceschini in merito dice: «Il sequestro Amerio fu un successo, le richieste di incontrarsi con noi aumentarono, le brigate di fabbrica divennero nuclei sempre più vivi. Si rivolsero a noi anche compagni comunisti da sempre, quadri di base del PCI e del sindacato. Il partito si accorse finalmente che la sigla Br non poteva più essere presentata come quella di nemici della classe operaia  sapeva bene chi eravamo, che la maggioranza di noi proveniva dalle sue file». È da considerarsi anche il fatto che - come sostenuto da G. Galli - con il congresso di Rosolina (31 Maggio - 3 Giugno '73), Potere operaio si sciolse, e un notevole numero di suoi militanti affluì nelle Br; l'avvio di questo processo può spiegare l'ampiezza delle iniziative assunte in occasione del rapimento Amerio. Riassumendo, la situazione alla fine del 1973 era la seguente:

Le Br avevano agito con azioni dimostrative e di propaganda senza spargimenti di sangue; le azioni nelle fabbriche furono fittissime e funzionavano con l'appoggio, magari solo in termini di simpatia, di moltissimi operai. Erano realizzate secondo una logica da lotta operaia contro il padrone, e la lotta di massa non veniva mortificata e spazzata dalla lotta armata, ma irrobustita e, in qualche modo, esaltata.
Le forze di sicurezza erano attive, ma caute ritenendo di avere la situazione sotto controllo. E la situazione era veramente sotto controllo, infatti anche se dopo il confidente "Raffaele", anche il primo vero infiltrato era stato "bruciato", all'interno delle Br c'era sicuramente almeno un altro infiltrato, nome di battaglia "Rocco", di cui avremo occasione di parlare in seguito.
La sinistra extraparlamentare 'legale' presenta i militanti coinvolti nella lotta armata come delinquenti strumentalizzati, ma di fatto tollera l'intreccio tra illegalità diffusa e organizzazione clandestina.



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