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lunedì 13 luglio 2015

LA CHIESA DI SANTA MARGHERITA A CASARGO



La leggenda narra che  Santa Margherita aveva otto fratelli, di cui uno morì per un atto di scherno e di poca fede nella Provvidenza. Gli altri fratelli colpiti dalla tragedia sarebbero divenuti eremiti, e avrebbero scelto la loro dimora in luoghi solitari sui monti intorno alla valle di Casargo. I tempietti costruiti in questi luoghi avrebbero preso il nome dell'eremita che vi si era stabilito. Solamente Margherita, unica sorella, si sarebbe fermata in un luogo pianeggiante della valle (Somadino) e si recava a visitare ciascuno dei fratelli nelle rispettive località. Dai singoli romitaggi i santi erano in grado di comunicare, accendendo dei fuochi. Nelle varie versioni della leggenda l'identità dei vari santi (quindi dei rispettivi oratori montani) cambia. Fra i nomi più ricorrenti,oltre naturalmente a Santa Margherita, c'è quello di san Sfirio, il cui tempietto si trova sul culmine del Legnoncino, a quota 1714, in un punto eccezionale di osservazione del lago e della prima parte della Val Varrone; Sant'Ulderico, la cui chiesa è collacata sulle pendici settentrionali del monte Muggio (a quota 1392) e facilmente comunicante con San Sfirio; San Grato, nella Muggiasca e prospiciente sul lago; San Fedele sulla Alpe di Paglio, scomparsa da molto tempo. Altri santi, citati di volta in volta, sarebbero Defendente, Girolamo, Eusebio, Bernardino ecc.
Queste "chiese emeritiche" facevano parte di un fittissimo tessuto paramilitare-strategico di origine medioevale con chiari scopi di avvistamento e segnalazione. San Sfiro comunicava con Sant'Ulderico e questo con Tremenico e Pagnona, nella Val Varrone. Dalla torre di quest'ultimo paese (i cui resti sono tutt'oggi ancora visibili) si poteva scavalcare la sella di Piazzo ed entrare in comunicazione ottica con la zona più a valle del Pioverna o con la soprastante Muggiasca.

Santa Margherita a differenza di tutte le altre chiese del territorio, che hanno subito molteplici trasformazioni nel corso dei secoli, conserva tuttora gran parte delle antiche forme romaniche, soprattutto nella parte absidale, dove è custodito il ciclo di affreschi più antichi della Valsassina. La sua costruzione, secondo gli studiosi, è da collocarsi tra la fine dell'XI ed i primi del XII secolo. Il piccolo oratorio è comunque citato nel "Liber Notitiae Sanctorum Mediolani" del 1266 di Goffredo da Bussero, in cui viene riportato l'elenco delle chiese presenti all'epoca nell'arcidiocesi di Milano ("In Vasaxina, loco Somadino, ecclesia sancte Margherite").

Ancora oggi l'edificio si presenta con forme omogenee se si esclude il portichetto aggiunto in epoca più tarda ed è composta da una piccola navata suddivisa in due campate con volte a vela rivolta ad oriente e da un'abside semicircolare sovrastata dal catino. La facciata, stando sotto il portico, ha un portale di accesso e due finestre munite di grata. Sul lato meridionale c'è un'apertura di dimensioni maggiori che illumina l'interno. Intorno all'abside sono visibili gli archetti sotto gronda e le tre monofore. Il tetto a due falde e la conica copertura dell'abside sono rivestite da spesse piode locali. In corrispondenza della facciata svetta un campaniletto a vela senza campana. I muri esterni, per la caduta degli intonaci, mettono in luce, nella zona absidale e nella parete meridionale, una tessitura muraria di pietre a vista.

La costruzione originaria, senza portico e con una piccola porta sul lato nord, ha comunque subito nei tempi rimaneggiamenti e aggiunte. Infatti è solo tra la metà del XIII e il XV secolo che viene aggiunto il portico in dimensioni più piccole dell'attuale e sostitute le primitive capriate interne del tetto con una duplice volta sorretta da pilastri sporgenti dal muro (lesene). Nel XVII secolo vengono chiuse le monofore e la porticina laterale, su ordine di Carlo Borromeo e ricavata una finestra sul lato meridionale e due gradini nel presbiterio all'epoca di Federico Borromeo. Nel settecento viene ampliato il portico con l'aggiunta di sedili in pietra e aperta una finestra di sinistra nella facciata. L'altra finestra della facciata, la riapertura delle monofore e di una nicchia interna per gli olii santi risalgono all'epoca contemporanea (fine XX secolo).

All'interno, a sinistra per chi entra, nella prima campatella della navata è presente un affresco che rappresenta la Vergine con Bambino, santa Margherita alla sua sinistra e un santo martire alla sua destra, che il Borghi identifica con San Giorgio. I sacerdoti Pasetti e Uberti nel 1911, denunciando lo stato di precarietà del dipinto, così lo descrivono: "Le figure sono a circa due terzi della grandezza naturale. A sinistra (per chi osserva) è ritto un giovane soldato, in clamide verdognola, e gambe rosse. Colla destra regge l'asta di un gonfalone spiegato, recante la croce; la manca è poggiato sull'elsa di un enorme spadone con la punta verso terra, Guarda verso la Madonna, che campeggia un po' più in alto, nel mezzo della scena. La Vergine è molto bella, sebbene volgaruccia; ha tinta rossigna, veste rossa, manto azzurro. Colla destra si tien sul petto un libro legato in verde, colla sinistra tien saldo il Bambinello, in vestina color carne, meno leggiadro della divina sua Madre. Egli è in atto di benedire, e nella sinistra regge la palla che rappresenta il mondo. A destra vi è santa Margherita, ritta in piedi, con lungo abito tutto di un pezzo; presso il collo spunta una camicia a ricami. Qui il colore è più morbido che nelle altre figure, ricciuti i capelli, gentile l'aspetto e il portamento. Nella destra la Santa stringe una crocetta semplicissima di legno lunga quasi mezza la persona. Vicino ai piedi della Santa c'è una specie di vilucchio o roveto, ma coperto in parte da una grossa macchia rossa, sovrapposta. Può darsi che vi fosse dipinto un diavolo. Qua e là, mani irriverenti e rozzissime hanno da secoli segnato date: 1519; 1548, colla parola Hispania 1570;1604; 1654". I sacerdoti richiamano l'attenzione su un cartiglio a fianco del dipinto che indica la data di esecuzione e che interpretano come "1470, die 7 augusti" ma con dubbi nella interpretazione delle cifre perché propongono anche 1420 o 1429. Dubbi giustificati secondo Zastrow ("Repertorio di arte medioevale in Alta Valsassina", Noseda Editrice, Como, 1976) perché la seconda cifra deve essere letta come "5" e non come "4" (le ultime due cifre sono illeggibili). Considerando lo stile compositivo, il dipinto è concordemente collocato nell'ambito della produzione rinascimentale (XVI secolo), cioè successivamente all'epoca dei lavori di voltatura della navata. C'è chi sulla scorta dei collegamenti tra la Val Varrone e Venezia, ipotizza possibili influenze della pittura veneta. Nei primi anni settanta, è stato portato alla luce, sotto lo spesso strato di imbiancature e ridipinture, un ciclo di affreschi nell'abside scandito dalle tre monofore riccamente decorate da motivi fitomorfi. Nel catino absidale, separata da una marcata fascia rossa dal ciclo sottostante, si intravede all'altezza della monofora centrale un piede poggiato su una bassa pedana. Questo dettaglio presumibilmente è da identificare con un Cristo Pantocratore, anche se alcuni documenti delle visite pastorali parlano di un Cristo crocefisso. Solo i futuri restauri potranno sciogliere il dubbio e mostrare se ai lati di questa figura siano rappresentati, come è stato ipotizzato da Zastrow, i simboli apocalittici degli Evangelisti. Sul semicilindro absidale, partendo dalla parte sinistra, è possibile osservare la rappresentazione di un santo identificato come San Quirico; tra questa e la prima monofora si vedono semplici ornamentazioni vegetali, mentre di seguito trovano posto la raffigurazione della Madonna con Bambino. La postura dei personaggi sacri (il Bambino appoggia dolcemente la tempia sulla guancia della Madre, che abbraccia con affetto) avvicina questa rappresentazione al tipo iconografico della Madonna della Tenerezza, che si caratterizza per una maggiore intensità espressiva e umanità. Nell'intervallo tra la seconda e la terza finestrella sono rappresentate due sante: sono Santa Margherita, e Santa Brigida. Infatti due chiare iscrizioni hanno permesso di identificarle con certezza. Nell'ultimo spazio sono affiorate le figure aureolate di due santi: le scritte "Holomeus" e "As", sotto i volti delle figure maschili hanno fatto supporre che riguardino San Bartolomeo e Sant'Andrea.

L'architetto Suor Paola Dell'Oro, che ha curato il recente restauro conservativo della chiesa, nella sua relazione storica così descrive l'affresco: "I personaggi realizzati con tinte di terra a tonalità calde comprese tra il rosso e l'ocra, con sottolineature bianche e verdi, emergono sopra uno sfondo blu che comincia all'altezza dei fianchi delle figure. Nella parte inferiore non è possibile vedere cosa è rappresentato, se non nel caso della Madonna che è posta su un trono bianco con inserti rossi...Partendo dal lato nord incontriamo la figura anonima (della santa) ; non è visibile nella sua interezza per la mancanza della pellicola pittorica sia per la presenza nella parte inferiore di un grossolano arriccio. È visibile essenzialmente il volto, di sembianze femminili aureolato. In posizione quasi centrale, ma non in asse con la chiesa, incontriamo la Madonna con il Bambino che è il frammento più completo e più raffinatamente realizzato. Sono infatti accuratamente sottolineati i profili delle sopracciglia, curvilinee e continue, del naso stretto e affilato e delle palpebre che definiscono nettamente l'arcata sopraccigliare. Il carattere più interessante è appunto l'uso della terra verde per gli incarnati, ben visibile sulla fronte, riscontrabile anche a Civate, dove però differisce per tratti meno sicuri e più chiaroscurati. Ancora, il viso è sottolineato da un'ombra di colore verde-grigio, la stessa che segna le occhiaie e le guance. Da notare anche gli zigomi definiti inferiormente da una linea che, partendo dall'angolo interno dell'orbita oculare giunge sotto la base dell'orecchio. I due personaggi hanno forme piuttosto affusolate sia nella foggia delle vesti, che del corpo, ma soprattutto per quanto riguarda il volto. I personaggi ritratti alla destra, Santa Margherita e Santa Brigida, come San Bartolomeo e Sant'Andrea ripetono le caratteristiche stilistiche appena denunciate. Santa Margherita rivolta leggermente di tre quarti verso Santa Brigida regge nelle mani degli oggetti non identificabili; Santa Brigida è posta simmetricamente, con un braccio piegato...Il campo che contiene San Bartolomeo e Sant'Andrea è nella parte inferiore, in parte scialbato e in parte lacunoso anche dell'intonaco; solo il volto di Sant'Andrea è chiaramente percepibile: secondo la diffusa iconografia presenta una folta barba e porge il libro in una mano".

L'identificazione dei personaggi permette di capire la ragione per cui è stato scelto di raffigurare assieme dei santi generalmente non in relazione tra loro: infatti nell'affresco essi rappresentano i santi patroni delle chiese del territorio limitrofo: Santa Brigida identifica Narro, San Bartolomeo Margno, Sant'Andrea Pagnona e naturalmente Santa Margherita Somadino. Del resto tutte queste chiese sono molto antiche e tutte sono citate dal "Liber Notitiae Sanctorum Mediolani" del 1266 di Goffredo da Bussero. Questo ciclo pittorico, che risente ancora dei rigidi schematismi della pittura bizantina, è datato tra il XII e i primi del XIII secolo e costituisce l'unico affresco romanico conservatosi in Valsassina. Certamente opera di un unico pittore, esso presenta, secondo Zastrow  delle particolarità significative rispetto ai diffusi canoni della pittura medioevale coeva. Infatti, sotto l'immagine del Cristo, è rara la presenza di un numero così ristretto di santi e ancor più quella della Vergine con il Bambino. Normalmente, secondo lo studioso, alla base dell'abside "era più comune incontrare le figure dei dodici apostoli, eventualmente anche in compagnia della Vergine e di altri Santi", magari ridotti in dimensioni, come nel non lontano tempietto di San Fedelino sul lago di Mezzola.

Un'altra anomalia è la rappresentazione della Vergine proprio nell'abside, "quando principalmente la si nota lungo le pareti della navata e per lo più come affresco votivo". Del resto è inconsueta per l'epoca anche la "duplicazione della figura di Gesù" che torreggia nelle vesti del Pantocratore nel catino dell'abside e nel contempo più sotto è rappresentato nelle braccia della Vergine. Anche la stessa struttura della chiesetta presenta aspetti singolari. Per esempio il diametro dell'abside non è perpendicolare con l'asse della navata. Le stesse monofore inoltre non si trovano in posizione simmetrica e questo comporta che la figura della Madonna col Bambino, tra la prima e la seconda apertura, non sia al centro del semicilindro dell'abside come ci si aspetterebbe. Questa "apparente disarmonia", rilevata anche per la chiesetta di Sant'Ulderico, è stata spesso imputata alla "rozzezza" degli artefici medioevali che operavano in un'area marginale come quella dell'alta Valsassina. Zastrow invece, considerando i manufatti romanici di questa zona, tra cui anche San Rocco a Narro, e giudicandoli di livello qualitativo considerevole, propende per "una filtrazione personalizzata dei generali canoni creativi medioevali".

Un'altra particolarità di Santa Margherita, messa il luce di recente sempre dallo Zastrow ("La chiesa matrice di San Bartolomeo a Margno, Lecco, 2001) solleva invece interrogativi sulle originarie funzioni sacre di questo oratorio. Già in una relazione di una visita fatta nel 1579 da Mons. Luigi Sanpietro, delegato dell'arcivescovo, si suppone che la chiesetta fosse in antico l'unica chiesa parrocchiale di tutta l'Alta Valsassina. Nello studio del Mastalli viene riportato quanto si afferma nella relazione e cioè: "In essa si vede una buca o lavello de pietra rusticho... che si dice fusse l'anticho fonte battesimal". Negli atti della seconda visita pastorale di San Carlo Borromeo, nel 1582, descrivendo lo stato di abbandono della chiesetta, si prescrive di togliere il contenitore litico collocato in un angolo dell'edificio. Si tratta dello stesso contenitore di cui si era già fatto cenno negli atti della visita, nel 1579, dal delegato dell'arcivescovo che aveva indicato il suo utilizzo "pro baptisterio". Questa laconica notazione indicherebbe che Santa Margherita, fin dall'epoca medioevale, avrebbe avuto la prerogativa di chiesa battesimale, di norma riservato alla chiesa principale della pieve, nel caso della Valsassina a San Pietro a Primaluna. Secondo lo storico, per spiegare questa anomalia, rara nella diocesi ambrosiana, occorre prendere in considerazione "la particolare configurazione "di frontiera" e di luogo fortificato che ebbe a caratterizzare anticamente l'estremità settentrionale della pieve Valsassina: in particolare la valle di Casargo e l'alta testata della Val Varrone". Quindi, proprio per le caratteristiche di chiusura di questo territorio e il relativo isolamento rispetto alla sede prepositurale, nell'area "periferica" della val Casargo, si sarebbe realizzata una forma di autonomia ecclesiastica già dall'epoca feudale; l'oratorio di Santa Margherita ne sarebbe stato il principale tempio sacro e proprio per questo dotato di una prerogativa tanto importante. Tutto questo sembrerebbe essere avvenuto prima che si affermasse l'effettiva indipendenza (rispetto a San Pietro di Primaluna) della parrocchia di Margno (prima metà del XIV secolo) , sotto il cui controllo passeranno in seguito tutte chiese della val Casargo e Sant'Andrea a Pagnona. Alla luce di queste considerazioni, il ciclo di affreschi con i santi delle varie chiese della val Casargo e di Pagnona acquisterebbe un significato coerente: i santi chiamati a raccolta, sotto l'immagine del Cristo, intorno alla fonte battesimale rappresenterebbero le comunità religiose di questa area che riconoscevano in Santa Margherita, forse il più antico edificio sacro del luogo, il loro centro spirituale e religioso. Una ulteriore conferma della presenza nella chiesetta di un battistero è la scoperta, nel corso dei recenti restauri, di una fonte sotto il pavimento del presbiterio nella parte sinistra dell'abside, vicino alla piccola porta fatta chiudere da San Carlo. L'acqua sgorga ancora oggi direttamente da una frattura della roccia, su cui peraltro poggia l'intero edificio. Per il suo deflusso è stato necessario approntare una canaletta di scolo per portare all'esterno l'acqua e costruire un piccolo vespaio sotto il pavimento per consentire una maggiore aerazione e diminuire l'umidità sottostante.

Forse la presenza di questa fonte che sgorga dallo sperone roccioso non è del tutto estranea alla fondazione, proprio in questo particolare luogo, dell'edificio religioso. E forse era proprio questa l'acqua che serviva per il battesimo dei primi fedeli nell'antica comunità cristiana dell'alta Valsassina.


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mercoledì 1 luglio 2015

LA CHIESA DI SANT'ANTONIO A BRENO

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L'origine di Sant'Antonio è nel testamento di Giovanni fu Girardo Marone Ronchi, rogato ad Iseo il 13 novembre 1334 dal notaio Corrado de Sabio, con il quale il nobile brenese lasciò alcuni suoi beni per la costruzione di una "ecclesiam vel aliquod alium oratorium" invitando i frati di Sant'Antonio di Vienne o, in subordine, gli "huomines de Breno" a compiere l'opera;  Particolare del Presbiterio la chiesa attuale sorse tra il 1467 e il 1516 sulla prima cappella con una serie di interventi successivi che portarono alla costruzione di un edificio ad aula unica, diviso in tre campate trapezoidali, molto irregolari, che si allargano in direzione del presbiterio; le campate sono ricoperte da volte a crociera che si collegano alle pareti laterali con archi acuti, mentre la parete di fondo  è a tutto sesto.
Non conosciamo esattamente l'anno in cui Romanino arrivò a Breno, ma tutti gli studiosi sono sempre stati concordi nell'affermare che gli affreschi di Sant'Antonio vengono dopo quelli di Santa Maria della Neve e li datano intorno al 1535. Lo accompagnava un garzone, Daniele Mori, che già era stato con lui a Pisogne e lo seguirà anche a Bienno. È difficile però identificare la mano del giovane allievo sulle pareti affrescate o, per lo meno, su quello che oggi resta della decorazione e il valore della presenza del Mori ci sfugge del tutto. Per la chiesa di Sant'Antonio la decadenza in cominciò già alla fine del XVII secolo; sconsacrata nel 1880, fu utilizzata come caserma e anche come cinematografo; quando, all'inizio del nostro secolo, venne riaperta al culto e dichiarata monumento nazionale i guasti erano ormai irreparabili.

La volta a crociera del presbiterio tardoquattrocentesca con i Dottori della Chiesa e gli Evangelisti sullo sfondo di un cielo stellato e la pala di Callisto Piazza, del 1527, al centro della parete di fondo. Intorno al 1535, dopo l'impresa che lo ha visto impegnato a Pisogne, Romanino risolverà la difficoltosa impaginazione delle pareti del presbiterio di S. Antonio, semplicemente utilizzando elementi architettonici che dividano gli spazi in due registri sovrapposti: la parte superiore si affolla di personaggi-spettatori che assistono alle scene sottostanti dove si animano più storie. Predomina su tutto un gusto teatrale, molto vivo in Romanino.
Nella parete destra sono raccontate vicende tratte dal Libro di Daniele: Nabuconodosor ordina al popolo di adorare un idolo d'oro e condanna i tre compagni di Daniele che si rifiutano di obbedire ad essere arsi nella fornace; ma essi ne escono indenni, mentre bruciano i soldati e il baluginio delle fiamme si riverbera sulle armature delle sventurate vittime. E dall'alto domina l'austera figura di S. Antonio "il grande Vecchio padrone del fuoco" spesso invocato in Valcamonica, terra di fucine.
Sulla parete di fondo un possibile "Convito di Baldassarre", sulla parete sinistra "Daniele nella fossa dei leoni". Questi ultimi dipinti sono di difficile lettura e non hanno ancora trovato un'unanime identificazione. Dall'insieme si può comunque dedurre una vivace vena narrativa, accompagnata dal gusto del dettaglio che si riflette nella tipicizzazione dei personaggi, nel cangiantismo delle vesti di alcuni protagonisti, nel panno drappeggiato che scende dalla loggia della parete di fondo. Queste pagine pittoriche sprigionano comunque una straordinaria immediatezza e coinvolgono al punto che è possibile confondersi nel ruolo di spettatori con quelli, dipinti, che dominano dall'alto delle scene.


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lunedì 29 giugno 2015

ARCUMEGGIA



Arcumeggia è una frazione del comune di Casalzuigno nota perché nel 1956 l'Ente Provinciale per il Turismo decise di trasformarla in un borgo dipinto. Dopo tale decisione, giunsero in paese artisti come Ferruccio Ferrazzi, Aldo Carpi, Sante Monachesi, Aligi Sassu, Ernesto Treccani, Achille Funi, Giuseppe Migneco, Gianni Dova, Gianfilippo Usellini, Innocente Salvini, Giovanni Brancaccio, Bruno Saetti, Enzo Morelli, Remo Brindisi, Fiorenzo Tomea, Eugenio Tomiolo, Francesco Menzio, Ilario Rossi, Giuseppe Montanari, Cristoforo De Amicis, Luigi Montanarini, Umberto Faini, Antonio Pedretti, Albino Reggiori e Massimo Antime Parietti.

Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 168 abitanti, nel 1786 Arcumeggia entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera Provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799. Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 195 abitanti. Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse a Vergobbio, per poi passare sotto Cuvio nel 1812. Il Comune di Schianno fu poi ripristinato con il ritorno degli austriaci. L'abitato crebbe poi discretamente, tanto che nel 1853 risultò essere popolato da 271 anime, salite a 303 nel 1871. Il processo si invertì però alla fine del XIX secolo a causa della mancata industrializzazione della montagna, tanto che nel 1921 si registrarono 245 residenti. Fu così che nel 1927 il fascismo decise la definitiva soppressione del comune, unendolo a Casalzuigno.

Arcumeggia è un piccolo paesino di montagna situato tra la Valcuvia e la Valtravaglia ed è conosciuto come il "Paese dei Pittori" in quanto sono presenti, lungo le pareti esterne delle case, numerosi affreschi. Alcuni degli autori che hanno realizzato tali opere, sono tra l'altro stati molto conosciuti e pertanto hanno reso ancor più famoso questo piccolo paese, che ora è spesso preso d'assalto da numerosi visitatori curiosi di visionarlo.

La decisione di rendere il borgo di Arcumeggia (che si trova vicino a Casalzuigno) così particolare venne prese nel lontano 1956, quando si pensò di far realizzare, da parte di pittori contemporanei, affreschi lungo i muri della maggior parte delle case presenti. L'intero paese rispose con enorme consenso all'iniziativa, e così la passione per gli affreschi fu tale da far diventare Arcumeggia un museo a cielo aperto e molto famoso nelle zona di Varese. Tutti gli affreschi furono realizzati tra la fine del 1950 e l'inizio del 1970, ma la tecnica, diversa a seconda del pittore che realizzava l'opera, rendeva la mostra molto variegata.

Sui muri delle case appaiono le immagini di esperienze comuni alla vita di ognuno, di santi popolari e di scene religiose conosciute. Inoltrandosi nel paese si incontra un ambiente rurale pressoché intatto, piccolo faro d’arte italiana che è anche una sintesi di tradizione (la tecnica dell’affresco) e di modernità (l’epoca della loro esecuzione). Interessanti sono anche i cortili e la “Via degli Allievi”, raccolta di opere di studenti delle Accademie d'Arte che partecipano ai “Corsi Estivi Internazionali di Affresco” organizzati ad Arcumeggia dall’Accademia di Brera in collaborazione con le più prestigiose Accademie d'Arte d’Europa.

Arcumeggia aderisce all’Associazione Italiana Paesi Dipinti, sorta per valorizzare questo patrimonio d’arte. La visita al borgo d’arte è suggestiva permettendo splendidi panorami sulla Valcuvia e sul Lago Maggiore. La vicinanza ai Monti: Nudo (1235 m) e della Colonna (1203 m) permette varie escursioni sia a piedi che in mountainbike.

L'armonia dei dipinti compone un racconto, una leggenda, la vita stessa scandita da antichi gesti ed antichi riti.
E' una tavolozza colorata nel verde della Valcuvia in cui vengono presentate scene di emigrazione, di vita agreste, di tradizioni, di sport, di natura e mitologia. Visitarlo nelle ore del tardo pomeriggio estivo, magari all'imbrunire, è particolarmente suggestivo, grazie all'intersecarsi degli stimoli visivi e sonori con la poesia del luogo prealpino.
Un itinerario si snoda entro gli antichi vicoli del paesino, situato nel cuore della montagna a quasi 800 metri d'altezza e camminando sull'antico ciottolato, ci si sente fuori dal tempo, in uno spazio affascinante.

Nel 1958 e nel 1959 vennero realizzati dipinti murali ad opera di Cristoforo De Amicis, Luigi Montanarini e Sante Monachesi. Questi realizzò un'opera che suscitò subito la reazione del parroco, che riteneva il soggetto sconveniente; l'artista stesso intervenne quindi a modificare il dipinto cambiando anche il titolo: da "W le donne di Arcumeggia" a "Trionfo di Gea".
Nel 1961 l'esperienza riprese attraverso l'organizzazione di un corso di affresco; il corso era indirizzato, come borsa di studio, agli allievi di Accademia italiane, la direzione del corso fu di Usellini e le lezioni furono tenute da Montanari e Morellato in alcuni cortili del paese utilizzando supporti mobili. Successivamente, nel 1964, si tenne un altro corso dello stesso genere.
Nel frattempo era stato iniziato un altro progetto che riguardava la realizzazione di una Via Crucis sul sagrato della chiesa all'inizio del paese, in uno spazio individuato da Ravasi.
In quegli anni furono realizzati anche altri affreschi sulle case del paese ad opera di Giuseppe Migneco, Gianni Dova e Aldo Carpi.

Si può ritenere questo il nucleo storico delle pitture di Arcumeggia, dove le opere realizzate fra il 1956 e il 1966 a cui si aggiunsero Innocente Salvini nel 1971 d Ernesto Treccani nel 1974, rappresentano il pensiero e le maggiori tendenze artistiche italiane della metà del '900 aventi la comune finalità il riproporre l'importanza dell'arte figurativa in contrapposizione alla pittura astratta ed informale.
L'operazione ebbe allora grande risonanza e popolarità accrescendo l'importanza dell'evento. Margherita Sarfatti scriveva " Arcumeggia in Valcuvia segna un passo innanzi. E' un villaggio pioniere e pilota. Rappresenta un piccolo e riuscito tentativo di riavvicinare l'arte alla vita, in non oziose e non leziose né artificiose vacuità…."
A questo fervore seguirono anni di progressivo rallentamento e stasi fino all'incarico dato a Morellato nel 1985 di eseguire i primi interventi per la conservazione delle opere; nello stesso periodo vennero realizzate delle tettoie per riparare alcuni dipinti. Sempre nel 1985 ripartì l'iniziativa del corso di affresco con studenti di provenienza internazionale.
Vi furono in seguito delle sporadiche iniziative come la realizzazione di un nuovo affresco di Aligi Sassu sulla casa parrocchiale e di 2 dipinti di Carlo Nino Trovato e di Gioxe De Micheli nel 1991, a cui seguirono nel 1994 Umberto Faini, nel 1996 Massimo Antime Parietti, nel 2001 Antonio Perdetti ed infine un'opera di Albino Reggiori nel 2007, eseguita da Piergiorgio Ceresa e Leo Tami.
Nel 1985 le opere presentavano la necessità di interventi conservativi e si poneva quindi il problema della tutela e della valorizzazione per quasi tutte quelle realizzate nei 3 decenni precedenti; questo portò verso la fine del 1993 alla sottoscrizione di una convenzione fra la Comunità Montana della Valcuvia, la Provincia di Varese e il Comune di Casalzuigno con la finalità della valorizzazione e tutela di tutto il complesso di Arcumeggia, compresi la Casa del Pittore e la Bottega del Pittore. Questa convenzione venne rinnovata nel 1997 e nel 2006 con la Provincia di Varese come ente capofila e con la collaborazione della Pro Arcumeggia. Nel 2000 venne eseguita la catalogazione SIRBEC. Con l'occasione dei 50 anni del paese dipinto vennero realizzate una serie di manifestazioni culturali che portarono anche alla attivazione nel 2007 di un nuovo corso di affresco a cui parteciparono gli studenti del Liceo Artistico di Varese. Per quanto riguarda la conservazione dei dipinti proprio nel 2006 vi fu l'incarico all'Opificio delle Pietre Dure di effettuare l'analisi dello stato di conservazione dei dipinti murali che venne realizzato nell'estate del 2007 con il coinvolgimento degli studenti

Nella Casa del Pittore, sede della "scuola d'affresco", si trovano numerose opere d'arte, bozzetti e ceramiche dei vari artisti; l'edificio è sede di mostre e visite guidate.
Il complesso lavoro svolto dall'Ente Provinciale del Turismo, ha assicurato ad Arcumeggia l'opera di pittori importanti, in grado di suscitare apprezzamenti critici e di richiamare l'interesse del pubblico.
Si tratta di una piccola gemma, da gustare nella sua duplice anima d'arte e di simbolismo religioso.
Sicuramente l'effetto sarà stato sorprendente per il turista che girovagava per il paese alla scoperta di nuovi scorci: il maestro al centro, contornato da una dozzina di cavalletti dietro i quali gli allievi sperimentavano questo procedimento, tutt'intorno i vasetti contenenti le terre, le tavolozze, i recipienti con l'acqua, i rotoli dei disegni preparatori, l'intonaco ancora fresco.
I lavori che gli allievi hanno realizzato su pannelli sono stati collocati nei cortili del borgo, cosicché questo si è trasfermato in un "unicum", un contenitore di opere accomunate, pur nella loro diversità stilistica, dalla freschezza e dalla genuinità giovanili.
Molti allievi degli anni '60 frequentarono i corsi di Arcumeggia diventando famosi maestri, che di tanto in tanto ritornano a vedere il posto. Ciò che è avvenuto e si verifica in occasione di ogni nuova opera, è il rapporto di schietta cordialità che si instaura tra l'intero paese e l'artista: rapporto fatto di attenzioni reciproche, di comprensione e condivisione dei problemi, di inviti a cena, di regali, di dediche; l'artista diventa per acclamazione cittadino ad honorem. Arcumeggia ha vissuto e vive gli onori delle cronache grazie al patrimonio artistico che conserva, costituito da opere uniche ed irripetibili e per via delle numerose manifestazioni di notevole livello che vi si organizzano.

La "Casa del Pittore", attualmente di proprietà della Provincia di Varese, venne realizzata nel 1956 al fine di offrire agli artisti che lavoravano ad Arcumeggia per la realizzazione degli affreschi, la possibilità di un soggiorno tranquillo e comodo.
La struttura, edificata tra il 1956 e il 1957 nel centro del paese, è costituita da un piano terreno dall'ingresso ampio e luminoso, con cucinino e salotto. Una scala in legno conduce al primo piano, composto da due camere e servizi, mentre al secondo piano è sistemata la sala di pittura. Quest'ultima, oltre a presentare ampie finestre come le altre sale, è dotata di un terrazzo panoramico con vista sulla vallata della Valcuvia e sul Lago Maggiore.
La Casa del pittore riscosse immediati consensi, soprattutto da parte degli stessi artisti, in qualità di luogo dove poter creare in tutta tranquillità..


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domenica 28 giugno 2015

LA CHIESA DI SAN GIORGIO A SALTRIO



La Chiesa di S. Giorgio è collocata su una piccola altura posta a nord del nucleo abitato. L’edificio, di forma e volute ben articolati, presenta le murature originarie in pietra locale, mentre appaiono evidenti i successivi interventi di restauro. La struttura settecentesca ha infatti subito modifiche. Il timpano della facciata rivela l’origine ottocentesca e sul campanile è segnata la data del 1848. Il risalto di questa Chiesa è dato, più che dalle sue caratteristiche architettoniche, alla sua collocazione con l’ambiente circostante, cui si lega con rara armonia. Al di sotto della Chiesa, nel ventre della collinetta, si trovano delle camere che forse ospitavano armi automatiche ed un salone centrale che doveva fungere da magazzino. Vi si accede seguendo le tracce di una trincea che si diparte a lato della Chiesa. Era questo l’estremo punto difensivo della Linea Cadorna nel Varesotto prima delle fortificazioni del comasco che iniziavano sopra Cernobbio.

Essendo costruita in una zona collinare e panoramica, sul colle omonimo, la sua ubicazione rimaneva alquanto distante dal centro del paese; si poteva, quindi, avere l'impressione che fosse destinata all'abbandono.
L'attaccamento dei saltriesi verso la chiesa aveva motivazioni secolari e profonde; una testimonianza di rilievo è che sul lato sinistro vi è la cappella denominata "Della Madonna di Loreto", sul cui frontale da tempo immemorabile si trovano dipinte la Madonna di Loreto con la Santa Casa.
I saltriesi, in gran parte scalpellini dediti al lavoro nelle cave, data la loro forte devozione, nel giorno dedicato alla Madonna di Loreto, (il 10 dicembre), manifestavano sentimenti di fervida fede, affinché essa li proteggesse dal duro e pericoloso lavoro estrattivo che svolgevano nelle profonde cavità..
Il periodo più significativo in tal senso fu il XVIII secolo: le due chiese erano sprovviste di altari e balaustre, e così essi vennero collocati contemporaneamente in entrambe.
Tra il 1825 e il 1830 Pompeo Marchesi, fece dono del mezzo rilievo della "Deposizione del Salvatore o della Pietà", collocato nella Cappella posta sul lato destro; contemporaneamente venne eseguito l'altare.
Nel 1846 un violentissimo temporale con lampi e tuoni si abbattè sul lato di levante della chiesa, distruggendo il campanile e parte della cappella della Madonna di Loreto, con la conseguenza di gravi lesioni al dipinto.
I notevoli danni subiti e le costose spese per riportare la chiesa alle sue antiche origini suscitarono tra la popolazione non poco sconforto e preoccupazione, tanto da ventilarne un possibile abbandono.
Il campanile fu restaurato nel 1848, i restanti lavori vennero ultimati nel 1851.
Il 7 settembre il Vescovo Mons. Carlo Romanò la consacrò.
Sulla facciata principale venne posta una lapide che reca la scritta:
"Il religioso popolo di Saltrio, con generose offerte e con assiduo lavoro, in questa chiesa nuova, sulla vecchia eretta il Vescovo di Como consacrava, il 7 settembre 1851".
Verso la metà del XIX secolo (1855 - 1860), la fabbriceria venne nella determinazione di creare un portichetto sul lato nord. Il progetto venne contestato da parte delle autorità preposte alla tutela del patrimonio artistico, adducendo che veniva modificata la sua antica formazione architettonica; esso venne in seguito approvato solo con delle modifiche. I motivi erano più che giustificati.
Il 1917 vede l'Italia in guerra contro l'Impero Austro-ungarico: si teme che essa venga aggredita alle spalle, con l'invasione della Svizzera neutrale da parte delle truppe austriache.
L'Alto Comando Militare ordinò la costruzione di fortificazioni, definite poi la "Linea Cadorna", lungo tutto il confine italo-svizzero per un tratto di circa 200 chilometri.
Saltrio è un paese di confine: si tenne ovviamente conto della sua posizione collinare, e venne, quindi, soggetto alle previste fortificazioni.
Punto di riferimento strategico fu il Monte Orsa, ove vennero costruite postazioni, camminamenti, gallerie che si affacciano sul lato nord e che permettevano di avere sotto controllo la zona del lago Ceresio.
Sul Monte Croce si fecero camminamenti, postazioni e piazzole; anche il colle San Giorgio e la chiesa non rimasero immuni. Lungo tutto il perimetro del colle vennero tracciati camminamenti e postazioni, mentre sotto la chiesa si crearono quattro gallerie convergenti al centro.
Nella zona la chiesa di San Giorgio è stata l'unica ad essere stata sottoposta ad opere di fortificazioni.
Nel 1923 il parroco Don Luigi Vittani notò che la chiesa era priva della statua di San Giorgio, al quale la chiesa era stata dedicata; la commissionò ad un artista della Val Gardena e il 16 dicembre essa venne solennemente collocata sull'altare maggiore.
Nel 1997 il parroco Don Giorgio Ponti effettuò alcune opere conservative e migliorative: l'installazione della luce elettrica, l'imbiancatura, la pulitura degli affreschi, la lucidatura del pavimento.
La chiesa, ad inizio del secondo millennio, con i suoi cinquecento anni di vetustà, si trova in uno stato ottimale di conservazione, continua ad essere un punto di riferimento storico-religioso, conserva opere di un certo valore artistico.
Doverosamente si esprime gratitudine ai parroci che furono nei secoli preposti alla guida della parrocchia: essi non mancarono di prestare attenzione ad una chiesa tanto amata dai saltriesi, i quali con notevoli sacrifici contribuirono ad abbellirla e si adoperarono per la sua conservazione.
Tutto il contesto dell'altare è stato realizzato in due periodi: l'altare risale al 1735, l'Ancona nel 1923, allorquando venne collocata la statua lignea di San Giorgio.

Nel pallio ai quattro angoli sono inseriti quattro angeli in maiolica di Saltrio, al centro una croce pregevolmente elaborata detta "Croce di San Andrea".

Vi sono state incise le iniziali S.G. (San Giorgio); ai lati compaiono angioletti in maiolica di Saltrio e sopra la serraglia un lavoro scultoreo con al centro un tondo ornamentale in maiolica di Saltrio. Risulta che è stata eseguita dal marmorino Luigi Emerici.
Balaustre, base, cimasa, piastroni: maiolica di Saltrio.
Piastrini di rosso d'Arzo.
La Statua di San Giorgio è un'opera lignea dell'artista gardeanese Giuseppe Scalz di San Ulrico di Val Gardena. Presenta il Santo a cavallo, vestito da soldato romano, con il manto rosso svolazzante; mostra un bel volto giovanile, è rappresentato nell'atto di trafiggere con la spada il drago. La statua è di ottima esecuzione artistica: vi si notano le capacità di un personaggio che si dedica all'arte lignea.
La cappella della Madonna di Loreto trae le origini in un periodo imprecisato, certamente remoto, in cui i saltriesi decisero di far affrescare la parete centrale con un dipinto raffigurante la Madonna di Loreto e la Santa Casa.
L'altare, invece, risale al 1748; è in stile barocco ma subì una modificazione a causa di un fulmine che si abbattè nel 1846 ai lati della cappella.
Il dipinto della Madonna di Loreto è indubbiamente di un dipinto antico, di ignoto autore; è segnalata la sua esistenza per la prima volta nel 1702.
Nel 1846, a causa di un violento temporale abbattutosi sulla Cappella della Madonna di Loreto, fu gravemente lesionato, per cui si rese necessario ridimensionarlo.
L'affresco mostra la casa, sulla quale è dipinta la Madonna: ha un volto ben tratteggiato, il manto scende dal capo e copre interamente il corpo. Sul braccio sinistro posa Gesù Bambino, sorridente con in mano lo scettro.

Le ricerche effettuate hanno accertato che le opere scultoreee degli angeli sono il prototipo di quelli che si trovano presso la chiesa parrocchiale di Affori (Milano); sono in stile neoclassico, risalenti al 1862 ad opera di Luigi Marchesi.
L'Angelo a destra dell'altare tiene le mani incrociate al centro del corpo, ha il volto abbassato, dal capo scendono i capelli ben regolati, attorcigliati e cadenti sulle spalle. Il manto, che partendo dalle spalle copre interamente il corpo fino alla sommità dei piedi, ha notevoli pieghettature molto ricche che dal fianco sinistro vanno verso quello destro.
L'Angelo a sinistra dell'altare ha una formazione pressoché identica; tiene il bel volto abbassato, le mani al centro in atteggiamento di preghiera, i capelli sono pure ben regolati e coprono le spalle.
Il manto, che parte dalla spalla destra, lascia intravedere il braccio sinistro nudo ma copre interamente il resto del corpo fino alla sommità dei piedi. In centro ha notevoli pieghettature, in particolare la parte che poggia sul braccio sinistro.
Le ali dei due angeli sono ben proporzionate ed hanno le medesime particolarità ornamentali.
Cappella della Deposizione di Gesù dalla croce o della Pietà conserva il mezzo rilievo di Pompeo Marchesi risalente al 1830 circa.
Essa era completamente spoglia, in quell'epoca, ed i saltriesi decisero di erigervi un altare.
Il riquadro che racchiude è a forma rettangolare priva di ornamento, salvo nella parte superiore priva di serraglia; per gran parte della lunghezza sono collocati i tipici lavori ornamentali neoclassici usati da Pompeo Marchesi.

Pompeo Marchesi nel 1826 realizzò la colossale statua della Deposizione di Gesù dalla croce o della Pietà per il Santuario di Saronno, ottenendo unanimi consensi e plauso. Forte del lusinghiero successo, pensò di realizzarne alcune in varie forme, tra le quali il mezzo rilievo conservato a Saltrio.
Esso presenta le medesime caratteristiche della Pietà di Saronno: mostra Giovanni che sostiene Gesù con le mani sotto il braccio destro, mentre tiene la testa ed il volto poggiato sul capo della Madonna. A tergo le due donne piangenti. In basso la scritta: "Dono dello scultore cav. Pompeo Marchesi alla sua cara Patria".
Lo studioso Andrea Spiriti, nell'esprimere un giudizio critico sulle opere eseguite, afferma che il tutto rappresenta lo stile severo della statutaria greca e può essere accostato alle opere michelangiolesche.
I due angioletti collocati ai lati dell'altare sono in stile neoclassico ed in marmo di Saltrio; ambedue tengono le mani incrociate, hanno un bel volto, la capigliatura ritorta e ben ordinata. I vestiti coprono la metà del corpo, lasciando intravedere il nudo alle estremità dei piedi.
Le ali sono alquanto elaborate.
Possono essere attribuite a Luigi Marchesi, in quanto è possibile fare un confronto con quelli collocati ai lati dell'altare della Madonna di Loreto, in cui si intravedono le medesime caratteristiche.

Sotto la volta centrale, in un ampio cerchio, è affrescata la simbologia cristiana rappresentata da: l'uomo, l'aquila, il bue, il leone. Incomprensibile la mancanza dell'agnello, cosicchè la parte centrale è affrescata da un ornato a forma esagonale finemente elaborato verso cui convergono quattro filari di fiori che via via vanno assottigliandosi.
Le estremità del cerchio sono contrapposte da affrescature ornamentali a due a due identiche.
Non si hanno notizie del pittore, rimasto ignoto, ma si concorda che abbia dimostrato una ottima genialità e buona capacità artistica.
La pavimentazione centrale è a forma circolare, in marmo cenerino di nero di Saltrio, a quadretti rettangolari che via via vanno restringendosi verso il piccolo tondo centrale. L'opera risale al finire dell'800 ed è eseguita dal Marmista Sartorelli.
Del tutto originale la sua lucidatura, che ha messo in risalto l'efficace contrasto dei colori dei marmi.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/saltrio.html



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sabato 20 giugno 2015

LA CHIESA DELLA DISCIPLINA A VEROLANUOVA



Di fronte a Castel Merlino, sopra una balza che costituiva il castello comunale di Verolanuova - più antico e a volte contrapposto a quello feudale - sorge la chiesa della Disciplina, già chiesa parrocchiale di S. Lorenzo, affiancata da una armoniosa torre campanaria tardo gotica (in un mattone ai piedi del campanile è graffiata la data 1473). L'interno, in origine ad una navata intervallata da archi a sesto acuto che sostengono un soffitto a due spioventi con travetti a vista e tavelle dipinte, venne dotato sulla metà del Seicento di una finta volta con arelle in legno intonacate e di un matroneo sopra l'ingresso, destinato alle riunioni della Disciplina.La chiesa della Disciplina, abbandonata per lungo tempo e riaperta solo da pochi anni, conserva nel suo interno copiose tracce della decorazione quattro-cinquecentesca ad affresco (di particolare interesse, nel sottotetto, sono i motivi del liocorno sormontato da un airone che si scorgono nelle fasce di coronamento degli arconi e le rose e le stelle dipinte sulle tavelle) ed il monumento funebre del Conte Nicolò II Gambara (+1592), vero e proprio capolavoro della scultura bresciana del Manierismo, opera di Pietro Maria Bagnatore, decorato nella cimasa da un dipinto ad olio su ardesia dello stesso artista, raffigurante la Cacciata dal Paradiso di Adamo ed Eva. Sull'ultimo altare a nord, verso il presbiterio, si trova il miracoloso affresco cinquecentesco della Madonna del Campanile, qui trasferito nel 1765, come ricorda un'epigrafe a destra dell'ingresso, proprio sotto il campanile.

A destra dell'abside troviamo il monumento barocco di Nicolò Gambara, sul quale si leggono due iscrizioni; la prima così recita: "Al conte Nicolò Gambara, uomo chiarissimo e per la nobiltà della famiglia e per le sue virtù e imprese, poiché nella guerra subalpina sotto gli auspici di Ferrante Francesco, marchese di Pescara, comandante generale dell'esercito di Carlo V, condusse con somma sua lode mille fanti; milite volontario in Ungheria, prestò egregiamente la sua opera al duca di Ferrara, Alfonso II, nella guerra navale della Repubblica Veneta contro i Turchi, dimostrò una singolare fedeltà e forza, risplendette in casa come nella milizia per la grande pietà e prudenza. Francesco Gambara, nipote, eresse questo monumento al benemerito zio che morì l'anno della Redenzione 1592, il 27 gennaio, qua avendo vissuto 54 anni, mesi 4 e 16 giorni".
Da alcuni documenti si apprende che Nicolò Gambara nacque probabilmente a Verolanuova nel Castel Merlino l'11 settembre 1537. Egli seguì, come il padre e il nonno, il mestiere delle armi, attività propria delle antiche famiglie feudali. Non avendo figli, designò suoi eredi i nipoti, uno dei quali gli eresse questo monumento.
La seconda iscrizione, forse più interessante della prima, è dedicata ad una giovinetta, data in sposa per procura ad un Gambara e morta prima che il marito la vedesse.
"A Maddalena Speciano Gambara, giovinetta insigne e per nobiltà e per prudenza molto superiore dell'età, che sposata ad un assente mentre affretta col desiderio le nozze terrene, da Cristo, sposo delle vergini, chiamata al talamo celeste, vergine felicemente vi salì nell'anno 14 di età, Lucrezio Gambara mestissimo sposo (questo ricordo) alla desiderata consorte nel mese di marzo dell'anno 1597".
Lucrezio Gambara, a cui fa riferimento l'iscrizione, era nipote di Nicolò Gambara in quanto figlio del fratello minore, e morì giovanissimo, all'età di 23 anni, il 28 giugno 1602, colpito dal mal sottile, ereditario nella sua famiglia. La promessa sposa, Maddalena Speciano, morì a soli 14 anni, mentre Lucrezio si trovava in Ungheria, come condottiero di armati nella guerra contro i Turchi.
Sul lato sinistro del presbiterio un paramento ligneo nasconde una muratura ad arcata realizzata per l'inserimento dell'organo, costruito dal celebre Battista Facchetti e donato alla chiesa nel 1540 dalla famiglia Gambara. La recente tamponatura è stata fatta per occultare l'ingiustificato smantellamento dell'antico strumento. La cantoria venne sistemata definitivamente nel 1625 dal noto scultore Feliciano Galluzzi.

Sempre a sinistra dell'abside, nella zona delle sagrestie, all'interno della cella del campaniletto, è evidente l'esistenza di una volta impostata su un primitivo vano quadrangolare di dimensioni più ampie e ridotto allo stato attuale per l'inserimento della scala di accesso al piano superiore. L'interno della chiesa era abbellito da una teoria di affreschi votivi e decorativi del Cinquecento, dei quali si vede ancora qua e là qualche pregevole avanzo. Durante le indagini sulla seconda campata è stato aperto un piccolo pertugio, perché, tastando la parete, si intuiva l'esistenza di uno spazio vuoto. Questo intervento ha portato alla luce un affresco attribuito ad un certo Gatti, pittore verolese, e datato 1521. Esso rappresenta S. Lucia, S. Agnese e S. Caterina. Dello stesso ciclo fa parte anche la Madonna del Campanile, di autore ignoto, che inizialmente si trovava in fondo alla chiesa, da dove fu poi tolto a causa dell'umidità e ubicato sopra un altare. Al suo posto fu collocata un'elegantissima iscrizione latina che ricorda il trasporto dell'immagine venerata; di essa si riporta la versione italiana: "Qui stava la miracolosa immagine dell'alma Vergine che vien chiamata da tutti col titolo del campanile ma fu trasportata e splende sul nitido altare il 19 aprile 1765".

Sulla seconda campata a sinistra c'è un quadro del Mainardi, che rappresenta la Madonna con in braccio il Cristo, affiancata da S. Giovanni Battista e da un altro santo; tale dipinto era probabilmente la pala dell'Altare Maggiore della Disciplina.
Il quadro dell'altare della Madonna è attribuito al Trotti e raffigura la Madonna assunta in cielo.
Dopo l'inaugurazione della Basilica di S. Lorenzo, quadri e suppellettili della Disciplina sono stati trasferiti nella nuova parrocchiale, dove sono tuttora custoditi.

La struttura muraria esterna presenta aspetti interessanti. Il fianco sud della chiesa è costituito da un fronte di sei campiture, sottolineate dalle lesene poste in corrispondenza degli interni archi diaframma della navata.
All'altezza di circa sei metri è evidente una linea di ripresa nella muratura, almeno per le prime tre campate; ciò presuppone una preesistenza diversa da quella attuale.
L'abside, databile alla fine del secolo XIV, presenta una finestratura tamponata e un disegno di cornice diversi da quelli della chiesa, testimonianza di altri tempi di esecuzione e di altre manomissioni.
La facciata, più recente di circa due secoli, è da riferirsi ad un prolungamento della chiesa stessa, sì che il torrione, un tempo isolato, risulta incorporato con un lato. I portali marmorei risalgono al Seicento. Sulla facciata, a sinistra della porta, in una piccola lapide murata, sotto un grande stemma Gambara portante il tradizionale gambero rosso, si legge:

"ADI 3 AUGUSTO FO EDIFICATA QUESTA MDIX".

La data "3 agosto 1509", da alcuni erroneamente ritenuta l'anno di fondazione, è in realtà riferibile a qualche intervento straordinario, forse il prolungamento o l'ampliamento verso mezzogiorno della chiesa stessa. Inoltre, è in netto contrasto con la data 1534, anno in cui il conte Brunoro Gambara offrì 400 ducati per il restauro: questo presupponeva condizioni di vetustà e di degrado che in 25 anni la chiesa non poteva presentare.
La torre campanaria doveva originariamente essere più bassa dell'attuale, con tre ordini di palchi in muratura a volta a crociera. Trovavasi quindi formata da quattro vani sovrapposti: il primo al piano terra, adibito a presidio e custodia, il secondo con accesso a quota alta per la manovra delle campane, il terzo per l'alloggio degli ingranaggi dell'orologio con l'unico quadrante prospettante in lato ovest, ed il superiore quarto vano come vera e propria cella campanaria.
La data (1667), riportata su uno dei vecchi mattoni dell'attuale cella campanaria superiore, indica forse il momento del sopralzo del campanile.
Col sopralzo si aggiungeva alla torre un nuovo palco in legno e la stessa veniva sopraelevata di circa cinque metri e provvista di superiore guglia.
La nuova cella serviva così ad un alloggiamento più alto delle campane, mentre la sottostante e precedente cella campanaria accoglieva gli ingranaggi di un secondo quadrante prospettante in lato nord, rivolto verso il centro del paese.
Durante il restauro del campanile, è emersa un'altra indicazione: vicino alla data "1473 DIES PASCHAE" è stata ritrovata una nicchia, protetta da un mattoncino, contenente un uovo di gallina e un dischetto di legno punteggiato a fuoco con la croce e D.P. Tale indizio potrebbe fare riferimento alla costruzione del campanile, ma di ciò non si ha certezza.
L'ultimo intervento alla torre campanaria, effettuato nel 1981-82, ha messo in luce la preesistenza della guglia, della quale rimangono soltanto alcune tracce: l'innesto della sezione quadrata con la sezione circolare mediante quattro pennacchi laterali.
Fotografie degli inizi del Novecento testimoniano l'esistenza di questa guglia.
Il campanile era dotato di cinque campane in "do", che nel 1911 vennero rifuse per la costruzione delle campane in "la" del nuovo campanile.
La chiesa era tutta circondata dal cimitero, la cui presenza è testimoniata dalla seguente iscrizione funeraria, posta sul fianco esterno della porta laterale, a settentrione; si legge: "Monumento eretto a Marco Romanelli, di mente elettissima, morto il 6 novembre 1791 non ancora compiuto il 23 anno di età, e a Carlo Romanelli suo amatissimo zio, involato ai vivi fra il dolore dei poveri il 1 gennaio 1792, nell'anno 55 di età, ambedue deposti in questo tempio, nel sepolcro dei Sandri" (il testo originale è in latino). Nell'interno sono presenti diverse tombe, alcune anonime, altre segnate con brevi iscrizioni che ricordano essere state le tombe gentilizie delle principali famiglie del paese, come i Girelli, Sandri, Spalenza, Venturi.
Anche alcune associazioni religiose, come la confraternita di S. Rocco e del Crocifisso, vi ebbero tombe particolari, segnate con brevi iscrizioni.
Sulla parete interna della porta meridionale appare la seguente iscrizione: "Stefano Martinelli / trafficante e possidente onestissimo / concorse largamente alla erezione / della cupola del tempio di Calcio sua patria / beneficiò in Brescia diversi luoghi pii / in Verolanuova fondò l'orfanotrofio / e contribuì di molto all'aumento dell'asse / dell'ospedale dove visse i suoi ultimi anni / assistito dalle benemerite suore di carità / morì il 3 luglio 1878 pieno di fede / e ricco di opere di pietà e di misericordia / la sua salma riposa nel patrio cimitero".

Sul lato di mattina e su quello di monte correva la Fossa Castello, che si congiungeva con il castello preesistente. Il lato di mattina fu ceduto dal Comune ai confinanti con una delibera del 31-5-1874 per metri quadrati 1104, divisi fra quattro frontisti, come attesta la relazione dell'ing. G. Tadini. Questo fa pensare che il complesso della Disciplina occupasse una area più vasta di quella attuale. Dalle mappe antiche emerge, infatti, che la zona del castello aveva un andamento a scacchiera, quindi è probabile che la fossa delimitasse anche altri edifici. Si potrebbe quasi pensare ad una cittadella racchiusa nella cerchia delle proprie mura, circondate dalla relativa fossa. Sul lato di tramontana esisteva la chiesetta del Suffragio, che grosso modo partiva all'altezza della torre e si estendeva per 12,85 metri con una larghezza di 7,60 metri, come risulta dalla relazione dell'ing. C. Gazetti. La chiesetta è stata abbattuta nel 1907 per lasciar posto al nuovo campanile.

La lettura di un affresco datato 1522, dipinto nella Chiesa della Disciplina, a Verolanuova, in provincia di Brescia – edificio che ai tempi quell’intervento pittorico era il principale luogo di culto della zona – rivela, indirettamente, attraverso l’impaginazione, quali fossero le maggiori e più temute cause di sofferenza o di infermità nella pianura padana, ai tempi del Rinascimento. L’opera, di una certa, rude eleganza, rinvia a moduli arcaici, ancora quattrocenteschi, sia nella delineazione delle figure che per l’impaginazione a scomparti. Arcaicità della lingua pittorica che risulta evidente nel momento in cui si considera che l’affresco di Verolanuova fu realizzato tre anni dopo la morte di Leonardo da Vinci e a due anni dalla scomparsa di Raffaello.
Ripartito come un polittico, con aree delimitate da false cornici, il dipinto non è  lontano dall’ingresso della chiesa e dovette costituire, in ambito parrocchiale, un nucleo interno specializzato, con funzioni di santuario, legato cioè al culto dei santi e alla richiesta di grazie. L’affresco presenta nella parte superiore san Girolamo, il traduttore della Bibbia dal greco al latino – che ha la funzione di orientare alla Bibbia il culto dei Santi, prevenendo atteggiamenti idolatrici dei fedeli – mentre nell’ordine inferiore, offre la vista di quattro santi, in uno spazio quadripartito irregolarmente, santi ai quali, anche attraverso iscrizioni in lingua e caratteri latini, si impetra l’intercessione divina. La differenza di spazio assegnata a Santa Caterina d’Alessandria – a fronte della mancanza di carte che provino la dedicazione del tempio a questa santa – le drammatiche immagini di operai-contadini lacerati dalle lame delle ruote, ai suoi piedi, lascerebbero intendere la necessità di aumentare l’evidenza della scelta cultuale per creare un canale più ampio di contatto.
Il dipinto di Santa Caterina d’Alessandria – impostato strutturalmente come un ex voto collettivo – rievoca parzialmente il primo tentativo di martirio. Secondo le fonti antiche, Caterina rifiutò l’apostasia della religione cristiana e venne pertanto condannata al supplizio della ruota, che si spezzò miracolosamente, come per volontà divina, sicchè i persecutori eseguirono la sentenza con la spada. Ma qui, Caterina sta sull’asse di una sorta di biga, le cui ruote sono dotate di spaventose lame di tortura. Una biga che ferisce anche due uomini, sfigurandoli, con un realismo che caratterizza la pittura bresciana e bergamasca dell’epoca, molto attenta alle fonti del vero, per quanto crudele esso sia. Caterina, leva lo sguardo a Dio, mentre il carro attraversa la campagna ormai raggelata: candido è il paesaggio lontano, con alberi brulli dalle cortecce imbrunite, solcato da un fiume azzurro, evidentemente lo Strone, il corso d’acqua di Verolanuova, che si getta più a Sud nell’Oglio.
Il pittore suggerisce anche, nell’area in cui dipinge gli alberi, uno scoscendimento che caratterizza il paesaggio locale. Nonostante Verolanuova sia in pianura, il nucleo originario sorse nei pressi del vallone, una depressione del terreno che dovette favorire non solo la difesa di Castel Merlino, lì abbarbicato, con la creazione di una profonda fossa difensiva, ma l’istallazione di laboratori artigianali e di mulini che usufruivano del moto vivido delle acque. L’altimetria di Verolanuova passa da 73 metri sul livello del mare a 53 metri, segnando pertanto un salto teorico di venti metri, ottimo da sfruttare soprattutto per la presenza naturale di una fonte d’energia primaria come l’acqua.
Santa Caterina d’Alessandria, secondo la tradizione più antica. proteggeva mugnai, tornitori, arrotini, barbieri, sarte, carradori e comunque veniva impetrata la sua intercessione da coloro i quali lavoravano utilizzando meccanismi a ruote, lame, chiodi o aghi. Ma nell’affresco di Verolanuova, il pittore sembra indicare un’estensione dell’intervento di protezione ai contadini durante i lavori di aratura e di erpicatura del terreno. Non è casuale la scelta dell’ambientazione stagionale della scena – coincidente con la festa della santa, il 25 novembre, e con le operazioni di aratura – e il fatto che i due uomini gravemente feriti dalle lame delle ruote appaiano sulla terra viva, marrone e caratterizzata dall’emersione di numerosi sassi, e non sulla zolla del prato. L’area sottoposta ad aratura occupa sia la fascia inferiore dell’affresco,  quale poggiano i due feriti, che due nastri, posti come due lati di completamento di un triangolo.



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sabato 13 giugno 2015

LA CHIESA DEL CORPUS DOMINI A BRESCIA

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La chiesa Santo Corpo di Cristo (o del Corpus Domini) si trova in Via Piamarta, poco lontano dal Monastero di Santa Giulia: è la prima chiesa al mondo dedicata esclusivamente all’Eucarestia. L’edificio, eretto nella seconda metà del Quattrocento, fa parte dell'ex-convento dei Gesuati.
Sulla facciata, assai bella e ornata da archetti in cotto e da tre pinnacoli, spicca uno splendido portale di marmo, in puro stile rinascimentale. L’architrave, sul cui centro troneggia un busto di Cristo, è sovrastata da una lunetta in pietra affrescata.
L'interno, ristrutturato nel Seicento, si presenta a navata unica, con tre cappelle laterali. Fra le opere d’arte che la chiesa conserva, si ricordano gli affreschi di Benedetto Marone e – ai lati del presbiterio - i quattro affreschi attribuibili a Paolo da Caylina il Vecchio o a Gerolamo da Brescia: Madonna col Bambino tra San Rocco e San Cristoforo; San Gerolamo genuflesso nel deserto; Vergine seduta col Cristo morto in grembo; Vergine col Bambino e San Pietro. Notevole la volta a stella, da poco restaurata, che comprende un ciclo di affreschi con i dodici apostoli.
Pregevoli sono i tre chiostri di epoca rinascimentale: uno di questi presenta l’atrio decorato da Pietro Marone, e il refettorio impreziosito da due affreschi del Romanino.

Affrontata l'erta salita e varcata la soglia si è avvinti da muto e ammirato stupore, avvolti da una festa di figure e colori che si dispiegano dalle pareti al soffitto. Si percepisce all' istante di trovarsi di fronte a un ciclo pittorico di notevole vastità, un vero compendio di teologia popolare sul modello delle note biblia pauperum del Medioevo, un unicum giustamente definito come la Cappella Sistina di Brescia: in effetti la volumetria dell'interno, il contro soffitto a costoloni con le pareti completamente affrescate e il motivo dominante del Giudizio Universale sull' arco trionfale fanno rimandare al più celebre capolavoro michelangiolesco.

La chiesa e il relativo convento vennero costruiti a ridosso del Teatro Romano in pieno centro antico sull'area di due preesistenti edifici sacri ancora in sito nel XV secolo: la Chiesa di S. Pietro in Ripa, dove abitarono i monaci di S. Agostino e più tardi le canonichesse dello stesso Ordine; e la cappella di S. Bartolomeo con probabili tracce negli scantinati sotto il cortile.

Non conosciamo la data esatta dell' inizio dei lavori di costruzione, però è possibile fissarla ufficialmente dal 1467, anno di apertura del cantiere, fino al 1473 data della morte del conte Antonio Martinengo.

Dall' Archivio Segreto Vaticano risulta questa testimonianza: "Il monasterio di Noi PP. Gesuati di ST. Girolamo di Bressia situato dentro alle muraglie et cinto d' essa chiesa, fu fondato l' anno della comune salute 1467 il mese di novembre".

Orientata in senso nord-sud (contrariamente al tradizionale est - ovest) ha richiesto lo scavo di alcuni metri nella collina per fare posto all' abside, situata due metri sotto il livello del terreno. La conformazione del luogo non consigliava il tradizionale orientamento est-ovest, lo esigevano pure ragioni di prospettiva con la direttrice di via Piamarta - via Veronica Gambara.

Resta ancora sconosciuto il nome dei mastri-costruttori dell' edificio. Sappiamo che negli anni 1460-78 erano operanti nelle vicinanze Filippo delle Vacche e Giovanni del Formaggio per l' incarico ricevuto dall' ultima badessa a vita Elena Masperoni di costruire un coro per le Monache in S. Giulia.

E' questa una struttura di sicuro linguaggio rinascimentale nei tre archi romani (con citazione dall' Alberti del S. Andrea di Mantova ) una grande novità per quel tempo "tra le più rivoluzionarie manifestazioni della architettura lombarda in quegli anni" (A. Peroni). Nel 1483 Filippo collaborò tra l' altro alla trasformazione del trecentesco monastero di San Francesco con Antonio Zurlengo. Un altro importante mastro, Bernardino da Martinengo ( 1440-1504), viene citato per la chiesa del Carmine, il coro del Duomo Vecchio e Santa Maria degli Angeli di Gardone val Trompia.

Non è necessario cercare tra i nomi più conosciuti del tempo in quanto i Gesuati erano esperti in arti e mestieri, (famosa la vetreria a Firenze su disegni del Perugino) e quindi anche nella muratura, per cui possiamo pensare che abbiano fatto tutto "in casa" nella progettazione-costruzione dell' edificio.

In effetti San Cristo risente degli influssi del momento ponendosi tra gotico e rinascimento, come tanti edifici bresciani della fine del '400, in questo clima di fervore costruttivo agevolato dalla Serenissima, intenzionata a rimodernare la città con edifici in pietra dopo il lungo periodo di guerre con i Visconti seguite da carestie e pestilenze.

La presenza dei primi vescovi veneti Pietro del Monte, Bartolomeo Malipiero e soprattutto Domenico de Dominici (…- 1478) legato alla cultura di papa Eugenio IV, del card. Antonio Correr e di Ludovico Barbo porta una ventata di rinnovamento religioso. Le predicazioni di autorevoli esponenti di ordini religiosi da S. Bernardino al Savonarola al Capestrano spingono la popolazione e in particolare la nobiltà in una gara di generosità tale che a un certo punto la Serenissima si mostra preoccupata per lo spazio sempre meno disponibile per le attività produttive dentro le mura cittadine.

Più tardi sotto il papato di Alessandro VI Borgia e la presenza dei vescovi nepotisti Lorenzo Zane e quella lunghissima del nipote (o figlio naturale) Paolo dal 1481 al 1531 vi è un totale abbandono del governo diocesano, il cui merito è quello di lasciare campo libero ai vicari, agli ordini, alle confraternite e alle autorità civili di attuare una riforma dei costumi e della religiosità chiamata anche riforma pretridentina bresciana.

La facciata in stile lombardo a capanna è in cotto con rosone di botticino alternato al grigio sarnico e termina con tre pinnacoli in laterizio. Sotto lo spiovente corre una splendente cornice di archetti trilobati in maiolica smaltata verde e gialla, provenienti dalle fornaci Martinengo di Orzinuovi, uguali a quelli del chiostro grande del convento olivetano di Rodengo Saiano, di S. Agata e del Carmine. Secondo il Morassi (1939) la facciata doveva essere interamente intonacata e dipinta.

Al centro di un' alta zoccolatura di marmo botticino, recuperato in parte dal sottostante Foro Romano (vedasi in particolare le formelle esagonali del lato destro un tempo sul soffitto della cella centrale del Tempio Capitolino) si apre un portale dalle forme chiaramente rinascimentali con ricche candelabre uguali a quelle della chiesa del Carmine e di S. Maria delle Grazie, nello stile dei Rodari di Lugano (Morassi), lapicidi della valle di Intelvi, patria dell' Antelami e operanti sui portali del duomo di Como.

Si consideri che nello stesso tempo era aperto il grande cantiere della Loggia e di S. Maria dei Miracoli dove l' apparato decorativo è opera di artigiani di Porlezza, Gaspare da Coirano e Tamagnino, citati anche per la parte scultorea del Mausoleo Martinengo.

I pilastri laterali raffigurano scolpite due candelabre con la base a sostegno di tre livelli di putti musicanti l' ultimo dei quali regge un cartiglio con il sole a dodici raggi, il simbolo JHS di San Bernardino da Siena. Lo stesso motivo in altorilievo si trova ripetuto sulla porta pedonale vicina al passo carraio.

Il pilastro termina nel capitello composito con due delfini che si abbeverano alla sorgente della fontana, augurio di salvezza e di guarigione. Il delfino è associato al culto di Apollo Apotropaeos, colui che scaccia il male, nel santuario di Delfi per l' appunto.

L' architrave soprastante, spezzatasi durante i lavori di impostazione, è riccamente scolpita e vede al centro un Cristo che emerge dal sepolcro, imago pietatis di origine bizantina copiato dalla Sindone, e ben sintetizza il senso del cristianesimo dove Gesù è morto come uomo ma vive in quanto Dio.

In quanto uomo egli è sposo dell' umanità, per cui la sua presenza qui ha il significato di unire idealmente le due famiglie Martinengo e Colleoni presenti nello stemma dell' aquila e del fiocco, due casate congiunte sempre più strettamente dalla politica matrimoniale: basti pensare alle tre figlie del Colleoni, avute dal matrimonio con Tisbe Martinengo, andate spose ad altrettanti Martinengo. Il tutto è accompagnato da coppie di angeli a quattro o a sei ali (cherubini o serafini) a significare la presenza benedicente di Dio e da altrettante cornucopie traboccanti frutti in auspicio di prosperità e abbondanza.

Il portale è sormontato da un timpano triangolare sostenuto da due teste di leoncini in pietra bianca: accoglie all' interno due affreschi sovrapposti che danno colore alla facciata.

Quello in basso, delimitato da una cornice arcuata a dentelli marmorei, rappresenta Due angeli adoranti l' Ostia esposta in ostensorio a torre, affresco della mano di Paolo da Caylina il Vecchio o Paolo da Brescia, pittore presente anche all' interno.

Il soprastante assai più grande è a mala pena leggibile:

Ormai dilavato, lascia percepire una ANNUNCIAZIONE sullo sfondo di una bifora (in realtà sono tre bifore) aperta sul paesaggio.

Non si fa menzione di questa opera nella letteratura antica perché molto degradata. La corretta individuazione spetta alla dott. Lucchesi Ragni (1980) la quale, basandosi su un disegno conservato all'Accademia Carrara di Bergamo, ascritto con ogni sicurezza al nostro Moretto dal Ragghianti (1962), lo dice opera del grande bresciano.

Che si tratti di un disegno giovanile si rileva dalla incertezza anatomica del braccio sinistro dell' angelo Gabriele, ancora dalla bifora aperta sul paesaggio di gusto bramantesco e alla destra la figura di Maria inginocchiata nel tradizionale raccoglimento: l'intervento dovrebbe collocarsi nel 1530 come l' Annunciazione della Pinacoteca Tosio Martinengo, stilisticamente affine.

Il tutto è stato ripulito nei restauri del 1981 di Pierpaolo Cristiani, Alberto Fontanini e Luisa Marchetti. Ancora nel 2000 è stato rivisto dall' ENAIP. Malgrado ciò risulta difficile individuare le due bifore laterali ben delineate nel disegno e la figura dell'angelo e della Madonna, ormai ridotte a una ombra di colore.

Negli anni 1970 l' affresco fu riparato da un vetro che avrebbe dovuto salvarlo dalle intemperie, in realtà ha causato la condensa dell' umidità con conseguenze irreparabili. Quando si tolse la protezione il danno si rivelò ormai irreversibile.
Il campanile è costruito nella parte inferiore con medolo, pietra del posto zona Castello, e completato nella parte più alta nel XVI secolo in cotto. La parte terminale era a cuspide piramidale come si vede nelle mappe antiche, ora si presenta nella forma squadrata della torre con cella campanaria. Il motivo decorativo delle mensole è un cordiglione in cotto che percorre gli spigoli della cella e degli archi, come appare a Rodengo o all' Annunziata di Rovato.

L'interno ad aula unica come tante chiese lombarde presenta il coro ad una campata quadrata e crociera a costoloni leggermente acuti. L'abside è munita di catino a cinque spicchi tardo gotici e si collega alla navata con un grandioso arco trionfale ogivale.

La novità sta nella volta della navata attraversata da una fitta rete di costoloni cordonati che, partendo da sei peducci per lato s'intersecano a più riprese sullo sfondo di una volta a tutto sesto, creando degli archi acuti e spazi a losanghe destinati ad essere affrescati nel 1560 da fra Benedetto. E' da sottolineare la stranezza di come un elemento gotico, il costolone cordonato, viene innestato tardivamente ( siamo verso il 1560 ) su una struttura che di gotico, nel senso corrente della regione lombardo - veneta, non ha mai avuto: "nel S. Cristo si concentra il momento critico dell'architettura quattrocentesca, che può spiegare la coesistenza di certi precoci raggiungimenti e di fenomeni ritardatari".

I costoloni partono dai sei peducci poggianti su capitelli delle pareti laterali e si intrecciano sotto la volta formando una trama di rombi decorati che nelle loro intersezioni sono forniti di medaglioni in terracotta colorata raffiguranti tre diversi temi eucaristici.

I medaglioni che corrono a ovest raffigurano il calice con l' ostia, quelli della fila centrale il volto di Cristo, infine quelli a est il trigramma JHS.

Questo simbolo JHS - Jesus Hominum Salvator - viene ripreso in grandioso affresco al centro della volta a caratteri cubitali in caldo colore dorato e viene associato al segno della croce e della colomba dello Spirito Santo tra una corona di nubi e angioletti in una visione celestiale: dalla tonalità giallo oro della zona centrale passa al rosa intenso, sfumando in una cerchia di nubi azzurre dalle quali spuntano i volti degli angioletti. L' emblema acquista ancor più risalto in virtù della collocazione privilegiata isolata all' incrocio dei costoloni di mezzo, inquadrato da quattro losanghe decorate con semplici motivi fitomorfi a monocromo di tonalità grigia che contribuisce a dare più splendore al motivo centrale.

Il contro soffitto spiega come all' origine la chiesa avesse il tetto a capriate analogamente alle coeve della Mitria di Nave e S. Maria degli Angeli a Gardone val Trompia…L' intervento di fra Benedetto da Marone modificherà la struttura in vista del vasto ciclo pittorico che si apprestava a realizzare. Dopo il Concilio di Trento con le nuove norme sulla pittura sacra il frate farà coprire le travi da un contro soffitto in vista del suo progetto iconografico: dodici losanghe per gli apostoli e Cristo in un Giudizio Universale, secondo l' originale modello michelangiolesco.

La zona dell' endonartece presenta la struttura nello nuovo stile rinascimentale evidente nel portale: sono due colonne formanti tre archi a tutto sesto che reggono la cantoria e l' organo, e racchiudono un portico-interno vicino all' ingresso - una specie di vestibolo - decorato di pregevoli affreschi narranti l' infanzia di Gesù.

Per quanto riguarda gli accessi erano previste due porte nel presbiterio, per il campanile e per la sacrestia, mentre nella navata oltre al portale di ingresso c' era la porta laterale vicina all' arco trionfale con la speculare dell' opposta parete, ora murata. Quella laterale di fondo è una aggiunta del periodo del Seminario e è attualmente la più utilizzata.

Alla consacrazione del 1501 la chiesa doveva essere affrescata almeno nella parte absidale, dove si svolge la sacra liturgia. Qualche lacerto di questa originaria decorazione è rimasto sulla sommità dell'arco trionfale che lascia intravedere un JHS a caratteri gotici sotto i tratti del Giudizio Universale, come pure sotto la finestra di destra dove i restauri hanno fatto riapparire un S. Sebastiano.

A questo periodo risalgono i quattro affreschi di scuola foppesca alla base dell' arco trionfale riscoperti e restaurati dal Volpi nel 1883 su iniziativa del rettore del Seminario mons. Pietro Capretti, quindi di nuovo ripuliti dall'ENAIP di Botticino nel 1980 e il 26 aprile 1999.

A destra all'interno di una elaborata cornice si può ammirare una Madonna in trono con bambino fra i Santi Rocco e Cristoforo, opera ormai certa di Paolo da Caylina il Vecchio, detto anche Paolo da Brescia, cognato di Vincenzo Foppa e con lui attivo intorno al 1458 data del polittico di Mortara.

La scelta di questi due santi si giustifica con la presenza del grave flagello della peste per la quale S. Rocco era pregato come protettore, e dei rischi legati ai viaggi in momenti di disordine e di lotte per cui veniva invocato S. Cristoforo, qui rappresentato nel guado del fiume mentre traghetta Gesù bambino.

L'attribuzione al Caylina è sicura da quando è venuta alla luce una serie di ex-voto nella Cappella della Vergine in San Giovanni Evangelista, dove una Madonna col bambino reca in evidenza sul basamento del trono la data 1486 e la scritta OPUS PAULI PICTO… (RIS).

Tra le due Madonne esistono singolari rispondenze, come la coincidenza dei volti inespressivi delle Vergini, degli angioletti che reggono festoni e strumenti musicali: infine la figura del Bambino in grembo alla madre presenta analogia con quella del polittico di San Nazaro e Celso, già assegnato al Caylina. E' notevole in questo affresco accanto alla impostazione prospettica di influenza padovana la ricerca del plasticismo e dello sfumato, come ben si vede nella ombreggiatura del piede e del tappeto.

Più sotto davanti a un deserto roccioso S. Girolamo penitente con il fedele leone siede davanti alla Croce posta al centro sullo sfondo di un paesaggio lacustre: si batte il petto con un sasso mentre la mano sinistra regge un cilicio di pietre: per terra l' anacronistico galero cardinalizio lo qualifica come dottore.

A destra del Crocifisso un Vescovo col nimbo della beatitudine (non è ancora santo!) prega inginocchiato nella bianca divisa sotto un mantello camelino. L'iscrizione soprastante b JOHANNES TUSS… rimanda al beato Giovanni Tavelli da Tossignano vescovo di Ferrara, qui ricordato perchè redattore della Regola dei Gesuati, per la quale da movimento laicale sono diventati giuridicamente Congregazione riconosciuta dal Papa.

Questa armonica composizione di solito attribuita al Ferramola si avvicina allo stile del contemporaneo Paolo da Caylina il Giovane per il moderato influsso del Foppa e alcuni tratti nordici nella durezza e incisività del segno. La luce e il colore invece si ispirano ai modelli veneti presenti nel Romanino o nel Moretto in una atmosfera di sfumato.

Se così è, non può essere datata come le altre al 1490, ma certamente oltre il 1510, data d' inizio della collaborazione di Paolo con lo zio Vincenzo Foppa nella cappella Averoldi del Carmine (1509). A questo riguardo può essere utile il confronto con gli Episodi di S. Antonio abate della chiesa di Bormio, in particolare all' incontro di S. Antonio con Paolo eremita in un paesaggio simile al nostro datato 1532-33 che per il cromatismo rimanda agli affreschi di S. Giulia. Il richiamo si riferisce soprattutto alla montagna e al paesaggio che fanno da sfondo agli eremiti, come nel S. Girolamo di S. Cristo.

Merita in ogni caso considerare l' analogia del modello lacustre qui presente con il paesaggio ai piedi del Polittico di S. Nicola da Tolentino con i SS. Rocco e Sebastiano e la pietà della Pinacoteca Tosio-Martinengo di Vincenzo Civerchio. Questo particolare denota influssi leonardeschi riscontrabili nello sfumato del golfo che ha lo stesso arco di apertura sullo sfondo di un monte a punta. Si notano pure le barche e tetti delle case che nel Polittico sono più "italiani ".

Sulla sinistra dell' arco è rappresentato un compianto o una lamentazione, una Madonna con Cristo deposto.

La figura di sinistra con il coltello ben in vista è l'apostolo S. Bartolomeo, presenza fuori contesto a ricordo della omonima cappella, patrono degli scuoiatori ma nel nostro caso meglio dei malati di peste.

A destra è un santo indicato più sotto come B. JOHANNES …(indecifrabile in passato letto come Giovanni Pietro da Cemmo, pittore camuno a cui fu erroneamente attribuito dal Morassi nel catalogo, Roma 1939) da riferirsi ormai con certezza al beato Giovanni Colombini, iniziatore del movimento gesuata rappresentato a mani giunte con il nimbo della beatitudine (non ancora l' aureola della santità) l' abito bianco e il mantello camelino secondo la prescrizione del Papa. Poiché di solito viene rappresentato senza barba, si è fatto il nome del beato Antonio Bettini vescovo di Foligno, altra figura basilare della spiritualità gesuata, non certo comunque da paragonare al fondatore che qui non mostra alcun segno episcopale.

La Vergine in trono, inserita entro un arco sormontato da una Annunciazione in monocromo ( o in sinopia), tiene sulle ginocchia il Cristo morto nell'atteggiamento della Pietà impostata secondo lo schema iconografico nordico del "Vesperbild", vicina nei tratti al cosiddetto maestro di Nave nella Pieve della Mitria (F. Frisoni).

L' opera è da attribuire al carmelitano fra Girolamo da Brescia: attivo fino al 1520 e discepolo del confratello fra Giovanni Maria da Brescia. Ad elementi tipicamente foppeschi unisce altri derivati dal toscano Andrea del Castagno come nelle fasce bianche-grigie dell' arco e da evidenti influssi tedeschi nei tratti spigolosi dei volti: in particolare quello di Maria è impietrito in una maschera di dolore, accentuato dal primo piano del manto grigio scolpito nelle pieghe sulle ginocchia.

Un accorgimento interessante è il sotto-in-su che mostra il soffitto a cassettoni dorati: in questa prospettiva la Vergine presa dal basso siede su un trono dall' alto schienale a tre ripiani esaltato da un conchiglia con croce. Questo espediente conferisce più spettacolarità alla cappella, esaltata inoltre dal timpano triangolare e dalle statue dell' Annunciazione.

Un particolare che colpisce è la singolare conformazione della mascella fortemente allungata del Cristo, ma anche degli altri, dal taglio netto e incisivo che induce a pensare a influssi nordici.

Chiude la serie dei quattro affreschi l' Adorazione del Bambino, pesantemente restaurato nella parte superiore ora occupata da un angelo pasticciato con squarci di vuoto, il cui stile è accostabile alla cultura di Paolo da Caylina il Vecchio.

Alle figure di Maria e Giuseppe unisce a sinistra, fuori della scena centrale, l'immagine dell' apostolo Pietro in veste di pellegrino, qui rappresentato a ricordo dell'omonimo convento di S. Pietro in Ripa, al tempo ancora presente come oratorio nell'ortaglia. Appena sopra la testa del Bambinello sono percettibile due corna, quelle del bue, ma lo spazio esiste anche per l' asinello occultato.

La raffigurazione presenta analogie evidenti con quella dell'abside della Mitria di Nave, ancora legata a modelli tardo gotici come il particolare della cesta del bambino e dei volti simili di San Giuseppe e di San Pietro. Il pittore cura in particolare il volto di Maria che appare adorante nella velatura, oggetto degli sguardi instancabili del Bambino giacente nella culla di vimini.

Un confronto illuminante può essere fatto con il medesimo soggetto nel Santuario di S. Maria delle Grazie attribuito alla bottega del Foppa.

I quattro affreschi sono espressione della pietà cristocentrica dei Gesuati: due presentano Gesù Bambino, altri due il Gesù sofferente . Maria appare in tutte le scene, salvo quella con il paesaggio lacustre. Gli altri personaggi fanno parte delle nascita dell' Ordine come il beato Colombini, il beato Tavelli o al suo protettore S. Gerolamo.

Dal punto di vista stilistico, fatta esclusione della Adorazione del Bambino, gli altri mostrano chiaramente i segni della nuova pittura rinascimentale. L' uso della tecnica della prospettiva è immediatamente lampante nelle architetture che fanno da cornice ai troni delle due Madonne poste in bella simmetria sulle spalle dell' arco trionfale. Il plasticismo è notevole nelle pieghe del manto della Vergine della Pietà come scolpito nella pietra: una maschera di dolore è il volto di Maria, accentuato dal disegno tagliente di gusto nordico mentre regge in grembo il figlio irrigidito nella morte. Nell' altra Madonna la ricerca dello sfumato è visibile chiaramente nelle ombreggiature del tappeto e del piede del San Rocco.

L' affresco più notevole resta quello col paesaggio (vedere pure il Civerchio, tavola di S. Nicola da Tolentino della Pinacoteca) per certe sfumature attribuito in passato dalle guide locali a Vincenzo Foppa. Esso è fuori di ogni schema architettonico: la profondità viene data dal profilo delle montagne sull' orizzonte, mentre al centro è un gradevolissimo lago solcato da navi, e sulle rive si vedono castelli medievali languedoc dagli spioventi azzurri. Tutto è avvolto in una sfumata atmosfera non priva di vivaci tonalità e gradevoli contrasti in una ambientazione devota proveniente dalla presenza della Croce.

In primo piano stanno le tre figure-base della spiritualità, cioè San Gerolamo - la croce - il beato Tavelli da Tossignano, simboli fondamentali nella spiritualità dell' Ordine. I Gesuati, come erano popolarmente chiamati, portavano anche la denominazione ufficiale di Chierici di San Gerolamo.

Essi avevano scelto come loro protettore questo santo anacoreta in Betlemme e autore della Volgata, la versione latina della Bibbia. Ciò spiega la ricorrenza della sua figura sia nelle rappresentazione che nelle citazioni. In S. Cristo egli è presente pure sull' arco della parete ovest dove era il Mausoleo insieme ad altri santi, sempre accompagnato dal leone, e ancora nella dedica della cappella interna col titolo di ORATORIUM. S HIERONYMI incisi nel portale marmoreo, sull' ingresso della sagrestia.

Quando nel 1565 fra Benedetto prende in mano il rifacimento dell' interno e fa ricoprire il soffitto di costoloni cordonati in vista del nuovo ciclo pittorico, salva questi affreschi del Quattrocento in considerazione della loro alta qualità pittorica, ma soprattutto della presenza delle figure basilari dell' Ordine, vale a dire del fondatore beato Giovanni Colombini e del beato Giovanni Tavelli da Tossignano, autore delle Regole.

Nella zona presbiterale c' era una finestra dietro l' altare, presto chiusa per far posto alla tavola del Romanino: il suo tracciato è ancora oggi visibile sulla parete esterna.

Nel catino dell' abside a destra della Crocifissione è emersa dai restauri una testa, probabilmente di S. Giovanni ai piedi della Croce. Sicuramente essa si accompagnava ad altre pitture.

L' arco trionfale aveva un JHS in stile gotico visibile anche adesso sulla punta della ogiva, mentre le zone laterali erano occupate dai quattro affreschi di scuola foppesca che danno tuttora splendore all' interno.

Le note del tempo parlano della presenza di tre altari: escludendo il principale, gli altri due non potevano che essere addossati alla parete di destra. Uno di questi era quello dedicato a S. Agostino e alla Madonna facente parte del legato de' Brendulis di Vicenza che prevedeva la tomba dell' offerente oltre la celebrazione di S. Messe Perpetue per la sua anima.

All' inizio della parete orientale è emerso con gli ultimi restauri un affresco di S. Sebastiano, picchettato e di modesta fattura, a lato di un Crocifisso sostenuto da Dio Padre, ora tagliato dalla finestra. Nella parte inferiore poi è ricoperto da un affresco cinquecentesco di S. Cristoforo e S. Rocco ai lati di una croce, ora mutilato nella zona alta dalla stessa finestra. Sulla destra è la traccia di una porta murata che conduceva nella legnaia del convento.

La presenza del santo trafitto dalle frecce si spiega con il flagello della peste, lo stesso vale per il S. Rocco dichiarato protettore ufficiale dall' autorità comunale. Proprio del 1478 è la famosa peste dello zucchetto o del mazzucco con febbri lancinanti e terribili mal di testa che portavano alla morte in pochi giorni, tanto che in undici mesi fece 30.000 vittime nella sola città di Brescia. Per le sue caratteristiche alcuni studiosi dubitano che si tratti di vera peste, comunque essa fu seguita da altre nel 1481 e da quella del 1484 detta di perusia o di Perugia piuttosto virulenta al punto di costringere a chiudere le scuole e regolamentare severamente la prostituzione. Davanti a tale emergenza il Comune fu costretto ad aprire il Lazzaretto di S. Bartolomeo, bandire le processioni ed erigere una chiesa a S. Rocco per domandarne la protezione.

Con ogni probabilità il S. Sebastiano e le eventuali figure vicine furono ricoperti perché ritenuti superflui o di fattura mediocre quando venne realizzata la Madonna in trono con i Santi Rocco e Cristoforo di Paolo da Caylina il Vecchio.

Nella parete opposta è ancora visibile un esile S. Gerolamo picchettato davanti ad una croce ormai scomparsa. Anche qui le immagini votive dovevano continuare fino al monumento Martinengo, tanto è vero che sotto il pulpito è riapparso l' affresco di una finta architettura, un pilastro con capitello e trabeazione, probabile cornice di altre devozioni.

Nella seconda metà del Cinquecento la pratica dei tabelloni votivi viene abbandonata e sostituita dai cicli pittorici, per cui molti di questi affreschi votivi sono stati occultati o distrutti anche in conseguenza delle disposizioni tridentine. Nelle visite pastorali del vescovo mons. Bollani e di S. Carlo sono numerose le disposizioni tendenti a regolarizzare la devozione della cosiddetta "religiosità popolare".

Nella parte alta delle pareti sotto le capriate quattro oculi per parte servivano a dare luce alla grande navata insieme al rosone della facciata. La fascia dell' endonartece occupata dai Padri della Chiesa era affrescata in precedenza don finte architetture di cui è ancora visibile traccia nell' angolo orientale.

Certamente era una chiesa dagli inizi umili, destinata ad abbellirsi con il concorso del popolo e della classe nobile, ma soprattutto ad essere radicalmente trasformata per l' iniziativa di un ardimentoso affreschista, al quale oggi va la nostra ammirazione per il progetto grandioso di grande valenza teologica, grazie al quale possiamo dire di possedere in Brescia una Cappella Sistina.

Secondo la tradizione furono inserite nel 1640 da Pier Maria Bagnadore (Orzinuovi 1545/50 - dopo 1620), pittore manierista influenzato dal Moretto, giudicato povero di inventiva, ma abile nel mestiere e sapiente nell'uso del colore e della luce. E' ritenuto più grande come architetto. Insieme al Gambara venne a contatto delle tendenze del manierismo romano tramite le incisioni di un altro bresciano operante a Roma, il Muziano. Gli antichi lo lodarono per " lo squisito disegno sobrio, giudizioso e preciso, gli scorci mirabilmente variati e la grande morbidezza nelle carnagioni e nei panni".

Premesso che già esistevano in chiesa due altari laterali addossati con ogni probabilità alla parete di destra essendo l' altra occupata dal Mausoleo, si trattava di dare sistemazione più ordinata all' interno. Dopo il Concilio di Trento l' afflusso di vocazioni sacerdotali tra le file del laicale Ordine dei Gesuati, ma pure l' aumento della richiesta di celebrazioni di S. Messe Perpetue e altri oneri religiosi spinse alla decisione di aumentare gli altari per soddisfare le numerose domande e nel contempo fare più spazio e ordine nella chiesa, come veniva anche richiesto dalle visite apostoliche vescovili. L' incarico viene affidato al Bagnadore che apre tre grandi archi accesso a rispettive cappelle e altari.

La centrale viene esaltata da cupola e comunica con due porte alle vicine, illuminate da uguali finestre termali romane nella parete di fondo. Il vano è a pianta quadrata, gli angoli sostengono archi a tutto sesto coronati da un tamburo sul quale insiste la cupola a calotta; la luce entra dall'alto per una lanterna cilindrica allungata alla cui sommità spiccava la colomba dorata dello Spirito Santo (tolta dopo il restauro in quanto già presente sulla sommità dell' altare ligneo). Le strutture a cerchio della cupola si restringono nel cannocchiale della lanterna e, allontanando il punto di fuga, creano l'illusione prospettica di superare l' altezza della volta interna.

L'altare ha ripreso l' aspetto antico con la tela raffigurante la Natività (restituita dal seminario a restauro ultimato) inserita in un imponente soasa di legno intarsiato con madreperla; alle pareti laterali due cornici di stucco accolgono le tele a tempera grassa raffiguranti la Circoncisione e la Adorazione dei Magi, restaurate in precedenza dalla ditta Seccamani.

In alto l' intradosso della cupola mostra gli affreschi dei Profeti nei medaglioni e Sibille alle finestre: richiamano nello stile della composizione e nel colore la cappella del Crocifisso del Foppa in S. Maria del Carmine. I quattro Evangelisti dei pennacchi ormai ridotti a larve completano la decorazione di questa cappella dedicata alla contemplazione del mistero di Gesù Bambino, come bene si addice alla spiritualità d' impronta francescana dei Gesuati.

Certamente in passato si presentava in altro splendore con gli affreschi dai vivi colori sottolineati dalle dorature luccicanti. Più tardi anche il pavimento ospiterà le tre lastre tombali del pavimento, di cui le estreme sono dedicate ai membri uomini e donne della Confraternita.

In considerazione della dedica alla Nascita di Gesù ogni anno a Natale viene proposta in questo contesto una mostra annuale dei presepi missionari provenienti o legati alle culture di tutto il mondo.

La cappella di sinistra o terza è dedicata alla Passione di Cristo, come si deduce da una Crocifissione al centro del soffitto, risultata di epoca ottocentesca, da un affresco con Gesù deriso dai soldati e dal gemello a sinistra ormai strappato. Si presenta ora con un altare intarsiato con madreperla, sormontato da due colonne tortili che reggono un arco spezzato che fa da contesto alla Grotta di Lourdes.

Il restauro dell'estate 2000 ha rimesso in evidenza le quadrature seicentesche alla maniera del Sandrini, grande esperto in materia e morto durante la peste manzoniana. E' datata 1678 quindi dopo la morte del maestro: pertanto viene riferita a un allievo della scuola, probabilmente Pietro Antonio Sorisene, quadraturista di giochi prospettici e decorativi in ampi spazi, qui impediti dalla esiguità della superficie. L'affresco di sinistra è stato strappato, le tre porte sottostanti erano l' accesso ai confessionali dei seminaristi.

Un terzo altare di legno stava nella cappella di destra o prima cappella . Al suo posto c' è ora un sarcofago-reliquario, recuperato da sotto l'altare della cappella di centro: spostato al centro del presbiterio come altare rivolto al popolo durante la riforma liturgica del Vaticano II ha trovato qui la sede definitiva. Porta inciso i nomi dei tre martiri Giovanni, Paolo e Saturnino :

HIC.SS.MART - IOANNIS.PAULI.SATURINIQ. - OSSA QUIESCUNT.

Sopra vi è appoggiata una statua lignea di San Francesco Saverio, grande missionario gesuita e patrono universale delle Missioni e in particolare dei Missionari Saveriani, che occupa il vuoto della parete di fondo di questa cappella ormai privata delle sue tele: la scultura è dono dell' ing. Antonio Lechi dei conti di Montirone collaboratore nei restauri del convento insieme all' arch. Montini negli anni 1960, che si avvalse anche del contributo dei pittori e restauratori Grassi e Caprioli di Pudiano - Gerolanuova.

L' affresco della volta è un oculo con balaustra prospettica che mostra S. Antonio in gloria tra gli angeli, ai lati di due balconate ornate di fiori e putti secondo il gusto del Veronese. Anche questa cappella porta la data 1678 e come la precedente è attribuita al Bagnadore nella architettura, mentre per la parte pittorica abbiamo una nota del 1886 che recita: " Il Chimeri decorò con molta grazia il coro e le cappelle in una delle quali intorno ad una cupoletta dipinse a chiaro scuro un coro di angioletti in molte misure atteggiati", una probabile allusione agli angeli della balaustre del S. Antonio.

Storicamente stando a quanto riferisce la guida del Brognoli (1826) nella prima cappella c'è un S. Antonio da Padova di Bernardino Bono (allude alla tela ancora presente presso i Missionari ); in quella di centro restano le tre tele dell'infanzia; nella terza cappella, sembra di capire, si trova sull'altare una Immacolata Concezione di Agostino Saloni, ai lati un S. Francesco di Assisi di Francesco Paglia e S. Pietro di Alcantara di Pompeo Ghitti, che dovrebbero corrispondere a quelle presenti in Seminario. Il Morassi del 1939 parla invece di un Cristo deposto di autore bresciano mediocre, a destra il S. Antonio da Padova di scuola dei Procaccini e a sinistra il S. Francesco.

Per quanto riguarda l' origine delle cappelle è assai probabile che il Bagnadore abbia curato l'architettura di tutte e tre, completando quella di centro dedicata all'infanzia di Gesù con tele in suo possesso. Sembra ormai assodato che nel cammino artistico del pittore queste tempere grasse non possono essere collocate dopo il 1580. In particolare la più bella, la Natività, rimanda ad elementi della pittura emiliana del Correggio , come si può notare nello scorcio del sotto in su dei volti e soprattutto nella ricerca luministica incentrata sul bambino nella culla e sugli angeli nel cielo.

Delle due tele laterali sono di buona fattura quella della Visita dei Re Magi nelle variopinte vesti orientali con il motivo della stella alla maniera del Savoldo. che compensano appena la figura di Maria e la testa di Giuseppe in posizione umile, ma pure contorta. La composizione della Circoncisione dipinta secondo i canoni del Bramantino denota più staticità nelle figure degli inservienti copiate da modelli precedenti.

Notiamo al riguardo come nel '500 sia invalsa l' abitudine di stampare e diffondere i disegni delle opere dei grandi della pittura come Michelangelo, Raffaello… ad uso dei manieristi. Famose sono rimaste le riproduzioni del Raimondi, e tra i bresciani Girolamo Muziano, attivo presso la corte pontificia. Questo allo scopo evidente di lavorare più in fretta e bene.

Per l'architettura c'è in Brescia un altro esempio del Bagnadore che ripete gli stessi schemi della cappella centrale di S. Cristo: si tratta dell'oratorio di S. Maria del Lino in piazza del Mercato innalzato nel 1608. Ritroviamo qui la base quadrata con arco romano coronata di cornicione e sormontato dalla calotta; la luce che penetra dalle brevi finestre della lanterna si irradia verso la base in una atmosfera mistica, che stende penombre sulle tele illustranti il mistero dell'Incarnazione.



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