Visualizzazione post con etichetta torri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta torri. Mostra tutti i post

mercoledì 15 luglio 2015

IN GIRO PER MANDELLO DEL LARIO

.


Mandello del Lario adagiato sulle acque del Lago di Lecco, posto su di una penisola quasi di fronte a Onno, è dominato alle spalle dalle pareti e dai torrioni della Grigna.
Mandello Lario è un luogo turistico dall'ottimo clima, prodigo di passeggiate e ascensioni d'ogni lunghezza e difficoltà.
Il territorio sul quale sorge la cittadina è stato formato, nel corso dei millenni, dal torrente Meria (Neria per il geologo lecchese Antonio Stoppani) le acque del quale, scendendo dal gruppo delle Grigne, hanno portato a valle ingenti quantità di massi, ciottoli, sassi e ghiaia, che, sempre più protendendosi verso il lago, hanno formato il cono di deiezione sul quale è sorto l'abitato. Le frazioni collinose poggiano invece su strati morenici qui formati dal Ghiacciaio Abduano, la cui altezza, sull'attuale livello del lago (199 m) era di 1200 m. Di ciò fanno testo i massi erratici o "trovanti" sparsi lungo le propaggini della Grigna ed in particolare sul versante nord dello Zucco di Sileggio, sopra Somana.

La Chiesa di San Giorgio fa parte della parrocchia di Sant'Antonio abate in Crebbio ed è una delle tre chiese appartenenti alla medesima parrocchia. È stata costruita su un piano che sovrasta il cosiddetto Sasso San Giorgio, che si erge sulla ex Strada Statale 36, oggi Strada Provinciale 72, e ovviamente sul lago. La facciata della chiesa segue l'orientamento dei primi secoli cristiani, quando c'era la cura di fabbricare i templi con l'abside verso est, in modo tale che i fedeli (e prima del Concilio Vaticano II anche il sacerdote) guardassero in direzione dell'Oriente dove è nato, vissuto e morto Gesù Cristo.
Secondo la tradizione, la chiesa venne fatta costruire nel XIII secolo, per volere di un crociato di ritorno dalla Terra Santa. Secondo un'altra leggenda, la chiesa sarebbe sorta sul rifugio di un monaco appartenente all'ordine dei Templari. Sulla data di costruzione c'è ancora molta incertezza: secondo Goffredo da Bùssero, che tenne un elenco delle chiese della pieve, la chiesa nel 1288 non esisteva ancora.
Nel 1570 lo storico Paolo Giovio pubblicò “Larii lacus vulgo Comensis descriptio”, nella quale parlava ampiamente della chiesa di San Giorgio posta a levante di Mandello.
Il 26 marzo 1594 venne stabilito da Nicola Rosaspina che nella chiesa di San Giorgio venisse celebrata almeno una messa a settimana. La famiglia Rosaspina aveva fatto installare nel 1530 una campanella (denominata Nicolaus) sul campanile quadrato della chiesa.
Tra il Seicento e l'Ottocento la chiesa ospitò il sepolcro comune per le frazioni di Maggiana, Lombrino e Crebbio.
Non ha mai trovato una spiegazione la presenza di un gradino, posto a metà chiesa, bordato e alto circa 10 centimetri: aveva uno scopo liturgico antico oppure serviva, come rialzo, per evitare eventuali allagamenti, visto che il sagrato è leggermente in pendenza?
La chiesa di San Giorgio, ad aula unica con soffitto a capriate a vista e abside quadrangolare con volta a crociera, deve il suo aspetto attuale a restauri, iniziati in epoca trecentesca, di un edificio che già esisteva nell'XI secolo.
Della primitiva costruzione è conservata un'acquasantiera ornata da un motivo a intreccio geometrico-floreale (molto diffuso nel comasco tra il VI ed l'XI secolo) sul fronte e sui fianchi da un rilievo (poco pronunciato) raffigurante una croce.
L'interesse principale dell'edificio è dato dai dipinti che ornano le pareti della navata; numerosi sono gli affreschi votivi databili tutti al XV secolo; la Crocifissione del presbiterio è della fine del XV secolo; il ciclo escatologico, secondo alcuni studiosi, mostra legami con la tradizione pittorica Ligure-piemontese, mentre secondo altri è più vicino alla tradizione locale, ed è collocabile agli anni ottanta del Quattrocento.
Oggi, nella chiesa di San Giorgio viene celebrata la festa del patrono, che la Chiesa Cattolica celebra il 23 aprile. Da alcuni anni la Pro Loco di Mandello, in collaborazione con l'associazione culturale I Amiis del Dialett, si adopera per aiutare la parrocchia di Crebbio nella celebrazione della medesima festa. La stessa Pro Loco è a disposizione per le visite guidate gratuite alla chiesa, nel periodo che va da aprile a ottobre. Inoltre, la chiesa viene richiesta soprattutto per la celebrazione di alcuni matrimoni religiosi.

La devozione Mariana nel territorio è testimoniata da vari oratori, chiese, santuari e cappelle votive; una recente ricerca ci illumina sulla diffusione e venerazione per le Madonne del Latte nella Provincia, tra cui anche quella di Debbio.
II santuario di Debbio aveva un tempo un’importanza particolare come punto di passaggio quasi obbligato; su un colle, tra campi coltivati, in vista di Mandello, si trovava all’incrocio delle vie di comunicazione tra le sponde del lago e le strade che portavano ai borghi e verso i monti; per raggiungere Mandello bisognava salire, lungo la via Ducale, fino a S. Giorgio e ridiscendere, superando il Sasso omonimo o prendere a Debbio la barca.
In effetti ci sembra oggi strano perchè esiste la carrozzabile a lago, realizzata dagli Austriaci nella prima meta dell’800 e la ferrovia Lecco-Colico (1892). Un’unica rampa univa la chiesa all’approdo a lago prima del 1820-30, mentre ora sono tre.
L’ importanza della Madonna di Debbio è testimoniata anche dalle cartoline che la rappresentano e che venivano inviate da Mandello oltre che dai disegni di artisti locali.
Storia
La costruzione e antica, ma non databile con precisione. Inizialmente dedicata a S. Stefano (come citata gia nell’ 883), è ricordata alla fine del XIII sec. da Goffredo da Bussero nel LIBER NOTITIAE SANCTORUM MEDIOLANI tra le venti chiese di Mandello.
Nel 1434 viene commissionato dai conti Stropeni un affresco della Madonna del latte. Del 1619 è la piccola campana, con la scritta “Sancta Maria ora pro nobis”, del XVII sec. molti ex voto, ora perduti, una pala con la lapidazione di S. Stefano, una tela di Madonna con Bambino tra Santi e offerenti. Molti lavori vengono realizzati nella seconda metà del ‘700: 1755 si sposta l’affresco, nel 1760 il Santuario viene dedicato a Santa Maria Nascente, nel 1781 viene dipinta la volta della chiesa. Nel XIX sec. il santuario assume maggiore importanza quando Pio VII consacra l’altare privilegiato di Debbio.
Le forme attuali dell’edificio risalgono alla seconda metà del 1700 e ripropongono la tipologia degli oratori della zona. La facciata a capanna ha una distribuzione simmetrica delle aperture, con due finestrelle ai lati del portone centrale, incorniciate in granito, una più grande superiore, decorata con cornice in stile Barocchetto come il portale sottostante. L’interno ad una navata, con volta a botte, presbiterio rettangolare, presenta la parete dell’altare dipinta a volute, conchiglie e fiori, un finto catino con le stelle.
Nell’insieme si ha l’illusione di uno spazio concavo molto ricco; ai lati dell’altare, ornato da un prezioso paliotto in seta, due porte danno accesso alla Sagrestia.
Alle pareti laterali, intonacate di rosa marmorizzato, undici ovali richiamano quasi tutti qualità e virtù di Maria.
Dipinto da autore sconosciuto, l’affresco rappresenta una Madonna che allatta seduta in trono, ricoperto da un drappo rosso; tiene il Bambino Gesù con la destra, mentre nell’altra mano ha un rametto di rose.
Realizzato inizialmente sulla parete interna verso Abbadia, nel 1755 è staccato e spostato nella nicchia sopra l’altare.
Dal 1760 è protetto da un vetro con cornice dorata; un recente restauro ci ha restituito la Madonna del latte com’era (il seno nel corso del 1800 era stato coperto).
La devozione popolare, iniziata nel 1434, continua nei secoli tanto che il luogo conosciuto come “Madonna di Debbio” e molte sono le elemosine,le offerte, i lasciti.
L’afflusso dei fedeli aumenta dopo che il 26-9¬1817 papa Pio VII concede l’Indulgenza Plenaria perpetua.
Anche una recente ricerca ha dimostrato l’attaccamento dei mandellesi per questo santuario, frequentato assiduamente fino al dopoguerra e agli anni ’60, e confermato come le donne in particolare vi si recassero per pregare questa Madonna del latte, chiederle la grazia di un figlio, la protezione durante la gravidanza, il parto e l’allattamento, che nei secoli passati voleva dire la sopravvivenza del neonato. Era abitudine portare i bambini a Debbio (piccoli, ma anche ragazzi); la panchina esterna permetteva anche a loro, quando la chiesa era chiusa, di vedere l’interno e di rivolgere una preghiera alla Vergine; si lasciavano fiori e ceri sulla finestra aperta e tante famiglie si recavano per la festa sia a piedi che in barca. Le processioni passavano per Debbio: a S. Marco, il 25 aprile, si facevano benedire le uova del baco da seta, ad aprile-maggio vi passavano le rogazioni, processioni mattutine per la benedizione dei campi. Molti matrimoni sono stati celebrati nel Santuario e si racconta di fatti miracolosi.
Una particolare attenzione meritano gli ex voto del ‘700 e ‘800, realizzati su supporti di materiale diverso, prevalentemente ligneo, una produzione pittorica minore ricca di fascino (le relative copie sono ora appese nella chiesa).
La festa della Madonna di Debbio preceduta da una novena, l’8 settembre era una ricorrenza molto attesa e speciale, con la S. Messa, i Vespri e i canestri; ci si fermava tutto il giorno per una scampagnata in compagnia.

La chiesa arcipretale di San Lorenzo sorge su una piazza all'inizio del lungolago. L'edificio attuale del XVII secolo è sorto in sostituzione del tempio precedente a tre navate, sorrette da piastroni terminanti con absidi. Di chiara impronta romanica resta il campanile del XII secolo a fianco della facciata decorato da archetti pensili e da due piani di bifore. La facciata si presenta con semplice coronamento a cimasa orizzontale sulle navate laterali e con una cimasa composita curvilinea sulla navata centrale. La decorazione della chiesa risale al XVII secolo e segue il gusto decorativo barocco, in quanto presenta stucchi e grandi quadri. Da segnalare il prezioso ciborio intagliato e l'altare a baldacchino in legno policromo.
Unito alla chiesa, si riconosce ancora il complesso dell'abbazia benedettina, già esistente nell'833 d.C., di cui rimane solo il chiostro.

Il Santuario della Madonna del fiume è un vero gioiello del barocchetto lombardo, con interno impreziosito da stucchi, dorature, affreschi e tele dipinte da Giacomo Antoni Santagostino. Affreschi di notevole interesse della fine del 1400 e dei primi del 1500, sono inclusi nella chiesa di S.Giorgio e in quella di S.Zenone, in frazione Tonzanico.
La nascita dell'edificio di culto è legata a un miracolo avvenuto nel '600,  quando le acque del fiume Meria, in seguito a un’esondazione, depositarono davanti a un’immagine della Madonna con Gesù Bambino dipinta sul muro di cinta di una vigna, un intero sacco di grano trascinato via da un mulino. La devozione per l’effigie della Vergine accrebbero la popolarità dell’immagine, alla quale si volle perciò dare degna collocazione all’interno di un edificio di culto. L'iniziativa della costruzione spetta all'arciprete, Giovanni Battista Sambuca, che si avvalse delle elemosine della comunità e delle donazioni dei maggiorenti locali. La chiesa, terminata nel 1632, fu inizialmente dedicata alla Vergine Assunta, ma da subito   prevalse l’intitolazione alla Beata Vergine del Fiume. Al suo interno conserva un ricchissimo apparato decorativo formato da dipinti di Giacomo Antonio Santagostino e dagli stucchi di David Reti, qui attivi negli anni trenta del XVII secolo. Ulteriori interventi ornamentali furono apportati nel '700, epoca alla quale risale l'altare maggiore dove tuttora si venera l'effigie miracolosa.
Fondato nel 1624 a pianta ottagonale sovrastata da una cupola con lanterna. Successivamente venne costruito il nartece a nove arcate ed una Via Crucis, situate nella piazza antistante l'edificio con quattordici cappelle barocche. Le pitture originali delle cappelle vennero sostituite da riproduzioni su lastre agli inizi del '900. Il campanile a pianta ottagonale risale al 1912. Secondo la tradizione il Santuario venne costruito dopo l’esondazione del 1624 del fiume Meria che distrusse la cappella della Beata Vergine. Molti dei resti dell'edificio, tra cui parte di un muro dipinto con l’immagine dipinta della Vergine con Bambino, vennero recuperati per ricostruire l'attuale Santuario sul luogo del ritrovamento. L’immagine della Madonna fu collocata sopra l’altare solo nel 1793.
L'interno conserva importanti opere tra cui alcune tele settecentesche, affreschi e statue che rappresentano la Vergine, i Profeti e i Santi.

Rongio è una frazione geografica posta in posizione rialzata a nordest del centro abitato.
Rongio fu un antico comune del Milanese.
Anticamente aggregato alla comunità generale di Mandello, fu designato comune a sé stante dalle riforme dell'imperatrice Maria Teresa, che gli aggregò i piccoli villaggi di Molina, Tonzanico e Motteno, per un totale di 657 abitanti. Nel 1786 entrò per un quinquennio a far parte della Provincia di Como, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1797 e nel 1798.
Portato definitivamente sotto Como nel 1801, alla proclamazione del regno d'Italia napoleonico nel 1805 risultava avere 750 abitanti. Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse per la prima volta a Mandello, ma il Comune di Rongio fu tuttavia ripristinato con il ritorno degli austriaci. Il primo Consiglio comunale fu eletto nel 1822 grazie al regio assenso governativo. Nel 1853 il paese risultò essere popolato da 1160 anime, salite a 1263 nel 1871. Nel 1921 si registrarono ben 1707 residenti. Fu il regime fascista a decidere nel 1927 di sopprimere definitivamente il comune, unendolo definitivamente a Mandello.
La chiesa di San Giacomo,documentata dal 1558, è di fondazione più antica. Forma attuale frutto di un intervento di abbellimento e restauro del 1903. Dal 1913 il fonte battesimale. All’interno, sull’altare di marmo policromo intarsiato (1745), una nicchia accoglie la statua del Santo in abiti vescovili.Sulla volta del presbiterio La cena in Emmaus.Nello spessore di un pilastro che divide il presbiterio dalla navata, visibile affresco tardogotico raffigurante Madonna col Bambino con ramo di ulivo. Nella navata si apre la Cappella della Madonna del Rosario con bella statua della vergine. Copertura della navata con volta a crociera adue campate. In controfacciata, in posizione elevata, il coro.
La chiesa di Sant'Antonio da Padova risale al 1654. Sopra l’altare maggiore una statua di Sant’Antonio con Gesù Bambino circondato da fanciulli. Sulle pareti del presbiterio 2 tele: a sinistra Sant’Antonio resuscita un morto; a destra fatto che narra l’origine della chiesa. Nella navata 2 nicchie con statue della Vergine Immacolata e di un Santo Guerriero. Due tele nella navata rappresentano Maria Immacolata che trionfa su un drago e il sacrificio di Isacco. Nelle lunette dipinti 2 miracoli di Sant’Antonio.

Olcio è un piccolo centro abitato di antica origine, storicamente appartenuto alla pieve di Mandello, parte del territorio milanese.
Nel 1786, nell'ambito della riforma delle circoscrizioni della Lombardia austriaca, Olcio coi suoi 326 abitanti fu assegnata alla provincia di Como, ritornando però già nel 1791 sotto quella di Milano.
In età napoleonica, anno 1809, quando il borgo contava 328 residenti, al comune di Olcio furono aggregati i comuni di Lierna e Uniti e Somana, ma dopo soli tre anni, nel 1812, anche il comune di Olcio fu soppresso, e aggregato a Mandello. Tutti i centri recuperarono l'autonomia nel 1816, in seguito all'istituzione del Regno Lombardo-Veneto.
Nel 1853 aveva 487 residenti, all'unità d'Italia, anno 1861, Olcio contava 492 abitanti. Il comune, coi suoi 372 abitanti, venne soppresso nel 1927 e aggregato a Mandello del Lario.
Sicuramente già esistente nel 1145, quando il santuario di Santa Maria del Monte è citato in un privilegio papale.
Nel 1335 fu ospizio benedettino, con annessi locali edificati in epoca medievale.
Dal 1440 dipende dalla Parrocchia di Olcio.
Della primitiva costruzione romanica il campanile e la planimetria, ad aula unica con portico esterno.
L’altare maggiore conserva un quadro con Maria e Bambino tra i SS. Giuliano e Lorenzo.
Seriamente danneggiata da un disastroso incendio nel 1997, in seguito restaurata nelle forme attuali
La Chiesa di Sant'Eufemia è sicuramente anteriore alla Parrocchia, costituita con atto notarile il 4 Novembre 1491, come attestano elementi del campanile di epoca romanica, sovrastato da cupola a cipolla appena accennata di epoca successiva.
L’aspetto attuale si deve a un rifacimento del XIX sec.
All’interno ricca decorazione ottocentesca con dipinti nella zona presbiteriale di Giovanni Maria Tagliaferri (1873). Sull’altare maggiore in marmo policromo è una pala con la Natività.
In controfacciata in posizione elevata pregevole organo Carnisi (1853).

Somana è una frazione geografica posta sul Lario a nord del centro abitato, verso Lierna.
Somana fu un antico comune del Milanese.
Anticamente aggregato alla comunità generale di Mandello, fu designato comune a sé stante dalle riforme dell'imperatrice Maria Teresa, popolato da 197 abitanti. Nel 1786 entrò per un quinquennio a far parte della Provincia di Como, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1797 e nel 1798.
Portato definitivamente sotto Como nel 1801, alla proclamazione del regno d'Italia napoleonico nel 1805 risultava avere 214 abitanti. Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse ad Olcio, ma nel 1812 fu decretata di converso la prima unione con Mandello; tuttavia, il Comune di Somana fu ripristinato con il ritorno degli austriaci. Nel 1853 il paese risultò essere popolato da 382 anime, salite a 422 nel 1871. Nel 1921 si registrarono ben 428 residenti. Fu il regime fascista a decidere nel 1927 di sopprimere definitivamente il comune, unendolo definitivamente a Mandello.

La chiesa di Sant'Abbondio è stata consacrata nel 1803 ed eretta parrocchia indipendente nel 1858. Struttura ad aula unica coperta da volta a botte. Facciata a capanna in cui si apre il portale centrale sormontato da un occhio. Il campanile termina con un’elegante cipolla. All’interno catino absidale decorato con affresco raffigurante il Sacro Cuore di Gesù benedicente tra schiere di Angeli musicanti. Sulla parete dell’abside riquadri con scene cristologiche. Nella volta affrescato il miracolo di Sant’Abbondio che con la resurrezione di una bambina induce i pagani alla conversione.

Maggiana  è una frazione del comune di Mandello del Lario. Il nucleo storico del paese si sviluppa intorno all'antica e alta torre medioevale oggi nota come Torre di Federico in quanto fu residenza dell'imperatore Federico I Barbarossa. La chiesetta della frazione invece sorge sul confine verso valle dell'abitato da cui si domina Mandello ed il lago di Como.
Solo nel 1621, erigendosi la parrocchia di Sant'Antonio in Crebbio (giuridicamente Comune di Abbadia Lariana), Maggiana fu assegnata ecclesiasticamente alla nuova parrocchia sottraendola a quella matrice di Mandello.
La forma della Torre del Barbarossa è quadrata, l'altezza è di 40 braccia e la larghezza di dieci. Le mura hanno da ogni parte finestre ogivali che si alternano con delle feritoie. Si accede per un ampio portone medioevale, che immette in un cortiletto d'ingresso dal quale, per una comodo scala, si entra al primo piano della torre. Quivi, immurata nel camino, si osserva una lapide che porta incisa una dicitura su Federico Barbarossa or resa illeggibile dagli anni, dalla fuliggine e ancora dagli uomini, poiché la pietra ora è scomparsa forse per tre quarti nella base del camino e la poca emergente non lascia scoprire altro che qualche consonante sconnessa. Dal primo piano si sale ai piani superiori fino all'ultimo, un tempo tutto ornato di affreschi che ora si sono andati affievolendo fin quasi a scomparire: solo dei trofei d'armi dipinti negli angoli resistono ai tempi quasi a testimoniare ai visitatori odierni il soggiorno che vi fece l'imperatore Federico I. Verso il 1800, la torre passò in proprietà del signor Francesco Alippi, il quale, orgoglioso di possedere un monumento tanto storico, la restaurò, ornando la sommità di un comodo terrazzo con quattro pilastrini granitici agli angoli congiunti fra loro da riquadri in ferro lavorato, sormontata in un angolo dal parafulmine, mettendo così l'interno al riparo dall'azione corruttrice delle intemperie. Il 5 maggio 1828 un muratore stava smurando il camino al primo piano, quando rinvenne addossata al muro una lapide di granito tutta annerita dal fumo; pulita e lavata convenientemente vi si lessero le parole: FRIDERIC - IMPERAT - GERMAN HIC - TUTUS - QUIEVIT - ANNO 1158 (Federico, imperatore di Germania, qui sicuro riposò - anno 1158). Non è a dire la gioia dell'Alippi al rinvenimento di una documentazione tanto sicura del soggiorno di Federico Barbarossa a Maggiana, e da quel giorno accrebbe a dismisura la sua considerazione per la torre di cui, orgoglioso, si sentiva proprietario. Dal 19 marzo 1910, la torre è notificata al signor Tomaso Comini fu Ignazio, i familiari del quale, se richiesti, con la già sperimentata cortesia, sono lieti di fare da guida nella visita alla torre fino al terrazzo, dal quale l'occhio si posa compiacente sui colli finitimi, sui pendii, sulla sottostante Mandello e sul lago fino a Bellagio.
Essa attualmente è adibita a museo. Il museo è allestito dall'associazione locale "Gruppo Amici di MAGgiana" (GAMAG) ed è visitabile solo su prenotazione o nelle giornate della festa in costume medievale de "La Torre in festa", che si svolge tutti gli anni nel mese di giugno. Il Gamag, nel dicembre 2008, ha ottenuto per un ulteriore triennio la gestione della Torre.
Il lavatoio di Maggiana è stato scolpito interamente a mano, le massaie del posto possono ancora oggi lavare i panni nella vasca principale. L'acqua è potabile.

Moregallo storicamente sempre appartenuta a Mandello, in quanto questi territori appartenevano ai nobili mandellesi che, per raggiungere la frazione dall'altra parte del lago, vi arrivavano con la barca. Moregallo è, infatti, una frazione situata sulla riva opposta del lago passata alle cronache pochi anni fa, quando è sorta una polemica sulla cava di sabbia presente in loco, che venne a essere sperequata e privata quasi completamente del materiale, prezioso per il mondo dell'edilizia.

La grotta Ferrera si trova in località Acqua Bianca.
Il livello orografico della grotta è 590 metri sopra il livello del mare ed ha un dislivello massimo di circa -37 metri.
La caverna è costituita essenzialmente da un’unica immensa sala lunga circa 175 metri e larga circa 50 metri. È percorsa per un breve tratto da un ruscello proveniente da una volta che forma una cascata.
L’accesso è estremamente facile, poiché si apre sul bordo di una mulattiera molto ben tenuta; anche la percorribilità interna è facile, tuttavia il suolo è coperto da fango scivoloso e costellato di crepacci.
La caverna è stata originata dalla dissoluzione di una parte di roccia più corrodibile seguita dal crollo di altri strati sovrastanti al fine di ristabilire l’equilibrio. Questo tipo di formazione è frequente nelle grotte della zone limitrofe.








FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



giovedì 9 luglio 2015

RESIDENZE STORICHE DI LECCO



I primi castelli di cui si abbia notizia sono quelli che i Celti, prima dell'arrivo dei Romani, avevano eretto sulle  alture delle montagne, in luoghi impervi e difficili da raggiungere. Essi erano formati però solo da un recinto di grosse pietre ed erano soprattutto il  simbolo dell' unità di ogni tribù e contenevano un altare sacro.
Le indagini archeologiche pongono sul colle di Santo Stefano la prima fortificazione di Lecco, di epoca tardo Resti della torre sul Colle S. Stefano romana o alto medioevale. In una vasta area sono stati identificati tratti di muratura probabilmente pertinenti a un "castrum", formato da un recinto fortificato esterno, di forma pentagonale, costruito in pietre di calcare locale legate con malta.
Un secondo muro interno delimitava la parte alta del colle, dove vi sono tracce di torri, che di solito erano di forma quadrata e senza porta d'ingresso, (si entrava da un'apertura molto alta mediante scale a pioli che venivano poi ritirate) e di una cappella.
Nel 1790, durante la demolizione della cappella, fu rinvenuta una lapide con iscrizione, intitolata a un "presbyter Virgilus", sepolto in quel luogo nel 535 d.C.
Poco più in alto, alle pendici del monte San Martino, è stato ritrovato un insediamento di cui sono riconoscibili alcune abitazioni, almeno dodici, scavate parzialmente nella roccia sono stati portati alla luce numerosi frammenti ceramici e frammenti di tegole e pietre oleari; questo insediamento risale al VI - VII secolo d.C.  
Nel periodo romano si venne invece a preferire un altro sistema di fortificazione, la torre isolata di segnalazione. Una di esse è quella sulla collina di S.Stefano, a nord della chiesetta dei Cappuccini di viale Turati, oggi mezza diroccata. Lecco, allora chiamata Leucera, si trovava in una posizione a guardia di un incrocio di strade molto importanti. Infatti  passava la strada che da Milano risaliva verso i passi alpini di Chiavenna ed anche quella militare che da Bergamo si dirigeva su Como e le valli del Ticino.
Con il periodo  delle invasioni degli Ungari, all'inizio del X secolo nasce il primo castello a  Lecco. Questo era un recinto che stava intorno  al paese di Castello e serviva in realtà a proteggere i magazzini di raccolta dei prodotti della corte della città.
Nell'età comunale, che a Lecco sembra formarsi già nel 1073, il borgo sulla riva  del lago si rinnova, torna a essere il centro del comune: il suo porto si arricchisce di cantieri navali, il mercato assume un grande richiamo. Nel XII secolo il territorio viene fortificato in modo complesso. Il borgo viene cinto di mura e vengono rafforzate le torri a guardia del porto.

Nel 1335 Azzone Visconti conquista  Lecco. Nel 1336 fa costruire il ponte vecchio, che fu terminato nel 1338,Ponte Azzone visconti fortificato 1880 una struttura molto bella e complessa. L’aspetto antico era diverso dall’attuale, perché era  stato progettato come fortezza galleggiante a guardia dell’Adda. Le arcate erano solo otto, ma per accontentare i comaschi, i quali pensavano che causasse una strozzatura del fiume e l’allagamento della loro città, fu scavato e allargato il letto del lago, e nel 1440 fu aggiunta un’arcata. Nel 1450 Francesco  Sforza portò le arcate a diciotto, ma i comaschi, non ancora contenti, nel 1489 fecero allargare di nuovo il letto del fiume. Si scavò moltissimo materiale il quale, una volta depositato, formò la zona del Lazzaretto.
Dopo le guerre combattute dal Medeghino, il ponte era rimasto piuttosto danneggiato, ma nei primi del seicento era stato ristrutturato su incarico degli Spagnoli.
Era munito di una rocchetta, una torre colombaia per i piccioni viaggiatori, una torre centrale e un’altra torre più grande verso Lecco, mentre le sue due testate erano protette da un rivellino. Il ponte era ben difeso anche da ponti levatoi, posti in corrispondenza delle fortificazioni. Era armato da spingarde e con tre bombarde che lanciavano palle di pietra: una da 50 libre di gettata, la  seconda da 25 e la terza da 12 e mezza. Ospitava anche una propria guarnigione, formata da una ventina di uomini armati di balestra, ed aveva un proprio castellano.
Il ponte era anche uno strumento di esazione fiscale. Chi vi transitava doveva pagare un pedaggio, che era gestito da un consorzio di una dozzina di comproprietari appaltatori, nobili lecchesi e milanesi, oltre al convento delle benedettine.
Un affresco del 1529 che mostra il ponte con queste fortificazioni lo si può trovare esposto al castello di Melegnano. Il potere è dei signori di  Milano Affresco 1529 e quindi le fortificazioni del comune vanno lentamente in rovina, ma viene curato solo il borgo centrale, rafforzati e controllati con un efficiente servizio militare.
I Visconti cingono di nuove le mura del borgo di Lecco, aggiungendovi un castello sulla riva del lago, al quale giungono le strade di Milano e di Bergamo.  

Intorno al 1450, la fortificazione di Lecco, aveva un andamento pressoché triangolare, con la base sul lago e il vertice un po' sopra l’odierna biblioteca, costituite da un cinta esterna formante lo spalto e dal bastione: così rappresentavano la prima difesa, cui seguiva la fossa, e in fine le mura. Queste ultime erano formate da due muri pressoché paralleli e congiunti tra loro da aperture comunicanti con un corridoi circolare, dove si distaccavano, verso la fossa, alcuni piani inclinati, di dimensioni variabili. Per il riempimento del fossato si utilizzava l’acqua della Fiumicella e del Gerenzone, che in corrispondenza della “Porta Nuova”, al vertice del triangolo, si dividevano in due rami, e li vi erano dei muri traversi che servivano per non farli scorrere troppo rapidamente verso il lago. Il Fiumiciella attraversava anche il borgo per tutta la via Nova,  muovendo con la sua acqua tre mulini posti all’interno del borgo stesso, veniva infatti anche chiamato "Acqua delli molini".
Le mura partivano dal lago, in corrispondenza dell’attuale molo dove sorgeva la “Porta di S. Stefano” con un ponte levatoio, proseguivano verso l’odierno oratorio maschile e raggiungevano  la prima torre, detta torrione, la cui parte inferiore esiste ancora e sulla quale si innalza il campanile. Le mura piegavano quindi per un breve tratto verso la punta del triangolo, poi si spingevano verso l’attuale Via Bovara, raggiungendo al vertice la “Porta Nuova o Porta del Soccorso”, difesa da due ponti levatoi, quì sorgeva la casa del comandante della piazzaforte. Da quel punto aveva inizio l’altro ramo della fortificazione, Stemma presente nella Torre che con un andamento regolare discendeva attraverso le attuali via Volta e via Cavour fino a via Mascari per poi ripiegare verso il lago, dove si trovava la terza porta detta “di Milano o del Castello o di San Giacomo”, munita anch’essa di ponte levatoio e rivellino antistante.Per entrare nel borgo si dovevano superare ben due ponti levatoi, difesi da un sistema di torrioni. Un terzo ponte levatoio proteggeva il vicino castello, circondato dall’acqua che nella parte verso il lago formava un porto difeso per le barche. Al suo interno si vedeva il Maschio del Castello, la torre ancora esistente, posta tra il lago e la piazza XX Settembre. Essa subì diversi restauri e l’attuale è  un ingrandimento di una precedente. Con un progetto dell’architetto Bovara, nel 1820 fu addirittura adattata a carcere.
La torre controllava la principale porta  aperta verso Milano ed al suo fianco era presente un corpo di  guardia, nonché una cappella della Madonna di Loreto, ora completamente trasformata in locale con attività commerciale.
Il Castello occupava un’area di mq.1150, con un fronte di m.53,50 circa verso l’attuale Piazza XX Settembre, dove s’apriva la porta del castello. Sulla destra della torre si riscontrava un magazzino grande e un cortile verso l’interno del borgo per i soldati . Lateralmente v’erano tre botteghe, con retrostante entrata, fossa e scala di entrata ai quartieri.
Sulla sinistra della torre vi era corpo di guardia che sorvegliava la porta del borgo, e dal quale a mezzo di scala, si accedeva al bastione del molo dove vi era la garrita della sentinella.
Verso il lago si trovava il molo militare, che poteva essere sorvegliato e difeso attraverso feritoie che si aprivano da una galleria che occupava tutta la lunghezza del castello.
Nel castello c’era un luogotenente o castellano, che aveva ai sui ordini una ventina di soldati. Nel 1533 c’erano 25 fanti; nel 1578 15 erano nel castello, mentre 6 erano di ronda sulle mura del borgo; nel 1587 erano 29 e muniti di 5 cannoni, e 33 moschetti di bronzo; nel 1608 erano 27 più un bombardiere. Però nei momenti difficili il numero saliva di molto, per esempio nel 1624, quando cominciavano le calate dei Lanzichenecchi, c’erano 200 moschettieri armati di cannoni.  A testimoniare la permanenza di famiglie di soldati spagnoli sono alcuni cognomi che  ancora oggi sono presenti come: Anghileri, Bodega,  Crespi, Verga ecc. Poche modifiche si ebbero nei secoli  futuri, anche con l'arrivo degli spagnoli, che si preoccuparono solo di chiudere le porte del borgo e di estendere gli spalti fuori le mura, ponendovi un governatorato, dove oggi sorge  la biblioteca comunale, e una forte guarnigione. In questo periodo le vecchie torri e i vecchi castelli o vanno in rovina oppure si trasformano in abitazioni o ville. L'introduzione dell'artiglieria a fuoco fece lentamente cadere l'importanza delle mura di Lecco, così nel 1782 l'imperatore austriaco Giuseppe II abolì ufficialmente la Piazzaforte di Lecco.
Gli immobili del castello, che sono stati ceduti nel 1798 dalla famiglia del marchese Serponti, non sono più circondati dal fossato e ad essi  si sono addossate altre costruzioni prospicienti la piazza del Mercato.

L’entrata principale dei sotterranei era situata nei pressi della Basilica di Lecco e più precisamente vicino al  campanile; discendeva per 17 gradini che portavano al corridoio principale, una parte del sotterraneo, quella verso il lago, era stata chiusa ma in passato passava sotto la basilica e portava al torrione principale. Sotto la Basilica si divideva e conduceva alla porta di Santo Stefano. L’altro lato del sotterraneo saliva verso la Porta Nuova e verso la casa del comandante, ora diventata biblioteca. Qua e la si potevano osservare  grossi anelli in ferro soprattutto nel lato rivolto verso la fossa, i quali si pensa servissero a tener sospese le colubrine o delle porte in ferro, mentre a quelli della parete opposta si legavano i prigionieri. Di tratto in tratto il sotterraneo era interrotto da arcate sporgenti e da stipiti, sui quali giravano pesanti porte, che si chiudevano a catenaccio. Una parte dei sotterranei esiste ancora, ma purtroppo sono stati divisi da pareti o addirittura murati per essere adibiti a cantine.

La torre  viscontea fino al 1782 faceva parte di una cinta di mura che fortificavano Lecco, in quello stesso anno, per ordine dell'imperatore Giuseppe II, le mura furono abbattute e rimase solo la torre, che restaurata nel 1816 da Giuseppe Bovara, fu poi utilizzata come carcere. Nel 1932 fu ceduta dallo Stato al comune e venne utilizzata come museo della resistenza, ora ospita la sala mostre del comune di Lecco. Aperta per mostre temporanee e come museo della montagna.


Il palazzo delle Paure sorge nella piazza XX settembre, affacciandosi anche sul lungolario e su piazza Cermenati.
Il palazzo fu costruito nel 1905 in stile eclettico neomedioevale per divenire fino al 1964 sede dell'Intendenza di finanza, del catasto e della dogana. Per queste sue funzioni ottenne l'appellativo di «delle Paure».
L'edificio si erge su quattro piani con il piano terra in bugnato. Su di un lato presenta una leggiadra torre rettangolare con finestre e trifore, costruita intorno al 1926, in cui è stato incastonato uno stemma dei Visconti proveniente dal vicino Pretorio feudale.
Il complesso di palazzo delle Paure comprende anche il contiguo edificio porticato realizzato nel 1902 dall'architetto Adriano Gazzari per divenire la sede della Camera di commercio poi trasferitasi presso il palazzo Falk situata poco distante in piazza Garibaldi. Attraverso i suoi fornici sono in collegamento diretto il lungolago e piazza XX settembre.
Il palazzo è stato ristrutturato per poi essere stato inaugurato il 9 ottobre 2012 alla presenza delle autorità cittadine. Lo stesso giorno è stata inaugurata anche la sezione di arte contemporanea della Galleria comunale, costituita nel 1983 a villa Manzoni. Le opere di pittori del territorio come quelle di Tino Stefanoni o di Alfredo Chiappori ed artisti di interesse nazionale, tra cui i pittori Enrico Castellani ed Enrico Baj, oppure ancora gli scultori Alik Cavaliere e Giò Pomodoro provengono dalle collezioni di villa Manzoni.
Il palazzo del Pretorio feudale fu la sede del Podestà della città fino alla sua soppressione avvenuta con l'avvento del dominio asburgico in Lombardia. La figura del podestà era stata già stabilità negli antichi statuti di Lecco scritti intorno al 1224, ma mutò profondamente nel tempo scemando di autorità fino a divenire nel 1647 solo un magistrato di primo grado nominato direttamente dal conte feudatario.
Il palazzo è sito in piazza Cermenati. Esso si presenta nelle forme ottocentesche (successive quindi alla soppressione del podestà) che gli furono impresse nei rifacimenti del 1826, del 1839, su progetto di Giovanni Carcamo, e nel 1842 su progetto di Adriano Gazzari.
Il Palazzo della Banca Popolare di Lecco sorge nella centrale piazza Garibaldi, di fronte a Palazzo Falk. Il palazzo fu progettato dall'architetto Mino Fiocchi nel 1941, ma si deve a Piero Portaluppi la sua facciata attuale, modificata nel 1957. Essa è tripartita con un corpo centrale avanzato che si apre con un triplice fornice centrale ed ha 19 finestre per piano. Posteriormente l'edificio affaccia con un lungo porticato su piazza Affari. L'edificio è il più grande tra quelli storici di tutta Lecco.

Villa Eremo sorge nel rione di Germanedo.
La villa, che oggi versa in cattive condizioni, fu fatta costruire nel 1690 dal marchese Serponti e fu acquisita dal comune nel 1949. La sua pianta è a forma di H aprendo la facciata su quel che resta del suo vasto parco in cui fu costruito nel 1989-2000 l'ospedale Manzoni.

Posto nel punto più alto della frazione di Somasca, su un'altura naturale, si trova un antico complesso di fortezza risalente a tempi antichissimi che domina tutta l'area di Vercurago e del lago di Lecco. Le prime notizie storiche giunteci riguardo a questo castello risalgono al XIV secolo quando lo sappiamo essere proprietà dei Visconti anche se con tutta probabilità esso venne ricostruito a partire da fortificazioni precedenti risalenti all'epoca carolingia, di cui si ha ampia testimonianza nel torrione centrale (ove attualmente si trova una cappella dedicata a san Girolamo, costruita nel 1902 recuperando parti dell'antico castello).
La fortezza è oggi conosciuta meglio col nome di "Castello dell'Innominato" in quanto la tradizione vuole che questa struttura fosse stata una delle residenze di Francesco Bernardino Visconti al quale Alessandro Manzoni si ispirò ne I Promessi Sposi per la creazione della figura dell'Innominato.
Il complesso, oggi per lo più ridotto a un rudere, era stato con tutta probabilità eretto nell'ambito delle fortificazioni che il paese subì durante gli anni degli scontri tra il Ducato di Milano e la Serenissima, ma sappiamo che già al tempo di San Girolamo Emiliani esso aveva perso gran parte della propria importanza strategica se lo stesso santo poté utilizzarne alcune parti per accogliere i suoi orfanelli e stabilirvi delle strutture create dalla congregazione. La struttura venne in gran parte smantellata nel 1509 ad opera delle truppe francesi e la popolazione locale se ne servì successivamente al fine di ricavarvi del materiale da costruzione, fatto che ha pesantemente alterato il complesso nei secoli.
Si conservano ancora intatti il muro perimetrale, parte dei bastioni difensivi e alcune torri, mentre gli spazi coperti e le cappelle presenti sulla sommità sono state in gran parte ricostruite in tempi successivi. Parte delle mura originarie sono state danneggiate da cannonate sparate dagli austro-russi contro i francesi qui asserragliati nell'ambito della riconquista di Lecco nel 1799. Originale è anche la lunga scalinata per giungere al castello, direttamente scavata nella roccia.
Nel territorio del castello si trova la cappella di Sant'Ambrogio.


Palazzo Bovara si trova in piazza Armando Diaz è la sede dell'amministrazione comunale; fu costruito da Giuseppe Bovara fra il 1836 e il 1852 come ospedale civile convertito nel 1928 con l'inaugurazione da parte del re Vittorio Emanuele III, dopo l'unificazione di tutti gli ex comuni del circondario lecchese che attualmente costituiscono i rioni della città; a seguito di questi lavori, l’allora Cappella dell’Ospedale ospita oggi la Sala del Consiglio Comunale. Nel cortile interno fu posta nel 1958 una lapide in occasione del 110º anniversario da Borgo a Città.
Palazzo Falck è situato nella centrale piazza Garibaldi risale al 1900 e fu costruito da Giuseppe Ongania per ospitare la sede cittadina della Banca d'Italia, successivamente venne intitolato al senatore Enrico Falck. Rimase chiuso per anni fino ad ospitare oggi la sede della ConfCommercio.
La presunta casa di Lucia è sita in Via Caldone al civico 19 nella frazione di Olate, all'epoca località separata da Lecco, designata da vari studiosi come il paesello degli Sposi. Attraverso un portale, decorato da un'Annunciazione cinquecentesca, si passa nel rustico cortiletto, dominato da una vecchia torre anche se tuttavia non è visitabile in quanto risulta essere una residenza privata. La tradizione popolare ricorda un'altra casa di Lucia in via Resegone, nella frazione di Acquate, dove si trova un'antica trattoria e dal cui cortile si osserva chiaramente la collina del Palazzotto di Don Rodrigo.


Villa Gomes si trova nel rione di Maggianico nell'omonimo parco sito nei pressi della stazione ferroviaria. Villa Gomes costruita per il musicista brasiliano Antônio Carlos Gomes (1836-1896) nel 1880 dall'architetto lecchese Attilio Bolla segue la corrente filosofica dell'eclettismo imperante di prevalente richiamo neorinascimentale. L’edificio è un blocco rettangolare a due piani con due prospetti ugualmente importanti, uno orientato verso il paese di Maggianico e l’altro, preceduto da un’ampia scalinata, verso il lago. Sul lato occidentale si imposta il lungo corpo già adibito a serra e oggi trasformato in auditorium. L’interno è arricchito da uno scalone il cui soffitto presenta ricchi affreschi, gli unici sopravvissuti al degrado in cui la villa per molti anni è stata lasciata. Splendido il pavimento alla veneziana del salone a pian terreno mentre è stato inspiegabilmente eliminato l’attico a balaustrini che, oltre a nascondere la copertura, dava slancio e logico coronamento alla costruzione. La villa è stata radicalmente restaurata nel 1987 su progetto degli ingegneri Terragni di Como che, dovendola convertire alle esigenze della scuola civica di musica Giuseppe Zelioli che vi ha sede, ne hanno stravolto 1’impianto originario.

Villa Manzoni si trova poco distante dal centro di Lecco, nel rione del Caleotto ed è appartenuta alla famiglia Manzoni dal 1615 fino al 1818, quando lo stesso Alessandro Manzoni la vendette alla famiglia Scola.
La villa è costruita attorno a un cortile porticato e presenta una struttura tipicamente neoclassica, con una facciata scandita da modanature in arenaria. Sul lato destra si trova un parco, molto più piccolo dell’originale, che era coltivato a viti e gelsi, utilizzati per allevare i bachi di seta. Dal cortile si accede alla Cappella dell’Assunta, dove è sepolto il padre dello scrittore.
Per Alessandro Manzoni la villa era, sin da piccolo, residenza estiva e proprio da queste stanze poteva ammirare la splendida cornice delle montagne lecchesi e godere del dolce fluire delle acque del fiume Adda e del suo lago: un territorio che ha ispirato lo scrittore diventando scenario di una delle storie d’amore più conosciuta al mondo, raccontata nei Promessi Sposi. Proprio quelle stanze, al piano terra, ospitano il Museo Manzoniano. Al secondo piano trova spazio la Galleria Comunale d’Arte, che conserva una selezione di opere facenti parte delle collezioni artistiche dei Musei Civici con quattrocento dipinti e duemila incisioni. Non direttamente aperti al pubblico, ma aperti per la consultazione da parte di studiosi sono: la Biblioteca specializzata, che raccoglie migliaia di volumi e testate di periodici inerenti al territorio lecchese e alla Lombardia; la Sezione Separata d’Archivio costituita da materiale riguardante il territorio lecchese di natura e consistenza molto eterogenea; la Fototeca che conserva 4000 fotografie e cartoline riguardanti il territorio di Lecco, i luoghi manzoniani, la prima e la seconda guerra mondiale, il Prestito Nazionale.

Palazzo Belgiojoso, nel rione di Castello di Lecco, è un pregevole edificio del tardo Settecento a forma di U che si apre sul giardino interno, parco comunale.
Entrando dal portone di ingresso si viene accolti in un ampio porticato sulle cui pareti sono state collocate: le vestigia del seicentesco forte spagnolo di Fuentes di Colico e decorazioni e lapidi di alcuni edifici tardomedioevali lecchesi, demoliti o modificati nel passato.
Sul soffitto dello scalone, che porta ai piani superiori sono venuti alla luce quattro medaglioni, risalenti alla seconda metà dell’Ottocento, raffiguranti il ritratto di personaggi dei protagonisti de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Sui soffitti del piano nobile recenti lavori di restauro hanno messo in rilevo la presenza di pregevoli decorazioni pittoriche settecenteschi con soggetti esotici.
Il palazzo, divenuto di proprietà comunale nel 1927, ospita attualmente il Museo di Storia Naturale, che conserva l’allestimento originario dei primi decenni del Novecento ed è articolato nella sezione zoologica e mineralogica; il Museo Archeologico, nel quale sono esposti in ordine cronologico i reperti provenienti dal territorio a partire dal Paleolitico fino all’Alto Medioevo; il Museo Storico, con una ricca collezione di documenti originali di diverso genere, armi e divise riguardanti la Storia moderna e contemporanea del territorio lecchese.
Più recente è la realizzazione del Planetario, un fiore all’occhiello per Lecco e una delle migliori strutture del suo genere in Italia.

Il Teatro della Società, nella centralissima piazza Garibaldi in Lecco, progettato dall’architetto lecchese Giuseppe Bovara, fu inaugurato il 23 ottobre 1844, con l’opera “Anna Bolena” di Gaetano Donizetti.
L’edificio, dallo stile neoclassico, venne costruito su richiesta di un ristretto numero di famiglie lecchesi, appartenenti alla nobiltà e all’alta borghesia, ma da subito venne aperto a tutta la cittadinanza come testimonia l’aggiunta del “loggione” voluta dalla “Società per l’erezione di un Teatro, a maggior comodo, e minor spesa di quella classe del Popolo, a cui possa sempre meglio agevolare l’ingresso alli spettacoli sotto la vista del pubblico, che lasciarla notturnamente vagare nelle appartate taverne”.
Il Teatro è stato oggetto di interventi di ampliamento, ristrutturazione e restauro. La volta è stata affrescata dall’artista contemporaneo Orlando Sora.
Ospita 460 persone, suddivisi tra platea, palchi, galleria e loggione.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/turista-lecco.html





.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



sabato 4 luglio 2015

ESPLORANDO BORNO

.


Borno è situato su di un altopiano, in una conca montana di formazione glaciale.
È limitato a nord dal gruppo del Pizzo Camino, a sud dal Monte Altissimo, mentre si apre ad ovest sulla Val di Scalve, dominata dalla Presolana, e ad est sul paese di Ossimo e sulla Media Valcamonica con ampia vista sulla catena del Tredenus, il Pizzo Badile, il Frerone ed il colle di San Glisente.
Le montagne che circondano l'abitato sono in maggioranza costituite da formazioni sedimentarie del Trirassico. Gli sconvolgimenti delle stratificazioni hanno avuto luogo ad intersecazioni di strati di ere diverse: marne, argilliti mesozoiche, calcari e calcari dolomitici fessurati, con terreni di media profondità, che si rivelano aridi a causa dell'eccessivo drenaggio. Nelle aree al solivo prevalgono formazioni mesozoiche con marne nerastre, arenarie e calcari marnosi, determinanti la formazione di terreni di media o buona profondità e tendenzialmente fertili. È presente in un'area il fenomeno geologico delle doline.
L'altopiano funge da punto di comunicazione tra la Valcamonica e la Val di Scalve attraverso il passo di Croce di Salven.

Dal punto di vista idrografico l'altopiano è percorso da numerosi corsi d'acqua. I due laghi presenti sono entranbi artificiali: il Lago di Lova, situato a nord di Borno, e il Lago Giallo, che si trova tra il passo di Croce Salven e la frazione di Paline.

L'area di Borno è prevalentemente a carattere boschivo, principalmente costituita da conifere. Si tratta di estese peccete di abete rosso con limitate aree di abete bianco e pino silvestre. È presente, anche se in parte minima, il larice puro. Tra le latifoglie troviamo il tiglio, il faggio, la betulla, il sorbo, la robinia, il noce, il castagno e il ciliegio.
Il sottobosco è caratterizzato dalla presenza di edera, mirtillo, fragola, lampone, mora, ginepro, felce, ontano, sambuco, nocciolo, rovo, e di numerose specie di fiori: la rosa di Natale, il bucaneve, la genzianella, il ciclamino, il mughetto, per citarne solo alcuni. In alta montagna prevale la presenza del rododendro e della stella alpina.

Le doline sono le forme superficiali (o epigee) più caratteristiche del paesaggio carsico, costituito da rocce calcaree. Si tratta di depressioni ad imbuto, a calice, a scodella, con pianta circolare o allungata, il cui diametro può variare da pochi a 500/600 metri.
Il parco delle doline di Croce di Salven si caratterizza per la presenza di depressioni carsiche (dette doline) formatesi in seguito allo scioglimento della roccia calcarea per reazione chimica con l’acqua piovana, resa acida dall’anidride carbonica presente nel terreno e dall’humus. Un fenomeno d’interesse scientifico che certamente merita d’essere osservato: i periodi migliori per visitare il parco sono la primavera e l’estate, quando la neve, ormai sciolta, rende nuovamente visibili le formazioni carsiche.
La vegetazione all’interno delle doline è particolarmente rigogliosa proprio per la presenza di abbondanti sali minerali e la protezione offerta ai semi dalla tipica concavità.

Il percorso dei frutti di bosco è rilassante in primavera per il tepore che fa sbocciare i primi fiori, dirompente in estate quando il forte profumo del fieno ci accompagna col frinire dei grilli; in autunno i colori accecano contro il blu del cielo e avvolgente come abbraccio in inverno.
Il tragitto è ricco di piante da frutto tipiche delle latitudini: troviamo piante di noce, cespugli di nocciole, nespole, lamponi e more.
Il percorso inizia all’inizio del paese. Si incontra subito l’opus quadratum, un’urna cineraria di epoca romana, e si imbocca una stradicciola semipianeggiante che lascia le ultime case del paese e si inoltra tra i prati verso la valle del Pànzen.
Lungo tutto il percorso si possono osservare numerose piantine di fragole, more, lamponi.

Il Percorso della memoria inizia la dalla Chiesetta della Dassa, al cui interno si trova un affresco raffigurante l’incendio di Borno avvenuto alla fine del XV secolo.

Il “percorso dell’acqua” è un itinerario sentieristico che si sviluppa nella zona a sud-ovest dell’abitato di Borno, nell’Altopiano del Sole.

Il Montanarium è un polo espositivo e dimostrativo sui mestieri e sui saperi innovativi delle Alpi ubicato a Borno, presso le superfici dell’ex vivaio forestale, integrato con il centro visitatori della vicina Riserva Naturale del Giovetto, dove è possibile approfondire le tematiche relative alle attività produttive e della cultura rurale caratteristiche del territorio alpino.

La Biblioteca del bosco è una piccolissima struttura situata in punto suggestivo e panoramico del bosco, sempre aperta, che raccoglie un’antologia di brani letterari che narrano di boschi e degli uomini che ci vivono, “per leggere di boschi, stando nel bosco”.

La Riserva Regionale dei Boschi del Giovetto nasce nel 1983, ma già in precedenza questa zona aveva destato l’interesse dei ricercatori, a causa della presenza di una particolare specie di formica. Il territorio su cui si estende la Riserva parte dal Comune di Borno e sale da 1200 m. di altitudine fino a 2300. L’area protetta è di 650 ettari, quasi completamente ricoperti da abeti rossi, e popolati da varie specie di animali: volpi, faine, scoiattoli, lepri, caprioli e diversi tipi di uccelli. Ma l’animale più interessante è un insetto particolare: la formica rufa. La Riserva del Giovetto è la prima area in Europa ad aver creato un ambiente di protezione per queste formiche, che svolgono una funzione di difesa del bosco, contrastando l’attività di specie dannose all’ecosistema. La formica rufa è preziosa per l’equilibrio biologico del bosco, al punto che alcuni formicai (che possono contenere da 200.000 a 500.000 esemplari) vengono esportati in zone in cui non sono presenti.

La facciata della Torre dei Re, posta a nord del lungo caseggiato, si presenta come una serie di muri contigui che, per l'utilizzo dello stesso tipo di pietrame e della medesima tecnica costruttiva, appare come un muraglione uniforme. Soltanto nella parte centrale della muraglia, prima della facciata che presenta un ridotto barbacane alla base, si scorgono file di pietre più grosse e ben allineate, disposte all'incirca fino a metà altezza della facciata, che fanno supporre si trattasse di una costruzione più solida e più antica rispetto alle porzioni di caseggiato antecedenti e susseguenti.
È ipotizzabile che questa parte centrale costituisse una torre difensiva visto che è posta su un dosso roccioso sottostante lo spiazzo che, prima dell'attuale parrocchiale, ospitava la cappella di S. Martino da cui dominava tutta la vallata sud d'ingresso al paese.

La Torre dei Pagà è collocata in prossimità della Piazza, nel tratto iniziale di Via Vittorio Veneto, un tempo Via Toresela (toponimo derivato dalla torre stessa), nella seconda metà degli anni '80, dopo una completa demolizione e rifacimento ex novo, si è tramutata in un falso storico e architettonico.
Misurava circa 8 m. in altezza e m. 8 x 8 alla base, mentre lo spessore dei muri raggiungeva il metro. La sua denominazione deriva dal cognome della famiglia Pagani, una delle ultime proprietarie della torre.
Il lato nord, che si affaccia su Via Veneto, presenta a piano terra una vetrina espositiva, al primo piano due finestre e una terza finestra al secondo piano. Un'altra vetrina e due finestre, una per piano, sono state ricavate anche sul lato sud, opposto a quello stradale.

La Torre dei Barète è inserita in un isolato di caseggiati, un tempo estrema periferia ovest dell'abitato bornese.
In origine la struttura sorgeva isolata, solo più tardi si sono addossati altri corpi di fabbrica, tuttavia trovandosi proprio di fronte alla torre dei Sagrestà poteva costituire parte del sistema difensivo all'ingresso del paese. Si distingue dai caseggiati attigui per la diversa dimensione delle pietre impiegate nella costruzione.
All'interno le pietre sono squadrate, grandi e l'angolo è a bisello, mentre all'esterno il muro che si affaccia su via Vittorio Veneto, ha pietre grezze e sbozzate con il metodo a ribassino solo agli angoli.
Attualmente la torre supera i 5 m. d'altezza, ma viste le misure della base di m. 7 x 7 si suppone che in origine fosse più elevata.

I resti della Torre dei Sagrestà non sono visibili dall'esterno della via omonima, ma solo dalla corte interna, dalla quale si scorge solo la facciata posta ad oriente che, a sud, è contigua alla casa e, a nord, fa angolo con il muro di un'altra abitazione.
La torre misura oltre 5 m. in altezza e m. 6 x 6 alla base. Non si conosce la data di costruzione, tuttavia se fosse coeva alla torre dirimpettaia dei Barète risulterebbe assai probabile che le due torri costituissero l'ingresso fortificato del paese.

Torrione Montanari è ubicato nel centro storico, in una posizione strategicamente importante poiché controlla il transito di Via S. Fermo e di Via Trieste, attualmente è inglobato nell'edificio denominato "Casa delle Suore". Dato che i muri delle facciate sud ed est (costruiti con conci di arenaria, granito e pietre calcaree di grandezza decrescente man mano che si sale nelle parti più alte) presentano uno spessore doppio rispetto a quelli delle rimanenti, si pensa che anche in passato doveva avere un edificio adiacente che proteggeva i due lati più deboli.
In origine, dunque, poteva essere sorto come casa-torre o come fortilizio appartenente a signorotti locali. Il torrione è alto circa 8 m. e misura m. 6 x 6 alla base. Sia il portone d'ingresso sia il balconcino del secondo piano sono realizzazioni più recenti (XVII-XVIII sec.) e sicuramente in origine tale ingresso non esisteva.
Quasi certamente il torrione era in comunicazione visiva con le altre torri del centro storico. Databile intorno ai secoli XII-XIII ha subito notevoli rimaneggiamenti nei secoli successivi. Dapprima di proprietà della famiglia Montanari, nei primi decenni del secolo XIX venne utilizzato dai frati francescani, poi divenne di proprietà della famiglia Dabeni che, trasferitasi nel Piano di Borno, lo affittò. Verso la fine dell'800 fu adibito ad albergo e dopo un periodo di abbandono (in cui secondo la tradizione bornese divenne la Casa degli Spiriti), nell'anno 1909 venne recuperato dalle suore Dorotee di Cemmo che, unitamente all'edificio adiacente, ne fecero una nuova sede della loro congregazione.

La torre detta degli Agnellini è ubicata nel centro storico in una posizione di mezza costa e su terreno in declivio. È incorporata nella casa dei Romalge che si trova anch'essa in posizione strategica in quanto controlla le due vie sopra menzionate.
Misura 8 m. in altezza, 7 m, di fronte e quasi 8 di lato. Dall'interno è visibile parte della facciata ovest. La muratura esterna è costituita da grossi conci in calcare e granito lavorati grossolanamente a bugnato. Dalle dimensioni dei conci all'estremo superiore è ipotizzabile che la torre fosse più alta.
Costruita in epoca medioevale XII-XIII secolo, faceva parte del sistema difensivo del paese (baluardo verso la Valle di Scalve) e si collegava al borgo del "castello".

La Torre dei Michéi è inglobata in un piccolo isolato costituito da più edifici di proprietà della famiglia Miorini soprannominati appunto "Michéi". La posizione non sembra strategicamente importante, la via però si trova sulla direttrice per il Lago di Lova.
Misura più di 4 metri in altezza e metri 5 per 5 alla base: è la più piccola delle torri del paese. Non si hanno notizie storiche specifiche sulla torre, tuttavia sulla spalla del portale d'ingresso della cantina adiacente si trova scolpita un'aquila imperiale che richiama il dominio milanese sulla Valcamonica.

Villa  Guidetti è circondata da due splendidi parchi in cui, accanto a specie botaniche di elevato interesse naturalistico, è facile imbattersi in colonne, fregi e capitelli, testimonianza della vivacità culturale che, fin dalla sua fondazione, contraddistingue questo luogo.
Il visitatore che giunge a Borno, percorrendo la strada provinciale nonché crono-scalata Malegno-Ossimo-Borno, al bivio per Ossimo superiore volgendo lo sguardo verso Borno alla sua sinistra, potrà osservare meravigliato e compiaciuto l’eccezionale e unico polmone verde ubicato all’interno dell’abitato.
Questa macchia verde imponente e rigogliosa è il parco inferiore di “Villa Guidetti” che sviluppa, su un’area di circa 12.000 mq., alberi e arbusti cresciuti folti ed austeri grazie ad un naturale habitat di clima e di esposizione alla luce del sole, che li ha arricchiti per varietà di specie e di colore.
Appena si varca la soglia d’ingresso alla “Villa Guidetti”, di pregevole gusto architettonico edificata tra il 1927 e il 1937 da Piero Guidetti nativo di Brescia, il parco superiore vasto circa 5.000mq. e diviso per mezzo di Via Creppi di sotto dal parco inferiore, accoglie l’ospite con la piacevole ombra e protezione dei suoi alberi centenari, alpini e non oltre che da frutto.

Passeggiando per i vicoli e lasciando scorrere lo sguardo, si ha come l’impressione che a Borno il tempo si sia fermato: stele con incisioni dell’età del Rame, resti di necropoli romane, fortilizzi e torrioni medievali, palazzi e caseggiati sei-settecenteschi; e ancora, chiese ed edicole, testimoni della religiosità popolare locale ed espressione artistica di tutto rispetto.
 .
Casa Rivadossi è del XV secolo e seguenti con loggiato ornato da eleganti decorazioni e riportante una meridiana a numerazione araba, presenta una struttura portante in muratura continua in pietra e malta, pilastri intonacata completamente. Orizzontamenti in muratura legno, solaio piano a volta a botte copertura con struttura lignea e manto in coppi, pavimentazioni interne cotto legno pietra e ceramica, pavimentazioni esterne in pietra.

Nel centro storico, Borno, conserva ancora intatti edifici di antica origine e pregiati particolari architettonici, testimonianza di un’arte antica che aveva raggiunto alti livelli.
Tra questi, si affaccia sulla Piazza Giovanni Paolo II, il bel Palazzo Franzoni, con la data 1690 incisa su un pilastro del portico e dal bel portale seicentesco con lo stemma della nobile casata dei Federici.
In realtà, si tratta di un’abitazione rustica, probabilmente edificata sui resti di un’antica fortificazione. Al suo interno, di particolare pregio sono la fontana esagonale in pietra di Sarnico con maschera per il doccione, databile XVI-XVII secolo, e la colonnina in pietra calcarea raffigurante una maschera di fattura popolaresca.
Ballatoi in legno, antiche loggette, portali che, socchiusi, fanno intravedere fontane e cortili dal fascino antico; passeggiando per i vicoli e lasciando scorrere lo sguardo, si ha come l’impressione che a Borno il tempo si sia fermato.
Oggi palazzo Franzoni, riporta nella chiave d’arco del portale (del XVII secolo) uno stemma con camoscio rampante.

L'Ex Albergo Franzoni è decorato da moderni affreschi (che ricordano la leggenda di S. Fermo) e da una meridiana con motto. Le graziose loggette ed il portico della facciata retrostante sono del XV secolo.

Casa Bassi con affaccio sia sulla Piazza che sulle vie Don Pinotti e Fonte Pizzoli, il cui portale d’accesso al cortile reca la data 1503.

La piazza si allarga attorno alla fontana, del XVII secolo, realizzata in pietra di Sarnico e caratterizzata da una vasca principale a forma ottagonale che raccoglie gli zampilli che scendono dalle bocche di mascheroni posti a decorare le due vasche minori.

Nella Valle Camonica romana, l’abitato di Borno era uno dei centri più importanti, anche grazie alla posizione strategica, a controllo della via di collegamento con la Val di Scalve. Le restituzioni più importanti sono una necropoli ed un edificio di culto nell’area dell’ex Villa Baioni, in via Marconi, da cui derivano numerosi e preziosi oggetti di corredo (anche in oro ed argento) oggi esposti al Museo Archeologico Nazionale della Valle Camonica (Cividate Camuno); a Borno, del periodo romano, restano oggi visibili alcuni elementi architettonici murati all’esterno della Chiesa di S. Fiorino e un’epigrafe funeraria sulla facciata di una casa privata nel centro storico. Nella località Laghetto Giallo infine le tracce di un imponente scarico di laterizi romani testimoniano la pratica di attività artigianali, forse legate ad una fornace produttiva.

Borno rivela le sue origini più antiche nei ritrovamenti di siti cerimoniali con stele e massi incisi che si distinguono per importanza nell’intero arco alpino.
Si tratta di reperti provenienti da siti cerimoniali dell’età del Rame (IV/III millennio a.C.) oggi esposti presso il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane (Capo di Ponte).
Di tali testimonianze, a Borno, resta solo il frammento di stele incastonato nel muro esterno di un’abitazione.

La Chiesa parrocchiale santi Giovanni Battista e Martino fu realizzata fra il 1771 ed il 1781, le volte e l’altare maggiore sono decorate da dipinti di Sante Cattaneo di Salò (1780-1781). Pregevoli le tele di Lattanzio Quarena (1829) collocate su due altari laterali, il ligneo settecentesco Cristo morto della bottega dei Fantoni e il paliotto, pure settecentesco, dello scalvino Giuseppe Piccini.

L’edificio attuale della Canonica, ristrutturato alcuni decenni fa, presenta un porticato realizzato con colonne quattrocentesche in pietra di Sarnico, provenienti da un edificio demolito in piazza Roma. Inoltre nel lato che si affaccia sulla Chiesa Parrocchiale è stata inserita una lapide che riporta la data 1347.

La Chiesa di S. Antonio da Padova è l’edificio più antico presente sul sagrato, costituito da un insieme di strutture, erette e modificate in diversi periodi storici. All’interno della graziosa Chiesa di S. Antonio di Padova (XV secolo) si conservano testimonianze pittoriche fra le più antiche di Borno: le raffigurazioni cinque-seicentesche di Santi e la suggestiva lunetta affrescata da Callisto Piazza da Lodi (“Sacra Conversazione”, Madonna e Bambino tra i Santi, 1528 circa ).

In estate è possibile praticare numerosi sport all'aria aperta, tra cui il tennis, la pesca sportiva, il nuoto in piscina, il pattinaggio su rotelle, il calcio, l'equitazione, il deltaplano e il parapendio. Possibilità di effettuare anche gite in famiglia ed escursioni attraverso i numerosi sentieri vicini al comune.

Gli ospiti di Borno in inverno hanno la possibilità di praticare lo sci alpino, da discesa e di fondo, nonché il pattinaggio su ghiaccio.

A Borno si trova una piccola stazione sciistica, situata sul versante nord del Monte Altissimo. Nonostante la quota non elevata (950-1700 metri) l'esposizione nord delle piste permette alla neve di conservarsi per tutta la stagione, anche grazie ad un impianto di innevamento programmato. Caratteristica principale della località è di essere interamente immersa in un bosco di abeti, ciò favorisce la sciabilità anche in caso di brutto tempo e scarsa visibilità.

La gastronomia del territorio della Vallecamonica è ricca e varia: sono sapori antichi quelli proposti da trattorie e ristoranti locali; elaborazioni culinarie semplici e genuine che attingono alla tradizione.
Tra i primi piatti gli immancabili “casoncelli”, ravioli ripieni di carne e verdure e altri ingredienti, tagliatelle, maltagliati, talvolta con farina di castagne, gnocchi, minestre d’orzo e trippa.
Tra le carni lo stracotto d’asino, la carne salata, le salsicce dette “strinù” e i salumi di puro suino. Non mancano conigli, pollame e selvaggina, lepri e cinghiali.
Oltre alla carne, il pesce di fiume di lago, talvolta essiccato secondo metodi tradizionali. La polenta di mais o di grano saraceno è il contorno per eccellenza di molti secondi piatti così come i funghi, porcini e finferli su tutti, che si trovano in abbondanza nei boschi dell’Altopiano.
L’allevamento di bovini, caprini e ovini garantisce la produzione di ottimi formaggi. La varietà è davvero sorprendente: formagelle, “silter”, “casolet”, ricotte, “fatulì”, “bagoss” e caprini, naturali o aromatizzato con erbe.
Nelle zona del lago Sebino, ad una quota ideale, viene prodotto un olio dalle importanti caratteristiche così come nella zona dell’Annunciata, poco distante da Borno.
Da apprezzare i diversi tipi di pane, bianco o di segale, e i dolci, semplici e genuini; “spongade”, biscotti e torte con farina di castagne. Una menzione particolare va fatta per i due dolci tipici di Borno, il Bosolà e la Chisòla, che sono gli unici due prodotti ad aver ottenuto la De.C.O. (denominazione di origine comunale) a Borno.
Non mancano vini IGT, liquori e grappe, classiche o aromatizzate con bacche, frutti di bosco, erbe alpine o miele.

L'8 agosto vigilia di San Fermo si tiene festa con falò e fiaccolata;la leggenda dei tre fratelli eremiti Fermo, San Glisente e Cristina. Pellegrinaggio al santuario sul monte con discesa in notturna con fiaccole. Protezione del bestiame.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/borno.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



mercoledì 1 luglio 2015

BRENO



Breno è un comune della Val Camonica e sorge in una forra naturale dalla direzione nord-sud, tra la collina del Castello ed il Corno Cerreto.

Breno, oggi come nel passato, deve la sua importanza al fatto di essere centro di servizi comprensoriali della Vallecamonica: e ciò per posizione geografica, oltre che per tradizione.
Alle spalle del presente, una lunga storia che si spinge fin nel Calcolitico, come hanno messo in luce recenti scoperte archeologiche effettuate sulla Collina del Castello.
Anche l'etimologia riporta ad origini assai lontane, sia che si assuma come radice il celtico "brig" (monte) oppure il cognome ugualmente celtico di "Brennos", o la voce "briù" o "braè" (ponti o intrecciatura di pali a scopo difensivo) come nella Gallia.
"È perciò molto verosimile pensare ad una intelaiatura di pali, alla maniera gallica, tra la rupe del Castello e quella del Cerreto, onde precludere l'accesso alla vallata" .
In questa direzione si colloca anche il nome della frazione di Astrio (Oahstre, il castium), "la più alta piazzaforte contro gli estranei. Servì certamente contro i Romani al tempo di Augusto".Certo è che le difese non furono sufficienti a contenere a lungo l'urto delle legioni romane ed anche Breno divenne parte della Provincia romana. Interessanti reperti del periodo preistorico e romano sono custoditi nel museo civico con sede nel Palazo della Cultura.
Recentemente, in località Spinera, è stato riportato alla luce un edificio religioso romano di proporzioni imponenti,verosimilmente costruito su un precedente edificio indigeno dedito al culto delle acque, posto tra la riva orientale del fiume Oglio e uno sperone roccioso ricco di grotte e sorgive. L'edificio di epoca Flavia, che ricalca il consueto schema dei santuari italici, presenta una parte posteriore chiusa e una anteriore aperta, forse provvista di colonnato. Nella cella principale una nicchia ospitava la statua del culto e un pregevole pavimento a mosaico, con decorazioni. L'edificio fu distrutto da un violento incendio, sicuramente intenzionale, attorno al V secolo d.C.. Il santuario è a tutt'oggi visibile al pubblico; attraverso una comoda strada che funge anche da pista ciclabile.
Nulla sappiamo dei secoli "bui" dell'alto medioevo. Prova induttiva, con qualche supporto archeologico della presenza longobarda, potrebbe essere la dedicazione a San Michele della cappella sulla Collina del Castello. Rimangono la controfacciata con una finestrella oblunga, sopra la quale campeggia la croce greca, l'impostazione laterale sinistra dell'abside con i segni di altre due finestrelle e le fondamenta del presbiterio, dapprima mono e poi triabsidale.
Le origini della cappella risalgono al secolo VIII. Nei secoli seguenti fu luogo di culto fino all'edificazione della chiesa di San Maurizio o forse di Sant'Antonio. Nel 774 Carlo Magno donava la Vallecamonica ai monaci di Tours. Pieni di torbide vicende, di vendette, di intrighi, di odi implacabili e di tregue, tanto facili quanto fragili, sono i secoli dell'età comunale e signorile.
Investiture e confini sono le cause principali di una litigiosità esasperata; ora sono le discese del Barbarossa a scatenare gli odi contro la nascente "signoria" dei Federici, della quale sono avversari tenaci i Ronchi, i Leoni e gli Alberzoni di Breno assieme ad altre "famiglie" della media valle: è solo l'inizio di una accesa rivalità che passerà alla storia sublimata nei bei nomi dei guelfi e dei ghibellini.
Se qualche interesse più generale è in gioco, esso riguarda il controllo della Valle e non le sorti del papato o dell'impero, e neppure l'autonomia da Brescia che finiva per essere un pretesto dannoso alle parti in lotta: tant'è che sarà proprio il Consiglio generale di Brescia a chiedere l'intervento pacificatore di Maffeo Visconti, il cui lodo arbitrale, del 1291, sarà favorevole solo alla propria causa, stabilendovisi che il reggente della Valle fosse scelto dal duca di Milano e gradito naturalmente al comune di Brescia.
La Vallecamonica entra così nella "grande politica". Di essa si interessa nel 1311 l'imperatore Arrigo VII, confermando a parole le concessioni autonomistiche rilasciate a suo tempo da Federico Barbarossa (il diploma si conserva presso la biblioteca comunale) e nominando nei fatti suo Vicario Cangrande della Scala.
I Visconti tornano all'assalto appena tramontata la "meteora" d'oltralpe, inutilmente sospirato anche da Dante Alighieri. Il dominio visconteo (legato ai nomi di Bernabò, Gian Galeazzo, Giovan Maria e Filippo) avrà termine con la pace di Ferrara, nel 1428, che sancisce la conclusione del conflitto fra Milano e Venezia. D'ora innanzi, salvo una breve parentesi francese, la Vallecamonica diverrà una "scolta" della Repubblica veneta e Breno ne sarà la capitale amministrativa.
I conflitti di ordine sociale tra nobili e "vicini" dei secoli precedenti trovano equilibrio e composizione nel saggio governo veneto che sa conciliare la ragion di stato con le ragioni dell'autonomia locale. Breno diventa sede dei "governo" valligiano, affidato ad un Capitano, un Vicario e ad una serie di Consigli generali e speciali, sì da legittimare un vero proprio pluralismo istituzionale.
Il "prelibato dominio veneto" ha termine con l'arrivo dei francesi di Napoleone, sul finire dei secolo XVIII. Sembra che in un primo tempo la Vallecamonica abbia mostrato fervida lealtà verso Venezia. "Ed anche la Vallecamonica serbava all'antica Repubblica sua fede", scrive l'Odorici. Ma, a parte qualche arresto tra i più accesi sostenitori di Venezia, con l'arrivo del conte Emili a Breno (nell'aprile del 1797), quale capitano del popolo sovrano di Brescia, si può considerare chiuso definitivamente il periodo della dominazione veneta.
La provincia di Brescia viene divisa in dieci cantoni uno dei quali, con il titolo di "Montagna", è la Vallecamonica con centro a Breno.
I cantoni a loro volta sono suddivisi in comuni o "municipalità" che in valle furono Pisogne, Darfo, Borno, Breno, Bienno, Capo di Ponte, Cedegolo, Edolo, Ponte di Legno. Alla fine del 1797 la Repubblica Bresciana è incorporata da Napoleone alla Cisalpina: la Vallecamonica con la Valtellina forma il dipartimento dell'Adda e dell'Oglio con capoluogo prima a Sondrio e poi a Morbegno.
Tale dipartimento è di nuovo modificato nel 1801: la Vallecamonica, ovvero il distretto di Breno, va a formare il dipartimento del Serio o di Bergamo e sotto Bergamo rimarrà fino all'ottobre del 1859.

La chiesa di sant'Antonio, costruita tra il XIV ed il XV secolo, presenta alcune irregolarità sia nella pianta, sia nelle forme esterne, a testimonianza della continua co-evoluzione con il tessuto urbano della cittadina e con la sua storia, sociale ed urbana. Lo stile dell’insieme è neogotico, nella particolare elaborazione che ebbe localmente questo stile. Troviamo quindi pochi slanci ascensionali, rapporti volumetrici nettamente a favore dei pieni e riferimenti gotico-rinascimentali per lo più limitati a particolari architettonici, come le aperture lunghe e strette terminanti a sesto acuto. Il centro della facciata è dominato da un grande portale quattrocentesco in arenaria rossa, con decorazioni e affreschi. La muratura, originariamente in conci di pietra, è stata intonacata.
All’interno l’unica grande navata ha la volta suddivisa in due ambienti, entrambi a crociera, sorretti da arcate a tutto sesto, affrescate forse da Callisto Piazza. Pure a crociera è il coro, affrescato da Pietro da Cemmo con figure di Santi e Dottori della Chiesa. A Girolamo Romanino sono invece attribuiti gli affreschi delle tre pareti del coro del 1535, raffiguranti temi sacri di cui si coglie la vivacità narrativa. La parete destra, la meglio conservata, raffigura alcuni episodi tratti dal libro di Daniele: i momenti del racconto biblico sono rappresentati in rapida sintesi, con un montaggio quasi cinematografico, una notevole vivacità narrativa ed un certo gusto per il dettaglio stravagante. Gli affreschi della navata sono andati persi dopo l’imbiancatura delle pareti a calce durante la peste del 1630. Troviamo poi una pala con la Vergine in trono con Santi attribuita a Callisto Piazza. Il campanile è del XVIII secolo. La chiesa è monumento nazionale dal 1911.
La chiesa parrocchiale dedicata a San Salvatore è di struttura seicentesca, rimaneggiata e ampliata nel XIX secolo, con un maestoso portale (1675) a colonne in occhialino scuro.
L’imponente campanile è costruito con blocchi di granito a vista, decorazioni barocche nella cella campanaria. L'interno della chiesa è stato affrescato a tre riprese dal Guadagnini (1852, 1870 e 1873):
Epifania, sulla controfacciata;
Risurrezione, Incoronazione di Maria e Trasfigurazione, nei medaglioni della navata;
Trionfo dell'Eucarestia, nella volta del presbiterio;
Moltiplicazione dei pani, nel lunettone.
Sempre del Guadagnini è la bella Via Crucis.
Al centro dell’ampio presbiterio sorge il monumentale altare maggiore realizzato nel 1740 dal marmoraro bresciano Vincenzo Barboncini.
L’altare è sormontato dalla maestosa cornice di legno dorato che racchiude la grande tela raffigurante la Trasfigurazione, opera di Pompeo Ghitti.
Il secondo altare sul lato sinistro del presbiterio, ricco di marmi preziosi, è dedicato alla Madonna del Rosario ed è opera della bottega Fantoni; il terzo, in legno dorato,è attribuita a Giovanni Piccini (1661-1725); assai pregevole è il prodotto.
L'altare detto "del Vaticano II" fu realizzato nel 1965 per opera dell'Arciprete Mons. Vittorio Bonomelli; sotto il suo successore, Mons. Tino Clementi Arciprete di Breno dal 1984 al 2005, è stata rifatta la pavimentazione, è stata ripulita e risistemata la Grande macchina del Triduo (Opera lignea in memoria dei morti avuti dal paese durante la grande Peste), ed è stata completata la doratura dei cornicioni e dei capitelli delle lesene.

Situata nei pressi del cimitero la chiesa di San Maurizio era l'antica parrocchiale di Breno.
Le originarie caratteristiche cinquecentesche hanno subito rimaneggiamenti. Il campanile, con cuspide piramidata, è stato restituito alla sua intatta bellezza da recenti restauri, che pure hanno messo in luce le originarie finestre bifore.
Il restauro integrale della struttura e degli affreschi di S. Maurizio, opera del veneziano Ludovico Galliona (1752-1787), voluto dall’Arciprete di Breno Mons.Tino Clementi e condotto sotto la supervisione della Sovrintendenza, è stato completato nel 2000, mentre precedenti interventi avevano riportato alla luce la muratura originale del campanile riconducibile al romanico.
Sul lato a sinistra del presbiterio,nella terza cappella, è visibile il Compianto attribuito a Beniamino Simoni.
La preziosa collaborazione dei volontari, soprattutto degli alpini, ha permesso il recupero delle adiacenze.
Monsignor Maffeo Ducoli, Vescovo emerito di Belluno e illustre concittadino, ha donato l'organo, opera prima e assai pregevole del camuno Gian Luca Chiminelli e l’altare per la celebrazione della S. Messa, opera di scultori lignei locali.

La Chiesa di S. Valentino fu eretta nel X sec. su un piccolo colle che domina Breno (sopra le rovine romane di una precedente costruzione) ampliata all’inizio del 1500 in stile lombardo, ricca al suo interno di numerose opere pittoriche e di recente restauro.
Il luogo della chiesa rimanda al luogo di residenza di San Valentino (Terni), martirizzato durate le feste funebri delle idi di febbraio del 270, durante la persecuzione di Claudio II il Gotico.
Annesso esisteva un dormitorio nel quale vivevano gli eremiti di San Valentino, custodi della chiesa per secoli. Oggi c’è la casa dei custodi.
La facciata è preceduta da un pronao rinascimentale che poggia su quattro colonne di arenaria rossa.
L'interno è a due navate, con volte a crociera. Nella seconda e terza volta della navata destra, affreschi del Maestro di Nave, datati 1500, e raffiguranti i Dottori della Chiesa.
Sulla parete sono presenti affreschi raffiguranti Santi e alcuni frammenti datati 1484, forse di Giovan Pietro da Cemmo.
Il pregevole altare di legno dorato, datato 1701 racchiude una bella tavola ad olio attribuita al pittore cremonese Altobello Melone, attivo nel bresciano nei primi anni ‘500.
Nel 2004 è stato completato il recupero globale della struttura e delle adiacenze e il restauro degli affreschi voluto e realizzato dall’Arciprete di Breno Mons. Tino Clementi con la supervisione della Sovrintendenza e l’aiuto di vari istituzioni pubbliche e private.
Chiesa ad unica navata, con due altari laterali. Il vasto pronao è sostenuto da colonne in pietra di Sarnico, con capitelli decorati. Il portale in pietra simona è ricco di decorazioni e nella lunetta sovrastante è presente un affresco raffigurante la Natività di Maria.
Sul lato destro troviamo un altro portale della medesima pietra datato 1545. Sempre sul lato destro, addossata alla chiesa, è presente una cappelletta assai interessante, dalle belle proporzioni d'insieme, in elegantissima architettura del secolo XVI.
Nel 2000 è stato completato il recupero della struttura, dell’interno e del sacello rinascimentale.

La Chiesetta di Santa Maria Assunta in località Degna che sorge in località sopra Astrio, ha struttura portante in pietra, realizzata con gusto neogotico e copertura in lamiera.
Al suo interno è conservata una pregevole tela del brenese Domenighini, la Pala con Santa Maria Assunta tra gli angeli e il Padre Eterno.
Sembra che il Domenighini nel 1936 effettuò gratuitamente l’intera decorazione della cappella, riutilizzando i cartoni della chiesa di S. Pietro Martire ad Alzano Maggiore.

Il castello di Breno è un monumento ricco di storia. Ciò che si vede non è in realtà un castello, ma un complicato tessuto di costruzioni edificate in secoli diversi per scopi diversi. E’ nato come un insieme di palazzi e torri al tempo di Federico I Barbarossa (1100-1200) ed è stato poi trasformato in roccaforte militare all’epoca della Repubblica di Venezia (1400-1500). Il castello come lo vediamo oggi, però, ricopre in parte i resti di testimonianze preistoriche, che mostrano come la collina, sede degli edifici, fosse una località privilegiata di insediamento già a partire da 8/9000 anni prima di Cristo. Le costruzioni sono ormai parte integrante della collina, ne dominano e ne chiudono la cima, accentuandone le forme naturali.

La torre di Via Mazzini è indubbiamente medievale caratterizzata da grossi conci granitici con angoli particolarmente evidenziati. Le aperture non sono quelle originarie così pure la copertura a doppio spiovente. Si tratta di un edificio a torre a pianta quadrata alto una quindicina di metri usato come sede di associazioni e società. Ai lati nord-ovest e sud-ovest sono stati addossate altre costruzioni (ex albergo alpino a sud-ovest). Le strutture verticali sono in muratura continua portante. Le strutture orizzontali sono costituite da volte a botte, da volte a crociera e da un solaio con struttura in legno. L'accesso al piano terra avviene da via Mazzini, al piano primo da una scala esterna, ai piani secondo e terzo da una scala presente nell'edificio che ingloba parzialmente la torre. Al piano sottotetto si accede direttamente dal piano terzo grazie ad una scala a mano in legno ed ad una botola. Il tetto è a due falde a pianta quadrata mentre la struttura è a travi in legno su muratura. Il manto di copertura è in coppi in laterizio. Attualmente vi ha sede l’associazione Proloco Breno.

Torre Pezzotti (ubicata vicino alla chiesa parrocchiale) è di origine medievale. Si tratta di un edificio a torre a pianta quadrata usato come abitazione e deposito e collegato ai locali dell'edificio che è stato addossato ai lati nord-ovest, nord-est e sud-est. Costituita in granito, è stata inglobata in una costruzione realizzata in tempi successivi: ad esempio sul lato che affaccia verso il cortile interno sono stati realizzati, con buona probabilità nel XVI secolo, un'apertura e un balconcino. Le strutture verticali sono in muratura continua portante. Le strutture orizzontali sono costituite da volte a botte, da solai con struttura in legno e pietra e, nel caso della grande stanza al piano secondo particolarmente interessante la volta con una copertura ad ombrello tipicamente cinquecentesca.  L'accesso ai vari piani avviene grazie alle scale presenti nell'edificio addossato tranne che per il piano interrato, al quale si accede con una stretta scala in pietra, e per il locale sottotetto posto sopra la volta del piano secondo per il quale è presente una scala in legno. Il tetto è a padiglione a pianta quadrata mentre la struttura è in legno su capriate. Il manto di copertura è in coppi in laterizio.

La torre Domenighini o del Sale conserva la sua struttura anche se è alquanto rimaneggiata, pesantemente mozzata e totalmente inglobata nell'abitazione. Di origine medievale, con probabile base quadrata, mostra grandi conci squadrati e finemente lavorati che caratterizzano i due prospetti ancora visibili. Le strutture verticali sono in muratura continua portante. Struttura della copertura in travi di legno su muratura. Manto di copertura in tegole a coppo in laterizio.
Molto interessante, a piano terra, l'antica bottega che conserva ancora le due vetrine speculari alla porta con cornici in pietra dalla lavorazione tipicamente rinascimentale. La torre è ubicata proprio accanto alla chiesa comunale di S. Antonio.

Villa Ronchi, oggi palazzo municipale di Breno, fu progettata e realizzata da Fortunato Canevali sullo scorcio del secolo XIX, come residenza per l’ingegner Giovanni Antonio Ronchi (Breno, 1841-Brescia, 1914), di antica discendenza e che aveva avuto grande fortuna economica a Roma come impresario di costruzioni stradali, ferroviarie e abitative, grazie all’amicizia con Giuseppe Zanardelli, e che fu socio fondatore e primo direttore della Banca di Valle Camonica (1872-1873) e in seguito anche presidente (1904-1913).
Se Arturo Cozzaglio, descrivendo in modi romantici il suo ideale percorso di viaggio in Valcamonica, ricorda a Breno i “giardini e ville, che hanno per isfondo un bellissimo panorama dalle balde punte di granito”, parte del merito è anche della nascente villa Ronchi, situata nella nuova via S.Martino.
D’ispirazione tardo-neoclassica, la struttura del fabbricato è caratterizzata da estrema razionalità, che trova contrappunto in alcuni essenziali elementi decorativi connotati da una sfumatura d’eclettismo di fine secolo XIX, e si presenta distribuita su quattro livelli: il seminterrato, il piano rialzato, il primo piano e il sottotetto abitabile.
Le imponenti fondamenta, in parte poggianti direttamente sulla roccia che degrada verso nord, hanno permesso la costruzione delle ampie cantine dalle volte a botte, che richiamano la tradizione costruttiva tipicamente locale, con i volti alla base dell’edificio.
La facciata principale, sin dal notevole ingresso monumentale a gradinata simmetrica, è particolarmente ricca di misurati elementi decorativi: i pilastrini della balaustra da cui si diparte la raffinata presenza delle colonne di ghisa, cariche di eleganza formale, ma funzionali alla portata della balconata superiore; le ringhiere di ferro battuto, gli eleganti ed ampi balconi. Unico elemento puramente decorativo il fregio con le iniziali R(onchi) G(iovanni) A(ntonio), al centro della facciata principale, vezzo antico che ricorda l’importanza della casata.
Costituito da tre ordini, di cui il centrale leggermente più alto rispetto a quelli laterali, il palazzo si ritma modularmente per armonia: nello zoccolo di base si aprono le finestre dimezzate che danno luce al piano seminterrato, razionalmente corrispondenti e in asse con le aperture soprastanti in serie di tre per ogni corpo; degna di essere rimarcata poi è l’attenta proiezione delle cornici delle finestre; importante la collocazione dei marcapiani e delle incassature a finti conci, compatte nella parte inferiore e che evidenziano solo gli angoli nella parte superiore, che aiutano a percepire l’edificio nella sua articolazione; da notare anche, nella parte inferiore, la differenziazione dei finti conci dello zoccolo fortemente modellati rispetto agli altri dell’intera facciata, più lineari e poco rilevati.
Il corpo della costruzione, percepito dalla parte anteriore, risulta imponente, ma misurato, degno di una villa patrizia, anche per la presenza dell’originario vasto parco antistante, che permetteva una adeguata visione di campo, allestito con grotte di tufo, statue, fontana centrale e cancellata monumentale, oggi solamente intuibili attraverso alcuni residui invasivi.
Nella facciata posteriore, ben più possente, ma meno rappresentativa, forte è la presenza del piano interrato, con l’apertura delle tre arcate del porticato corrispondenti alla tripartizione che caratterizza l’intero disegno e che rendono meno pesante l’insieme. Anche qui la realizzazione del bugnato fortemente modellato si bilancia con la linearità dei finti conci del primo piano che diradano nel secondo e nel terzo, mettendo in risalto solo le parti angolari. I materiali e le soluzioni di costruzione sono essenzialmente quelli della tradizione, sapientemente impiegati e lavorati dalle maestranze locali:
l’edificio, alla base, sempre rigorosamente realizzato in pietra, si alleggerisce superiormente con l’utilizzo del laterizio e viene protetto esteriormente dall’intonaco a calce, diverso nei differenti livelli; le pietre, il marmo di Botticino e il granito vengono impiegati rispettivamente per le cornici modanate delle aperture e per gli imponenti pilastri delle cancellate; l’impiego “modernista” delle persiane scorrevoli a scomparsa, risulta ideale per non appesantire le facciate con elementi invasivi.
L’interno, dallo schema caratterizzato dal corridoio centrale che si collega ai locali laterali, è pensato per una signorile residenza e si presenta sontuoso.
Nel piano seminterrato erano collocate le cucine, collegate alla superiore sala da pranzo attraverso un montacarichi passavivande, la dispensa e alcuni vani accessori.
Al piano nobile, dopo l’ampio ingresso principale, nel cui soffitto è dipinta una composizione geometrica e floreale che racchiude gli stemmi delle maggiori città italiane, a simboleggiare l’unità d’Italia, trovavano posto le stanze della zona-giorno, con l’elegante salone destinato all’ascolto e all’esecuzione della musica (ora sala del consiglio comunale) cui la famiglia brenese era particolarmente dedita.
Il soffitto del salone della musica è affrescato da Ponziano Loverini con l’Allegoria della musica drammatica (1895): in figura di donna, posta nel cielo sopra un nimbo rosato al centro della composizione, che guarda verso l’alto, il capo cinto d’alloro e circondato dalla luna piena e da una stella (perché fonda la sua armonia nei cieli), la Musica tiene nella mano una cetra d’oro e ha ai suoi piedi uno stiletto e una maschera tragica; a lato alcuni putti suonano strumenti musicali e sopra, portati da un raggio di luce, due amanti sono rapiti in un bacio appassionato; al di sotto, un’aquila volante, simbolo dell’ingegno, reca nel becco un serto di alloro ai compositori che si affacciano da una balaustra,coperta da un drappo rosso e posta su una scalinata degradante, su cui siede un putto, posto su un cuscino di velluto blu, che mostra un volume con l’iscrizione “MUSICA DRAMMATICA”.
Nel salone erano anche collocate due grandi tele (rimaste in proprietà agli eredi), dello stesso maestro, raffiguranti episodi teatrali della Favorita di G. Donizetti e del Rigoletto di G. Verdi, del 1897.
Ancora sullo stesso livello vi era la sala da pranzo (attualmente ufficio del sindaco), impreziosita dagli stucchi di Canevali, rappresentanti, in un tripudio di decorazioni con putti, naiadi e fauni che si fondono con elementi vegetali, fiori, frutta e volatili, l’Allegoria del brindisi (1896), accanto erano posti anche il salotto ed uno studiolo.
Al primo piano vi erano le camere, i guardaroba ed alcuni salotti; nell’ampio sottotetto erano poste i locali della servitù e alcuni guardaroba. Molte stanze presentano affreschi, di autore anonimo, con motivi decorativi geometrici, floreali, naturalistici paesistici e fantastici di gusto pre-liberty, che ricordano gli affreschi che erano presenti nel palazzo brenese dell’avvocato Paolo Prudenzini.
Le stanze erano poi arricchite da sculture lignee e intagli, ad opera di Canevali, in parte ancora oggi visibili nella loro sistemazione originaria, come l’appendiabiti, la specchiera ed il copricamino, da mobili preziosi, quadri, arazzi, camini e lampadari di vetro di Murano e di ferro battuto che in gran parte sono stati svenduti nel 1946 e in parte si sono perduti per l’incuria o per la scaltrezza di qualcuno.
Rimane, ancora posta nell’atrio, la grande tela con scritta “Opera del Cavalier Andrea Celesti”, più probabilmente di autore anonimo del secolo XVIII, raffigurante Mosè salvato dalle acque, lasciata in dono al Comune di Breno dalla signora Cattina Ronchi in Romelli, in ricordo dei figli.
Il palazzo fu completato con i pavimenti lignei posati dalla ditta Ongaro di Breno, quelli in tessere policrome dovuti alla ditta Pedretti di Bienno su disegno dell’architetto Mario Ippoliti nel 1937, quelli in graniglia al primo piano, in cotto nel sottotetto.
Da ricordare anche il grande scalone, in marmo di Botticino e ringhiera in ferro battuto, che dal seminterrato porta al primo piano.
A seguito della caduta del regime fascista e a causa dei rivolgimenti politici, essendo la famiglia impegnata politicamente ed avendo ricoperto Giovanni Ronchi la carica di podestà, molti arredi e suppellettili vennero frettolosamente svenduti e la villa fu donata al Comune con lo scopo di collocarvi strutture di pubblica utilità, come testimonia anche una targa commemorativa posta nell’ingresso:“Questo palazzo divenne proprietà del Comune di Breno per liberalità disposta ed attuata dai fratelli Ronchi in memoria dei loro genitori ing. Gio(vanni) Battista Ronchi e Bice Caldani”
Nei primi anni Sessanta un grande intervento, già da tempo previsto anche in un progetto dall'architetto Vittorio Montiglio, vide la risistemazione del parco antistante la villa, con la demolizione della grande recinzione, il ridimensionamento dei giardini e il drastico riadattamento della graziosa palazzina posta a fianco della dimora.
Lo stato attuale, in risposta alla funzionalità di un municipio, risulta dignitoso e permette la lettura e la visita da parte dei cittadini.

Di Villa Montiglio non è facile stabilire con esattezza la data di costruzione della villa, ma è certo che quando il notaio Pietro Taglierini si trasferì a Breno acquistò una casa con casci-nale e ampio terreno circostante.
Nel corso degli anni il notaio ampliò la villa e dedicò molta cura anche al cascinale e al terrazzo. Alla sua morte la proprietà passò al figlio Stefano che continuò l’opera paterna completando la ristrutturazione della casa e creando un parco separato dal terreno agricolo.
Nel 1846 gli succedette il figlio Antonio, personaggio eminente sia in campo giuridico che in quello amministrativo-politico.
Fu consigliere provinciale e poi deputato del Parlamento Italiano; grande amico di Benedetto Cairoli ebbe anche l’onore di ospitare, nella villa di Breno, il futuro re Umberto I e il duca Amedeo d’Aosta durante una loro visita ufficiale in Valle Camonica. Cittadino benemerito, fu tra i fondatori della Banca di Valle Camonica e della Società Operaia di mutuo soccorso.
Fu lui che acquistò la proprietà degli eredi Giacomelli Gianmaria, il grande complesso di Marianna Ronchi (già Griffi-Sforza) e il brolo di Antonio Sigismondi. L’acquisto deve essere avvenuto dopo il 1860 perché la “Planimetria della nuova strada di attraversamento del centro abitato di Breno”, eseguita da Isidoro Rizzieri nel 1860, riporta ancora due proprietà confinanti: quella dei Taglierini e quella degli eredi Giacomelli.
Se l’acquisto delle proprietà Giacomelli e Ronchi Sigismondi è successivo al 1860, si può ipotizzare che la villa e l’adiacente villino siano stati realizzati verso la fine dell’800, prima ancora che sorgessero, lungo l’arteria principale del paese, le altre ville importanti.
L’eclettismo che caratterizzerà il novecento e che in Breno giungerà all’apice con Villa Gheza, sembra aver già trovato segnali in Antonio Taglierini.
Per la realizzazione della villa si affidò ad un architetto predisposto all’innovazione che seppe fondere elementi nuovi con elementi tradizionali ottenendo un’insolita, ma non disarmonica commistione tra architettura alpina e decorazioni “Liberty”.
Alla morte dell’Avvocato, la proprietà passò al figlio Giuseppe che volle rinnovare la facciata della Villa e dare un nuovo assetto al parco.
Con l’aiuto dell’avvocato Zanoncelli da Lodi il parco fu ridisegnato: vennero tracciati sentieri in ghiaietto, create nuove aiuole, piantumate altre essenze arboree, realizzate grotte in tufo di cui una a ponte sulla quale fu poi aggiunta una statua.
Fu poi decorata la facciata della villa e l’avv. Zanoncelli disegnò personalmente i fregi con foglie d’acanto.
Anche la cascina subì notevoli trasformazioni e venne poi utilizzata come scuderia.
Alla fine dell’800 purtroppo scoppiò un terribile incendio che arrecò ingenti danni alla villa. I Taglierini dovettero abbandonare l’abitazione e trasferirsi nella dependance che venne completamente ristrutturata e abbellita con l’aggiunta di uno sbalorditivo.
Alla morte di Giuseppe i suoi beni passarono ai figli Antonio e Beatrice. Purtroppo l’ingegnere tenente Antonio morì combattendo sul Carso; aveva però lasciato un testamento in cui disponeva che il suo patrimonio fosse lasciato ai Brenesi “a parziale sollievo di tante miserie e al miglioramento morale del paese natio”.
Questo importante lascito consentì l’acquisto di una colonia marina (che portò il suo nome) per un migliore sviluppo fisico dei bambini, di contribuire alla costruzione dell’Ospedale, delle scuole e di offrire un sostegno ad anziani e bisognosi.
Beatrice Taglierini, agli inizi del 1900, aveva sposato l’ingegnere piemontese Giovanni Montiglio e lo aveva seguito a Roma dove lavorava per l’”Ansaldo”.
Rimase però sempre legata a Breno dove ritornava spesso e dove si trasferì definitivamente quando il marito si mise a riposo.
Dal loro matrimonio erano nati cinque figli: Iolanda, Vittorio, Maria Antonietta, Ottavio e Antonio. Iolanda restò a Roma dove si era sposata e Maria Antonietta morì a soli cinque anni. A Breno rimasero solo i tre maschi: Vittorio, Ottavio e Antonio.
A Vittorio era stato dato il nome dello zio Vittorio Montiglio, il fanciullo soldato che a soli quattordici anni fuggì dell’America del Sud per raggiungere i fratelli Umberto e Giovanni, volontari della prima guerra mondiale (entrambi “medaglia d’argento” per essersi rispettivamente distinti nella battaglia del Piave e in quella del monte Cimone).
Vittorio, falsificando il certificato di nascita, riuscì ad arruolarsi fra gli Arditi del battaglione Feltre. A quindici anni era già sottotenente, successivamente divenne ufficiale e fu anche legionario con D’Annunzio. Per il suo coraggio e le sue audaci imprese gli fu attribuita la medaglia d’oro. Anche Vittorio, come lo zio, dimostrò, fin dalla più tenera età, audacia, coraggio e grande fermezza. Soldato quando era ancora studente, si laureò in architettura a Roma nel 1941 con il massimo dei voti.  Durante un bombardamento nei pressi di Viterbo fu gravemente ferito agli arti inferiori, fu ritrovato solo il giorno seguente in condizioni disperate. Fortunatamente si riprese, ma una gamba dovette essere amputata e l’altra rimase paralizzata.
La sua straordinaria forza di volontà e il suo spirito d’iniziativa lo spinsero a progettare un arto artificiale più leggero e più comodo (ci sono ancora i disegni) con cui sostituì l’arto pesantissimo e scomodo che gli era stato applicato in ospedale.
Non è possibile elencare le molteplici attività e le copiose opere che caratterizzarono la sua breve esistenza.
Fu appassionato di sport, di meccanica, di pittura, di scultura, musica, ma soprattutto di architettura e in tutti questi campi diede prova di straordinarie capacità.
Purtroppo però il 27 aprile 1953, a Boario, dove stava seguendo i lavori per la costruzione della Chiesa degli Alpini (ultimo suo progetto), la sua vita fu tragicamente stroncata dal passaggio di un treno del cui arrivo non era stato avvertito in tempo.
Negli anni successivi si spense la madre Beatrice e più tardi il Dott. Ottavio di cui resta un ricordo molto vivo per l’indiscussa competenza professionale, la grande disponibilità e anche per la sua passione sportiva.
La villa, a tre piani più il sottotetto, è caratterizzata dalla terrazza panoramica, elemento ricorrente nelle composizioni architettoniche del tempo (come le pregevoli cancellate e le ringhiere in ferro battuto degli ingressi e della terrazza) da cui godere lo spettacolo della natura circostante.
Accanto alla villa grande s’innalza anche un villino, ovviamente di dimensioni più ridotte, ma di grande interesse architettonico per l’insolita commistione di stili. Decorazioni “Liberty” sono presenti, oltre che all’esterno anche nell’interno degli edifici.

Nel cuore di Breno erge Villa Gheza, testimone dei successi imprenditoriali dell’ avv. Maffeo Gheza che progettò e curò, con meticolosa precisione, ogni più piccolo particolare della costruzione. Personaggio straordinario, aperto al progresso, assetato di nuove conoscenze e di nuove esperienze, l’avv. Gheza fu sicuramente condizionato dalla cultura orientalista europea di fine Ottocento e inizi Novecento.
Pur non avendo mai visitato alcun paese influenzato dalla cultura araba, alimentò il suo interesse per quell’Oriente, che nell’immaginario collettivo degli anni venti entrava con forza, raccogliendo pubblicazioni e fotografie, visitando mostre ed esposizioni e consultando il suocero, prof. Otto Penzig, famoso docente di botanica presso l’Università di Genova il quale aveva viaggiato a lungo in paesi lontani.
Maffeo Gheza però, nel 1929, non dette solo inizio alla realizzazione della sua Villa, ma anche alla costruzione di un monumento che testimoniasse il successo ottenuto con anni di intenso lavoro. La ricerca di preziosità e di lusso che caratterizza questa Villa in cui lo stile orientale si fonde con le mode occidentali del tempo, è da considerarsi come antidoto alla crisi dilagante in quegli anni.
Ispirandosi ai valori del capitalismo illuminato e dell’ impegno sociale per il riscatto dei figli del popolo attraverso il lavoro, Maffeo Gheza, utilizzando maestranze locali, e saltò la qualità del lavoro artigianale in contrapposizione al lavoro in serie, che in quegli anni si stava rapidamente diffondendo.
Il complesso architettonico, completato esternamente nel 1935, consta di un seminterrato e di tre piani, ma solamente una parte del piano terra è stata ultimata secondo il disegno dell’avv. Gheza.
Il secondo piano presenta infatti poche decorazioni e il terzo piano è ancora “al rustico”: ne sono prova i molti disegni delle decorazioni che l’avvocato intendeva realizzare.
L’accesso al giardino e alla Villa è contraddistinto da un tipico arco arabo, sostenuto da fasci di sottili colonne e decorato con simboli e motivi geometrici, sotto il quale inizia il grande viale pavimentato con ciottoli bianchi, neri, rossi e verdi disposti secondo un preciso disegno e la larga scala curvilinea che conduce all’ingresso principale.
Il viale che percorre il giardino si articola in una serie di vialetti che si snodano tra agavi, palme, jucche e bambù, grotte e laghetti, balaustre e panchine, lampioni e fioriere.
La vegetazione mediterranea, scelta forse in omaggio al celebre suocero, prof. Otto Penzig, è costituita da piante provenienti da zone del lago d’Iseo perché potessero più facilmente acclimatarsi in Valle Camonica.
Il giardino, che forma un tutt’ uno con la Villa, è circondato da un possente muro ricco di iscrizioni e di simboli ancora in gran parte da studiare, come del resto anche quelli presenti nell’edificio.
Ci sono simboli massonici, islamici, ebraici, frammisti a lettere italiane e latine
I messaggi graffiti sul muro di cinta e sulla villa stessa, rivelano ancora una volta il carattere e l’ideale di vita dell’avv. Gheza, uomo orgoglioso che perseguiva con ostinazione i suoi obbiettivi incurante del giudizio degli altri.
I disegni delle decorazioni furono elaborati con la collaborazione anche dell’architetto decoratore bergamasco Eugenio Bertacchi e i lavori sugli intonaci e in cemento furono realizzati dalle ditte camune Cappellini e Putelli, che dimostrarono straordinarie capacità artigianali.
La pianta rettangolare della villa richiama più i modelli architettonici italiani che modelli moreschi, ma sicuramente di influenza araba-indiana sono il tetto-terrazza che un tempo ospitava i giardini pensili, lo spettacolare belvedere ottagonale e il lungo porticato di stile moresco che si specchia in un laghetto alimentato da cascatelle.
Sempre di influenza orientale è l’ingresso al piano nobile, costituito da una sala poligonale che, al centro, ha una fontana con lampada opalinata sulla quale scorreva l’acqua. Intorno all’atrio si aprono la sala da pranzo, la cucina, il salotto della musica, lo studio e la camera da letto.
La sala da pranzo si affaccia sul jardin d’hiver chiuso da vetrate di stile neogotico; più che una serra vera e propria era una grande veranda da poter sfruttare soprattutto nei periodi invernali. Lo fa supporre la presenza, nel locale, di una sorta di scaldavivande inserito nel termosifone.
Oltre alla stupenda sala da pranzo il locale che suscita maggior interesse per la ricchezza delle decorazioni e l’originalità dell’arredamento è senza dubbio la camera da letto. Soffitto, pareti e pavimento sono interamente decorati con tecniche e materiali molto diversi e preziosi ma che si fondono senza contrasti. La fusione tra orientalismo ed eclettismo è molto evidente nell’arredamento, soprattutto nei letti in noce, con intarsi e particolari in rame e mosaici in madreperla.
Realizzati da Alfredo Cappellini su progetto dello stesso Gheza, si ispirano ai mobili Bugatti molto ammirati in quegli anni.

Astrio è il primo paese della Val Camonica che si incontra scendendo dal Passo di Crocedomini.
Giace in una conca naturale orientata a sud-est.
Il nome potrebbe derivare da Ahtre, Oahtre, Castrum (fortezza), come ricordo del dominio romano.
Il 19 ottobre 1336 il vescovo di Brescia Jacopo de Atti investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Breno, Borno, Astrio, Monno e Ossimo Girardo del fu Giovanni Ronchi di Breno.
Il 15 maggio 1365 il vescovo di Brescia Enrico da Sessa investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Breno, Vione, Vezza, Sonico, Malonno, Berzo Demo, Astrio, Ossimo e Losine Giovanni e Gerardo del fu Pasino Federici di Mù.
Il 17 settembre 1423 il vescovo di Brescia Francesco Marerio investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Monno, Cevo, Andrista, Grumello, Saviore, Cemmo, Ono, Sonico, Astrio, Malegno, Cortenedolo, Vione, Incudine e Berzo Demo a Bertolino della Torre di Cemmo .
Durante il periodo estivo è rinomato in valle per la sua sagra del baccalà (da cui lo scotöm dei suoi abitanti).
Le chiese di Astrio sono:
la Parrocchiale di SS Vito, Modesto e Crescenzia con il portale che ha la data 1787.
la Chiesa di san Martino, di struttura cinquecentesca, rimaneggiata nel XVIII secolo, si trova lungo la strada per il Passo di Crocedomini

Pescarzo sorge al di sopra dell'abitato di Breno, sulla sponda orientale del fiume Oglio, a mezza costa sulla montagna. Il suo orientamento è verso sud-ovest
Il 28 gennaio 1350 il vescovo di Brescia investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Breno, Borno, Pescarzo, Cerveno e Corteno Bertolino e Giacomo Alberzoni di Breno. Privilegi vennero confermati anche nel 1423.
Il 24 giugno si festeggia San Gioàn dei càlem (San Giovanni delle ciliegie). I càlem sono tra i primissimi frutti che la terra camuna, non prodiga regala agli abitanti suoi. Di un legame vorremmo dire, di un filo rosso che corre dalla testa insanguinata di san Giovanni Battista adagiata sul vassoio d'oro da Erode per la conturbante Salomè, ed i rossi più che mai càlem. I festeggiamenti, affievolitisi per alcuni anni, ritornano gagliardi…” (Adriano Baffelli).
La Parrocchiale di San Giovanni Battista è di struttura barocca del XVII secolo.

Il Museo Camuno di Breno, aperto per merito dello studioso locale Romolo Putelli, è alloggiato nel palazzo della cultura, in via Garibaldi. Nelle sale sono oggi esposti reperti archeologici, arredi e suppellettili, mobili, sculture lignee e intagli, quadri. Meritano una citazione particolare la "Crocifissione" di G. Romanino, la "Deposizione" di Callisto Piazza, il "Ritratto" di G. Ceruti (Pitocchetto), il paliotto d'altare di una bottega locale, le "Bambocciate" di F. Bocchi ed i "Putti musicanti" di B. Lanino.

Il Museo d'auto e moto d'epoca Nostalgia Club è l’unico nel suo genere dell’intera provincia di Brescia. All’interno sono esposte auto e moto d’epoca, di proprietà dei soci e dei simpatizzanti, che danno vita ad una mostra permanente. Il museo è una struttura dinamica, che funge anche da ritrovo per appassionati e collezionisti. Nella sede trovano spazio, al primo piano, un salone per esposizione di auto, una sala esposizione, accessori d'epoca e la biblioteca; al secondo, l'esposizione di moto, la videoteca ed il salone per conferenze. I pezzi esposti rappresentano il meglio della produzione compresa fra gli anni '30 e '70, veri e propri gioielli di un'altra epoca.

Scoperto nel 1986 e aperto al pubblico nel 2007, il Santuario di Minerva è un parco archeologico eccezionale dove la bellezza e la sacralità naturale del luogo si uniscono alla monumentalità dell’intervento romano conservato in maniera ben leggibile nelle strutture. I resti monumentali portati alla luce sono ora accessibili e fruibili al coperto di una bella struttura architettonica e valorizzati da un apparato didascalico in italiano e inglese. Sotto l’occhio vigile di Minerva il visitatore potrà ripercorrere, come duemila anni fa, gli spazi del culto e del rito ai piedi dell’altura da cui sgorgava l’acqua sacra.

Il Teatro delle Ali è stato inaugurato l’8 ottobre 2011, e sorge accanto all’Accademia Arte e Vita a Breno, in via Maria Santissima di Guadalupe, 5. Dal 2012 è diretto dall’associazione culturale La Fucina, assieme all’antistante Caffè del Teatro, punto di aggregazione conviviale prima e dopo gli spettacoli, e a sua volta sede di mostre, concerti ed incontri. Il cartellone presenta spettacoli teatrali, eventi musicali, manifestazioni legate alla vita del territorio. Tra gli ospiti della precedente stagione, Stefano Benni, Luca Micheletti, ATIR, il Collettivo 320Chili – Sosta Palmizi, Teatro Necessario, Stefano Battaglia, Emanuele Maniscalco, Oleg Vereshchagin, Boris Savoldelli, Pierangelo Taboni.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/la-valcamonica.html


.




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



Post più popolari

Elenco blog AMICI