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venerdì 25 marzo 2016

L'ANNUNCIAZIONE DI MARIA



« E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. »
(Vangelo secondo Giovanni, I,14)
L'Annunciazione della Beata Vergine Maria è l'annuncio del concepimento verginale e della nascita verginale di Gesù che viene fatto a sua madre Maria (per il Vangelo secondo Luca) e a suo padre Giuseppe (per il Vangelo secondo Matteo) dall'arcangelo Gabriele.

La tradizione della Chiesa è unanime nel riconoscere nell'annuncio dell'angelo a Maria, e nella sua docile accoglienza, l'inizio della storia della definitiva ed eterna alleanza in quanto momento in cui "il Verbo si fece carne". L'Eterno attraversa le soglie del tempo e si fa storia. La missione di Gesù comincia già nel grembo della madre, come testimonia il vangelo della Visitazione in cui il bambino nel grembo di Elisabetta, la cugina di Maria, sussulta di gioia e la stessa Maria si lancia nel canto del Magnificat, che è un canto di vittoria.

Il distacco del cristianesimo dalle altre religioni avviene infatti proprio nel mistero dell'Incarnazione: in nessun altro credo è concepito un Dio che assume in sé la natura umana e la fa propria, con l'unica differenza della assenza di ogni forma di peccato. La nascita e poi la vita pubblica di Gesù daranno piena attuazione alla sua missione, fino al suo compimento nelle vicende pasquali. Ma tutto nacque dal 'fiat' di Maria; ne è dimostrazione che il Gesù risorto è lo stesso di quello pre-pasquale, come Egli stesso tiene a dimostrare nelle apparizioni agli apostoli. È al momento dell'Annunciazione, e non nella Risurrezione, che si verifica l'unione ipostatica definitiva tra natura umana e natura divina in Gesù Cristo.

Nell'Antico Testamento, Dio aveva parlato ai patriarchi, ai profeti e ai sapienti; con l'Annunciazione si rivolge ad una giovane donna. Il breve passo evangelico di Luca è un condensato di testimonianze: l'umiltà della scena, una giovane e povera fanciulla in una città secondaria di una terra di provincia, la Galilea, fa da contrasto alle promesse dell'angelo, espressioni della forza e della manifestazione di Dio. Contrasto che sarà compreso dalla stessa Maria, e di lì a poco esaltato nel canto del Magnificat. Espressioni e manifestazioni di Dio peraltro tutte care alla teologia dell'Antico Testamento; in questo modo, l'autore vuole evidenziare che la vicenda di Gesù si inserisce fin dall'inizio in quella storia di salvezza già cominciata con l'antico Israele, e lo fa considerandola nella sua interezza: dai patriarchi (Giacobbe), all'esperienza dell'Esodo (l'ombra che richiama la nube quale segno della presenza di Dio nel deserto), all'epoca dei re (il trono di Davide), fino alla recente, per quel tempo, tradizione apocalittica (con la tipica espressione 'Figlio di Dio').

Alcuni autori hanno visto un parallelo tra il racconto della nascita di Samuele nell'Antico Testamento (raccontata nel Primo libro di Samuele) e il racconto dell'annunciazione e della nascita di Gesù elaborato da Luca.

Il 'fiat' di Maria richiama l'"eccomi" delle figure più importanti dell'Antico Testamento: Abramo, Mosè, Samuele, ed altri; Profeti e uomini di Dio che seppero riconoscere la volontà e il piano di Dio, e poi perseguirlo. La docilità alla parola del Signore era diventata un messaggio fondamentale nella predicazione dei Profeti, i quali denunciarono una religione basata sulla pratica dei soli sacrifici prescritti.

Gesù stesso riprenderà questa istanza nella sua predicazione: "Non chiunque mi dice 'Signore, Signore' entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio" (Mt 7,21), e la interpreterà personalmente fino alle estreme conseguenze.

I Padri della Chiesa e i grandi maestri spirituali di tutti i tempi hanno così visto in Maria non solo la persona che ha permesso il concreto iniziare della definitiva alleanza, ma anche un modello di fede per ogni credente. Come Abramo era stato il padre della fede per l'AT, credendo alla promessa del Signore di riservargli una discendenza numerosa nonostante la tarda età, è ora Maria a credere ad una discendenza benedetta nonostante una sua esperienza personale e contesto sociale che contrasti con questo, anche se per motivi opposti a quelli di Abramo. E come il sì di Maria ha permesso a lei di generare Gesù nella carne, così il sì di ogni credente dovrà condurre Cristo nella sua vita, anche fisica e concreta. Il cristianesimo non è la religione dei pensieri, ma delle scelte di vita che determinano cambiamenti nella dimensione sia della mentalità che della conduzione materiale dell'esistenza.

L'opinione che la fa risalire all'età apostolica si può scartare senz'altro (elle ne s'appuie sur aucun argument sérieux, Cabrol); e si possono scartare allo stesso modo, perché apocrifi, altri testi dal sec. III al IV, mentre anche nei secoli IV e V non ne troviamo menzione esplicita anche là dove sarebbe stato naturale parlarne. Eppure alcuni fatti, alcune fonti letterarie e induzioni plausibili da altre testimonianze e documenti permettono di affermare che la festa dell'Incarnazione, almeno in alcune località, era celebrata fin da quel tempo. A renderla popolare contribuì senza dubbio la condanna di Nestorio e l'esaltazione della Vergine come madre di Dio (ϑεοτόκος) fatta nel concilio di Efeso nel 431. Ma, poiché la festa cadeva in Quaresima, ed essendovi divergenze circa la data precisa, nella Spagna il decimo concilio nazionale di Toledo trasportò la festa all'epoca dell'Avvento, il 18 dicembre. E la concezione rigida, secondo la quale non si dovevano celebrare feste in Quaresima, perdurò, oltre che nella liturgia mozarabica della Spagna, anche nel rito ambrosiano, che dedica alla Vergine la sesta domenica del proprio Avvento, forse nei riti di Aquileia e di Napoli; nella liturgia nestoriana. Anche varî testi liturgici dimostrano che anticamente tra la festa dell'Annunciazione e l'Avvento i rapporti furono assai stretti. Ma già il concilio in Trullo (Costantinopoli 692) aveva stabilito che l'Annunciazione si celebrasse in Quaresima: papa Sergio (687-701) dispose che nelle quattro feste della Vergine si compisse una processione solenne.



La Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa celebrano questo evento il 25 marzo (per la Chiesa ortodossa il 25 marzo del calendario giuliano cade il 7 aprile del calendario gregoriano) di ogni anno. La liturgia che celebra la solennità dell'Annunciazione del Signore viene rinviata se coincide con una domenica di Quaresima o altre solennità del tempo pasquale.

In molte nazioni (per esempio in Toscana fino al XVIII secolo) al giorno dell'Annunciazione era fissato il capodanno, per cui il sistema di calcolo degli anni era detto Stile dell'Incarnazione).

Come ogni data relativa agli eventi dell'infanzia di Gesù, anche quella del 25 marzo per l'Annunciazione è stata stabilita in riferimento a quella del Natale, e quindi, come questa, è stata indicata solamente dalla tradizione della Chiesa, mancando al riguardo riferimenti precisi nei Vangeli. Quale momento del concepimento, l'Annunciazione è stata simbolicamente collocata nel giorno al 9º mese prima del Natale, e questo avvenne presto dopo l'istituzione della festa del Natale e la sua collocazione al 25 dicembre, che avvenne in Occidente intorno alla metà del IV secolo d.C. (in Oriente alla fine dello stesso secolo).

Tale collocazione ha anche però un valore teologico e liturgico: l'Annunciazione, quale momento storico dell'inizio dell'Incarnazione e quindi della storia della salvezza, viene così a cadere nello stesso periodo in cui la tradizione ebraica poneva l'inizio del suo anno religioso, cioè nel mese di nisan (marzo/aprile), e fino all'Alto Medioevo proprio il 25 marzo segnava l'inizio del ciclo liturgico annuale del cristianesimo, poi spostato allo stesso Natale ed infine all'Avvento, ma anche l'inizio del calendario civico (come ad esempio in Firenze). Questo fatto fu favorito anche dalla coincidenza con importanti ciclicità astronomiche: infatti, se la collocazione del Natale fu volutamente fatta coincidere con il periodo del solstizio invernale, l'Annunciazione viene così a cadere in quello dell'equinozio primaverile.

Dal punto di vista liturgico, la ricorrenza dell'Annunciazione è una solennità, e contrariamente a quanto comunemente si reputa, è una festa del Signore, e non di sua madre Maria. Secondo il calendario liturgico cattolico occidentale, il 25 marzo cade spesso nel tempo di Quaresima; in alcuni anni, invece cade nella Settimana santa o nell'Ottava di Pasqua. Succede quindi non di rado che la solennità dell'Annunciazione sia rinviata, o perché deve cedere il posto a una domenica di Quaresima (e in tal caso, è spostata al giorno successivo, lunedì 26 marzo, come è accaduto nel 2007 e nel 2012), o perché, dato che la Settimana Santa e l'Ottava di Pasqua prevalgono sull'Annunciazione, la solennità viene rimandata al lunedì dopo la Domenica in albis (come nel 2008, spostata a lunedì 31 marzo, o nel 2002 e 2013, spostata a lunedì 8 aprile).

Forse nessun altro passo biblico o altra verità teologica ha trovato tanta eco nella tradizione di preghiera del popolo cristiano, almeno nella sua componente cattolica.

Il dialogo e la storia dell'Annunciazione costituiscono l'inizio e il motivo di fondo dell'Ave Maria, da quasi un millennio tanto diffusa nel cristianesimo cattolico quanto lo stesso Padre nostro.

L'Annunciazione è anche il primo dei 20 misteri che costituiscono la preghiera del Rosario, nel quale sono meditati, attraverso la preghiera alla SS. Madre, i Misteri della vita di Gesù Cristo, principalmente, e della stessa Maria, a cominciare, appunto, dall'Annunciazione.

L'Annunciazione costituisce invece completamente da sé la preghiera dell'Angelus, tradizionalmente recitata allo scoccare del mezzogiorno, ormai assunta a forma di preghiera pubblica dagli stessi Pontefici la domenica mattina in Piazza San Pietro a Roma, preceduta da brevi meditazioni sui fatti di cronaca e vita contemporanea.

L'annunciazione è stato nei secoli un soggetto molto utilizzato dai pittori. Tipicamente vi sono rappresentati Maria e l'angelo alle due estremità dello spazio della rappresentazione, rivolti l'uno verso l'altro. L'angelo può essere ancora in volo, o appena atterrato (Leonardo da Vinci lo dipinse mentre ripiega le ali), oppure essere stante davanti a Maria, o inginocchiato o al passo. Talvolta ha una mano sollevata col gesto della benedizione, che nella tradizione bizantina più antica significava invece il gesto di prendere la parola. In ogni caso è tipico l'attributo del giglio bianco, simbolo di purezza verginale, portato a Maria. Talvolta sono rappresentate anche le parole dell'Ave Maria, come lettere che gli escono dalla bocca o come cartiglio scritto che l'angelo regge in mano.

Maria è spesso rappresentata seduta, magari interrotta dalla lettura, talvolta con le braccia incrociate in senso di accettazione e umiltà, talvolta inginocchiata o in piedi, talvolta mentre si protende verso l'angelo, magari a raccogliere il giglio che le viene porto, simboleggiando quindi ancora l'accettazione. Più raro, ma non inconsueto, è invece un moto di sorpresa e magari di ritrosia della Vergine, colta all'improvviso dall'annuncio divino.

Spesso viene rappresentata alle spalle di Maria la sua stanza da letto, magari visibile da una porta socchiusa: le lenzuole sono sempre ben tese e tutto è in ordine, a simboleggiare la purezza virginale delle abitudini di vita della donna, mai funestate da "incontri" nella sua camera da letto. A tale contingenza di vita si può riferire anche la rappresentazione di un piccolo giardino recintato, l'hortus conclusus.

Un terzo elemento ricorrente, ma non sempre presente è quello della colomba dello Spirito Santo che può irrompere nella stanza, diretta verso Maria, e che simboleggia l'arrivo dello Spirito e quindi il concepimento di Gesù. A volte dietro la colomba sta Dio, che la invia,o più raramente egli invia lo stesso arcangelo. Rara è la preparazione dell'angelo prima del suo invio sulla terra, che compare ad esempio in una tavola di Paolo Uccello. Tra le altre rappresentazioni simboliche accessorie può esserci la presenza, magari sullo sfondo, magari in un elemento decorativo della stanza, di Adamo ed Eva, il cui peccato si avvia ad essere lavato tramite l'accettazione di Maria e il futuro sacrificio di Cristo.

A partire dal Cinquecento l'allineamento classico delle figure inizia ad essere scompaginato verso rappresentazioni più nuove e dinamiche. Originalissima, in questo senso, appare l'Annunciazione di Recanati di Lorenzo Lotto, dove la Vergine è rivolta allo spettatore e l'angelo appare alle sue spalle, in profondità: aprirà la strada a tutte le originali soluzioni del Seicento.

In epoca più moderna si è giunti a rappresentazioni anche più complesse: per Dante Gabriele Rossetti Maria è un'adolescente impaurita dall'apparizione luminosa di un angelo che non è raffigurato direttamente sulla tela.

L'annunciazione non va confusa con una rappresentazione simile, ma di significato diverso, quale l'annuncio di morte a Maria. Gabriele in quel caso si trova a tornare dalla Vergine, questa volta però non le porge un giglio, ma una palma del martirio. Presente solo nei cicli mariani più estesi, questa scena si differenzia dunque per la diversa offerta a Maria e non va confusa con la vera e propria "annunciazione".

Di frequente l'Annunciazione si svolge sotto un portico, chiuso nel fondo da una balaustrata marmorea, oppure aperto per mezzo di arcate su giardini fioriti o su interni architettonici sontuosi. E libera circola l'aria e la luce nell'Annunciazione di Leonardo da Vinci, senza architetture superflue alla vita misteriosa della natura. Ma dal Quattrocento in poi è inutile classificare, per tipi a cui gli artisti si attengano, questa e altre rappresentazioni, mentre ogni grande maestro vi adatta al proprio genio e al proprio temperamento i dati iconografici trasfigurandoli nella propria arte. Lo provano alcune fra le tante rappresentazioni più celebri e più diverse tra loro: l'Annunciazione di Donatello in S. Croce a Firenze; quelle del Pinturicchio nella Collegiata di Spello, del Tiziano in S. Salvatore a Venezia, di Orazio Gentileschi nella Pinacoteca di Torino. Citiamo poi tra le più note annunciazioni di maestri stranieri, quelle dei fratelli Van Eyck a Gand, di Stephan Lochner nel duomo di Colonia, del maestro di Flémalle al Prado di Madrid, di Ruggero van der Weyden al Metropolitan Museum di New York e, tra le Annunciazioni di pittori moderni, quelle di D.G. Rossetti alla Tate Gallery di Londra e di M. Denis. (V. tavole C I - CX).

Una tradizione antichissima identifica la casa di Maria, in cui avvenne l'Annunciazione, con la grotta che oggi si trova nella cripta della Basilica dell'Annunciazione a Nazaret. La casa era costituita da una parte scavata nella roccia (la grotta) e una parte costruita in muratura. Quest'ultima rimase a Nazaret fino alla fine del XIII secolo, quindi venne trasferita prima a Tersatto (Trsat, Croazia) e dopo a Loreto, nelle Marche, in quanto la rioccupazione della Terrasanta da parte dei musulmani faceva temere per la sua conservazione.

Secondo la tradizione, essa fu miracolosamente portata in volo da alcuni angeli (perciò la Madonna di Loreto è venerata come patrona degli aviatori). Dai documenti dell'epoca risulta che in realtà il trasporto, avvenuto per nave tra il 1291 e il 1294, fu opera della famiglia Angeli Comneno, un ramo della famiglia imperiale bizantina. La Santa Casa, come essa è chiamata, si trova tuttora all'interno della Basilica di Loreto, ed è continuamente visitata da numerosi pellegrini.



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giovedì 2 aprile 2015

LA VIA CRUCIS

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La Via Crucis è un rito della Chiesa cattolica con cui si ricostruisce e commemora il percorso doloroso di Cristo che si avvia alla crocifissione sul Golgota.

L'itinerario spirituale della Via Crucis è stato in tempi recenti completato con l'introduzione della Via Lucis — che celebra i misteri gloriosi, ovvero i fatti della vita di Cristo tra la sua Risurrezione e la Pentecoste.
Alcuni fanno risalire la storia di questa devozione alle visite di Maria, madre di Gesù, presso i luoghi della Passione a Gerusalemme, ma la maggior parte degli storici riconosce l'inizio della specifica devozione a Francesco d'Assisi o alla tradizione francescana.

Intorno al 1294, Rinaldo di Monte Crucis, frate domenicano, racconta la sua salita al Santo Sepolcro "per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem", per varie tappe, che chiama stationes: il luogo della condanna a morte di Gesù, l'incontro con le pie donne, la consegna della croce a Simone di Cirene, e gli altri episodi della Passione fino alla morte di Gesù sulla Croce.

Originariamente la vera Via Crucis comportava la necessità di recarsi materialmente in visita presso i luoghi dove Gesù aveva sofferto ed era stato messo a morte. Dal momento che un tale pellegrinaggio era impossibile per molti, la rappresentazione delle stazioni nelle chiese rappresentò un modo di portare idealmente a Gerusalemme ciascun credente. Le rappresentazioni dei vari episodi dolorosi accaduti lungo il percorso contribuivano a coinvolgere gli spettatori con una forte carica emotiva.

Tale pratica popolare venne diffusa dai pellegrini di ritorno dalla Terrasanta e principalmente dai Minori Francescani che, dal 1342, avevano la custodia dei Luoghi Santi di Palestina. Inizialmente la Via Crucis come serie di quattordici "quadri" disposti nello stesso ordine (vedi il capitolo seguente) si diffonde in Spagna nella prima metà del XVII secolo e venne istituita esclusivamente nelle chiese dei Minori Osservanti e Riformati. Successivamente Clemente XII estese, nel 1731, la facoltà di istituire la Via Crucis anche nelle altre chiese mantenendo il privilegio della sua istituzione al solo ordine francescano.

Uno dei maggiori ideatori e propagatori della Via Crucis fu San Leonardo da Porto Maurizio, frate minore francescano che ne creò personalmente alcune centinaia. Al fine di limitare la diffusione incontrollata di tale pratica devozionale, Benedetto XIV ricorse poco dopo ai ripari stabilendo, nel 1741, che non vi potesse essere più di una Via Crucis per parrocchia.

La collocazione delle stazioni all'interno della chiesa doveva rispondere a norme di simmetria ed equidistanza: il corretto espletamento delle pratiche devozionali consentiva di acquisire le stesse indulgenze concesse visitando tutti i Luoghi Santi di Gerusalemme.

Oggi tutte le chiese cattoliche dispongono di una "via dolorosa", o almeno di una sequenza murale interna. Il numero e nomi delle stazioni cambiarono radicalmente in diverse occasioni nella storia della devozione, sebbene l'elenco corrente di quattordici stazioni ora sia quasi universalmente accettato. L'ordine lungo le pareti non segue una regola precisa, può infatti essere indifferentemente orario o antiorario. Secondo un documento della diocesi di Nanterre "l'ordine più diffuso è quello antiorario, ma non c'è una regola generale".

Le stazioni della Via Crucis che è arrivata a noi come tradizionale sono le seguenti:

Gesù è condannato a morte
Gesù è caricato della croce
Gesù cade per la prima volta
Gesù incontra sua Madre
Gesù è aiutato a portare la croce da Simone di Cirene
Santa Veronica asciuga il volto di Gesù
Gesù cade per la seconda volta
Gesù ammonisce le donne di Gerusalemme
Gesù cade per la terza volta
Gesù è spogliato delle vesti
Gesù è inchiodato sulla croce
Gesù muore in croce
Gesù è deposto dalla croce
Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro
Il carattere devozionale di alcune delle stazioni tradizionali, da una parte, e l'assenza di momenti significativi dei racconti evangelici, dall'altra, hanno portato a elaborare schemi alternativi di Via Crucis, articolate secondo il Vangelo.

A livello gerarchico, tale proposta appare per la prima volta nel Libro del Pellegrino che veniva offerto in occasione dell'Anno Santo del 1975: vi si trovava lo schema tradizionale e anche lo schema biblico.

A volte la Via Crucis viene terminata con una quindicesima stazione, la Risurrezione di Gesù. Chi la aggiunge lo fa nell'idea che la preghiera cristiana nella contemplazione della passione non può fermarsi alla morte, ma deve guardare al di là, allo sbocco di cui i Vangeli ci parlano, alla risurrezione.

La tendenza è però quella di evitare tale stazione, e di limitarsi ad annunciare la risurrezione in una qualche riflessione o preghiera finale, in maniera che la Via Crucis rimanga una meditazione della passione.

In molti paesi sta diventando tradizione celebrare la Via Lucis nel tempo pasquale, come meditazione gioiosa della risurrezione di Cristo.

Come tutti i Papi, anche Giovanni Paolo II conduceva pubblicamente una Via Crucis in Roma al Colosseo ogni anno, la sera del venerdì santo. Per molti anni questo Papa ha portato personalmente la croce di stazione in stazione, poi con l'acuirsi dei problemi derivanti dai postumi dell'attentato subito e dall'età avanzata, presiedeva la celebrazione da un palco sulla Collina Palatina, mentre altri portavano la croce.

Ogni anno una persona o un gruppo era invitato a scrivere i testi delle meditazioni per le Stazioni. Alcuni dei commentatori, negli ultimi anni, non erano fedeli cattolici.

Alcuni anni (1991) le Stazioni meditate non sempre seguivano l'elenco tradizionale.

Il Papa stesso ha scritto i testi in occasione dell'anno giubilare del 2000 e lì ha utilizzato le Stazioni tradizionali. Giovanni Paolo II eseguiva la via crucis ogni venerdì.

Nella Chiesa cattolica il pio esercizio della Via Crucis è connessa con l'indulgenza plenaria secondo le normali condizioni stabilite dalla Chiesa. Per ottenere l'indulgenza, i fedeli devono pregare sostando in ciascuna stazione, meditando sul mistero della Passione. Non vi sono particolari requisiti sulla durata della meditazione, né la necessità di utilizzare preghiere specifiche, e non è indispensabile che la meditazione corrisponda alle stazioni che sono dipinte. Ciascuna raffigurazione delle Stazioni della Via Crucis dovrebbe essere benedetta da un francescano (o dall'ordinario del luogo o da un suo delegato) e dovrebbe includere una croce di legno ad ogni stazione. Le immagini sono opzionali. La stessa indulgenza può essere applicata a chi non può materialmente visitare le stazioni purché mediti per 30 minuti sulla Passione.

La Via Crucis rappresenta un momento di preghiera, di riflessione e un cammino penitenziale.

La celebrazione della Via Crucis è molto comune nei venerdì di Quaresima, specialmente il venerdì santo. Di frequente le celebrazioni a carattere comunitario sono accompagnate da vari canti e preghiere, molto comune come accompagnamento musicale la sequenza dello Stabat Mater Dolorosa.

La Via Crucis entra a far parte dell'insieme delle Rappresentazioni popolari.

Una rappresentazione popolare importante in Piemonte è la Via Crucis di Antignano, un paesino in provincia di Asti, dove 140 personaggi (quasi tutti Antignanesi) vestono i panni di 2000 anni fa per rievocare le ultime ore di vita di Gesù. Rappresentazione non solo teatrale, ma anche liturgica che viene messa in scena solo ed esclusivamente il Venerdì Santo.

Una delle più celebri e caratteristiche rappresentazioni della Via Crucis è la Processione dei Misteri di Taranto, che si svolge ogni Giovedì e Venerdì Santo nel capoluogo jonico da più di 250 anni.

Un'altra spettacolare Via Crucis di origine spagnola si svolge a Trapani dal 1600 durante il Venerdì Santo: la Processione dei misteri di Trapani.

Da un punto di vista artistico, molto interesse è stato mostrato nei secoli verso l'analisi, la conservazione e il restauro delle immagini iconografiche associate con questa pratica: le quattordici stazioni sono state raffigurate nelle chiese e in altri luoghi di culto, a volte anche in esterni, con dipinti, formelle in terracotta, bassorilievi in rame o vere e proprie sculture. Artisticamente sono considerate parte della produzione tematica ispirata alla crocifissione.

Si ricordano, ad esempio, la celebre Via Crucis dipinta da Giandomenico Tiepolo tra il 1747 e il 1749 per la chiesa di San Polo a Venezia o la Via Crucis di San Giuseppe eseguita nel 1713 da Giovanni Antonio Cappello per la chiesa di San Giuseppe a Brescia, conservata integralmente.


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venerdì 20 marzo 2015

I MISTERI DEL SOLE NERO

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Il giorno che si tinge di nero. Le tenebre che divorano la luce. Le stelle a mezzogiorno. Le eclissi solari hanno accompagnato tutto il corso della storia umana. E per millenni sono state un fenomeno che ha terrorizzato gente comune e sovrani, eserciti e generali: un funesto presagio perché rovesciamento del quotidiano e del senso comune. Tutti i popoli hanno avuto modo di osservarne il succedersi e il ripetersi nella loro periodicità.

La memoria più antica di un'eclissi ha viaggiato fino a noi sul filo della leggenda. In Cina, più di 4mila anni fa. In previsione di un'eclissi, tamburi e arcieri reali dovevano essere pronti per spaventare e combattere il drago che divorava il Sole. La sua scomparsa, seppure per pochi minuti, era infatti un pessimo presagio per la sorte dello stesso re, legittimato dal volere celeste.

I cinesi, dunque, erano in grado di fare previsioni già 2mila anni prima di Cristo. La storia narra che Hsi e Ho, i due astronomi di corte, mancarono però la previsione, non per imperizia, ma perché erano ubriachi. Non si riuscì a mettere mano in tempo alle mazze e agli archi, ponendo così a rischio la vita dell'imperatore. Per punizione, Ho e Hsi furono giustiziati, ma la loro vicenda ci ha consegnato forse la testimonianza più remota di un'eclissi nella storia della civiltà: quella del 22 ottobre 2137 avanti Cristo.

Il primo documento scritto relativo a un'eclissi di Sole è invece quello rappresentato dalla tavoletta ritrovata nel 1948 a Ugarit, nell'attuale Siria, incisa in scrittura cuneiforme. Riporta la descrizione dell'oscuramento e la comparsa di Marte in pieno giorno. Gli studiosi, proprio sulla base della posizione di Marte e della datazione della tavoletta, hanno ipotizzato che si tratti del fenomeno accaduto il 5 marzo 1223 avanti Cristo.

Quasi come un macabro carnevale, le eclissi hanno avuto il potere di ribaltare i ruoli e trasformare re in contadini e prigionieri in re, da sacrificare però per salvare i primi. Accadeva nel regno assiro. La cerimonia dello sar puhi è ben raccontata in un capitolo del libro Notte di stelle, scritto da Margherita Hack e Viviano Domenici. Sotto i regni di Esarhaddon e poi di Assurbanipal (dal 681 al 631 a.C. circa), all'approssimarsi di un'eclissi di luna o di sole sul trono veniva posto un "parafulmine" umano: al posto di re e regina salivano un criminale, un prigioniero di guerra oppure una persona qualsiasi assieme alla provvisoria consorte. I nuovi incoronati venivano così segnati, secondo la credenza, con le maledizioni che l'infausto evento portava con sé. Il sovrano nel frattempo si rifugiava in campagna e diventava un "fattore" sotto mentite spoglie. Al termine del regno dello sar puhi, cioè del "re sostituto", che durava un centinaio di giorni, i due finti reali venivano giustiziati e sepolti con una cerimonia funebre regale, per essere sicuri che l'inganno giocato alle divinità fosse credibile.

Il conflitto tra Lidi e Medi durava già da sei anni quando i due eserciti si affrontarono sulle sponde del fiume Halys, nell'attuale Turchia, il 28 maggio del 585 avanti Cristo. In quella data "improvvisamente il giorno si fece notte". A raccontarlo è Erodoto, nelle Storie, il quale sostiene che proprio quella eclissi fu predetta da Talete di Mileto. Lidi e Medi però non ne avevano notizia.
I due eserciti, terrorizzati dall'evento, lasciarono cadere le armi e, poco dopo, i sovrani Aliatte e Ciassarre si affrettarono a stipulare una tregua che pose fine alla guerra tra i due popoli. I calcoli molto precisi possibili oggi hanno permesso di isolare l'episodio e di datarlo con certezza.

Erodoto racconta come anche il re persiano Serse fu spaventato da un'eclissi di Sole, poco prima di attaccare i Greci alle Termopili nel 480 avanti Cristo. Ma fu rassicurato dai propri sacerdoti. I magi sostennero che la Luna che eclissava le città elleniche fosse un buon presagio per i persiani. Qui è la storia che, finalmente, incontra la scienza. Le parole di Erodoto dimostrano come la spiegazione naturale al fenomeno fosse già conosciuta anche prima delle osservazioni del filosofo greco Anassagora.

I riferimenti alle eclissi nella storiografia e nella letteratura antiche sono naturalmente diversi, dall'Antico testamento al poeta greco Archiloco. Anche Omero ne parla nell'Odissea: il ritorno a Itaca di Ulisse è preceduto proprio dall'oscuramento del Sole. In questo caso la sventura portata dall'eclissi si abbattè sui Proci. Era il 16 aprile 1178 a.C. quando il Sole fu "tolto dal cielo e un'oscurità sinistra invade la terra". La data è risultato dello studio di questi versi e dei dettagli astronomici presenti nel poema che hanno permesso di collocare, quindi, anche la caduta e la distruzione di Troia con buona precisione, tra il 1192 e il 1184 prima di Cristo.

La Luna passa regolarmente davanti al Sole. È un calendario cosmico estremamente preciso. Grazie alle proiezioni e ai calcoli possibili oggi, possiamo virtualmente tornare indietro nel tempo e visualizzare quando e dove le eclissi furono visibili con estrema precisione. Questo ci permette di ricostruire e datare episodi remoti della nostra storia, incrociando le informazioni delle testimonianze scritte. Come l'osservazione del 3 agosto del 431 a.C., durante la guerra del Peloponneso. O l'occultazione del 632 dopo Cristo, prossima alla data di nascita di Maometto. La morte del sovrano carolingio Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, seguì di poche settimane l'eclissi del 5 maggio 840: anche questo un "presagio" della fine imminente dell'imperatore.

L'abilità e la comprensione scientifiche permettevano, quindi, già nell'antichità di prevedere le eclissi con una discreta precisione. Questo presupponeva, per esempio, la conoscenza di quello che ora chiamiamo "ciclo di Saros". Si tratta di un intervallo di tempo ciclico di circa 18 anni scaduto il quale le eclissi si ripresentano simili. Conoscenze di questo tipo sono un patrimonio che risale a più di 2mila anni fa ed era in possesso dei Caldei, in Mesopotamia. Ma questo tipo di previsione è riportata anche sui calendari dei popoli precolombiani come i Maya.

Col passare dei secoli e col progredire degli studi di fisica e astronomia, i misteri del "sole nero" sono stati svelati. E con essi è scomparso anche il terrore per un fenomeno "soprannaturale" finalmente spiegabile dalla teoria copernicana e, successivamente, con formule matematiche molto dettagliate. Astronomi e fisici capirono che il transito della Luna di fronte al Sole poteva fornire ulteriori indizi sulla nostra stella ma non solo. Le osservazioni portarono alla scoperta e alla conferma di alcuni "mattoni" che tengono insieme l'universo stesso.

Nel 1780 il professore di Harvard Samuel Williams ottenne un lasciapassare dagli inglesi per varcare le linee nemiche durante la guerra d'Indipendenza americana, per poter osservare l'eclissi totale che si sarebbe verificata il 27 ottobre di quell'anno. L'interesse scientifico gli garantì l'immunità per raggiungere la baia di Penobscot, nel Maine. Sfortunatamente Williams sbagliò a calcolare l'area della totalità (la zona in cui cade l'ombra della luna) e potè osservare solamente un'eclissi parziale.
A metà dell'800 risale la prima "foto" di un'eclissi: un dagherrotipo che per la prima volta immortalò la corona solare, grazie allo schermo posto dalla Luna. Pochi anni più tardi fu proprio grazie a un'eclissi che il francese Pierre Janssen e l'inglese Norman Lockyer poterono scoprire l'esistenza di quello che ora sappiamo essere il secondo elemento più presente nell'universo: l'elio. Ottennero lo stesso risultato lavorando indipendentemente: analizzarono lo spettro di emissione della luce della corona solare scoprendo che non aveva nessun riscontro con tutti gli elementi conosciuti fino ad allora. Il nome del nuovo elemento fu scelto proprio ispirandosi alla nostra stella.

Quello scampolo di notte che piomba nel bel mezzo del giorno ha fornito anche una conferma alla legge della Relatività generale di Einstein. In particolare la teoria che un campo gravitazionale può deflettere anche la luce. Il 29 maggio 1919 le due spedizioni organizzate da sir Arthur Stanley Eddington in Brasile e nella Guinea Spagnola avevano l'obiettivo di fotografare l'eclissi e le stelle più luminose che apparivano nella stessa regione del disco oscurato del Sole. Il confronto delle lastre con la posizione che avrebbero dovuto occupare in condizioni di osservazioni normali diede la prova che la luce delle stelle era stata deviata dal campo gravitazionale del Sole. Einstein ci aveva visto giusto.

Le eclissi solari, però, non hanno smesso del tutto di influenzare la cultura popolare e di alimentare timori. Fino al XIX secolo, per esempio, la Marina militare cinese ha continuato la tradizione di "sparare" a salve contro il drago che voleva ingoiare il Sole. Accadeva 150 anni fa.Il 22 luglio 2009, le autorità cinesi hanno allertato le forze di polizia lungo tutto il corso dello Yangze per evitare scene di panico durante l'eclissi prevista per quel giorno. E a Chongqing il sindaco vietò l'uso dei telefonini durante l'oscuramento del Sole. Insomma, nonostante il fenomeno sia stato ormai spiegato ampiamente, ritrovarsi ad ammirare le stelle a mezzogiorno non ha mai smesso di inquietare i pur ben informati "spettatori".

In Vietnam, si pensava che una rana gigante stesse divorando il Sole, mentre in Cina antica, la gente credeva fosse opera di un drago celeste affamato. Vi è anche la favola vichinga che narra che il dio del sole, Sol, viene continuamente inseguito dal lupo Skoll e quando l'animale riesce a catturarlo avviene un'eclissi solare. Così, quando questo accadeva, la gente faceva un sacco di rumore, sbattendo insieme pentole e padelle, per spaventare il lupo e far ritornare il Sole. La stessa cosa avveniva con l'eclissi lunare, ma in quel caso il lupo divoratore di Luna (Mani) era Hati.

Nell'antica Grecia l'eclissi solare era interpretata come un segnale negativo. Si pensava che gli dei fossero arrabbiati e che l'oscuramento del cielo rappresentasse l'incombere di disgrazie. La parola eclissi in realtà deriva dall'antica parola "ekleipsis", dal greco "nascondersi".

Un mito popolare, che ancora persiste in alcune culture, è che le donne in gravidanza possono essere danneggiate dall'eclissi solare, e per questo devono rimanere in casa durante l'evento. Si dice infatti, che se una donna incinta esce durante un'eclisse, il suo bambino nascerà cieco o con un labbro leporino.

In alcune parti dell'India, le persone non mangiano durante un'eclissi solare e gettano qualsiasi cibo ancora non consumato. Ciò deriva dalla convinzione che qualsiasi cibo cucinato durante l'eclissi, sarà velenoso e impuro.

Nella Kemò-vad, il significato del Sole Nero simboleggia soprattutto la luce dello spirito che occasionalmente può essere occultata dalla mente, la quale prende il sopravvento sulla sfera dell’individuo per impreparazione di questi o a causa del plagio culturale che viene attuato sul piano sociale. Luce che tuttavia non è destinata a spegnersi poiché la sua dimensione è insopprimibile e eterna.

Lo Schwarze Sonne, come noto, conoscerà una certa popolarità anche sotto il nazionalsocialismo. Il simbolo presente in un mosaico marmoreo nel vano della ex “Oberguppenführersaal”, un salone rivestito di pietra nella Torre Nord del castello di Wewelsburg, dove in precedenza era posta la cappella privata del Principe-Vescovo. Originariamente, al centro di detto ornamento era collocato un disco d’oro.
Costruito originariamente tra il 1603 e il 1609, in stile “Weser-Renaissance”, come residenza secondaria del Principe-Vescovo di Paderborn, sul luogo di un precedente maniero sassone, Wewelsburg era stato con gli anni lasciato all’abbandono fino a che, nel 1934, le SS ne avevano preso possesso.

Nella “Oberguppenführersaal”, Himmler aveva fatto installare una tavola rotonda in stile arturiano con 12 posti a sedere che dovevano accogliere i 12 ufficiali maggiori delle SS. Sotto la sala vi era la “cripta” o “terra dei morti”, una grande sala circolare con dodici colonne di granito e un soffitto adornato da un’altra grande svastica.

Il Sole splendeva alto, quando d'un tratto lentamente iniziò ad oscurarsi, sino a scomparire: l'eclissi segnava un momento di rito per uomini lontani da noi migliaia di anni...
Tutti s'inchinarono intonando una nenia funebre al Sole morente, ma non c'era terrore nei presenti, perchè l'evento era stato annunciato dai Grandi Sacerdoti del "Tempio del Sole" e vissuto come un momento di preghiera rivolto al grande astro lucente. Il Gran Sacerdote alzò le braccia al cielo. La sua voce divenne preghiera: "Oh, grande Dio Sole. Risorgi dal buio della notte che oscura il giorno. Destati e riscalda i cuori dei tuoi adoratori". Così, a Posidonia, la capitale d'Atlantide si accoglieva un'eclissi di Sole 11.000 anni fa".

L'eclissi di Sole è forse il fenomeno astronomico che meglio lega passato e futuro. Così come noi vediamo l'eclissi oggi, allo stesso modo succedeva per le popolazioni antiche. Ancora oggi un'eclissi di Sole fa rivivere, sia pure per un solo istante, il terrore abissale del primitivo che vede scomparire il dio benefico che riscalda la Terra, matura i frutti, mantiene ogni cosa in vita; serve per far capire che, di fronte all'immensità dei corpi celesti, non siamo che piccoli e fragili, che possiamo essere annullati in un attimo, da un dito che passa sul Sole.

Per i latini "Sol" era l'astro intorno al quale ruotano i pianeti del nostro sistema solare e in ordine di distanza troviamo: Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno, scoperto nel 1846 e Plutone, nel 1930. Per gli astrologi rappresenta simbolicamente il principio vitale, la forza che tutto crea, il maschile-positivo. Nell'astrologia esoterica troviamo il Sole terrestre e quello spirituale. Una via di mezzo tra le zone oscure dell'inconscio umano e quelle luminose della super-coscienza: solo attraverso il buio e le tenebre si giunge alla Luce... Il Sole governa il settimo giorno della settimana, la domenica; è abbinato al colore giallo e all'oro; al diamante e allo Zaffiro Stellato dal cupo colore blu; al numero sei e al fuoco.

Nei Tarocchi le Carte sono i Sentieri di Saggezza: i numeri, come le lettere e i suoni, sono quelle manifestazioni che Dio usò per la Creazione. Il Sole è la Carta 19, indica la discesa della Luce che libera la mente dalle costrizioni del mondo circostante ed è simbolo degli Illuminati. Il numero 19 è la massima espressione perchè composto dal primo dei numeri, l'1 che indica Dio, la Creazione, e l'ultimo prima della loro ripetizione, il 9.

Il Sole è fonte di vita, di luce e di calore, simboleggia Dio, padre divino, creatore e dispensatore dei beni più preziosi, per questo l'adorazione verso questa energia cosmica è universale per tutti i popoli ed è una vera religione cosmica già in uso milioni d'anni fa. Se del culto solare dei primi uomini della preistoria abbiamo vaghe tracce, oltre quelle della "logica", in mitologia sappiamo che ha rappresentato varie divinità.

Per i per i Romani era Giove, la personificazione del cielo e della luce, da cui nacque Danae che si trasformandosi in pioggia di luce. Nell'antica Roma dell'imperatore Aureliano, per suo volere, divenne la divinità suprema del culto pubblico. Nel 274 d.C. gli fece erigere un magnifico tempio. Per i Greci era Zeus, la massima autorità dell'Olimpo ordinatore dell'universo, padre di dei e uomini. Dominava il cielo e la terra, a lui furono dedicati i giochi olimpici e il tempio di Olimpia. Il figlio, Apollo, era il dio dell'arte e della bellezza. Nel mondo greco-romano personificava il Sole che faceva maturare le messi e sanava le malattie. Era il dio della divinazione e della profezia, il suo più importante oracolo era quello di Delfi. Per la cultura vedica era Mitra, dio solare dell'ordine cosmico.

Il Sole, nell'antico Egitto era associato alla divina persona del faraone. Era il dio Ra e, per la leggenda che lo lega alla sposa Iside, era Osiride, la personificazione del ciclo vitale delle stagioni legate alla natura che muore e rinasce: simbolo di rigenerazione periodica, di resurrezione e d'immortalità. Nel 1372 a.C. in Egitto, durante la XVIII dinastia, a soli dodici anni Amenofi IV (divenuto poi Akhenaton), salì al trono del più vasto impero della sua epoca e in pochi anni gettò le basi del monoteismo cosmico: millenni prima della nascita del Cristianesimo. Sotto il suo regno si ha una profonda riforma religiosa. Il primo esempio di misticismo che millenni fa diede vita a quello che potrebbe essere considerato un anticipo sul cattolicesimo. Questa innovazione religiosa volta al dio Aton (il Sole), si basava sull'adorazione della Trinità rappresentata da padre, madre e figlio, per questo i figli e la sua sposa erano partecipi della sua natura divina. Il faraone era considerato il figlio di Aton e per queste "origini solari" il trono era riservato solo agli uomini. La storia racconta che furono solo due gli esempi di donne elevate al rango di faraone: Hatshepsut che salì al trono come reggente durante la minorità del figliastro Thutmose III, e non esitò a portare la barba rituale, posticcia, e Nefertiti, moglie di Akhenaton. Secondo la tradizione Akhenaton discendeva dagli atlantidi che adoravano il disco solare. Anche Aton, il dio unico, era rappresentato dal disco solare i cui raggi orientati verso il basso, terminano con le mani che spesso sorreggono l'ankh, la croce egizia simbolo della vita, dell'immortalità e degli Iniziati. Era l'adorazione "dell'energia cosmica", di cui si diceva ne fosse plasmato lo stesso faraone, per questo nella nuova religione solare non vi era alcun simbolismo, mitologia, leggenda, miracoli, santi o altri dei. Il culto avveniva in una nuova città chiamata Akhetaton (Tell El Amarna), in cui il Sole era simboleggiato da un disco d'oro puro.

Per gli antichi babilonesi era il momento in cui sette esseri malvagi divoravano l’astro, mentre secondo gli aborigeni australiani il Sole era finalmente libero di far l’amore con la Luna. Una credenza, quest’ultima, che va del tutto in contrasto con il mito tramandato dal popolo dei Batammaliba, che abitano in Togo e in Benin, secondo cui il sole nero è un momento di lite con la Luna durante cui le persone devono invitare le due personificazioni a fare pace. Si tratta di una convinzione sopravvissuta fino ad oggi nella tradizione per cui durante un’eclissi bisogna lasciarsi alle spalle rancori e litigi.


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