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sabato 7 maggio 2016

IL TERREMOTO DEL FRIULI



Alle 21,06 del 6 maggio 1976 un terremoto di 6,4 gradi Richter (pari al IX-X grado della scala Mercalli) sconvolge le province di Udine e Pordenone. Si contano 965 vittime (più 24 di un’altra scossa in settembre), 3 mila feriti e circa 200 mila senza tetto. Interi paesi come Trasaghis, Bordano, Osoppo, Venzone e Gemona vengono quasi completamente rasi al suolo. Le particolari condizioni del terreno (con il fenomeno della liquefazione delle sabbie) e la posizione dei paesi colpiti, molti in cima ad alture, amplificano gli effetti del sisma. La scossa viene avvertita in un’area vastissima, estesa a tutta l’Italia centro-settentrionale fino a Roma e a Torino, producendo danni anche in Austria meridionale e in Slovenia. L’epicentro viene identificato da alcuni studi nell’area del monte San Simeone, che da allora diventa per tutti i friulani il simbolo dell’Orcolat, l’orco tradizionalmente associato ai terremoti. Per la prima volta in Italia la tv segue da vicino e quasi in diretta l’evento, portando nelle case degli italiani le immagini della distruzione e della disperazione degli abitanti, acuita dal ripetersi delle scosse nei mesi successivi. L’8 maggio, a due giorni dal sisma, il Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia stanzia 10 miliardi di lire per l’assistenza e la ricostruzione, e il governo Andreotti affida a Giuseppe Zamberletti l’incarico di Commissario straordinario dei soccorsi e della gestione dei fondi, che risulterà ancora oggi un esempio ammirevole di risposta e reazione a una drammatica emergenza. Ci vorranno dieci anni per la ricostruzione completa, nel tentativo di riportare ognuno dei luoghi colpiti a com’era prima della tragedia, come ricorda nel 1998 Luigi Offeddu, inviato del Corriere della Sera, passeggiando per le strade di Gemona: «Gruppi di turisti fotografano il Duomo e passeggiano sotto i portici di via Bini. Duomo e portici che sembrano così com’erano prima del 6 maggio 1976, ma che invece l’Orcolat aveva frantumato, e che la gente ha ricostruito pezzo per pezzo secondo il procedimento chiamato anastilosi: raccogliere ogni pietra, numerarla, ricollocarla al suo posto. Ancora oggi, su alcune pietre dei portici si legge un numero. Ma quel numero, insieme a uno spezzone della chiesa della Madonna delle Grazie, è l’unica traccia che ricordi il passaggio dell’orco».

Nonostante una lunga serie di scosse di assestamento, che continuò per diversi mesi, la ricostruzione fu rapida e completa.

L'8 maggio, a due giorni dal sisma, il Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia stanziò con effetto immediato 10 miliardi di lire (40 milioni di euro del 2012).

Il Governo Andreotti III nominò il 15 settembre Giuseppe Zamberletti Commissario straordinario del Governo incaricato del coordinamento dei soccorsi. Gli fu concessa carta bianca, salvo approvazione a consuntivo, che regolarmente il Parlamento approvò. In collaborazione con le Amministrazioni locali, i fondi statali destinati alla ricostruzione furono gestiti direttamente da Zamberletti assieme al governo regionale del Friuli Venezia Giulia. Circa 40.000 sfollati passarono l'inverno sulla costa adriatica, per rientrare tutti entro il 31 marzo 1980 in villaggi prefabbricati costruiti nei rispettivi paesi. La ricostruzione totale durò 10 anni.

Finito il mandato di Zamberletti, il governo regionale del Friuli Venezia Giulia, grazie ad un'attenta ed efficiente gestione delle risorse, poté, nell'arco di circa dieci anni ricostruire interi paesi. Ancora oggi il modo in cui venne gestito il dramma post-terremoto, viene ricordato come un alto esempio di efficienza e serietà.

Il conto dei contributi statali per la ricostruzione del Friuli ammontava a 12.905 miliardi di lire a fine 1995 (circa 9 miliardi di euro del 2010); secondo altre fonti, a 29.000 miliardi di lire (una ventina di miliardi di euro). Il motore della ricostruzione fu assicurato da 500 miliardi di lire destinati alla ripresa economica, mentre il resto dei fondi fu affidato in gestione alle amministrazioni locali, che effettuarono controlli efficaci e rigorosi sugli standard di ricostruzione.

L'amministrazione degli Stati Uniti d'America contribui' con una grossa somma di denaro alla ricostruzione del Friuli Venezia Giulia direttamente nelle mani dell' Associazione Nazionale degli Alpini, e non nelle mani del Governo Italiano di cui non si fidava. (fonte Giornali dell'epoca).

Il disastro diede inoltre un importante impulso alla formazione della protezione civile.

A costo di espropriare tutte le case del centro storico per poterlo dichiarare opera pubblica e ricostruirlo pezzo per pezzo, numerando ogni pietra e rimettendola al suo posto. “L’idea condivisa, da subito, fu che il cittadino aprendo la finestra avrebbe dovuto vedere lo stesso scorcio di montagne, lo stesso panorama che vedeva prima”, ricorda Giuseppe Zamberletti. “Nelson Rockefeller, il vicepresidente degli Stati Uniti, venne in visita a metà maggio. Era stupito, mi disse: “Davvero volete ricostruire lì sul cocuzzolo, sulla dorsale della montagna? Perché non portate tutti giù a Palmanova e fate delle belle strade larghe e dritte…?”. Zamberletti, oggi cittadino onorario del Friuli, fu nominato commissario straordinario per il coordinamento dei soccorsi il 7 maggio, “all’ora di colazione”. Il presidente del Consiglio Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, di cui era sottosegretario, lo chiamarono a Udine dopo aver visto quel poco che restava tra Gemona, Venzone, Buja e Majano, il quadrilatero in cui si concentrò la maggior parte dei 989 morti. I Comuni colpiti dalla scossa delle 21:06 6 maggio 1976, 6,4 della scala Richter, furono in tutto 137. Circa 80mila gli sfollati. Ma l’Orcolat, l’orco della Carnia che nel folclore friulano scatena i terremoti, non si era ancora riaddormentato.

A settembre il colpo finale. Il 15 settembre a Venzone venne giù anche il campanile. La sera del 6 maggio, quando gran parte del duomo gotico consacrato nel 1338 era andata distrutta, aveva resistito. Ma le repliche di fine estate, forti quasi come quella di primavera, lo ridussero a un cumulo di pietre. In tutto il Friuli nuovi crolli, giù le case ancora agibili e quelle che i proprietari avevano appena riparato dicendosi: “Fasin di bessôi”, facciamo da soli. “Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto. La fine di quello che c’era è una cosa accaduta in un tempo già lontano. È cominciata un‘altra cosa”, aveva annotato il poeta e scrittore Gianni Rodari, meravigliato, nel reportage per Paese Sera. “Ma il sisma di settembre completò la distruzione e soprattutto annullò tutto il lavoro di recupero che era stato fatto durante i mesi estivi”, dice Ivano Benvenuti, che allora aveva 32 anni e da meno di uno era sindaco di Gemona, il comune più vicino all’epicentro, dove si contarono 400 morti.
Con i muri, quel settembre, crollarono anche le speranze delle decine di migliaia di persone che da mesi vivevano nelle tende (40mila quelle spedite d’urgenza dagli Stati Uniti nella base aerea di Aviano) e a quel punto vennero sfollate sulla costa. Poteva essere la resa, invece fu allora che si mise in moto davvero il “modello Friuli”. I pilastri: decentramento delle decisioni, reinsediamento della popolazione, ricostruzione “com’era e dov’era”.



Il decentramento fu deciso fin da subito. Moro il 12 maggio concesse un’ampia delega al governatore Dc Antonio Comelli, che creò una Segreteria generale straordinaria. Da lì passarono tutte le decisioni sulle opere di riparazione e ricostruzione, lì si scrissero i “listini prezzi” e i disciplinari unificati per evitare speculazioni e si preparò il rendiconto finale. Fu quindi la Regione a gestire insieme a Zamberletti i 10 miliardi di lire stanziati dal consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia a due giorni dal sisma e i soldi che arrivarono poi dallo Stato sia per la ricostruzione sia per la ripresa economica e culturale: nel 1978, per esempio, quei fondi hanno finanziato la nascita dell’università di Udine. Il conto finale, stando ai dati dell’ufficio studi della Camera, è ammontato a 18,5 miliardi di euro a valori del 2014.

A settembre Zamberletti, che aveva lasciato l’incarico a luglio perché l’emergenza sembrava finita, fu richiamato dal nuovo governo Andreotti. Che gli diede carta bianca: “L’articolo che stabiliva i miei poteri lo scrisse personalmente Cossiga e diceva: “Il commissario agisce in deroga a tutte le leggi ivi comprese quelle sulla contabilità generale dello Stato””. Il commissario, a sua volta, investì di quei poteri i sindaci: “Ero convinto che non dovessero essere solo “sindacalisti” della popolazione. Diventarono funzionari delegati, a capo di un centro di comando unificato con a disposizione reparti delle Forze armate, del Genio civile e dei Vigili del Fuoco e la responsabilità di gestire gli appalti prima per i prefabbricati e poi per la ricostruzione. Il “miracolo” del Friuli, che non si è potuto replicare in Irpinia sia per l’ampiezza del territorio colpito sia perché lì mancava la tradizione asburgica dei Comuni friulani, è nato da qui. Dal fatto che furono gli amministratori più vicini ai cittadini a guidare e finanziare la ripartenza. In più la regione dimostrò capacità esemplari”.

Hanno aiutato anche le migliaia di volontari arrivati da tutta Italia. E il fatto che nel Nord Est ci fosse all’epoca gran parte delle forze armate nazionali: “Più di 20mila uomini, a cui da subito si unirono un battaglione del Genio della Germania federale e gruppi specializzati delle forze armate francesi. In Irpinia non c’erano uomini, non c’erano caserme…ricordo che il capo di Stato maggiore Rambaldi diceva che andare sulle montagne della Basilicata era come andare in Albania”. Fu dopo i terremoti del Friuli e dell’Irpinia che si iniziò a parlare della necessità di un coordinamento delle attività di prevenzione e gestione dei disastri. Nel 1982 nacque il ministero per il coordinamento della Protezione civile, guidato per tre volte da Zamberletti, e nel 1992 fu istituito a Palazzo Chigi il dipartimento della Protezione civile.

“Venzone era monumento nazionale”, ricorda Antonio Sacchetto, all’epoca 36enne e primo di cittadino da nemmeno un anno. “Per ricostruirla com’era e dov’era, velocemente e in modo efficiente, non si poteva aspettare che i proprietari dei palazzi si mettessero d’accordo. Ne parlai con Egidio Ariosto, il ministro dei Beni culturali, e lui mi disse: “Possiamo rifarla, a condizione che diventi opera pubblica. Tutto il centro storico, comprese le case, deve diventare del Comune”. Non c’era altro modo, era l’unica strada. Così mi presi quella responsabilità: espropriare la casa a chi magari era andato a lavorare all’estero per costruirsela. Togliere la casa ai friulani…”.

Una volta ricostruito, negli anni Ottanta, si riassegnò. “Ma la legge stabiliva che a ogni nucleo famigliare fosse attribuito un certo numero di metri cubi, a prescindere dal fatto che prima non avesse nulla o possedesse un intero palazzo. C’era solo il diritto di prelazione per chi voleva ricomprare. Certo, non tutti erano d’accordo. Ci sono state proteste, a chi prima aveva tutta una casa non stava bene ricevere un piccolo appartamento. Ho anche ricevuto denunce, perché i decreti di esproprio li firmava il sindaco. Ma abbiamo rimesso in piedi Venzone. Solo le frazioni Carnia e Portis sono state spostate, perché la montagna continuava a franarci sopra”. Quanto al tessuto economico, anche la ripartenza della produzione ha seguito lo stesso fil rouge della ricostruzione dei muri: dov’era, com’era. “La priorità era rimettere in piedi prima le fabbriche, perché la popolazione non dovesse abbandonare i propri paesi per l’assenza di prospettive di occupazione”, spiega Benvenuti.
Il Duomo di Venzone è, insieme a quello di Gemona, il simbolo della ricostruzione per anastilosi, cioè con i pezzi originali rimessi al loro posto uno per uno. “Tra maggio e settembre si fece il rilievo fotogrammetrico. Le pietre, quasi 10mila, furono recuperate e conservate. Nel 1982 iniziò la catalogazione: ogni pietra fu contrassegnata con una lettera che indicava a quale lato della costruzione era appartenuta e un numero progressivo in rosso”, rievoca l’architetto Alessandra Quendolo, che lavorava nell’ufficio tecnico della Fabriceria del Duomo, il cui progetto di ricostruzione nel 1986 fu scelto dalla Soprintendenza. “A quel punto confrontammo le pietre con le foto per capire a quali elementi architettonici appartenevano. Analizzammo anche la lavorazione, le finiture e lo stato di usura, perché per esempio una pietra esposta a nord si rovina di più rispetto a una della parte sud, la cappella del rosario aveva molte pietre lavorate a scalpello… Mano a mano, quando trovavamo la corrispondenza segnavamo sui nostri schizzi il codice della pietra. Nel 1988 partì il cantiere. Nel 1995 il Duomo è stato ufficialmente riconsegnato alla città”.

“Recuperammo e numerammo quasi 10mila pietre per rimetterle al loro posto una per una”
Identico a prima? “No, non è identico. Si è scelto di lasciare visibile la differenza tra la parte non crollata, che è stata deformata dal sisma, e quella ricomposta. I segni del trauma rimangono”. E i segni restano, oltre che sulle persone, anche sulla trama del territorio. Sulla viabilità, rivoluzionata dall’autostrada per l’Austria e da tutte quelle rotatorie che prima non esistevano.

Tra le tende e il ritorno nelle case ricostruite sono passati più di dieci anni: solo nella seconda metà degli Ottanta i friulani hanno lasciato i prefabbricati. Nel settembre 1976, in vista dell’inverno, oltre 30mila persone furono trasferite sulla costa, da Grado a Venezia passando per Lignano, Bibione e Jesolo. Altri andarono a Ravascletto, nell’Alta Carnia. “Requisimmo fino al marzo dell’anno dopo tutte le case di villeggiatura, riconoscendo ai proprietari un affitto deciso dall’ufficio erariale”, spiega Zamberletti. “Negli appartamenti sistemammo le famiglie, distribuendole in dipartimenti in modo da tenere vicini gli abitanti dello stesso Comune e le scolaresche. Gli anziani non autosufficienti furono invece ospitati negli alberghi, che ricevevano una retta a persona”. Ci fu poi chi non chiese aiuto e preferì pagare di tasca sua.

Ma serviva una soluzione anche per gli agricoltori e allevatori, i tecnici e tutte le 15mila persone che per lavoro non potevano spostarsi dalle zone terremotate. “Pensai alle roulotte. Ma il ministro delle Finanze mi aveva chiesto di cercare di ridurre le spese e in fondo sarebbero state usate solo per qualche mese. Allora chiesi ai prefetti di tutta Italia di requisire tutte le roulotte non utilizzate. Ne arrivarono in Friuli più di 5mila, in colonne guidate dai presidenti delle Regioni. Fui sommerso dalle critiche, avevo contro tutti. Ma a marzo, quando le radunammo a Campoformido per restituirle, i proprietari le trovarono in perfette condizioni. E in ognuna i terremotati avevano lasciato un mazzo di fiori“.
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martedì 15 settembre 2015

IMMIGRATI e COSTO Sociale



C’è chi parla di “esodo biblico”, chi di “invasione”, chi dice che l’unico modo per fermarli è chiudere gli accessi via mare. Ma qual è la reale entità del fenomeno? Siamo di fronte a un’emergenza? E qual è la situazione a livello europeo?

Sono 23 mila le persone sbarcate in Italia nel primo quadrimestre del 2015 (dato aggiornato al 15 aprile) un dato sostanzialmente in linea con quello dello scorso anno. Anzi in calo: nello stesso periodo del 2014 erano arrivati 26.735 migranti. A differenza dello scorso anno, però, gli arrivi massicci si sono concentrati in un’unica settimana: dal 7 al 15 aprile, infatti, sono arrivate circa diecimila persone. Negli stessi giorni si sono verificati i due naufragi, che hanno portato la cifra delle vittime del mare a 1.700 dall’inizio dell’anno: un numero mai registrato prima. Se guardiamo ai numeri, dunque, ad aumentare davvero non sono gli arrivi ma i migranti morti nel tentativo di raggiungere le nostre coste: passati dai 17 dei primi mesi del 2014 ai 1.700 dei primi mesi del 2015.

Delle oltre 170 mila persone sbarcate sulle coste italiane nel 2014, solo un terzo ha ricevuto accoglienza nel nostro paese. Secondo i dati del ministero dell’Interno nel 2014 sono in tutto 66.066 le persone ospitate nelle strutture temporanee, nei Cara e nei centri Sprar. Nei primi mesi del 2015 il loro numero è salito a 68mila. Un numero in linea anche con il dato sulle domande d’asilo e protezione internazionale presentate nel nostro paese: 64.886 in tutto nel 2014.
A fare domanda sono soprattutto afghani, maliani e persone provenienti dall’Africa sub sahariana. Tra le nazionalità maggiormente rappresentate non compaiono né la Siria, né l’Eritrea, che sono, invece, i primi due Paesi di origine dei 170.757 migranti arrivati in Italia lo scorso anno (rispettivamente 39.651 e 33.559 persone). Questo perché, come sostiene anche l’ultimo rapporto del Centro Astalli, l’Italia è sempre più considerata dai migranti un paese di “transito”. Stando ai numeri per ora non c’è “un’emergenza accoglienza”, tanto che il ministero dell’Interno non parla di un piano straordinario, quanto piuttosto di una redistribuzione del numero di migranti tra le regioni (tra quelle del Sud che da sole accolgono quasi il 50 per cento di coloro che arrivano e quelle del nord). Ad essere aumentati saranno piuttosto i posti per la primissima accoglienza (tra le ipotesi c’è anche quella di creare tendopoli e tensostrutture) ma anche i progetti Sprar, da cui oggi sono interessati solo 500 comuni su ottomila e i posti per i minori non accompagnati.

Il costo medio per l’accoglienza di un richiedente asilo o rifugiato è di 35 euro al giorno. Un importo non definito per decreto, ma da una valutazione sui costi di gestione dei centri di accoglienza. Soldi, però, che non finiscono in tasca ai migranti ma che vengono erogati alle cooperative, di cui i comuni si avvalgono per la gestione dell’accoglienza. E che servono a coprire le spese di gestione e manutenzione, ma anche a pagare lo stipendio degli operatori che ci lavorano. Della somma complessiva solo 2,5 euro in media, il cosiddetto pocket money, è la cifra che viene data ai migranti per le piccole spese quotidiane (dalle ricariche telefoniche per chiamare i parenti lontani, alle sigarette, alle piccole necessità come comprarsi una bottiglia d’acqua o un caffè). Una volta sbarcati, i migranti vengono accolti nei centri per la prima accoglienza, che di solito si trovano nelle vicinanze dei porti dove arrivano. Da qui vengono poi smistati nei centri per migranti o richiedenti asilo, presenti sul territorio nazionale. In assenza di posti sul territorio i prefetti si rivolgono anche a strutture alberghiere che, soprattutto in bassa stagione, danno la loro disponibilità ad ospitare persone (sono i cosiddetti Cas, centri per l’accoglienza straordinaria). Questo tipo di gestione straordinaria ed emergenziale, è stata molto spesso criticata da chi si occupa dei diritti dei richiedenti asilo perché improvvisata e, dunque, in molti casi non in grado di rispettare gli standard minimi di accoglienza.



Sono state 626 mila le persone che hanno fatto richiesta d’asilo in Europa nel 2014, 191 mila in più rispetto al 2013 (+44 per cento) secondo le cifre fornite da Eurostat a marzo 2015. L’Italia è il terzo paese in termini di domande ricevute, dopo Germania e Svezia. A registrare il numero più alto di migranti accolti sono i tedeschi, con una cifra che è pari a un terzo del totale (202.700), seguiti dagli svedesi con 81.200 (il 13 percento) e per l’appunto da noi italiani, insieme ai francesi. L’Ungheria, che ha ricevuto 42.800 richieste d’asilo (il 7 percento di tutta l’Ue) si colloca al quinto posto. Se si prende in esame, però, il rapporto tra richiedenti asilo e popolazione totale: la media Ue è di 1,2 richiedenti asilo ogni mille abitanti. L’Italia si colloca leggermente al di sotto con 1 rifugiato ogni mille abitanti. In Svezia il numero sale a 8,4 ogni mille abitanti, in Ungheria a 4,3, in Austria a 3,3 e in Germania a 2,5.
A livello mondiale, poi, il numero più alto di richiedenti asilo è accolto nei paesi in via di sviluppo. Alla fine del 2013, in questi paesi hanno trovato accoglienza 10,1 milioni di persone, equivalenti all’86 per cento dei rifugiati del mondo, il valore più alto degli ultimi 22 anni. I paesi in assoluto meno sviluppati (come Pakistan, Etiopia, Sud Sudan e Kenya) hanno da soli provveduto a dare asilo a 2,8 milioni di rifugiati, corrispondenti al 24 per cento del totale mondiale, come sottolinea l’ultimo Rapporto sulla protezione internazionale del 2014.

Quella via mare è solo una delle rotte utilizzate dai migranti per raggiungere l’Europa. Senza contare che il grosso dell’immigrazione, in Italia e in Europa, è costituito da migranti comunitari che arrivano via terra, semplicemente prendendo un autobus o un aereo, anche l’immigrazione extra Ue è un fenomeno che si snoda secondo diverse direttrici. Secondo l’ultimo rapporto di Frontex, ad aprile sono 23mila le persone arrivate via mare, a fronte delle 34mila che hanno scelto la terraferma, attraverso la rotta dei Balcani occidentali, per raggiungere la Slovenia e l’Ungheria e poi giungere in Germania o in un altro paese del Nord dell’Europa. Cresce anche la rotta del Mediterraneo orientale, dove al 15 aprile i passaggi sono stati 17.628, il 241 per cento in più del 2013.

Non sempre gli scafisti sono anche trafficanti di uomini. In molti casi sono reclutati tra le file dei profughi, tra quelli che hanno un minimo di esperienza di navigazione. In cambio di un viaggio gratis, accettano di mettersi alla guida dei barconi, senza sapere se arriveranno a destinazione, accettando il rischio di un’imputazione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. “Su di loro non si può generalizzare - spiega don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habescia - I veri scafisti e trafficanti non vogliono rischiare più e mandano avanti  dei disperati. Spesso nigeriani, eritrei, etiopi o somali”. (ec)

Dalle Primavere arabe ad oggi i confini geopolitici nell’area del Vicino e Medio Oriente hanno subito una alterazione in termini di transitabilità territoriale. Si guardi al fenomeno dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL o ISIS), e alla sua facilità nel muoversi da uno Stato nazione all’altro superando i confini internazionali.

La permeabilità delle frontiere internazionali nell’area mediorientale ha trovato un elemento di accensione nei movimenti sociali, culturali, ideologici, che nati dall’esigenza di una dignità sociale hanno generato la crisi di governi nazionali, fino a quel momento preservati da uno status quo avallato dalle potenze esterne all’area come garanzia di equilibro regionale. Dalla fine del 2010 sullo scacchiere mediorientale si gioca la partita che modificherà gli assetti geopolitici regionali, definita da alcuni analisti  “nuova guerra fredda regionale araba”, con inevitabili ripercussioni sul panorama internazionale.

La Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia e l’effetto a cascata in Egitto, Libia e Yemen, anticipato dalle elezioni iraniane del 2009, ha evidenziato il coinvolgimento anche di Stati non arabi nelle manifestazioni di piazza, il cui orizzonte era dar voce alla propria coscienza sociale senza strumentalizzare la confessione. Le motivazioni portate nelle piazze avevano un’identità sociale non religiosa.

L’immigrazione sulle nostre coste ha lasciato emergere contraddizioni e debolezze della politica europea, da un lato volta a controllare le frontiere esterne, dall’altro a consentire la libera circolazione all’interno degli Stati dell’Unione.


Le frontiere esterne regolate dall’Accordo UE/Dublino III, che demanda allo Stato di primo asilo il ruolo di destinatario a cui rivolgere la richiesta di protezione internazionale, conferisce all’Italia l’esclusività nella gestione dell’accoglienza, e la Direttiva/51/CE per il controllo delle frontiere interne all’area Schengen, che potrebbe costituire un valido strumento di contrasto alle organizzazioni criminali fautrici dell’immigrazione via mare, non è applicabile alla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato.

L’Italia è il paese più esposto ad affrontare una situazione di emergenza generata dalla recrudescenza del fenomeno dell’immigrazione clandestina. E l’assenza di un quadro comunitario volto a collaborare, amplifica le difficoltà.

Dal 2013 il Resettlement Program/UE ha l’obbiettivo di “reinsediare” i rifugiati in aree cuscinetto intorno alle aree di crisi (Vicino e Medio Oriente) con un finanziamento da parte della Commissione Europea a supporto del FER (Fondo europeo per rifugiati) fino ad un massimo di 10.000 euro per rifugiato. Il Programma non ha riscontrato efficacia sul contenimento dell’immigrazione clandestina sia per la mancata partecipazione di tutti gli Stati membri dell’Unione, sia per la sua natura di programma volontario che richiede la cooperazione degli Stati di destinazione.

La fine di Mare Nostrum – missione militare e umanitaria con lo scopo di soccorrere i migranti fino al confine delle acque territoriali libiche – e l’introduzione dell’operazione Triton con l’obbiettivo di controllare le frontiere esterne nel Mediterraneo entro un raggio di 30 miglia, ha sottoposto l’Italia a dura prova  di fronte all’emergenza immigrazione.

E il piano elaborato dal Consiglio Europeo, potenziando in termini economici l’operazione Triton da 3 a 9 mln di euro al mese, anche agli occhi delle Nazioni Unite è risultato mancante per aver difeso l’identità militare senza assurgere ad un carattere umanitario, lasciando inalterati i confini territoriali entro i quali si svolge il monitoraggio delle acque europee.

L’assenza di un interlocutore istituzionale aumenta le difficoltà di convogliare verso la soluzione al problema dell’immigrazione clandestina.  La Libia rappresenta il punto da cui partire ma attualmente coesistono due governi, uno a Tripoli non riconosciuto dalla comunità internazionale e l’altro legittimo a Tobruk.

Un Paese ponte tra il Sahara e le coste mediterranee, dove il transito di esseri umani avviene in totale assenza di un controllo governativo, se non da parte di gruppi che si contendono il dominio sui territori interni di passaggio.

La geopolitica delle frontiere non è l’unico quadrante di una scacchiera destinata a mutare ulteriormente. Entra in gioco la geopolitica degli idrocarburi, l’Italia importa dalla Libia il 24% di gas e 27 % di petrolio.  E la geopolitica delle comunicazioni, con il transito di dati che dalla Sicilia passa per Tripoli e arriva oltreoceano. Mazara del Vallo è il cable landing point più importante d’Italia. Da qui transitano le comunicazioni globali, dati –  internet – telefonia,  di 9 importanti cavi sottomarini di fibre ottiche.

Lo scenario futuro dipenderà in maniera significativa dalle azioni del presente, dal ruolo che svolgerà l’Unione Europea e l’Italia in primis, nel nuovo ordine che si delineerà entro i confini del Vicino e Medio Oriente.
A oggi il fenomeno-immigrazione, affrontato spesso anche in Italia con pregiudizi ideologici o moralistici. Due i rischi che si corrono e tra loro opposti: da un lato il “buonismo” di chi vorrebbe far passare tutti, dall’altro la chiusura pregiudiziale di chi sostiene che non ci sono risorse sufficienti per gli italiani. Ci sarebbe una terza prospettiva, poco praticata: quella di valutare cosa rappresenti oggi l’immigrazione per l’Italia, quale peso economico e sociale abbiano gli immigrati regolari, quanto spazio ci sia nel mondo del lavoro per eventuali nuovi arrivi o l’accoglienza di coloro che fuggono dalle guerre e persecuzioni (Siria, paesi sub-sahariani, Eritrea ecc.).

Andando alla ricerca di dati e riscontri, si scopre anzitutto che gli italiani posseggono una percezione alquanto distorta sul peso e ruolo degli immigrati. Il Cisf (Centro internazionale studi famiglia) diretto da Francesco Belletti, ha sviluppato una ricerca dal titolo “Le famiglie di fronte alle sfide dell’immigrazione”, intervistando 4mila persone. Emerge che il 52% è d’accordo sul fatto che gli immigrati sono necessari per fare il lavoro che gli italiani non vogliono più fare, l’80% ritiene che se c’è poco lavoro gli italiani dovrebbero avere la precedenza, il 47% pensa che i figli di immigrati (più prolifici di noi) sono essenziali per compensare le nostre nascite sempre più scarse. E ancora il 78% dice che le case popolari andrebbero date per primi agli italiani; il 58% ritiene che i matrimoni misti producano maggiori conflitti e problemi; il 73% pensa però che le unioni miste favoriscano l’integrazione culturale e il 71% che il ricongiungimento culturale crei integrazione sociale. Il campione analizzato dal Cisf vede un 35,5% di “ostili” agli immigrati, un 35,3% di “problematici” e solo un 29,2% di “aperti”. Se oltre il 70% degli italiani hanno forti dubbi sull’immigrazione, il recente progetto “Integra. Famiglie in azione per una società interculturale”, condotto dal Forum famiglie in 7 regioni, ha mostrato che laddove si attuano concrete azioni di sensibilizzazione e dialogo, cambiano gli atteggiamenti sia degli italiani sia degli immigrati. Ma il percorso è lungo e difficile.

Dalla ricerca della Fondazione Leone Moressa, diretta dal prof. Stefano Solari, economista dell’università di Padova, emerge che sul totale di circa 5 milioni di stranieri presenti sul suolo italiano i contribuenti sono ben 3,5 milioni e hanno dichiarato 44,7 miliardi di euro, pari al 5,6% del totale dei redditi. In media ciascuno di loro ha dichiarato 12.930 euro, quasi 7.500 in meno della media italiana. Gli imprenditori stranieri sono oltre 600mila, l’8,2% del totale delle imprese italiane (per lo più piccole imprese commerciali e di servizio con pochissimi addetti) che producono il 6,1% del valore aggiunto nazionale (pari a 85,6 miliardi). Gli stranieri hanno intestate 2,8 milioni di auto e danno allo Stato un gettito pro-capite di 300 euro di sole imposte sui trasporti (840 milioni l’anno). I contributi Inps sono il 4,2% del totale per oltre 9 miliardi di euro, che sommati al gettito fiscale rappresenta un totale di 16,5 miliardi che entrano nelle casse pubbliche. Il calcolo della Fondazione Leone Moressa è che a fronte di questi 16,5 miliardi in entrata, lo Stato spenda per loro 12,6 miliardi (sanità 3,7; scuola 3,5; giustizia 1,8; trasferimenti economici, 1,6; servizi sociali, 0,6; casa 0,4) con uno sbilancio a favore dello Stato di 3,9 miliardi.

Visti questi dati, ci si chiede quale sia il reale grado di “pericolosità” degli immigrati rispetto ai conti pubblici e alla tenuta sociale del paese. Per le pensioni, ad esempio, versano 7,5 miliardi e ne ricevono “solo” 600 milioni, cioè di fatto pagano le pensioni agli italiani anziani. Quanto alle tasse abbiamo visto come contribuiscano per quasi 8 miliardi. I loro figli sono il 15% del totale e tengono alto il tasso demografico che, altrimenti – come nota il demografo Gian Carlo Blangiardo – “vedrebbe l’Italia condannata all’estinzione”. Sono dei grossi lavoratori, questo sì, in quanto pur essendo poco più del 7% della popolazione, “occupano” il 10,5% dei posti di lavoro (escluso il sommerso), ma i loro salari sono più bassi del 15-20%. In conclusione, considerato che nel mondo i migranti sono oltre 200 milioni, il dato di averne tra noi 5-6 milioni è poca cosa sul piano statistico. Semmai bisogna interrogarsi sull’appello del Papa a non chiudere le porte… ragionando anche in termini economici e valutando i benefici che l’immigrazione rappresenta per noi.


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lunedì 2 marzo 2015

IDROSCALO : IL MARE DI MILANO

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L'idroscalo di Milano è uno scalo per idrovolanti realizzato alla fine degli anni venti, situato nelle vicinanze dell'Aeroporto di Milano-Linate. Con il declino dell'idrovolante come mezzo di trasporto, l'ampio bacino acquatico è oggi un polo di attività ricreative e sportive, un utilizzo quest'ultimo che ha accompagnato l'idroscalo lungo tutta la sua storia, tanto che le prime gare di canottaggio furono tenute già nel 1934. Ha una estensione di 1,6 km2.

L'idea di dotare la città di Milano di un idroscalo risale al 1926, quando nell'ambito di un progetto per ampliare l'aviosuperficie di Taliedo venne valutata la possibilità di affiancarvi uno scalo per idrovolanti, parallelamente ai lavori per un previsto canale navigabile Milano-Po, un'opera, quest'ultima, che non vide mai la luce (il canale in effetti arrivò, e arriva tuttora, solamente fino a Pizzighettone, in provincia di Cremona). Tutte le attività relative furono poste in liquidazione dalla Regione Lombardia nel settembre 2000.

A metà degli anni venti l'idrovolante rappresentava l'aereo di linea per eccellenza sulle grandi distanze. Lo sviluppo di aerei terrestri a grande capienza era frenato dalla necessità di dover disporre di lunghe piste adeguate alle operazioni di decollo e atterraggio in un'epoca in cui anche gli aeroporti ereditati dalla prima guerra mondiale erano poco più che prati ben tenuti. La necessità di piste adeguate era un problema che non si poneva per gli idrovolanti che operavano da specchi d'acqua. Per questo motivo fino all'inizio della seconda guerra mondiale le principali rotte su lunga distanza erano coperte da idrovolanti.

Questo primo progetto di idroscalo rimase allo stadio di valutazione. L'anno dopo, con l'approvazione della legge del 27 giugno 1927 che demandava alle province la creazione di superfici per consentire l'atterraggio di emergenza di velivoli, sia terrestri che idrovolanti, l'idea riprese corpo, anche grazie al sostegno del podestà e del presidente della Fiera.

Il progetto venne curato da Gino Utili, della Caproni, e venne individuata un'area più ad est per gli scavi, al confine con i comuni di Segrate e Peschiera Borromeo, dove si trovavano delle cave aperte che avrebbero consentito di velocizzare le opere di realizzazione.

Fin da questa fase venne rimarcato il fatto che l'ampio bacino avrebbe potuto servire da polo per le attività sportive, quali nuoto e canottaggio. I lavori di sbancamento del bacino, lungo 2.500 metri e largo rispettivamente 300 e 450 metri alle due estremità, iniziarono nel 1928. I lavori procedettero speditamente e l'Idroscalo Provincia di Milano venne inaugurato il 28 ottobre 1930, anche se i primi ammaraggi avevano avuto luogo già nei mesi precedenti. In realtà l'opera mancava ancora di buona parte delle infrastrutture aeroportuali: hangar, locali amministrativi, di controllo e passeggeri.

Questa parte dei lavori, assieme all'ultimazione degli scavi, procedette molto più a rilento, anche per complicanze relative al procedere dei lavori; nel 1933 la provincia di Milano requisì infatti il cantiere per contrasti con la ditta appaltatrice. Parallelamente, con il bacino ormai pronto, iniziava a prendere forma l'utilizzo sportivo. Nel 1934 vi si tennero i Littoriali del Remo e nel 1938 gli Europei di canottaggio e motonautica. Fu anche grazie a quest'ultima manifestazione che i lavori dell'idroscalo potevano dirsi conclusi. La realizzazione di un'ampia tribuna per gli spettatori sanciva anche che la vocazione "sportiva", che aveva prevalso su quella "aviatoria".

Pur non essendo ricompreso nel territorio comunale di Milano, l'Idroscalo è, a tutti gli effetti, un'importante componente del sistema dei parchi milanesi. Dopo essere stato molto sponsorizzato da una nota società sportiva che lo attrezzò con panchine, aree pic-nic e zone sportive di ogni genere (oltre a quelle già esistenti), è ora di proprietà della città metropolitana di Milano, che lo ha ereditato dalla ex provincia omonima. Il parco è stato migliorato ulteriormente munendolo di un servizio di vigilanza e organizzando spettacoli di ogni genere (la maggior parte di questi gratuiti) per intrattenere e far scoprire ai suoi cittadini questo posto che oggi viene definito "il mare dei milanesi". Le attività sportive praticate nell'idroscalo sono lo sci nautico con cable ski, la canoa (kayak, canoa canadese, canoa polo), il canottaggio, la vela (con utilizzo principale degli optimist), il nuoto pinnato (attualmente la squadra vincitrice del campionato nazionale ha sede proprio all'idroscalo). Le più importanti societa sportive del parco sono Idroscalo Club (dall'unione di GMC e CKC), Lega Navale Italiana, e CPPC. Presso l'idroscalo, il comune di Milano e la società Live organizza numerosi eventi, festival e concerti. I festival più importanti svolti all'idroscalo sono il Gods of Metal, l'Evolution Festival, il Rock In Idro, il Mi Ami Festival e l'Aquabike Music Festival.

Il bacino artificiale è lungo 2.600 metri, largo tra i 250 ed i 400 metri e profondo tra i 3 e 5 metri.

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