Visualizzazione post con etichetta san giorgio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta san giorgio. Mostra tutti i post

sabato 14 novembre 2015

SAN GIORGIO DI LOMELLINA



San Giorgio di Lomellina è un comune situato al centro della Lomellina, nella pianura presso il torrente Arbogna, affluente dell'Agogna.

Simbolo del paese è il campanile della chiesa parrocchiale, completato nel 1767, visibile a diversi chilometri di distanza grazie ai suoi 76 metri di altezza.

L’abitato ha origini antiche: esisteva infatti già in epoca romana, come provano le tombe rinvenute nel centro del paese, che lo storico Francesco Pezza ritenne d’età tarda, comunque non posteriori al IV secolo.
Per quanto riguarda il toponimo, c’è chi pensa che il nome San Giorgio sia dovuto ai Longobardi, che avevano un nucleo fiorentissimo nel vicino Lomello e veneravano il Santo con particolare devozione, tanto da proclamarlo loro patrono unitamente a S.Giovanni Battista e all’Arcangelo S. Michele.

Padre Francesco Pianzola, altro insigne storico lomellino, ipotizzò invece che, agli inizi, San Giorgio fosse una dipendenza del convento benedettino di S. Maurizio, facente parte di un piccolo borgo limitrofo chiamato Monticello, la cui importanza andò diminuendo nel tempo a favore di San Giorgio. A questo, proposito egli ricorda una carta del 988, nella quale si parla di terre che erano “in Ponticello, in finibus Sancti Georgici… in comitatu Laumellense”. In un altro documento del 1129 si dice che il monastero di Ponticello era “non longe a loco qui nominetur Sanctus Georgius”. Una bolla di Papa Innocenzo IV del 1246 cita la chiesa di S. Maurizio: “in dioecesi Papiensi ecclesiam Sancti Mauricij sitam in territorio villae Sancti Georgici”. Sempre secondo Padre Pianzola, Monticello fu abbandonato dai monaci e, sul finire del secolo XV, assorbito dall’espansione di San Giorgio, il cui castello garantiva maggiori protezioni agli abitanti. Di Monticello non rimase che la chiesa di S. Maurizio, divenuta cadente a tal punto che nel 1583 dovette essere abbattuta per ordine del vescovo di Pavia. Ancora oggi la campagna ove essa sorgeva è chiamata “S. Maurizio”.

San Giorgio nacque probabilmente come dipendenza di un vicino monastero benedettino, nella scomparsa località Monticello; San Giorgio divenne ben presto il centro più importante della zona, dotato di un castello. Nel 1250 appare tra le località incluse tra i domini di Pavia, e fu assoggettato per qualche tempo ai Beccaria, poi, all'avvento dei Visconti e degli Sforza, ebbe diverse infeudazioni (Giovanni Simonetta nel 1477, Alberico Malletta, Pietro Birago nel 1483, Scolari di Parma). Il rapido passaggio di feudatari sembra legato al fatto che i Duchi non vogliono perdere a lungo il controllo del luogo: data la sua posizione centrale e la sua relativa importanza, l'hanno infatti elevato a sede del Capitano della Lomellina (come Casteggio lo è per l'Oltrepò). In epoca sforzesca ne divenne signore feudale Giacomo Bernardino Visconti (pronipote di Bernabò Visconti, signore di Milano), i cui discendenti ebbero anche diversi feudi nell'Alessandrino (Sezzadio, Gamalero, Brignano-Frascata). Essi, divisi in più linee, tennero il feudo in condominio. Nel 1687 Ercole Visconti fu nominato Marchese di San Giorgio, ma la dinastia si spense con il nipote Galeazzo, morto di vaiolo nel 1724. Nel 1725 il feudo fu incamerato, e non si ha notizia di altre investiture. Nel 1713 intanto era passato, col resto della Lomellina, ai Savoia, e nel 1859 fu incluso nella provincia di Pavia.

La Chiesa Parrocchiale  è, ovviamente, dedicata a San Giorgio. Ultimata nel 1772, fu eretta sul luogo di un precedente edificio che minacciava di rovinare. E’ in stile barocco ed ha una sola navata. Le dimensioni grandiose sono la caratteristica che colpisce maggiormente; altrettanto imponente è il suo campanile, alto 75 metri. Vi si conservano una bella tavola quattrocentesca in legno, rappresentante la Madonna col Bambino, ed una statua lignea della Madonna Immacolata, opera degli inizi del XVIII secolo.

La Chiesa di San Rocco si trova su una piccola altura al centro dell’abitato, dove un tempo sorgeva l’antico castello, di cui non rimane più traccia: per questo è detta anche “chiesa in castello”. Il tempio, nel quale officiava la fiorente Confraternita dei SS. Rocco e Sebastiano, presenta una sola navata con un ampio coro. Più volte rimaneggiato, risale, nella sistemazione attuale, al ’700. Recentemente è stato chiuso al culto e sconsacrato.

Le Chiesette di San Paolo e di San Bernardo, ubicate nella campagna circostante, sono frutto della pietà popolare; vennero costruite rispettivamente nel 1847 e nel 1902, dopo aver demolito quelle preesistenti, cariche di storia ma pericolanti.

La chiesetta del cimitero è di proprietà privata. Fu costruita nel 1962, su progetto dell’Ingegner Enrico Pellegrini di Torino.

Il Convento e la Chiesa di San Francesco si incontrano all’entrata del paese provenendo da Mortara. Terminati nel 1609 e devastati da un incendio nel 1849, sono ora proprietà privata. La chiesa aveva cinque altari e tre navate. Nel monastero risiedevano i Frati Minori Riformati, che dovettero abbandonarlo in seguito alla soppressione napoleonica; nel 1817 il complesso fu messo a disposizione dei Frati Minori Osservanti, i quali lo tennero fino al 1866, cioè fino alla nuova confisca e definitiva alienazione.

L’edificio che attualmente chiamiamo “Vecchio Mulino” non è altro che il locale costruito nel 1905 per ospitare la “molazza”. Questa è una  macchina complementare della pila da riso che allora venne installata e non è altro che un tipo di mulino, costituito da  rulli (mole) che rotolano sul fondo di una vasca, usato per macinare sostanze grossolane, come ad esempio la lolla, a quei tempi impiegata come detergente.

Questo edificio è l’unico scampato alla totale distruzione dell’antico mulino, avvenuta nel 1983.

Il monumento ai caduti della 1^ guerra mondiale, cui furono aggiunti i nomi di quelli della 2^ guerra mondiale, fu fatto erigere da un apposito comitato locale.

E’ composto da un basamento con finitura di marmo e cemento in graniglia, da una parte mediana in arenaria, da una colonna di granito bianco di Montorfano e termina con una statua in bronzo.

Questa è opera dello scultore vigevanese Berengario Ubezio (1863-1945) e rappresenta la Vittoria che trasporta un soldato morente.

Fu inaugurato solennemente il 21 ottobre 1923 in quello che era denominato “il gerbido dei frati” e che da allora, opportunamente sistemato, è divenuto “Piazza 4 novembre 1918”, “a ricordo della gloriosa data della nostra Vittoria”.

Di questo Comune occorre ricordare un elemento naturalistico assai importante: i dossi.

Si tratta di un’estensione di sabbie eoliche finissime di colore giallo, modellate in piccole dune la cui vegetazione erbacea (corineforo) ed arborea (farnie) è originaria e spontanea.

Anche la fauna merita considerazione, perché costituita da specie ormai rare. Un tempo i dossi erano diffusi in tutta la Lomellina, ma col progredire della bonifica agraria, sono ormai quasi scomparsi.

Quelli di San Giorgio sono i più integri, ridotti però ad una piccola isola tra le coltivazioni, motivo per il quale il Comune ed altri enti pubblici stanno cercando di promuoverne la conservazione.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/09/la-lomellina.html

.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



domenica 28 giugno 2015

LA CHIESA DI SAN GIORGIO A SALTRIO



La Chiesa di S. Giorgio è collocata su una piccola altura posta a nord del nucleo abitato. L’edificio, di forma e volute ben articolati, presenta le murature originarie in pietra locale, mentre appaiono evidenti i successivi interventi di restauro. La struttura settecentesca ha infatti subito modifiche. Il timpano della facciata rivela l’origine ottocentesca e sul campanile è segnata la data del 1848. Il risalto di questa Chiesa è dato, più che dalle sue caratteristiche architettoniche, alla sua collocazione con l’ambiente circostante, cui si lega con rara armonia. Al di sotto della Chiesa, nel ventre della collinetta, si trovano delle camere che forse ospitavano armi automatiche ed un salone centrale che doveva fungere da magazzino. Vi si accede seguendo le tracce di una trincea che si diparte a lato della Chiesa. Era questo l’estremo punto difensivo della Linea Cadorna nel Varesotto prima delle fortificazioni del comasco che iniziavano sopra Cernobbio.

Essendo costruita in una zona collinare e panoramica, sul colle omonimo, la sua ubicazione rimaneva alquanto distante dal centro del paese; si poteva, quindi, avere l'impressione che fosse destinata all'abbandono.
L'attaccamento dei saltriesi verso la chiesa aveva motivazioni secolari e profonde; una testimonianza di rilievo è che sul lato sinistro vi è la cappella denominata "Della Madonna di Loreto", sul cui frontale da tempo immemorabile si trovano dipinte la Madonna di Loreto con la Santa Casa.
I saltriesi, in gran parte scalpellini dediti al lavoro nelle cave, data la loro forte devozione, nel giorno dedicato alla Madonna di Loreto, (il 10 dicembre), manifestavano sentimenti di fervida fede, affinché essa li proteggesse dal duro e pericoloso lavoro estrattivo che svolgevano nelle profonde cavità..
Il periodo più significativo in tal senso fu il XVIII secolo: le due chiese erano sprovviste di altari e balaustre, e così essi vennero collocati contemporaneamente in entrambe.
Tra il 1825 e il 1830 Pompeo Marchesi, fece dono del mezzo rilievo della "Deposizione del Salvatore o della Pietà", collocato nella Cappella posta sul lato destro; contemporaneamente venne eseguito l'altare.
Nel 1846 un violentissimo temporale con lampi e tuoni si abbattè sul lato di levante della chiesa, distruggendo il campanile e parte della cappella della Madonna di Loreto, con la conseguenza di gravi lesioni al dipinto.
I notevoli danni subiti e le costose spese per riportare la chiesa alle sue antiche origini suscitarono tra la popolazione non poco sconforto e preoccupazione, tanto da ventilarne un possibile abbandono.
Il campanile fu restaurato nel 1848, i restanti lavori vennero ultimati nel 1851.
Il 7 settembre il Vescovo Mons. Carlo Romanò la consacrò.
Sulla facciata principale venne posta una lapide che reca la scritta:
"Il religioso popolo di Saltrio, con generose offerte e con assiduo lavoro, in questa chiesa nuova, sulla vecchia eretta il Vescovo di Como consacrava, il 7 settembre 1851".
Verso la metà del XIX secolo (1855 - 1860), la fabbriceria venne nella determinazione di creare un portichetto sul lato nord. Il progetto venne contestato da parte delle autorità preposte alla tutela del patrimonio artistico, adducendo che veniva modificata la sua antica formazione architettonica; esso venne in seguito approvato solo con delle modifiche. I motivi erano più che giustificati.
Il 1917 vede l'Italia in guerra contro l'Impero Austro-ungarico: si teme che essa venga aggredita alle spalle, con l'invasione della Svizzera neutrale da parte delle truppe austriache.
L'Alto Comando Militare ordinò la costruzione di fortificazioni, definite poi la "Linea Cadorna", lungo tutto il confine italo-svizzero per un tratto di circa 200 chilometri.
Saltrio è un paese di confine: si tenne ovviamente conto della sua posizione collinare, e venne, quindi, soggetto alle previste fortificazioni.
Punto di riferimento strategico fu il Monte Orsa, ove vennero costruite postazioni, camminamenti, gallerie che si affacciano sul lato nord e che permettevano di avere sotto controllo la zona del lago Ceresio.
Sul Monte Croce si fecero camminamenti, postazioni e piazzole; anche il colle San Giorgio e la chiesa non rimasero immuni. Lungo tutto il perimetro del colle vennero tracciati camminamenti e postazioni, mentre sotto la chiesa si crearono quattro gallerie convergenti al centro.
Nella zona la chiesa di San Giorgio è stata l'unica ad essere stata sottoposta ad opere di fortificazioni.
Nel 1923 il parroco Don Luigi Vittani notò che la chiesa era priva della statua di San Giorgio, al quale la chiesa era stata dedicata; la commissionò ad un artista della Val Gardena e il 16 dicembre essa venne solennemente collocata sull'altare maggiore.
Nel 1997 il parroco Don Giorgio Ponti effettuò alcune opere conservative e migliorative: l'installazione della luce elettrica, l'imbiancatura, la pulitura degli affreschi, la lucidatura del pavimento.
La chiesa, ad inizio del secondo millennio, con i suoi cinquecento anni di vetustà, si trova in uno stato ottimale di conservazione, continua ad essere un punto di riferimento storico-religioso, conserva opere di un certo valore artistico.
Doverosamente si esprime gratitudine ai parroci che furono nei secoli preposti alla guida della parrocchia: essi non mancarono di prestare attenzione ad una chiesa tanto amata dai saltriesi, i quali con notevoli sacrifici contribuirono ad abbellirla e si adoperarono per la sua conservazione.
Tutto il contesto dell'altare è stato realizzato in due periodi: l'altare risale al 1735, l'Ancona nel 1923, allorquando venne collocata la statua lignea di San Giorgio.

Nel pallio ai quattro angoli sono inseriti quattro angeli in maiolica di Saltrio, al centro una croce pregevolmente elaborata detta "Croce di San Andrea".

Vi sono state incise le iniziali S.G. (San Giorgio); ai lati compaiono angioletti in maiolica di Saltrio e sopra la serraglia un lavoro scultoreo con al centro un tondo ornamentale in maiolica di Saltrio. Risulta che è stata eseguita dal marmorino Luigi Emerici.
Balaustre, base, cimasa, piastroni: maiolica di Saltrio.
Piastrini di rosso d'Arzo.
La Statua di San Giorgio è un'opera lignea dell'artista gardeanese Giuseppe Scalz di San Ulrico di Val Gardena. Presenta il Santo a cavallo, vestito da soldato romano, con il manto rosso svolazzante; mostra un bel volto giovanile, è rappresentato nell'atto di trafiggere con la spada il drago. La statua è di ottima esecuzione artistica: vi si notano le capacità di un personaggio che si dedica all'arte lignea.
La cappella della Madonna di Loreto trae le origini in un periodo imprecisato, certamente remoto, in cui i saltriesi decisero di far affrescare la parete centrale con un dipinto raffigurante la Madonna di Loreto e la Santa Casa.
L'altare, invece, risale al 1748; è in stile barocco ma subì una modificazione a causa di un fulmine che si abbattè nel 1846 ai lati della cappella.
Il dipinto della Madonna di Loreto è indubbiamente di un dipinto antico, di ignoto autore; è segnalata la sua esistenza per la prima volta nel 1702.
Nel 1846, a causa di un violento temporale abbattutosi sulla Cappella della Madonna di Loreto, fu gravemente lesionato, per cui si rese necessario ridimensionarlo.
L'affresco mostra la casa, sulla quale è dipinta la Madonna: ha un volto ben tratteggiato, il manto scende dal capo e copre interamente il corpo. Sul braccio sinistro posa Gesù Bambino, sorridente con in mano lo scettro.

Le ricerche effettuate hanno accertato che le opere scultoreee degli angeli sono il prototipo di quelli che si trovano presso la chiesa parrocchiale di Affori (Milano); sono in stile neoclassico, risalenti al 1862 ad opera di Luigi Marchesi.
L'Angelo a destra dell'altare tiene le mani incrociate al centro del corpo, ha il volto abbassato, dal capo scendono i capelli ben regolati, attorcigliati e cadenti sulle spalle. Il manto, che partendo dalle spalle copre interamente il corpo fino alla sommità dei piedi, ha notevoli pieghettature molto ricche che dal fianco sinistro vanno verso quello destro.
L'Angelo a sinistra dell'altare ha una formazione pressoché identica; tiene il bel volto abbassato, le mani al centro in atteggiamento di preghiera, i capelli sono pure ben regolati e coprono le spalle.
Il manto, che parte dalla spalla destra, lascia intravedere il braccio sinistro nudo ma copre interamente il resto del corpo fino alla sommità dei piedi. In centro ha notevoli pieghettature, in particolare la parte che poggia sul braccio sinistro.
Le ali dei due angeli sono ben proporzionate ed hanno le medesime particolarità ornamentali.
Cappella della Deposizione di Gesù dalla croce o della Pietà conserva il mezzo rilievo di Pompeo Marchesi risalente al 1830 circa.
Essa era completamente spoglia, in quell'epoca, ed i saltriesi decisero di erigervi un altare.
Il riquadro che racchiude è a forma rettangolare priva di ornamento, salvo nella parte superiore priva di serraglia; per gran parte della lunghezza sono collocati i tipici lavori ornamentali neoclassici usati da Pompeo Marchesi.

Pompeo Marchesi nel 1826 realizzò la colossale statua della Deposizione di Gesù dalla croce o della Pietà per il Santuario di Saronno, ottenendo unanimi consensi e plauso. Forte del lusinghiero successo, pensò di realizzarne alcune in varie forme, tra le quali il mezzo rilievo conservato a Saltrio.
Esso presenta le medesime caratteristiche della Pietà di Saronno: mostra Giovanni che sostiene Gesù con le mani sotto il braccio destro, mentre tiene la testa ed il volto poggiato sul capo della Madonna. A tergo le due donne piangenti. In basso la scritta: "Dono dello scultore cav. Pompeo Marchesi alla sua cara Patria".
Lo studioso Andrea Spiriti, nell'esprimere un giudizio critico sulle opere eseguite, afferma che il tutto rappresenta lo stile severo della statutaria greca e può essere accostato alle opere michelangiolesche.
I due angioletti collocati ai lati dell'altare sono in stile neoclassico ed in marmo di Saltrio; ambedue tengono le mani incrociate, hanno un bel volto, la capigliatura ritorta e ben ordinata. I vestiti coprono la metà del corpo, lasciando intravedere il nudo alle estremità dei piedi.
Le ali sono alquanto elaborate.
Possono essere attribuite a Luigi Marchesi, in quanto è possibile fare un confronto con quelli collocati ai lati dell'altare della Madonna di Loreto, in cui si intravedono le medesime caratteristiche.

Sotto la volta centrale, in un ampio cerchio, è affrescata la simbologia cristiana rappresentata da: l'uomo, l'aquila, il bue, il leone. Incomprensibile la mancanza dell'agnello, cosicchè la parte centrale è affrescata da un ornato a forma esagonale finemente elaborato verso cui convergono quattro filari di fiori che via via vanno assottigliandosi.
Le estremità del cerchio sono contrapposte da affrescature ornamentali a due a due identiche.
Non si hanno notizie del pittore, rimasto ignoto, ma si concorda che abbia dimostrato una ottima genialità e buona capacità artistica.
La pavimentazione centrale è a forma circolare, in marmo cenerino di nero di Saltrio, a quadretti rettangolari che via via vanno restringendosi verso il piccolo tondo centrale. L'opera risale al finire dell'800 ed è eseguita dal Marmista Sartorelli.
Del tutto originale la sua lucidatura, che ha messo in risalto l'efficace contrasto dei colori dei marmi.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/saltrio.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



venerdì 19 giugno 2015

IL CASTELLO DI SAN GIORGIO A ORZINUOVI



La costruzione della fortezza di Orzinuovi nasce dall'esigenza da parte della città di Brescia di contrapporsi all'espansione di cremonesi, bergamaschi e soncinesi. Nel 1191 Brescia ottiene da Enrico VI la giurisdizione sulle due sponde dell'Oglio fino alla confluenza del Chiese. Decide quindi di rinforzare i castelli di Rudiano e di Pontevico e di costruirne a Orzinuovi una roccaforte da opporre alla fortezza di Soncino. L'11 luglio 1193 il consiglio di credenza, su istanza dei rappresentanti della comunità "de Urceis", già da tempo trasferiti dalla Pieve di San Lorenzo in Bigolio al campo di San Giorgio nel "theze" dove hanno costruito nuove difese, concede il privilegio di costruire un castello capace di contenere 800 fuochi, circondato da una fossa quale quella di Pontevico, e stabilisce i diritti d'acqua, di possesso, di cittadinanza e di pascolo per i cittadini orceani. Oltre ad essere capoquadra, Orzinuovi è anche sede podestarile: gli statuti viscontei del 1341 che regolano la vita politica, amministrativa e sociale del comune, stabiliscono che un podestà, nominato tra gli appartenenti alle famiglie nobili bresciane, venga eletto capo del castello con nomina semestrale. Il podestà deve custodire il castello e le ville di sua giurisdizione, reggere con onestà tutelando i bisognosi e l'ordine pubblico ed amministrare la giustizia con imparzialità.

Quanto si vede oggi della Rocca di San Giorgio, antica cittadella militare a presidio del confine occidentale della Serenissima, si deve ricondurre quasi interamente all'iniziativa della Repubblica Veneta. Furono i veneziani infatti a conferire, dopo la stipula dell'atto di pace di Lodi del 1454, l'aspetto che tuttora ha il castello.

Negli ultimi decenni sono stati effettuate delle analisi approfondite su questo manufatto, anche con l'ausilio di scavi archeologici e successive verifiche delle murature. Ne è emersa un'anamnesi molto più articolata rispetto a quanto si credesse. L'attuale rocca sarebbe la risultante di reiterati aggiustamenti e rimaneggiamenti di parti edilizie costruite in epoche diverse e con diverse funzioni.

La torre appartiene all'epoca più remota. Realizzata nel tredicesimo secolo, ebbe funzione di portale di accesso al borgo di Orzinuovi. Fu poi inglobata in edifici postumi e trasformata in mastio fortilizio. Dall'originario passaggio in spazio chiuso, con valenza di ridotto fortificato, divenne poi edificio quadrangolare con alti muri difensivi dalla massiccia scarpatura e beccatelli. Viene fatto risalire all'anno 1477 l'ulteriore ampliamento della rocca e ciò perché Orzinuovi stava diventando sempre più centro strategico di confine ma anche caposaldo nell'ottica di una successiva riorganizzazione difensiva della zona. In questo periodo la Serenissima adeguerà alle nuove tecniche militari l'impianto difensivo della struttura, creando cioè la fortificazione all'interno del borgo abitato, e dandole la classica forma a cinque lati e con quattro torri circolari. Di queste sono sopravvissute solo le due a sud. Le scarpe della cinta murarie furono rafforzate.

Nel sedicesimo secolo venne costruita una porta sul lato ovest che modificò di fatto la viabilità dell'area. Le altre due porte (“Porta di San Giorgio” e “Porta di Sant'Andrea”) sono ancora parzialmente conservate. Esse rappresentavano i punti di partenza per Cremona, a sud, e per Brescia, a nord. Intorno alla fine dell'Ottocento il castello fu acquistato dal Comune orceano ed utilizzato inizialmente come carcere e successivamente come scuola. Nel 1995 sono stati avviati i lavori di conservazione e restauro. Oggi l'edificio ospita al proprio interno mostre, convegni e fiere. Al piano superiore vi è la biblioteca civica.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/per-le-strade-di-orzinuovi.html




.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



martedì 28 aprile 2015

LO STEMMA DI VARESE







Lo stemma del Comune di Varese risale circa al 1347. Sulla copertina in legno della duplice copia degli Statuti Burgi et Castellatiae de Varisio conservati presso l'Archivio comunale si trova raffigurato il più antico esempio di stemma civico: "scudo sannitico d'argento a due cantoni di rosso, destro e sinistro in capo; tutto intorno chiuso da una fascia nera". Non ha corona l'effigie di San Vittore. È verosimilmente nel secolo XVI – come ritiene lo storico varesino Luigi Borri nel suo lavoro "Documenti Varesini" del 1891 – che lo scudo viene sormontato dalla corona marchionale e dall'effigie di San Vittore, patrono della città di Varese.

Scudo sannitico bianco alla croce di rosso (Croce di San Giorgio), riportante nei quattro cantoni i simboli:
- per Varese, di San Vittore, (patrono della Città) portante nella destra una bandiera di bianco caricata con croce di rosso sventolante a sinistra e nella sinistra la palma del martirio;
- per Gallarate, di un Gallo ardito di argento, membrato, imbeccato, crestato e barbugliato;
- per Busto Arsizio, di uno Scudo troncato di rosso e d'argento, a due lettere maiuscole B dell'uno nell'altro alla fiamma di rosso nascente dalla punta dello scudo;
- per Saronno, di un Castello d'argento mattonato in nero con la porta centrale aperta e due torri laterali finestrate, merlate alla guelfa e sormontate da un disco posto tra le due torri.
Lo scudo è fregiato degli ornamenti esteriori di Provincia.
La Croce di San Giorgio è da secoli nella tradizione dei popoli e dei comuni lombardi. Lo stemma riporta oltre ai simboli dei Comuni di Varese e Gallarate, anche quelli di Busto Arsizio e Saronno per testimoniare la loro crescente importanza sul piano sociale, culturale, imprenditoriale ed urbanistico.
Fino all'ottobre 2006 lo stemma era "Troncato: nel PRIMO di rosso al palo d'argento, addestrato alla figura del martire San Vittore, patrono della città di Varese, nascente dalla partizione e sinistrato da un gallo, ardito, d'argento, membrato, imbeccato, crestato e barbugliato d'oro; nel SECONDO d'argento pieno".




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/le-citta-del-lago-maggiore-varese.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



domenica 26 aprile 2015

BIUMO SUPERIORE

.


Biumo Superiore appare nella forma “Bimmio de Supra” in un documento attribuibile al IX secolo conservato nel Regesto di S. Maria di Monte Velate. Il paese, citato come “Biumo de Sopra” negli statuti delle strade e delle acque del contado di Milano, del 1346, e appartenente alla pieve di Varese, era tra le comunità che contribuivano alla manutenzione della strada di Bollate (Compartizione delle fagie 1346).
Nei registri dell’estimo del ducato di Milano del 1558 e nei successivi aggiornamenti del XVII secolo risultava ancora la comunità di Biumo, distinta da quella di Varese (Estimo di Carlo V, Ducato di Milano, cartt. 50-51).

Il colle di Biumo Superiore era considerato il colle nobile della città.

La cima del colle è dominata dalla chiesa di S. Giorgio, un edificio risalente al XII secolo, già di proprietà dell'arcivescovo di Milano Ariberto da Intimiano, che nel 1036 donò l'intera proprietà alla basilica di S. Vittore di Varese a suffragio della propria anima.
I sottostanti vicoli conducono a numerosi edifici privati, tra i quali spiccano le ville Mozzoni (o "Casa delle Quaranta Colonne"), e Veratti, detta di S. Francesco. Le sue origini risalgono infatti al XIII secolo, allorché il luogo fu scelto da frati francescani per stabilirvi uno dei loro primi monasteri di Lombardia. Particolarmente rilevanti sono inoltre la ville Menafoglio-Litta-Panza, attualmente proprietà FAI, e le ville Ponti, con la sua residenza "Napoleonica" e l'edificio detto di "Andrea Ponti".
La Parrocchia divenne indipendente il 21 giugno 1580; i confini assegnatile da San Carlo Borromeo erano vastissimi e comprendevano anche i territori delle attuali parrocchie di S. Massimiliano Kolbe e della Brunella. Era la parte Nord di Varese, con al centro il colle e le pendenze delle Bettole e verso la valle Olona.

Il patrono della Parrocchia è San Giorgio martire, che si festeggia il 23 aprile, a cui è anche dedicata la chiesa parrocchiale situata sulla sommità del colle. La chiesa di S. Giorgio è ricordata per la prima volta in un documento del 1187. Riedificata nel 1725 ha mantenuto poche tracce della primitiva costruzione.
In parrocchia esistono altre due chiese: la chiesa di S.Anna, contemporanea alla parrocchiale, e la chiesa di Madonna di Caravaggio, costruita nel 1951; l’edificio che ci appare è soltanto la cripta, con vari ammodernamenti, di quella che doveva diventare una basilica.

L'antica parrocchiale di San Giorgio a Biumo Superiore venne completamente rinnovata nei primi decenni del Settecento. Le principali notizie riguardanti l'edificio si desumono dalla cronaca di Giovanni Antonio Adamollo che nel 1726 annotava «essendosi l'anno passato dipinto il coro, in q. anno si va terminando la pittura per tutta la chiesa, il pittore d'architettura è il Sig. Giuseppe Baroffio, e delle figure è il Sig. Magatti...»

Il programma iconografico degli affreschi settecenteschi risulta abbastanza complesso e costituito a partire dalla devozione a San Giorgio, titolare dell'edificio, e della Madonna del Carmelo, particolarmente venerata soprattutto in virtù dell'omonima confraternita a cui apparteneva una cappella lungo il lato sinistro.
Al centro della navata la volta è interamente occupata dalla trionfante rappresentazione della Vergine del Carmelo che offre lo scapolare a san Simone Stock del Magatti tra possenti quadrature di Giuseppe Baroffio che troviamo qui impegnato in una delle sue prime imprese, e già pienamente padrone dei suoi mezzi. Le poderose strutture architettoniche ideate dall'artista infatti si rifanno alla più solida tradizione del quadraturismo prospettico, alieno dalle leggerezze cromatiche dei fratelli Giovannini, sinora protagonisti quasi incontrastati di tale specializzazione a Varese e dintorni. Interessante è anche la notazione cromatica che riguarda gli stucchi. La chiesa presenta oggi una ridondante decorazione in stucco nella cappella del Carmine, il cui arco risulta interamente plasticato con bellissime e colorate figure di profeti.

Stando alla citata cronaca Adamollo, la decorazione pittorica dovette prendere il via dalla volta del presbiterio dove, nella Gloria di San Giorgio, il Magatti appare ancorato alla tradizione secentesca, apprezzabile nell'isolata figura del santo che si erge su nubi sorrette da complicati voli angelici, librandosi in uno spazio sgombro e terso. Le figure che maggiormente illustrano l'evoluzione stilistica dell'artista appaiono le virtù delle pareti del presbiterio, nonché i due profeti che decorano il catino absidale della parrocchiale. Di difficile interpretazione, le tre Allegorie alludono molto probabilmente alle virtù morali di San Giorgio, raffigurato a sinistra mentre calpesta il drago.
Una almeno delle tre figure femminili, l'ultima a sinistra, è infatti certamente identificabile con la fede, dal momento che addita una iscrizione con le parole Unus Deus e calpesta la figura di un eretico.

Sempre di Magatti è la bella tela raffigurante la Morte di San Giuseppe, nella terza cappella di sinistra. Nel 1822 Giuseppe Mozzoni acquistò la tela del Magatti dal convento dei Carmelitani Scalzi di Biumo Inferiore per ornare l'altare della propria cappella familiare. Si può dunque a ragione considerare l'opera della piena maturità dell'artista, come si evince dalla composizione estremamente articolata, dalla pennellata liquida e vaporosa, dalla gamma cromatica interamente giocata sulle tinte dei rosa e degli azzurri, tipiche delle opere tarde dell'artista e degne di un pastello di Rosalba Carriera più che della tavolozza di un pittore cresciuto all'ombra di ben più torbidi vapori sulfurei. L'ovvio riferimento è alle anime purganti della tela del Cerano raffigurante la Messa di San Gregorio in San Vittore di Varese, un testo che doveva essere ben noto al pittore varesino. Il passaggio dai drammatici toni evanescenti del visionario dipinto ceranesco, alla materia lieve e svaporata di questo san Giuseppe del Magatti sembra infatti misurare tutto il travagliato percorso di un secolo e messo di pittura lombarda.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/le-citta-del-lago-maggiore-varese.html


FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



domenica 19 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN GIORGIO A CASTELVECCANA

.


La chiesetta di San Giorgio, databile entro la prima metà del secolo XII, sorge su un’altura poco fuori dall’abitato di Sarigo. Pur avendo subito alcuni rifacimenti nel corpo centrale, conserva intatti l’abside e il campanile. La parte migliore dell’edificio è l’abside dal bel paramento a grandi conci di pietra , ritmata da due semicolonnine che terminano in graziosi capitelli scolpiti con semplici motivi di foglie stilizzate e conclusa da un fregio di archetti ricavati a coppie in singoli blocchi di pietra. Gli archetti si reggono su mensole ben lavorate, dietro le quali corre una striscia di conci di tufo biondo. Il tipo di decorazione dell’abside si può ricondurre ad un dominante influsso comasco, sia per la cornice di archetti monoblocchi, che si trovano in molte chiese di Como e dintorni della fine del XI e della prima metà del XII secolo. Nell’area Varesina non si conoscono altri esempi di questo motivo. Il leggiadro campanile si accomuna a tutte le torri campanarie della Valtravaglia e risponde anche alla predilezione tipica di tutta la Regione Varesina per tutte le strutture alte e massicce, dalle rade e strette aperture. Qui tuttavia il risultato di particolare eleganza delle ghiere falcate, disegnate con tanta leggerezza, della pianta insolita ideata per sfruttare il pendio e la visuale sulla valle e sul lago Maggiore, è indubbiamente il segno dell’opera di una personalità che emerge per sensibilità e ingegno più che un diffuso evoluto gusto architettonico. Nell’interno, scomparsi o coperti in modo irreparabile gli antichi affreschi, si conserva integro il fonte battesimale di granito che, ritenuto miracoloso, fu per secoli e sino a qualche decennio fa, meta di pellegrinaggio per tutte le zone limitrofe e dall’altra sponda del Verbano. In pochi casi dunque, come nel San Giorgio di Sarigo, ci è offerta l’occasione di ammirare quel Romanico che fu propriamente definito “lombardo” in forme così pure ben conservate.

Nel Medioevo la chiesetta esercitava una potente attrazione sugli abitanti delle Valli circostanti che attribuivano miracolosi poteri di guarigione al suo fonte battesimale.

La prima caratteristica che colpisce anche l’occhio del visitatore meno attento è l’originale ubicazione dell’entrata, situata sul lato lungo e non, come accade solitamente, su quello corto: l’inconsueta scelta è in realtà dovuta alla necessità di adattamento al territorio circostante. La costruzione, interamente in pietra accuratamente lavorata, presenta due elementi di particolare importanza che mantengono ancora l’aspetto originario: il massiccio campanile, arricchito da archetti ciechi, lesene e bifore, e l’abside.

L’abside, pregevolmente decorata e incorniciata da archetti pensili ricavati da blocchi di pietra, testimonia l’influenza dei maestri comacini. Al di sotto degli archetti monoblocco si trovano due monofore, ciascuna divisa in due da una piccola colonna. Situata in posizione asimmetrica rispetto al corpo di fabbrica, rivela l’esistenza di una struttura precedente.

Semicolonnine impreziosite da interessanti capitelli girano intorno alle pareti creando armonia e contrasto con il cromatismo delle diverse pietre. La struttura, originariamente ad una navata, subì delle modifiche nel XVII secolo che portarono alla trasformazione in seconda navata di un preesistente porticato.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/le-citta-del-lago-maggiore-castelvaccana.html



FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



Post più popolari

Elenco blog AMICI