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domenica 3 aprile 2016

I BIMBI ROM E LA SCUOLA

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Una realtà ancora più amara di quella che raccontano le statistiche ufficiali. Quella dei rom bulgari è una comunità abbastanza inserita, più integrata di altre. Se nel Paese d’origine il 40% di loro non lavorava, una volta arrivati in Italia la percentuale crolla al 6%. Lavorano tutti. Magari arrangiandosi, quasi sempre in nero, a volte in settori border line. Ma comunque lavorano. Solo il 20% dei bambini è iscritto a scuola, dicono i dati raccolti da una ricerca. Sono ancora meno quelli che la scuola la frequentano, scendiamo al 10%. E pure questa è una percentuale generosa perché, anche per chi frequenta, spesso sul registro ci sono più assenze che presenze. Un risultato molto peggiore di quello registrato nell’ultimo rapporto del ministero dell’Istruzione sulla cosiddetta dispersione scolastica. Dicono quelle tabelle che nella comunità rom la frequenza è al 30%.
Ma forse, quando dai fogli excel si passa alle interviste faccia a faccia, la situazione cambia. Di solito in peggio.
Nelle grandi città c’è anche un problema logistico, conta parecchio la difficoltà di raggiungere la scuola dai posti dove vivono, quasi sempre ai margini, senza trasporti. Ma nei paesi più piccoli c’è anche una scarsa volontà di reale integrazione e una scuola che non va a cercare davvero i suoi studenti. Lo dice anche quel 10% di genitori che viene contattato per iscrivere i figli a scuola ma poi non ce li manda. Come se le iscrizioni servissero più che altro a giustificare gli organici, a mantenere il posto dell’insegnante.

Quanti bambini rom frequentano le scuole dell'obbligo a Roma? Quanti di loro riescono a concludere gli studi? Finora nessuno ha avuto un'idea chiara di ciò che accade nelle scuole romane.

Un'Associazione ha provato a far luce sulla situazione attraverso il monitoraggio del percorso scolastico di un gruppo di 55 bambini rom residenti nel “villaggio attrezzato” di via di Salone, situato all'estrema periferia orientale della capitale ed inaugurato nel 2006, a seguito dello sgombero forzato del campo 'tollerato' di Casilino 900.

Lo sgombero forzato di quest'ultimo ha comportato non pochi disagi alla vita di centinaia di persone. In particolare, l'allontanamento dal campo non ha più permesso ai genitori di accompagnare personalmente i figli a scuola, interrompendo così i rapporti, costruiti negli anni, con gli insegnanti e con i genitori degli altri alunni.

Durante l'anno scolastico 2010-2011 i 55 bambini hanno usufruito del servizio della linea 40, messo a disposizione dal Comune. Nel suo tragitto la linea 40 accompagna i bambini in diverse scuole le cui distanze variano dai 13 ai 16 km. La conseguenza è che la maggior parte dei bambini trasportati giunge a scuola con un'ora, a volte due ore, di ritardo. Allo stesso modo all'uscita è necessario prelevarli in anticipo perché viceversa la permanenza oltre l'orario consentito potrebbe dar luogo ad abbandono di minore.

La somma dei ritardi giornalieri produce a fine anno un'assenza per ogni minore di circa un mese. Solo nel mese di gennaio 2011 l'Associazione ha monitorato che dei 55 minori che utilizzano la linea 40, solo 11 hanno avuto la frequenza superiore al 75% così come sancito dalla legge, e nessuno di loro ha frequentato i 16 giorni previsti dal calendario scolastico per quel mese.

Prendendo il caso di una scuola elementare di un quartiere romano frequentata da 21 bambini rom, la maggior parte frequenta solo un giorno a settimana, qualcuno arriva a quattro volte a settimana, ma nessuno frequenta ogni giorno. Le possibilità per loro di arrivare al diploma sono scarsissime, per non parlare dell'università. Nessuno di loro diventerà mai un medico, un avvocato o un ingegnere.

In un documento del 7 aprile 2011, la Commissione Europea ha stimato che solo il 43% dei bambini rom completa la scuola primaria, rispetto a una media europea del 97,5%. Solo il 10% quella secondaria. Secondo la Commissione “gli stati membri dovrebbero garantire che tutti i bambini rom, sedentari o no, abbiano accesso a un'istruzione di qualità e non siano soggetti a discriminazioni o segregazioni”.

Godono di un diverso livello di apprendimento: i bambini rom a causa del disagio sociale dal quale provengono hanno lacune didattiche che spingono i docenti ad impegnarli in attività parallele. E poi, naturalmente, c'è il problema dell'emarginazione sociale: i bambini rom all'interno della classe risultano spesso emarginati, vi sono addirittura classi di 'sostegno' organizzate durante l'orario scolastico composte solo da alunni rom e con diversa età anagrafica.

Storicamente i provvedimenti diretti solamente alle comunità rom e sinti, anche se presentati come azioni di discriminazione positiva, hanno di fatto prodotto politiche nazionali e locali discriminatorie e penalizzanti. Questo perché sono spesso ideate e attuate con scarsa comprensione delle condizioni socio-culturali, con risorse finanziarie non sufficienti e con una organizzazione inadeguata, condizioni dunque che producono un risultato opposto a quello per cui sono create, ossia un aumento della condizione di emarginazione.

Le caratteristiche di un alunno nomade sono da ascriversi alle sue abitudini e al suo ambiente. Egli è:
un bambino libero, perché ha intorno a sé spazi ampi e poche regole a cui sottostare;
autosufficiente, perché ha imparato presto a provvedere a se stesso, ed è quindi, già adulto capace di inventare strategie per la sopravvivenza (ne consegue la brevità del periodo infantile - fantastico);
bisognoso di affetto, per il precoce abbandono a sé stesso da parte degli adulti. Quando scende dalle braccia della madre, il bambino spesso resta affidato a sorelle di poco più grandi;
timoroso ed ansioso verso i non zingari, da cui è abituato a difendersi.
Inoltre, in genere in casa riceve una continua reinterpretazione di quanto apprende fuori.

Le difficoltà che un bambino zingaro incontra nell'ambiente scolastico derivano proprio dalle sue peculiarità:
il suo essere libero in ampi spazi all'aperto lo fa sentire costretto nella struttura scolastica (intesa come edificio, banchi, cattedre...); egli inoltre non è abituato a ricevere ordini e ad accettare regole delle quali non capisce e non accetta il valore;
la sua autosufficienza lo porta da una parte ad avere maggiore stimolo nella creazione dei giochi; nel contempo, gli sono negati gli stimoli culturali e verbali, che hanno i suoi coetanei;
è bisognoso di affetto, ma, al tempo stesso, si rivela estremamente timido ed introverso;
il suo timore verso i non zingari lo induce ad essere reticente nel comunicare le proprie esperienze di vita;
l' uso della lingua materna gli crea maggiori difficoltà nell'ambito linguistico espressivo per incapacità di trasposizione e ricezione della lingua italiana;
presenta labilità di attenzione e memoria.


Lo scolaro nomade rivela notevoli capacità nelle attività espressive, motorie, grafico-pittoriche, musicali e pratico manuali.
E' particolarmente abile nelle operazioni aritmetiche concrete.
La sua accettazione, nei confronti della scuola, dipende dal modo in cui l'ambiente scolastico lo accoglie. Ciò non significa solo che egli deve sentirsi tranquillo e ben accetto (cosa essenziale) ma che deve essere messo in grado di superare le grosse difficoltà di apprendimento per arrivare a dei risultati concreti di alfabetizzazione, che è ciò che lui stesso e la sua famiglia si aspettano dalla scuola.

Dalle indagini svolte è evidente l'alto tasso dell'evasione dell'obbligo scolastico. Inoltre, degli alunni iscritti, la maggior parte sono Sinti o Rom italiani; gli slavi, specie quelli di recente immigrazione, sono quasi del tutto inadempienti.

Con questi gruppi si è lavorato molto in alcune città dove è più attiva l'azione di stimolo del volontariato nei confronti dei pubblici poteri (Roma, Milano, Torino, Emilia, Sardegna).

A Roma, negli anni scorsi è state organizzato con l'aiuto della Regione, un servizio di collegamento fra campi sosta e scuole che prevedeva la sensibilizzazione dei genitori zingari, le pratiche di iscrizione, il trasporto, i rapporti con la scuola, il doposcuola al campo. Durante l'estate, l'attività continuava nei centri estivi per i piccoli Rom, organizzati dal Comune.

Non sempre una buona frequenza porta a risultati positivi e quindi all'ammissione dei bambini alla classe successiva, anche alle elementari.
Ciò a volte dipende dal fatto che le famiglie partono per gli spostamenti estivi in aprile-maggio, facendo perdere al bambino proprio il periodo in cui avviene la valutazione finale. La scuola considera l'alunno come trasferito e non lo valuta. La famiglia non lo iscrive ad un'altra scuola, perché si sposta frequentemente ed ha bisogno di bambini per il lavoro. Quindi nessuno esprime il giudizio finale.
Non vedendosi richiedere il nulla osta al trasferimento, le scuole di provenienza per un certo periodo, hanno rinviato i bambini alle prove suppletive, che si tengono entro la fine di agosto. Ma questo è ancora periodo di viaggio per i nomadi, che rientrano alla base invernale verso la fine di ottobre.

Durante la ricreazione i bambini Rom vengono isolati dagli altri bambini, forte è il loro senso di estraneità. Spesso piangono, hanno paura degli addetti ai servizi sociali, pensano che li portino via (cosa che accade non di rado).

Dal punto di vista dell’apprendimento, hanno difficoltà con la lingua italiana. Per la mancanza di spazio e di luce nelle abitazioni dei campi, i quaderni vengono lasciati a scuola, così anche i più svelti accumulano un gap nell’apprendimento con gli alunni italiani. Per evitare bocciature alle scuole elementari, gli alunni Rom vengono promossi con livelli minimi di alfabetizzazione. Alle medie è un disastro. Il gap diventa insormontabile. La difficoltà di comprendere il linguaggio formalizzato delle lezioni e dei libri di testo, determina la decimazione delle presenze degli scolari maschi, mentre le femmine già in età matrimoniale si perdono. I maschi che continuano la scuola, si assuefanno alla marginalità scolastica, in attesa di passare alle scuole serali CTP prima dei diciotto anni, tollerati perché Rom. I CTP organizzano corsi di istruzione per immigrati. Qui si generano tra immigrati e Rom conflitti razziali. La commistione con africani, ad esempio, rende i Rom ostili (“i negri fanno schifo”); mentre gli africani considerano i Rom, “sporchi zingari”. Molto spesso questa conflittualità porta all’abbandono scolastico da parte dei Rom.

Per quanto riguarda l’integrazione dei Rom nella società maggioritaria dobbiamo considerare la specificità della cultura Rom fondamentalmente di tipo orale. I valori e i comportamenti di ruolo vengono trasmessi per contagio psicologico e apprendimento imitativo diretto, tanto più rigido, quanto più separato, chiuso e autoreferente è il contesto. Bisogna tener conto che una parte consistente, se non la maggior parte, della popolazione dei campi non è alfabetizzata.L’esperienza degli operatori volontari all’interno dei “Campi” Rom mette in luce una delle maggiori difficoltà di inserimento dei Rom nella società maggioritaria.La cultura orale non contempla il saper leggere e scrivere. Ciò comporta l’impossibilità di comprendere le normative e, più semplicemente, le indicazioni scritte, che sono alla base del sistema sociale della società maggioritaria. Negli uffici delle amministrazioni locali, nelle ASL, negli ospedali, nelle scuole, per non parlare dei tribunali, le difficoltà di comunicazione dei Rom sono all’ordine del giorno. Non solo, il non saper leggere rende difficile ai Rom sapersi destreggiare nella toponomastica urbana. La mancanza di alfabetizzazione è tanto più grave se consideriamo, l’altissima mortalità scolastica dei minori Rom i cui genitori non comprendono l’importanza dell’obbligo scolastico.

Il campo, così, come microcosmo autoreferente e separato, li ri-inghiottisce, chiude loro la possibilità di aprirsi a esperienze innovative e conduce alla assunzione di modelli ripetitivi, non di rado coniugati con la criminalità. Non è peregrina l’ipotesi per cui il campo sia funzionale a generare una connivenza omertosa per le attività illegali.

Sfera pubblica e società civile: difficoltà di inclusione. Per quanto attiene i processi di integrazione e inclusione nella società maggioritaria, nonostante le dichiarazioni di buona volontà da parte delle istituzioni pubbliche sollecitate dall’Unione Europea  non è ancora superato l’approccio alla cosiddetta “emergenza nomadi” in un’ottica securitaria. Basti considerare l’accelerazione degli sgomberi, senza fornire alternative degne di una società civile.

Per comprendere la situazione dei minori, le abitudini e gli stili di vita della popolazione Rom bisogna partire dal contesto in cui si trova o è costretta a vivere la popolazione Rom: i cosiddetti “campi nomadi”, benché i Rom siano stanziali da decenni. Il campo è un microcosmo concluso e conchiuso, un sistema sociale totale autoreferente. L’autoreferenzialità è mantenuta e accentuata dal fatto che i campi sono separati, lontani dalla società maggioritaria, sia in senso sociale che urbanistico. La segregazione in spazi circoscritti e controllati ne fanno dei ghetti degradati, dove gli abitanti vengono discriminati su base etnica e in questa modalità vengono schedati con fotosegnaletiche e impronte digitali estese ai minori quattordicenni, non di rado ai più giovani, attraverso sistemi polizieschi pensati per la criminalità organizzata. Ecco di seguito una testimonianza di un Rom da un campo di Milano: “Sono arrivati alle cinque e mezzo, hanno circondato il campo, lo hanno illuminato con le cellule fotoelettriche, sono venuti casa per casa, roulotte per roulotte, ci hanno fatto uscire, ci hanno buttato fuori, hanno fotografato le case e poi i nostri documenti. Hanno finito intorno alle sette e mezzo. Io credo che tutti debbano sapere e capire cosa sta succedendo: sono italiano, sono cristiano e sono stato schedato in base alla mia razza”.(da Figli dei “campi” Ass. 21 luglio, 2014)

Ora dobbiamo chiederci che percezione possono avere i minori, se non di paura, senso di impotenza, estraneità e ostilità nei confronti del mondo della società maggioritaria? Se volgiamo lo sguardo alla vita nei “campi”, sorprende chi entra, l’intensità della vita relazionale tra gli abitanti. Di fatto, non c’è distinzione netta tra la sfera privata e la sfera sociale nella cultura e nei modi di vita Rom. Nei campi, intensa è la partecipazione alle varie attività della vita quotidiana, la maggior parte delle quali vengono svolte all’aperto a cominciare dalla preparazione dei pasti; anche per l’angustia degli spazi abitativi interni: roulottes, continers e baracche. I bambini percepiti come la maggiore ricchezza, vivono insieme in uno spazio comunitario, liberi di scorrazzare per i campi dove vengono considerati figli di tutti. Se i genitori vanno in carcere, i figli vengono assistiti dalle altre famiglie.



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mercoledì 17 febbraio 2016

LA FESTA DEL GATTO

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La Festa Nazionale del Gatto ricorre il 17 febbraio ed è nata nel 1990. La giornalista gattofila Claudia Angeletti propose un referendum tra i lettori della rivista "Tuttogatto" per stabilire il giorno da dedicare a questi animali. La proposta vincitrice fu quella della signora Oriella Del Col che così motivò la sua idea nel proporre questa data che racchiude molteplici significati:

febbraio è il mese del segno zodiacale dell'Acquario, ossia degli spiriti liberi ed anticonformisti come quelli dei gatti che non amano sentirsi oppressi da troppe regole.
tra i detti popolari febbraio veniva definito “il mese dei gatti e delle streghe” collegando in tal modo gatti e magia
il numero 17, nella nostra tradizione è sempre stato ritenuto un numero portatore di sventura, stessa fama che, in tempi passati, è stata riservata al gatto
la sinistra fama del 17 è determinata dall'anagramma del numero romano che da XVII si trasforma in “VIXI” ovvero “sono vissuto”, di conseguenza “sono morto”. Non così per il gatto che, per leggenda, può affermare di essere vissuto vantando la possibilità di altre vite.
il 17 diventa quindi “1 vita per 7 volte”!
In varie città d'Italia si festeggia questa giornata con iniziative artistiche o di solidarietà a favore di questi animali.



Per i nostri felini spendiamo (e parecchio, considerato che per il cibo dei gatti, fra secco, umido e snacks, se ne vanno circa 992,2 milioni di euro l’anno, secondo i dati diffusi dalla società di ricerche di mercato Iri) ma se in cambio riceviamo, come riferisce la ricerca Gfk-Eurisko per il Rapporto Assalco-Zoomark 2015, “serenità e gioia” (43% delle risposte) e “allegria e divertimento” (36%), ne vale davvero la pena.

Film e libri ad argomento felino sono un ottimo modo per festeggiare: dalle storie di gatti in edicola con Oggi all’albo a fumetti Kill the Granny 2.0. Finché morte non li separi, di Francesca Mengozzi e Giovanni Marcora, la storia di un gatto castrato che, per riavere indietro i suoi attributi maschili, ha firmato un patto con Satana, al quale ha ceduto una delle sue vite. Ancora una volta, l’aura magica e un po’ diabolica del gatto è al suo posto.

Secondo le stime dell'osservatorio europeo Euromonitor, del giugno 2014, i gatti in Italia sono circa 7,5 milioni, ovvero il 12% dei pet, gli animali da compagnia (che sono in tutto circa 60 milioni). Lo studio “Animali in città”, condotto da Legambiente nel 2015, ha permesso di rilevare che le città più 'gattare' d’Italia sono: Roma (4.415 colonie 'feline' censite e 55.725 gatti), Torino (1.424 colonie e 26mila gatti), Napoli (1.242 colonie e 12.008 gatti). Milano è quarta con 700 colonie e 7mila mici.

Esistono uffici specifici dentro le amministrazioni locali che si occupano, in collaborazione con le aziende sanitarie, di tutti gli animali da compagnia: provvedono a fornire informazioni e a monitorare le presenze sul territorio. Si chiamano Uda, Ufficio diritti degli animali. In alcune città, come Roma, è lo stesso sportello a fornire anche la “Cat Card”, un 'patentino' che autorizza le gattare, cioè le volontarie (sono soprattutto donne) che hanno un feeling così speciale con i felini da impegnarsi a curare e rifocillare regolarmente intere colonie. La card attesta che la loro attività si svolge in base alle normative in vigore sulla tutela dei diritti degli animali. Insomma, non ci si improvvisa.

Il giro d'affari mosso da questi 'nostri amici' è molto sostanzioso. In Italia il solo mercato dei prodotti per l’alimentazione degli animali da compagnia ha chiuso il 2014 con un giro d’affari di 1.830 milioni di euro. Solo per il cibo dei gatti, fra secco, umido e snacks, parliamo di 992,2 milioni di euro, secondo i dati diffusi dalla società di ricerche di mercato Iri. Per converso, tutti i pet incidono in senso positivo nella vita dell'uomo. In particolare cani e gatti portano serenità e gioia (43% delle risposte) e allegria e divertimento (36%), riferisce la ricerca Gfk-Eurisko per il Rapporto Assalco-Zoomark 
2015.





                           http://pulitiss.blogspot.it/2015/02/il-gatto-e-il-bimbo.html






                          http://popovina.blogspot.it/2015/09/il-gatto-nero.html
                          


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venerdì 8 gennaio 2016

SPACCIO E GIOVANI

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Al pari di quanto succede in Europa e come riferito dall'Osservatorio Europeo di Lisbona, è proseguito anche nel periodo di riferimento, il trend del calo dei consumi di sostanze stupefacenti nel nostro Paese. L'analisi generale dell'andamento dei consumatori negli ultimi 12 mesi, riferiti alla popolazione generale 15-64 anni, conferma la tendenza alla contrazione del numero di consumatori, già osservata nel 2010 per le sostanze quali eroina, cocaina, allucinogeni, stimolanti e cannabis.
Questo il dato generale che emerge dalle indagini campionarie sulla popolazione e dalle analisi delle acque reflue eseguite dal DPA, contenute nell'ultima Relazione al Parlamento 2013 sull'uso di sostanze stupefacenti e tossicodipendenze in Italia, elaborata dal Dipartimento Politiche Antidroga.

"I dati in nostro possesso, provenienti da molteplici fonti indipendenti tra loro, - ha dichiarato Giovanni Serpelloni, capo del DPA - mostrano per le sostanze stupefacenti un trend in contrazione, ma con degli spunti di variazione che riguardano soprattutto le fasce giovanili per droghe quali la cannabis. Tali variazioni devono farci riflettere sulla necessità di adottare nuove forme di prevenzione più precoce e più selettiva per ogni dipendenza, incluso il gioco d'azzardo patologico. La priorità ancora una volta - ha concluso Serpelloni è prevenire precocemente il consumo soprattutto negli adolescenti sviluppando consapevolezza e modelli educativi verso stili di vita sani".

Akb 48, 4 Fma, Metedrone, Mefedrone, Bb22, Mdai, Mexedrone, Mdma. Sono solo alcuni dei numeri e delle lettere che compongono la galassia dello sballo ai tempi di internet. Molecole psicoattive che disegnano la nuova costellazione della tossicodipendenza. Più letali e più tossiche delle droghe classiche e terribilmente facili da reperire. Bastano pochi clic in rete e pochi euro sulla carta di credito per navigare su siti dall’apparenza affidabile e professionale e approvvigionarsi di canabinoidi sintetici, anfetamine o catinoni prodotti in laboratorio.

Carlo Alessandro Locatelli, medico del Centro nazionale di informazione tossicologica della Fondazione Maugeri di Pavia, traccia una fotografia allarmante della situazione che si sta delineando da qualche anno. “La tossicodipendenza come la conosciamo noi, con le vecchie sostanze d’abuso, è un fenomeno che continua ad esserci – spiega -, ormai è ben conosciuto e il sistema sanitario nazionale si è strutturato a dovere e riesce a gestirlo”. Tra le funzioni fondamentali del Cnit c’è quella del coordinamento clinico e tossicologico per il sistema nazionale di allerta rapida per le droghe che fa capo al dipartimento delle Politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri, è dagli uffici di Pavia che passano tutte le segnalazioni di intossicazioni sospette, è qui che si individuano e si isolano le molecole che poi finiscono nella tabella delle sostanze proibite: “La nuova tossicodipendenza – spiega il dottor Locatelli -, secondo la nostra  esperienza riguarda persone lontane dall’immaginario classico del tossicodipendente, nel senso che non sono volti noti dei Sert e delle comunità, persone che a tutti gli effetti sembrano “normali” e che assumono nuove sostanze psicoattive in modo totalmente diverso rispetto a come si assumevano le droghe in passato, anche se appagamento e soddisfazione sono simili”. Oggi l’assuntore cambia sostanze anche tutte le settimane, o tutti i mesi, e anche per questo non si sente tossico in quanto non si sente “dipendente” da una sostanza specifica.



Nel 2015 il bilancio dell’attività antidroga nazionale svolta dalle forze di polizia e dalle dogane si attesterà intorno alle oltre 70/75 tonnellate complessivamente sequestrate di stupefacenti. Una sessantina, in effetti, son già state intercettate nei primi dieci mesi del 2015. Difficile ipotizzare in questi ultimi due mesi il superamento di quello che fu il record dei sequestri di stupefacenti nel 2014 con oltre 152 tonnellate (in gran parte derivati della cannabis). È certo, tuttavia, che già il quantitativo dei sequestri del 2015 ha superato quelli degli anni 2005-2012 mentre con le operazioni antidroga che mediamente sono state intorno alle 22 mila unità l’anno, si registrerà, verosimilmente, un’ulteriore flessione. Infatti, se nel 2014 furono 19.449, il valore più basso degli ultimi dieci anni e nel 2015, al primo novembre 15.596, è facile ipotizzare, alla fine dell’anno, un valore non superiore considerata una media mensile intorno a 1.600/1.800 operazioni. La riduzione delle operazioni nel 2014 avrebbe trovato una “..ragionevole spiegazione nel susseguirsi degli interventi sulla disciplina normativa in materia di sostanze stupefacenti e, in particolare, nelle modifiche operate nel 2014 sul quadro sanzionatorio penale e amministrativo che presidia l’attività di repressione delle forze dell’ordine”(relazione DCSA 2014, pag.41). Nel corrente anno, tuttavia, non vi è stata alcuna modifica all’impianto normativo della legge sugli stupefacenti e, salvo eventi eccezionali, si rileva ancora un calo delle operazioni rispetto agli ultimi dieci anni. La sensazione è che, almeno in alcune aree, ci sia minore attenzione investigativa in parte anche attribuibile ad un comprensibile, progressivo scoramento di chi, poliziotto, carabiniere o finanziere, vede come la lotta alle droghe sia diventata sempre più come una lotta alla leggendaria Idra dalle mille teste che ricrescono appena tagliate. C’è, poi, un aspetto, non secondario ma non ancora sufficientemente approfondito. Ed è quello che il traffico e lo spaccio di droghe producono ricchezza e, insieme a quella prodotta dal contrabbando di sigarette e dalla prostituzione, va ad incrementare, dall’anno scorso, il Pil nazionale. Insomma, quello 0,9% di aumento di Pil di fine settembre può essere imputabile proprio al giro di denaro che viene dalle tre attività illecite suddette. Quindi una minore, non dichiarata, attenzione politicoistituzionale sulla repressione antidroga potrebbe anche far comodo alla classe politica dirigente che sulla “crescita” e sulla “ripresa” basa buona parte della sua azione di governo. Ma, tornando ai dati sulle droghe, se i derivati della cannabis sequestrati evidenziano sempre quelli di maggior consumo (46ton di hashish e 8ton di marijuana), la cocaina, con le 3 ton eliminate dal mercato continua ad essere lo stimolante “gradito”, in particolare, al centro-nord del paese, insieme alle sostanze amfetaminiche. Per queste ultime, Milano e provincia detiene il primato nei sequestri di pillole di ecstasy (metilendiossimetamfetamina), oltre 18mila sul totale complessivo di poco più di 21mila nel corrente anno così come di amfetamine in polvere con oltre 4,5kg sul totale nazionale di 15,5kg. Il centro-sud sembrerebbe meno interessato al consumo di amfetamine e ciò, probabilmente è in relazione a fattori ambientali, di tipo culturale, ma anche alla maggiore offerta, a livello locale, di altre sostanze come la marijuana. Fatto sta che, a parte le 315 pasticche di ecstasy sequestrate a Teramo, le 174 di Lecce e un chilogrammo di amfetamine in polvere a Chieti, nelle altre regioni del Sud non si è annotato nulla di speciale sul punto. Neanche in Sicilia dove ad eccezione di Palermo (22 pasticche di ecstasy), di Enna (8 grammi di amfetamine) e Messina (4 grammi di amfetamine), nelle restanti province non si è registrato alcun sequestro. Un ultimo dato mi pare meritevole di attenzione e riguarda i minori denunciati per spaccio, 870 al 20 novembre scorso (una quarantina dei quali nell’operazione Boston George a Genova, alcuni giorni fa). Si tratta, per lo più, di italiani e le denunce sono in linea con quelle di fine 2014 (1.041) con una lieve flessione rispetto agli ultimi otto anni. Sul totale, infine, delle persone denunciate per delitti collegati alle droghe (21.810) 7.984 sono risultati stranieri.

I rischi sono elevatissimi, la tossicità di queste molecole supera quella delle vecchie droghe classiche: “Nel breve periodo il rischio è legato alle intossicazioni acute, overdose molto gravi che vediamo sempre più numerose nel territorio nazionale. Infarti miocardici in età giovanile o sindrome coronariche acute dovute al banale fumo di uno spice, convulsioni da catinoni sintetici, danni cerebrali irreversibili da ketamine e metossietamine , casi letali da parametossimetanfetamina, un ventaglio di effetti collaterali importantissimi a cui vanno aggiunte allucinazioni, deliri, incidenti stradali o sul lavoro”. A questi vanno aggiunti gli effetti a medio e lungo termine: “Con danni permanenti molto importanti sul sistema cardiovascolare, quelli che ci preoccupano ancora di più sono però i danni sulla psiche, perché queste sostanze stanno determinando la comparsa di psicosi acute molto importanti ed effetti neuropsichiatrici violenti, difficili da gestire nella fase acuta anche da psichiatri abituati a gestire problematiche neuro comportamentali gravi, difficili da contrastare con i farmaci oggi a disposizione per trattare i pazienti psicotici. Sono quadri che cronicizzano e perdurano nel tempo senza recedere. Perché succedano questi effetti, dal punto di vista scientifico, non è ancora sufficientemente conosciuto”.

Contro questo commercio la lotta è difficilissima. Nonostante la procedura sia diventata molto efficiente, dal momento in cui una molecola viene isolata e studiata, al momento in cui entra nella tabella delle sostanze proibite, possono passare anche tre o quattro mesi. Fino a quel momento viene venduta liberamente, senza che nessuno abbia strumenti legali per vietarlo. Delle oltre 550 sostanze immesse sul mercato dal 2010 ad oggi solo 80 sono finite nell’elenco di quelle vietate. E anche quelle vietate spesso continuano ad essere vendute. Un po’ come se tramite internet potessimo acquistare una dose di eroina o di cocaina. I sequestri vengono effettuati, ogni tanto i siti vengono oscurati dalle forze dell’ordine, ma ne ricompaiono di nuovi immediatamente. Oggi i siti individuato sono più di un migliaio e il fenomeno è solo agli albori. “Il dramma è che non c’è più nemmeno bisogno di coltivare una pianta per produrre queste sostanze – spiega Locatelli -, bastano strumentazioni in dotazione a qualunque piccola azienda chimica, basta uno scantinato accessoriato per produrre molecole da vendere in rete con una redditività probabilmente superiore a quella delle droghe classiche”.




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domenica 8 novembre 2015

LA DROGA SEQUESTRATA

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La droga sequestrata da forze dell’ordine e magistratura viene inizialmente tenuta in deposito, sorvegliato dalla polizia giudiziaria, per il tempo necessario alle perizie e al prelievo di piccoli campioni per uso processuale (in genere circa dieci giorni). Quindi il giudice ne ordina la distruzione, che avviene in inceneritori specialmente predisposti, dopo aver controllato che non ci sia pericolo per l’ambiente e per i cittadini. L’incenerimento avviene alla presenza del giudice, degli avvocati, della polizia giudiziaria e, in caso ne facciano richiesta, anche degli imputati, dei loro familiari e dei giornalisti. Tutte le confezioni di droga che vanno nell’inceneritore sono controllate per verificare che il contenuto non sia stato sostituito. Se uno degli addetti all’operazione sottraesse una parte della droga sequestrata e venisse scoperto, verrebbe processato per furto, con l’aggravante di avere abusato del suo incarico.

Dai dati statistici della Direzione centrale dei servizi antidroga, del Ministero dell'Interno, circa il 60% della droga sequestrata in Italia da tutte le forze di polizia, viene scoperto dalla Guardia di Finanza. Circa il 77% del totale dei sequestri di eroina, il 69% di cocaina e il 54% di hashish e marijuana nel 2005.

Uguali risultati sono stati ottenuti nel 2006, con l'81% delle quantità sequestrate in Italia di eroina, il 67% di cocaina e il 61% di hashish e marijuana. I medesimi dati statistici evidenziano come in generale la maggior parte della droga venga sequestrata sul territorio e non negli spazi doganali, risultato evidente delle numerose indagini portate avanti dai militari del Corpo. Alcune di queste prendono avvio dai fermi effettuati negli ingressi dello Stato (porti, aeroporti, valichi) dove la Guardia di Finanza esegue specifici controlli finalizzati alla repressione del traffico di stupefacenti. Quotidianamente decine di chilogrammi di droga vengono scoperti nei principali aeroporti, porti, frontiere stradali e ferroviarie. Per contrastare i metodi di occultamento della droga: (doppifondi di valigia, ovuli ingeriti, statue ripiene, ...) il corpo si avvale anche del fiuto dei cani antidroga in servizio nella Guardia di Finanza. Fino a qualche anno fa l'attività di addestramento era svolta presso il C.A.C. (centro addestramento cinofili) della Guardia di Finanza di Intimiano (CO), reparto ormai soppresso, e di allevamento in Castiglione del Lago (PG), ove, a seguito della chiusura di Intimiano, è stata concentrata tutta l'attività cinofila della G.d.F.. Il servizio cinofili si avvale prevalentemente dei pastori tedeschi (nero focato o grigioni), non disdegnando il pastore belga malinois, il labrador o i meticci selezionati nei vari canili comunali o privati di associazioni non lucrative (questi ultimi vengono prelevati dai canili se ritenuti validi per l'eventuale immissione in servizio).

Il 1º marzo 2014, due pescherecci con a bordo 18,5 tonnellate di hashish sono stati fermati dalle unità aeronavali della Guardia di Finanza a 22 miglia da Pantelleria. È stato in assoluto il più grosso sequestro di droga, mai avvenuto in Europa.



Dentro al forno ci sono finite 24 piante alte due metri: 32 chili di marijuana, bruciati poco dopo l' ultima salma. Ma dentro all' impianto di cremazione ci sono finite pure dosi di cocaina, eroina e pasticche. Gli operai della Gesip addetti alla cremazione, però, non ci stanno e sollevano il caso con il Comune: «Il forno crematorio non è un inceneritore e non può essere utilizzato per distruggere sostanze stupefacenti», dice il responsabile Gesip per le cremazioni. La paura è che le emissioni prodotte dalla distruzione delle droghe possano essere pericolose. Il presidente dell' Ordine dei Chimici di Palermo lancia l' allarme diossina: «L' Arpa faccia una verifica». Il Comune - che deve gestire la grana Gesip - cerca una mediazione. Il dirigente degli Impianti cimiteriali spiega che il suo ufficio si è limitato a eseguire le disposizioni della magistratura: «La normativa non è chiarissima ma pare indicare lo smaltimento degli stupefacenti attraverso gli inceneritori per rifiuti che a Palermo, però, non ci sono. L' autorità giudiziaria ha indicato il forno crematorio come luogo di smaltimento alternativo e noi abbiamo eseguito le loro disposizioni». I lavoratori, però, si ribellano: «Siamo sicuri che la droga possa essere smaltita nell' impianto dei Rotoli senza rischi per la salute? Noi non ne siamo così certi», dice il sindacalista della sigla Asia che riunisce diversi lavoratori dell' azienda comunale. «Oltre ai rischi per la salute poi c' è anche un aspetto etico che ferisce la sensibilità dei lavoratori: come si può bruciare droga nello stesso posto in cui si cremano le salme?». Sul rischio inquinamento l' Arpa si è già attivata: con una nota ha sollecitato al Comune «il report delle misurazioni delle emissioni del tempio crematorio». Il presidente dei chimici Cottone solleva alcuni dubbi: «La temperatura del forno dovrebbe raggiungere almeno gli 850 gradi. Se è troppo bassa, c' è il rischio della ricomposizione chimica delle sostanze con la conseguente dispersione di diossina. I proprietari del forno, prima ancora dell' Arpa, devono verificare quello che sta accadendo». Ma qual è il percorso della droga sequestrata? Quando viene bruciata? Gli stupefacenti sequestrati non vengono distrutti subito, ma custoditi nell' ufficio "corpi di reato" del tribunale. Spesso, però, subito dopo le operazioni antidroga, le dosi vengono conservate temporaneamente in un armadio blindato negli uffici di polizia. Ci sono casi in cui il giudice decide per la distruzione immediata della droga. A questo punto rientra in gioco la polizia giudiziaria. L' ufficio "corpi di reato" del tribunale redige un verbale di consegna. Le dosi di droga, sotto scorta di due ufficiali di polizia, vengono trasferite nei luoghi deputati alla distruzione. «Fino a quattro anni fa - spiega il dirigente della Narcotici della squadra mobile - la droga veniva distrutta a Bellolampo, dove c' era un piccolo inceneritore ormai fuori uso. Adesso si va a Reggio Calabria dove c' è un inceneritore per farmaci scaduti». Ma le trasferte fino in Calabria sono lunghe. E costose. «Cerchiamo - spiega - di far partire carichi più grossi possibile. Nel corso dei mesi, le varie forze di polizia raccolgono le quantità di droga sequestrate durante i blitz e poi,a turno, carabinieri, finanza e polizia organizzano le missioni a Reggio Calabria». Non sa nulla delle operazioni di smaltimento che si effettuano ai Rotoli. «Non escludo - dice però - che qualcuno abbia preferito non fare i viaggi fino a Reggio e abbia optato per Palermo. Ma i forni crematori non sono deputati a questa funzione. Può essere anche pericoloso».




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martedì 15 settembre 2015

IMMIGRATI e COSTO Sociale



C’è chi parla di “esodo biblico”, chi di “invasione”, chi dice che l’unico modo per fermarli è chiudere gli accessi via mare. Ma qual è la reale entità del fenomeno? Siamo di fronte a un’emergenza? E qual è la situazione a livello europeo?

Sono 23 mila le persone sbarcate in Italia nel primo quadrimestre del 2015 (dato aggiornato al 15 aprile) un dato sostanzialmente in linea con quello dello scorso anno. Anzi in calo: nello stesso periodo del 2014 erano arrivati 26.735 migranti. A differenza dello scorso anno, però, gli arrivi massicci si sono concentrati in un’unica settimana: dal 7 al 15 aprile, infatti, sono arrivate circa diecimila persone. Negli stessi giorni si sono verificati i due naufragi, che hanno portato la cifra delle vittime del mare a 1.700 dall’inizio dell’anno: un numero mai registrato prima. Se guardiamo ai numeri, dunque, ad aumentare davvero non sono gli arrivi ma i migranti morti nel tentativo di raggiungere le nostre coste: passati dai 17 dei primi mesi del 2014 ai 1.700 dei primi mesi del 2015.

Delle oltre 170 mila persone sbarcate sulle coste italiane nel 2014, solo un terzo ha ricevuto accoglienza nel nostro paese. Secondo i dati del ministero dell’Interno nel 2014 sono in tutto 66.066 le persone ospitate nelle strutture temporanee, nei Cara e nei centri Sprar. Nei primi mesi del 2015 il loro numero è salito a 68mila. Un numero in linea anche con il dato sulle domande d’asilo e protezione internazionale presentate nel nostro paese: 64.886 in tutto nel 2014.
A fare domanda sono soprattutto afghani, maliani e persone provenienti dall’Africa sub sahariana. Tra le nazionalità maggiormente rappresentate non compaiono né la Siria, né l’Eritrea, che sono, invece, i primi due Paesi di origine dei 170.757 migranti arrivati in Italia lo scorso anno (rispettivamente 39.651 e 33.559 persone). Questo perché, come sostiene anche l’ultimo rapporto del Centro Astalli, l’Italia è sempre più considerata dai migranti un paese di “transito”. Stando ai numeri per ora non c’è “un’emergenza accoglienza”, tanto che il ministero dell’Interno non parla di un piano straordinario, quanto piuttosto di una redistribuzione del numero di migranti tra le regioni (tra quelle del Sud che da sole accolgono quasi il 50 per cento di coloro che arrivano e quelle del nord). Ad essere aumentati saranno piuttosto i posti per la primissima accoglienza (tra le ipotesi c’è anche quella di creare tendopoli e tensostrutture) ma anche i progetti Sprar, da cui oggi sono interessati solo 500 comuni su ottomila e i posti per i minori non accompagnati.

Il costo medio per l’accoglienza di un richiedente asilo o rifugiato è di 35 euro al giorno. Un importo non definito per decreto, ma da una valutazione sui costi di gestione dei centri di accoglienza. Soldi, però, che non finiscono in tasca ai migranti ma che vengono erogati alle cooperative, di cui i comuni si avvalgono per la gestione dell’accoglienza. E che servono a coprire le spese di gestione e manutenzione, ma anche a pagare lo stipendio degli operatori che ci lavorano. Della somma complessiva solo 2,5 euro in media, il cosiddetto pocket money, è la cifra che viene data ai migranti per le piccole spese quotidiane (dalle ricariche telefoniche per chiamare i parenti lontani, alle sigarette, alle piccole necessità come comprarsi una bottiglia d’acqua o un caffè). Una volta sbarcati, i migranti vengono accolti nei centri per la prima accoglienza, che di solito si trovano nelle vicinanze dei porti dove arrivano. Da qui vengono poi smistati nei centri per migranti o richiedenti asilo, presenti sul territorio nazionale. In assenza di posti sul territorio i prefetti si rivolgono anche a strutture alberghiere che, soprattutto in bassa stagione, danno la loro disponibilità ad ospitare persone (sono i cosiddetti Cas, centri per l’accoglienza straordinaria). Questo tipo di gestione straordinaria ed emergenziale, è stata molto spesso criticata da chi si occupa dei diritti dei richiedenti asilo perché improvvisata e, dunque, in molti casi non in grado di rispettare gli standard minimi di accoglienza.



Sono state 626 mila le persone che hanno fatto richiesta d’asilo in Europa nel 2014, 191 mila in più rispetto al 2013 (+44 per cento) secondo le cifre fornite da Eurostat a marzo 2015. L’Italia è il terzo paese in termini di domande ricevute, dopo Germania e Svezia. A registrare il numero più alto di migranti accolti sono i tedeschi, con una cifra che è pari a un terzo del totale (202.700), seguiti dagli svedesi con 81.200 (il 13 percento) e per l’appunto da noi italiani, insieme ai francesi. L’Ungheria, che ha ricevuto 42.800 richieste d’asilo (il 7 percento di tutta l’Ue) si colloca al quinto posto. Se si prende in esame, però, il rapporto tra richiedenti asilo e popolazione totale: la media Ue è di 1,2 richiedenti asilo ogni mille abitanti. L’Italia si colloca leggermente al di sotto con 1 rifugiato ogni mille abitanti. In Svezia il numero sale a 8,4 ogni mille abitanti, in Ungheria a 4,3, in Austria a 3,3 e in Germania a 2,5.
A livello mondiale, poi, il numero più alto di richiedenti asilo è accolto nei paesi in via di sviluppo. Alla fine del 2013, in questi paesi hanno trovato accoglienza 10,1 milioni di persone, equivalenti all’86 per cento dei rifugiati del mondo, il valore più alto degli ultimi 22 anni. I paesi in assoluto meno sviluppati (come Pakistan, Etiopia, Sud Sudan e Kenya) hanno da soli provveduto a dare asilo a 2,8 milioni di rifugiati, corrispondenti al 24 per cento del totale mondiale, come sottolinea l’ultimo Rapporto sulla protezione internazionale del 2014.

Quella via mare è solo una delle rotte utilizzate dai migranti per raggiungere l’Europa. Senza contare che il grosso dell’immigrazione, in Italia e in Europa, è costituito da migranti comunitari che arrivano via terra, semplicemente prendendo un autobus o un aereo, anche l’immigrazione extra Ue è un fenomeno che si snoda secondo diverse direttrici. Secondo l’ultimo rapporto di Frontex, ad aprile sono 23mila le persone arrivate via mare, a fronte delle 34mila che hanno scelto la terraferma, attraverso la rotta dei Balcani occidentali, per raggiungere la Slovenia e l’Ungheria e poi giungere in Germania o in un altro paese del Nord dell’Europa. Cresce anche la rotta del Mediterraneo orientale, dove al 15 aprile i passaggi sono stati 17.628, il 241 per cento in più del 2013.

Non sempre gli scafisti sono anche trafficanti di uomini. In molti casi sono reclutati tra le file dei profughi, tra quelli che hanno un minimo di esperienza di navigazione. In cambio di un viaggio gratis, accettano di mettersi alla guida dei barconi, senza sapere se arriveranno a destinazione, accettando il rischio di un’imputazione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. “Su di loro non si può generalizzare - spiega don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habescia - I veri scafisti e trafficanti non vogliono rischiare più e mandano avanti  dei disperati. Spesso nigeriani, eritrei, etiopi o somali”. (ec)

Dalle Primavere arabe ad oggi i confini geopolitici nell’area del Vicino e Medio Oriente hanno subito una alterazione in termini di transitabilità territoriale. Si guardi al fenomeno dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL o ISIS), e alla sua facilità nel muoversi da uno Stato nazione all’altro superando i confini internazionali.

La permeabilità delle frontiere internazionali nell’area mediorientale ha trovato un elemento di accensione nei movimenti sociali, culturali, ideologici, che nati dall’esigenza di una dignità sociale hanno generato la crisi di governi nazionali, fino a quel momento preservati da uno status quo avallato dalle potenze esterne all’area come garanzia di equilibro regionale. Dalla fine del 2010 sullo scacchiere mediorientale si gioca la partita che modificherà gli assetti geopolitici regionali, definita da alcuni analisti  “nuova guerra fredda regionale araba”, con inevitabili ripercussioni sul panorama internazionale.

La Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia e l’effetto a cascata in Egitto, Libia e Yemen, anticipato dalle elezioni iraniane del 2009, ha evidenziato il coinvolgimento anche di Stati non arabi nelle manifestazioni di piazza, il cui orizzonte era dar voce alla propria coscienza sociale senza strumentalizzare la confessione. Le motivazioni portate nelle piazze avevano un’identità sociale non religiosa.

L’immigrazione sulle nostre coste ha lasciato emergere contraddizioni e debolezze della politica europea, da un lato volta a controllare le frontiere esterne, dall’altro a consentire la libera circolazione all’interno degli Stati dell’Unione.


Le frontiere esterne regolate dall’Accordo UE/Dublino III, che demanda allo Stato di primo asilo il ruolo di destinatario a cui rivolgere la richiesta di protezione internazionale, conferisce all’Italia l’esclusività nella gestione dell’accoglienza, e la Direttiva/51/CE per il controllo delle frontiere interne all’area Schengen, che potrebbe costituire un valido strumento di contrasto alle organizzazioni criminali fautrici dell’immigrazione via mare, non è applicabile alla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato.

L’Italia è il paese più esposto ad affrontare una situazione di emergenza generata dalla recrudescenza del fenomeno dell’immigrazione clandestina. E l’assenza di un quadro comunitario volto a collaborare, amplifica le difficoltà.

Dal 2013 il Resettlement Program/UE ha l’obbiettivo di “reinsediare” i rifugiati in aree cuscinetto intorno alle aree di crisi (Vicino e Medio Oriente) con un finanziamento da parte della Commissione Europea a supporto del FER (Fondo europeo per rifugiati) fino ad un massimo di 10.000 euro per rifugiato. Il Programma non ha riscontrato efficacia sul contenimento dell’immigrazione clandestina sia per la mancata partecipazione di tutti gli Stati membri dell’Unione, sia per la sua natura di programma volontario che richiede la cooperazione degli Stati di destinazione.

La fine di Mare Nostrum – missione militare e umanitaria con lo scopo di soccorrere i migranti fino al confine delle acque territoriali libiche – e l’introduzione dell’operazione Triton con l’obbiettivo di controllare le frontiere esterne nel Mediterraneo entro un raggio di 30 miglia, ha sottoposto l’Italia a dura prova  di fronte all’emergenza immigrazione.

E il piano elaborato dal Consiglio Europeo, potenziando in termini economici l’operazione Triton da 3 a 9 mln di euro al mese, anche agli occhi delle Nazioni Unite è risultato mancante per aver difeso l’identità militare senza assurgere ad un carattere umanitario, lasciando inalterati i confini territoriali entro i quali si svolge il monitoraggio delle acque europee.

L’assenza di un interlocutore istituzionale aumenta le difficoltà di convogliare verso la soluzione al problema dell’immigrazione clandestina.  La Libia rappresenta il punto da cui partire ma attualmente coesistono due governi, uno a Tripoli non riconosciuto dalla comunità internazionale e l’altro legittimo a Tobruk.

Un Paese ponte tra il Sahara e le coste mediterranee, dove il transito di esseri umani avviene in totale assenza di un controllo governativo, se non da parte di gruppi che si contendono il dominio sui territori interni di passaggio.

La geopolitica delle frontiere non è l’unico quadrante di una scacchiera destinata a mutare ulteriormente. Entra in gioco la geopolitica degli idrocarburi, l’Italia importa dalla Libia il 24% di gas e 27 % di petrolio.  E la geopolitica delle comunicazioni, con il transito di dati che dalla Sicilia passa per Tripoli e arriva oltreoceano. Mazara del Vallo è il cable landing point più importante d’Italia. Da qui transitano le comunicazioni globali, dati –  internet – telefonia,  di 9 importanti cavi sottomarini di fibre ottiche.

Lo scenario futuro dipenderà in maniera significativa dalle azioni del presente, dal ruolo che svolgerà l’Unione Europea e l’Italia in primis, nel nuovo ordine che si delineerà entro i confini del Vicino e Medio Oriente.
A oggi il fenomeno-immigrazione, affrontato spesso anche in Italia con pregiudizi ideologici o moralistici. Due i rischi che si corrono e tra loro opposti: da un lato il “buonismo” di chi vorrebbe far passare tutti, dall’altro la chiusura pregiudiziale di chi sostiene che non ci sono risorse sufficienti per gli italiani. Ci sarebbe una terza prospettiva, poco praticata: quella di valutare cosa rappresenti oggi l’immigrazione per l’Italia, quale peso economico e sociale abbiano gli immigrati regolari, quanto spazio ci sia nel mondo del lavoro per eventuali nuovi arrivi o l’accoglienza di coloro che fuggono dalle guerre e persecuzioni (Siria, paesi sub-sahariani, Eritrea ecc.).

Andando alla ricerca di dati e riscontri, si scopre anzitutto che gli italiani posseggono una percezione alquanto distorta sul peso e ruolo degli immigrati. Il Cisf (Centro internazionale studi famiglia) diretto da Francesco Belletti, ha sviluppato una ricerca dal titolo “Le famiglie di fronte alle sfide dell’immigrazione”, intervistando 4mila persone. Emerge che il 52% è d’accordo sul fatto che gli immigrati sono necessari per fare il lavoro che gli italiani non vogliono più fare, l’80% ritiene che se c’è poco lavoro gli italiani dovrebbero avere la precedenza, il 47% pensa che i figli di immigrati (più prolifici di noi) sono essenziali per compensare le nostre nascite sempre più scarse. E ancora il 78% dice che le case popolari andrebbero date per primi agli italiani; il 58% ritiene che i matrimoni misti producano maggiori conflitti e problemi; il 73% pensa però che le unioni miste favoriscano l’integrazione culturale e il 71% che il ricongiungimento culturale crei integrazione sociale. Il campione analizzato dal Cisf vede un 35,5% di “ostili” agli immigrati, un 35,3% di “problematici” e solo un 29,2% di “aperti”. Se oltre il 70% degli italiani hanno forti dubbi sull’immigrazione, il recente progetto “Integra. Famiglie in azione per una società interculturale”, condotto dal Forum famiglie in 7 regioni, ha mostrato che laddove si attuano concrete azioni di sensibilizzazione e dialogo, cambiano gli atteggiamenti sia degli italiani sia degli immigrati. Ma il percorso è lungo e difficile.

Dalla ricerca della Fondazione Leone Moressa, diretta dal prof. Stefano Solari, economista dell’università di Padova, emerge che sul totale di circa 5 milioni di stranieri presenti sul suolo italiano i contribuenti sono ben 3,5 milioni e hanno dichiarato 44,7 miliardi di euro, pari al 5,6% del totale dei redditi. In media ciascuno di loro ha dichiarato 12.930 euro, quasi 7.500 in meno della media italiana. Gli imprenditori stranieri sono oltre 600mila, l’8,2% del totale delle imprese italiane (per lo più piccole imprese commerciali e di servizio con pochissimi addetti) che producono il 6,1% del valore aggiunto nazionale (pari a 85,6 miliardi). Gli stranieri hanno intestate 2,8 milioni di auto e danno allo Stato un gettito pro-capite di 300 euro di sole imposte sui trasporti (840 milioni l’anno). I contributi Inps sono il 4,2% del totale per oltre 9 miliardi di euro, che sommati al gettito fiscale rappresenta un totale di 16,5 miliardi che entrano nelle casse pubbliche. Il calcolo della Fondazione Leone Moressa è che a fronte di questi 16,5 miliardi in entrata, lo Stato spenda per loro 12,6 miliardi (sanità 3,7; scuola 3,5; giustizia 1,8; trasferimenti economici, 1,6; servizi sociali, 0,6; casa 0,4) con uno sbilancio a favore dello Stato di 3,9 miliardi.

Visti questi dati, ci si chiede quale sia il reale grado di “pericolosità” degli immigrati rispetto ai conti pubblici e alla tenuta sociale del paese. Per le pensioni, ad esempio, versano 7,5 miliardi e ne ricevono “solo” 600 milioni, cioè di fatto pagano le pensioni agli italiani anziani. Quanto alle tasse abbiamo visto come contribuiscano per quasi 8 miliardi. I loro figli sono il 15% del totale e tengono alto il tasso demografico che, altrimenti – come nota il demografo Gian Carlo Blangiardo – “vedrebbe l’Italia condannata all’estinzione”. Sono dei grossi lavoratori, questo sì, in quanto pur essendo poco più del 7% della popolazione, “occupano” il 10,5% dei posti di lavoro (escluso il sommerso), ma i loro salari sono più bassi del 15-20%. In conclusione, considerato che nel mondo i migranti sono oltre 200 milioni, il dato di averne tra noi 5-6 milioni è poca cosa sul piano statistico. Semmai bisogna interrogarsi sull’appello del Papa a non chiudere le porte… ragionando anche in termini economici e valutando i benefici che l’immigrazione rappresenta per noi.


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