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venerdì 1 aprile 2016

TREMENICO



Tremenico è un comune della provincia di Lecco.
Alcuni storici sostengono che già al tempo dei Galli e dei Romani esistessero cave di ferro sulle pendici della montagna. Ancora vivi sono sia il dialetto assai caratteristico, sia la consuetudine di sfoggiare nelle feste l'antico costume tradizionale chiamato Stampàde.

La storia del paese e della chiesa di s. Agata datano indietro nel tempo sino all'anno Mille: nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani (codice pergamenaceo di 215 fogli, conservato nella Biblioteca del Capitolo del Duomo di Milano) il milanese Goffredo da Bussero elenca nella diocesi di Milano 26 chiese e oltre 21 altari dedicati a Sant'Agata. Una di queste chiese è quella situata "in loco Cremenego (Tremenico) Plebis de Deruio (Pieve di Dervio)". La storia dell'edificazione di questa chiesa è fitta di interventi di ampliamento e restauro fortemente voluti dai Tremenicesi, specie di quelli emigrati in pianura per lavoro: ad esempio l'altare proviene da Venezia, acquistato e trasportato appositamente dalla Laguna a testimonianza dell'amore di queste persone per la propria terra natale. In modo non dissimile, anche l'organo è giunto a Tremenico attraverso la generosità ed il lavoro dei paesani direttamente dalla Brianza, dalla prestigiosa bottega dei Prestinari di Magenta.

L'organo, compreso della cantoria, arriva nella chiesa di Sant'Agata nel 1853, per volere del parroco don Bellati e grazie ai contributi dei parrocchiani, dell'Arcivescovo, dello stesso Parroco e di Carlo Magno Buzzella.
Lo strumento è interamente meccanico con un grande mantice un tempo azionato manualmente (oggi elettricamente). Ciò che caratterizza questo organo rispetto a quelli modermi è il congegno a pedale che imposta i registri, tecnicamente (definizione ripresa dal sito del Comitato Organo Prestinari Marcallo) Combinazione libera “alla lombarda”: congegno meccanico a pedale che agisce sulle leve dei tiranti di un certo numero di registri, preventivamente selezionati dall'organista, inserendo le file di canne corrispondenti.

Nel 1367 le due chiese di Sant'Agata e San Martino ottengono dalla Curia di Milano di costituirsi in un'unica parrocchia con sede a S. Martino, detto anche Mont'Introzzo.
Nel 1566 l'arcivescovo di Milano Carlo Borromeo si reca a Tremenico in visita pastorale e, sentite le lamentele dei tremenicesi, promette la costituzione della parrocchia di Sant'Agata a Tremenico.
Nel 1575 prende servizio il primo parroco, Viviano Gussalli.
Nel 1582 l'arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, in una seconda visita a Tremenico, vista la povertà della parrocchia decide di aumentarne le rendite. L'anno precedente i paesani si erano già impegnati a versare annualmente 300 lire imperiali a favore del loro parroco.
Durante il 1597 Taddeo e Giovanni Paolo Rubini, ricchi mercanti di Tremenico, stanziati a Castello di Sarzana, incaricano la "Compagnia" di Tremenicesi che lavoravano a Domodossola di costruire la parte muraria della cappella del SS. Rosario nella chiesa di Tremenico, alla quale gli stessi Rubini regalarono anche la pala della Vergine e nel 1624 la stessa famiglia Rubini fa costruire l'oratorio di San Carlo in Tremenico.
Nel 1635 "si fanno il choro e le cornici conforme quelli di S.to Guirico di Dervio"
Nel 1642 si rialza di nuovo la chiesa.
Nel 1654 inizia la costruzione del campanile che viene terminata dopo 9 anni.
Originariamente la chiesa era orientata con l'altare a monte e l'ingresso a valle. Nel 1665 si costruisce l'attuale facciata e la Chiesa assume l'aspetto attuale, ruotato con l'ingresso verso la piazza e la fontana Pileu.
Nel 1684 viene costruita la Cappella di Sant'Antonio e messo in opera il suo quadro; nel
1686 viene costruita la Cappella si San Giuseppe; nel 1696 è messo in opera il grande quadro di Sant'Agata di autore ignoto e nel 1784 viene montato l'altare maggiore donato dai Tremenicesi della "Confraternita del SS. Rosario" in Venezia.
Dopo le vittorie napoleoniche nel 1797, la chiesa è costretta a consegnare alla Repubblica Cisalpina alcuni arredi ecclesiastici preziosi (candelabri, ostensori, lampade, la grande Croce portatile).
Il parroco don Bellati nel 1853 fa installare nella chiesa l'organo con la cantoria prodotto dai fratelli Prestinari di Magenta, tuttora funzionante.
Nel 1878 la chiesa viene ampliata in forma di croce latina.
Durante il 1892 viene rifatto l'altare della cappella di Sant'Antonio, vengono sostituite le tre esistenti campane con tre nuove fabbricate dalla fonderia Pruneri di Grosio in Valtellina, il cui concerto fu completato nel 1900, in memoria del Giubileo dell'Anno Santo, con l'aggiunta delle due campane piccole e nel 1894 viene rifatto l'altare della cappella di S. Giuseppe e viene collocata anche la statua del santo.
Nel 1897 viene rifatto l'altare del SS. Crocefisso, anche la facciata viene rifatta interamente ed il pittore Luigi Tagliaferri di Pagnona viene chiamato a realizzare le figure di santi nelle nicchie esterne e gli affreschi nell'interno della Chiesa.
Con il contributo di tutti i parrocchiani, nel 1898 vengono acquistati nuovi banchi.
In esecuzione del Regio Decreto del 23 aprile 1942 che disponeva la consegna delle campane, gli operai della Ditta Ottolina di Seregno ritirano tre delle cinque campane esistenti (una delle quali si rompe nel calarla dal campanile) per un totale di 1530 kg di bronzo, compresi i rottami. L'anno successivo, dopo la firma dell'armistizio dell'8 settembre 1943, si apprende che le campane non sono ancora state fuse e possono essere recuperate. Le due campane intatte tornano al campanile nel 1944, i rottami di quella rotta vengono affidati ai Frati Olivetani di Seregno che li custodiscono finché, nel 1951 non si raggiunge l'accordo con la Ottolina per il loro riutilizzo nella fusione di una nuova campana da 450 kg. La campana viene inserita nel campanile l'8 ottobre dello stesso anno.
Nel 1962 l'orologio della metà del Seicento sistemato nel campanile, a carica manuale (la forza motrice era data da due pesi di pietra, che ogni giorno dovevano essere sollevati mediante due argani fino all'altezza dell'orologio), viene modificato a spese del comune con il meccanismo delle lancette dei minuti, un nuovo quadrante con le cifre in rame e un pendolo indipendente dalle variazioni di temperatura. Nel 1987 il meccanismo viene motorizzato. Nel 1988 viene installata una protezione per i campanari contro la caduta dei pesi dell'orologio.
Con il contribuito di tutti i parrocchiani nel 1964, viene rifatta la pavimentazione dell'altare con marmo bianco di Carrara e nero del Belgio.

Piccola comunità di montagna, di origine medievale, la cui economia è data, prevalentemente, dalle attività agricole e zootecniche nonché dall'industria estrattiva. Il territorio è caratterizzato da un profilo geometrico vario e aspro, con variazioni altimetriche piuttosto elevate, che vanno da una quota minima di 425 metri sul livello del mare ad una massima di 2.225 metri. L'andamento plano-altimetrico del capoluogo comunale, che dal punto di vista urbanistico mostra un abitato fortemente unito e molto antico, è tipicamente collinare.

Avano o Aveno (anticamente chiamata così), frazione di Tremenico lungo la strada per Pagnona, prende forse il nome dal nobile greco C. Avieno Filosseno mandato in Valvarrone a “colonizzare” da Giulio Cesare.
Situata a 771 metri s.l.m., si trova a circa un chilometro salendo dall’abitato di Tremenico, oltre la ripida e profonda valle dei Mulini, che divide le due terre. Ha conservato intatti i caratteri d’un tempo lontano.
La Chiesa dedicata a Maria Assunta in Cielo, già citata nel 1455, ricostruita nel 1644, e abbellita nel Settecento, deve considerarsi l’edifi cio di più vetusta fondazione. L’edifi cio è di grande interesse per la grazia tardo barocca degli stucchi che ornano, sopra il portale, l’effi - gie della patrona (1773) e quelli coevi dell’altar maggiore, che cingono una pala (Assunta e Angeli) datata 1731 e rispondente alla declinazione locale del gusto dei Ligari, non consueti, almeno secondo questa tipologia, nella zona.
Ad Avano, si pensa sorgesse la Torre che sorvegliava l’entrata nella Comunità di Monte Introzzo, tanto che esiste ancora, nel dialetto locale, una località chiamata “dent a la torr”.
Durante la peste manzoniana, Avano fu, tra i cinque, il paese più colpito, tanto che sino a pochi anni fa, appena fuori da esso, esisteva una croce di legno posta a ricordo dei numerosi morti, forse, sul luogo in cui sorgeva il cimitero degli appestati.
Un affresco in fondo al paese, con alcune scritte in lingua spagnola, sembrerebbe segnalare, che vi sia stata la presenza di frati benedettini.
Si dice, inoltre, che una casa posta nella piazzetta in fondo alla località, sia stata utilizzata come prigione spagnola, in attesa che gli arrestati fossero trasferiti altrove.
Da Avano parte il sentiero che conduce al Monte Legnone. Si tratta di un percorso di notevole interesse ambientale, che permette di attraversare zone assai diverse tra loro. Si risale la Val Rasga, che termina sulla cresta del Legnone, passando per l’ampia sella prativa dove si trova l’Alpe Agrogno basso.

Lentree è una piccola frazione, conta qualche casa e una teleferica che serve anche la frazione Fenile. È un borgo, ma anche frazione.

Fenile, piccola frazione posta alla destra e sopra Tremenico, è un borgo, ma anche frazione. Conta qualche casa ed una piccola fattoria.

Nella Valvarrone Consolino è conosciuta per la Madonnina presente.

Pernighera, piccola frazione sulla strada provinciale, ha qualche casa ed una teleferica.

Coldirola è una piccola frazione sulla strada provinciale ed ha anch'essa qualche casa ed una teleferica.

Dopo e appena sopra Avano c'è la Baia di Pezzaburo. Sopra Avano e Pezzaburo inizia l'alta Valvarrone e la Valsassina con Premana e Pagnona.

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domenica 21 febbraio 2016

TEGLIO

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Teglio è un comune situato nella media Valtellina.

Gli insediamenti umani nel territorio dell’attuale Teglio furono di molto precedenti ai primi secoli dell’era cristiana, favoriti, senza dubbio, dall’eccezionale mitezza e felicità dei luoghi. I ritrovamenti delle stele di Caven, di Valgella, di Cornal e di Vangione, oltre che delle asce bronzee del Bondone e di Tresenda, attestano la presenza di insediamenti umani in età preistoriche. È assai probabile che il territorio tellino abbia ospitato, in tali epoche, più castellieri, cioè luoghi fortificati che sfruttavano posizioni naturali già di per sé propizie per la difesa. Un castelliere è, in un certo senso, l'antenato del castello: si tratta di un piccolo villaggio fortificato, costituito da una torre centrale e da una cerchia di mura, di cui sono rimaste tracce, che rimandano ad epoche preistoriche, nell'Istria e nella Venezia Giulia. In epoca romana queste strutture furono utilizzate come fortilizi, spesso trasformati, infine, in epoca medievale, nei più conosciuti castelli. Prima dell’epoca romana, entrarono in Valtellina popolazioni di orogine ligure ed etrusca (la stirpe dei Reti, così chiamati dal mitico condottiero Reto, che li guidò nella colonizzazione dell’attuale Rezia, è nord- etrusca); solo marginalmente, invece, vi misero piede i Celti. Solo con la spedizione di Druso (16-15 a.C.), in età augustea, i Romani penetrarono in Valtellina, estendendovi il proprio imperium, anche se la valle rimase decisamente periferica rispetto alla vicina Valchiavenna, nodo dei transiti fra mondo latino e territori a nord delle Alpi: l’Itinerarium Antonini e la Tabula Peutingeriana, infatti, citano la seconda, ignorando la prima. I castellieri tellini divennero, con tutta probabilità, castelli romani, in virtù della centralità di Teglio e della sua posizione decisamente strategica.

La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente Chiavenna fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo tardo V secolo nel quale, come abbiamo visto, per la prima volta è attestato il nome della valle e, fatto decisamente più importante, vi inizia la penetrazione del cristianesimo. Furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive il Besta, “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana.
La chiesa dedicata alle vergini martiri Eufemia, Agnese e Cecilia, anche se è attestata per la prima volta in un documento datato 8 novembre 1117, venne fondata fra il V ed il VII secolo d.C. La scelta di santa Eufemia ha un'evidente connessione con Bisanzio: nella basilica di Calcedonia a lei dedicata (sul Bosforo, non lontano da Bisanzio), si tenne, nel 451, quel Concilio di Calcedonia che sancì il dogma della duplice natura, umana e divina, di Cristo. Al concilio partecipò anche il vescovo di Como Abbondio, cui è legata la cristianizzazione della Valtellina. E' quindi probabile che si debba a lui l'iniziativa di fondare la chiesa di Teglio e di dedicarla alla santa venerata con particolare devozione a Costantinopoli. E' anche possibile che il legame con Bisanzio sia dovuto alla presenza di una roccaforte bizantina insediatasi a Teglio dopo l’offensiva che riconquistò alla “romanità” la valle della Mera e dell’Adda, strappandole ai Goti. I bizantini tennero le valli anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568), ed il “castrum tellinum” fu il centro del sistema difensivo che si opponeva a questi ultimi; solo nell'VIII secolo, con il re Liutprando (o forse prima, nel 701, con Ariberto II), il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino e quindi divenne effettivo in tutta la valle. La presenza longobarda si concretizzò nell’istituzione del sistema della “curtis”, cellula tendenzialmente autosufficiente, costituita da una parte centrale, direttamente controllata dal signore (dominus) e da terreni circostanti coltivati (mansi), che dovevano conferire parte dei prodotti nella corte. La presenza militare fu rappresentata da contingenti di arimanni (uomini liberi e guerrieri) chiamati a presidiare le frontiere del regno e le più importanti fortezze, fra le quali prima era sempre quella di Teglio. Diverse tracce della presenza longobarda sono rimaste nella toponomastica; la più chiara è probabilmente quella della contrada Faraoni di Boalzo, che deriva da “fara”, la cellula di base del tessuto sociale di questo popolo germanico. Con i successori di Liutprando, Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, Valtellina e Valchiavenna risultano donate alla chiesa di Como: inizia così (se non risale già all’epoca romana) quel forte legame fra Valtellina e Como che ancora oggi permane nell’ambito religioso (Valtellina e Valchiavenna appartengono alla Diocesi di Como).
Il dominio longobardo fu però durò solo pochi decenni: i Longobardi furono sconfitti, nel 774, Carlo Magno, e Valchiavenna e Valtellina, rimasti parte del Regno d’Italia, furono sottoposte alla nuova dominazione franca. La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia al sacro Romano Impero. Ottone I di Sassonia, re d’Italia nel 951 ed imperatore nel 962, donò le castellanze di Teglio e Mazzo all’arcivescovo di Milano Valperto, che lo aveva appoggiato: così a Teglio si insediò il suo capitaneo, della famiglia dei Lazzaroni. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna; nel medesimo periodo un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo. A Teglio venne così confermato il singolare intreccio di poteri legati alla castellania, per i quali il borgo dipendeva dall’arcivescovo di Milano, e poteri legati alla pieve, per i quali dipendeva dal vescovo di Como. Agli inizi del XII le due città si scontrarono in una guerra decennale, che durò dal 1118 al 1127 e vide la sconfitta di Como. La guerra ebbe anche conseguenze sulla Valtellina, nella quale vennero molte famiglie esuli dalla sconfitta Como. Peraltro, forse il legame feudale fra la castellania di Teglio e Milano deriva proprio dall’esito di questa guerra. Gli arcivescovi di Milano investirono nel tempo diverse famiglie locali, in particolare i Lazzaroni e i Besta, dei loro diritti. Si trattava dei poteri di “districtio”, che comprendevano i diritti d’imporre tributi, di percepire pedaggi e di fare concessioni finanziarie, e di “iurisdictio”, cioè il potere giudiziario, facoltà che l’arcivescovo milanese detenne anche dopo l’incorporamento della valle nel dominio visconteo.
Il territorio della castellania, o castellanza di Teglio era delimitato sul versante retico dalla Val Rogna al confine con Chiuro e dalla Valle del Rio di Bianzone, sul versante orobico dalla Val Malgina fino al confine con Castello dell’Acqua e dalla Valle del Rio della Motta inclusa la Valle d’Aprica fino all’omonimo passo: l’area complessiva copriva circa la dodicesima parte dell’intera Valtellina, come attesta lo storico settecentesco Francesco Saverio Quadrio.
Sulla dipendenza feudale di Teglio da Milano leggiamo, nella II edizione della Guida alla Valtellina edita a cura del CAI nel 1884: “Federico Barbarossa assegna Teglio, insieme ad altri comuni della valle, alla città di Como. Ma non risulta che Como abbia potuto esercitare vera signoria sulla borgata. Invece è accertato che gli arcivescovi di Milano esercitarono su Teglio, più o meno efficacemente, insieme alla giurisdizione ecclesiastica, taluni diritti feudali fino al principio dei secolo decimo sesto. Di ciò si hanno non dubbie prove. L'Arcivescovo di Milano manda a Teglio ad amministrarvi la chiesa, gli Umiliati che fissano lor sede in un convento accanto alla chiesa di S. Orsola, ora distrutta e di cui parliamo più sotto. In un privilegio in data 26 agosto 1444, l'arcivescovo Enrico conferma a Mastino de Beata un antico feudo “paternum avitum et proavitum”, il qual feudo comprendeva tre peschiere nell'Adda, il villaggio di Nigola e i beni fondi circostanti. E in un documento di vendita colla data 3 marzo 1343 trovasi riserbato il jus di feudo e vassallaggio all'arcivescovo di Milano. Finalmente con istrumento in data 4 Agosto 1534 Ippollito II d'Este arcivescovo di Milano cede ad Andrea Guicciardi e ad Azzo Basta per quattro mila scudi d'oro ogni diritto feudale su quel di Teglio e moltissimi beni ivi situati “in quibus etiam compreensum est castrum seu dirupati castri Tillij cum casamenti…” Al fatto che la chiesa di Teglio appartenne alla diocesi di Milano accennano il Quadrio e il Cantù, ma nessun storico narra di diritti feudali che quell'arcivescovo esercitò su Teglio, forse in seguito a donazioni avute dal re franchi o dagli imperatori.”

Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti.

Durante il dominio visconteo-sforzesco, il terziere superiore della Valtellina venne ripartito in baliaggi, uno dei quali era Teglio, con un proprio podestà, affiancato da un vicario. Dopo il 1381, anno in cui Giangaleazzo Visconti stabilì un governatore per la Valtellina (che svolgeva le funzioni di giudice universale di valle), coadiuvato da luogotenenti, podestà e vicari nei singoli terzieri, Teglio fu sede di una pretura.
Alla fine di quel medesimo secolo risalgono, probabilmente, gli Statuti Comunali: l’organizzazione comunale, infatti, si era già affermata nei secoli precedenti accanto a quella della castellanza, senza cancellarla, ma, anzi, riconoscendone la formale supremazia. Dunque, era il podestà, di nomina signorile, ad esercitare le forme più alte del potere: “La massima carica nella castellanza di Teglio era quella del podestà, non elettiva, ma di nomina spettante all’arcivescovo di Milano fino al XIV secolo, in seguito al duca di Milano. In essa si compendiavano i compiti onorifici di rappresentanza e l’effettivo disbrigo degli affari più delicati, tra cui l’esercizio della giustizia su tutti gli abitanti. Il podestà doveva prestare giuramento di fedeltà al signore e agli statuti di Teglio, che egli si impegnava ad applicare, rispettare e difendere. Il podestà aveva funzione di giudice unico di primo grado in campo civile e criminale, aveva potere di controllo sugli altri ufficiali e competenze in campo amministrativo; dirigeva e presiedeva i lavori dei consigli; era sua spettanza, con largo margine di discrezionalità, avviare le indagini e le inchieste su crimini presenti e passati, su richiesta o denuncia di parte ovvero d’ufficio. La carica era biennale o annuale, con possibilità di rinnovo. Il podestà aveva l’obbligo della residenza e di farsi rappresentare da un vicario o rettore in caso di assenza; doveva infine essere un estraneo che non avesse nella castellanza nè parentele nè interessi. Il podestà doveva pronunciarsi nel rispetto degli statuti comunitari, ai quali doveva giurare fedeltà all’atto del suo ingresso in carica”.
Di fatto, però, il territorio era governato nelle forme sancite dagli statuti e quindi gran peso avevano i consigli maggiore e di credenza. “Organo supremo del comune era il consiglio generale, o assemblea plenaria dei cittadini di maggiore età, cioè con più di 25 anni, cui si affiancava il consiglio maggiore e il consiglio di credenza, o giunta esecutiva, con 12 componenti; completavano il quadro delle cariche istituzionali quattro accoladri, consoli, canepari, e gli ufficiali del comune… A capo dell’amministrazione comunale c’erano due decani, eletti dal consiglio generale, che dovevano, in base all’antico costume e agli ordini di comunità, essere eletti uno tra i nobili e l’altro tra i contadini. Il rappresentante di Teglio al consiglio di valle era invece eletto dal consiglio minore… Tra gli incaricati del comune di Teglio c’erano gli ambasciatori o inviati della comunità, con avevano compiti e ricompense predeterminate e che dovevavo fornire una relazione scritta circa l’attività svolta; il procuratore del comune e i consoli erano eletti annualmente, dovevano rendere giuramento di retto esercizio delle funzioni nell’assumere l’incarico: i consoli delle vicinie avevano il compito di denunciare i crimini e le contravvenzioni compiuti nelle rispettive vicinanze; il notaio, eletto annualmente e con possibilità di rinnovo, dai consoli e procuratori, doveva stendere gli atti e le scritture della comunità, intervenendo ai consigli.
Ufficiali in senso stretto del comune erano i banditori o servitori, cioè i messi, con compiti di notificare, dare informazione degli ordini e di farli eseguire; i canepari; i saltari, con funzioni di controllo sulle campagne ed esecuzione delle relative cotravvenzioni; i pesatori del pane; i consiglieri eletti in rappresentanza delle singole contrade. Gli stimatori, in numero di quattro, determinavano in modo ufficiale il valore dei beni, sia mobili che immobili, in particolare nei casi di espropriazione forzata, in occasione di stime di valore elevato le decisioni dovevano essere collegiali. Gli accoladri di Teglio, in numero di quattro, si occupavano della riparazione e riattamento delle chiese, delle strade e dei ponti; definivano le controversie in materia di confini e di deflusso delle acque; recuperavano i beni di spettanza della comunità o di chiese e i tributi dovuti al comune e all’arcivescovo sui beni di proprietà privata: a Teglio infatti c’era l’obbligo di versare al comune e alla curia arcivescovile di Milano un corrispettivo nel caso di alienazione di beni, oltre alle periodiche onoranze o tributi che venivano trasferiti, in caso di vendita, in capo al nuovo proprietario. Gli accoladri soprintendevano inoltre all’apposizione dei termini (pietre di confine); avevano competenze in materia tributaria e giudiziaria: prendevano atto delle assegnazioni di ogni forestiero che venisse a stabilirsi nella comunità di Teglio, divenendo vicino di una delle due parti del comune (Verida o Pertinasca); spettava poi agli accoladri definire ogni controversia tra l’arcivescovo o i suoi rappresentanti da una parte e il comune o privati dall’altra; agli accoladri spettava la pronuncia in appello contro le sentenze del podestà in materia civile; avevano competenza nelle indagini sulle sottrazioni di legname dai ponti sull’Adda di San Giacomo e di Tresenda. Accanto agli accoladri esistevano altri magistrati in sottordine (temporanei o in esperimento) detti accoladroli.”

Il Quattrocento fu il secolo nel quale si ebbe una svolta decisiva che segnò l’inizio della decadenza della castellania di Teglio. Tutto ebbe inizio per le mire di espansione della Repubblica di Venezia sulla Valtellina, nodo strategico il cui possesso le avrebbe permesso di tenere saldamente nelle proprie mani le chiavi del commercio con i territori germanici d’oltralpe. La contesa fra Venezia e Milano ebbe come episodio decisivo la battaglia di Delebio, del 18-19 novembre 1432, che vedeva contrapposte le milizie ducali comandate da Nicolò Piccinino a quelle veneziane del provveditore Giorgio Corner. Le truppe venete stavano per avere la meglio, quand’ecco che Stefano Quadrio piombò alle loro spalle, con truppe ghibelline raccolte a Chiuro ed in altri comuni, capovolgendo le sorti della battaglia ed operando una vera e propria strage dei nemici.
La battaglia di Delebio ebbe una conseguenza rovinose: essa si era, infatti, schierata dalla parte di Venezia, consentendo il passaggio di truppe venete, che venivano dalla Valcamonica, per gli zappelli dell’Aprica. Il Quadrio mise, dunque, in atto una spedizione punitiva, assediò, prese e distrusse il castello di Teglio.

Quel medesimo 1432 vide, probabilmente, nelle vie di Teglio l'austera e santa figura di Bernardino da Siena, predicatore di pace e di composizione delle divisioni fra i Cristiani. Il suo simbolo si vede ancora su alcuni portali ed in alcune chiese.
Quindici anni dopo la battaglia di Delebio si estinsero i Visconti; terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero come loro signore Francesco Sforza. Ma già cominciavano ad affacciarsi quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. In particolare, fra il febbraio ed il marzo del 1487 le milizie grigione, accogliendo l’invito del pontefice Innocenzo VIII, in urto con il duca di Milano, invasero il bormiese e scesero lungo la valle, saccheggiando sistematicamente i paesi da Bormio a Sondrio. A Teglio si vissero giorni di terrore: il podestà ducale venne assassinato ed il paese venno incendiato e saccheggiato. Le truppe ducali si mossero per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerle nella piana di Caiolo. Non si trattò, però, di una vittoria decisiva e netta, come dimostra il fatto che le milizie grigione si disposero a lasciare la valle solo dopo la pace di Ardenno (1487), che prevedeva il cospicuo esborso, da parte di Ludovico il Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra.  Di lì a poco, nel 1500, Ludovico il Moro con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo.

Dopo il rovescio della Francia, eserciti grigioni si riaffacciarono in Valtellina ed iniziò la dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512), questa venne salutata se non con entusiasmo,  almeno con un certo sollievo. Teglio, nonostante l’abbattimento della rocca, non aveva perso il suo valore, almeno simbolico, di centro della Valtellina, e fu scelta come luogo nel quale avvenne la firma dei patti che dovevano sancire la perpetua amicizia fra grigioni e valtellinesi: “In Teglio nel giugno del 1512 si segnarono i famosi cinque capitoli che dovevano regolare le relazioni tra le tre Leghe e la Valtellina, e se ne giurò dai delegati di entrambi le parti l'adempimento.”.
I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non capace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto da un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino. Se i Grigioni abbatterono le torri, l'epidemia di peste di quel medesimo 1526 abbattè, nella sola Teglio, 1500 cristiani.
Le Tre Leghe concessero, comunque, a Valtellina e Valchiavenna, pur nella subordinazione, un alto grado di autonomia. La Valle, sempre divisa in tre Terzieri, era amministrata da un consiglio detto di valle, con deputati nominati da ciascuna delle giurisdizioni, gli agenti di valle. Ogni deputato era nominato dal consiglio di una singola giurisdizione (a Sondrio ne erano riservati 3). I due contadi di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente, ma, per le questioni di comune interesse, mandavano il loro voto per iscritto, o deputati delegati a rappresentarne gli interessi. Avevano propri codici e statuti Chiavenna, la valle S. Giacomo, Piuro, le singole giurisdizioni della Valtellina, e la contea di Bormio.
Nel 1531 i Valtellinesi stesero un progetto di fusione delle leggi o statuti, e lo presentarono alla dieta o governo delle Tre Leghe Grigie, per l'approvazione col nome di Statuti di Valtellina, ove erano raccolte le disposizioni in materia civile e criminale e le discipline nel ramo acque e strade. Ogni comune, poi, aveva propri ordinamenti, chiamati Ordini comunali, approvati però dal governatore, come lo erano tutte le gride comunali, che ne portavano la firma, limitata però al nome di battesimo.
Il dominio dell’arcivescovo di Milano su Teglio cessò definitivamente nel 1531, dal momento questi statuti trovarono applicazione anche a Teglio. Tuttavia, fin dall’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie venne riconosciuta l’autonomia della propria giurisdizione, e il consiglio minore del comune eleggeva un rappresentante che partecipava con un proprio voto alle sedute del consiglio di valle.
Teglio, infatti, vide riconosciuta dai nuovi dominatori la sua condizione del tutto peculiare rispetto agli altri centri della valle, per cui conservò il suo status di giurisdizione staccata dai terzieri valtellinesi, sebbene fossero in vigore anche a Teglio 1531 gli statuti di Valtellina. La giurisdizione di Teglio ebbe quattro consoli di giustizia e un magistrato onorario indipendente, con compito di soprintendere alla destinazione delle tutele e cure dei minori, amministrazione dei loro patrimoni, approvazione dei pubblici notai, il calcolo delle spese e l’approvazione annuale dell’estimo e dell’esborso. Il governo delle Tre Leghe Grigie stabilì in Teglio un podestà, o pretore, che rimaneva in carica un biennio, da giugno a giugno
I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle; 103 pertiche di orti sono stimate 603 lire; i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 38856 pertiche e sono valutati 10750 lire; boschi e terreni comuni sono stimati 168 lire; campi e selve, estesi 12497 pertiche, sono valutati 9300 lire; 4299 pertiche di vigneti sono stimate 5791 lire; gli alpeggi, che caricano 675 mucche, vengono valutati 135 lire; due segherie, le fucine ed un forno fusorio sono valutati 148 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 22297 lire (sempre a titolo comparativo per Tresivio è di 4259, per Chiuro di 13670, per Ponte di 13924 e per Montagna 13400), e conferma Teglio come terra particolarmente ricca. Nonostante ciò, nel 1534 l’arcivescovo di Milano cedette tutti i diritti feudali che aveva in Teglio, oltre che proprietà costituite da oltre seicento tra appezzamenti, terreni ed edifici al medico Andrea Guicciardi e ad Azzo II Besta per 4.000 scudi. Con questo atto appare evidente come fosse ormai venuto meno per lui ogni interesse sostanziale a conservare possedimenti che non dovevano apparirgli molto redditizi.

Non fu, in generale, il Cinquecento secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Il cinquecento tellino fu, però, caratterizzato da un florilegio e da una vivacità culturali davvero degne della migliore tradizione dei Rinascimento italiano.

Nel Seicento la tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici cresceva da diversi decenni, soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vifossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici.
Nel territorio di Teglio la tensione maggiore si determinò a Boalzo, perché la chiesa di S. Abbondio avrebbe dovuto essere utilizzata sia dai cattolici che dai protestanti, il che determinò, nel 1618 tumulti che vennero sedato con energia dalle autorità; il nobile tellino Biagio Piatti, accusato di aver sobillato i cattolici, venne condannato a morte dal tribunale speciale di Thusis. In quel medesimo anno e presso quel medesimo tribunale avvenne un tragico processo di ben maggiore rilievo storico. A Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa.
Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra.
Teglio non fu immune dalla strage, ed anzi fu teatro di uno degli episodi più raccapriccianti: Carlo II a Azzo IV Besta si erano posti alla testa degli armati decisi a sterminare i protestanti e li avevano assaliti nella chiesa di S. Orsola, a pochi passi dal palazzo Besta, mentre ascoltavano il sermone domenicale. La scena fu orripilante: i rivoltosi trucidarono ad archibugiate i presenti. Venne poi appiccato il fuoco alla chiesa ed al campanile, e fra le fiamme morirono i pochi scampati ai colpi d’archibugio, fra cui anche alcuni bambini che avevano cercato scampo proprio sul campanile. Le vittime furono forse 72; della chiesetta di Sant'Orsola non restò traccia.

La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni.
Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636).
Anche Teglio, nonostante la sua posizione appartata, venne colpita dall’epidemia e la sua popolazione fu probabilmente dimezzata.
Neppure il tempo per riaversi dalla peste, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Ma il suo ricordo nelle genti di Valtellina è legato al peso, che molto gravò anche su Ponte, dell’alloggiamento delle sue truppe, vero e proprio salasso per comunità già stremate economicamente e prostrate moralmente dal flagello della peste. Chi poteva, si rifugiava nei paesini arroccati sui versanti retico ed orobico. A rendere ancora più fosco il quadro, ci si mise anche una seconda ondata dell’epidemia di peste, che, a partire dal 1636 colpì di nuovo duramente le popolazioni.
Lo sgombero dei Francesi fu determinato dalla svolta del 1637, un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Teglio, in questi anni così duri, venne però meno colpita rispetto ad altre comunità, ed a riprova di ciò si può osservare che fu uno dei pochissimi paesi della valle a non essere interessato da un significativo flusso migratorio. “Nei secoli XVII e XVIII ancora florida era la sua economia, basata essenzialmente su una coltivazione differenziata della terra con prodotti ricercati, tra cui per primo il vino, esportato anche al di là delle Alpi; non mancavano frumento, segale, miglio ed orzo, cui si era aggiunto, trovando il suo terreno ideale, il grano saraceno, ricercato in tutta la valle. Numerosi erano quindi i mulini (ben 38 ancora alla fine dell’Ottocento) e non meno importanti l’allevamento dei bovini e degli ovini e lo sfruttamento dei boschi e delle miniere di ferro della Val Belviso, che occupavano maestranze residenti nelle contrade telline di Aprica, Bondone e Carona.”.
Il settecento fu secolo di generale ripresa, ma non privo di note chiaroscurali, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709, quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Alla metà del Settecento, secondo la testimonianza dello storico Francesco Saverio Quadrio, la comunità di Teglio era complessivamente suddivisa in trentasei contrade, delle quali le principali erano Piazza, Besta, Bellamira, Silvestri, San Martino, Ligone di Sotto, Ligone di Sopra, San Giovanni, Frigerio, Sommi Sassi (tutte sulla destra dell’Adda); Boalzo, Succi, Tresenda, San Giacomo, Nuvola (nel piano); Grania, Poschiavini, Val Malgina (in parte), Pondono, Carona, Alliceto, Val di Belviso, Aprica (alla sinistra dell’Adda). “Le contrade erano raggruppate in vicinie: Aprica con Ganda, Carona con Bordone, comprendente forse anche Grania, Verignia (probabilmente l’odierna San Paolo, con il resto della Val Belviso), Boalzo, che eleggevano democraticamente come propri rappresentanti dei consoli e detenevano prerogative per l’utilizzo dei boschi e dei pascoli. La terra mastra della castellanza e del comune di Teglio, coincidente all’incirca con i confini della parrocchia di Santa Eufemia (per la quale la comunità godeva del diritto di nomina del rettore), era composta dalle parti di Verida e di Pertinasca, o Teglio di sopra e di sotto; entrambe avevano pertinenze sul fondovalle e sul versante orobico e compiti specifici per il mantenimento dei ponti sull’Adda”.

Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.

Teglio aveva allora circa 8000 abitanti. Si trattò di una svolta importante, sulla quale il giudizio degli storici è controverso. La dominazione francese rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie.
Per alcuni mesi, dopo il 1797, comunque, rimase in piedi l'ipotesi di un'aggregazione di Valtellina e Valchiavenna come Quarta Lega alla federazione grigiona, cui non erano contrari né Napoleone né Diego Guicciardi, cancelliere di Valle del libero popolo valtellinese. Il sorprendente voto nei comuni delle Tre Leghe Grigie, di cui giunse notizia il primo settembre 1797, chiuse, però, definitivamente questa prospettiva: 24 si espressero contro, 21 a favore, 14 si dichiararono incerti e 4 si astennero. Di conseguenza il 10 ottobre 1797 Napoleone dichiarò Valtellinesi e Valchiavennaschi liberi di unirsi alla Repubblica Cisalpina. Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina. Il comune di Teglio e sue vicinanze venne collocato, nel 1802, nel VI distretto dell’ex Valtellina, con capoluogo Ponte, e vi fu confermato, come comune di II classe con 4.500 abitanti, nel 1803. Stupisce che un comune considerato per molti aspetti il più illustre di Valtellina fosse subordinato alla vicina Ponte, anch'essa illustre, ma probabilmente non del medesimo rango; probabilmente la decisione venne presa non avendo riguardo alla storia, ma alla prospettiva, che venne più volte presa in considerazione, di uno smembramento di Teglio, costituito da frazioni troppo lontane, alcune anche piuttosto riottose rispetto al vincolo centrale (prima fra tutte Aprica). Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia, nel quale il comune di Teglio venne ad appartenere al III cantone di Tirano, come comune di II classe, che contava 5.540 abitanti. Nel 1807 il comune di Teglio, con 5.100 abitanti totali figurava composto da Teglio in senso stretto (3000 abitanti) e dalle frazioni di Aprica (500), Carona (800), Grania (600), Boalzo (150), Motta (50).

Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria; il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria. Teglio in un primo tempo subì il distacco, poi si vide riconosciuta, nel 1824, la riaggregazione degli antichi territori di Boalzo, San Giacomo, Carona ed Aprica. Nel 1853 Teglio con le frazioni di Boalzo, Carona con Aprica, San Giacomo, Tresenda e Motta, era comune con consiglio senza ufficio proprio e con una popolazione di 5.667 abitanti, nel II distretto di Tirano.
Il dominio asburgico fu severo ma attento alle esigenze della buona amministrazione e di un’ordinata vita economica, garantita da un importante piano di interventi infrastutturali. Venne tracciata la carozzabile da Colico a Chiavenna, e, fra il 1818 ed il 1822, la strada dello Spluga. Tra il 1820 e il 1825 anche Bormio fu allacciata alla valle dell'Adige con l’ardita strada dello Stelvio progettata dall’ingegner Carlo Donegani, che già aveva progettato la via dello Spluga. Nel 1831, infine, fu inaugurata la strada lungo la sponda orientale lariana, da Colico a Lecco, che consentì alla provincia di Sondrio di superare lo storico isolamento rispetto a Milano ed alla pianura lombarda.
Il periodo asburgico fu anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame.
Ci si misero, poi, anche le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), mietendo vittime anche a Teglio. Si aggiunse, infine, per soprammercato, l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese, con grave danno anche per la zona del pregiato Valgella, di cui Teglio andava fiera. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo: “solo nella seconda metà dell’Ottocento, mutate le condizioni socio-economiche, anche nel territorio di Teglio fece la sua comparsa il fenomeno dell’emigrazione, senza però mai toccare le elevate punte registrate in altre località.”

Successivamente la Valtellina segue le vicende della Lombardia.

Nel 1983 una frana a Tresenda causa 18 morti.

Notevole edificio è la parrocchiale, dedicata a S. Eufemia, che sembra essere stata cominciata sul principio del XV secolo o verso la fine del XIV. Il campanile, di maschio aspetto e non ultimato, è costruzione alquanto posteriore. L'interno della chiesa è a tre navate, i cui archi cono sorretti da colonne a fusto ottagonale. Vi corrisponde la facciata a tre compartimenti, di cui quello di mezzo finisce a forma cuspidale. La porta è a forma archi-acuta con colonnette spirali che ne seguono la curva sino all'incontro. I capitelli o gli stipiti a fregi sono di stile gotico. La porta è preceduta da un piccolo pronao di stile diverso, con colonne accerchiate a metà del fusto. Nella lunetta sovrastante alla porta v'è una Pietà in marmo ad alto rilievo, con fondo e putti dipinti a fresco. Questa scultura sembra della prima metà del secolo XV e porta traccie di colori. Sulla parte laterale a tramontana, pure lavorata a intagli ornamentali, si legge la data 1406. La chiesa è stata restaurata nel 1655 per cura e a spese di Ascanio Guicciardi e di altri devoti; fu poi tosto nuovamente dipinta.
Prima che fosse contratta l'attuale chiesa di S. Eufemia, nel luogo istesso, ve n'era un'altra. Infatti si ha memoria che nel 1117 Guido vescovo di Como consacrò la chiesa di Teglio dedicata a S. Eufemia, S. Agnese e S. Cecilia. Tale notizia trovammo in una nota manoscritta aggiunta alla storia del Lavizzari a pag. 28, di Giuseppe Vincenzo Besta, il quale dichiara di averla tratta da una memoria In caratteri gotici, che egli possedeva e che pur troppo andò smarrita. La chiesa di Sant'Eufemia fino al 1570 fu retta da un curato soggetto al proposito degli Umiliati di S. Orsola. Ma poi, soppressi gli Umiliati, Pio V dichiara proposito Corrado Pianta rettore di quella chiesa. Urbano VIII, con bolla 19 Settembre 1625, erige nuovamente e solennemente la chiesa di S. Eufemia in prepositura.
Rimpetto alla chiesa v'è l'Oratorio della Confraternita del Bianchi, sulla cui facciata ai trovano vari dipinti del XV secolo, fra i quali una Madonna, col Bambino in trono, e la data 1491. Sono quegli affreschi di merito assai modesto, ma ve n'è uno notevole pel soggetto, perché figura la morte che coglie nelle sue reti ogni ceto di persone, uno degli episodi della danza macabra, di cui erano a que’ tempi in molta voga lo rappresentazioni.
A mezzo giorno trovasi l'oratorio di un'altra confraternita e ivi accanto il vecchio ossario. La confraternita fu istituita nel 1432 quando S. Bernardino da Siena venne a Teglio a predicarvi pace tra i guelfi e i ghibellini.
L'altura che si trova a mezzodì sulla quale sorgeva l'antico castello di Teglio, per antonomasia si chiama ancora castello. Il panorama che si gode dalla sua sommità è superbo: esso si estende dalle vette della catena dell'Ortler e dell'Adamello a quelle delle montagne del lago di Como, e nel piano della valle, da Mazzo ai pie' del Colmo di Dazio. Bella è la veduta di Tirano; bella eziandio quella della strada d'Aprica e delle sue gallerie. Di Sondrio si scorge il campanile e quella parte che si estende a mezzogiorno. Pittoresco poi è l'aspetto dei vari gruppi di case onde si compone la borgata di Teglio, sparse, fra campi, e prati e selve.
Ai piedi della collina del Castello, a occidente, sorge la chiesuola di S. Lorenzo; lì vicino sta il palazzo ricostrutto nella prima metà del cinquecento da Azzo Besta, secondo di questo nome, e dal quale Agnese, sposa di lui, datava le belle lettere per cui il Lando e il Quadrio la pongono fra le donne illustri. Più a sera trovasi un vasto fabbricato, che appartenne a un altro ramo della famiglia Besta, e poi un secondo, forse più vasto, e meglio conservato che fu già dei Guicciardi.
La piccola e vecchia chiesa di S. Lorenzo era un oratorio della famiglia Besta, una fra le antiche di cui la storia valtellinese faccia menzione. Questa chiesetta ha il coro decorato di buone pitture a fresco di mano di Fermo Stella da Caravaggio, uno dei migliori discepoli di Gaudenzio Ferrari, Nella parte centrale è figurata la Crocifissione Sulla parete laterale a destra è rappresentato un fatto della vita del santo titolare; in quella di sinistra il dipinto è stato nel principio di questo secolo barbaramente ricoperto di una tinta a calce, che doveva estendersi anche al resto, se non interveniva il poeta Besta che minacciò di morte, qualora continuasse, il vandalo imbiancatore. Sulla parete a sinistra, in alto, vicino all'arco del presbitero, vedesi il sarcofago di Andrea Guicciardi, il medico illustre ricordato più su. Sulla parete a destra stanno quelli di Azzo II Besta, e di Carlo suo figlio. Nella chiesa erano le tombe per tutti i membri delle famiglie Besta e Guicciardi. La facciata, che era caduta, venne ricostruita nel 1874; i pochi fondi, avuti in parte dal Ministero dell'Istruzione pubblica, e raccolti in parte maggiore per vie di offerte private, non bastarono a condurre a fine il ristauro, e se non si troverà modo di proseguire nell'opera solamente incominciata i preziosi affreschi del Fermo Stella andranno presto perduti.
Il palazzotto Besta è un interessante modello delle dimore signorili del XVI secolo. La porta d'ingresso è fregiata di un bel dipinto e di sculture figurate ed ornamentali. Il cortile a porticati presenta dipinti a chiaroscuro personaggi e fatti tolti dall'Eneide. Il pozzo marmoreo nel cortile, di forma ottagona, porta l'iscrizione: Azzua arcundus 1539. E caratteristico dell'epoca il modo della decorazione delle sale e delle varie camere, in alcune delle quali si vedono tuttora bellissimi soffitti a lacunari lavorati e intagliati con finissimo magistero. Sono pur notevoli per l'industre artificio le ferriate poste ad alcune finestre della facciata. Tutto i quel fabbricato respira il cinquecento e ne fa gustare il carattere. È un modello tanto più prezioso in quanto gli analoghi si fanno sempre più rari. Il palazzo, dopo che nel 1639 Azzo Besta, che n'era proprietario, si ritirò, in seguito al capitolato di Milano il quale rifaceva serva la Valtellina, ad Erbanno, venne posto all'incanto. Lo acquistò Pietro Morelli. Estintosi al principio di questo secolo la famiglia di lui, esso palazzo passò ai Parravicini di Balzo. …
Sul promontorio che trovasi di fronte al Castello e a sera delle contrade di Dosso Grifone e dei Valli sorgeva il ricco convento degli Umiliati e la loro chiesa dedicata a S. Orsola.
Soppresso il convento, la ricca chiesa era stata, sullo scorcio del secolo XVI, assegnata airiformati. Quivi il 13 luglio 1620, essendo giorno di domenica. erano raccolti i protestanti e ascoltavano la predica del loro ministro, ignari della rivolta già scoppiata a Tirano. I cattolici sollevati accorsero in armi e ne fecero scempio. Alcuni infelici si erano ritirati sul campanile, e vi perirono consunti dal fuoco appiccatovi. La chiesa venne tosto rasa al suolo. Ora non si vede nessuna traccia di essa; là dove sorgeva son campi; però fino al 1770 rimase in piedi parte del campanile.”


L'Astel A.S.D. Tellina (Basket Teglio) è una squadra di pallacanestro maschile, fondata nel 2007, che al momento milita nel campionato di Promozione di Bergamo. Gioca le partite casalinghe nel Palsport Comunale di Teglio: ristrutturato tra il 2011 e il 2014, può contenere fino a 500 persone.

Dalla stagione invernale 2012-2013 Teglio ha nuovamente la sua stazione sciistica, situata in località Prato Valentino tra i 1690 ad 2340 metri di quota, con le piste principali servite da una seggiovia ed uno skilift.

Esiste anche la squadra di calcio Astel Teglio che milita nel campionato CSI provinciale e gioca le sue partite al campo sportivo di San Giovanni.

Il comune si sviluppa dalle Alpi Retiche a quelle Orobiche. Nel passato anche Aprica, un paese situato a sud-est di Teglio, era parte del comune, mentre ora è un comune indipendente.

Il territorio del comune di Teglio è composto da molti blocchi:
Il centro di Teglio si sviluppa lungo le Alpi Retiche ad una quota media di 900 m s.l.m. ed è la zona maggiormente esposta al sole e panoramica. Per questo fu di grande importanza strategica nel passato.
San Giovanni è la frazione a ovest del comune sul versante retico a 650 m s.l.m.
La zona di Tresenda si trova a sud-est del centro e si sviluppa principalmente sul fondovalle (circa 300 m s.l.m.) in prossimità della SS38 e del fiume Adda. Da Tresenda inoltre parte la strada per raggiungere il paese di Aprica, la SS. 39 dell'Aprica.
La zona di San Giacomo si trova a sud-ovest del centro e si estende tra il fondovalle (circa 300 m s.l.m.), in prossimità della SS38 e del fiume Adda, e le Alpi Orobiche
Prato Valentino è una frazione che conta case e rifugi; è una importante località sciistica.
Castelvetro conta diversi ristoranti, case, bar e appartamenti. È posta prima di Teglio (intendendo la parte alta).
Posseggia è una piccola frazione, ospita solo case.
Vangione Superiore ospita diverse case e appartamenti.
Vangione Inferiore conta diverse abitazioni.
Sant' Antonio di Teglio conta una chiesa e molte case.
Pila è una frazione, posta poco prima del vero centro storico di Teglio, in alto, ospita diverse case.
Arboledo ospita diverse case e un agriturismo.
Boalzo è una frazione che conta poche case ed è posta sopra Tresenda.
A Canali è stato trovato un frammento stelico nel 1985 da Don Mario Giovanni Simonelli.
Bondone conta meno di dieci case, ma è presente una chiesetta.
Branchi/Cà Branchi conta diverse case e diversi Bed and Breakfast.
Villanova conta solo case.
Caprinale-Luscio conta poche case ed una cappella.
Piali-Codurelli conta molte case e appartamenti.
Carona è posta esattamente sopra la frazione San Giacomo di Teglio.
Corna dà il nome a un ristorante; è posta nella parte bassa.
Crespinedo è posta nella parte alta, questa frazione conta solo case.
San Rocco di Teglio è una piccola frazione è posta nella parte alta e fronteggia Teglio.
Ligone conta diverse abitazioni ed una chiesa: la Chiesa di Santa Maria di Ligone, che dà il nome alla frazione: Ligone-(Santa Maria).
San Sebastiano conta diverse case, ristoranti e bar.
Caselli/Caseli conta diverse case ed è posta sopra San Sebastiano; è presente anche una società di allevamento bestiame e importazione.
Gianoli conta solo case ed un bilocale.
Franchesi è una piccola frazione posta sulla strada bassa principale, conta solo abitazioni.
Frigeri conta una chiesa e diverse abitazioni.
Margattoni conta solo case e ville; vi è anche un luogo di preghiera.
Moia conta solo abitazioni.
Somasassa dà il nome al lago; vi sono abitazioni e una chiesa (Chiesa di San Gottardo a Somasassa); la frazione è anche chiamata Somasassa-San Gottardo, nome dato dalla chiesa.
Valgella conta diverse abitazioni e dei vigneti.
Panaggia conta meno di dieci abitazioni ed è piccola, ma vi sono delle fortificazioni medievali.
San Gervasio conta abitazioni ed una chiesa.
Nigola conta diverse abitazioni.

Teglio è stato nel passato un paese con un'economia quasi esclusivamente rivolta all'agricoltura e l'allevamento. La coltivazione di grano saraceno denominato "furmentùn", "fraina" o "farina negra" era molto rappresentativa tanto da diventare presidio slow food. La farina di grano saraceno veniva e viene utilizzata per Pizzoccheri, Sciatt e molti altri piatti.

Attualmente il settore con maggiore crescita è il terziario favorito dall'affluenza di molti turisti durante il periodo estivo e invernale.


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giovedì 24 dicembre 2015

CAMPODOLCINO

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Campodolcino è un comune situato in Val San Giacomo, lungo la strada che conduce da Chiavenna al Passo dello Spluga. Il nome Campodolcino è utilizzato a livello comunale come unione degli aggregati di Portarezza, Prestone, Pietra, Acero, Tini e Corti, tutti dislocati sul fondo della Valle e ora formanti un continuo urbano ai bordi della Strada statale 36 del Lago di Como e dello Spluga.

Il paese è noto per avere dato i natali a diversi sacerdoti famosi, il più famoso dei quali è san Luigi Guanella, nato nella frazione di Fraciscio nel 1842; nello stesso luogo nacquero Mons. Tomaso Trussoni (1856 - 1940), Arcivescovo di Cosenza, e don Abramo Levi (1920 - 2007), noto teologo, amico di Padre David Maria Turoldo.

Il nome di Campodolcino compare nel 1186, probabilmente per rimarcare il pianoro in cui è situato l'abitato odierno, in contrasto con l'andamento aspro della strada verso Spluga. In realtà l'area era già abitata in epoca preistorica (10.000 a.C.), come testimoniano i ritrovamenti di Pian dei Cavalli con tracce di un accampamento paleo-mesolitico. Dopo la conquista della Rezia da parte dei Romani (15 a.C.), la zona acquisì importanza: venne costruita una strada da Clavenna (Chiavenna) a Curia Rhetorum (Coira) attraverso il passo dello Spluga. Nella Tavola Peutingeriana si nota il paese di Tarvessedo, comunemente identificato con Campodolcino; purtroppo non sono rimaste testimonianze dell'epoca, ed anche il ponte "romano" è di epoca successiva.

Politicamente Campodolcino seguì le vicende della Valchiavenna e del suo capoluogo, passando prima all'Impero Carolingio e venendo poi disputato dai Vescovi di Como e di Coira: nonostante questi conflitti rimasero saldi i legami commerciali e culturali tra i territori a cavallo delle Alpi, Fu probabilmente nel 1205 che il comune di Valle (comprendente San Giacomo Filippo, Campodolcino e Madesimo) venne riconosciuto come autonomo rispetto a Chiavenna.

Il patto della "Via Mala" del 1473 con la ristrutturazione dell'itinerario consentì allo Spluga di conquistare la supremazia dei valichi del Reno Posteriore (Spluga e il contiguo San Bernardino) su tutti quelli retici. Fu grazie a queste opere che i traffici si svilupparono considerevolmente, non venendo scalfiti dal passaggio dagli Sforza ai Grigioni. Grazie al dominio elvetico i privilegi accordati già sotto il dominio di Milano vennero accresciuti, con conseguente prosperità locale: nel 1797 il Trattato di Campoformio obbligò l'intera Valchiavenna ad unirsi alla Repubblica Cisalpina, staccandosi così dalla Confederazione.

Dopo le turbolente vicende napoleoniche e la Restaurazione, la Valle passo sottò il dominio di Vienna: l'ing. Carlo Donegani, su incarico dell'amministrazione austriaca, progettò la strada carrozzabile tuttora in esercizio, con la costruzione ultimata già nel 1821 e rivista nel 1834; come lascito degli Asburgo va pure menzionata l'istituzione dell'organizzazione scolastica su modello austriaco, che portò ad un'elevata (per l'epoca) alfabetizzazione della popolazione. In conseguenza della Seconda Guerra d'Indipendenza, la zona venne annessa dal Regno di Sardegna: la costruzione della Galleria ferroviaria del San Gottardo nel 1882 fece crollare il traffico commerciale e con esso gli introiti della popolazione, che fu costretta ad emigrare in massa. Le maggiori direttrici di migrazione seguirono la Svizzera, l'Argentina, gli Stati Uniti e l'Australia.

Con gli spostamenti, i campodolcinesi esportarono i prodotti tipici del proprio territorio: emblematico il caso della grappa, di cui la zona era tradizionalmente produttrice; ad oggi si contano almeno 5 dinastie di grapat nel Nord Italia originarie di Campodolcino (Francoli, Scaramellini, Levi, Della Morte e Vener), Il casato Scaramellini oltre a essere noto per la grappa è famoso anche per le caramelle Scaramellini.

Dagli '20 a '60 del XX secolo vi fu un discreto ripopolamento della Valle grazie alla realizzazione di impianti idroelettrici. Negli anni '50 vi fu l'esplosione del turismo di massa, con lo sviluppo degli sport invernali: la costruzione degli impianti nei territori comunali di Madesimo, Campodolcino e Piuro portò alla costituzione dell'odierna Sky Area Valchiavenna.

Campodolcino ha un'ottima ricettività, non solo con abbondante presenza sul territorio di alberghi, bed & breakfast e case-vacanze, ma anche di un campeggio e del Rifugio Chiavenna. Nel periodo estivo la zona si presta a numerose escursioni, sia a piedi che in mountain bike, mentre durante l'inverno è preponderante la pratica degli sport invernali nel comprensorio SkyArea Valchiavenna: la ferrovia a cremagliera ("Sky Express") in tunnel da Campodolcino a Motta consente di accedere facilmente agli impianti sciistici. Da menzionare anche la pratica dello sci alpinismo, dello sci di fondo e delle escursioni con ciaspole.

La Chiesa parrocchiale dedicata a san Giovanni Battista costruita nel 1400 circa, in seguito fu ampliata e restaurata, da alcuni anni all'esterno della Chiesa vi è stata collocata una statua di san Luigi Guanella.


Il ponte in pietra viva sul torrente Rabbiosa, dietro la Chiesa di S. Giovanni Battista, ricostruito nel Seicento, è una testimonianza dell’antico sentiero romano che fin dal 16 d.C., attraverso la Valchiavenna ed il Passo Spluga, portava a Coira. Zona di pascolo ed alpeggio del Comune di Chiavenna, Campodolcino crebbe d’importanza a partire dal XV secolo, fino a diventare nel XVII secolo, sotto la dominazione dei Grigioni, il centro ministeriale, commerciale e governativo della Val San Giacomo. Le attività amministrative dell’antico Comune di Valle si svolsero nella frazione Corti fino al 1797, anno in cui il Comune fu smembrato dando vita alle tre attuali municipalità della Val San Giacomo. Proprio alle Corti si trova un edificio esemplare di questo periodo, il Palazz, oggi sede del Museo della Via Spluga, il cui nucleo iniziale rispecchiava la struttura della baita di montagna intesa come dimora permanente.

Una locanda del XVI secolo costituisce il nucleo originario dell’edificio denominato ‘Palàzz’, oggi sede del Museo. Nel 1777 l'Abate Antonio Foppoli, di Mazzo di Valtellina, accademico dell'Arcadia, acquistò lo stabile, lo ristrutturò e dalla scuderia e fienile ricavò una cappella decorata dal pittore Antonio Guidetti (1786). L'Abate legò la dimora in perpetuo al Consorzio delle Frazioni Corti e Acero, ancor'oggi proprietario. Il Museo conserva testimonianze storiche, documenti, opere d'arte e letterarie riguardanti la "Via Spluga", tra cui lettere di vettura e commerciali, specie del XVIII secolo, stampe originali tra cui le serie complete di quelle che il Meyer (Zurigo, 1825), il Lose (Milano, 1825) e il Cole (Londra 1826) dedicarono all'apertura dello stradale dello Spluga (1822) e testimonianze letterarie (il Passo ‘sublime’). Nelle vecchie tabernae sono presentato gli strumenti dei mestieri tradizionali della valle, tra cui i grapàt ( distillatori di vinacce), i cavatori e i legnamè (falegnami). Il Museo contiene: tre stue del Settecento e una decorata e datata 1576, una cucina del XVIII secolo e sezioni tematiche dedicate alla storia del Palàzz, del Conzorzio e dell'Abate Foppoli, all'Opera di don Guanella, al lavoro femminile, ai giochi dell'infanzia, all'alpinismo e allo sci, al turismo climatico, ai minerali e fossili e alla fauna e ai lavori idroelettrici ( laboratorio didattico). Di particolare importanza è la nuova sezione archeologica con i reperti di epoca mesolitica e il plastico degli scavi del Pian dei Cavalli, dove furono rinvenuti. All'ultimo piano del Museo è visibile un cardèn ad uso abitativo del 1726 ricostruito, proveniente dalla località Mottaletta di Isola e donato dalla famiglia Volpi-Spelzini.

Campodolcino si estende lungo la Valle glaciale del torrente Liro, comprendendo da Sud a Nord i vecchi nuclei abitati e, sui fianchi della Valle, le frazioni di Starleggia (a Ovest), Fraciscio e Motta (a Est). Da Est a Ovest il territorio comunale si estende dalle Alpi Lepontine alle Alpi Retiche, venendo attraversato dalla direttrice tra Alpi Occidentali e Alpi Orientali, secondo la convenzione del SOIUSA. Oltre al Liro, principale corso d'acqua, scorre il torrente Rabbiosa, proveniente dalla valle omonima.
Nella bassa Val San Giacomo percorsa dal torrente Liro, all’incontro con la Val Rabbiosa si trovano i centri abitati del Comune.
Il primo gruppo di case è quello di Prestone, seguito da Portarezza, Pietra e Tini. Subito dopo il superamento del torrente Rabbiosa, lungo la statale n. 36 che ricalca il tracciato della precedente strada commerciale dello Spluga, si trova Corti. Questo era anticamente il nucleo più importante di Campodolcino, capoluogo della Val San Giacomo a partire dal XVII secolo. La sua origine risale probabilmente all’epoca romana, forse identificabile con la stazione di Travessedo che rappresentava un importante luogo di passaggio e di sosta sulla via dello Spluga. Fece poi parte del Contado di Chiavenna e dopo la signoria dei Visconti e degli Sforza passò ai Grigioni, nel 1512.

Prestone, situata all'inizio del paese dà il benvenuto ai viaggiatori; si affaccia sull'omonimo lago artificiale. In estate ospita la Festa dei Boee, molto sentita da turisti e locali.
Portarezza, sita sulla sponda destra del lago artificiale, di fronte a Prestone
Pietra, collocata tra Prestone e Tini, ora è indistinguibile dalle due frazioni vicine
Tini, un tempo cuore del paese e sede del lussuoso Albergo Posta, ora abbandonato e diroccato, ospita il Centro Sportivo, una zona residenziale e qualche ristorante; in questa frazione hanno sede, lungo la strada Statale, il Municipio e le scuole elementari e medie.
Acero, frazione principalmente residenziale, sede di meravigliose ville interamente in legno, motivo di grande orgoglio per tutto il paese; ospita il Ponte Romano, una delle principali attrattive turistiche, presente nello stemma cittadino e anche nelle cartoline, il Ponte Romano attraversa il torrente Rabbiosa tristemente ricordato per l'alluvione avvenuta nel 1927.
Corti, attualmente è il centro principale del paese: qui si trovano i pochi negozi (abbigliamento, alimentari, macellerie) e la maggior parte dei ristoranti e il Cimitero; nella Piazza principale ha sede il bellissimo museo MuVis, dedicato alla storia e alle tradizioni della Valle Spluga e tra i pochi esempi di questo genere in Italia.
Staccate dal territorio principale vi sono:

Fraciscio, situata a 1.341 m s.l.m. nella Valle della Rabbiosa (sulla sinistra orografica della Valle Spluga) è a 10 minuti di macchina da Campodolcino, mentre durante la stagione estiva può essere raggiunta facilmente anche a piedi o in bicicletta; è famosa per aver dato i natali a San Luigi Guanella, Mons. Tomaso Trussoni e Abramo Levi. È sede, nel periodo di Ferragosto, della Sagra di San Rocco. Fraciscio è punto di partenza per diverse escursioni, tra cui l'ascensione al Pizzo Stella. Tra i luoghi d'interesse vi è anche la piccola grotta con la statua della Vergine Maria su imitazione della Grotta di Massabielle a Lourdes. Vicinissimi a Fraciscio, vi sono anche le località di Mottala, Gualdera e Bondeno, poste sul versante orografico opposto della Rabbiosa, a Fraciscio è molto diffuso il cognome Levi in cui la maggioranza degli abitanti porta questo cognome che è diventato famoso anche tra personaggi famosi per esempio Carlo Levi, Primo Levi e il già nominato presbitero don Abramo Levi.
Starleggia, l'antica Stambilone poggia su un vero e proprio balcone naturale sul versante destro della Valle Spluga, collegata a Campodolcino da una comoda strada asfaltata. Sita a quota 1.565 m s.l.m., era abitata continuativamente fino alla metà degli anni '80, mentre ora è residenza solo estiva; nella Valle soprastante Starleggia, vi è anche il maggengo di San Sisto con la chiesa detta "della Trasfigurazione", oltre agli alpeggi di Gusone e Morone, posti sul sentiero verso il Pizzo Quadro. Da Starleggia si può salire agevolmente al Pian dei Cavalli o godere dall'alto del panorama di Campodolcino, con vista privilegiata su Madesimo (cascata di Pianazzo e tornanti della SS36) e Fraciscio (Calcagnolo e Pizzo Stella).
Splughetta e Ca' de Luch, frazioni a metà strada tra Campodolcino e Starleggia.
Motta, anche se più vicina al comune di Madesimo, Motta rientra nel territorio di Campodolcino. Sede di impianti sciistici, è facilmente raggiungibile (in meno di 5 minuti) con la funicolare (un tempo con la funivia) che parte dal fondovalle. Sulla cima dell'Alpe si trova la Madonna d'Europa, protettrice degli sciatori, rivestita in oro.

In frazione Motta si trova la statua di Nostra Signora d'Europa, scolpita dallo scultore Egidio Casagrande, è una scultura alta 13 metri e mezzo, placcata in oro, fu eretta il 15 ottobre 1957 e inaugurata dall'allora cardinale Montini, futuro papa Paolo VI.
Il Lago Azzurro, sito nei boschi limitrofi alla frazione di Motta Alta di Campodolcino, è un lago alpino reso celebre dall'omonima poesia "Lago Azzurro" di Giosuè Carducci (1888). Per tre anni (2004-2006) è rimasto completamente prosciugato, ma dal 2007 si è nuovamente riempito. Grazie ad una petizione molto seguita, promossa dalla Pro Loco di Campodolcino ed altri enti, il Lago Azzurro è stato inserito al terzo posto della classifica del FAI per i "Luoghi del Cuore 2006 - Luoghi di natura da non dimenticare". Sito dei "Luoghi del Cuore 2006"
La Cà Bardassa a Fraciscio, edificio ad uso misto (abitazione e stalla) edificato nel XVII secolo e ristrutturato più volte. Ora ospita il locale museo etnografico.
Il Ponte Romano sul torrente Rabbiosa, adiacente alla Chiesa parrocchiale. Costruito probabilmente in epoca rinascimentale su un precedente manufatto anteriore, era uno snodo essenziale nel tracciato che portava da Chiavenna a Coira già in epoca romana.
Il Pian dei Cavalli, altopiano carsico condiviso tra i comuni di Campodolcino e Madesimo, ospita scavi archeologici riguardanti la presenza umana già in epoca preistorica.
La casa natale di san Luigi Guanella, sita in Fraciscio.

In ogni stagione la particolare vegetazione alpina, i suoi colori, i fiori stupendi, o la candida neve, adornano Campodolcino rendendola al visitatore indimenticabile.

Campodolcino  imbiancata dalla neve, dai prati in bassa quota fin su sulle cime oltre i 3000 metri, offre uno spettacolo indimenticabile ai tanti turisti di passaggio. Durante l'inverno vasti pianori e cime innevate fanno da cornice a un paesaggio da favola, meta ideale per gli appassionati degli sport invernali, con turisti provenienti da tutta Europa, grazie anche alla vicinanza con i principali aeroporti milanesi.
Si parte dalla stazione dello Sky Express, uno tra gli impianti più moderni d'Europa: una funicolare sotterranea che da Campodolcino porta a Motta (1721 m). In soli 3 minuti percorre 1406 m affrontando una pendenza del 51 percento e  639 m di dislivello. Poi non resta che  godersi il panorama dalla nuovissima seggiovia esaposto che ci porta in cima alla montagna, all'altezza della Madonna d'Europa. Da qui si può accedere a tutti gli impianti della Ski Area Valchiavenna.
In montagna si fa escursionismo anche d’inverno, sperimentando il nordic walking, una camminata eseguita con degli appositi bastoncini che permette l’utilizzo di circa l’85% dei muscoli del corpo. Principale caratteristica di questa disciplina è la grande naturalità e semplicità di esecuzione che consente a tutti e in ogni fascia d’età di poterla praticare senza eccessivo stress fisico. Oppure calzando le “ciaspole”: un’opportunità per fare esercizio fisico in piena libertà, seguendo il proprio ritmo.
Piste: ce n’è per tutti i gusti, discese  più facili o più difficili, più dolci o più tortuose, in grado di soddisfare anche i  più esperti ed esigenti, come la discesa del Canalone o il famoso giro dell’Angeloga che dal Pizzo Groppera (2498 m) arriva fino a Fraciscio (1341 m).
Gli appassionati dello sci di fondo hanno a disposizione nella Ski Area ben 4 tracciati.
Campodolcino offre ai suoi ospiti tre diversi tipi di piste:  all’Alpe Motta si è messi a dura prova sull’anello di 5 km che si snoda in mezzo al bosco, più facile il giro breve di 3 km. A Mottala il percorso risulta più variegato, tra cascinali e boschi di conifere. Adatto a chi ama guardarsi intorno in tutta calma, senza fare un eccessivo sforzo fisico, è l'anello più lungo sulla piana di Campodolcino che costeggia il fiume Liro.

Attorno a Campodolcino si trovano alcuni angoli tutti da scoprire: piccole oasi di pace tra cielo e terra. Da Fraciscio, paese natale di San Luigi Guanella (sacerdote che accrebbe la sua opera religiosa nei campi della carità in Italia e all'estero), si può raggiungere l’Angeloga, oppure proseguire fino al Pizzo Stella (3163 m). A quest’altura la prospettiva cambia decisamente: lo sguardo si spinge oltre la valle solcata dal Liro e, tra spazi infiniti, s’imbatte di fronte sulle cime più alte, dal Pizzo Quadro (3015 m) fino al Tambò (3279 m), o si posa sulle superfici cristalline dei numerosi piccoli laghi naturali. Ai piedi di queste montagne rimangono come loro fedeli custodi le frazioni di Starleggia, punto di partenza per il Pian dei Cavalli, altopiano che ospita resti di siti preistorici, e l'incantevole vallata di San Sisto, costellata di baite ed alpeggi, mete ideali per riposo e quiete assoluta.
Trascorrere le vacanze a Campodolcino tra relax ed esercizio fisico è possibile grazie al percorso vita immerso nel bosco, un programma di attività motorie da praticare a corpo libero o con l'aiuto di attrezzi ginnici, dove ad ogni sosta apposite tabelle con rispettive strutture in legno dedicate indicano gli esercizi da effettuare. Il tracciato che dal parco dell'Acquamerla conduce alla frazione di Portarezza è immerso in un ambiente unico grazie al paesaggio e alla ricca vegetazione che concede un piacevole riparo dal sole estivo. Partendo dall'Acquamerla incamminandosi lungo la stradina sterrata, si arriva a metà del percorso dove, attraversando il ponte di legno, è possibile raggiungere il centro sportivo e il centro del paese. Per chi prosegue la strada si addentra nel bosco dove si alternano discese e piccole salite fino alla diga nella frazione di Portarezza.
Un occhio di riguardo spetta ai bambini che possono giocare indisturbati, divertirsi e fare nuove amicizie sia d’estate, nei diversi parchi giochi, che d’inverno, al Kindergarten di Motta. Fuori dallo smog e dai pericoli della città,  i più piccini possono imparare più facilmente a stare in equilibrio sulla bici, e a poco a poco avventurarsi sulle piste, circondati da tutti i colori della natura.
Il parco dell'Acquamerla, situato alla fine del paese in direzione Isola, meta ideale per pic nic, per il divertimento dei più piccoli e per il relax di genitori e nonni, è anche un ottimo punto di partenza per passeggiate in direzione Starleggia, S. Sisto. Pian dei Cavalli.
Il parco di Pietra, situato in prossimità della diga di Portarezza, è il punto di ritrovo per le famiglie che soggiornano in quella zona ed è molto frequentato perchè immerso nel bosco e ben delimitato lontano dai pericoli della strada. Un parco giochi tranquillo dove i bambini possono giocare mentre i genitori chiacchierano tra loro.
Meta ideale per gli appassionati di escursioni in alta montagna, Campodolcino è anche il punto di partenza per brevi passeggiate panoramiche. Molto suggestivi sono la Valle di Starleggia, il Servizio oppure Mottala, Gualdera e Bondeno, che offrono un’ampia panoramica sulla valle sottostante e sulle cime sovrastanti. E' inoltre una tappa importante della Via Spluga, l’originaria via romana che collega Thusis a Chiavenna. Questo suggestivo percorso viene proposto ai turisti che vogliono camminare fra storia, cultura ed ambienti diversi.


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giovedì 17 dicembre 2015

MADESIMO

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Madesimo  è un comune comprendente le frazioni di Madesimo, Pianazzo, Isola e Montespluga.

Sito a 1.550 m s.l.m. è il comune italiano più lontano dal mare (dista circa 294 chilometri dal mar Ligure). Fa parte della Comunità Montana della Valchiavenna. È una località famosa per la pratica degli sport invernali, con oltre 60 km di piste, numerosi circuiti di fondo, per escursioni in motoslitta e snow kite.

Tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, il poeta Giosuè Carducci vi villeggiò per numerose stagioni. La frazione di Motta pur essendo più vicina al comune di Madesimo fa parte invece del comune di Campodolcino.

La sede del comune è ospitata dalla frazione Pianazzo.

Il territorio comunale è attraversato dal tratto finale della strada statale 36 del Lago di Como e dello Spluga, che conduce da Milano al confine elvetico al passo dello Spluga.

Il capoluogo è raggiunto dalla strada provinciale 1, che si dirama dalla statale nei pressi di Pianazzo; fino al 2001 tale diramazione era classificata come SS 36 dir.

Nel comprensorio sciistico di Madesimo (tra le località alpine più nevose) si sono svolte gare della Coppa Europa. In particolare sulla pista di Motta, nel comune di Campodolcino, sono stati disputati gli slalom speciali, mentre sulla Montalto, presso l'abitato di Madesimo, si sono tenuti i giganti.

Il 22 febbraio 1953 durante la gara internazionale di discesa libera Trofeo Fiocchi-Coppa città di Lecco, Ilio Colli morì per un'uscita di pista.

Campodolcino e Madesimo hanno ospitato i Campionati del mondo di corsa in montagna nel 2009.

Nella località di Pianazzo si può visitare la bella cascata del torrente Scaloggia. Da non perdere inoltre la chiesa parrocchiale dei SS. Martino e Giorgio di Isola. Notizie di questa chiesa si hanno già dal XV sec. Venne ristrutturata nel 1522 e consacrata più tardi dal vescovo di Lodi, Francesco Landino. Dal 1886 è diventata ufficialmente la parrocchia di Madesimo. Consigliamo inoltre le escursioni verso la cima di "Pizzo Casa" a circa 2.500 mt. di altezza e nei vicini laghi, tutti molto suggestivi.


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lunedì 2 novembre 2015

GAMBARANA



Gambarana è un comune situato nella Lomellina meridionale, nella pianura alluvionale presso la riva sinistra del Po.

La storia del territorio di Gambarana è stata sempre condizionata dalla vicinanza del Po; un tempo esso scorreva più a sud, lasciando spazio per un grosso centro storicamente assai importante, Sparvara; e anche l'attuale frazione Cambiò era un luogo notevole, come d'altra parte la stessa Gambarana. Infatti, tra i rami in cui si divisero i conti Palatini di Lomello, signori della Lomellina occidentale fino al XII secolo, due tra i principali portavano appunto i nomi di Sparvara e Gambarana. Nel 1311 i Conti Palatini erano qui rappresentati da Federico, Giuliano e Riccardo di Sparvara, e da Alberto, Ruffino, Giannone e Opicino di Gambarana. Nel 1164 tutta la Lomellina fu assoggettata alla città di Pavia; il relativo diploma di Federico I nomina sia Sparvara sia Gambarana. Sotto Pavia continuò la signoria degli conti palatini di Sparvara e di Gambarana sui rispettivi feudi che, salvo brevi interruzioni, continuò fino al XVIII secolo (gli Sparvara si estinsero nel 1769, i Gambarana esistono tuttora). Già nel secolo precedente, se non prima, era però iniziata la decadenza di Sparvara, devastata dal Po; il suo nome non indicava che qualche sparsa cascina, e anche i Conti di Sparvara ormai avevano stabilito la loro sede a Cambiò, che era sede del comune ancora detto di Sparvara e Cambiò.

Anche la località di San Martino La Mandria fu un comune fino al XVIII secolo; apparteneva anch'esso al feudo di Gambarana; nel 1806 fu aggregato a Suardi e successivamente a Gambarana.

Nel XIX secolo anche Cambiò, che era ancora un comune, subì una parziale distruzione da parte del Po, che costrinse a spostare l'abitato più a nord (la cascina Palazzo era in precedenza al limite nord dell'abitato, mentre ora si trova all'estremità meridionale); il paese prese quindi il nome di Cambiò Nuovo (CC B464), e nel 1867 il comune fu soppresso e unito a Gambarana. In precedenza (1800) la zona del comune di Cambiò che era col tempo rimasta a sud del Po fu staccata e costituì il nuovo comune di Alluvioni Cambiò, aggregato alla provincia di Alessandria.

Il castello a pianta quadrata, dalla tipologia a blocco, senza cortile interno, con l’aggiunta di una curiosa “abside” sulla fronte nord. L’insieme è chiaramente a destinazione locale, come denunciano le fronti assai semplici prive di motivi architettonici decorativi.


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