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domenica 11 settembre 2016

LE TORRI GEMELLE

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Le torri gemelle furono i due grattacieli che fecero diventare famosa Lower Manhattan. I due edifici furono inaugurati il 4 aprile 1973, avevano 110 piani ciascuno e superavano l'altezza di 415 m con una superficie occupata di 63,4 m × 63,4 m.

Nel 1960 fu istituita la Lower Manhattan Association presieduta da David Rockefeller, che ebbe l'idea di costruire il centro. Numerosi grattacieli furono costruiti nella Midtown. Lower Manhattan invece era stata esclusa fino a che David Rockefeller, grazie all'aiuto di suo fratello Nelson, riuscì a proporre che vi fosse edificato un Centro del commercio mondiale. Il progetto, costruzione e scavi inclusi, veniva a costare 335 milioni di dollari che furono forniti quasi interamente dall'autorità portuale di New York e New Jersey.

Nel marzo 1965, la Port Authority iniziò ad acquistare le proprietà situate sul sito del World Trade Center. In seguito, l'Ajax Wrecking e la Lumber Corporation vennero designate per i lavori di demolizione, che iniziarono il 12 marzo 1966 e che avevano come obiettivo la preparazione del sito per la costruzione del complesso.

La posa della prima pietra, con cui ebbe ufficialmente inizio la costruzione del World Trade Center, avvenne il 5 agosto 1966. Nel 1968 iniziò la costruzione della Torre Nord (WTC 1) e dei 4 edifici minori Marriott World Trade Center, WTC 4, WTC 5 e WTC 6. Nel 1969 due gru iniziavano la costruzione della Torre Sud (WTC 2) e un anno dopo il WTC 1 era completo con i suoi 417,5 m; nel 1971 fu completata anche la Torre Sud e contemporaneamente alla costruzione del World Financial Center, cominciò la costruzione dell'edificio WTC 7. Il complesso entrò subito a far parte della World Trade Centers Association come tutti i WTC presenti nel mondo.

Negli anni successivi alla costruzione dei grattacieli insorse la necessità di collocarvi una antenna televisiva. Fu deciso di posizionarla sulla cima della Torre Nord e il 110º piano dell'edificio fu occupato dal servizio pubblico di radio e televisione.

I due imponenti edifici, superando l'altezza di 381 m dell'Empire State Building, diventarono per pochi mesi i fabbricati più alti del mondo, prima di essere superati dalla Sears Tower di Chicago (443 m).

Al 107º piano della Torre Nord si trovava il ristorante Windows on the World (finestre sul mondo), noto per lo slogan "il ristorante più alto del mondo", che affacciava verso l'Empire State Building, mentre negli ultimi piani della Torre Sud era presente un osservatorio.

Oltre alle due Twin Towers, il complesso del World Trade Center comprendeva anche altri 5 edifici minori:
l'Hotel, identificato anche come WTC 3 era situato nella parte sud-ovest del complesso, esattamente tra le due Torri Gemelle. Costruito nel 1981 e rilevato dalla Marriott nel 1995, si sviluppava per 22 piani con 825 camere.
L'edificio WTC 4, composto da 9 piani e costruito nel 1975, era situato nell'angolo sud-orientale. In questo edificio avevano sede alcune compagnie governative.
L'edificio WTC 5, costruito insieme alle due Torri Gemelle nel 1972, aveva 9 piani ed era situato a nord-est del complesso. Era la sede del servizio doganale US Commodities Exchange ed era stato costruito sopra la stazione "World Trade Center" della metropolitana.
L'edificio WTC 6, anch'esso di 9 piani e altresì completato nel 1975, era la sede di alcune banche (tra le quali Deutsche Bank) e della U.S. Customs House.
L'ultimo edificio, il WTC 7, era un grattacielo di 47 piani che occupava il settore nord del complesso solo dal 1987. Era alto 186 metri ed il suo colore rosso granito lo diversificava dagli edifici circostanti. All'interno vi era il NYC Office of Emergency Management, centro emergenze della città di New York, voluto nel 1993 dall'ex sindaco della città Rudy Giuliani.
Nei sotterranei era presente anche un vasto centro commerciale, il World Trade Center Mall.
Questi edifici erano tutti collegati attraverso passaggi sopraelevati o sotterranei. Alcuni di questi passaggi mettevano in comunicazione il World Trade Center con i grattacieli del vicino complesso World Financial Center.

Negli anni successivi al completamento delle Torri Gemelle, vennero apportate una serie di modifiche strutturali per soddisfare le esigenze degli inquilini. Queste modifiche, che dovevano essere effettuate in conformità con il Tenant Alteration Review Manual della Port Authority e approvate dalla Port Authority stessa, includevano, per esempio, la realizzazione di nuove scale per collegare i vari piani occupati dagli stessi inquilini, ma anche il rinforzo delle travi d'acciaio nel nucleo per consentire carichi maggiori.

Alcune riparazioni vennero effettuate, invece, sui livelli più bassi della Torre Nord dopo l'attentato del febbraio 1993. I danni più gravi vennero riscontrati nei livelli B1, B2 e, in parte minore, anche nel livello B3; le colonne strutturali primarie non vennero danneggiate, ma le strutture secondarie subirono alcuni danni. I pavimenti che erano stati distrutti, dovevano anch'essi essere riparati; infatti, i diaframmi erano in pericolo di crollo, poiché i vari solai non fornivano più supporto contro le acque del fiume Hudson che premevano contro di essi dalla parte opposta. L'impianto di refrigerazione, situato nel livello B5, venne pesantemente danneggiato e sostituito con un impianto temporaneo per l'estate di quell'anno; anche l'impianto di allarme incendio doveva essere completamente sostituito; ci vollero diversi anni per completare la sostituzione, infatti, alcuni lavori erano ancora in corso nel settembre 2001.

In un ordinario giorno feriale al WTC erano presenti nelle due torri e nei 5 edifici minori, più di 50 000 persone che lavoravano, cui si deve aggiungere il contingente giornaliero dei più di 200 000 visitatori settimanali.

Il 13 febbraio del 1975 un vasto incendio interessò la Torre Nord. Originatesi all'undicesimo piano, le fiamme si propagarono anche ad alcuni piani superiori. L'incendio venne domato qualche ora dopo e non si registrarono significativi danni alla struttura. Sino a quel momento, il World Trade Center non era dotato di impianto antincendio automatico.

Il 26 febbraio 1993 il World Trade Center fu danneggiato gravemente alle fondamenta dall'esplosione di un furgone imbottito di circa 680 kg (1500 libbre) di esplosivo. L'esplosione fece sei vittime e provocò il ferimento di altre 1042 persone. Gli edifici interessati furono le Torri Gemelle (le quali furono danneggiate) e il Marriott World Trade Center (WTC 3). Tutti gli edifici circostanti furono comunque evacuati e tra il 1998 e il 1999 venne smantellata la cellula terroristica che aveva pianificato e attuato l'attacco.

Alle ore 8:45 della mattina dell'11 settembre 2001 due aerei di linea (della American e della United Airlines) si schiantarono, a distanza di 16 minuti e 29 secondi l'uno dall'altro, contro le due torri causandone l'incendio e la parziale distruzione di alcuni piani. Il collasso della struttura fu causato dal dilagare dell'incendio che provocò l'indebolimento della struttura portante in acciaio delle torri, già gravemente danneggiata dall'impatto aereo e dalla conseguente esplosione. Ogni materiale da costruzione presenta una certa tensione di snervamento, la massima tensione, cioè, che possono sostenere senza subire deformazioni permanenti. Nel caso specifico, il calore, sviluppatosi dalla combustione del carburante degli aerei successivamente all'impatto, provocò il collasso totale delle stesse abbassando drammaticamente il punto di snervamento dell'acciaio strutturale, pur ad una temperatura ben inferiore (circa 800 °C) al punto di fusione del materiale. Il drammatico evento è entrato, di fatto, a far parte della storia contemporanea degli Stati Uniti d'America. Le vittime dell'attentato alle torri, inclusi i passeggeri degli aerei ed esclusi i terroristi islamici, furono 2.749.

Gli attacchi terroristici portarono alla distruzione dell'intero complesso, compresi gli edifici minori.

Il WTC 3, nei suoi ultimi momenti, dopo essere stato completamente evacuato, venne usato dai pompieri e dalla polizia come entrata secondaria alle Torri Gemelle. A causa della sua posizione, metà dell'hotel crollò al momento del crollo della Torre Sud (9:59 circa), mentre l'altra metà fu schiacciata dal crollo della Torre Nord (10:28).

Gli edifici bassi WTC 4, 5 e 6, situati agli angoli della piazza, vennero investiti e incendiati dai detriti. L'edificio 4, a causa della sua estrema vicinanza alle Twin Towers, scomparve subito dopo il crollo della Torre Sud, mentre l'edificio 6 venne sventrato e destabilizzato dalla voragine formatasi sul suo tetto. Dell'edificio 5, invece, rimasero in piedi alcune parti, ma esso fu comunque eliminato tramite demolizione controllata nel 2002.



L'edificio 7 invece crollò completamente alle 17:21:10 di quel pomeriggio, dopo il collasso della penthouse est avvenuto alle 17:20:33, a seguito del cedimento di una colonna portante, innescato dalle conseguenze degli incendi divampati al suo interno, secondo quanto riportato nel rapporto tecnico del NIST emesso nel 2008.

La ricostruzione del World Trade Center è stata affidata all'architetto polacco-americano Daniel Libeskind e al suo Master Plan for the New World Trade Center. L'edificio di punta del New World Trade Center è la Freedom Tower, un edificio di 541 metri (cioè 1776 piedi, un riferimento simbolico alla data della rivoluzione americana e della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti). Il nuovo complesso è stato inaugurato il 3 novembre 2014.

Indipendentemente dal Master Plan e da Libeskind, si è ricostruito il WTC 7, la cui parte esterna è stata completata nel 2005, sebbene il nuovo edificio, architettonicamente, non abbia molto a che vedere con il vecchio.

Oggi, dove prima c'erano le torri, sono state create due fontane quadrate delle stesse dimensioni della base delle torri. Esse sono un monumento in ricordo delle vittime di quel giorno: su alcuni pannelli di bronzo ai lati delle fontane, infatti, sono incisi i nomi delle vittime.

Per quanto fossero collocate su un terreno fra i più appetibili e redditizi al mondo, dopo trent’anni i due edifici erano diventati decisamente obsoleti. Poichè ciascun piano era stato costruito come uno spazio aperto di oltre 4.000 metri quadrati, l’aumento dei costi energetici aveva reso i due edifici estremamente gravosi da riscaldare d’inverno, ed altrettanto gravosi da raffreddare d’estate. Il perimetro del WTC Plaza, inoltre, rappresentava un vero e proprio macigno nel mezzo della circolazione di Downtown Manhattan, una zona della città costruita all’inizio del secolo scorso, fatta tutta di strade lunghe e strette. I tassisti raccontavano che nell’ora di punta ci voleva più di un’ora solo per aggirare l’intero perimetro del World Trade Center.

Ma il problema più ingombrante per le Torri Gemelle era rappresentato dall’enorme quantità di amianto che contenevano. Costruite in un’epoca in cui l’amianto non era ancora proibito, questo composto fu usato sia per la protezione antincendio delle strutture in acciaio sia come isolante per le condutture dell’aria condizionata e dell’acqua.

Solo nei primi anni ’70 l’amianto iniziò ad essere riconosciuto come cancerogeno, ma a quel punto la costruzione delle Torri Gemelle era quasi terminata. Non è chiaro fino a che punto della costruzione sia stato usato, ne quale sia la quantità esatta di amianto utilizzato, ma le stime variano fra 400 e 5000 tonnellate complessive di amianto presenti nelle Torri Gemelle a costruzione ultimata.

Man mano che venivano introdotti i regolamenti contro l’amianto, la situazione per le Torri Gemelle si faceva sempre più difficile, finchè nel 1989 l’amianto fu definitivamente proibito in tutte le costruzioni civili. A quel punto si provò una soluzione di fortuna, incapsulando l’amianto delle Torri Gemelle con un cemento particolare, per evitare la dispersione nell’aria delle sue particelle.

Ma verso la metà degli anni ’90 i nuovi regolamenti prevedevano che dovunque si intervenisse per fare delle riparazioni o delle opere di manutenzione, l’amianto presente venisse rimosso per intero.

Nel frattempo, proprio a causa della sua pericolosità, il costo per la rimozione dell’amianto era diventato astronomico, poiché bisognava prima fare evacuare tutti i piani interessati, e poi utilizzare solo operatori specializzati, che dovevano lavorare esclusivamente con tute ermetiche e bombole di ossigeno.
Sul finire degli anni ’90 i preventivi per la rimozione completa e lo smaltimento dell’amianto delle Torri Gemelle arrivavano ad un miliardo di dollari – più o meno la cifra che sarebbe costato costruire una torre nuova.

Con una mossa disperata la Port Authority, proprietaria delle Torri Gemelle, denunciò le compagnie di assicurazione perchè si rifiutavano di coprire i costi della rimozione, ma alla fine di una lunga battaglia legale perse la causa.

A quel punto la Port Authority si trovò fra l’incudine e il martello: non si poteva più effettuare la manutenzione delle Torri Gemelle, per il costo della rimozione dell’amianto, ma non si potevano demolire proprio per le grandi quantità di amianto che contenevano. L’unica soluzione sarebbe stata di smontarle pezzo per pezzo, ma il costo di una tale operazione era semplicemente improponibile.

Fortuna volle che nella primavera del 2001 un imprenditore chiamato Larry Silverstein, già proprietario del Building 7, si sia offerto per rilevare la gestione delle Torri Gemelle con un lease di 99 anni.

In quel momento il valore sul mercato delle Twin Towers era di circa 1,2 miliardi di dollari, ma Silverstein pagò 3,2 miliardi pur di entare rapidamente in possesso di quello che lui ha definito “il sogno della sua vita”.

Nonostante la bomba del ‘93 avesse distrutto solo qualche piano all’interno della Torre Nord, nella nuova polizza assicurativa Silverstein fece aggiungere anche la possibilità di una distruzione completa delle torri per attacco terroristico.

Il mattino del 12 settembre Silverstein era talmente abbattuto per la perdita dei suoi “gioielli”, che andava dicendo a tutti di essere certo di poter incassare dall’assicurazione il doppio del massimale previsto – 7 miliardi invece di 3,5 - “perchè si è trattato di due attacchi terroristici separati”.

Alla fine della lunga battaglia legale, Silverstein ha preso 4,5 miliardi di dollari per ricostruire le Torri Gemelle, ritrovandosi in mano dieci ettari di un terreno edilizio fra i più ambiti e redditizi al mondo.

Nel frattempo l’amianto delle Torri Gemelle lo hanno respirato tutto i soccoritori che hanno lavorato alacremente per sgomberare il suo terreno dalla macerie, e che oggi stanno morendo a centinaia, falciati dal mesotelioma e da altre malattie respiratorie, nel silenzio più vergognoso della stampa di tutto il mondo.

Baba Vanga, morta nel 1996 all'età di 85 anni, ha dedicato oltre 50 anni alla chiaroveggenza. Si tratta di una donna non vedente, di origine bulgara, considerata una sorta di Nostradamus dei giorni nostri. Nel suo "ruolino di marcia" figurano una serie di previsioni drasticamente corrette. In primis gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2011 e lo tsunami del 2004.
Il problema è che, ora, riemerge una vecchia profezia della signora, che già si sta dimostrando fin troppo corretta. Baba Vanga diceva: "Nel 2016 si inasprirà la guerra dell'Occidente contro il mondo islamico. La fine si avrà soltanto nel 2043, quando verrà istituito un nuovo califfato che avrà Roma come suo epicentro". Secondo la signora - e lo affermava nei primi anni '90 - nel 2043 l'economia europea sarà soggetta alla legge di un nuovo califfato. Addirittura, nel 2066 la Capitale italiana, sotto il nemico musulmano, sarà bombardata dagli Usa con un'arma climatica.

Le Torri Gemelle furono scelte per l'ambientazione di numerosi film, tra cui I tre giorni del Condor, King Kong, Una poltrona per due, 1997: fuga da New York, Mamma, ho riperso l'aereo: mi sono smarrito a New York e Spider-Man. Di quest'ultimo film fu lanciato il primo trailer prima dell'11 settembre 2001, dove si vedevano dei criminali in elicottero intrappolati dalla ragnatela di Spider-Man proprio in mezzo alle Torri Gemelle. Poiché il film venne ultimato e distribuito dopo la tragedia dell'11 settembre 2001, il World Trade Center venne eliminato digitalmente in postproduzione.

Nel 1974, l'acrobata francese Philippe Petit passò da una torre all'altra camminando su un filo all'altezza di 417,5 metri senza sistemi di sicurezza (a questo evento è stato dedicato il film documentario Man on Wire - Un uomo tra le Torri) e tre anni dopo George Willig scalò la Torre Sud.

John Carta, pilota e paracadutista italo-americano, pioniere del Base jumping, soprannominato the Birdman, effettuò per primo un lancio con paracadute con atterraggio sulla piattaforma della Torre Sud il 10 settembre del 1981, dunque vent'anni e un giorno prima del tragico attentato.

Il World Trade Center è stato usato per girare due videoclip, prima dai Depeche Mode per Enjoy the Silence, nel 1990, e poi dai Limp Bizkit per Rollin' (Air Raid Vehicle), nel 2000; entrambi i gruppi nei loro rispettivi video suonano sulla cima della Torre Sud.


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sabato 7 maggio 2016

IL TERREMOTO DEL FRIULI



Alle 21,06 del 6 maggio 1976 un terremoto di 6,4 gradi Richter (pari al IX-X grado della scala Mercalli) sconvolge le province di Udine e Pordenone. Si contano 965 vittime (più 24 di un’altra scossa in settembre), 3 mila feriti e circa 200 mila senza tetto. Interi paesi come Trasaghis, Bordano, Osoppo, Venzone e Gemona vengono quasi completamente rasi al suolo. Le particolari condizioni del terreno (con il fenomeno della liquefazione delle sabbie) e la posizione dei paesi colpiti, molti in cima ad alture, amplificano gli effetti del sisma. La scossa viene avvertita in un’area vastissima, estesa a tutta l’Italia centro-settentrionale fino a Roma e a Torino, producendo danni anche in Austria meridionale e in Slovenia. L’epicentro viene identificato da alcuni studi nell’area del monte San Simeone, che da allora diventa per tutti i friulani il simbolo dell’Orcolat, l’orco tradizionalmente associato ai terremoti. Per la prima volta in Italia la tv segue da vicino e quasi in diretta l’evento, portando nelle case degli italiani le immagini della distruzione e della disperazione degli abitanti, acuita dal ripetersi delle scosse nei mesi successivi. L’8 maggio, a due giorni dal sisma, il Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia stanzia 10 miliardi di lire per l’assistenza e la ricostruzione, e il governo Andreotti affida a Giuseppe Zamberletti l’incarico di Commissario straordinario dei soccorsi e della gestione dei fondi, che risulterà ancora oggi un esempio ammirevole di risposta e reazione a una drammatica emergenza. Ci vorranno dieci anni per la ricostruzione completa, nel tentativo di riportare ognuno dei luoghi colpiti a com’era prima della tragedia, come ricorda nel 1998 Luigi Offeddu, inviato del Corriere della Sera, passeggiando per le strade di Gemona: «Gruppi di turisti fotografano il Duomo e passeggiano sotto i portici di via Bini. Duomo e portici che sembrano così com’erano prima del 6 maggio 1976, ma che invece l’Orcolat aveva frantumato, e che la gente ha ricostruito pezzo per pezzo secondo il procedimento chiamato anastilosi: raccogliere ogni pietra, numerarla, ricollocarla al suo posto. Ancora oggi, su alcune pietre dei portici si legge un numero. Ma quel numero, insieme a uno spezzone della chiesa della Madonna delle Grazie, è l’unica traccia che ricordi il passaggio dell’orco».

Nonostante una lunga serie di scosse di assestamento, che continuò per diversi mesi, la ricostruzione fu rapida e completa.

L'8 maggio, a due giorni dal sisma, il Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia stanziò con effetto immediato 10 miliardi di lire (40 milioni di euro del 2012).

Il Governo Andreotti III nominò il 15 settembre Giuseppe Zamberletti Commissario straordinario del Governo incaricato del coordinamento dei soccorsi. Gli fu concessa carta bianca, salvo approvazione a consuntivo, che regolarmente il Parlamento approvò. In collaborazione con le Amministrazioni locali, i fondi statali destinati alla ricostruzione furono gestiti direttamente da Zamberletti assieme al governo regionale del Friuli Venezia Giulia. Circa 40.000 sfollati passarono l'inverno sulla costa adriatica, per rientrare tutti entro il 31 marzo 1980 in villaggi prefabbricati costruiti nei rispettivi paesi. La ricostruzione totale durò 10 anni.

Finito il mandato di Zamberletti, il governo regionale del Friuli Venezia Giulia, grazie ad un'attenta ed efficiente gestione delle risorse, poté, nell'arco di circa dieci anni ricostruire interi paesi. Ancora oggi il modo in cui venne gestito il dramma post-terremoto, viene ricordato come un alto esempio di efficienza e serietà.

Il conto dei contributi statali per la ricostruzione del Friuli ammontava a 12.905 miliardi di lire a fine 1995 (circa 9 miliardi di euro del 2010); secondo altre fonti, a 29.000 miliardi di lire (una ventina di miliardi di euro). Il motore della ricostruzione fu assicurato da 500 miliardi di lire destinati alla ripresa economica, mentre il resto dei fondi fu affidato in gestione alle amministrazioni locali, che effettuarono controlli efficaci e rigorosi sugli standard di ricostruzione.

L'amministrazione degli Stati Uniti d'America contribui' con una grossa somma di denaro alla ricostruzione del Friuli Venezia Giulia direttamente nelle mani dell' Associazione Nazionale degli Alpini, e non nelle mani del Governo Italiano di cui non si fidava. (fonte Giornali dell'epoca).

Il disastro diede inoltre un importante impulso alla formazione della protezione civile.

A costo di espropriare tutte le case del centro storico per poterlo dichiarare opera pubblica e ricostruirlo pezzo per pezzo, numerando ogni pietra e rimettendola al suo posto. “L’idea condivisa, da subito, fu che il cittadino aprendo la finestra avrebbe dovuto vedere lo stesso scorcio di montagne, lo stesso panorama che vedeva prima”, ricorda Giuseppe Zamberletti. “Nelson Rockefeller, il vicepresidente degli Stati Uniti, venne in visita a metà maggio. Era stupito, mi disse: “Davvero volete ricostruire lì sul cocuzzolo, sulla dorsale della montagna? Perché non portate tutti giù a Palmanova e fate delle belle strade larghe e dritte…?”. Zamberletti, oggi cittadino onorario del Friuli, fu nominato commissario straordinario per il coordinamento dei soccorsi il 7 maggio, “all’ora di colazione”. Il presidente del Consiglio Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, di cui era sottosegretario, lo chiamarono a Udine dopo aver visto quel poco che restava tra Gemona, Venzone, Buja e Majano, il quadrilatero in cui si concentrò la maggior parte dei 989 morti. I Comuni colpiti dalla scossa delle 21:06 6 maggio 1976, 6,4 della scala Richter, furono in tutto 137. Circa 80mila gli sfollati. Ma l’Orcolat, l’orco della Carnia che nel folclore friulano scatena i terremoti, non si era ancora riaddormentato.

A settembre il colpo finale. Il 15 settembre a Venzone venne giù anche il campanile. La sera del 6 maggio, quando gran parte del duomo gotico consacrato nel 1338 era andata distrutta, aveva resistito. Ma le repliche di fine estate, forti quasi come quella di primavera, lo ridussero a un cumulo di pietre. In tutto il Friuli nuovi crolli, giù le case ancora agibili e quelle che i proprietari avevano appena riparato dicendosi: “Fasin di bessôi”, facciamo da soli. “Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto. La fine di quello che c’era è una cosa accaduta in un tempo già lontano. È cominciata un‘altra cosa”, aveva annotato il poeta e scrittore Gianni Rodari, meravigliato, nel reportage per Paese Sera. “Ma il sisma di settembre completò la distruzione e soprattutto annullò tutto il lavoro di recupero che era stato fatto durante i mesi estivi”, dice Ivano Benvenuti, che allora aveva 32 anni e da meno di uno era sindaco di Gemona, il comune più vicino all’epicentro, dove si contarono 400 morti.
Con i muri, quel settembre, crollarono anche le speranze delle decine di migliaia di persone che da mesi vivevano nelle tende (40mila quelle spedite d’urgenza dagli Stati Uniti nella base aerea di Aviano) e a quel punto vennero sfollate sulla costa. Poteva essere la resa, invece fu allora che si mise in moto davvero il “modello Friuli”. I pilastri: decentramento delle decisioni, reinsediamento della popolazione, ricostruzione “com’era e dov’era”.



Il decentramento fu deciso fin da subito. Moro il 12 maggio concesse un’ampia delega al governatore Dc Antonio Comelli, che creò una Segreteria generale straordinaria. Da lì passarono tutte le decisioni sulle opere di riparazione e ricostruzione, lì si scrissero i “listini prezzi” e i disciplinari unificati per evitare speculazioni e si preparò il rendiconto finale. Fu quindi la Regione a gestire insieme a Zamberletti i 10 miliardi di lire stanziati dal consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia a due giorni dal sisma e i soldi che arrivarono poi dallo Stato sia per la ricostruzione sia per la ripresa economica e culturale: nel 1978, per esempio, quei fondi hanno finanziato la nascita dell’università di Udine. Il conto finale, stando ai dati dell’ufficio studi della Camera, è ammontato a 18,5 miliardi di euro a valori del 2014.

A settembre Zamberletti, che aveva lasciato l’incarico a luglio perché l’emergenza sembrava finita, fu richiamato dal nuovo governo Andreotti. Che gli diede carta bianca: “L’articolo che stabiliva i miei poteri lo scrisse personalmente Cossiga e diceva: “Il commissario agisce in deroga a tutte le leggi ivi comprese quelle sulla contabilità generale dello Stato””. Il commissario, a sua volta, investì di quei poteri i sindaci: “Ero convinto che non dovessero essere solo “sindacalisti” della popolazione. Diventarono funzionari delegati, a capo di un centro di comando unificato con a disposizione reparti delle Forze armate, del Genio civile e dei Vigili del Fuoco e la responsabilità di gestire gli appalti prima per i prefabbricati e poi per la ricostruzione. Il “miracolo” del Friuli, che non si è potuto replicare in Irpinia sia per l’ampiezza del territorio colpito sia perché lì mancava la tradizione asburgica dei Comuni friulani, è nato da qui. Dal fatto che furono gli amministratori più vicini ai cittadini a guidare e finanziare la ripartenza. In più la regione dimostrò capacità esemplari”.

Hanno aiutato anche le migliaia di volontari arrivati da tutta Italia. E il fatto che nel Nord Est ci fosse all’epoca gran parte delle forze armate nazionali: “Più di 20mila uomini, a cui da subito si unirono un battaglione del Genio della Germania federale e gruppi specializzati delle forze armate francesi. In Irpinia non c’erano uomini, non c’erano caserme…ricordo che il capo di Stato maggiore Rambaldi diceva che andare sulle montagne della Basilicata era come andare in Albania”. Fu dopo i terremoti del Friuli e dell’Irpinia che si iniziò a parlare della necessità di un coordinamento delle attività di prevenzione e gestione dei disastri. Nel 1982 nacque il ministero per il coordinamento della Protezione civile, guidato per tre volte da Zamberletti, e nel 1992 fu istituito a Palazzo Chigi il dipartimento della Protezione civile.

“Venzone era monumento nazionale”, ricorda Antonio Sacchetto, all’epoca 36enne e primo di cittadino da nemmeno un anno. “Per ricostruirla com’era e dov’era, velocemente e in modo efficiente, non si poteva aspettare che i proprietari dei palazzi si mettessero d’accordo. Ne parlai con Egidio Ariosto, il ministro dei Beni culturali, e lui mi disse: “Possiamo rifarla, a condizione che diventi opera pubblica. Tutto il centro storico, comprese le case, deve diventare del Comune”. Non c’era altro modo, era l’unica strada. Così mi presi quella responsabilità: espropriare la casa a chi magari era andato a lavorare all’estero per costruirsela. Togliere la casa ai friulani…”.

Una volta ricostruito, negli anni Ottanta, si riassegnò. “Ma la legge stabiliva che a ogni nucleo famigliare fosse attribuito un certo numero di metri cubi, a prescindere dal fatto che prima non avesse nulla o possedesse un intero palazzo. C’era solo il diritto di prelazione per chi voleva ricomprare. Certo, non tutti erano d’accordo. Ci sono state proteste, a chi prima aveva tutta una casa non stava bene ricevere un piccolo appartamento. Ho anche ricevuto denunce, perché i decreti di esproprio li firmava il sindaco. Ma abbiamo rimesso in piedi Venzone. Solo le frazioni Carnia e Portis sono state spostate, perché la montagna continuava a franarci sopra”. Quanto al tessuto economico, anche la ripartenza della produzione ha seguito lo stesso fil rouge della ricostruzione dei muri: dov’era, com’era. “La priorità era rimettere in piedi prima le fabbriche, perché la popolazione non dovesse abbandonare i propri paesi per l’assenza di prospettive di occupazione”, spiega Benvenuti.
Il Duomo di Venzone è, insieme a quello di Gemona, il simbolo della ricostruzione per anastilosi, cioè con i pezzi originali rimessi al loro posto uno per uno. “Tra maggio e settembre si fece il rilievo fotogrammetrico. Le pietre, quasi 10mila, furono recuperate e conservate. Nel 1982 iniziò la catalogazione: ogni pietra fu contrassegnata con una lettera che indicava a quale lato della costruzione era appartenuta e un numero progressivo in rosso”, rievoca l’architetto Alessandra Quendolo, che lavorava nell’ufficio tecnico della Fabriceria del Duomo, il cui progetto di ricostruzione nel 1986 fu scelto dalla Soprintendenza. “A quel punto confrontammo le pietre con le foto per capire a quali elementi architettonici appartenevano. Analizzammo anche la lavorazione, le finiture e lo stato di usura, perché per esempio una pietra esposta a nord si rovina di più rispetto a una della parte sud, la cappella del rosario aveva molte pietre lavorate a scalpello… Mano a mano, quando trovavamo la corrispondenza segnavamo sui nostri schizzi il codice della pietra. Nel 1988 partì il cantiere. Nel 1995 il Duomo è stato ufficialmente riconsegnato alla città”.

“Recuperammo e numerammo quasi 10mila pietre per rimetterle al loro posto una per una”
Identico a prima? “No, non è identico. Si è scelto di lasciare visibile la differenza tra la parte non crollata, che è stata deformata dal sisma, e quella ricomposta. I segni del trauma rimangono”. E i segni restano, oltre che sulle persone, anche sulla trama del territorio. Sulla viabilità, rivoluzionata dall’autostrada per l’Austria e da tutte quelle rotatorie che prima non esistevano.

Tra le tende e il ritorno nelle case ricostruite sono passati più di dieci anni: solo nella seconda metà degli Ottanta i friulani hanno lasciato i prefabbricati. Nel settembre 1976, in vista dell’inverno, oltre 30mila persone furono trasferite sulla costa, da Grado a Venezia passando per Lignano, Bibione e Jesolo. Altri andarono a Ravascletto, nell’Alta Carnia. “Requisimmo fino al marzo dell’anno dopo tutte le case di villeggiatura, riconoscendo ai proprietari un affitto deciso dall’ufficio erariale”, spiega Zamberletti. “Negli appartamenti sistemammo le famiglie, distribuendole in dipartimenti in modo da tenere vicini gli abitanti dello stesso Comune e le scolaresche. Gli anziani non autosufficienti furono invece ospitati negli alberghi, che ricevevano una retta a persona”. Ci fu poi chi non chiese aiuto e preferì pagare di tasca sua.

Ma serviva una soluzione anche per gli agricoltori e allevatori, i tecnici e tutte le 15mila persone che per lavoro non potevano spostarsi dalle zone terremotate. “Pensai alle roulotte. Ma il ministro delle Finanze mi aveva chiesto di cercare di ridurre le spese e in fondo sarebbero state usate solo per qualche mese. Allora chiesi ai prefetti di tutta Italia di requisire tutte le roulotte non utilizzate. Ne arrivarono in Friuli più di 5mila, in colonne guidate dai presidenti delle Regioni. Fui sommerso dalle critiche, avevo contro tutti. Ma a marzo, quando le radunammo a Campoformido per restituirle, i proprietari le trovarono in perfette condizioni. E in ognuna i terremotati avevano lasciato un mazzo di fiori“.
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