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giovedì 24 dicembre 2015

CAMPODOLCINO

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Campodolcino è un comune situato in Val San Giacomo, lungo la strada che conduce da Chiavenna al Passo dello Spluga. Il nome Campodolcino è utilizzato a livello comunale come unione degli aggregati di Portarezza, Prestone, Pietra, Acero, Tini e Corti, tutti dislocati sul fondo della Valle e ora formanti un continuo urbano ai bordi della Strada statale 36 del Lago di Como e dello Spluga.

Il paese è noto per avere dato i natali a diversi sacerdoti famosi, il più famoso dei quali è san Luigi Guanella, nato nella frazione di Fraciscio nel 1842; nello stesso luogo nacquero Mons. Tomaso Trussoni (1856 - 1940), Arcivescovo di Cosenza, e don Abramo Levi (1920 - 2007), noto teologo, amico di Padre David Maria Turoldo.

Il nome di Campodolcino compare nel 1186, probabilmente per rimarcare il pianoro in cui è situato l'abitato odierno, in contrasto con l'andamento aspro della strada verso Spluga. In realtà l'area era già abitata in epoca preistorica (10.000 a.C.), come testimoniano i ritrovamenti di Pian dei Cavalli con tracce di un accampamento paleo-mesolitico. Dopo la conquista della Rezia da parte dei Romani (15 a.C.), la zona acquisì importanza: venne costruita una strada da Clavenna (Chiavenna) a Curia Rhetorum (Coira) attraverso il passo dello Spluga. Nella Tavola Peutingeriana si nota il paese di Tarvessedo, comunemente identificato con Campodolcino; purtroppo non sono rimaste testimonianze dell'epoca, ed anche il ponte "romano" è di epoca successiva.

Politicamente Campodolcino seguì le vicende della Valchiavenna e del suo capoluogo, passando prima all'Impero Carolingio e venendo poi disputato dai Vescovi di Como e di Coira: nonostante questi conflitti rimasero saldi i legami commerciali e culturali tra i territori a cavallo delle Alpi, Fu probabilmente nel 1205 che il comune di Valle (comprendente San Giacomo Filippo, Campodolcino e Madesimo) venne riconosciuto come autonomo rispetto a Chiavenna.

Il patto della "Via Mala" del 1473 con la ristrutturazione dell'itinerario consentì allo Spluga di conquistare la supremazia dei valichi del Reno Posteriore (Spluga e il contiguo San Bernardino) su tutti quelli retici. Fu grazie a queste opere che i traffici si svilupparono considerevolmente, non venendo scalfiti dal passaggio dagli Sforza ai Grigioni. Grazie al dominio elvetico i privilegi accordati già sotto il dominio di Milano vennero accresciuti, con conseguente prosperità locale: nel 1797 il Trattato di Campoformio obbligò l'intera Valchiavenna ad unirsi alla Repubblica Cisalpina, staccandosi così dalla Confederazione.

Dopo le turbolente vicende napoleoniche e la Restaurazione, la Valle passo sottò il dominio di Vienna: l'ing. Carlo Donegani, su incarico dell'amministrazione austriaca, progettò la strada carrozzabile tuttora in esercizio, con la costruzione ultimata già nel 1821 e rivista nel 1834; come lascito degli Asburgo va pure menzionata l'istituzione dell'organizzazione scolastica su modello austriaco, che portò ad un'elevata (per l'epoca) alfabetizzazione della popolazione. In conseguenza della Seconda Guerra d'Indipendenza, la zona venne annessa dal Regno di Sardegna: la costruzione della Galleria ferroviaria del San Gottardo nel 1882 fece crollare il traffico commerciale e con esso gli introiti della popolazione, che fu costretta ad emigrare in massa. Le maggiori direttrici di migrazione seguirono la Svizzera, l'Argentina, gli Stati Uniti e l'Australia.

Con gli spostamenti, i campodolcinesi esportarono i prodotti tipici del proprio territorio: emblematico il caso della grappa, di cui la zona era tradizionalmente produttrice; ad oggi si contano almeno 5 dinastie di grapat nel Nord Italia originarie di Campodolcino (Francoli, Scaramellini, Levi, Della Morte e Vener), Il casato Scaramellini oltre a essere noto per la grappa è famoso anche per le caramelle Scaramellini.

Dagli '20 a '60 del XX secolo vi fu un discreto ripopolamento della Valle grazie alla realizzazione di impianti idroelettrici. Negli anni '50 vi fu l'esplosione del turismo di massa, con lo sviluppo degli sport invernali: la costruzione degli impianti nei territori comunali di Madesimo, Campodolcino e Piuro portò alla costituzione dell'odierna Sky Area Valchiavenna.

Campodolcino ha un'ottima ricettività, non solo con abbondante presenza sul territorio di alberghi, bed & breakfast e case-vacanze, ma anche di un campeggio e del Rifugio Chiavenna. Nel periodo estivo la zona si presta a numerose escursioni, sia a piedi che in mountain bike, mentre durante l'inverno è preponderante la pratica degli sport invernali nel comprensorio SkyArea Valchiavenna: la ferrovia a cremagliera ("Sky Express") in tunnel da Campodolcino a Motta consente di accedere facilmente agli impianti sciistici. Da menzionare anche la pratica dello sci alpinismo, dello sci di fondo e delle escursioni con ciaspole.

La Chiesa parrocchiale dedicata a san Giovanni Battista costruita nel 1400 circa, in seguito fu ampliata e restaurata, da alcuni anni all'esterno della Chiesa vi è stata collocata una statua di san Luigi Guanella.


Il ponte in pietra viva sul torrente Rabbiosa, dietro la Chiesa di S. Giovanni Battista, ricostruito nel Seicento, è una testimonianza dell’antico sentiero romano che fin dal 16 d.C., attraverso la Valchiavenna ed il Passo Spluga, portava a Coira. Zona di pascolo ed alpeggio del Comune di Chiavenna, Campodolcino crebbe d’importanza a partire dal XV secolo, fino a diventare nel XVII secolo, sotto la dominazione dei Grigioni, il centro ministeriale, commerciale e governativo della Val San Giacomo. Le attività amministrative dell’antico Comune di Valle si svolsero nella frazione Corti fino al 1797, anno in cui il Comune fu smembrato dando vita alle tre attuali municipalità della Val San Giacomo. Proprio alle Corti si trova un edificio esemplare di questo periodo, il Palazz, oggi sede del Museo della Via Spluga, il cui nucleo iniziale rispecchiava la struttura della baita di montagna intesa come dimora permanente.

Una locanda del XVI secolo costituisce il nucleo originario dell’edificio denominato ‘Palàzz’, oggi sede del Museo. Nel 1777 l'Abate Antonio Foppoli, di Mazzo di Valtellina, accademico dell'Arcadia, acquistò lo stabile, lo ristrutturò e dalla scuderia e fienile ricavò una cappella decorata dal pittore Antonio Guidetti (1786). L'Abate legò la dimora in perpetuo al Consorzio delle Frazioni Corti e Acero, ancor'oggi proprietario. Il Museo conserva testimonianze storiche, documenti, opere d'arte e letterarie riguardanti la "Via Spluga", tra cui lettere di vettura e commerciali, specie del XVIII secolo, stampe originali tra cui le serie complete di quelle che il Meyer (Zurigo, 1825), il Lose (Milano, 1825) e il Cole (Londra 1826) dedicarono all'apertura dello stradale dello Spluga (1822) e testimonianze letterarie (il Passo ‘sublime’). Nelle vecchie tabernae sono presentato gli strumenti dei mestieri tradizionali della valle, tra cui i grapàt ( distillatori di vinacce), i cavatori e i legnamè (falegnami). Il Museo contiene: tre stue del Settecento e una decorata e datata 1576, una cucina del XVIII secolo e sezioni tematiche dedicate alla storia del Palàzz, del Conzorzio e dell'Abate Foppoli, all'Opera di don Guanella, al lavoro femminile, ai giochi dell'infanzia, all'alpinismo e allo sci, al turismo climatico, ai minerali e fossili e alla fauna e ai lavori idroelettrici ( laboratorio didattico). Di particolare importanza è la nuova sezione archeologica con i reperti di epoca mesolitica e il plastico degli scavi del Pian dei Cavalli, dove furono rinvenuti. All'ultimo piano del Museo è visibile un cardèn ad uso abitativo del 1726 ricostruito, proveniente dalla località Mottaletta di Isola e donato dalla famiglia Volpi-Spelzini.

Campodolcino si estende lungo la Valle glaciale del torrente Liro, comprendendo da Sud a Nord i vecchi nuclei abitati e, sui fianchi della Valle, le frazioni di Starleggia (a Ovest), Fraciscio e Motta (a Est). Da Est a Ovest il territorio comunale si estende dalle Alpi Lepontine alle Alpi Retiche, venendo attraversato dalla direttrice tra Alpi Occidentali e Alpi Orientali, secondo la convenzione del SOIUSA. Oltre al Liro, principale corso d'acqua, scorre il torrente Rabbiosa, proveniente dalla valle omonima.
Nella bassa Val San Giacomo percorsa dal torrente Liro, all’incontro con la Val Rabbiosa si trovano i centri abitati del Comune.
Il primo gruppo di case è quello di Prestone, seguito da Portarezza, Pietra e Tini. Subito dopo il superamento del torrente Rabbiosa, lungo la statale n. 36 che ricalca il tracciato della precedente strada commerciale dello Spluga, si trova Corti. Questo era anticamente il nucleo più importante di Campodolcino, capoluogo della Val San Giacomo a partire dal XVII secolo. La sua origine risale probabilmente all’epoca romana, forse identificabile con la stazione di Travessedo che rappresentava un importante luogo di passaggio e di sosta sulla via dello Spluga. Fece poi parte del Contado di Chiavenna e dopo la signoria dei Visconti e degli Sforza passò ai Grigioni, nel 1512.

Prestone, situata all'inizio del paese dà il benvenuto ai viaggiatori; si affaccia sull'omonimo lago artificiale. In estate ospita la Festa dei Boee, molto sentita da turisti e locali.
Portarezza, sita sulla sponda destra del lago artificiale, di fronte a Prestone
Pietra, collocata tra Prestone e Tini, ora è indistinguibile dalle due frazioni vicine
Tini, un tempo cuore del paese e sede del lussuoso Albergo Posta, ora abbandonato e diroccato, ospita il Centro Sportivo, una zona residenziale e qualche ristorante; in questa frazione hanno sede, lungo la strada Statale, il Municipio e le scuole elementari e medie.
Acero, frazione principalmente residenziale, sede di meravigliose ville interamente in legno, motivo di grande orgoglio per tutto il paese; ospita il Ponte Romano, una delle principali attrattive turistiche, presente nello stemma cittadino e anche nelle cartoline, il Ponte Romano attraversa il torrente Rabbiosa tristemente ricordato per l'alluvione avvenuta nel 1927.
Corti, attualmente è il centro principale del paese: qui si trovano i pochi negozi (abbigliamento, alimentari, macellerie) e la maggior parte dei ristoranti e il Cimitero; nella Piazza principale ha sede il bellissimo museo MuVis, dedicato alla storia e alle tradizioni della Valle Spluga e tra i pochi esempi di questo genere in Italia.
Staccate dal territorio principale vi sono:

Fraciscio, situata a 1.341 m s.l.m. nella Valle della Rabbiosa (sulla sinistra orografica della Valle Spluga) è a 10 minuti di macchina da Campodolcino, mentre durante la stagione estiva può essere raggiunta facilmente anche a piedi o in bicicletta; è famosa per aver dato i natali a San Luigi Guanella, Mons. Tomaso Trussoni e Abramo Levi. È sede, nel periodo di Ferragosto, della Sagra di San Rocco. Fraciscio è punto di partenza per diverse escursioni, tra cui l'ascensione al Pizzo Stella. Tra i luoghi d'interesse vi è anche la piccola grotta con la statua della Vergine Maria su imitazione della Grotta di Massabielle a Lourdes. Vicinissimi a Fraciscio, vi sono anche le località di Mottala, Gualdera e Bondeno, poste sul versante orografico opposto della Rabbiosa, a Fraciscio è molto diffuso il cognome Levi in cui la maggioranza degli abitanti porta questo cognome che è diventato famoso anche tra personaggi famosi per esempio Carlo Levi, Primo Levi e il già nominato presbitero don Abramo Levi.
Starleggia, l'antica Stambilone poggia su un vero e proprio balcone naturale sul versante destro della Valle Spluga, collegata a Campodolcino da una comoda strada asfaltata. Sita a quota 1.565 m s.l.m., era abitata continuativamente fino alla metà degli anni '80, mentre ora è residenza solo estiva; nella Valle soprastante Starleggia, vi è anche il maggengo di San Sisto con la chiesa detta "della Trasfigurazione", oltre agli alpeggi di Gusone e Morone, posti sul sentiero verso il Pizzo Quadro. Da Starleggia si può salire agevolmente al Pian dei Cavalli o godere dall'alto del panorama di Campodolcino, con vista privilegiata su Madesimo (cascata di Pianazzo e tornanti della SS36) e Fraciscio (Calcagnolo e Pizzo Stella).
Splughetta e Ca' de Luch, frazioni a metà strada tra Campodolcino e Starleggia.
Motta, anche se più vicina al comune di Madesimo, Motta rientra nel territorio di Campodolcino. Sede di impianti sciistici, è facilmente raggiungibile (in meno di 5 minuti) con la funicolare (un tempo con la funivia) che parte dal fondovalle. Sulla cima dell'Alpe si trova la Madonna d'Europa, protettrice degli sciatori, rivestita in oro.

In frazione Motta si trova la statua di Nostra Signora d'Europa, scolpita dallo scultore Egidio Casagrande, è una scultura alta 13 metri e mezzo, placcata in oro, fu eretta il 15 ottobre 1957 e inaugurata dall'allora cardinale Montini, futuro papa Paolo VI.
Il Lago Azzurro, sito nei boschi limitrofi alla frazione di Motta Alta di Campodolcino, è un lago alpino reso celebre dall'omonima poesia "Lago Azzurro" di Giosuè Carducci (1888). Per tre anni (2004-2006) è rimasto completamente prosciugato, ma dal 2007 si è nuovamente riempito. Grazie ad una petizione molto seguita, promossa dalla Pro Loco di Campodolcino ed altri enti, il Lago Azzurro è stato inserito al terzo posto della classifica del FAI per i "Luoghi del Cuore 2006 - Luoghi di natura da non dimenticare". Sito dei "Luoghi del Cuore 2006"
La Cà Bardassa a Fraciscio, edificio ad uso misto (abitazione e stalla) edificato nel XVII secolo e ristrutturato più volte. Ora ospita il locale museo etnografico.
Il Ponte Romano sul torrente Rabbiosa, adiacente alla Chiesa parrocchiale. Costruito probabilmente in epoca rinascimentale su un precedente manufatto anteriore, era uno snodo essenziale nel tracciato che portava da Chiavenna a Coira già in epoca romana.
Il Pian dei Cavalli, altopiano carsico condiviso tra i comuni di Campodolcino e Madesimo, ospita scavi archeologici riguardanti la presenza umana già in epoca preistorica.
La casa natale di san Luigi Guanella, sita in Fraciscio.

In ogni stagione la particolare vegetazione alpina, i suoi colori, i fiori stupendi, o la candida neve, adornano Campodolcino rendendola al visitatore indimenticabile.

Campodolcino  imbiancata dalla neve, dai prati in bassa quota fin su sulle cime oltre i 3000 metri, offre uno spettacolo indimenticabile ai tanti turisti di passaggio. Durante l'inverno vasti pianori e cime innevate fanno da cornice a un paesaggio da favola, meta ideale per gli appassionati degli sport invernali, con turisti provenienti da tutta Europa, grazie anche alla vicinanza con i principali aeroporti milanesi.
Si parte dalla stazione dello Sky Express, uno tra gli impianti più moderni d'Europa: una funicolare sotterranea che da Campodolcino porta a Motta (1721 m). In soli 3 minuti percorre 1406 m affrontando una pendenza del 51 percento e  639 m di dislivello. Poi non resta che  godersi il panorama dalla nuovissima seggiovia esaposto che ci porta in cima alla montagna, all'altezza della Madonna d'Europa. Da qui si può accedere a tutti gli impianti della Ski Area Valchiavenna.
In montagna si fa escursionismo anche d’inverno, sperimentando il nordic walking, una camminata eseguita con degli appositi bastoncini che permette l’utilizzo di circa l’85% dei muscoli del corpo. Principale caratteristica di questa disciplina è la grande naturalità e semplicità di esecuzione che consente a tutti e in ogni fascia d’età di poterla praticare senza eccessivo stress fisico. Oppure calzando le “ciaspole”: un’opportunità per fare esercizio fisico in piena libertà, seguendo il proprio ritmo.
Piste: ce n’è per tutti i gusti, discese  più facili o più difficili, più dolci o più tortuose, in grado di soddisfare anche i  più esperti ed esigenti, come la discesa del Canalone o il famoso giro dell’Angeloga che dal Pizzo Groppera (2498 m) arriva fino a Fraciscio (1341 m).
Gli appassionati dello sci di fondo hanno a disposizione nella Ski Area ben 4 tracciati.
Campodolcino offre ai suoi ospiti tre diversi tipi di piste:  all’Alpe Motta si è messi a dura prova sull’anello di 5 km che si snoda in mezzo al bosco, più facile il giro breve di 3 km. A Mottala il percorso risulta più variegato, tra cascinali e boschi di conifere. Adatto a chi ama guardarsi intorno in tutta calma, senza fare un eccessivo sforzo fisico, è l'anello più lungo sulla piana di Campodolcino che costeggia il fiume Liro.

Attorno a Campodolcino si trovano alcuni angoli tutti da scoprire: piccole oasi di pace tra cielo e terra. Da Fraciscio, paese natale di San Luigi Guanella (sacerdote che accrebbe la sua opera religiosa nei campi della carità in Italia e all'estero), si può raggiungere l’Angeloga, oppure proseguire fino al Pizzo Stella (3163 m). A quest’altura la prospettiva cambia decisamente: lo sguardo si spinge oltre la valle solcata dal Liro e, tra spazi infiniti, s’imbatte di fronte sulle cime più alte, dal Pizzo Quadro (3015 m) fino al Tambò (3279 m), o si posa sulle superfici cristalline dei numerosi piccoli laghi naturali. Ai piedi di queste montagne rimangono come loro fedeli custodi le frazioni di Starleggia, punto di partenza per il Pian dei Cavalli, altopiano che ospita resti di siti preistorici, e l'incantevole vallata di San Sisto, costellata di baite ed alpeggi, mete ideali per riposo e quiete assoluta.
Trascorrere le vacanze a Campodolcino tra relax ed esercizio fisico è possibile grazie al percorso vita immerso nel bosco, un programma di attività motorie da praticare a corpo libero o con l'aiuto di attrezzi ginnici, dove ad ogni sosta apposite tabelle con rispettive strutture in legno dedicate indicano gli esercizi da effettuare. Il tracciato che dal parco dell'Acquamerla conduce alla frazione di Portarezza è immerso in un ambiente unico grazie al paesaggio e alla ricca vegetazione che concede un piacevole riparo dal sole estivo. Partendo dall'Acquamerla incamminandosi lungo la stradina sterrata, si arriva a metà del percorso dove, attraversando il ponte di legno, è possibile raggiungere il centro sportivo e il centro del paese. Per chi prosegue la strada si addentra nel bosco dove si alternano discese e piccole salite fino alla diga nella frazione di Portarezza.
Un occhio di riguardo spetta ai bambini che possono giocare indisturbati, divertirsi e fare nuove amicizie sia d’estate, nei diversi parchi giochi, che d’inverno, al Kindergarten di Motta. Fuori dallo smog e dai pericoli della città,  i più piccini possono imparare più facilmente a stare in equilibrio sulla bici, e a poco a poco avventurarsi sulle piste, circondati da tutti i colori della natura.
Il parco dell'Acquamerla, situato alla fine del paese in direzione Isola, meta ideale per pic nic, per il divertimento dei più piccoli e per il relax di genitori e nonni, è anche un ottimo punto di partenza per passeggiate in direzione Starleggia, S. Sisto. Pian dei Cavalli.
Il parco di Pietra, situato in prossimità della diga di Portarezza, è il punto di ritrovo per le famiglie che soggiornano in quella zona ed è molto frequentato perchè immerso nel bosco e ben delimitato lontano dai pericoli della strada. Un parco giochi tranquillo dove i bambini possono giocare mentre i genitori chiacchierano tra loro.
Meta ideale per gli appassionati di escursioni in alta montagna, Campodolcino è anche il punto di partenza per brevi passeggiate panoramiche. Molto suggestivi sono la Valle di Starleggia, il Servizio oppure Mottala, Gualdera e Bondeno, che offrono un’ampia panoramica sulla valle sottostante e sulle cime sovrastanti. E' inoltre una tappa importante della Via Spluga, l’originaria via romana che collega Thusis a Chiavenna. Questo suggestivo percorso viene proposto ai turisti che vogliono camminare fra storia, cultura ed ambienti diversi.


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mercoledì 23 dicembre 2015

SAN GIACOMO FILIPPO



San Giacomo Filippo è un comune situato nella Valle Spluga, detta anche Valle di San Giacomo. Nel suo territorio si trova uno dei più noti santuari mariani della provincia, il Santuario della Madonna della Misericordia di Gallivaggio con un alto campanile non annesso al santuario.
La Val San Giacomo dall'inizio del Duecento fino al 1815 era un comune unico diviso in tre terzieri:
terziere di dentro di Isola con i quartieri di Isola, Madesimo, Pianazzo e le squadre di Teggiate e Rasdeglia;
terziere di mezzo di Campodolcino, con i quartieri di Campodolcino, Fraciscio, Starleggia, Vhò e Portarezza;
terziere di fuori di San Giacomo, con i quartieri di San Giacomo (con le squadre di San Giacomo, Mescolana, Dalò, La Motta) Monti di San Bernardo [con le squadre Streccio, Pos Costa, Martinon, Scanabèch (oggi San Rocco), Drogho, Filigheggio, Ronchascio, Valesegna] Monti di Olmo e Sommarovina (squadre di Olmo, Sommarovina, Albareda, Costa), Lirone (squadre di Lirone, Cimaganda o Somganda, Gallivaggio o Gallivascio, Avero).
La suddivisione in terzieri viene ripresa nella bandiera della Val San Giacomo divisa in tre fasce orizzontali, ognuna delle quali è a sua volta divisa in quattro strisce di colore nero, verde, rosso e giallo che simboleggiano i quartieri di ogni terziere. Al centro compare uno scudetto rettangolare con l'immagine di San Giacomo, con la scritta “Vallis San Jacobi” (la bandiera originale è conservata presso la chiesa di San Giacomo Filippo).

Il Santuario di Gallivaggio fu costruito per ricordare l'apparizione della Madonna in cui la Vergine Maria apparve il 10 ottobre 1492 a due fanciulle mentre raccoglievano castagne.
Era allora, come oggi, un luogo orrido rinserrato tra le rupi di altissimi monti, ai piedi di una precipite e spoglia scogliera che non per nulla la gente chiama "móta séca". Dal ciglione roccioso cadevano massi ciclopici, come testimoniano quelli di cui sono disseminate le selve appena a monte della chiesa.
Allora, nel Quattrocento, la località di Gallivaggio era isolata, poco sopra l'alveo del Liro, che rumoreggia sul fondovalle cercando una via tra il materiale alluvionale che reca con furia il torrente Avero quando è gonfio d'acqua. Nei castagneti, sotto lo spoglio strapiombo, si arrivava per ardui sentieri più adatti alle capre che agli uomini.
La tradizione racconta che in quello scenario selvaggio la Madonna della Misericordia affidò alle due giovani un messaggio accorato. "Se i peccatori non si convertiranno, il mondo non potrà durare a lungo". La punizione divina sarebbe stata certa se i peccatori non si fossero ravveduti e se non si fosse osservato il precetto festivo. Infatti la Vergine raccomandò ancora di rispettare la domenica, in suo onore e di suo Figlio, a iniziare dai vesperi del sabato. "E così egli esaudirà le mie suppliche a vostro vantaggio ed io non mi stancherò di pregare con maggiore ardore per i peccatori".
Seguirono numerosi prodigi. Sul luogo dello straordinario avvenimento fu costruita una cappella, presto sostituita da una prima chiesa che fu poi abbattuta per erigere l'attuale santuario consacrato nel 1615.

Il Santuario di Gallivaggio, detto "Santuario della Madonna della Misericordia" è considerato il centro spirituale della Valchiavenna. Situato a 800 mt. di altezza il Santuario è raggiungibile dalla Strada Statale dello Spluga, pochi chilometri oltre il centro abitato di S.Giacomo Filippo. La costruzione attuale è la terza sorta sul luogo in cui il 10 ottobre 1492 la Madonna apparve a due ragazze che si erano recate nelle selve a raccogliere castagne, affidando loro un messaggio di pace e speranza. Subito dopo l'apparizione fu eretta una cappella lignea sostituita poi con una in muratura.
L'attuale Santuario fu eretto tra il 1598 e il 1603, mentre il campanile, isolato rispetto all'edificio venne costruito nel 1731. La facciata è semplice con tetto a capanna, l'interno è a tre navate con volta a crociera sostenute da colonne monolitiche di granito. Al suo interno sono due pregevoli oli su tela: l'Incoronazione della Madonna di Paolo Camillo Landriani detto il Duchino (1606) e la Crocefisso tra frati francescani e cappuccini di Cesare Ligari (1739). Il presbiterio e le cappelle sono decorate da affreschi di Domenico Caresana di Cureglia in Ticino (1605-1606), mentre l'aula fu decorata da Luigi Tagliaferri di Pagnona (Lecco) nel 1884.
Di particolare interesse è l'organo donato nel 1673 da valligiani emigrati a Palermo. Ai piedi dell'altare nel 1970 è stato posto il masso di granito su cui è apparsa la Madonna. L'altare maggiore è opera Barocca e nella nicchia che vi sta sopra è collocato un pregevole gruppo ligneo dorato e dipinto raffigurante l'apparizione, una Madonna con Bambino e due fanciulle realizzato nel 1631, incoronato nel 1742 e successivamente resturato nel 1993. Le due corone poste sul gruppo ligneo sono delle imitazioni; le originali si possono ammirare visitando il Museo del Tesoro a Chiavenna presso la Collegiata di San Lorenzo. L'ampio piazzale antistante la costruzione è stato lastricato nel 1992 in occasione del quattrocentenario dell'apparizione.
E' possibile accedere al Santuario anche attraverso una scalinata di settantadue scalini in granito con in cima una croce, anch'essa in granito con un Cristo in bronzo. Particolare è l'ambiente naturale in cui è collocato, caratterizzato da una parete strapiombante che lo sovrasta, chiamata dagli abitanti del luogo "mòta séca”.

La Chiesa di San Giacomo, nominata nel 1119, con fonte battesimale a partire dal 1460. Ancora nel 1178 essa figura come unica chiesa esistente in tutta la val San Giacomo.
Nella chiesa parrocchiale si segnalano l’altare maggiore in legno scolpito e dorato, quello laterale destro della Madonna, di lavorazione simile con telette dei misteri del Rosario, pregevoli affreschi sulla controfacciata, attribuiti a Pietro Bianchi di Como (1700) e sulla volta, opera di Eliseo Fumagalli di Delebio (1915). Sulla parete destra il pittore Giovan Battista Macolino, originario di Gualdera di Fraciscio, eseguì nel 1644 un dipinto con la Madonna, il bambino e personaggi locali. Un raro affresco della seconda metà del '400 è sulla facciata della casa parrocchiale: raffigura la Madonna con il bambino tra i santi Giacomo e Guglielmo, mentre nell'angolo è inginocchiato l'offerente, il vice curato Pietro della Maria di Prata.

Il santuario di San Guglielmo di Orenga (o di Orezia), eremita lariano vissuto nel XIII secolo e morto nel 1290, situato sulla riva destra del torrente Liro.
La frazione di San Bernardo ai Monti.
Il ponte di ferro lungo la strada Statale a pochi metri da Gallivaggio, che è stato recentemente sostituito da un più moderno ponte prefabbricato a due corsie.
Gli alberi di castagno in cui la zona è molto ricca.

Càrden è il nome che viene dato in Valle Spluga agli edifici costruiti in legno e sormontati da un tetto a due falde ricoperto da piote locali, lastre grezze ottenute dallo gneiss e deriva dal nome dialettale chjardàn che vuol dire incastro. L’origine del termine si rifà alla definizione latina di opus cardinatum , tecnica costruttiva che utilizzava travi lignee o tronchi grezzi, sovrapposti e incastrati negli angoli, così a formare un blocco autoreggente ed elastico che Vitruvio descrive “simile a pira, intrecciata alternando travi trasverse” . Il termine tedesco “Blockbau” (costruzione a blocco) è analogo e del tutto appropriato. A seconda della disponibilità locale si utilizzavano alberi di abeti, larici o castagni a quote più basse. Sulla base della lavorazione dei tronchi si può riconoscere la destinazione d’uso del càrden: tronchi scortecciati per il fienile e tronchi squadrati per le abitazioni. Sul territorio interessato dal progetto si possono incontrare diverse tipologie costruttive di questi affascinanti edifici rurali. Diverse sono le condizioni che determinano la varietà tipologica: la destinazione d’uso, la conformazione del territorio e la convivenza con altre forme strutturali (gli edifici compositi). Non è facile classificare tipologicamente questi edifici, a grandi linee possiamo distinguere i fienili semplici o sovrastanti una stalla o altro spazio destinato ad attività rurale (cantina, casera, deposito attrezzi, locale per la macellazione e lavorazione delle carni,ecc. ), le dimore semplici a tutto legno o solo in parte e poi gli edifici compositi dove la parte residenziale convive con la parte destinata a fienile, a stalla e ad altre attività rurali.


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domenica 20 dicembre 2015

GORDONA

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Gordona è un comune della provincia di Sondrio. Sulla strada lunga per Gordona vi è lo stabilimento del pollificio dei galletti Vallespluga, dove vi è anche la vendita dei polli.

Con l'approvazione della legge regionale 6 novembre 2015 n. 35 della Regione Lombardia l'ex comune di Menarola è stato fuso per incorporazione nel comune di Gordona.

Molto particolare, sicuramente meritevole di una visita, è la Torre di Segname, classico esempio di quelle torri di segnalazione che, poste in punti strategici della montagna, servivano come elementi di riferimento e di difesa. Partendo da Gordona e oltrepassando il ponte della Boggia, si arriva alla Torre che ha una pianta quadrilatera e poggia direttamente sulle rocce della montagna. I guardiani risiedevano in minuscoli abituri, tuttora allo stato di rudere, visibili nelle adiacenze sottostanti, poco a monte di un valloncello detto “Val di Müschöö”, dal nome apposto localmente ai berretti, con tesa sulla fronte, dei guardiani stessi. Al termine di questa bella passeggiata ho poi assaggiato la prelibatezza locale per eccellenza, ovvero la focaccia fatta di polenta sbriciolata e sale che ha come particolarità il fatto di essere cotta in posizione verticale e non orizzontale rispetto al fuoco.









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venerdì 18 dicembre 2015

LA VALCHIAVENNA

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La Valchiavenna è una regione alpina attraversata dai fiumi Liro e Mera. Compone, insieme alla Valtellina e ai territori della Val di Lei e di Livigno, la provincia di Sondrio.
La forma della Valchiavenna si può paragonare a una “Y”, divisibile in tre zone:

la prima è la zona principale (Bassa Valchiavenna) che si incontra imboccando la valle da sud e che va dal trivio di Fuentes, sopra Colico, a Chiavenna, comprendendo il Piano di Chiavenna e monti e valli adiacenti. Questa è, correttamente parlando, la Valchiavenna vera e propria;
la seconda è la sua continuazione occidentale, la Valle Spluga, che parte da Chiavenna e termina al Passo dello Spluga;
la terza è la sua continuazione orientale, la Val Bregaglia (conosciuta anche come Valle della Mera), che da Chiavenna porta al confine Italia-Svizzera e poi si conclude al Passo del Maloja. La Val Bregaglia non può comunque essere ritenuta parte della Valchiavenna, anche se i suoi due comuni italiani (Piuro e Villa di Chiavenna) fanno parte della Comunità Montana della Valchiavenna.

Durante la Preistoria la Valchiavenna era già conosciuta principalmente a causa della presenza del Passo dello Spluga. Le tribù di cacciatori-raccoglitori, nel periodo della conversione in pastori-agricoltori, stabiliscono vari sentieri passanti nella valle e presso il Passo. Quando la conversione è terminata, queste popolazioni abitano il fondo-valle, e, nei mesi caldi, “portavano le bestie in alpeggio”, seguendo i sentieri creati in quel periodo. Alcuni di questi sentieri furono usati fino a qualche decennio fa dai pastori locali. In alta Valle Spluga, sul Pian dei Cavalli sopra Isola, già da vari anni si stanno compiendo degli scavi archeologici. I lavori, diretti dal Prof. F. Fedele, hanno portato al ritrovamento di arnesi litici risalenti al 9000-7000 a.C., nel periodo Mesolitico. Nell’agosto del 1993, presso il lago artificiale di Montespluga, fu trovata un’ascia-martello in pietra con un foro, risalente circa al 3000 a.C. Nello stesso posto, anni prima, nel 1965, fu trovato un coltello con lama serpeggiante, risalente al 900 a.C. Il bronzo di cui è costituito proviene dalle miniere di bronzo presso Salisburgo. Questo porta a pensare che allora esistevano già rapporti tra comunità di luoghi molto distanti tra loro attraverso il Passo. I primi abitanti della valle furono probabilmente i Liguri, ma ai tempi della conquista romana gli abitanti erano i Reti. Essi erano della stessa stirpe degli Etruschi, oppure erano Etruschi cacciati dalla Pianura Padana dai Galli. I romani chiamavano “Clavennates” quelli della zona di Chiavenna, e “Bergalei” quelli abitanti nella Val Bregaglia e quindi della valle della Mera. Nel 196 a.C. i romani conquistarono Como, e nacquero così i contatti con le popolazioni retiche che vivevano sulle rive settentrionali del Lago di Como. Venne costruita una strada imperiale che collegava Como e Chiavenna, chiamata “Clavenna”, passando anche per la stazione di “Summu lacu”, cioè “sulla sommità del lago”. La località corrisponde all’odierna Samolaco, e il suo nome indica che il Lago di Como era più vasto a quei tempi, e si estendeva in parte del piano di Chiavenna.

Tra il 16 e il 14 a.C. i romani conquistarono la “Rezia” e il “Norico”, le regioni del basso centro-Europa, compresa la Valchiavenna. La strada romana tra Como e Coira passava per tutte e due le attuali dogane tra Italia e Svizzera (Spluga e Maloggia e del Settimo). Infatti, nell’”Itinerario di Antonino Pio”, la strada è divisa in due a Chiavenna: “Tra Curia (Coira) e Clavenna (Chiavenna) due strade.”. Nell’itinerario tra Chiavenna e Coira ci furono tre stazioni per il cambio dei cavalli: “Cunus Aureus”, forse presso Isola, “Tarvesede”, presso il Passo, “Lapidaria”, nell’attuale Svizzera. Ci sono alcune testimonianze letterarie del passaggio dell’Esercito Romano per il Passo dello Spluga. Risalgono al periodo romano (98-117 d.C.) delle monete trovate a Portarezza, Campodolcino, durante i lavori per l’invaso artificiale. La valle rimase sotto il dominio romano fino alla fine dell’Impero Romano d'Occidente, nel 476. Dopo tale data, si diffuse il cristianesimo nella valle.

Passata al Regno d'Italia, fece parte dell’Impero Carolingio e del territorio dei Re di Germania. Nel X secolo cominciarono i traffici commerciali per la valle, principalmente diretti al Passo dello Spluga. Chiavenna divenne così un centro importante per il transito delle merci. A certificarlo, è nel 1030 la fondazione del comune di Chiavenna, il più antico dell’attuale Provincia di Sondrio. Nell’Alto Medioevo viene attuato il sistema delle chiuse, che regolava i traffici commerciali in direzione del Passo dello Spluga, che dopo il 1000 aumentano di numero. Intanto, nella Valle Spluga si insediano delle famiglia Walser, provenienti dalla Svizzera. Esse faranno costruire delle abitazioni nello stile, appunto, Walser. Degli esempi sono gli abitati di Mottaletta e Rasdeglia, sopra Isola. Il comune di Chiavenna appartiene al Ducato di Svevia, sotto Federico Barbarossa. Nella lotta tra il Barbarossa e i Comuni Chiavenna si schierò sempre dalla parte dell’Imperatore. Nel 1176, alla vigilia della Battaglia di Legnano, a Chiavenna si incontrano il Barbarossa e suo cugino Enrico il Leone. Il primo chiede aiuto militare al secondo, ma invano. Fu, probabilmente, il Barbarossa a donare al comune di Chiavenna la cosiddetta: “Pace di Chiavenna”, una copertina della Bibbia, prodotto dell’oreficeria renana, composta da oro e pietre preziose. Ora è conservata nel “Museo del Tesoro”, nei pressi della chiesa di San Lorenzo in Chiavenna. Nel 1226, per facilitare il trasporto delle merci per il Passo dello Spluga, fu costruita una strada carreggiabile tra Campodolcino e Madesimo. Intanto, dall’inizio dell’XII sec. la valle fu soggetta al comune di Como, anche se continuava ad avere una propria autonomia amministrativa. Nel 1240 circa iniziano i passaggi per il Passo del San Gottardo che, nel XIX secolo, supererà d’importanza lo Spluga con il traforo del 1882.

Entrò nelle complesse vicende della lotta per la Signoria di Milano tra i Della Torre e i Visconti.

Nel 1269 fu catturato da Corrado Venosta Von Matsch (feudatario del Castello di Boffalora sopra Madesimo) Raimondo Vescovo di Como ed esposto in una gabbia al pubblico ludibrio a Sondalo in Valtellina. Venne poi liberato dalle milizie del fratello Napoleone della Torre che distrussero il castello il 25 settembre 1273.

Nel 1335 Azzone Visconti si impadronisce del vescovado di Como, compresa la Valchiavenna. La dominazione è mal tollerata, la popolazione si ribella e chiede aiuto a Papa Gregorio XI. Il suo intervento porta a una riconciliazione delle due parti. Nel 1402 muore Gian Galeazzo Visconti e la Valchiavenna è ceduta in feudo a Baldassarre Balbiani. Egli fa costruire il suo castello a Chiavenna, situato nell’attuale Piazza Castello. Nel 1473 il Duca di Milano obbliga il passaggio delle merci del suo ducato per il Passo dello Spluga.Nel 1477 risulta essere podestà il Cavaliere Aulico Gio Giacomo Vismara, Gentiluomo Regio e consigliere segreto del Duca di Milano. Tra il 1488 e il 1497, su ordine di Ludovico il Moro, vengono costruite le mura attorno a Chiavenna, che diventa così il primo centro fortificato dell’attuale Provincia di Sondrio. Le mura si erano rese necessarie per difendersi dai saccheggi degli abitanti delle Tre Leghe grigionesi.

Durante l’intera dominazione milanese, i borghi di Chiavenna e Piuro divennero luogo di scambi commerciali e culturali tra le zone artigianali ed industriali della Svizzera e della Germania e l’area milanese-comasca. Proprio per le intense attività commerciali che vi risiedevano, la cittadina di Chiavenna si sviluppò urbanisticamente: il tratto per lo Spluga era costituito dall’attuale via Bossi, quello per i passi del Maloggia e del Settimo dall’odierna Via Dolzino. Nel 1500 Luigi XII, Re di Francia, conquista il Ducato di Milano e quindi la Valchiavenna. Le dominazione dura 12 anni, fino a quando le Tre Leghe grigie conquistano tutto il territorio dell’attuale Provincia di Sondrio. La Valchiavenna, per la sua importanza a causa dell’enorme traffico di merci che vi transitavano, godette di alcuni privilegi rispetto ad altri territori soggetti ai Grigioni. Un esempio è la forma statutaria molto più autonoma rispetto ad essi. Nel 1520 un’alluvione dell’Adda cambia il corso del fiume valtellinese. Fino ad allora infatti l’Adda sfociava nel Lago di Mezzola, e l’alluvione deviò il suo corso fino a portare la foce direttamente nel Lago di Como. Intanto, i Grigioni governano la Valchiavenna, la Valtellina e la Contea di Bormio in modo ambiguo. Rispettano infatti gli statuti già in vigore nelle valli, ma i loro funzionari commettono abusi di vario genere. Per calmare gli animi della popolazione soggetta viene istituito, nel 1620, un tribunale per i criminali politici. Il provvedimento ha l’effetto contrario. Aggiunto all’odio religioso per aver diffuso il protestantesimo nelle cattolicissime valli chiavennasche, sondriesi e bormiesi, provoca quindi un’insurrezione che scaccia i Grigioni, che non avviene però in Valchiavenna, che rimane sotto il dominio elvetico. Per risolvere i problemi, i Grigioni proclamano la libertà di culto in tutti i loro territori. Nel 1571 muore a Chiavenna l’umanista di Modena Lodovico Castelvetro, residente nel capoluogo valchiavennasco già da qualche anno. Tredici anni dopo i comuni della Valle della Mera diventano due: Villa di Chiavenna si scinde da Piuro. Quest’ultimo comune, il 4 settembre 1618, viene investito da una frana che seppellisce l’intera cittadina e uccide buona parte dei circa 1000 abitanti. Il comune era centro di lavorazione della pietra ollare, attività una volta molto diffusa in valle, e del commercio della seta. Nel frattempo, la Valchiavenna era diventata zona di passaggio obbligata per i trasporti delle merci dalle zone più industrializzate d’Europa (dalla Toscana alle Fiandre, dalla Pianura Padana alla zona del Lago di Costanza), come i porti di Genova e Venezia, che manteneva contatti con i Grigioni per conto della sua Repubblica, anche attraverso la “Strada Priula”, aperta nel 1593, che collegava Bergamo e Morbegno, ma aveva un prolungamento nella Valchiavenna. Nel 1629 passano in valle i Lanzichenecchi di Carlo V, diretti a Roma, e diffondono la peste. Vent’anni dopo finisce una guerra quasi ventennale (culminata nel Sacro Macello di Valtellina) scoppiata per i motivi religiosi già noti nel secolo prima. Secondo gli accordi, il capitolato milanese restituisce i territori della Valtellina e della Contea di Bormio ai Grigioni, a patto che non ci abiti nessun protestante.

Nel 1797 finisce definitivamente la dominazione elvetica per Valtellina e Contadi. Napoleone, con la Pace di Campoformio, costituisce la Repubblica Cisalpina, di cui fanno parte i territori dell’attuale Provincia di Sondrio. Gli austriaci occupano però la Repubblica nel 1799. I francesi la riconquistano dopo due anni e la legano alla Repubblica italiana (1802-1805) e poi al Regno d'Italia (1805-1814). I Grigioni però non si rassegnano: vogliono riconquistare la valle, insieme alla Valtellina. Il 27 aprile 1814 l’esercito delle Tre Leghe discende su Chiavenna dal confine bregagliotto: trovando la valle già occupata dagli austriaci, si ritirano. Al Congresso di Vienna del 1815 viene inviato come rappresentante della Valchiavenna il borghese chiavennasco Girolamo Stampa. Egli chiede (e ottiene) l’annessione al Regno Lombardo-Veneto della Valle. La valle, per la prima volta, viene unita amministrativamente alla Valtellina e alla contea di Bormio, per formare la Provincia di Sondrio. Nel 1818 gli austriaci costruirono la strada carrozzabile Chiavenna-Passo dello Spluga, modificata nel 1822. Nel 1838 fu costruito il tratto di strada sul Sengio, ovvero il pendio scosceso tra Campodolcino e Pianazzo, in comune di Madesimo. L’ultima modifica al tracciato fu quella del 1930 presso la piana di Montespluga per la costruzione del bacino artificiale.

Durante il dominio austriaco il pensiero di Giuseppe Mazzini si diffonde. Tra gli esponenti c’è il chiavennasco Maurizio Quadrio. I fatti del 1848 sono vissuti attivamente dalla popolazione della Valchiavenna. Il 19 marzo arriva in valle la notizia dell’insurrezione milanese. Così, un gruppo di uomini, tra cui Francesco Dolzino, Giuseppe De Giorgi e Cirillo Tunesi, disarmano la gendarmeria austriaca e cacciano i governatori. La popolazione fa festa per le strade. Il 20 marzo, una domenica, l’Arciprete della chiesa di San Lorenzo a Chiavenna, Giovan Battista de Picchi, benedice la bandiera della rivoluzione mentre in Piazza Fontana, oggi Piazza Pestalozzi a Chiavenna, viene piantata la’”albero della libertà”. Il 29 maggio viene fatta una consultazione provinciale per l’unione al Regno di Sardegna. A Chiavenna ci sono solo tre voti contrari. Ma quando l’esercito piemontese perde gli alleati, tutto va in fumo: dopo l’Armistizio di Salasco a Vigevano, gli austriaci tornano nella valle e in tutta la Lombardia. Continuano comunque le insurrezioni. Nell’ottobre del 1848 vengono ancora cacciate le autorità austriache e, precisamente il 22 ottobre, viene ripiantato l’”albero della libertà”. Poi un gruppo di volontari guidati da Francesco Dolzino si porta all’imboccatura della Valchiavenna, presso Verceia. Sperando in un’insurrezione generale dell’intera Lombardia, resistono sei giorni all’esercito austriaco, intervenuto per la repressione. A comandare quelle truppe c’era il generale Julius Jacob Haynau, già repressore dell’insurrezione bresciana. Egli comanda il saccheggio e la distruzione di Verceia, subito eseguito. Avendo paura, il comune di Chiavenna gli manda incontro una delegazione che gli spiega il “sincero pentimento della città”. Ma come al solito le scuse non bastano mai. Il 29 ottobre Haynau entra a Chiavenna e annuncia lo sconto della pena ad una multa di “20.000 lire austriache”. L’anno dopo (1849) si chiude definitivamente la prima guerra di indipendenza.

Nel 1859, con la seconda guerra di indipendenza, molti valchiavennaschi si arruolano nell’esercito piemontese. Insieme ai francesi, l’esercito in questione batte gli austriaci a Mombello (20 maggio), Pastrengo (30-31 maggio) e a Magenta, il 4 giugno. Il giorno dopo la Provincia di Sondrio è annessa ufficialmente al Piemonte e il comune di Chiavenna chiama i suoi giovani alle armi. Il 24 giugno, tra San Martino e Solferino, si combatte la battaglia decisiva tra franco-piemontesi e austriaci. Tra i caduti c’è il valchiavennasco diciassettenne Pietro De Stefani. A commemorarlo c’è ora una lapide nel cimitero di Chiavenna. Tornando alla battaglia, la vittoria è dei primi, e la seconda guerra di indipendenza si conclude così. Infatti, l’11 luglio Napoleone III firma l’armistizio con l’Austria e solo la Lombardia viene ceduta al Regno di Sardegna quando invece, come pattuito da Cavour con l’Imperatore di Francia doveva essere annesso anche il Veneto. La Valchiavenna, insieme a tutta la Lombardia, viene quindi unita al Regno di Sardegna, e successivamente, con l’Unità d'Italia, diviene parte del Regno d’Italia.

Una delle conseguenze dell’annessione al Regno d’Italia fu il calo dell’importanza commerciale della valle, a causa del governo, favorevole ad altri tracciati (quelli piemontesi). Nel 1882 arriva il colpo di grazia: l’apertura del Traforo del San Gottardo. Inutile poi l’apertura della linea-ferroviaria Colico-Chiavenna nel 1886.

Nel settembre del 1927 la Valchiavenna fu vittima di una drammatica alluvione che interessò la Mera, il torrente Liro e i loro affluenti maggiori. Fortunatamente non ci furono vittime, ma i danni furono pesanti, a causa del fatto che i fiumi erano sprovvisti di argini, che furono costruiti, proprio per evitare che si verificasse un’altra alluvione, negli anni ’30. L’alluvione interruppe i passaggi per la valle, l’abitato di Campodolcino fu in gran parte sommerso. Fu interessata anche la Valtellina, nel primo tratto della sua bassa valle (Sondrio-Morbegno).

Nello stesso anno, inoltre, alla presenza dell’allora Principe Umberto I viene inaugurata la centrale idroelettrica di Mese, la più grande della valle, che allora era l’impianto idroelettrico più potente d’Europa.

Dopo l’8 settembre 1943 agli ex-soldati e ai giovani di leva della valle si presentarono le seguenti possibilità di sopravvivenza: vivere rintanati in casa propria, scappare in Svizzera, vista la vicinanza al confine, ma non sempre si veniva accettati, oppure rifugiarsi nelle baite di montagna. Molti scelsero quest’ultima possibilità, e nacquero così i primi nuclei partigiani, aiutati da sacerdoti, amici e parenti dei componenti, che portano cibo e informazioni sul corso dei fatti. In Valchiavenna si distinse l’opera di alcuni sacerdoti che aiutarono gruppi di ebrei a fuggire in Svizzera e perseguitati politici. Un esempio: prima della Liberazione del 25 aprile nella “Casa Alpina” di Motta sopra Campodolcino vennero ospitati sotto mentite spoglie vari ebrei poi fuggiti in Svizzera. Dopo la Liberazione, invece, a Motta si rifugiarono molti ex-fascisti repubblichini. Tempi duri per la popolazione, si fa uso del baratto visto che il denaro non ha più valore, alcuni si dedicano al contrabbando. Intanto, i partigiani continuano la loro azione, mentre nell’inverno del 43/44 i nazi-fascisti diminuiscono la loro presenza in Valle Spluga, ritirandosi a Chiavenna. Il grosso dei partigiani ne approfitta e risale la valle del Liro. I tedeschi e le Brigate nere sono intenzionati a trattenere i partigiani in valle, per favorire l’ingresso in Valtellina della colonna fascista, per organizzare l’ultima resistenza. Il piano non riuscì, Mussolini viene catturato e giustiziato, mentre, ormai alla fine della guerra, già persa anche nella sua seconda parte, scappano al confine alcuni tedeschi, con familiari dei ministri della Repubblica di Salò, a cui fu impedito il trapasso del confine. Nei giorni precedenti il 25 aprile i nazi-fascisti scatenano una grande offensiva contro i partigiani. I tedeschi sulla sponda destra, le Brigate-nere sulla sinistra della Valle Spluga, con una morsa a tenaglia. All’Angeloga, in alta Valle Spluga avviene l’ultimo scontro, con due vittime partigiane e molti feriti. Il 25 aprile le Brigate nere e i tedeschi ricevono l’ordine di scendere a Chiavenna, dato loro dopo aver saputo della cattura del Duce. La resa è vicina. Due giorni dopo, il 27 aprile, i fascisti sono tutti alla “Specola”, edificio presso la stazione ferroviaria, e i tedeschi tutti in un albergo in Piazza Castello. Per evitare uno scontro a fuoco serve un mediatore: il compito fu affidato all’allora Arciprete di Chiavenna Don Pietro Bormetti, nonostante l’opposizione dei partigiani di fede anti-clericale. L’Arciprete si comportò bene, i nazi-fascisti si arresero.

Un tempo l’economia della valle era fondata sui traffici commerciali in direzione della Svizzera, dovuti alla posizione favorevole. Quando nell’800 essi diminuirono sostanzialmente, la cittadina di Chiavenna subì un minore sfavore del resto della valle, dovuto ad una presenza di consolidate industrie. Proprio in quegli anni (1880 circa) cominciarono infatti dei forti flussi migratori dagli altri paesi della valle che, come si è detto prima, avevano subito un maggiore sfavore dalla drastica diminuzione dei passaggi commerciali. L’agricoltura a quel tempo era povera e arretrata, perché il Piano di Chiavenna, a sud della valle, doveva essere ancora in gran parte bonificato. I flussi migratori maggiori erano diretti verso l’Argentina, l’Australia e la California. Oggi, visti i profitti e la vicinanza, molti valchiavennaschi lavorano in Svizzera.

Oggi nel Piano di Chiavenna sono presenti vari stabilimenti per l’allevamento bovino e, in modo minore, caprino. Quindi il terreno del Piano di Chiavenna è utilizzato per il pascolo animale, alle coltivazione e allo sfalcio per produrre fieno. I prodotti dell’allevamento sono specialmente latticini (formaggi come la Magnóca, il Bitto e vari altri tipi, anche caprini) e, anche dall’allevamento suino, carni lavorate (la brisaola, la spaléta, il violìn e i bastardèi).

L’industria è abbastanza fiorente. Il suo sviluppo, avvenuto nel XIX secolo, ha portato alla creazione di due tipi di lavorazione destinate al mercato nazionale: quella della filatura del cotone e quella della produzione della birra. Alla fine dell’800, erano presenti ben sette birrifici nella valle (uno di essi era ospitato nell’edificio dell’attuale Biblioteca della Valchiavenna, a Chiavenna). L’attività della filatura sopravvisse fino al 1932, mentre quella della produzione di birra fino agli anni ’50, dopo il trasferimento degli impianti. Ultimamente, però, sono sorti nella bassa valle dei piccoli impianti di produzione artigianale della birra. A Gordona è presente inoltre la fabbrica della rinata Birra Spluga. È già scomparsa da vario tempo la lavorazione della pietra ollare, già conosciuta ai tempi dei Romani. Il cuore pulsante dell’industria della Valchiavenna è nell’area industriale tra Gordona e Samolaco. Qui sono presenti industrie meccaniche, edilizie, del vetro… Oltre alla fabbrica della Birra Spluga, a Gordona è presente una fabbrica di articoli sportivi in legno che, quando venne fondata a Chiavenna era la prima fabbrica di sci in Italia. Per quanto riguarda le industrie alimentari, presso l’area industriale di Gordona e Samolaco è presente un allevamento di pollame, conosciuto anche nazionalmente. Incastonata tra Chiavenna e Prata Camportaccio vi è una fabbrica di pasta, che produce anche prodotti valtellinesi (basta citare i Pizzoccheri). In Valchiavenna vi sono alcune cave per l’estrazione di vari minerali, come il marmo detto “Sanfedelino”, per la vicinanza di una delle cave al tempietto dedicato a San Fedele sulle rive del Lago di Mezzola. La Valchiavenna è ricca di bacini idrici artificiali. Essi producono molta energia elettrica, utilizzata specialmente in Lombardia.

Il turismo è un’importante fonte di reddito e può contare su molte attrattive, non solo legate alla montagna. Chiavenna è meta di turismo storico, e riscuote successo la Sagra dei Crotti, nata nel 1956, che vi si tiene nella prima metà di settembre. Gli alpeggi montani sono diventati luogo di villeggiatura estiva per molti turisti, mentre d’inverno sono molto frequentate le piste da sci. Esse sono situate in gran parte a Madesimo (famoso è il cosiddetto “Canalone”, sul Pizzo Groppera) e nel territorio di Motta, località in comune di Campodolcino, raggiungibile con una funicolare dal capoluogo della Valle Spluga o con una strada carrozzabile da Madesimo. In quest’ultimo centro si tennero, nel 1911, le prime gare di sci in Italia. I due comuni principali della valle superiore, a causa del turismo, hanno subito un intenso sviluppo urbanistico. Turista illustre nella Valle Spluga fu Giosuè Carducci, che frequentò la valle dal 1888 al 1905 e, visitando i suoi vari paesaggi, scrisse varie poesie su di essi. Presso Gordona si può praticare il freeclimbing e il canyoning lungo la gola del torrente Boggia, mentre a Piuro è molto frequentata la zona vicino alla cascata dell’”Acquafraggia”.

La Valchiavenna è un museo a cielo aperto: passeggiando lungo le vie del centro di Chiavenna e nei suoi dintorni si osserva come abbia vissuto un passato ricco di storia e generoso nell´abbellirla di palazzi dalle ricche facciate, di piazzette con splendide fontane e di opere d´arte eccezionali. Lungo le strade del borgo e attraverso meravigliosi e suggestivi itinerari nei parchi si può assaporare la tradizione di una valle con secoli di storia trascorsi valicando i confini dei passi alpini che separano l´Italia dal cuore dell´Europa.

Itinerari per tutti i gusti, dalla primavera all’autunno lungo i percorsi ciclabili e i sentieri storici di Valchiavenna, Val Bregaglia e Valle Spluga e in inverno immersi nella neve della Ski Area Valchiavenna o lungo i percorsi innevati per le ciaspole.

La cittadina valchiavennasca più importante è, ovviamente, Chiavenna. Vi ha sede la Comunità Montana della Valchiavenna, di cui tutti i comuni della valle fanno parte. Nella bassa valle è presente il grande comune di Samolaco, anch’esso diviso in frazioni (Somaggia, San Pietro, Era, Casenda). Nel piano si sono sviluppate le cittadine di Prata Camportaccio, Gordona e Mese. Tra i comuni di Gordona e Mese c’è Menarola, con “solo” 46 abitanti. Sul Lago di Mezzola sono affacciati i comuni di Novate Mezzola e di Verceia.

La Valchiavenna si trova incastonata nelle Alpi, circa al centro della catena montuosa, tra le Alpi Lepontine e le Alpi Retiche occidentali. Divide così le Alpi Occidentali dalle Alpi Orientali. Ha un andamento verticale, diversamente dalla direzione del crinale alpino. La sua conformazione è dovuta all’azione dei ghiacciai alpini dell’età antica.

L’altitudine della valle è varia: il Piano di Chiavenna è a circa 200 m s.l.m., Chiavenna è a 330 m s.l.m., la Valle della Mera staziona sui 400 m s.l.m., la Valle Spluga varia molto, e termina con i quasi 2000 m s.l.m. del Passo dello Spluga.

La Valchiavenna confina con il Canton Grigioni (in Svizzera) a nord, nord-est e ovest, con la Valtellina a sud-est e con le province di Como e Lecco a sud.

La Valchiavenna è parallela alla Val Mesolcina, valle di lingua italiana ma appartenente al Canton Grigioni. Nel comune di Piuro è compresa la Valle di Lei, appartenente al bacino idrografico del Reno. Questa, pur appartenendo politicamente ad un comune della Valchiavenna, geograficamente non ne fa parte.

I ghiacciai della Val San Giacomo e della Val Bregaglia si univano nel luogo dove attualmente sorge Chiavenna, formando un'unica grande massa che arrivava fino alla Valtellina. L’azione dei ghiacciai ha forgiato i versanti vallivi dando valli “a U” e costruito fenomeni come le “Marmitte dei giganti”, visibili nell’omonimo parco tra Chiavenna, Piuro e Prata Camportaccio e all’imboccatura della Val San Giacomo presso Mese. Il fondovalle è stato soggetto all'azione dei fiumi Mera e Liro. In particolare all'azione di quest'ultimo ha creato la “gola del Cardinello”, solco scavato nella roccia tra Isola e Stuetta, nell’alta valle. Questo passo, che parte dalla frazione Stuetta si snoda lungo un sentiero di roccia fino alla diga di Montespluga, e fu utilizzato parecchio dagli eserciti del passato tra cui le legioni romane (che crearono l'attuale sentiero) e l'esercito di Napoleone durante la campagna d'Italia, il quale perse parecchi uomini e cannoni per via delle frane nella zona. Il Piano di Chiavenna invece fu spianato dalla Mera, che ha lasciato nel piano molto materiale alluvionale.
Inoltre sono presenti vari circhi glaciali, tra cui l’anfiteatro del torrente Schiesone, presso Prata Camportaccio.

Il corso d’acqua più importante è la Mera, fiume che nasce a 2800 m s.l.m. in Svizzera (Val Marotz) e scorre in direzione est-ovest fino a Chiavenna. Unito al torrente Liro presso Mese, il fiume finisce poi nel Lago di Mezzola che confluisce nel Lago di Como. Poi c’è il torrente Liro, che nasce vicino al Passo dello Spluga e, insieme al torrente della Val Loga, che nasce dal ghiacciaio della Val Loga, si immette nel lago artificiale di Montespluga. La sua acqua alimenta vari impianti idroelettrici, e infine finisce nella Mera, presso l’abitato di Mese. Il corso del torrente Liro e del fiume Mera dopo il congiungimento tra i due determina il confine tra Alpi Lepontine e Alpi Retiche. I molti affluenti minori dei due corsi d’acqua formano varie valli laterali. Il Lago di Mezzola si trova nella bassa Valchiavenna ed è preceduto da un laghetto chiamato Pozzo di Riva. Il Lago di Mezzola è ciò che rimane dell’acqua del Lario che occupava l’attuale Piano di Chiavenna, formato dai detriti della Mera portati verso il lago. Nel lago confluiva anche l’Adda, fino all’alluvione del 1520. Sono presenti in Valchiavenna numerosi laghi artificiali, creati per scopi idroelettrici.

Essi sono:
Lago di Montespluga
Lago di Truzzo (lago naturale ampliato artificialmente)
Lago di Madesimo
Lago di Isola (sempre nel comune di Madesimo)
Lago di Prestone (a Campodolcino).
In territorio appartenente al comune di Piuro, nella Valle di Lei vi è un grande lago artificiale, il Lago di Lei, che si trova nel bacino del Reno. Le sue acque sono sfruttate dalla Svizzera, a cui appartiene il tratto del muraglione della diga, siccome in caso di attacco e distruzione di esso a venire inondate sarebbero le cittadine svizzere dell’Hinterrhein. La Svizzera ha così attuato uno scambio di territori e adesso può controllare la diga per la protezione civile. La cascata dell’Acqua Fraggia è un’importante attrazione turistica. È formata dal torrente omonimo che da un vallone esposto sulla valle principale si getta dall’alto.

I ghiacciai formarono la morfologia della valle, ma sono ora ridotti a pochissimo territorio. Ora ne sono presenti circa una decina in Valle Spluga e in Val di Lei e alcuni in Val Codera. Nella Valle Spluga i più grandi sono quelli del Ferré, del Suretta (ormai più simili a nevai) e di Ponciagna.

La Valchiavenna, come tutte le valli alpine, possiede sul suo territorio vari monti più o meno alti. In Val San Giacomo il più importante è il Pizzo Stella (3163 m), il più alto è il Pizzo Tambò (3279 m), poi il Pizzo Ferrè (3103 m), il Pizzo Suretta (3027 m, insieme al Tambò circonda il Passo dello Spluga), il Pizzo Quadro (3015 m). Nella Valle della Mera il più importante è il Pizzo Galleggione (3107 m), nella bassa Valchiavenna ci sono il Pizzo Ligoncio (3032 m), il Pizzo di Prata (2727 m, domina con la sua mole la Val Schiesone, sopra Prata). Si può considerare appartenente alla valle il Pizzo Badile (3308 m).

Il valico più importante è senza dubbio il Passo dello Spluga, che diede nei secoli scorsi molta importanza alla valle come terra di grossi traffici e passaggi. Dal confine svizzero bregagliotto si può arrivare ai passi del Maloja e del Settimo. Vi sono poi il Passo del Baldiscio, in Valle Spluga e il Passo della Forcola, a conclusione della Valle della Forcola, situata sopra Gordona. Tutti e due i valichi portano alla Svizzera.

Tra le caratteristiche particolari della Valchiavenna vi sono la presenza di una grande palude presso il Lago di Mezzola, formata dalla Mera, chiamata Pian di Spagna. Ora è un posto adatto al bird-watching: vi si possono osservare infatti vari uccelli acquatici. Altra caratteristica, già citata prima, è la presenza di numerose valli laterali.

La Valle S. Giacomo (oggi più comunemente chiamata Valle Spluga) è la zona più settentrionale della Valchiavenna ed è dislocata tra i 333 m s.l.m. di Chiavenna e i 2113 m s.l.m. del Passo dello Spluga. La valle confina a ovest con il bacino del fiume Moesa, affluente del Ticino, e a est con il bacino del Reno di Lei, affluente del Reno posteriore. La Valle Spluga è centrale nell’arco delle Alpi ed è posta tra il solco del Lago di Como a sud e la valle del Reno a nord. Collega i centri di Chiavenna e Thusis, distanti in linea d’aria 43 km.

La Val Scalcoggia e la Valle di Starleggia sono sospese sulla valle principale e i loro torrenti formano delle cascate. Al contrario, la Val Rabbiosa e la Valle del Drogo si immettono nella valle principale tramite una gola scavata dal proprio torrente. Nella valle sono presenti dozzine di laghi e laghetti glaciali. Ad esempio i laghi dell’Angeloga, presso il Pizzo Stella, quelli attorno al Passo del Baldiscio, il Lago Emet (incastrato nella particolare conformazione dell’alto comune di Madesimo), il Lago Azzurro di Suretta (sul gruppo del Suretta) e di Motta (comune di Campodolcino). Ci sono molti laghi artificiali: a Montespluga e Isola (comune di Madesimo), a Madesimo, a Prestone (comune di Campodolcino). Inoltre c’è il lago di Truzzo, sul versante sinistro: si tratta di un lago naturale poi ampliato artificialmente. Il comune principale è Campodolcino. Importante è la cittadina di Madesimo, importante stazione sciistica. La valle fu chiamata con vari nomi. Nel XII secolo d.C. fu nominata per la prima volta con il nome di “Valle Sancti Jacobi”. Localmente è chiamata semplicemente “Valle” e dialettalmente “Val di Giüst”. In italiano è chiamata “Valle San Giacomo”, dal nome del comune che la introduce, San Giacomo Filippo, che un tempo era il maggiore. Recentemente si è vista la prevalenza del nome “Valle Spluga”.

La Valle della Mera è la valle percorsa dal fiume Mera fino a Chiavenna. È compresa (ed è l’unica sua parte italiana) nella Val Bregaglia, che termina al Passo del Maloja. La valle si trova tra Val di Lei e Val Madris a nord-ovest e la Val Codera a sud-est. L’aspetto dei versanti opposti è molto diverso: quello destro è ripido e pieno di rupi e valloni, quello sinistro è poco ripido ed è disposto a gradinata. Ci sono poche vallate profonde nei versanti. Sul versante sinistro sopra Borgonuovo di Piuro e sotto il Pizzo di Lago c’è il lago dell’Acqua Fraggia. Nella valle omonima (sospesa sulla valle principale) il suo torrente emissario si getta dalla parete con la cascata dell’Acqua Fraggia. La valle della Mera è divisa in due comuni: Piuro, diviso in borghi, e Villa di Chiavenna, quello del confine.

La Bassa Valchiavenna si disloca per buona parte sul Piano di Chiavenna, ed è una penetrazione valliva posta a quota più bassa delle altre zone della Valchiavenna e più vicina allo spartiacque alpino dell’arco delle Alpi. Con i suoi prolungamenti laterali, la bassa valle è posta tra: a ovest la Valle di Livo (appartenente alla Val Mesolcina, Svizzera), a nord-ovest la Valle Spluga, a nord-est la Valle della Mera (Val Bregaglia), a est la Val Masino, a sud-est la Valtellina. La Bassa Valchiavenna fu scavata dall’unione dei ghiacciai della Valle Spluga e della Val Bregaglia. I versanti sono levigati, e quindi non sono presenti laghi alpini. Le valli laterali generalmente si immettono nella valle principale con una gola scavata da un corso d’acqua (Val Bodengo, Val Codera e Val dei Ratti. Per aspetto le valli laterali sono aspre e selvagge (un esempio sono l’orrido scavato dal torrente Boggia presso Gordona, e le valli più a sud, la Val Codera e la Val dei Ratti. Il Piano di Chiavenna, appartenente alla bassa valle, circa 2000 anni fa era occupato dal Lago di Como fino a Samolaco (da Summu Lacu= sulla sommità del lago). Ora è rimasto solo il Lago di Mezzola, collegato al Lario dall’ultimo tratto della Mera. Il comune più importante è Samolaco, diviso in piccole cittadine. Altre cittadine sono Mese, Gordona, il piccolo comune di Menarola, Prata Camportaccio e le cittadine sul Lago di Mezzola, ovvero Novate Mezzola e Verceia.

La bassa valle è attraversata dalla strada statale 36 del Lago di Como e dello Spluga e dalla strada provinciale Trivulzia. Le due strade si dividono a Novate e si uniscono a Chiavenna. Qui la SS 36 continua attraverso la Valle Spluga fino all'omonimo passo mentre, sempre a Chiavenna, inizia la strada statale 37 che percorre la Val Bregaglia fino al confine italo-svizzero. In territorio elvetico questa strada prende il nome di Strada Nazionale n.° 3 e porta al passo del Maloja.
Chiavenna è collegata a Colico, e quindi a Sondrio e Lecco, da una linea ferroviaria a binario unico.
Al termine del tratto più suggestivo si percorre un altro sentiero con interesse turistico, la Via retica dei Carden che attraversa minuscole frazioni costituite da baite in legno molto caratteristiche (come le antiche case di Livigno e di Zernatt, tanto per intenderci). Raggiunto il borgo di Isola (1268 m), storico punto di sosta e di cambio cavalli per le diligenze che affrontavano il passo nell'Ottocento, il sentiero prosegue più tranquillo fino a Campodolcino.

In Valchiavenna si contano circa un´ottantina di crotti posti in località diverse.
La maggior concentrazione di crotti si ha nel comune di Chiavenna, dove i nuclei sono ben 18, segue Villa di Chiavenna con 14 crotti, senza contare quelli sparsi sui maggenghi del versante meridionale; Piuro con 11 e Samolaco con 10.
Quanto all´altitudine vanno segnalati anche quelli di Dalò (S. Giacomo) a 1149 metri, di Bodengo ( Gordona) a 1027 e al Fòp ( Menarola) a 934.
Poichè la natura non ha confini, i crotti continuano verso la Bregaglia svizzera, in barba alle dogane, fino a Bondo, a Promontogno e a Vicosoprano. Qui si trova il crotto dell´Albigna, a 1127 metri sul mare, aperto al pubblico, così come, scendendo verso per il Tini ai Roi e il Caurga, e vale tuttora per il Giovanantoni a San Giovanni e in Pratogiano per i crotti Al Prato, Torricelli, Refrigerio e Ombra. In quest´ultimo la galleria fu scavata artificialmente nella seconda metà dell´800 per la maturazione della birra, poi fu usata per quella del vino, oggi per la stagionatura dei formaggi.
Alcuni crotti in Pratogiano sono adibiti alla conservazione e vendita di frutta e verdura.
Altri pubblici in bassa valle sono il Crotàsc di Mese, aperto nel 1927, e il Cròt di Gordona.
Se normalmente i crotti sono a gruppi, raccolti o sovrapposti, non mancano esempi di crotti isolati.
In qualche caso si tratta di casa-crotto, come a San Giovanni di Chiavenna, dove molte costruzioni antiche sorgono sopra il crotto con i caratteristici tetti a una falda che salgono ad appoggiarsi al pendio.
Anche se è solamente in Valchiavenna che il fenomeno raggiunge la maggior densità, ricordiamo comunque che il crotto non è un fenomeno esclusivo della Valle, infatti se ne segnalano anche nei dintorni di Como, sul Lago di Como e nella Val Mesolcina.

Il "sorel" è una corrente d´aria a temperatura costante intorno agli 8°C, quindi tiepida d´inverno e fresca d´estate. Questa corrente d´aria è l´elemento da cui deriva la peculiarità del crotto, rendendolo infatti ambiente ideale sia per la maturazione del vino, dal momento che non c´è variazione di temperatura, sia per la stagionatura di salumi e insaccati, a cominciare dalla bresaola, e dei formaggi, d´alpe e di latteria.
Pochi finora hanno tentato di dare una giustificazione fisica al fenomeno e comunque essa non è ancora stata oggetto di studi sistematici.
I chiavennaschi costruirono presso il crotto, in mezzo al verde, rustici sedili e tavoli in pietra ollare, dove passare qualche ora serena con gli amici o la famiglia, per degustare i prodotti locali e, con una piota sotto un antro, poter cucinare le famose costine. Nei crotti più ricchi si aggiunse anche una saletta, dove potersi anche scaldare d´inverno al fuoco del camino. Alcuni di questi sono addirittura con balconcino e con dipinti, anche esterni, come quelli patrizi di Pratogiano o di Cortinaccio a Prosto di Piuro, dove spicca quello della famiglia Vertemate-Franchi. Va in ogni caso sottolineato l´interesse architettonico e urbanistico dei crotti, perfettamente inseriti nella natura, mimetizzandosi nell´ambiente tra il verde della vegetazione e il bruno delle rocce.
Il crotto in Valchiavenna è privato (solo alcuni sono stati aperti al pubblico come ristoranti) e si eredita come qualsiasi altro bene, ma, per evitare divisioni ereditarie, la maggior parte dei crotti privati ha moltissimi proprietari e, per non avere problemi, spesso all´interno del crotto stesso ci sono una serie di armadietti, dentro cui c´è la botticella del vino e il "mezzo" in terracotta, strumenti indispensabili per far vivere lo spirito del crotto; poi, all´esterno, i tavolini sono di tutti.
Etimologicamente il nome crotto si fa derivare da "crypta" latino o dal medievale "crota", che provengono dal greco krypta, cioè grotta, tanto che fu italianizzato in grotto. Della grotta ha le caratteristiche costruttive con pareti costituite da viva roccia, i massi più o meno grandi franati dalle montagne incombenti, anche se, bisogna ricordare, l´elemento fondamentale che lo differenzia da una normale grotta è il "sorel".
Per comprendere in pieno il motivo autentico della vita del crotto si pensi ad una scritta del 1781 nel crotto Giovanantoni di San Giovanni a Chiavenna che dice "Si vende vino bono e si tiene scola de umanità" e si pensi quindi all´humanitas dei romani, la cordialità, la serietà pur nell´allegria, il senso di se stessi, l´equilibrio interiore, il rispetto degli altri" in un luogo a misura d´uomo dove, per dirla come scriveva il poeta chiavennasco Giovanni Bertacchi, "se mangia e se beef in dialet".
Era costume diffuso, fino a qualche decennio fa, che le famiglie, d´estate, la sera della festa o della vigilia, andassero a crotto per la cena, al fresco e in mezzo al verde. Inoltre il crotto è sempre stato, anche prima della Chiavenna artigianale e industriale del XIX secolo, luogo ideale per concludere gli affari, tra un bicchiere e una battuta. Anche gli operai, nelle giornate particolarmente calde, finivano lì la loro giornata lavorativa. Il crotto fu quindi luogo di socializzazione da sempre. Per i giovani dell´ultimo dopoguerra, fu la sede delle festicciole con gli amici e le amiche, visto che fuori dall´abitato, si poteva cantare fino a tarda notte senza problemi di quiete pubblica. E soprattutto si può mangiare, ancor oggi, senza formalità, al tavolo di pietra squadrato alla buona. Si dice solitamente che quel tanto o poco di apertura in più che i forestieri trovano nei chiavennaschi derivi proprio da qui.
Per valorizzare i crotti, soprattutto quelli di Pratogiano a Chiavenna, nacque nel 1956 la Sagra dei crotti, che fino al 1960 fu un complemento di una gara podistica a carattere nazionale e che dal 1965 vive come manifestazione autonoma, con la possibilità di degustazioni gastronomiche e contorno di musica, balli e cultura. Si tiene generalmente nel secondo fine settimana di settembre e attira gente da varie province della Lombardia e dai Grigioni svizzeri.

È pratica diffusa in tutto l´arco alpino utilizzare le piante spontanee come alimento fresco, cotto o da conservare.
Non di meno questa consuetudine si riscontra ancora oggi nella cultura delle montagne dove, la gastronomia, caratterizzata dalla semplicità delle preparazioni, spesso, è retaggio di tradizioni contadine originate in situazioni di bisogno o di scarse risorse alimentari.
L´utilizzo alimentare delle piante spontanee è stato definito fitoalimurgia. Il termine alimurgia è stato coniato da Giovanni Targioni-Tozzetti nel 1767 per indicare lo studio delle soluzioni da ricercare in caso di urgenza alimentare (alimenta urgentia = alimurgia).
L´alimurgia è quindi la disciplina che si occupa di ricercare quanto può essere utile nel caso di necessità alimentare.
Queste piante danno al palato sensazioni rustiche arcaiche, grezze, non raffinate, dimenticate dalla selezione operata dall´uomo che ha privilegiato altri aspetti come la resa, la qualità.
Il nostro gusto ha quindi appiattito le caratteristiche organolettiche dei cibi e addomesticato i palati.
Durante la bella stagione l´uomo è attirato verso le erbe dei campi che inconsciamente considera utili: il corpo in primavera ha bisogno di pulirsi e il sangue di purificarsi: niente di meglio delle erbe cotte ci insegna la saggezza contadina!
Certo, i tempi sono cambiati: non si tratta più di ricercare risorse alimentari per sfuggire alla carestia, ma di riscoprire antichi usi, piatti dimenticati e genuini.
Dall´alimurgia si passa quindi inevitabilmente alla gastronomia.
Il recupero dell´uso culinario deve quindi procedere assieme al recupero della memoria, della storia, delle parole, delle tradizioni e ciò crea un notevolissimo valore aggiunto a tutta l´operazione che molti ristoratori hanno già compreso.
Per esempio, il prelibato Chenopodium bonus-henricus, il nostro spinacio selvatico, che poco ha da invidiare allo spinacio coltivato; oppure l´umile Silene vulgaris per misticanze, frittate, risotti o minestre.
Da non dimenticare la pungente ma altrettanto buona Urtica dioica nei risotti, minestre, frittate e ripieni vari.
Dal fondo valle ai pascoli alpini non si può non apprezzare il Taraxacum officinale che con la sua rosetta basale, prima della fioritura, viene gustata fresca in insalata, lessata quando le foglie cominciano ad indurirsi, nelle frittate primaverili o nelle minestre quando il freddo serale si fa ancora sentire.
Molte altre possono essere le specie da utilizzare e gustare, ma attenzione: la raccolta deve essere fatta con prudenza in quanto pos-sono derivare purtroppo facili confusioni con specie a volte tossiche.






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