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venerdì 25 marzo 2016

L'ANNUNCIAZIONE DI MARIA



« E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. »
(Vangelo secondo Giovanni, I,14)
L'Annunciazione della Beata Vergine Maria è l'annuncio del concepimento verginale e della nascita verginale di Gesù che viene fatto a sua madre Maria (per il Vangelo secondo Luca) e a suo padre Giuseppe (per il Vangelo secondo Matteo) dall'arcangelo Gabriele.

La tradizione della Chiesa è unanime nel riconoscere nell'annuncio dell'angelo a Maria, e nella sua docile accoglienza, l'inizio della storia della definitiva ed eterna alleanza in quanto momento in cui "il Verbo si fece carne". L'Eterno attraversa le soglie del tempo e si fa storia. La missione di Gesù comincia già nel grembo della madre, come testimonia il vangelo della Visitazione in cui il bambino nel grembo di Elisabetta, la cugina di Maria, sussulta di gioia e la stessa Maria si lancia nel canto del Magnificat, che è un canto di vittoria.

Il distacco del cristianesimo dalle altre religioni avviene infatti proprio nel mistero dell'Incarnazione: in nessun altro credo è concepito un Dio che assume in sé la natura umana e la fa propria, con l'unica differenza della assenza di ogni forma di peccato. La nascita e poi la vita pubblica di Gesù daranno piena attuazione alla sua missione, fino al suo compimento nelle vicende pasquali. Ma tutto nacque dal 'fiat' di Maria; ne è dimostrazione che il Gesù risorto è lo stesso di quello pre-pasquale, come Egli stesso tiene a dimostrare nelle apparizioni agli apostoli. È al momento dell'Annunciazione, e non nella Risurrezione, che si verifica l'unione ipostatica definitiva tra natura umana e natura divina in Gesù Cristo.

Nell'Antico Testamento, Dio aveva parlato ai patriarchi, ai profeti e ai sapienti; con l'Annunciazione si rivolge ad una giovane donna. Il breve passo evangelico di Luca è un condensato di testimonianze: l'umiltà della scena, una giovane e povera fanciulla in una città secondaria di una terra di provincia, la Galilea, fa da contrasto alle promesse dell'angelo, espressioni della forza e della manifestazione di Dio. Contrasto che sarà compreso dalla stessa Maria, e di lì a poco esaltato nel canto del Magnificat. Espressioni e manifestazioni di Dio peraltro tutte care alla teologia dell'Antico Testamento; in questo modo, l'autore vuole evidenziare che la vicenda di Gesù si inserisce fin dall'inizio in quella storia di salvezza già cominciata con l'antico Israele, e lo fa considerandola nella sua interezza: dai patriarchi (Giacobbe), all'esperienza dell'Esodo (l'ombra che richiama la nube quale segno della presenza di Dio nel deserto), all'epoca dei re (il trono di Davide), fino alla recente, per quel tempo, tradizione apocalittica (con la tipica espressione 'Figlio di Dio').

Alcuni autori hanno visto un parallelo tra il racconto della nascita di Samuele nell'Antico Testamento (raccontata nel Primo libro di Samuele) e il racconto dell'annunciazione e della nascita di Gesù elaborato da Luca.

Il 'fiat' di Maria richiama l'"eccomi" delle figure più importanti dell'Antico Testamento: Abramo, Mosè, Samuele, ed altri; Profeti e uomini di Dio che seppero riconoscere la volontà e il piano di Dio, e poi perseguirlo. La docilità alla parola del Signore era diventata un messaggio fondamentale nella predicazione dei Profeti, i quali denunciarono una religione basata sulla pratica dei soli sacrifici prescritti.

Gesù stesso riprenderà questa istanza nella sua predicazione: "Non chiunque mi dice 'Signore, Signore' entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio" (Mt 7,21), e la interpreterà personalmente fino alle estreme conseguenze.

I Padri della Chiesa e i grandi maestri spirituali di tutti i tempi hanno così visto in Maria non solo la persona che ha permesso il concreto iniziare della definitiva alleanza, ma anche un modello di fede per ogni credente. Come Abramo era stato il padre della fede per l'AT, credendo alla promessa del Signore di riservargli una discendenza numerosa nonostante la tarda età, è ora Maria a credere ad una discendenza benedetta nonostante una sua esperienza personale e contesto sociale che contrasti con questo, anche se per motivi opposti a quelli di Abramo. E come il sì di Maria ha permesso a lei di generare Gesù nella carne, così il sì di ogni credente dovrà condurre Cristo nella sua vita, anche fisica e concreta. Il cristianesimo non è la religione dei pensieri, ma delle scelte di vita che determinano cambiamenti nella dimensione sia della mentalità che della conduzione materiale dell'esistenza.

L'opinione che la fa risalire all'età apostolica si può scartare senz'altro (elle ne s'appuie sur aucun argument sérieux, Cabrol); e si possono scartare allo stesso modo, perché apocrifi, altri testi dal sec. III al IV, mentre anche nei secoli IV e V non ne troviamo menzione esplicita anche là dove sarebbe stato naturale parlarne. Eppure alcuni fatti, alcune fonti letterarie e induzioni plausibili da altre testimonianze e documenti permettono di affermare che la festa dell'Incarnazione, almeno in alcune località, era celebrata fin da quel tempo. A renderla popolare contribuì senza dubbio la condanna di Nestorio e l'esaltazione della Vergine come madre di Dio (ϑεοτόκος) fatta nel concilio di Efeso nel 431. Ma, poiché la festa cadeva in Quaresima, ed essendovi divergenze circa la data precisa, nella Spagna il decimo concilio nazionale di Toledo trasportò la festa all'epoca dell'Avvento, il 18 dicembre. E la concezione rigida, secondo la quale non si dovevano celebrare feste in Quaresima, perdurò, oltre che nella liturgia mozarabica della Spagna, anche nel rito ambrosiano, che dedica alla Vergine la sesta domenica del proprio Avvento, forse nei riti di Aquileia e di Napoli; nella liturgia nestoriana. Anche varî testi liturgici dimostrano che anticamente tra la festa dell'Annunciazione e l'Avvento i rapporti furono assai stretti. Ma già il concilio in Trullo (Costantinopoli 692) aveva stabilito che l'Annunciazione si celebrasse in Quaresima: papa Sergio (687-701) dispose che nelle quattro feste della Vergine si compisse una processione solenne.



La Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa celebrano questo evento il 25 marzo (per la Chiesa ortodossa il 25 marzo del calendario giuliano cade il 7 aprile del calendario gregoriano) di ogni anno. La liturgia che celebra la solennità dell'Annunciazione del Signore viene rinviata se coincide con una domenica di Quaresima o altre solennità del tempo pasquale.

In molte nazioni (per esempio in Toscana fino al XVIII secolo) al giorno dell'Annunciazione era fissato il capodanno, per cui il sistema di calcolo degli anni era detto Stile dell'Incarnazione).

Come ogni data relativa agli eventi dell'infanzia di Gesù, anche quella del 25 marzo per l'Annunciazione è stata stabilita in riferimento a quella del Natale, e quindi, come questa, è stata indicata solamente dalla tradizione della Chiesa, mancando al riguardo riferimenti precisi nei Vangeli. Quale momento del concepimento, l'Annunciazione è stata simbolicamente collocata nel giorno al 9º mese prima del Natale, e questo avvenne presto dopo l'istituzione della festa del Natale e la sua collocazione al 25 dicembre, che avvenne in Occidente intorno alla metà del IV secolo d.C. (in Oriente alla fine dello stesso secolo).

Tale collocazione ha anche però un valore teologico e liturgico: l'Annunciazione, quale momento storico dell'inizio dell'Incarnazione e quindi della storia della salvezza, viene così a cadere nello stesso periodo in cui la tradizione ebraica poneva l'inizio del suo anno religioso, cioè nel mese di nisan (marzo/aprile), e fino all'Alto Medioevo proprio il 25 marzo segnava l'inizio del ciclo liturgico annuale del cristianesimo, poi spostato allo stesso Natale ed infine all'Avvento, ma anche l'inizio del calendario civico (come ad esempio in Firenze). Questo fatto fu favorito anche dalla coincidenza con importanti ciclicità astronomiche: infatti, se la collocazione del Natale fu volutamente fatta coincidere con il periodo del solstizio invernale, l'Annunciazione viene così a cadere in quello dell'equinozio primaverile.

Dal punto di vista liturgico, la ricorrenza dell'Annunciazione è una solennità, e contrariamente a quanto comunemente si reputa, è una festa del Signore, e non di sua madre Maria. Secondo il calendario liturgico cattolico occidentale, il 25 marzo cade spesso nel tempo di Quaresima; in alcuni anni, invece cade nella Settimana santa o nell'Ottava di Pasqua. Succede quindi non di rado che la solennità dell'Annunciazione sia rinviata, o perché deve cedere il posto a una domenica di Quaresima (e in tal caso, è spostata al giorno successivo, lunedì 26 marzo, come è accaduto nel 2007 e nel 2012), o perché, dato che la Settimana Santa e l'Ottava di Pasqua prevalgono sull'Annunciazione, la solennità viene rimandata al lunedì dopo la Domenica in albis (come nel 2008, spostata a lunedì 31 marzo, o nel 2002 e 2013, spostata a lunedì 8 aprile).

Forse nessun altro passo biblico o altra verità teologica ha trovato tanta eco nella tradizione di preghiera del popolo cristiano, almeno nella sua componente cattolica.

Il dialogo e la storia dell'Annunciazione costituiscono l'inizio e il motivo di fondo dell'Ave Maria, da quasi un millennio tanto diffusa nel cristianesimo cattolico quanto lo stesso Padre nostro.

L'Annunciazione è anche il primo dei 20 misteri che costituiscono la preghiera del Rosario, nel quale sono meditati, attraverso la preghiera alla SS. Madre, i Misteri della vita di Gesù Cristo, principalmente, e della stessa Maria, a cominciare, appunto, dall'Annunciazione.

L'Annunciazione costituisce invece completamente da sé la preghiera dell'Angelus, tradizionalmente recitata allo scoccare del mezzogiorno, ormai assunta a forma di preghiera pubblica dagli stessi Pontefici la domenica mattina in Piazza San Pietro a Roma, preceduta da brevi meditazioni sui fatti di cronaca e vita contemporanea.

L'annunciazione è stato nei secoli un soggetto molto utilizzato dai pittori. Tipicamente vi sono rappresentati Maria e l'angelo alle due estremità dello spazio della rappresentazione, rivolti l'uno verso l'altro. L'angelo può essere ancora in volo, o appena atterrato (Leonardo da Vinci lo dipinse mentre ripiega le ali), oppure essere stante davanti a Maria, o inginocchiato o al passo. Talvolta ha una mano sollevata col gesto della benedizione, che nella tradizione bizantina più antica significava invece il gesto di prendere la parola. In ogni caso è tipico l'attributo del giglio bianco, simbolo di purezza verginale, portato a Maria. Talvolta sono rappresentate anche le parole dell'Ave Maria, come lettere che gli escono dalla bocca o come cartiglio scritto che l'angelo regge in mano.

Maria è spesso rappresentata seduta, magari interrotta dalla lettura, talvolta con le braccia incrociate in senso di accettazione e umiltà, talvolta inginocchiata o in piedi, talvolta mentre si protende verso l'angelo, magari a raccogliere il giglio che le viene porto, simboleggiando quindi ancora l'accettazione. Più raro, ma non inconsueto, è invece un moto di sorpresa e magari di ritrosia della Vergine, colta all'improvviso dall'annuncio divino.

Spesso viene rappresentata alle spalle di Maria la sua stanza da letto, magari visibile da una porta socchiusa: le lenzuole sono sempre ben tese e tutto è in ordine, a simboleggiare la purezza virginale delle abitudini di vita della donna, mai funestate da "incontri" nella sua camera da letto. A tale contingenza di vita si può riferire anche la rappresentazione di un piccolo giardino recintato, l'hortus conclusus.

Un terzo elemento ricorrente, ma non sempre presente è quello della colomba dello Spirito Santo che può irrompere nella stanza, diretta verso Maria, e che simboleggia l'arrivo dello Spirito e quindi il concepimento di Gesù. A volte dietro la colomba sta Dio, che la invia,o più raramente egli invia lo stesso arcangelo. Rara è la preparazione dell'angelo prima del suo invio sulla terra, che compare ad esempio in una tavola di Paolo Uccello. Tra le altre rappresentazioni simboliche accessorie può esserci la presenza, magari sullo sfondo, magari in un elemento decorativo della stanza, di Adamo ed Eva, il cui peccato si avvia ad essere lavato tramite l'accettazione di Maria e il futuro sacrificio di Cristo.

A partire dal Cinquecento l'allineamento classico delle figure inizia ad essere scompaginato verso rappresentazioni più nuove e dinamiche. Originalissima, in questo senso, appare l'Annunciazione di Recanati di Lorenzo Lotto, dove la Vergine è rivolta allo spettatore e l'angelo appare alle sue spalle, in profondità: aprirà la strada a tutte le originali soluzioni del Seicento.

In epoca più moderna si è giunti a rappresentazioni anche più complesse: per Dante Gabriele Rossetti Maria è un'adolescente impaurita dall'apparizione luminosa di un angelo che non è raffigurato direttamente sulla tela.

L'annunciazione non va confusa con una rappresentazione simile, ma di significato diverso, quale l'annuncio di morte a Maria. Gabriele in quel caso si trova a tornare dalla Vergine, questa volta però non le porge un giglio, ma una palma del martirio. Presente solo nei cicli mariani più estesi, questa scena si differenzia dunque per la diversa offerta a Maria e non va confusa con la vera e propria "annunciazione".

Di frequente l'Annunciazione si svolge sotto un portico, chiuso nel fondo da una balaustrata marmorea, oppure aperto per mezzo di arcate su giardini fioriti o su interni architettonici sontuosi. E libera circola l'aria e la luce nell'Annunciazione di Leonardo da Vinci, senza architetture superflue alla vita misteriosa della natura. Ma dal Quattrocento in poi è inutile classificare, per tipi a cui gli artisti si attengano, questa e altre rappresentazioni, mentre ogni grande maestro vi adatta al proprio genio e al proprio temperamento i dati iconografici trasfigurandoli nella propria arte. Lo provano alcune fra le tante rappresentazioni più celebri e più diverse tra loro: l'Annunciazione di Donatello in S. Croce a Firenze; quelle del Pinturicchio nella Collegiata di Spello, del Tiziano in S. Salvatore a Venezia, di Orazio Gentileschi nella Pinacoteca di Torino. Citiamo poi tra le più note annunciazioni di maestri stranieri, quelle dei fratelli Van Eyck a Gand, di Stephan Lochner nel duomo di Colonia, del maestro di Flémalle al Prado di Madrid, di Ruggero van der Weyden al Metropolitan Museum di New York e, tra le Annunciazioni di pittori moderni, quelle di D.G. Rossetti alla Tate Gallery di Londra e di M. Denis. (V. tavole C I - CX).

Una tradizione antichissima identifica la casa di Maria, in cui avvenne l'Annunciazione, con la grotta che oggi si trova nella cripta della Basilica dell'Annunciazione a Nazaret. La casa era costituita da una parte scavata nella roccia (la grotta) e una parte costruita in muratura. Quest'ultima rimase a Nazaret fino alla fine del XIII secolo, quindi venne trasferita prima a Tersatto (Trsat, Croazia) e dopo a Loreto, nelle Marche, in quanto la rioccupazione della Terrasanta da parte dei musulmani faceva temere per la sua conservazione.

Secondo la tradizione, essa fu miracolosamente portata in volo da alcuni angeli (perciò la Madonna di Loreto è venerata come patrona degli aviatori). Dai documenti dell'epoca risulta che in realtà il trasporto, avvenuto per nave tra il 1291 e il 1294, fu opera della famiglia Angeli Comneno, un ramo della famiglia imperiale bizantina. La Santa Casa, come essa è chiamata, si trova tuttora all'interno della Basilica di Loreto, ed è continuamente visitata da numerosi pellegrini.



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lunedì 29 giugno 2015

ARCUMEGGIA



Arcumeggia è una frazione del comune di Casalzuigno nota perché nel 1956 l'Ente Provinciale per il Turismo decise di trasformarla in un borgo dipinto. Dopo tale decisione, giunsero in paese artisti come Ferruccio Ferrazzi, Aldo Carpi, Sante Monachesi, Aligi Sassu, Ernesto Treccani, Achille Funi, Giuseppe Migneco, Gianni Dova, Gianfilippo Usellini, Innocente Salvini, Giovanni Brancaccio, Bruno Saetti, Enzo Morelli, Remo Brindisi, Fiorenzo Tomea, Eugenio Tomiolo, Francesco Menzio, Ilario Rossi, Giuseppe Montanari, Cristoforo De Amicis, Luigi Montanarini, Umberto Faini, Antonio Pedretti, Albino Reggiori e Massimo Antime Parietti.

Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 168 abitanti, nel 1786 Arcumeggia entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera Provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799. Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 195 abitanti. Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse a Vergobbio, per poi passare sotto Cuvio nel 1812. Il Comune di Schianno fu poi ripristinato con il ritorno degli austriaci. L'abitato crebbe poi discretamente, tanto che nel 1853 risultò essere popolato da 271 anime, salite a 303 nel 1871. Il processo si invertì però alla fine del XIX secolo a causa della mancata industrializzazione della montagna, tanto che nel 1921 si registrarono 245 residenti. Fu così che nel 1927 il fascismo decise la definitiva soppressione del comune, unendolo a Casalzuigno.

Arcumeggia è un piccolo paesino di montagna situato tra la Valcuvia e la Valtravaglia ed è conosciuto come il "Paese dei Pittori" in quanto sono presenti, lungo le pareti esterne delle case, numerosi affreschi. Alcuni degli autori che hanno realizzato tali opere, sono tra l'altro stati molto conosciuti e pertanto hanno reso ancor più famoso questo piccolo paese, che ora è spesso preso d'assalto da numerosi visitatori curiosi di visionarlo.

La decisione di rendere il borgo di Arcumeggia (che si trova vicino a Casalzuigno) così particolare venne prese nel lontano 1956, quando si pensò di far realizzare, da parte di pittori contemporanei, affreschi lungo i muri della maggior parte delle case presenti. L'intero paese rispose con enorme consenso all'iniziativa, e così la passione per gli affreschi fu tale da far diventare Arcumeggia un museo a cielo aperto e molto famoso nelle zona di Varese. Tutti gli affreschi furono realizzati tra la fine del 1950 e l'inizio del 1970, ma la tecnica, diversa a seconda del pittore che realizzava l'opera, rendeva la mostra molto variegata.

Sui muri delle case appaiono le immagini di esperienze comuni alla vita di ognuno, di santi popolari e di scene religiose conosciute. Inoltrandosi nel paese si incontra un ambiente rurale pressoché intatto, piccolo faro d’arte italiana che è anche una sintesi di tradizione (la tecnica dell’affresco) e di modernità (l’epoca della loro esecuzione). Interessanti sono anche i cortili e la “Via degli Allievi”, raccolta di opere di studenti delle Accademie d'Arte che partecipano ai “Corsi Estivi Internazionali di Affresco” organizzati ad Arcumeggia dall’Accademia di Brera in collaborazione con le più prestigiose Accademie d'Arte d’Europa.

Arcumeggia aderisce all’Associazione Italiana Paesi Dipinti, sorta per valorizzare questo patrimonio d’arte. La visita al borgo d’arte è suggestiva permettendo splendidi panorami sulla Valcuvia e sul Lago Maggiore. La vicinanza ai Monti: Nudo (1235 m) e della Colonna (1203 m) permette varie escursioni sia a piedi che in mountainbike.

L'armonia dei dipinti compone un racconto, una leggenda, la vita stessa scandita da antichi gesti ed antichi riti.
E' una tavolozza colorata nel verde della Valcuvia in cui vengono presentate scene di emigrazione, di vita agreste, di tradizioni, di sport, di natura e mitologia. Visitarlo nelle ore del tardo pomeriggio estivo, magari all'imbrunire, è particolarmente suggestivo, grazie all'intersecarsi degli stimoli visivi e sonori con la poesia del luogo prealpino.
Un itinerario si snoda entro gli antichi vicoli del paesino, situato nel cuore della montagna a quasi 800 metri d'altezza e camminando sull'antico ciottolato, ci si sente fuori dal tempo, in uno spazio affascinante.

Nel 1958 e nel 1959 vennero realizzati dipinti murali ad opera di Cristoforo De Amicis, Luigi Montanarini e Sante Monachesi. Questi realizzò un'opera che suscitò subito la reazione del parroco, che riteneva il soggetto sconveniente; l'artista stesso intervenne quindi a modificare il dipinto cambiando anche il titolo: da "W le donne di Arcumeggia" a "Trionfo di Gea".
Nel 1961 l'esperienza riprese attraverso l'organizzazione di un corso di affresco; il corso era indirizzato, come borsa di studio, agli allievi di Accademia italiane, la direzione del corso fu di Usellini e le lezioni furono tenute da Montanari e Morellato in alcuni cortili del paese utilizzando supporti mobili. Successivamente, nel 1964, si tenne un altro corso dello stesso genere.
Nel frattempo era stato iniziato un altro progetto che riguardava la realizzazione di una Via Crucis sul sagrato della chiesa all'inizio del paese, in uno spazio individuato da Ravasi.
In quegli anni furono realizzati anche altri affreschi sulle case del paese ad opera di Giuseppe Migneco, Gianni Dova e Aldo Carpi.

Si può ritenere questo il nucleo storico delle pitture di Arcumeggia, dove le opere realizzate fra il 1956 e il 1966 a cui si aggiunsero Innocente Salvini nel 1971 d Ernesto Treccani nel 1974, rappresentano il pensiero e le maggiori tendenze artistiche italiane della metà del '900 aventi la comune finalità il riproporre l'importanza dell'arte figurativa in contrapposizione alla pittura astratta ed informale.
L'operazione ebbe allora grande risonanza e popolarità accrescendo l'importanza dell'evento. Margherita Sarfatti scriveva " Arcumeggia in Valcuvia segna un passo innanzi. E' un villaggio pioniere e pilota. Rappresenta un piccolo e riuscito tentativo di riavvicinare l'arte alla vita, in non oziose e non leziose né artificiose vacuità…."
A questo fervore seguirono anni di progressivo rallentamento e stasi fino all'incarico dato a Morellato nel 1985 di eseguire i primi interventi per la conservazione delle opere; nello stesso periodo vennero realizzate delle tettoie per riparare alcuni dipinti. Sempre nel 1985 ripartì l'iniziativa del corso di affresco con studenti di provenienza internazionale.
Vi furono in seguito delle sporadiche iniziative come la realizzazione di un nuovo affresco di Aligi Sassu sulla casa parrocchiale e di 2 dipinti di Carlo Nino Trovato e di Gioxe De Micheli nel 1991, a cui seguirono nel 1994 Umberto Faini, nel 1996 Massimo Antime Parietti, nel 2001 Antonio Perdetti ed infine un'opera di Albino Reggiori nel 2007, eseguita da Piergiorgio Ceresa e Leo Tami.
Nel 1985 le opere presentavano la necessità di interventi conservativi e si poneva quindi il problema della tutela e della valorizzazione per quasi tutte quelle realizzate nei 3 decenni precedenti; questo portò verso la fine del 1993 alla sottoscrizione di una convenzione fra la Comunità Montana della Valcuvia, la Provincia di Varese e il Comune di Casalzuigno con la finalità della valorizzazione e tutela di tutto il complesso di Arcumeggia, compresi la Casa del Pittore e la Bottega del Pittore. Questa convenzione venne rinnovata nel 1997 e nel 2006 con la Provincia di Varese come ente capofila e con la collaborazione della Pro Arcumeggia. Nel 2000 venne eseguita la catalogazione SIRBEC. Con l'occasione dei 50 anni del paese dipinto vennero realizzate una serie di manifestazioni culturali che portarono anche alla attivazione nel 2007 di un nuovo corso di affresco a cui parteciparono gli studenti del Liceo Artistico di Varese. Per quanto riguarda la conservazione dei dipinti proprio nel 2006 vi fu l'incarico all'Opificio delle Pietre Dure di effettuare l'analisi dello stato di conservazione dei dipinti murali che venne realizzato nell'estate del 2007 con il coinvolgimento degli studenti

Nella Casa del Pittore, sede della "scuola d'affresco", si trovano numerose opere d'arte, bozzetti e ceramiche dei vari artisti; l'edificio è sede di mostre e visite guidate.
Il complesso lavoro svolto dall'Ente Provinciale del Turismo, ha assicurato ad Arcumeggia l'opera di pittori importanti, in grado di suscitare apprezzamenti critici e di richiamare l'interesse del pubblico.
Si tratta di una piccola gemma, da gustare nella sua duplice anima d'arte e di simbolismo religioso.
Sicuramente l'effetto sarà stato sorprendente per il turista che girovagava per il paese alla scoperta di nuovi scorci: il maestro al centro, contornato da una dozzina di cavalletti dietro i quali gli allievi sperimentavano questo procedimento, tutt'intorno i vasetti contenenti le terre, le tavolozze, i recipienti con l'acqua, i rotoli dei disegni preparatori, l'intonaco ancora fresco.
I lavori che gli allievi hanno realizzato su pannelli sono stati collocati nei cortili del borgo, cosicché questo si è trasfermato in un "unicum", un contenitore di opere accomunate, pur nella loro diversità stilistica, dalla freschezza e dalla genuinità giovanili.
Molti allievi degli anni '60 frequentarono i corsi di Arcumeggia diventando famosi maestri, che di tanto in tanto ritornano a vedere il posto. Ciò che è avvenuto e si verifica in occasione di ogni nuova opera, è il rapporto di schietta cordialità che si instaura tra l'intero paese e l'artista: rapporto fatto di attenzioni reciproche, di comprensione e condivisione dei problemi, di inviti a cena, di regali, di dediche; l'artista diventa per acclamazione cittadino ad honorem. Arcumeggia ha vissuto e vive gli onori delle cronache grazie al patrimonio artistico che conserva, costituito da opere uniche ed irripetibili e per via delle numerose manifestazioni di notevole livello che vi si organizzano.

La "Casa del Pittore", attualmente di proprietà della Provincia di Varese, venne realizzata nel 1956 al fine di offrire agli artisti che lavoravano ad Arcumeggia per la realizzazione degli affreschi, la possibilità di un soggiorno tranquillo e comodo.
La struttura, edificata tra il 1956 e il 1957 nel centro del paese, è costituita da un piano terreno dall'ingresso ampio e luminoso, con cucinino e salotto. Una scala in legno conduce al primo piano, composto da due camere e servizi, mentre al secondo piano è sistemata la sala di pittura. Quest'ultima, oltre a presentare ampie finestre come le altre sale, è dotata di un terrazzo panoramico con vista sulla vallata della Valcuvia e sul Lago Maggiore.
La Casa del pittore riscosse immediati consensi, soprattutto da parte degli stessi artisti, in qualità di luogo dove poter creare in tutta tranquillità..


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/casalzuigno.html


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venerdì 26 giugno 2015

DUMENZA



Dumenza è un comune della provincia di Varese ed è costituito dalle frazioni di Runo, Due Cossani, Stivigliano, Trezzino, Vignone e Torbera e da altre diverse località.

Il territorio è attraversato dal Rio Colmegnino, che nasce in località Regordallo (Due Cossani) dal monte Colmegnino e si getta nel Lago Maggiore a livello della frazione Colmegna di Luino. La valle così scavata prende però il nome di Val Dumentina (anche chiamata valle Smeralda per i suoi colori verdeggianti). A nord del Colmegnino si staglia il Monte Lema, che coi suoi 1624 metri s.l.m. è un'ottima vetta panoramica, la più alta del Luinese, servito da una funivia sul lato svizzero, da Miglieglia. Dumenza infatti confina con la Svizzera e ospita un valico pedonale in località Palone (Dumenza). A nord, invece, confina con la Val Veddasca, alla quale si accede proseguendo lungo la strada provinciale 6.
Diverse teorie giustificano il toponimo. La più probabile è che derivi da un nome di persona: negli elenchi dei "fuochi" (cioè delle famiglie) del comune, tra alcuni capofamiglia si presenta infatti il nome di Dugmentio. Potrebbe derivare da dux mensae o da loco mensa. Solamente in un documento storico, di altro comune, appare infatti come Locomenza.
I primi rudimentali insediamenti edilizi risalgono all’epoca delle invasioni barbariche. La Valle, grazie al suo aspetto morfologico, avrebbe potuto rappresentare rifugio sicuro per i fuggiaschi abitatori dei villaggi rivieraschi spesso saccheggiati e messi a ferro e fuoco da squadroni di uomini crudeli e senza scrupoli. Ciò che ci porta a un’epoca concreta sono le due mensole a forma di teste, una maschile e una femminile che, casualmente ritrovate dal parroco Don Giuseppe Parapini, erano in passato murate sotto l’architrave in pietra che apriva la porta principale della chiesa di S. Giorgio.

Il campanile innalzato in varie epoche e datate “anno 909” collocano i primi insediamenti in epoca remota. Viene logico supporre che, se nell’anno 909 gli abitanti di Dumenza diedero corso all’erezione di una torre così imponente, sicuramente doveva già esistere in loco un piccolo villaggio con un congruo numero di abitanti. Risale infatti a quei secoli IX e X, l’istituzione sul Verbano, di una struttura di “Corti Regie” che gestivano i beni fiscali.

La Valtravaglia, in cui si era formata una “Castellanza”, inglobò anche questi territori. Nonostante a tutt’oggi vi siano pareri discordanti riguardo ai confini precisi delimitanti la Valtravaglia, la collezione di antichi appunti e fogli sparsi del parroco Binda di Castello Valtravaglia (e che probabilmente erano in origine parte dell’ora perduto archivio della canonica di Bedero) ci fornisce un elenco dei territori che allora la costituivano, in cui ritroviamo anche Dumenza.
Re Liutprando, salito al potere verso la metà del 700, fece dono delle terre della Valtravaglia al monastero di S. Pietro in Ciel D’Oro di Pavia.
In epoca feudale la Lombardia fu divisa in territori che l’imperatore concedeva a quei nobili che ne facevano richiesta.
Alcuni documenti ritrovati ci inducono a fare alcune considerazioni che hanno una certa importanza.
Lanfranco "Rubeus" monaco in San Pietro in Ciel d’Oro che, con un atto rogato il 28 agosto del 1289 nello stesso monastero, viene designato dall’abate come successore, in caso di morte, del presbitero Federico allora rettore di San Pietro in Lavena e in precarie condizioni di salute, anzi nel documento si dice che Lanfranco dovrà reggere e governare i beni del monastero anche nel caso in cui il rettore non sia più in grado di svolgere adeguatamente i suoi compiti dandone al più presto notizia all’abate.
Nel 1290 il 9 dicembre, Lanfranco viene nominato, dall’abate Rolando e dai rappresentanti del capitolo, nunzio, procuratore e "sindicus" per tutte le cause e i negozi che il monastero dovrà concludere nel distretto di Milano e di Como e per riscuotere tutte le spettanze nei detti territori "(Rolandus) fecit et constituit Lafrancum Rubeum de Lavena suum nunzium et procuratorem et sindicum et quicquid alius as causas et negocia que et quas habet vel habiturus est cum aliqua persona vel personis, collegio et universitate in infrascriptis pactibus et contractis in et districtus Mediolani e districtus Cumarum et in illis partibus et ad colligendum et requirendum omnes fructus et reditus, census et gaudimenta que et quas habet vel habere videtur" In pratica Lanfranco si troverà ad essere procuratore generale del monastero pavese per la riscossione di decime e tributi e per l’amministrazione in genere dei beni nei territori di Como e Milano.
Primo feudatario della Val Travaglia fu nel 1416 il principe Lotario Rusca che ridusse il titolo di principe a quello di conte, facendosi cedere queste terre dal duca Maria Visconti in cambio di alcune terre del comasco.
Dal 1513 al 1526 il paese era dominato dagli Svizzeri. Dopo di che, fino al 1538, compare qual feudatario a Luino il conte e senatore Gian Battista Pusterla.
La terre di Valtravaglia Luino, Porto valtravaglia, Castel Veccana, Musadino, Muceno, Ticinallo, Brezzo, Bedero, Rogiano, Brissago e Mesenzana furono cedute dal conte Rusca coll'assenso regio al Cavaliere Pietro Antonio Lonati a cui restarono fino all'estinzione dei Lonati verso il 1598. Luino con la Valtravaglia inferiore era passata ai Lonati avanti il 1524 essendo stato dato qual pegno di dote da Galeazzo Rusca a sua figlia Laura moglie di Paolo Lonato, il cui figlio cav. Pietro Antonio Lonato possedette questo feudo fino al 1598.
L'ultimo feudatario di Rusca fu ucciso a Gorgonzola nei primi del 1570 e da allora tornarono alla Regia Ducal Camera tutti i feudi ad eccezione di quella parte assegnata ai Lonati, così come descritto dall'istrumento di fedeltà 23 Dicembre 1570 atto rogato da Silvestro Scappa. Il dominio dei Rusca proseguì fino al 1583, anno della morte dell’ultimo discendente. I feudi tornati alla Camera furono poi assegnati dal re di Spagna a Giovanni Marliani col titolo di Conte con il decreto datato 2 Dic 1583 e la donazione fu riconosciuta dal Senato di Milano il 15 Genn 1584.
La famiglia Crivelli conservò il feudo fino al 1796, anno in cui giunse in Italia Napoleone, il quale abolì il sistema feudale.

A nord-est il paese di Dumenza è sovrastato dal Monte Lema che con i suoi 1624 msl, è la vetta panoramica più alta del Luinese. Dalla sua verde terrazza naturale si dominano molte vallate del Lago Maggiore, del Luganese e buona parte della Pianura Padana, la vista in'oltre spazia dalla catena del Monte Rosa fino alle vette del San Gottardo.
Il Monte Lema è un punto ideale per la partenza dei deltaplanisti e amanti del parapendio. Normalmente gli amanti di queste discipline, scendono dal versante svizzero sfruttando le correnti ascensionali che durante le giornate soleggiate sono sempre presenti.

A Dumenza, si possono fare magnifiche passeggiate piu' o meno impegnative, transitando per i percorsi "3V" della "Via Verde Varesina", oppure percorrendo i diversi sentieri naturalistici della zona. Tutti questi sentieri sono percorribili a piedi, a cavallo o tramite mountain bicke. Attraversando faggeti, castagneti ed alcune abetaie, si possono raggiungere diversi alpeggi, i più interessanti dei quali sono:
Alpe Pradecolo (rifugio Campiglio), Alpone (agriturismo), Alpe Pragaletto, Alpe Roccolo, Alpe Cortesel, Alpe Morandi, Alpe Pian di Runo, Alpe Fontana, Alpe Pro Bernard, Alpe Buis e naturalmente la vetta del Monte Lema.
La cima del Monte Lema è raggiungibile, in auto fino a quota 1200 dell'Alpe Pradecolo dove vi e' un magnifico ristorante con una fantastica terrazza panoramica, poi tramite dei sentieri praticabili a piedi, in mountain bicke o a cavallo.
La cima del Monte Lema è raggiungibile a piedi in circa 3 ore partendo dalla frazione di Trezzino, percorrendo la gradinata del Santuario di Trezzo fino ad Astano (Svizzera) poi seguendo i sentieri svizzeri con una bellissima e inconfondibile segnaletica.
Da Dumenza si può raggionere la vetta del Monte Lema in 30 minuti, una ventina di minuti in auto passando dal Valico di Palone (confine svizzero), si attraversano i villaggi di Sessa, Astano, Novaggio e Miglieglia da dove parte la funivia che raggiunge, in una decina di minuti, la vetta del Monte Lema.

Stivigliano mantiene intatta la propria conformazione medievale, con viuzze strette e case addossate tra loro. È visibile una vecchia torretta che si affaccia sulla Val Dumentina, a scopo evidentemente militare.

Runo è posta a nordovest del centro abitato, lungo la strada per Due Cossani.
Runo fu un antico comune del Milanese.
Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 230 abitanti, in seguito alle riforme dell'imperatrice Maria Teresa inglobò la frazione di Stivigliano. Nel 1786 Runo con Stivigliano entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera Provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799.
Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 285 abitanti. Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse per la prima volta a Dumenza, ma il Comune di Runo fu tuttavia ripristinato con il ritorno degli austriaci. Nel 1853 risultò essere popolato da 302 anime, salite a 315 nel 1871, mentre nel 1921 si registrarono 384 residenti. Fu il regime fascista a decidere nel 1928 di sopprimere definitivamente il comune, unendolo definitivamente a Dumenza riprendendo l'antico modello napoleonico.
La torre campanaria della chiesa di San Giorgio pare avesse avuto ruolo militare nel periodo precedente il mille, durante le diverse invasioni barbariche: la strada, infatti, che da Varese portava a Luino e poi a Dumenza, era l'unica che accedeva a Bellinzona, non esistendo il lungo lago. Probabilmente faceva parte di un sistema di torri lungo queste valli, delle quali quella di Runo è l'unica superstite.
A Runo è nato il celebre pittore Bernardino Luini, allievo di Leonardo da Vinci: il cognome autentico "degli Scappi" è stato soppiantato. Nato qualche anno dopo, un suo parente, Bartolomeo Scappi a Roma nella prima metà del Cinquecento divenne cuoco insigne al servizio di ben tre papi.
Runo è il luogo d'origine dei vari rami della famiglia Trezzini sciamati verso le finitime località svizzere di Sessa, Lanera, e Astano dove nacque il celebre architetto e urbanista Domenico Trezzini, nel 1703 incaricato dallo zar Pietro il Grande di edificare la sua nuova capitale russa sulle rive della Neva, San Pietroburgo.
Due Cossani è posta a nordovest del centro abitato, lungo una strada che poi si inerpica verso Curiglia con Monteviasco.
Cossano fu un antico comune del Milanese.
Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 172 abitanti, nel 1786 Cossano entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799.
Alla proclamazione del regno d'Italia napoleonico nel 1805 risultava avere 222 abitanti.Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse ad Agra, ma il comune di Cossano fu tuttavia ripristinato con il ritorno degli austriaci.
Nel 1853 risultò essere popolato da 301 anime, scese a 289 nel 1871, quando il municipio aveva cambiato nome da otto anni in Due Cossani, per il rio che, discendendo da Agra, lo divide nelle due parti di Cosan de chi e di Cosan de là, confluendo poi nel rio Colmegnino.
Nel 1921 si registrarono 385 residenti. Fu il regime fascista a decidere nel 1928 di sopprimere definitivamente il comune, unendolo stavolta a Dumenza.

Il nucleo storico di Dumenza è caratterizzato da case rurali con ampi ballatoi soleggiati.
Percorrendo le viuzze di Runo e Stivigliano si puo’ notare gli innumerevoli affreschi che abbelliscono le facciate delle abitazioni. A partire dall’anno 1978, valenti pittori, per iniziativa del C.O.R.A. (Com. Org. Runo per l’Affresco) hanno dedicato alla nostra zona le loro preziose opere d'arte.
Percorrendo il centro abitato di Runo, particolarmente le vie Concordia, IV Novembre e Monte Grappa, sembra di trovarsi in lunghi saloni di esposizione.
Ai lati delle anguste stradine, che serbano ancora la loro catteristica antica, una moltitudine di opere in affresco Clicca per ingrandire deliziano lo sguardo. L’iniziativa scaturì nel 1978, dalla perspicacia di un gruppo di persone dalle idee lungimiranti. Non poteva che sbocciare in tutta la sua gagliarda prosperità, proprio in in quel luogo che vide il natale del grande Maestro Raffaele Casnedi.

La bella e grande chiesa di San Giorgio, entro la quale si sente ancora quel gradito sentore di antico che maggiormente consente l'avvicinamento al "Divino" che entro quelle mura si venera, ebbe le sue origini nel lontano 1213. L'opera venne sicuramente promossa da un gruppetto di frati venuti in valle per la conversione delle anime,. Di certo abbiamo cio' che vediamo e cioe' la lapide che ricorda la sua consacrazione che avvenne nel 1574 e i Decreti che in quella occasione il Cardinale Carlo Borromeo, lascio' al parroco Battista Ascontino da Ascona. Nell'ingiallito libro custodito nell'archivio parrocchiale , Don Ascontino trascrisse i Decreti ricevuti.

Le prime notizie della chiesa di san Nazaro risalgono al 1217, quando esisteva gia la Chiesa di San Giorgio, la quale pero' risultava scomoda per i fedeli di Dumenza. Con la costruzione di questa di S. Nazaro vennero agevolati anche i pochi abitanti dei paesi limitrofi e dei cascinali sparsi non solo sul versante italiano ma anche su quello svizzero. La costruzione venne eseguita all'insegna del volontariato e della gratuita'.

Dumenza, borgo situato alle propaggini delle Prealpi Lombarde, a ridosso del Lago Maggiore, , al centro della Val Dumentina chiamata anche Valle Smeralda per i suoi colori verdeggianti. Dumenza dista circa 90 Km da Milano, 35 Km da Varese e 25 km da Lugano nella vicina Svizzera. Il territorio comunale, abitato originariamente da tribù celtiche poi assorbite dall’espansione romana, è caratterizzato da zone coltivate, folti boschi di castagni e faggi, nonché pascoli ed alpeggi sui monti circostanti.

Il Weekend Celtico si tiene ogni anno in prossimità del Solstizio d’Estate ed è ospitato in un’area verde dedicata dove viene allestito un villaggio celtico. Il ricco programma prevede laboratori su arti e mestieri dell’epoca, ricostruzione di scene di vita quotidiana, esposizione di utensili e manufatti, dimostrazioni e stages di combattimento e danza. E ancora giochi celtici, conferenze, mostre, proiezioni, stand gastronomici con degustazione di antiche ricette e bevande, animazioni ed attività didattiche per bambini, mercatino dell’artigianato celtico, e, la sera, concerti di musica tradizionale scozzese e irlandese, spettacoli di danza, e il rito druidico dell’accensione del fuoco, e, infine, anche la possibilità di partecipare a visite guidate nei boschi circostanti ed ai luoghi dei ritrovamenti celtici.

La Val Dumentina ha visto il passaggio di alcuni pittori:

Bernardino Luini - 1480 / 90 - 1532 Solo recentemente sembrano state accertate le origini del piu' illustre figlio dumentino: Bernardino Scappi piu' noto come Bernardino Luini, uno fra i piu' grandi pittori rinascimentali.

Raffaele Casnedi - 1822 - 1892 Ultimo dei grandi maestri comacini, in contrasto con il padre che voleva si dedicasse al ramo alberghiero, frequento’ l’Accademia di Brera dove si distinse per il suo valore artistico vincendo fra l'altro il premio Mylius con l'opera " La scuola di Leonardo". In seguito fu nominato professore aggiunto dell'Accademia di Brera.

Giuseppe Terruggia (Giusep da Congera 1871 – 1955) Inizio’ la sua lunga carriera a Milano quando da ragazzo segui’ alcuni corsi di disegno presso l’Accademia di Brera. Nella zona e’ possibile ammirare in numerose case private ed esercizi pubblici le sue bellissime opere.

Raffaele Galli Nato nel 1912 a Firenze da genitori Runensi. Da ragazzo apprese i primi rudimenti della pittura presso la Soc. Operaia di Runo. In seguito, per motivi di studio, si trasferi’ a Milano dove frequento’ la Scuola Superiore d’arte del Castello diretta dal Prof. Esodo Pradella, affino’ in seguito la tecnica pittorica e grafica nello studio del Prof. Malugani.

Virginio Marchesi Nato a Runo nel 1923 e genovese d’adozione. Iscritto alla FIAF (Federazione Italiana Arti Figurative). Ha partecipato a diverse personali e a molte estemporanee, riscuotendo sempre validi consensi di critica e pubblico.

Pietro Piazza Nato nel 1935 a Parigi da genitori Runensi. Ha frequentato gli studi d’arte presso la Sorbona di Parigi. A Runo si dedico’ principalmente al chiarismo creando parecchie opere ora sparse in parecchie collezioni private italiane svizzere e francesi.

Antonio Barozzi (Tognign) Autore di numerosi affreschi fra i quali alcuni nella chiesa di San Giorgio e nell' ex salone del circolo di Dumenza. Fu l'autore anche dello stemma della repubblica sul frontone della "cappella" civica in piazza Diaz, sfortunatamente ora non piu visibile perche' ricoperto durante l'ultimo restauro.

Pietro Grassi (Pierino) Lavoro' parecchi anni a Milano in una cooperativa come decoratore dove in seguito ne divento' presidente. Rientrato a Dumenza decoro' parte della Parrocchiale di San Giorgio, quella di Due Cossani, la chiesetta di Pradecolo e molte abitazioni della zona. Lavoro' parecchio anche a Trarego, Cannero e Cannobio sulla sponda piemontese del Lago Maggiore.

A Dumenza, l'8 ottobre 1881, nacque Vincenzo Peruggia, il pittore decoratore divenuto celebre per aver rubato la Gioconda la notte tra il 20 e il 21 agosto del 1911, poi da lui riconsegnata ad un celebrre antiquario di Firenze. Fu processato in Italia e la sua condanna venne poi ridotta per decisione del re d'ITalia, considerato il fine ideale di retituire un capolavoro alla Patria. In tal senso intervenne a suo favore anche Gabriele D'Annunzio.


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mercoledì 24 giugno 2015

CAVALLASCA



Cavallasca è un comune della provincia di Como.

Nei suoi pressi si trova il monte Sasso, 614 m s.l.m., dalle cui pendici nasce il fiume Seveso, che dopo 52 km di corso si getta, nella zona nord di Milano, nel Naviglio della Martesana.
Il nome “Cavallasca” potrebbe avere due origini, una celtica e l’altra latina. Per la prima il nome sarebbe composto dalla parola kava che significa vangare/scavare e asgall (da asha che significa rifugio) e poi trasformato in latino con il nome “Cavallasca”. Per quanto riguarda l’origine latina il nome deriverebbe da cavallo, dove le terminazione “asca” o “asco” sono proprie di località sopra-elevate. Cavallasca sorge nel mezzo del sistema collinare tra Como e Varese, a 400 m d’altezza rispetto al livello del mare fino ad arrivare a 614 m d’altezza raggiunta dal Montesasso sul confine Italo Svizzero. I rilievi su cui sorge il paese risultano essere gli ultimi verso la vallata del Po. Grazie alla sua posizione geografica ed al clima mite Cavallasca fu stazione di soggiorno di nobili e ricche famiglie milanesi, come gli Imbonati, gli Archinto, i Parravicini ed i Sarfatti. Cavallasca sorge su un sistema collinare costituito da rocce sedimentarie originate da accumulo di detriti di natura e dimensioni diverse, per lo più gonfolite. Questi elementi rocciosi sono tenuti insieme da una specie di cemento naturale calcareo-ferrifero o siliceo e questo caratterizza infiltrazioni di falde acquifere per lo più di origine sorgiva. Due le sorgenti note sul territorio, una sorge all’Olcellera, ricca di calcare contenente ferro e magnesio, l’altra al Colombirolino. La prima presenza nobile ed importante documentata, fu quella di Guido Grimoldi Vescovo di Como, che fu arciprete della chiesa di Cavallasca. Dal 1295 al 1510, a quanto pare, nessuna fonte cita Cavallasca, evidentemente Cavallasca seguì le sorti di Como che in questi due secoli divenne parte dello stato milanese, prima dominato dai Visconti e poi dagli Sforza. Dal 1526 e per circa due secoli, la Lombardia giacque sotto il dominio degli spagnoli, che assicurò al territorio un periodo di pace e stabilità. Fu alla metà del 1500 che gli Imbonati, nobile e rispettabile famiglia milanese, si stabilirono a Cavallasca. Nel 1631 Giuseppe Maria Imbonati, nato a Cavallasca, estese le sue proprietà insieme al fratello Carlo che costruì l’attuale sede Municipale “Villa Imbonati” ultimata nel 1656, ricca di notazioni artistiche e munita di curiosi sistemi di ingegneria idraulica. Con gli Imbonati, nel 1700 Cavallasca divenne uno dei maggiori centri culturali lombardi. Cavallasca vide passare Garibaldi, fu Quartier Generale dello stesso e teatro della battaglia di San Fermo. Agli Imbonati seguirono i Butti, che acquistarono anche la Villa Imbonati, tra i quali Giuseppe Butti, detto anche “Peppet”, che fu Sindaco di Cavallasca dal 1871 al 1894 e che accolse don Pietro Buzzetti, importante parroco di Cavallasca e nipote di Don Guanella. Giuseppe Butti inoltre ospitò spesso in Villa Imbonati l’amico Luigi Pirandello. Durante la Prima Guerra Mondiale, Cavallasca fu uno dei perni difensivi d’Italia per la difesa sul Confine Svizzero, mediante la costruzione di trincee sul Montesasso, molte delle quali ancora visibili all’interno del Parco Regionale della Spina Verde. Durante il periodo fascista, nel 1928, i Comuni di Cavallasca, Parè e Drezzo furono uniti in un unico complesso amministrativo chiamato Lieto Colle, nome suggerito da Margherita Sarfatti a Mussolini in uno dei frequenti soggiorni a Cavallasca. Cavallasca tornò comune autonomo nel 1956.
L'area è ricca di fortificazioni della Frontiera Nord, risalenti alla prima guerra mondiale, costruite per difendere il confine nord nel caso in cui gli imperi centrali, Austria e Germania, avessero tentato un attacco attraverso la neutrale Svizzera.

La parrocchia di San Michele figura negli atti della visita pastorale compiuta dal vescovo Ninguarda alla fine del XVI secolo nella pieve di Zezio; il numero dei parrocchiani era di 170 di cui 80 comunicati. Nel compendio del Cronicon del clero della diocesi di Como risalente al 1619 la chiesa di Cavallasca figurava tra le parrocchie rurali della pieve di Zezio. Nel 1651 la parrocchia di San Michele di Cavallasca risultava compresa nella pieve della cattedrale, volgarmente detta di Zezio.

La chiesa di Cavallasca è dedicata a San Michele, Arcangelo (29 settembre; la festa patronale cade l’ultima domenica del mese di settembre) e risulta elencata nella pieve di Zezio, nel quartiere di porta Monastero, fin dalla fine del XIII secolo.

Nel 1768, durante la visita del vescovo Giambattista Mugiasca nella chiesa parrocchiale di San Michele erano istituite la confraternita del Santissimo Rosario; la confraternita del Santissimo Sacramento; la confraternita dei Dolori della Beata Vergine Maria, che risultavano tuttavia unite in un solo corpo. Il numero dei parrocchiani era di 281 di cui 175 comunicati. Entro i confini della parrocchia di Cavallasca esistevano gli oratori pubblici dei Santi Carlo e Antonio di Padova in Sottovigna, di giuspatronato del conte Giuseppe Imbonati; Beata Vergine Maria Assunta in Cielo in Dasia, di giuspatronato del conte Nicolò Porta di Como; l’oratorio privato in casa del conte Giuseppe Imbonati.




La chiesa di San Rocco sorge in località Colombirolino in Cavallasca, costruito su un ripiano a mezza costa, sopraelevato rispetto alla strada, lungo il torrente Seveso.

E’ di colore rosa, con quattro lesene gialle ai lati del portone d’ingresso. Tra queste, due nicchie blu movimentano la facciata che termina con frontone triangolare, al di sopra del quale si staglia un campanile a vela. I battenti della porta sono in rame e rappresentano San Rocco a cui è dedicata la chiesetta costruita nel 1857 e consacrata l’anno successivo su un luogo dove sorgeva un cappelletta elevata nel 1826 laddove erano sepolti i morti della peste del 1630 (descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi). Pare che dopo questa epidemia non ve ne furono più altre a Cavallasca da lì l’idea di costruire ex-voto la Chiesa.
Il nome “dei pittori” deriva dal fatto che furono chiamati 14 diversi artisti, nel 1978, per decorare le 14 stazioni della Passione.




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mercoledì 10 giugno 2015

I PALAZZI DI MANTOVA



Gli edifici monumentali hanno contraddistinto i momenti salienti della vita culturale, politica, religiosa e artistica di Mantova.
In Piazza Broletto si trova il Palazzo del Podestà, chiamato anche Palazzo Broletto, imponente edificio a struttura medievale che fu in parte ricostruito intorno al 1227 su commissione del Podestà di Mantova. Destinato ad ospitare le più importanti attività pubbliche cittadine e restaurato intorno alla metà del Quattrocento, quando furono aggiunte la merlatura e la torre all'angolo con Piazza Erbe, il Palazzo presenta sul lato volto verso Piazza Broletto un'edicola gotica che racchiude l'altorilievo di Virgilio in cattedra.
Sul lato sinistro del Palazzo sorge l'arengario, edificato intorno al 1300 per collegare il Palazzo del Podestà al Palazzo del Massaro, l'ufficio in cui si registravano le entrate e le uscite del Comune e che conserva affreschi del Quattrocento nella vasta sala del pianterreno (ora ristorante).
Attraverso il Sottoportico dei Lattonai, sul quale si affaccia il cortile tardogotico del Palazzo del Podestà, si giunge nella scenografica Piazza Erbe. Il lato settentrionale della piazza è chiuso dalla facciata posteriore del Palazzo del Podestà, mentre sul lato opposto, all'angolo con Piazza Mantegna, si erge la Casa del Mercante, commissionata nel 1455 dal mercante Boniforte da Concorrezzo e sovrastata dalla trecentesca Torre del Salaro, anticamente adibita a magazzino per il sale.
L'edificio, presumibilmente corrispondente alla Domus Mercati, fu riedificato nel 1462 dall'architetto Luca Fancelli su committenza del marchese Ludovico Gonzaga.
Appartenne a Francesco Gonzaga che lo cedette nel 1502 ad Andrea Mantegna, divenendo probabilmente la sua residenza. In seguito il Mantegna abitò nel suo palazzo (Casa del Mantegna), costruito su un terreno donatogli dal marchese Ludovico.
La costruzione presenta un portico con colonne e capitelli quattrocenteschi, sopra due livelli segnati da spartimenti in cotto. Al primo piano e al secondo finestre, più in alto il fregio con putti, nastri e racemi attorno ai due oculi superstiti. Infine la cornice che segna il culmine originario.
Durante i lavori di restauro, che si sono protratti per quattro anni (1997-2001), sono tornati alla luce importanti affreschi attribuiti alla scuola di Andrea Mantegna. Ha preso corpo l'ipotesi dell'intervento diretto del maestro nella realizzazione pittorica della facciata. Sul lato orientale della piazza sorge Palazzo della Ragione, costruito intorno al 1250 e utilizzato per l'amministrazione della giustizia, oggi sede di mostre ed esposizioni. Sul lato orientale di piazza Erbe un tempo sorgeva il Ghetto ebraico, delimitato dalle attuali via Giustiziati, Bertani e Spagnoli. Al numero 54 di via Bertani sorge la Casa del Rabbino, non visitabile internamente, che conserva una facciata di fine Seicento impreziosita da stucchi con vedute ideali di città bibliche. In via Calvi si trova il Palazzo della Camera di Commercio, sorto sulle macerie dello sventramento del ghetto. Costruito tra il 1911 e il 1914 su progetto dell'architetto Aldo Andreani, l'edificio rappresenta tutte le ambizioni dell'imprenditoria artigianale e industriale mantovana dell'epoca.
Il Palazzo degli Studi fu fatto costruire dai Gesuiti nel 1620 per insediarvi l'Università. Nel 1780 Maria Teresa d'Austria fondò all'interno del palazzo l'Imperial Regia Biblioteca di Mantova (oggi Biblioteca Teresiana).In piazza Canossa sorge Palazzo Canossa che fu costruito nel tardo Seicento per un ramo dell'omonima famiglia veronese,  presenta una facciata con apparato decorativo che risente dalla maniera di Giulio Romano. Palazzo Cavriani, risalente a metà del Settecento; di fronte si trova il Giardino Cavriani, di stile neoclassico con al centro una statua di Virgilio.
In Piazza d'Arco si erge maestoso Palazzo D'Arco che fu eretto a partire dal 1784 su impulso di un ramo della nobile famiglia trentina dei D'Arco che si era stabilmente insediato a Mantova dal 1740. Dopo l'acquisizione della dimora dei conti Chieppo, il conte Giovanni Battista Gherardo d'Arco pensò di trasformare il palazzo seguendo i dettami del neoclassicismo ispirato all'opera di Andrea Palladio. L'opera d'edificazione fu affidata all'architetto Antonio Colonna. Come risultato finale è stato prodotto un notevole esempio di residenza aristocratica ricca di arredi e di dipinti, forte di una libreria e una collezione naturalistica, di un giardino racchiuso da una esedra sul quale si affaccia un'ala cinquecentesca con lo straordinario ciclo pittorico della Sala dello Zodiaco, opera del Falconetto, eseguita attorno all'anno 1515. Il complesso architettonico che si affaccia sulla omonima piazza, proseguiva a sinistra con l'edificio delle scuderie oggi trasformato nel Teatrino d'Arco, sede dal 1946 della Accademia Teatrale Francesco Campogalliani fondata da Ettore Campogalliani.
Nel palazzo dimorò anche il conte Carlo d'Arco (1799-1849), storico e collezionista di documenti. Ricoprì la carica di podestà di Mantova dal 1847 al 1848.
L’ultima esponente della famiglia, deceduta nel 1973, la signora Giovanna dei conti d’Arco Chieppio Ardizzoni, marchesa Guidi di Bagno costituì la Fondazione d’Arco. Con testamento del 1956 dispose, che alla sua morte, tutti i suoi beni, compreso il Palazzo e le raccolte in esso contenute (erbario, pinacoteca, archivio, biblioteca, strumenti musicali, arredi, armi), divenissero un pubblico Museo. Particolarmente ricca è la pinacoteca con dipinti di Niccolò da Verona, Luini, Magnasco, Frans Pourbus il Giovane, Van Dyck e un ciclo pittorico di Giuseppe Bazzani.
Palazzo D'Arco, recentemente restaurato, e il suo sorprendente giardino è un mirabile esempio di residenza aristocratica. . Palazzo Arrivabene conserva ancora intatto il suo aspetto rinascimentale e rappresenta un modello esemplare di dimora gentilizia quattrocentesca, per poi raggiungere via Roma, dove si trova il Palazzo Municipale, edificio cinquecentesco che fu a lungo di proprietà di Scipione Gonzaga principe di Bozzolo, prima di diventare nel 1797 sede degli uffici comunali.La Casa della beata Osanna Andreasi è una signorile dimora del secondo Quattrocento, conservatasi intatta nella facciata, negli interni e nel suggestivo giardino .
La famiglia Andreasi, ricchi proprietari terrieri a Carbonara di Po, si stabilì nella città di Mantova nel 1475 acquistando l'edificio che diventerà dimora della famiglia in Contrada del Cervo (ora Via Frattini) di fronte alla Chiesa di Sant'Egidio. La casa rimase di proprietà degli Andreasi fino al 1780, quando giunse, per dote nuziale, alla famiglia dei conti Magnaguti. L’edificio, risalente ai primi del Quattrocento, fu ridisegnato da Luca Fancelli nella facciata, che presenta un basamento di mattoni a vista, un portale sormontato da un arco a tutto sesto e tre ordini di finestre.
È stata la dimora della beata Osanna Andreasi, beatificata il 24 novembre 1694. Palazzo Valenti Gonzaga fu l'antica dimora della nobile famiglia Valenti Gonzaga e che rappresenta l'espressione più ricca del barocco a Mantova. Al suo interno un percorso museale con affreschi del pittore fiammingo Geffels e apparati decorativi di Giovan Battista Barberini. Il Palazzo di Giustizia fu acquistato nel 1782 dal Comune e destinato ad accogliere da allora gli Uffici Giudiziari del Tribunale.La Casa del Mantegna è stata dimora del pittore Andrea Mantegna e costruita a partire dal 1476, probabilmente su progetto dello stesso artista padovano. La costruzione è singolare: il cortile presenta infatti un'architettura in cui un quadrato (la forma si può vedere dall'esterno) contiene perfettamente un cerchio (la forma da cui si è avvolti entrando nel cortile).
Il Palazzo di San Sebastiano fu edificato tra il 1506 e il 1508 e dimora del marchese Francesco II Gonzaga, il palazzo ha ospitato le nove tele raffiguranti il Trionfo di Cesare, oggi nelle collezioni Reali ad Hampton Court. Dal 2005 è sede del Museo della Città. Palazzo Te è una villa suburbana costruita per volere di Federico II Gonzaga con funzioni di residenza, di svago, di ospitalità e di rappresentanza. Palazzo Te è il capolavoro di Giulio Romano, che ne seguì la costruzione e la decorazione delle numerose sale, come la Sala di Amore e Psiche, la Sala dei Cavalli e la Sala dei Giganti, dagli straordinari effetti prospettici e acustici.

Palazzo Bonacolsi interamente in cotto sormontato da merli ghibellini, fu edificato alla fine del XIII secolo da Pinamonte dei Bonacolsi su un terreno acquistato da Rolandino de Pacis, che ne fece la dimora della sua potente famiglia. Pinamonte acquisì ed affiancò al palazzo altri edifici contigui nella civitas vetus, tra i quali la torre della Gabbia, simbolo del potere dei Bonacolsi. Il palazzo più prestigioso venne lasciato dal padre in eredità al figlio secondogenito Bardellone, suo successore nel governo della città.
La famiglia Bonacolsi ha governato Mantova nel corso del XIII secolo fino a quando, il 16 agosto 1328, l'ultimo Bonacolsi, Rinaldo, è stato rovesciato durante una rivolta sostenuta da Luigi Gonzaga, che ha preso il potere.
Dal 1328 il palazzo divenne di proprietà di Ludovico I Gonzaga, capitano del popolo di Mantova.
Dal 1479 al 1487 fu la residenza cittadina della contessa di Rodigo Antonia del Balzo, consorte di Gianfrancesco Gonzaga, capostipite dei Gonzaga di Sabbioneta e Bozzolo.
Palazzo Bonacolsi è attualmente denominato "palazzo Castiglioni" dal nome della famiglia che lo acquistò agli inizi dell'Ottocento. Quella dei Castiglioni è stata una delle più importanti famiglie aristocratiche lombarde dal X secolo. La maggior parte dei membri hanno avuto la loro dimora a Milano: il ramo mantovano nacque nel 1440 da Baldassarre Castiglione, il nonno dell'autore omonimo del libro Il Cortegiano, il diplomatico-letterato Baldassarre Castiglione (1478-1529).

La casa di Giulio Romano fu progettata dall'architetto romano Giulio Romano come sua residenza ed è una dei primi esempi di edifici progettati da un artista per se stesso, una sorta di autobiografia in forma di edificio. In questo genere dobbiamo annoverare anche i due palazzi realizzati da Federico Zuccari a Firenze (Palazzo Zuccari) e Roma (Palazzetto Zuccari). Il primo a rivendicare un ruolo di prestigio per il suo essere artista fu forse Vasari che a tal fine aveva edificato per se delle residenze che in qualche modo significassero e rappresentassero tale nuovo ruolo. Gli architetti del periodo manierista, con opere di questo genere, volevano quindi, sia innalzare il proprio status sociale sottraendolo al concetto di artigiano da bottega e portandolo alla statura di intellettuale e nobile, sia mostrare pubblicamente le proprie capacità artistiche ed il proprio programma estetico, in una sorta di opera-manifesto.
Giulio Romano realizzò la sua residenza in Contrada Larga a partire dal 1544, dopo essersi stabilito ed affermato a Mantova al servizio dei Gonzaga. Lo fece ristrutturando edifici esistenti e rielaborando una tipologia di palazzo che era stata sviluppata a Roma da Bramante (palazzo Caprini del 1508-10 di Bramante, poi andato distrutto) e da Raffaello e che prevededeva un basamento bugnato con sovrapposto un ordine completo. Qui l'ordine non è architravato bensì archivoltato ed il bugnato, ridotto ad elemento quasi grafico, dilaga per tutta la facciata, quasi inglobando il rarefatto ordine tuscanico, le cui lesene appena rilevano dalla superficie vibrante della pietra bocciardata. Giulio Romano dà sfoggio di altre invenzioni sorprendenti come la cornice che si spezza per formare il timpano incompleto, sull'ingresso al palazzo, oltre a riproporre elementi del proprio stile come le finestre ad edicola (con timpano) circoscritte da archi. Sull'ingresso una nicchia ospita una statua di Mercurio (originale marmo classico restaurato da Primaticcio), e sopra i timpani delle finestre vi sono dei mascheroni di tipico gusto manierista. Alcuni ambienti interni furono affrescati dall'artista. Resta conservato il salone centrale con camino originale dell'epoca ed affreschi di Giulio Romano e aiuti.
L'edificio subì un intervento nel 1800 per mano dell'architetto Paolo Pozzo e l'aspetto attuale è sicuramente diverso da quello che descrive Vasari che lo vide durante una sua visita a Giulio Romano e che parla di una "facciata fantastica, tutta lavorata di stucchi coloriti.

Palazzo Sordi fu eretto per la famiglia dei marchesi Sordi dal Fiammingo Frans Geffels nel 1680.
Mostra una lunga facciata finemente decorata e contrassegnata da ricca e complessa composizione, tra pieni delle pareti e vuoti degli assi delle finestre, tipica del gusto barocco. Tale facciata, infatti a due ordini, è scandita da una serie di aperture binate sia in senso orizzontale (cioè due finestre affiancate fortemente ravvicinate), sia in verticale (grazie all'inserimento di una balaustra a livello della fascia marcapiano).
In basso, poi, risalti a lesena - formati da bozze alternative lisce e lavorate, sormontati dallo stemma della famiglia dei marchesi Sordi. All'angolo destro del palazzo è collocato il busto del committente dell'edificio, il marchese Benedetto Sordi, tesoriere di Stato del Duca Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers.
All'interno va notato l'imponente scalone d'onore, uno dei più belli della Mantova barocca, ampiamente decorato con putti e vasi sempre da Giovan Battista Barberini. Molto bello è il cortile contrassegnato, sulla facciata del nucleo centrale del palazzo, da un richissimo apparato decorativo che, in corrispondenza del grande balcone d'onore ad arco rotondo del piano nobile, che vede la presenza di due grandi termini (figure umane a mezzobusto) che reggono un ricchissimo fregio decorativo a spirali, e in alto, statue entro nicchie.
Al piano nobile sono di grande interesse i due saloni d'onore, decorati di stucchi e affrescati, detti rispettivamente dell'Età e di Belgrado.

Palazzo Bianchi o Palazzo Vescovile si trova a fianco del duomo, fu realizzato a metà del Settecento dai marchesi Bianchi, i quali lo arricchirono di uno scenografico scalone e degli affreschi di Giuseppe Bazzani.
Passato alla diocesi nel 1823, accoglie ora la residenza del vescovo e gli uffici della Curia. Nel 1967 il vescovo Antonio Poma fece rocavare nell'interrato un ambiente destinato all'archivio storico diocesano.

Il Palazzo del Capitano è uno degli edifici storici più significativi di Mantova e fa parte del complesso architettonico denominato "Reggia dei Gonzaga".
Il palazzo, che si affaccia sul punto più alto di Piazza Sordello (già Piazza San Pietro), rappresenta la parte più antica dell'intero complesso di Palazzo Ducale e venne edificato, tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, a residenza dei Bonacolsi, signori della città, con mestranze di origini veronesi. Intorno al 1340 venne ampliato e vennero aggiunti il porticato e la sovrastante lunga sala, detta "di Passerino" a ricordo dell'ultimo dei Bonacolsi. Dello stesso periodo sono le bifore gotiche e la merlatura della facciata.
Nel 1328, con l'avvento al potere dei Gonzaga, il palazzo divenne proprietà della famiglia. Ludovico I Gonzaga, primo capitano del popolo, però non visse in questo edificio, preferendo abitare nel palazzo Acerbi, situato di fronte. Il palazzo del Capitano venne invece abitato dai figli di Ludovico Guido, Feltrino e Filippino, che inizialmente condivisero il potere col padre.
Addossato al palazzo principale trovò posto un edificio più basso, la Magna Domus. I due edifici erano inizialmente separati da un vicolo (di Sant'Alessandro, che portava all'omonima chiesa, ora scomparsa) che venne chiuso alla fine del Trecento, quando i due edifici furono unificati per volere di Francesco I Gonzaga.
Con l'insediamento della signoria gonzaghesca si aggregarono al nucleo originario altri edifici che formano la "Corte Vecchia". La famiglia risiedette in questo edificio sino agli inizi del Quattrocento.
Alla metà del XV secolo il marchese Ludovico III Gonzaga spostò la propria residenza nel castello di San Giorgio lasciando il palazzo del Capitano ad abitazione della corte.
Venne successivamente restaurato dai duchi Guglielmo Gonzaga e Francesco IV Gonzaga, agli inizi del Seicento, col rifacimento delle decorazioni e dei soffitti.
All'origine nel palazzo era presente la "cappella palatina", abbattuta nel Seicento, e collocata nella terza stanza dell' Appartamento della Guastalla, sovrastante il grande arco gotico di accesso a Piazza Brolo (ora Piazza Lega Lombarda). Della presenza della cappella rimane la grande Crocefissione, affresco trecentesco di pittori bolognesi e veronesi o attribuito al Maestro dell'Incoronazione di Bellpuig.
Il primo piano, ricco di affreschi trecenteschi:
la Sala del Morone accoglie la grande tela del 1494 Cacciata dei Bonacolsi di Domenico Morone,
la Sala degli Imperatori o delle Cariatidi,
l' Appartamento della Guastalla, con affreschi del Duecento e del Trecento. Nella seconda stanza è collocato il sepolcro di Margherita Malatesta (1370-1399), moglie di Francesco I Gonzaga, opera di Pierpaolo dalle Masegne,
nel Corridoio di Passerino, nel quale, si narra, era collocata la mummia dell'ultimo Bonacolsi,
due stanze dell' Appartamento dell'Imperatrice.

Le Pescherie di Giulio Romano sono state edificate nel 1536 su progetto dell'architetto di palazzo Te, erano dedicate al commercio del pesce. La costruzione era costituita da due porticati ad archi tondi nel tipico bugnato giuliesco, con attico sovrastante dove si aprono finestre rettangolari incorniciate da lesene. Le pescherie erano poste ai lati del ponte di epoca medievale che scavalcava il Rio, corso d'acqua che attraversa la città di Mantova dal lago Superiore al lago Inferiore. Erano collegate alle attigue Beccherie, il macello pubblico realizzato negli stessi anni sempre su disegni di Giulio Romano, che fu però demolito nel 1872. Verso la fine del secolo XIX anche le Pescherie furono ristrutturate perdendo la loro originaria funzione.

La Casa di Rigoletto, Giuseppe Verdi ne musicò la storia e i mantovani gli diedero la residenza; verso la fine di Piazza Sordello si trova la casa del "Rigoletto", il buffone di corte Gonzaga.
Il personaggio ha in realtà poco di mantovano, l'omonima opera di Verdi infatti venne tratta da un dramma di Victor Hugo e riadattata in territorio mantovano, trasformando il re di Francia nel duca di Mantova, e cambiando il nome del protagonista da Triboulet a Rigoletto.
La struttura quattrocentesca accoglie la scultura del Rigoletto, opera di Aldo Falchi, sistemata nel piccolo cortile interno.

L'Ospedale Grande di San Leonardo (Piazza Virgiliana) fu voluto da Ludovico III Gonzaga per pubblica assistenza e terminato intorno al 1470 per opera dell'architetto Luca Fancelli, nel 1797 fu trasformato in carcere e successivamente in caserma. Attualmente ospita uffici della Polizia di Stato.
Il Palazzo dell'agricoltura (Piazza Martiri di Belfiore) fu edificato nel 1926-27 come Palazzo dei Sindacati su progetto dell'ing. Carlo Finzi. Assunse l'attuale denominazione divenendo sede delle maggiori organizzazioni provinciali legate all'agricoltura come il Consorzio Agrario, la Federazione Coltivatori Diretti, la Federazione degli Agricoltori e l'Ispettorato Agrario.
Il Palazzo della Banca d'Italia fu edificato tra il 1914 e il 1923 su progetto dell'architetto Gaetano Moretti esponente del Liberty e dell'Eclettismo. Quest'ultimo stile si evidenzia nelle finiture e nelle decorazioni delle facciate che richiamano le architetture gotica, barocca, rinascimentale ed esotica. Costruito per ospitare la sede provinciale della Banca d'Italia, cessò tale funzione alla fine del 2008 con la chiusura della filiale di Mantova dell'Istituto d'emissione. Nel frattempo, il 29 gennaio 2007 il palazzo fu classificato d'interesse storico-artistico dalla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Lombardia.
La Casa del Bertani fu la dimora di Giovan Battista Bertani, architetto al servizio dei duchi Gonzaga, che tra il 1554 e il 1556 trasformò il preesistente edificio del 1300 di proprietà dei marchesi Striggi. Singolare fu l'idea di inserire nella facciata due lapidi con incisi testi di Vitruvio e due colonne ioniche, delle quali una segata a metà con incisioni e decorazioni che didatticamente riportano le regole desumibili dal trattato vitruviano, De architectura. Successivamente la proprietà della casa del Bertani cambiò numerose volte rivivendo una nuova breve stagione artistica quando negli anni cinquanta del XX secolo fu acquistata dal pittore mantovano Vindizio Nodari Pesenti.

Palazzo dell'Accademia su progetto di Giuseppe Piermarini del 1770, fu l'architetto Paolo Pozzo ad occuparsi, tra 1773 e 1775, dei lavori di ricostruzione del palazzo di origine medievale che era diventato prima sede dell'Accademia degli Invaghiti e poi della Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere, attuale Accademia Nazionale Virgiliana. L'edificio di stile neoclassico include un tipico esempio di Barocco rappresentato dal teatro Scientifico dell’Accademia detto del Bibiena, dal nome dell’architetto Antonio Bibiena che lo costruì fra 1767 e 1769.

Il palazzo della Ragione fa parte di quel nucleo di edifici cittadini sorti in epoca medioevale. Citato più volte in documenti dell'epoca come Palatium Novum del Comune, il palazzo venne edificato intorno al XI-XII secolo per assolvere alle funzioni civili pubbliche e destinato ad accogliere le assemblee e le adunanze cittadine o, in caso di cattivo tempo, il mercato che si teneva nella piazza sottostante.
L'edificio fu più volte oggetto di modifiche, fin dalla metà del tredicesimo secolo.
Nel XV secolo vennero eretti i portici e nel 1472 fu innalzata la Torre dell'Orologio, realizzata su disegno di Luca Fancelli.
L'anno dopo la Torre fu arricchita da un pubblico orologio ideato dal matematico ed astrologo Bartolomeo Manfredi. L'orologio dava conto delle ore del vulgo, delle posizioni dei pianeti, del crescere e del calare del giorno, dei segni zodiacali, delle fasi lunari, dei giorni favorevoli per far salassi, seminare, partire per viaggi e di altre cose "uteli in questo mondo". L'orologio funzionò sicuramente fino agli inizi del Settecento. In seguito fu trasformato in un normale meccanismo per il sole e per i minuti.
Nel 1700, su progetto dell'architetto Doricilio Moscatelli, furono chiuse le trifore duecentesche ed aperte ampie e luminose finestre.
Nella prima metà del '900, il palazzo fu riportato alla sua struttura originaria dall'architetto mantovano Aldo Andreani, eliminando le sovrapposizioni barocche.
Adibito per secoli all'amministrazione della giustizia, dal 1997 è divenuto prestigiosa sede espositiva dei Musei Civici di Mantova, ospitando numerose ed importanti esposizioni d'arte organizzate dall'amministrazione comunale.
Nell'ampio salone, di imponenti volumetrie, sono visibili sulle pareti di testa i resti di notevoli affreschi che raffigurano episodi bellici databili intorno alla fine del XII secolo, oltre a personaggi di storia sacra firmati dal parmense Grisopolo e databili alla metà del duecento. Al piano terra l'edificio ospita numerosi negozi e ristoranti.




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martedì 5 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO DI LUGANO : VALSOLDA

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Valsolda è un comune italiano della provincia di Como in Lombardia.

Sul ramo settentrionale del Lago Ceresio, fra Lugano e Porlezza, si affaccia il comune di Valsolda, un verde ed aperto vallone dominato da una cinta montuosa. Le principali cime sono: Monte Pizzoni, Colmaregia, Bronzone, Cima Noresso, la Fiorina, l'Oress e Cavrighé, le torri dolomitiche dei Denti della Vecchia, non visibili dalle varie frazioni ma solo salendo in quota.

Fu feudo dell'impero da tempo immemorabile, appartenente agli abati del monastero di Sant'Ambrogio di Milano.

Nel XIII secolo gli imperatori Hohenstaufen concessero il feudo alla mensa arcivescovile di Milano che vi esercitò una vera potestà temporale, riconosciutale con le periodiche investiture imperiali susseguitesi nei secoli (1311, 1531). Il suo territorio era composto da XII Terre e sei Comuni, e il capoluogo amministrativo fu posto a S. Mamete ove risiedeva periodicamente un delegato dell'arcivescovo che vi esercitava anche funzioni di giudice straordinario, affiancandosi al potere amministrativo del podestà elettivo della valle.

Il governo austriaco, con dispaccio imperiale del 1784, disconobbe la sovranità degli arcivescovi sulla valle e la integrò di fatto e di diritto nello stato di Milano.

Il comune di Valsolda venne creato nel 1927 dalla fusione dei comuni di Albogasio, Castello, Cressogno, Dasio, Drano con Loggio e Puria.

L’ipotesi più accreditata fa risalire l’origine del nome Valsolda all’espressione latina vallum solidum, ovvero sistema fortificato.
Il comune di Valsolda confina a nord con la Svizzera e la Val Cavargna; ad est con il territorio di Cima; a sud con il lago di Lugano e ad ovest con la Svizzera.

La Valle, tutta rivolta a mezzogiorno, è soleggiata da mattina a sera e protetta verso nord da una barriera di monti.
L'aspetto della Valsolda, per chi lo contempla dal lago, è veramente ameno e pittoresco, poiché alla maestosa nudità delle rupi dolomitiche che dominano in alto, fa riscontro il delizioso panorama dei villaggi disposti a scala per il pendio e i boschi che si stendono dalle rive, colmi di lussureggiante vegetazione.

Le case concorrono a dare un aspetto suggestivo. Il territorio dell'attuale Comune di Valsolda ha forma, grossomodo, di anfiteatro semicircolare, aperto al centro verso il lago Ceresio, limitato verso Porlezza dai Monti Pizzoni (1303 m) e verso Lugano dalla Colmaregia (1516 m), dalle Cime di Noresso (1721 m) e di Fiorina (1809 m), per tornare al lago ad oriente col Bronzone (1434 m), la Forcola (1195 m) e di nuovo coi Pizzoni.

La Valsolda è costituita da due valloni che congiungono le acque del torrente Soldo prima di sfociare nel lago. Il vallone occidentale proviene dal Monte Boglia e dall'Alpe di Castello (1250 m), l'altro orientale dall'Arabione o Torrione (1805 m ) e dal passo Stretto (1101 m).

La superficie della Valsolda è di 31,64 Kmq.
Vi è compresa una parte della sponda opposta del lago, sul monte Bisnago, mentre è esclusa la regione di Cima che fino al 1480 era incorporata alla Valsolda ed era chiamata «La cima», perché segnava la punta estrema orientale della regione. In Valsolda l'inverno è breve e la neve difficilmente vi si sofferma. Le piogge sono generalmente abbondanti in primavera ed in autunno, la nebbia è rarissima e prevale il sereno. Dominano di frequente i venti locali che sono: il Tivano, che spira il mattino dal lago alla terra (est - ovest), la Breva, che ha direzione opposta (ovest - est). Per la sua fortunata posizione, la Valsolda ha una vegetazione assai varia: dagli ulivi e limoni della riva, agli abeti della Serte, ai faggi della Bolgia.

Il comune è nato nel 1927 dalla fusione di sei comuni preesistenti: Albogasio, Castello Valsolda, Cressogno, Dasio, Drano e Puria in Valsolda.
Il comune di Valsolda non è costituito da un unico centro urbano ma da una serie di frazioni, alcune delle quali in riva al Lago di Lugano (Cressogno, San Mamete, Albogasio, Oria e Santa Margherita, sul lato opposto del lago), altre sulle pendici della montagna (Loggio, Drano, Puria, Dasio e Castello), Il territorio del comune e quello della valle occupata (Valsolda o Val Solda) corrispondono completamente.

In epoca medioevale Albogasio (304 m)fu il primo nucleo abitativo della rocca di S. Martino sostituito poi dall'abitato di Castello. La frazione è divisa in due parti: Albogasio superiore e inferiore collegate tra loro da numerose e ripide scalette. Ad Albogasio superiore spicca un'imponente costruzione denominata Villa Salve. Il palazzo fu ideato, dall’architetto valsoldese Isidoro Affaitati, che in Polonia progettò una costruzione quasi identica. Al centro della casa c’è un cortile, che dà luce all’edificio, da cui partono le scale per gli appartamenti. La facciata ha un doppio loggiato rivolto verso il lago.  Nella piazza Malombra, vicina alla villa, si trova un lavatoio costruito dal Comune nel 1867. Altro imponente edificio è il "Palazzo delle colonne". Albogasio inferiore è posto a ridosso del lago e ha un pontile di attracco per le barche. Una graziosa mulattiera, che costeggia il lago,  lo collega ad Oria . Il paese è dominato dalla chiesa dell'Annunciata  che lo sovrasta dalla sua altura. Ad est della chiesa scende verso Cadate la scala della Calcinera, dove, nel Piccolo Mondo Antico, Fogazzaro localizza l'incontro tra Luisa e la marchesa. La posizione a scala dell'abitato di Albogasio consente a quasi tutte le case di godere del bellissimo panorama del Ceresio e della valle circostante.

Il paese di Castello (451 m) è posto a strapiombo sopra  un dirupo, meno ripido verso S. Mamete, più impervio nella parte verso Puria chiamata per questo "Al pizz". Le case a ridosso dell'erta sono poste a semicerchio, le altre nella fila dietro e poi a scalare verso monte dove si trovava l'antica rocca. Il paese è un labirinto di vicoli, scalette, portici, anfratti, case addossate le une alle altre tipiche dei sistemi difensivi. Ovunque a Castello si aprono scorci di panorama davvero incantevoli: dal sagrato della chiesa si può ammirare il lago fino al S. Salvatore, il promontorio di S.Mamete, Oria e Albogasio; dal centro del paese si apre la vista su Drano e Loggio e dal portico del Fighett appare inquadrata tutta l'alta valle con la sua corona di monti.Salendo alla chiesetta dell'Addolorata, un tempo oratorio di S. Martino, si ha una visuale a 360 gradi dell'intera valle. La chiesetta apparteneva un tempo al castello e sembra avere origini molto antiche  visto che risultava già abbandonata alla fine del 1500. Dell'antico castello rimangono solo le fondamenta con i segni di quattro bastioni angolari. L'edificio è stato trasformato in un'abitazione privata. L'ultimo castellano che si ricorda fu Stefano Confalonieri, un nobile milanese che, nella metà del 1200, dava rifugio agli eretici e che fu il mandante dell'uccisione di frate Pietro il cui martirio è raffigurato in molte chiese di Valsolda. Tra le case di rilievo del borgo c'è la casa nativa del pittore Paolo Pagani, nato a Castello nel 1655. L'abitazione è stata utilizzata fino agli anni '70 come scuola elementare ed ora è in corso un restauro per adibirla a museo. Sui muri delle vecchie case si intravedono ancora affreschi, stemmi, stucchi e portali.

Il paese di Cressogno (277 m) si affaccia sul lago e il suo Santuario è posto all’estremo confine della valle verso il territorio di Porlezza. È diviso in Cressogno inferiore, situato lungo la riva, nella zona sottostante la statale Regina e Cressogno superiore che si estende dalla Caravina fino a Loggio.

A Cressogno inferiore troviamo la chiesetta di San Nicola e la casa che nel “Piccolo mondo antico” era abitata dalla marchesa Maironi. Vicino alla villa c’è un grazioso imbarcadero. A Cressogno superiore si trova la vecchia canonica sul cui ingresso si vede ancora lo stemma dell’arcivescovo Federico Visconti e l'immagine di una Veronica. Lungo la viuzza che attraversa il paese vi sono due lavatoi. Dalla parte a monte partiva una mulattiera che conduceva a Dasio della quale rimane solo un piccolo tratto iniziale.

Proseguendo verso il Santuario si incontra un oratorio di San Carlo: l’ultimo di quelli pensati dai Valsoldesi per glorificare il loro arcivescovo. Fu fondato nel 1617 e progettato da Domenico Pellegrini, nipote di Pellegrino. Nella volta del tempietto è raffigurato il Santo nella gloria del paradiso. Da questo luogo si può ammirare un bellissimo scorcio di panorama del lago e dei monti sovrastanti.

Il paese di Dasio, posto a 580 m, è il più alto della Valsolda. Lo sovrastano le cime rocciose di Noga e di Sasso di Monte. Da lì parte ancora l’antica via, ora sentiero delle 4 valli, che attraverso il Passo Stretto mette in comunicazione con il Lario e la Svizzera.

Lungo i vicoli e le stradine si possono osservare caratteristiche case e  vecchie stalle. Nella parte alta del paese c’è una fontana chiamata “Carciò” rinomata per la bontà della sua acque sorgive. Le stesse acque, due vie più sotto, vengono raccolte in un pittoresco lavatoio. All’ingresso del paese vi è la vecchia caserma della finanza, ormai diroccata, punto di controllo del contrabbando locale fino al dopoguerra.

Sopra la chiesa c’è una palazzina con giardino che un tempo era adibita a locanda, lì soggiornò Fogazzaro per scrivere l’ultima parte del suo romanzo: ”Leila”. Annesso vi era il “gioco delle bocce”, svago in uso in Valsolda fino alla metà del 1900.

Drano (473 m), che fino a qualche decennio fa era il più piccolo della Valsolda, ha avuto in questi anni un notevole sviluppo urbanistico  che l'ha trasformato. Il vecchio nucleo del paese è posto a strapiombo sopra una collinetta e domina la valle sottostante. Qui si trovano due antiche case: casa Pezzi e casa Prata. Domenico e Giacomo Pezzi furono, nel seicento, l'uno curato e l'altro ricco mercante a Venezia.

Casa Prata, oggi Sambucini, ha un doppio ordine di logge con colonnine e un oratorio interno. Nella parte alta del paese, in una minuscola piazzetta intitolata a S. Simone, si trova la chiesetta di Drano, dedicata ai SS. Innocenti. Lungo le contrade si notano resti di stemmi e portali decorati, testimonianze di signorili edifici. Dalla piazza parte la mulattiera che porta ai pascoli di Rancò e al Passo Stretto. All'imboccatura del viottolo si trova il lavatoio, recentemente ristrutturato.

Il paese di Loggio (370 m) è posto al centro della Valle ed è l'unico agglomerato in posizione pianeggiante. Il paese è percorso orizzontalmente da due contrade parallele, lungo le quali si possono osservare vecchie abitazioni, spesso affrescate con temi religiosi. Nella contrada superiore, in una piccolissima piazzetta, si trova casa Mossini.

Sopra il portone dell'entrata vi è un'immagine della Sindone  con la Madonna dai sette dolori. Lungo la facciata una serie di graffiti con putti. Il culto della Sindone, presente a Loggio, sembra derivare da un periodo di emigrazione di alcuni lavoratori del luogo a Torino, in un momento di ostensione della stessa. Sempre nella contrada superiore c'è casa della Vignora con un triplice loggiato interno. Da qui parte un viottolo che collega il paese con Drano, sentiero ripido chiamato Scarell. Nelle vicinanze si può osservare un lavatoio coperto, cinquecentesco, con una mola circolare in pietra.

Uscendo dal paese, verso ovest, si arriva  a una piazzetta da cui parte sia la scalinata che porta alla parrocchiale proseguendo poi  come mulattiera verso la valle alta, sia il sentiero che porta a S. Mamete. Prendendo l'acciottolato che scende si arriva ai prati di Campò e ai Dossi, oltre i quali si trova il cimitero e l'oratorio di S. Carlo all'Esquilino. Il tempietto ha una base ottagonale, sormontata da una parte circolare: sorge nel punto in cui vi era una cappella dedicata alla Madonna delle Nevi.In cima alla scalinata, oltrepassata la casa Effata, oratorio di Loggio, c'è la chiesa di S. Bartolomeo.

I due edifici comunicavano attraverso un sottopassaggio. All'ingresso del sagrato si trova un ossario, utilizzato soprattutto nel 700. Le pareti, ormai scrostate, erano completamente affrescate con motivi allegorici riferiti alla morte. Si intravedono ancora alcune scene in cui la morte è rappresentata con la falce e una scritta dice :"Nemini parco".

La frazione di Oria (272 m) è posta all'estremo confine ovest della Valsolda  e segna il punto di valico con la Svizzera . Il nucleo si distende lungo la riva del lago e gode di una maggior tranquillità rispetto agli altri paesi lacustri poiché non è attraversato dalla Statale. Una panoramica mulattiera lo collega ad Albogasio. Il centro è costituito da un grazioso imbarcadero, un portico che dà accesso al pontile e una pittoresca piazzetta a forma di anfiteatro con due scalinate laterali.

A lago vi sono belle ville con piccoli giardini. Dall'imbarcadero un sentiero conduce alla villa del Nisciorée e alla dogana. A lago è anche la chiesetta parrocchiale, col suo sagrato dagli alti cipressi che dà accesso a quello che, nel Piccolo mondo antico, era l'"Orto di Franco". Il giardino è formato da un viale ricoperto da un pergolato di glicine e da un praticello ben curato dove svettano alcuni cipressi e un gigantesco pino marittimo col tronco avvolto da una siepe d'edera. Dall'altro lato del sagrato c'è la Villa del Fogazzaro. Dalla viuzza che la attraversa si può notare la darsena dove il poeta ambienta la morte di Ombretta. La casa è formata da una cinquantina di stanze, ancora arredate come al tempo del Fogazzaro e vi si possono osservare oggetti, foto, ricordi che gli sono appartenuti. Interessanti stanze sono: il salone "Siberia", chiamato così perché posto sopra la darsena e quindi freddo, la biblioteca, la sala della musica, e il corridoio in cui sono esposti i ricordi, tra i quali un servizio di piatti regalato all'attuale proprietario dalla regina Elisabetta d'Inghilterra.
Dal corridoio si accede al terrazzino nel quale, nel romanzo, lo zio Piero accendeva il lumicino per segnalare la direzione quando Franco e Luisa uscivano in barca nelle notti nebbiose. Bellissimi sono i giardinetti, posti su tre livelli, in cui  si trovano  glicini, limoni, allori, siepi  e una  vecchia pianta di olea fragrans. Alla morte dell'attuale Marchese Roi, la Villa verrà donata al F.A.I.

Santa Margherita (272 m) posta sulla sponda opposta del Ceresio, di fronte a Oria, ai piedi del monte Bisnago, c'è un piccolo agglomerato valsoldese chiamato S. Margherita. Il "paesino", raggiungibile solo via lago, è formato da un piccolo nucleo di case, alcune ville a lago, qualche cantina e una chiesa.

Fino alla metà del 1900 una funicolare univa il paese a Lanzo Intelvi, ora si vede solo una vecchia locomotiva adiacente all'albergo stazione ormai diroccato. A S. Margherita  esistevano anche due caserme della finanza, una è ora adibita ad abitazione privata, mentre l'altra  è stata acquistata del Comune che ha ripristinato l'attracco posizionando un pontile mobile. Sulla facciata dell'edificio semidiroccato si vedono due affreschi  e a lato una vecchia torretta.

Al tempo della peste del 1600 S. Margherita venne utilizzato come lazzaretto allo scopo di contenere la diffusione del male.

S. Mamete (271 m) è situato su un piccolo promontorio nel punto in cui il  fiume Soldo sfocia nel Ceresio. È  il capoluogo della valle, sede del municipio e dell'ufficio postale ed è provvisto di un pontile per l'attracco dei battelli. Ha una pittoresca piazzetta, attorniata da portici che proseguono fino al lago. In questa piazza, un tempo non attraversata dalla statale Regina, si svolgevano le attività commerciali e amministrative della valle.

Attualmente vi sono alcuni bar, negozi, banche e un albergo. Percorrendo suggestivi vicoli, nella parte a monte del paese, si arriva al vecchio mulino e all'antica filanda, ormai diroccati. La via Bellotti porta al municipio dove, nella sala consiliare si possono ammirare due tele del pittore valsoldese Paolo Pagani. In una è rappresentato "Il sacrificio di Isacco" e nell'altra un "Santo con due putti".

Nel giardinetto davanti al municipio un sottopassaggio porta al parchetto pubblico di San Mamete: piccolo, ma grazioso spazio provvisto di una piscina per bambini e di una spiaggetta con un'incantevole vista sul lago. Il fiume Soldo divide il  nucleo del paese dalla zona di Casarico, dove si può ammirare Villa Claudia, un tempo Villa Lezzeni, con il suo bellissimo parco. La villa possiede un oratorio privato dedicato a S. Filippo Neri. All'imbarcadero di Casarico ha inizio la vicenda del Piccolo Mondo Antico, che vede in una grigia giornata tempestosa, arrivare dal viottolo che portava ad Albogasio, i Pasotti in procinto di imbarcarsi per Cressogno. Li aspetta un pranzo, offerto dalla marchesa Maironi , a base di risotto e tartufi.

Oltre Casarico, in località Cadate, si trova il vecchio ospedale di Valsolda, ora solo in piccola parte utilizzato dalla Croce Rossa. Lo stabile, un tempo villa Affaitati, fu donato da Monsignor Renaldi, col vincolo di usarlo per i poveri della valle. Dalla piazzetta di S. Mamete parte una scalinata che porta alla parrocchiale di S. Mamete e Agapito e prosegue come mulattiera verso la valle alta.

All'inizio della scala uno stemma arcivescovile e una scritta che invita a non ricorrere ai tribunali, identifica uno stabile che in epoca feudale era utilizzato come Pretorio. Ora è casa parrocchiale e al posto delle vecchie prigioni è stata ricavata una cappella. In cima alla scalinata si trova la Parocchiale. Più avanti uno dei tre Oratori di San Carlo, eretto nel 1610 in occasione della canonizzazione dell'arcivescovo. Il tempietto a forma circolare fu progettato da Domenico Tibaldi, nipote del Pellegrini. All'interno una tela con il ritratto del Santo. La devozione popolare racconta che S. Carlo, in occasione della sua seconda visita in Valsolda, mentre saliva verso l'alta valle, si appoggiasse alla roccia  lasciando con la mano un'impronta. I fedeli scolpirono in quel punto una croce e successivamente fu scelto quel luogo per edificare l'Oratorio.

Persone legate a Valsolda:
Isidoro Affaitati (Albogasio Valsolda, 25 dicembre 1622 – Varsavia, 1684 circa), architetto.
Romano Amerio, docente al liceo di Lugano, professore universitario, autore di testi filosofici e teologici e del libro Introduzione alla Valsolda, 1970.
Pierino Bonvicini (Oria Valsolda, 3 ottobre 1923 – Massa Carrara, 4 aprile 2004), poeta, scrittore.
Victoria Cabello, (Londra, 12 marzo 1975), conduttrice televisiva.
Kurt Felix (San Gallo, 27 marzo 1941 – 16 maggio 2012), conduttore televisivo.
Antonio Fogazzaro (Vicenza, 25 marzo 1842 – Vicenza, 7 marzo 1911), scrittore e poeta italiano che ha vissuto a lungo nella frazione di Oria e che ha ambientato in Valsolda numerose sue opere.
Brunella Gasperini, pseudonimo di Bianca Robecchi (Milano, 22 dicembre 1918 – Milano, 7 gennaio 1979), giornalista e scrittrice italiana, trascorse parte della sua vita nella frazione di San Mamete Valsolda, dove è sepolta.
Domenico Merlini (Castello Valsolda, 22 febbraio 1730 – Varsavia, 20 febbraio 1797), architetto italiano, attivo principalmente in Polonia nella seconda metà del Settecento.
Paolo Fontana (Castello Valsolda, 28 ottobre 1696 - Zaslavia, 17 marzo 1765), architetto italiano-voliniano, tra i principali esponenti dell'architettura barocca in Ucraina.
Paolo Pagani (Castello Valsolda, 22 settembre 1655 – Milano, 5 maggio 1716), pittore.
Giovanni Antonio Paracca, detto il Valsoldo, (Castello Valsolda, 21 novembre 1546 – Roma, 29 ottobre1599), è stato uno scultore italiano.
Giacomo Paracca di Valsolda, detto Il Bargnola, attivo al Sacro Monte di Varallo nel 1588-89.
Giovanni Antonio Paracca, detto Il Valsoldino (Valsolda, 20 gennaio 1572 – Roma 1646), scultore.
I Fratelli Pozzi (Marco Antonio, Giovanni Pietro e Francesco) di Puria, pittori attivi tra le ultime decadi del XVI secolo e le prime del XVII secolo.
Salvatore Pozzi (Puria, 1595 – 1681), pittore.
Pellegrino Tibaldi detto Il Pellegrini (Puria, 1527 – Milano, 1596), architetto, scultore e pittore.
Arcivescovo Scola.. che fece la messa nel santuario della Caravina. con la partecipazione di quasi tutta la zona.



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