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domenica 26 giugno 2016

IL CAPORALATO

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Il caporalato, nell'accezione originaria del termine, è un antichissimo sistema di organizzazione del lavoro agricolo temporaneo, svolto da braccianti inseriti in gruppi di lavoro (squadre) di dimensione variabile (da pochi individui a diverse centinaia). Esso si basa sulla capacità del "caporale" (che può essere un dipendente del proprietario del fondo agricolo oppure un operatore indipendente) di reperire la manodopera adatta, per le prestazioni della quale competono tutti gli imprenditori agricoli di una determinata zona, di condurla sul fondo e di dirigerla durante l'attività lavorativa.

Il caporale agisce, di fatto, come un vero e proprio mediatore di manodopera, che si fa anche carico di governarne l'attività secondo le richieste dell'imprenditore agricolo. Il caporale ingaggia per conto del proprietario i braccianti, stabilisce il loro compenso del quale tiene per sé una parte (che gli viene corrisposta o dal proprietario o dai braccianti reclutati).

Tuttavia in epoca contemporanea, a seguito del crollo dei prezzi agricoli (dovuto alla concorrenza internazionale ed al contestuale aumento del costo della manodopera), la pratica del caporalato è progressivamente degenerata, trasformandosi da lecito sistema di organizzazione del lavoro agricolo in un'attività volta all'elusione della disciplina sul lavoro, mirando allo sfruttamento a basso costo di manodopera che viene fatta lavorare abusivamente ed illegalmente a prezzi di solito assai inferiori rispetto a quelli del tariffario regolamentare e senza il versamento dei contributi previdenziali.

Il fenomeno è molto diffuso in Italia soprattutto nel mezzogiorno. Il caporalato è spesso collegato ad organizzazioni malavitose. Esso generalmente trova grande riscontro nelle fasce più deboli e disagiate della popolazione, ad esempio tra i lavoratori immigrati (come gli extracomunitari). Anche il Nord non è da meno, ogni anno infatti a Milano con l'avvicinarsi del Salone del Mobile, Rho diventa la maggior piazza del caporalato in città. Lo sfruttamento della manodopera a basso costo in agricoltura è prassi diffusa non solo nelle regioni del Sud, ma anche in Toscana, Emilia-Romagna, Piemonte, Lombardia e provincia di Bolzano.

Questa pratica è documentata nelle cronache: nel maggio del 1980 tre ragazze di Ceglie Messapica in Puglia perdono la vita in un autobus dei caporali. Il 17 luglio alcuni caporali tentano di investire dei lavoratori e dei sindacalisti di Villa Castelli durante una manifestazione contro il fenomeno, dopo aver rivolto nei loro confronti ripetute minacce di morte. Il 21 luglio sempre a Villa Castelli otto caporali armati di pistola aggredirono i sindacalisti della CGIL e assaltarono la sede locale del sindacato.

Il fenomeno del caporalato si è ancor più diffuso con i recenti movimenti migratori provenienti dall'Africa, dalla Penisola Balcanica, dall'Europa orientale e dall'Asia: infatti chi emigra clandestinamente nella speranza di migliorare la propria condizione finisce facilmente nelle mani di queste persone, che li riducono in condizioni di schiavitù e dipendenza. Nel gennaio 2010 i lavoratori extracomunitari di Rosarno in Calabria organizzano una serie di manifestazioni contro i caporali, la tensione sfocia in una escalation di violenza tra braccianti e abitanti del piccolo centro calabrese. Il 26 aprile 2010 sono arrestati a Rosarno 30 caporali, sfruttavano lavoratori extracomunitari che erano costretti a lavorare in condizioni disumane nei campi, raccogliendo agrumi coltivati nel rosarnese, con turni di lavoro pari a 15 ore al giorno, l'inchiesta ha consentito inoltre di fare luce su un sistema di truffe perpetrate ai danni degli enti previdenziali. Sul piano patrimoniale, sono stati sequestrati duecento terreni e venti aziende agricole per un valore complessivo di 10 milioni di euro. Il 5 giugno 2011 a Villa Castelli nell'ambito dell'operazione Little Castle dalla Guardia di Finanza sono sequestrati beni per un totale di un milione e mezzo di euro.

L'art. 12 del D.L. 13 agosto 2011, n. 138, convertito con modificazioni dalla legge 14 settembre 2011, n. 148 ha introdotto nel codice penale italiano il nuovo reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Le pene previste per i cosiddetti "caporali" sono la reclusione da cinque a otto anni e una multa da 1.000 a 2.000 € per ogni lavoratore coinvolto.

Inchieste giornalistiche del 2015 mostrano che il fenomeno continua ad aver diffusione anche nei confronti di donne italiane durante le campagne di raccolta dell'uva e delle fragole. I media hanno riportato, in un caso tragico che ha fatto scalpore che l'azienda pagava regolarmente l'agenzia di lavoro interinale, mentre alla lavoratrice arrivava una retribuzione enormemente inferiore.

Il governo ha annunciato il ricorso a strumenti normativi per punire gravemente, fino alla confisca dei beni, le aziende che utilizzano manodopera tramite il caporalato, mentre sui media si è sottolineato che il problema risiede principalmente nell'intermediazione, mascherata da forme solo in apparenza con una rispettabilità legale (false cooperative, filiali inquinate di agenzie di lavoro interinale).

Sono oltre 400 mila le vittime del caporalato in Italia. I nuovi schiavi passano intere giornate sotto il sole, curvi nei nostri campi per paghe da fame, minacciati e taglieggiati, costretti a vivere in condizioni disumane.

Un giro vite contro aziende e caporali dovrebbe arrivare con una nuova legge attualmente in discussione in Senato.



Dopo lo sciopero del 2011 dei braccianti agricoli alloggiati nel campo di Boncuri (Nardò – Le), in Italia è tornato a riaprirsi un dibattito pubblico sul tema del lavoro in agricoltura, soprattutto di quello stagionale; aspetto sicuramente positivo ma che rischia di avere le altre conseguenze quella di ridurre la complessità del tema trattato, selezionando e proponendo alla discussione pubblica solo alcuni aspetti del fenomeno e in questo modo favorendo la diffusione di un’immagine molto parziale della questione: è il caso di quanto sta avvenendo rispetto alla tematizzazione del rapporto intercorrente caporalato e sfruttamento lavorativo. Una tematizzazione che rischia di avere ricadute politiche, economiche e sociali non indifferenti.

Dal 2012 ad oggi, molte sono state le inchieste giornalistiche, le analisi socio-economiche, le pubblicazioni che hanno affrontato la questione del lavoro agricolo con un approccio che ha finito per far coincidere, per lo meno nell’immaginario pubblico, il fenomeno del caporalato con quello dello sfruttamento lavorativo in agricoltura. E questo non solo in ambito giornalistico, ma anche in parte della pubblicistica specialistica dedicata al tema e, soprattutto, nel dibattito politico ed istituzionale che di fatto negli ultimi anni si è limitato a discutere di interventi – tra l’altro ancora lontani dall’essere approvati – volti al solo contrasto del caporalato.

Per avere idea di quanto la questione del “caporalato” abbia fagocitato il dibattito sullo sfruttamento nel lavoro agricolo valga come esempio, per quanto grossolano, il seguente: cercando con Google i termini “caporalato agricoltura” il motore di ricerca trova 3.380 risultati, con le parole “sfruttamento agricoltura” le ricorrenze trovate sono solo 595. Stando al dibattito pubblico, sembrerebbe che le condizioni di grave sfruttamento che si riscontrano nell’ambito del lavoro agricolo, e in particolare dell’attività di raccolta stagionale, siano principalmente, se non esclusivamente, conseguenza dell’intermediazione irregolare tra domanda e offerta di lavoro. Sono pochi gli interventi, soprattutto tra quelli divulgati, rivolti quindi alla maggioranza degli interessati al tema, a sottolineare che il fenomeno dell’intermediazione irregolare tra domanda e offerta di lavoro prende forma all’interno di una specifica configurazione economica dove il sistema di reclutamento dei lavoratori garantito dal caporalato è semplicemente funzionale agli interessi delle imprese perché permette di avere accesso, in breve tempo e in maniera altamente flessibile, ad una massa di lavoratori che possono essere in questo modo reclutati esclusivamente sulla base delle esigenze datoriali. Il caporalato si configura quindi come un ‘servizio’ che l’economia informale fornisce alle imprese per mantenere basso il costo del lavoro e al contempo controllare e disciplinare la forza lavoro, in particolare i segmenti dotati di minore capacità e forza contrattuale. Non bisogna dimenticare che la vera forza del sistema del sistema del caporalato è, in primo luogo, l’assenza istituzionale. I cosiddetti caporali non fanno altro che colmare vuoti istituzionali mantenendo i contatti tra azienda e lavoratori – cosa che dovrebbe essere garantita da uffici pubblici attraverso le liste di prenotazione – e garantendo il trasporto dai luoghi di residenza e i luoghi di lavoro, favoriti in questo dall’abbandono e dall’isolamento spaziale e sociale determinato dalla condizione alloggiativa dei lavoratori costretti nei vari ghetti che, in linea teorica, non avrebbero ragione di esistere visto che le spese per l’alloggio per i lavoratori stagionali dovrebbero essere garantite per legge dai datori di lavoro.

Inoltre, nonostante il caporalato tenda ad essere rappresentato come un sistema omogeneo, il modo in cui prende forma a livello territoriale cambia, esistono diversi modelli che vanno dal “semplice” taglieggiamento delle paghe in cambio del servizio di trasporto e dell’ingaggio a forme di maggiore prepotenza e violenza, fino a quelle – in realtà non così diffuse come si penserebbe – riferibili alla riduzione in schiavitù.

Il caporalato è dunque solo uno degli elementi, importante ma solo accessorio, che concorre al mantenimento del sistema di sfruttamento e sospensione dei diritti che conosce l’attuale configurazione del lavoro agricolo nelle campagne dell’Europa mediterranea. In tutti i paesi dell’Europa mediterranea aumentano i ghetti, le tendopoli e i campi temporanei. Si tratta non solo di luoghi che nascono, nel disinteresse istituzionale, ai margini delle società e dei diritti, ma anche di luoghi creati proprio dalle stesse istituzioni, tappe obbligate delle traiettorie del lavoro stagionale agricolo, che costringono la vita dei soggetti ad un’eterna provvisorietà e ad un’indefinita transitorietà. Siamo di fronte ad una vera e propria ‘lagherizzazione’di un numero sempre crescente di cittadini ridotti ad ‘umanità eccedente’ costretta ad uno stato di eccezione permanente all’interno di spazi abietti.

Parlare di lavoro agricolo quindi equivale a parlare di un microcosmo sociale in cui si intersecano e si condizionano vicendevolmente dinamiche strettamente lavorative e più generali dinamiche politiche, economiche e sociali che sono esplicitate e amplificate perché il settore agricolo si situa al centro delle molteplici contraddizioni che caratterizzano la contemporaneità in quanto somma ed estremizza molte delle dinamiche che investono i mercati del lavoro e, più in generale, i sistemi produttivi dei paesi capitalisticamente avanzati. Tra le principali: quelle relative ai processi di precarizzazione della condizione lavorativa e il conseguente depauperamento del potere contrattuale dei lavoratori in generale e della forza lavoro migrante in particolare; quelle relative alle ricadute sul piano economico delle politiche migratorie; quelle relative ai processi di esclusione sociale; quelle innescate dalle filiere produttive e dai processi distributivi dei prodotti agricoli.

Se lo scenario qui tratteggiato ha ragion d’essere, non appare quindi casuale la grande enfasi data al tema del caporalato rispetto ai processi di sfruttamento in agricoltura. Non sorprende per esempio che sul piano politico il ministro dell’agricoltura dell’attuale governo, così come pure il viceministro allo sviluppo economico, siano impegnati in un’azione politica volta ad estendere (giustamente) il reato di intermediazione lavorativa illegale anche alle aziende agricole che se ne avvalgono, mentre poco, o meglio nulla, si dice e si fa, rispetto alle condizioni politiche, istituzionali, economiche e sociali, nelle quali prendono forma, tanto il caporalato (declinato nelle sue diverse forme), quanto, più in generale, i processi di sfruttamento in agricoltura. Non è casuale questa scelta per il governo che più di altri si sta contraddistinguendo per l’introduzione di politiche che precarizzano in maniera ancora più accentuata la condizione lavorativa, e il vergognoso jobs act non è che la punta dell’iceberg.

Oggi, sul piano dei rapporti lavorativi, la vera partita, in agricoltura ma non solo, va giocata sul terreno della lotta allo sfruttamento e su quello della lotta per i diritti. Un terreno su cui in Italia, in tanti, sono decisamente in ritardo. Insomma, fin quando la sacrosanta lotta contro il caporalato non sarà riportata all’interno di una lotta forte, capillare e incisiva per i diritti del lavoro, poco si otterrà. Gli interventi sul piano penale sono insufficienti e la lotta al caporalato sarà destinata ad essere del tutto vana se non si interviene normativamente potenziando gli strumenti di tutela dei diritti dei lavoratori e invertendo radicalmente la tendenza in atto da quasi un trentennio che seguita a mortificare il corpus di diritti sociali in materia di lavoro. Questa cosa, al momento, purtroppo, sembra non essere la prima preoccupazione di molti, sicuramente non è la prima preoccupazione dei ministri, né dei vari sottosegretari, né tantomeno del presidente del consiglio in carica e, cosa forse ancora più grave, non sembra essere la priorità delle organizzazioni che dovrebbero tutelare i diritti dei lavoratori.



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sabato 17 ottobre 2015

LA MALEDUCAZIONE



Sino a poco tempo fa -e per “poco tempo” intendiamo trent’anni circa- i rapporti tra gli  individui appartenenti alle varie fasce della società erano disciplinati da regole non scritte ma universalmente valide che miravano a sottolineare l’appartenenza dei soggetti protagonisti a determinati ruoli  dai quali non era facile staccarsi o a cui poteva far comodo rimanere legati come ad un’assicurazione che garantiva privilegi e meriti di carattere economico-sociale.

Sempre più spesso si levano voci di dissenso nei confronti di comportamenti che vorrebbero essere disinvolti e che invece denunciano un reale disagio  a causa della consapevolezza di trovarsi in una condizione che non si accetta  e che si tenta di ignorare rivolgendosi agli altri come ad esseri inferiori per sentirsi-erroneamente- gratificati e automaticamente promossi ad un livello giudicato superiore rispetto a quello del prossimo.

Comunemente, chi si rivolge ad un suo simile (a qualunque classe sociale appartenga e qualunque sia il suo ruolo, qualunque il suo sesso) in maniera scorretta ed arrogante, viene detto scortese, sgarbato, insolente, villano, cafone: in una parola, maleducato.

Ma nella parola “maleducato”, per la valenza che essa aveva in tempi passati, era implicito un giudizio negativo sulle capacità educative di chi aveva allevato sin dalla prima infanzia chi si era comportato male, e, nel far ciò, si liberava in certo qual modo il suddetto dalla totale responsabilità  di un comportamento asociale attribuendone l’onere ad altri.

Oggi non è necessario invocare responsabilità altrui nei comportamenti di individui  adulti e consapevoli: ci si può forse riferire alla famiglia quando si tratta di minori,  ma non lo si può certamente fare superata una certa età, che , data la precocità  dell’inserimento dei giovani nella parte attiva della società, si può stimare inizi tra i sedici e i diciotto anni al massimo.

E mentre prima  parlando di “maleducazione” ci si riferiva, seppure velatamente, alle origini sociali di soggetti che ignoravano le regole del vivere civile perché appartenevano a fasce inferiori della società che venivano ritenute comunemente incapaci di avere un comportamento urbano e di conoscere le buone maniere solitamente considerate appannaggio della “gente-bene”, ora purtroppo la scortesia è praticata indifferentemente  da chiunque e spesso mascherata da disinvoltura.

Non c’è bisogno di uscire dalle mura domestiche per cercare esempi di sgarbataggine se non addirittura di volgarità e villania.
Si confonde spesso, infatti, la familiarità con l’eccesso di confidenza e con la mancanza di rispetto.

E’ il caso del rapporto fra coniugi, allorquando, passato un certo tempo dal giorno delle nozze,ritenendo che lo stare sotto lo stesso tetto renda inutile qualsiasi forma di gentilezza e di cortesia nei confronti dell’altro, finisce col diventare un rapporto sbilanciato, dove il più debole, di solito la donna, viene trattato dall’altro come uno schiavo che deve occuparsi delle necessità primarie del consorte e della famiglia, quali  la pulizia della casa,la preparazione del cibo, la cura dei figli.

Il tutto senza mai una parola gentile di ringraziamento, anzi, spesso, subendo richieste esose e pressanti formulate con arroganza e senza tener conto delle condizioni e delle possibilità fisiche dell’altro.
Non di rado le separazioni coniugali avvengono anche per il desiderio di essere rispettati come persone e per  recuperare una dignità che appare conculcata dall’inciviltà del compagno della propria vita.

Qualcosa di simile avviene coi membri più anziani della famiglia, spesso emarginati, mal sopportati e trattati sgarbatamente mostrando apertamente di considerarli non graditi.

Quanto ai bambini, nei loro confronti si diramano messaggi apertamente  e nascostamente, che però i piccoli leggono  con uguale capacità di comprensione. Mentre infatti a parole si tenta di insegnare loro come comportarsi correttamente, con i fatti ci si comporta male e sarà sempre l’esempio concreto quello che insegnerà loro qualcosa, non le regole esposte verbalmente.

Il massimo della capacità di sopportazione è però necessario quando si viene a contatto con gli estranei, nei locali pubblici, sui mezzi di trasporto, negli uffici, sul posto di lavoro.



Sono tutte situazioni che ormai sono ampiamente note a chiunque: dal “mobing”, che spesso si esercita servendosi anche di maniere volgari e impositive, ai comandi espressi dai superiori  con arroganza, alle confidenze che si prendono i colleghi, al “tu” ingiustificato che ormai è entrato nell’uso comune nei rapporti anche con persone sconosciute o che s’incontrano per la prima volta, quasi a volere istituire subito una  forma d’intimità dalla quale può nascere poi qualsiasi tipo di rapporto.
E’ anche un segno di maleducazione mettere in difficoltà un/una collega rilevandone l’incapacità a svolgere un determinato lavoro davanti ai superiori cercando di trarne un vantaggio personale.

Dagli uffici alla strada il passo è breve: tutti ci ritroviamo ,se siamo al volante, ad aver attraversata la strada da un motorino che per poco non investiamo pur senza volerlo, o da una motocicletta che pretende di non restare, come gli automobilisti, bloccata nel traffico e che cerca di svignarsela salendo su un marciapiedi senza osservare i diritti dei pedoni.

Ma questo è niente di fronte al maleducato che posteggia la sua macchina in seconda fila davanti alla tua che hai sistemato faticosamente munendola dell’apposita scheda-orario e poi scompare lasciandoti ad aspettare che si degni di tornare per liberarti, oppure dinanzi ad un  automobilista che non solo ti sorpassa da destra , ma per giunta ti insulta perché a suo dire gli sbarri la strada, e se sei donna il complimento più gentile è un invito ad occuparti delle faccende domestiche anziché della guida di un’auto.
Abbiamo più volte sottolineato la cattiva educazione delle commesse nei negozi,che danno del tu a tutte le giovani-e meno giovani- che entrano per fare acquisti, o la scortesia delle infermiere degli ospedali e degli ospizi per anziani che si rivolgono ai loro pazienti come a dei bambini scemi chiamandoli “nonnetto, nonnetta” e dando sempre del tu, ammiccando tra loro per prendere in giro le persone che dovrebbero assistere con pietà e rispetto e che invece diventano lo zimbello del personale addetto all’assistenza e alle pulizie.

Maleducati sono quelli che, se tu stai aprendo una porta o un portone, ne approfittano ed entrano prima di te che resti a tenergli aperta la porta per non fargliela sbattere addosso  (e se lo meriterebbero) oppure quelli che hanno bussato a casa tua e quando tu apri entrano senza salutare proseguendo per l’interno della tua casa senza preoccuparsi di chiudere la porta.
Grossolani e villani sono quelli che parlano perennemente in modo sboccato per darsi delle arie, infilando una parolaccia ogni tre, bestemmiando senza risparmio ogni pie’ sospinto, senza preoccuparsi se ci siano d’intorno bambini a sentire.

Peggiore è la volgarità del mezzo televisivo, che lascia liberi attori e conduttori di abbandonarsi al turpiloquio, al massimo fingendo disappunto per qualche vocabolo  che sfugge al controllo.

Senza dubbio uno dei motivi per cui si è giunti alla totale mancanza di freni nei comportamenti della vita quotidiana odierna è stato il rifiuto globale dell’eccessiva quantità di precetti  educativi che la società del Novecento –erede peraltro di quella ottocentesca- imponeva  a tutti gli strati sociali, codificandone i rapporti con la stretta osservanza di regole  complesse, che  abbiamo in altra sede riconosciute come ereditate per molteplici e intricate vie dall’Inghilterra vittoriana.

Diversi avvenimenti di carattere storico, sociale e culturale hanno accelerato un processo che si potrebbe chiamare di destrutturazione ricostruttiva, se si ritiene che la progressiva sparizione delle regole  che fissavano i cardini del comportamento in società  sia stata o sarà in qualche modo sostituita da altri canoni  che caratterizzano le relazioni umane dei nostri giorni.

Le due guerre mondiali, la diffusione dell’equalitarismo facilitata dal propagarsi delle idee socialcomuniste, la sempre più estesa affermazione della mentalità americana che rispecchiava una realtà sociale costituita da individui di varia provenienza e condizione  (il ben noto “melting pot”), l’adozione pressoché universale dell’ ”american way of life”, e, per finire, la rivoluzione culturale del ’68 che aveva rifiutato negandolo il principio di autorità, furono tutti momenti decisivi per abbattere i paraventi di cui la società si circondava onde creare sottili divisioni ed argini al dilagare di comportamenti un po’  troppo spontanei e disinvolti che col passar del tempo sono diventati confidenziali ed eccessivamente incivili.



A ciò si è aggiunta l’eccessiva importanza che via via si è andata attribuendo alle nuove generazioni a discapito della generazione degli anziani, giudicati un peso dalla società perché ormai improduttivi dal punto di vista economico, e della generazione degli adulti che costituiva un freno all’espandersi incontrollato della presenza giovanile in tutti gli ambiti delle attività sociali e lavorative.

Un malinteso sistema educativo basato sull’assoluta libertà dei piccoli durante l’età evolutiva proveniente ancora una volta dagli USA e diffusosi nella seconda metà del Novecento ha avuto un relativo ma non indifferente influsso sulla decodificazione dei comportamenti all’interno e all’esterno della famiglia: lo stesso autore della teoria in proposito, il celebre dott. Spock, ha ritrattato le sue idee quando ha avuto l’occasione di verificarne l’insuccesso sul campo.

I mass-media, ma sopra tutto il cinema e la televisione, hanno fatto il resto, mettendo sotto gli occhi di tutti esempi concreti di volgarità, prepotenza, arroganza, sfrontatezza, insolenza, villania, e di tutti i sostantivi che possano rappresentare le infinite sfumature della maleducazione, a cui noi tutti assistiamo, resi impotenti dalla generale incapacità di reagire.

Secondo un sondaggio pubblicato da Le Figaro, il 65 per cento dei francesi ritiene che nel loro Paese si sia accentuata negli ultimi anni la mancanza di civismo, inteso in primo luogo come rispetto degli altri e delle norme che regolano la vita collettiva. Da italiani potremmo quasi interpretare un dato delgenere in senso positivo, come una sollecitazione a non buttarci troppo giù alla luce appunto del vecchio adagio «mal comune mezzo gaudio». Tanto più che sullo stesso giornale Luc Ferry, filosofo ed ex ministro dell’Educazione, riconduce la maleducazione generalizzata e la mancanza di civismo a una causa di fondo - la «decostruzione dei valori tradizionali e dell’autorità in nome dell’individualismo» - che non è specificamente francese o italiana. 

In realtà, proprio di fronte a processi del genere, abbiamo tutti la sensazione che, se effettivamente non interessano solo l’Italia, è vero però che da noi spesso assumono forme più accentuate e gravi, come se i virus di certe malattie sociali nel nostro Paese trovassero un terreno particolarmente favorevole. È probabile, nel caso specifico, che questo avvenga perché in Italia il patrimonio di cultura civica non è mai stato abbondantissimo, anzitutto per i tempi e i modi in cui si è formato lo Stato nazionale, come hanno osservato uno stuolo di storici e politologi, ma come pensavano già gli uomini 
del Risorgimento (a cominciare da d’Azeglio e dalle sue famose osservazioni sulla necessità di «fare gli italiani»). E tuttavia, a quei fattori di predisposizione alla malattia tante volte evocati, ha finito con l’aggiungersene almeno un altro. 
Vediamo come quotidianamente la politica dia un pessimo spettacolo di sé, mettendo in scena quella mancanza di rispetto dell’altro, quella lotta contro il «nemico», quella propensione a urlare più che a ragionare, che con la mancanza di civismo hanno evidentemente parecchio a che fare. E ci sono pochi dubbi sul fatto che il cattivo esempio fornito dai politici abbia conseguenze negative in una società democratica. 
Che i processi di livellamento verso il basso, di abbassamento qualitativo nelle aspirazioni e nei comportamenti, di conformistico adeguamento agli usi e costumi delle maggioranze (siano pure i peggiori) facciano intrinsecamente parte delle società democratiche lo scriveva Ortega y Gasset nella Ribellione delle masse del 1930. Ma già un secolo prima lo aveva osservato Tocqueville, con la sua acutissima percezione del futuro della democrazia. Tra ciò che poteva contrastare le tendenze negative della società democratica Tocqueville individuava anche la possibilità di far rivivere, trasformati, 
alcuni elementi di tipo aristocratico. Egli stesso nobile, riteneva infatti che l’aristocrazia avesse spesso saputo dar prova di quella dedizione all’interesse generale, di quella conservazione di valori slegati dalla ricerca del benessere materiale, di quel senso della misura che l’individualismo della società democratica tende a penalizzare. 




Per un tratto della sua storia - per tutto il cinquantennio liberale, ma anche per i primi decenni della Repubblica - la classe politica italiana ha avuto, forse inconsapevolmente o forse no, alcuni di quei comportamenti e caratteri «aristocratici». 

Non escluso il comunista Togliatti, il quale - come è noto - aveva modi e linguaggio tutt’altro che plebei. È rimasta famosa l’algida risposta che diede a un giovane militante il quale aveva osato rivolgersi a lui con il «tu»: «Quand’è - così pressa poco gli disse - che io e lei ci siamo conosciuti?». L’Italia povera e per molti aspetti arretrata di allora non può essere rimpianta. Ancor meno possono esserlo molte delle idee e dei programmi dei partiti dell’epoca (a cominciare da quelli del Pci di Togliatti). Ma non sarebbe male se i nostri politici riscoprissero almeno un po’ lo stile e i toni dei loro colleghi di cinquant’anni fa.


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