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martedì 28 giugno 2016

LA PROVINCIA DI LECCO

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La provincia di Lecco dal 2007 è compresa all'interno della regio Insubrica, di cui rappresenta l'appendice orientale, e della regione storica insubre.

Le prime tracce dell'uomo della provincia di Lecco sono i ritrovamenti della Valle del Curone tra i comuni di Montevecchia e Rovagnate, reperti attribuibili all'uomo di Neanderthal e risalenti addirittura a 62.000 anni fa.

Nell'Alto Medioevo divenne il centro di un importante sistema fortificato, posto a difesa di Mediolanum su cui gli archeologi hanno condotto importanti campagne di scavo sul Monte Barro, a Galbiate, a Garlate e a Civate. Feudo degli Attonidi nel X secolo a partire dal XII secolo il territorio lecchese fu gradatamente incorporato nel distretto del Comune di Milano, rimanendo suddiviso in due Comitati, quello di Lecco e quello della Martesana.

Dal 1528 al 1532 costituì un feudo direttamente dipendente dal Sacro Romano Impero affidato al conte Gian Giacomo Medici.

Nel 1797 la Repubblica Cisalpina istituì il dipartimento della Montagna, con capoluogo Lecco, che coincideva quasi completamente con l'attuale provincia. Ma il dipartimento ebbe vita breve, e il territorio venne aggregato l'anno successivo al dipartimento del Serio, con capoluogo Bergamo.

Con la proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 il Lecchese fu aggregato al nuovo dipartimento del Lario, poi divenuto la provincia di Como.

Anche sotto il Regno d'Italia il territorio fece parte della provincia di Como, costituendone un circondario, soppresso nel 1927.

Da allora datano i tentativi di ottenere una provincia staccata da quella di Como ma soltanto nel 1992 il risultato fu raggiunto con lo scorporo di numerosi comuni delle province di Como e Bergamo. Fino alla nascita della provincia di Lecco, 84 dei 90 comuni che inizialmente la costituirono erano situati appunto in territorio comasco. Sei (Calolziocorte, Vercurago, Monte Marenzo, Torre de' Busi, Erve e Carenno) si sono invece staccati dalla provincia bergamasca.

Lo stemma della Provincia è stato approvato con Decreto del Presidente della Repubblica del 4 settembre 1996 con la seguente descrizione:
“Troncato semipartito; nel primo, di verde al fiore della Alpi di sei petali, di rosso; nel secondo, di argento, alla croce di rosso; nel terzo, al leone d’oro, rivoltato, con la testa di fronte. La presenza del leone rampante, su fondo azzurro, il colore del cielo e del lago, che risulta inserito anche nello stemma della città di Lecco, testimonia le doti congenite della sua gente: la forza, il coraggio e la fierezza”.
Per saperne di più sui “segni” dello stemma …

Nella parte superiore il segno noto come “Sole o fiore delle Alpi” riprende un antichissimo disegno che ricorre nell’iconografia popolare di una vasta area culturale comprendente le Alpi, la pianura padana ed altre regioni dell’Europa centrale; la continuità e la diffusione del segno concorrono alla sua legittimazione come “simbolo” qualificante. Si tratta di un’immagine antichissima che ha avuto successo sia per la sua carica metaforica legata ai culti solari, che per la bellezza e la relativa facilità di esecuzione del suo disegno.
Nella parte inferiore la “Croce Rossa” in campo argento rappresenta i colori e i fasti della famiglia Visconti di Milano, ancora oggi presente in Lecco con le vestigia del Ponte Vecchio e della Torre Viscontea.
Il “Leone rampante” su fondo azzurro, il colore del cielo e del lago, è stato inserito per evidenziare la forza, il coraggio e la fierezza.

Confina a nord e a ovest con la provincia di Como, a est e a nord con la provincia di Sondrio, a est con la provincia di Bergamo e a sud con la provincia di Monza e Brianza.

La Provincia di Lecco è stata istituita con D.P.R. 6 marzo 1992, n. 250. Le elezioni per la nomina del primo Presidente della Provincia di Lecco si sono tenute il 23 aprile (primo turno) e il 7 maggio 1995 (ballottaggio). La proclamazione del presidente, l'avvocato Mario Anghileri, è avvenuta il 9 maggio seguente.

La provincia di Lecco ha una superficie di soli 814,58 km². Ben più di 600 km² si trovano oltre il fiume Adda, nella Valsassina. I rimanenti sono situati nell'Oggionese, nel Casatese e nel Meratese. Inoltre vi sono 16 km² appartenenti al comune di Oliveto Lario che, anche se situati sull'altra sponda del Lago di Como, in Vallassina, rientrano nell'area prealpino lariana pre Lecchese. Nel territorio non è presente per niente la pianura. La Provincia è per più del 70% montuosa, mentre per il 30% è collinare. I principali rilievi montuosi sono:
a nord il Monte Legnone, alto 2609 m;
al centro lo spettacolare gruppo delle Grigne comprendente: la Grigna Settentrionale o Grignone alta 2409 m e la Grigna Meridionale o Grignetta con altitudine di 2184 m;
a ovest, oltre il lago il Monte Cornizzolo alto 1240 m e il Monte Rai alto 1259 m;
a est, il Monte Serrada o Resegone di Lecco alto 1875 m con la sua caratteristica forma che ricorda i denti di una sega;
al centro-sud il Monte Barro alto 922 m e compreso nel parco regionale del monte Barro.
La provincia è una zona molto lacustre, è bagnata infatti dal Lago di Como e contiene nel territorio il Lago di Annone, di Garlate e di Olginate. A ovest i comuni di Rogeno, Bosisio Parini e Cesana Brianza si affacciano sul Lago di Pusiano. Anche i fiumi sono numerosi, i principali: il fiume Adda a Lecco, il fiume Lambro a Costa Masnaga, Rogeno e Nibionno. Altri fiumi minori sono il Molgora, la Bevera, affluente del Lambro, il Pioverna che scorre in Valsassina e il Varrone che scorre nella Val Varrone.

In tutta la Provincia vi sono ancora numerose zone boschive, soprattutto nella Valsassina dove troviamo numerose foreste ad aghifoglie e fiori anche rari come le genziane. Sul fiume Lambro la vegetazione è ridotta a foreste di latifoglie, pioppi, querce e numerosi fiori. Le montagne, a parte sulle pendici si presentano comunque piuttosto spoglie con esclusivamente estese zone di prati adatti al pascolo. La fauna è cambiata parecchio da quella di alcuni secoli prima, ad esempio il cinghiale che prima era numeroso ora si è piuttosto ridotto e lo si trova sul Cornizzolo o in Valsassina. Sono presenti caprioli, volpi, lepri, falchi e poiane, aironi.

La popolazione della Provincia di Lecco è in continua crescita, non per un comune saldo naturale tra nati e morti, ma per l'alta immigrazione da altri comuni o da altri stati. Basti pensare che nel 2001 la popolazione era di 311.000 abitanti ed è ora di 341.000, ben 30.000 abitanti in più. I comuni sono 88, e solo sei di essi superano i 10.000 abitanti. La Provincia è quindi caratterizzata da un'altissima frammentazione amministrativa in Comuni, soprattutto nella Brianza Lecchese, dotati di un'estensione territoriale minima, in alcuni casi inferiore ai 2 km². Questo determina, tra l'altro, un marcato disordine urbanistico, in particolare nell'agglomerazione urbana monocentrica di Lecco.

Nella Provincia troviamo il Parco regionale della Valle del Lambro (Cesana Brianza, Bosisio Parini, Rogeno, Costa Masnaga, Nibionno), il Parco regionale di Montevecchia e della Valle di Curone, il Parco dell'Adda Nord, il Parco naturale del Monte Barro (Galbiate), la Riserva regionale del Lago di Sartirana e numerose zone che non essendo parchi, sono comunque posti ben tenuti e soprattutto ricchi di vegetazione e fauna. Tra le aree di interesse troviamo niente meno che il Lago di Como, che da Lecco dove prende l'omonima denominazione arriva a Colico, i vari laghi di Annone, Pusiano, Olginate, il piccolo lago di Sartirana, il Monte Barro, le Grigne, la Valsassina e la zona collinare della Brianza (Cassago Brianza, Casatenovo, Monticello Brianza). Molto conosciuto è anche il fiume Adda che forma una specie di piccolo canyon nel Meratese, caratterizzato dalla presenza lungo il suo corso dell'Ecomuseo Adda di Leonardo, dove in particolare si trova a Paderno d'Adda, il caratteristico Ponte San Michele in ferro, a Robbiate le dighe leonardesche e ad Imbersago il traghetto.

La straordinaria presenza di chiese, conventi, monasteri, abbazie, antiche cappelle, fanno della Provincia di Lecco, già nota per la bellezza del suo Lago e delle sue montagne, un territorio ricco di storia, arte e spiritualità.
Gli edifici romanici, inseriti in un ambiente suggestivo testimoniano la capacità dell'uomo medievale di esprimere una piena armonia tra architettura e natura, creando luoghi di grande bellezza.
Il tema del Romanico rappresenta infatti un filo rosso che conduce il visitatore attraverso i diversi contesti naturalistici e paesaggistici della provincia, alla scoperta di straordinarie testimonianze architettoniche e archeologiche, risalenti ai primi secoli dell’era cristiana.
Lungo la riva lecchese del Lago sono presenti diversi monumenti del romanico tra cui la Chiesetta di S. Giorgio a Mandello del Lario, posta su uno sperone roccioso a picco sul lago e infine la superba Abbazia di S. Nicolò a Piona, il cui antico nucleo risale all’età longobarda. Anche nelle valli si conservano tesori dell'arte romanica. Particolare menzione meritano, in Valsassina, la Chiesa di S. Margherita a Casargo, legata al culto dei santi eremiti lariani e, in Valle San Martino, la chiesa di S. Margherita a Monte Marenzo, per lo straordinario ciclo d’affreschi, oltre all’Oratorio di S. Stefano a Torre de’ Busi, annesso al complesso della chiesa di S. Michele.
Percorrendo l'estremità inferiore del Lago di Lecco, si prosegue lungo la vallata del fiume Adda che, fin dall'età alto-medievale, costituiva il confine tra feudi e dominazioni diverse. Le sue sponde sono infatti ricche di castelli, chiese e monasteri. Lo stesso complesso di S. Maria del Lavello a Calolziocorte si trova in posizione un tempo strategica tra lago, fiume e monti.
Partendo da Brivio, presidiato da un poderoso castello, si prosegue per Arlate di Calco, dove, in posizione dominante sull'Adda, si affaccia la Chiesa dei SS. Gottardo e Colombano, bell’esempio di romanico lombardo.
Tra il Parco dell'Adda e il Parco del Curone le colline della Brianza lecchese, conservano monumenti di epoca alto-medievale. Tra le testimonianze più interessanti troviamo il Battistero di S. Giovanni Battista a Oggiono, dalla pianta ottagonale, attiguo alla chiesa di S. Eufemia che conserva opere di Marco d'Oggiono, allievo di Leonardo da Vinci, l’antica chiesa dei SS. Nazaro e Celso a Garbagnate Monastero e infine la Basilica di S. Pietro al Monte a Civate.

La rete stradale, sebbene sprovvista di autostrade, è ben sviluppata.

Le strade statali che attraversano la Provincia sono:
la Strada statale 36 del Lago di Como e dello Spluga, superstrada che collega il capoluogo con Milano e Monza a sud e la Valtellina e la Svizzera a nord;
la Strada statale 342 Briantea, asse est-ovest che collega Bergamo e Como;
la Strada statale 639 dei Laghi di Pusiano e di Garlate che collega Lecco a Bergamo e Como;
la Strada statale 583 Lariana che collega Lecco a Bellagio.
Le principali strade provinciali sono:
la SP62 della Valsassina, la SP72 del Lago di Como;
la SP51 della Santa.
La rete ferroviaria è di 86 chilometri, suddivisa nelle linee:
Ferrovia Como-Lecco, tra Casletto-Rogeno e Lecco;
Lecco-Brescia, tra Lecco e Calolziocorte-Olginate;
Lecco-Milano, tra Osnago e Lecco, 23 km;
Milano-Monza-Molteno-Lecco, fino a Cassago-Nibionno-Bulciago;
Tirano-Lecco, tra Lecco e Colico, 39 km.
Di questi 22 km sono a doppio binario, i restanti sono a binario semplice. Inoltre, 62 km sono elettrificati.

A Lecco troviamo un polo universitario (distretto distaccato del Politecnico di Milano - Facoltà di Ingegneria). È in fase di realizzazione il nuovo Campus universitario nella sede del vecchio Ospedale civico presso l'area detta della "Piccola". Troviamo numerose scuole secondarie superiori (Licei e Istituti tecnici) sia nel capoluogo, che nella Brianza Lecchese (Oggiono, Merate, Casatenovo), che nell'Alto Lario Orientale (Colico) e nella Valle San Martino (Calolziocorte).

Nella Provincia di Lecco troviamo tre ospedali pubblici: Il nuovo ospedale A.Manzoni nel capoluogo, l'ospedale Umberto I di Bellano, sul lago di Como e l'ospedale San Leopoldo Mandic di Merate. Sul territorio sono però presenti numerose cliniche private, centri Asl, centri di ricerca, ecc.

Tutti i settori, primario, secondario e terziario sono molto sviluppati. Il primo, come d'altronde in quasi tutte le province italiane ha pochi addetti. Vengono prodotti soprattutto frutta e verdura, ma anche grano, frumento sebbene in minor parte. Sulle sponde del lago non è difficile incontrare inoltre uliveti e vigneti. Le risorse minerarie non sono numerose, anche se in Brianza e in Valsassina troviamo di frequente delle cave. L'allevamento di animali lo troviamo in tutto il territorio (bovino, ovino, avicolo, equino). Zone industriali si trovano in quasi tutti i comuni. Nel passato la provincia era molto ricca di industrie tessili tanto che parte dell'economia provinciale era gestita da esse. Il terziario, tra l'altro in costante espansione è dovuto in particolare modo ai servizi quali le banche. Il turismo non è molto sviluppato, tranne sul Lago di Como e nel capoluogo.

Nel territorio sono presenti la Comunità montana della Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera e la Comunità Montana Lario Orientale - Valle San Martino.

I dialetti parlati in Provincia di Lecco appartengono al gruppo lombardo occidentale o Insubre. In Valle San Martino si parla però un dialetto con influssi bergamaschi. Il dialetto Lecchese di città è una variante del Milanese, molto simile sia per la grammatica, che per la pronuncia ed il vocabolario. Esso è parlato nel circondario di Lecco. Nella Brianza Lecchese è più diffuso il Brianzolo (dialetto Lecchese-Comasco-Monzese). Nella Valsassina, la parlata locale è decisamente più gutturale, con delle varianti nell'abitato di Premana.

Nella giurisdizione ecclesiastica della Chiesa cattolica, la maggior parte del territorio della provincia di Lecco ricade nell'arcidiocesi di Milano e segue il rito ambrosiano. Vi sono tuttavia delle eccezioni particolari: alcune parrocchie che si affacciano sul lago di Como (Abbadia Lariana, Colico, Lierna, Mandello del Lario) sono di rito romano, e fanno parte della diocesi di Como; Oliveto Lario, invece, è un'entità amministrativa comunale che unisce tre località distinte: Vassena, Limonta ed Onno ed è diviso tra due diocesi diverse: la diocesi di Milano e quella di Como. Mentre Vassena fa parte della diocesi di Como e segue il rito romano, Onno e Limonta appartengono all'arcidiocesi di Milano e seguono il rito ambrosiano; le parrocchie di Civate e Varenna seguono il rito romano pur appartenendo alla diocesi di Milano; mentre le parrocchie di Calolziocorte, Carenno, Erve, Monte Marenzo, Torre de' Busi e Vercurago, pur essendo di rito ambrosiano appartengono al vicariato di Calolzio-Caprino, che fa capo alla diocesi di Bergamo.

La cucina tipica è costituita soprattutto da cibi come la salsiccia e la polenta (oncia o taragna, entrambe ricche di formaggio locale). Sul lago non mancano piatti a base di pesce, come il persico (risotto con pesce persico), gli agoni o il lavarello. Altri piatti tipici e sostanziosi sono la cassoeula e la trippa (che si consumano alla vigilia di Natale). Sempre in riva al lago, favorito dal clima mite, si ha la produzione di un olio d'oliva molto particolare. Per quanto riguarda i dolci, da ricordare la torta meascia, il paradell (dolce tipo frittella ricoperta di zucchero), i caviadini (biscotti di pasta frolla e zucchero a grani) e gli scapinàsch, ravioli dal ripieno dolce (uvette, ecc.), entrambi tipici della Valsassina. Enologicamente parlando, merita un cenno dovuto il nustranell, vino tipico della Val Curone. Dal 2008 i vini lecchesi, insieme a quelli comaschi, hanno ottenuto il riconoscimento della Indicazione Geografica Tipica "Terre Lariane"; il territorio enologico abbraccia le sponde del Lario a nord, spingendosi a sud fino alle colline di Montevecchia e della Valle del Curone.


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mercoledì 22 luglio 2015

MORTERONE

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Morterone è un comune di Lecco.
È il secondo più piccolo comune italiano per popolazione dopo Pedesina. Nel paese risiedono soprattutto persone anziane, ma anche alcune coppie giovani.
Il nome Morterone deriva dalla forma circolare della valle che richiama quella di un mortaio dal latino mortarium (mortaio).

Le prime notizie storiche sul paese sono del XV secolo: allora signori del borgo erano gli Invernizzi. Negli ultimi anni il paese ha imboccato una strada che dovrebbe scongiurarne lo spopolamento, così come è avvenuto in altri paesi montani. Da una parte, infatti, si è cercato di sviluppare la villeggiatura estiva, dall'altra si stanno consolidando alcune iniziative culturali che hanno portato nel paese a mille metri d'altezza artisti di fama internazionale con mostre di pittura, scultura e fotografia.

Morterone, piccolo comune sito ai piedi del versante orientale del monte Resegone, è divenuto un centro internazionale di poesia e arte grazie al progetto di Carlo Invernizzi e la sua concezione della poetica della Natura Naturans, che vede nell’operare degli umani un’azione di conoscenza e non un’alterità operativa prevaricante.
L’Associazione Culturale Amici di Morterone ha iniziato a operare a metà degli anni Ottanta del secolo scorso con l’intento di presentare mostre d’arte contemporanea pure creando un Museo all’Aperto, tuttora in progress, con l’installazione di oltre 30 opere di artisti italiani ed europei per abbellire il territorio nel rispetto della sua incontaminatezza e far così rivivere la comunità sulle proprie radici e rendere Morterone una autentica soglia poetica.
Come scrive Francesca Pola, “l’autentico significato di questo progetto è solo in parte assimilabile alla ormai diffusa realtà dei cosiddetti ‘parchi di scultura’, che negli ultimi decenni sono sorti in tutto il mondo: l’esperienza di Morterone si pone in realtà un obiettivo  completamente diverso, perché vuole affermare la possibilità e la volontà di una crescita armonica di uomo e ambiente. Gli interventi che decine di artisti hanno qui realizzato, rappresentativi di una eccellenza creativa italiana e internazionale, si pongono come ipotesi e possibilità concrete di un fare dell’uomo che non sia prevaricatore o estraneo rispetto alla natura, più o meno antropizzata, ma, in un dialogo con essa, sia in grado di fornire inedite e significative direttrici interpretative a tutti coloro che la abitano e percorrono. In questo senso, quello di Morterone può, retrospettivamente come in prospettiva, leggersi realmente come un progetto pilota nella direzione d’integrazione senza stravolgimenti, secondo una fattualità conoscitiva, di arte e natura: l’arte che ci aiuta a comprendere il nostro essere nel mondo. Morterone è in quest’ottica luogo privilegiato, della geografia e della mente, nel quale proprio le condizioni di assoluta incontaminatezza permettono il libero dispiegarsi di una creatività tesa all’affermazione di una fondamentale identità tra uomo e natura, tra fare antropico e divenire dell’universo vivente.”

A Morterone c'è una chiesa, ma mancano le scuole: i bambini si recano a Ballabio o a Lecco con un servizio scuolabus o con le auto private, percorrendo la tortuosa strada (15 km circa fino a Ballabio) che raggiunge il piccolo comune costeggiando le pendici del monte Due Mani e che culmina alla Forcella di Olino prima di ridiscendere.

Il consiglio comunale di Morterone, di cui fanno parte più di un terzo degli abitanti, si riunisce preferibilmente a Ballabio.

La Chiesa della Beata Vergine Assunta era una semplice cappella nel 1566, fu eretta parrocchia solo nel corso del XVII secolo. Dal XVII al XVIII secolo la parrocchia di Morterone, a cui era preposto il vicario di Lecco, è costantemente ricordata negli atti delle visite pastorali compiute dagli arcivescovi e dai delegati arcivescovili di Milano nella pieve di Lecco. All’interno si trova l'Altare Fiore, opera dell'austriaco Rudi Wach.

Morterone è situata ai piedi del Resegone, in un territorio di boschi in cui si possono percorrere magnifici sentieri. In posizione molto isolata, tanto che la valle ai suoi piedi si chiama Remota, questa piccola valle confluisce con la val Bordesigli nella val Taleggio e forma il Brembilla che sfocia nel Brembo a Ubiale Clanezzo a solo 16 km da Bergamo. Confina a nord con i comuni di Ballabio, Cremeno, Cassina Valsassina, Moggio e Vedeseta, confina a sud con i comuni di Lecco e Brumano, a est con i comuni di Vedeseta e Brumano e a ovest con i comuni di Ballabio e Lecco.

Collocato sul versante del Resegone affacciato sul territorio bergamasco, ma legato storicamente a Lecco, Morterone non fu ricompreso, a differenza delle vicine Brumano e Vedeseta, dalle modifiche amministrative che, nel periodo napoleonico, rettificarono il confine occidentale della provincia di Bergamo portandolo generalmente sullo spartiacque. Morterone rimane dunque l'unico paese collocato in una valle tributaria della val Taleggio a non far parte della provincia di Bergamo.

Il paese di Morterone conta una dozzina di case poste in Morterone Centro, numerose sono comunque le frazioni che compongono l'abitato che in passato era esteso in tutto il territorio con frazioni di maggiore e minore importanza; Olino, Medalunga, Frasnida e Zuccaro erano le frazioni principali che insieme al centro erano punto di riferimento per i Morteronesi fino alla prima metà del secolo scorso (a Olino esisteva una macelleria, in Centro e a Medalunga l'osteria e a Frasnida si faceva il mercato).

Le altre frazioni che comprendevano il paese erano quelle di: Bosco, Bruga Alta, Bruga Bassa, Bruga di Mezzo, Brughetta, Campetti, Cantello, Cappelletta, Carigone, Cascina Nuova, Castegna, Centro, Cornelli, Costa, Costa Bonetta, Costa dei Muli, Curolt, Due Orti, Foppa, Forbesett, Forcelletta, Fornaci, Fraccia, Fraccio, Gas, Lungo, Monte Cucco, Morsura, Muschiada, Poncione, Paser, Passo del Pallio, Piana, Piano di Costa, Piazzoli, Pizzo, Pradelli, Pradello, Pra Giacomo, Preacone, Selvano, Turegia, Val Boazzo. Numerose delle quali tutt'oggi restano disabitate o solo in parte frequentate.

Le attività economiche di un tempo erano essenzialmente agricole: prati e pascoli per l'allevamento del bestiame con produzione di latte trasformato in stracchini; boschi di faggio con produzione di legna e carbone vegetale, oggi Morterone vede nei mesi estivi crescere i suoi abitanti, con il ritorno delle famiglie del posto e di molti turisti.



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sabato 11 luglio 2015

IL RITO AMBROSIANO



Il rito è un modo in cui il cristianesimo si incarna in una cultura: ci possono essere accentuazioni diverse su come rapportarsi a Cristo o vivere la realtà della Chiesa. Quelli attualmente in uso nella Chiesa cattolica sono il rito latino e i riti orientali: bizantino, alessandrino o copto, siriano, armeno, maronita e caldeo. Il rito latino comprende il rito romano, quelli di alcune Chiese locali, come il rito ambrosiano per la Chiesa milanese o quello ispano-mozarabico per alcune regioni spagnole, e il rito di alcuni ordini religiosi, come quello certosino. Da ricordare che nel corso della storia alcuni riti sono stati progressivamente assorbiti dal rito romano oppure soppressi, come il rito gallicano usato in Francia e quello patriarchino dei patriarcati di Aquileia, Grado e Venezia.

Il rito ambrosiano è un rito liturgico della Chiesa cattolica milanese, che si distingue da quello utilizzato nel resto dell'Occidente, detto invece rito romano.

Il rito ambrosiano deriva dalla tradizione che si è stratificata nella liturgia milanese. La sua sopravvivenza vide molti critici, quando vennero soppressi altri riti locali. Quando papa Gregorio I, alla fine del VI secolo, modificò, riordinò ed estese a tutta la chiesa occidentale la liturgia romana, il rito ambrosiano, data la grande importanza e il peso della chiesa milanese, riuscì a sopravvivere alla soppressione dei riti occidentali minori, insieme al rito mozarabico. La sua legittimazione definitiva si ebbe comunque con il Concilio di Trento (occorre tener conto che allora regnava un papa milanese (Pio IV) e che l'anima del Concilio fu il vescovo di Milano san Carlo Borromeo).

È attualmente seguito solo nella diocesi di Milano (con l'eccezione dei decanati di Monza, Treviglio e Trezzo sull'Adda, delle parrocchie di Civate e Varenna e delle chiese non parrocchiali dei religiosi, oltre che dell'Aloisianum a Gallarate) e in alcune parrocchie del comasco e del bergamasco. Fuori dalla Lombardia è seguito nelle parrocchie di Cannobio e di Cannero Riviera (nel vicariato del Verbano in Diocesi di Novara) e nel Canton Ticino. In quest'ultima regione interessa le parrocchie della Valle Capriasca, di Brissago e Ascona e delle tre valli superiori del Cantone: Blenio, Riviera e Leventina, dette appunto le Tre valli ambrosiane. Nella diocesi di Lodi è in uso solo nelle parrocchie di Colturano, Balbiano e Riozzo.

La celebrazione della Messa presenta gli stessi elementi della Messa del rito romano, ma alcuni di essi sono disposti diversamente. Lo scambio della pace, ad esempio, non è immediatamente prima della comunione dei fedeli, ma viene anticipato al termine della Liturgia della Parola, prima della preparazione dei doni. Altre minori differenze sono la mancanza dell'Agnus Dei e la triplice invocazione Kyrie eleison nei riti conclusivi.

A partire dalla prima domenica di Avvento del 2008, verrà introdotto il nuovo Lezionario Ambrosiano che segnerà una diversificazione, fondata su un'antica e consolidata tradizione, del Rito della Chiesa Ambrosiana rispetto al resto della tradizione Latina. Tra le novità di maggiore interesse, oltre al succitato Lezionario, l'attuale Messa festiva del Sabato sera, nota come "Messa Pre-Festiva", subirà un cambiamento nelle modalità di celebrazione. È prevista infatti che essa sia preceduta da una particolare celebrazione vigilare, in forma solenne o comune, che consiste essenzialmente nella lettura di un brano di Vangelo che parla della Resurrezione di Gesù. Inoltre, è stato rivisto anche il Calendario Liturgico Ambrosiano, differente da quello Romano per diversi aspetti.

L'Avvento ambrosiano dura sei settimane, contro le quattro del rito romano, mentre la Quaresima inizia la domenica successiva al "mercoledì delle ceneri" con l'imposizione delle ceneri al termine della Messa festiva.

Una delle differenze che appare più evidente ai fedeli è l'uso del turibolo, che è scoperto e viene usato facendolo girare per aria, in un modo del tutto sconosciuto al Rito Romano che invece lo usa esclusivamente in senso antero-posteriore, ed è coperto da un coperchio traforato. Il modo di incensare ambrosiano è infatti "per ductum et tractum", cioè facendo prima roteare il turibolo (ductus) e poi spingendolo in avanti (tractus) verso la persona o la realtà sacra da venerare, in modo tale che chi incensa "disegni" per così dire la forma di una croce. Nel ductus il turibolo viene fatto ruotare da sinistra a destra (in senso orario); nel tractus il turibolo viene alzato verticalmente e abbassato.

Una differenza con il rito romano riguarda la forma dell'ostensorio che ha conservato la più antica conformazione a tempietto, mentre nel rito romano ha assunto una forma di raggiera.

L'ostensorio e la pisside sono ricoperti da conopei di colore rosso e non bianco.

L'aspersorio è fatto come un piccolo pennello e l'acqua è trattenuta dalle setole.

La croce astile viene sempre rivolta al celebrante, quindi nelle processioni il Crocifisso è volto indietro, mentre nel rito romano è volto in avanti. Sulla stessa croce o sulla croce dell'altare è possibile collocare le candele.

Alcuni sacerdoti (prevosti e vicari episcopali) hanno il diritto di portare durante le processioni la ferula, cioè un bastone sormontato da un globo e una piccola croce.

In generale la foggia dei paramenti liturgici è uguale a quella romana, esistono però alcune particolarità, sebbene non sempre presenti o rispettate:
i diaconi indossano la stola sopra la dalmatica;
l'amitto è indossato sopra e non sotto al camice;
il camice può essere ornato con i cosiddetti "aurifregi", cioè due strisce di tessuto, dello stesso colore dei paramenti, applicate alle estremità delle maniche e due quadrati applicati, uno davanti e uno dietro, nella parte inferiore del camice stesso;
è possibile che ci sia il Cappino, striscia di tessuto nei vari colori liturgici, applicata intorno al collo della dalmatica e della pianeta o casula. Anticamente il Cappino era unito all'amitto, secondo l'uso tuttora vigente in alcune chiese orientali;
chi ha diritto alla croce pettorale (vescovi, canonici, ecc..) la porta sopra la casula o pianeta.
Vi sono anche differenze che riguardano il colore dei paramenti:
nel rito ambrosiano il colore per le celebrazioni del SS.mo Sacramento è il rosso, a differenza del rito romano dove il colore liturgico previsto è il bianco. Per questo motivo si utilizza il rosso alla messa "in cena Domini", al "Corpus Domini" e nella Festa del Sacro Cuore di Gesù;
nel tempo dopo Pentecoste e dopo il martirio di San Giovanni Battista si utilizza il rosso, mentre nel corrispondente tempo ordinario romano si usa il verde;
al posto del viola si utilizza o si dovrebbe utilizzare una particolare tonalità detta morello;
nelle ferie quaresimali, ad eccezione del sabato (non considerato feria), si può usare il nero;
non si utilizza il colore rosaceo ne l'azzurro.
Vi sono differenze anche negli abito del clero:
la veste talare, abbottonata fino in fondo nel caso del rito romano, è chiusa con soli 5 bottoni nella parte superiore e poi fermata in vita da una fascia nera nel caso dei sacerdoti di rito ambrosiano;
la berretta è leggermente più alta di quella del clero romano ed il fiocco è presente solo sulle berrette dei prevosti (vescovi e monsignori usano la berretta romana corrispondete al proprio grado).

Un elemento fondamentale del rito e della liturgia ambrosiana è costituito dal canto "ambrosiano". Fu Sant'Ambrogio stesso che, per la prima volta in assoluto nella liturgia della Chiesa, introdusse nel 386 l'uso di canti non derivanti dai salmi (gli unici fino ad allora cantati durante le messe). Questa sua innovazione si diffuse presto anche nelle Chiese di altro rito.

Ambrogio è stato definito il più musicale dei Padri, in quanto ha personalmente composto testi e musiche dei suoi inni, innovando anche lo stile, grazie all'introduzione della metrica classica al posto di quella libera che era simile alla salmodia ebraica. Scelse per i suoi inni il dimetro giambico e introdusse la antifonia, elemento fondamentale per consentire a tutta la massa di fedeli una maggiore partecipazione al rito, grazie ad un canto collettivo eseguito da un'ala maschile e da un'altra ala composta da donne e bambini. Per agevolare il popolo alla declamazione, Sant'Ambrogio realizzò versetti facili da recitare ed eliminò sia il ruolo del solista sia la presenza dei vocalizzi, rendendo tutto l'insieme più armonico.

Come il canto gregoriano, anche il canto ambrosiano fu naturalmente modificato nel corso dei secoli dalla sua elaborazione da parte di Ambrogio, ma non di meno oggi lo si definisce il più antico corpus musicale occidentale. Per preservare questo patrimonio insostituibile è stato istituito il PIAMS (Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra) consociato con il Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma.

I testi liturgici musicali e canori ambrosiani sono contenuti nei volumi "Antiphonale Missarum iuxta ritum Sanctae Ecclesiae Mediolanensis" (1935) e "Liber Vesperalis" (1939) editi dal musicologo benedettino spagnolo Gregorio Maria Suñol.

Quando la messa è preceduta da una processione, giunti al limite del presbiterio la processione si arresta, la croce affiancata dai cantari ambrosiani si rivolge al celebrante e il clero si dispone su due file una di fronte all'altra, in fondo il celebrante con i ministri resta rivolto alla croce e all'altare. A questo punto il solista e l'assemblea si alternano cantando 12 volte (6 ciascuno) "kyrie eleison" a cui segue di norma una sallenda. Durante il "Gloria al padre" della sallenda ci si inchina prima alla croce e poi al celebrante, quindi la processione entra in presbiterio. Il canto dei 12 kyrie sostituisce l'atto penitenziale. È prescritto dopo la processione con le palme nella domenica delle palme e dopo la processione con le candele nella festa della presentazione del Signore al tempio.

Caratteristica delle celebrazioni vespertine è il rito della luce o lucernario. La processione con il celebrante entra in chiesa al buio e con i cantari spenti al fianco dell'unica lanterna accesa, che apre la processione. Giunti ai piedi del presbiterio, dopo il saluto all'assemblea, al celebrante vengono presentati i cantari e la lanterna; il celebrante provvede ad accenderli, quindi vengono accesi i ceri dell'altare, sempre dalla stessa fiamma, e secondo l'opportunità infuso l'incenso e incensata la mensa. Il rito si conclude con l'inno, intonato dal celebrante.

Il cardinal Schuster ha limitato questa liturgia alle solenni celebrazioni della vigilia. Vi è un apposito canto per questa liturgia.

Nel rito romano una variante di questa liturgia si svolge solo una volta all'anno, in occasione della benedizione del cero pasquale.

Tuttora in uso è il rito del "faro", la cui origine è antichissima (se ne trova traccia nel VII secolo), e celebrato ora in occasione delle feste patronali, ma solo se si tratta di un santo martire. La sua origine e significato sono incerti: un significato puramente allegorico sarebbe l'allusione al sacrificio della vita da parte del martire.

Il rito si svolge in questo modo: all'inizio della messa solenne si svolge una processione che si ferma al limite del presbiterio dove è sospeso in alto un pallone, di stoppa o bambagia o di altro materiale combustibile, solitamente ornato con una croce, una corona e delle palme (simbolo del martirio). Dopo il canto dei 12 kyrie e della sallenda propria con il Gloria, mentre si ripete la sallenda, il celebrante, senza nulla dire, con un'apposita verga sormontata, solitamente, da 3 candelette incendia il pallone e sale in presbiterio. Un tempo probabilmente veniva incendiato dalla candela che era posta sulla croce astile dallo stesso ostiario che portava la croce.

Il rito del faro è celebrato nel Duomo di Milano in occasione di Santa Tecla, patrona della parrocchia del Duomo e in molte delle parrocchie dedicate a santi martiri nel giorno della loro festa.

Un'altra cerimonia particolare e di origine antichissima quanto incerta, è la processione dell'Idea. Si svolge il 2 febbraio festa della presentazione del Signore al tempio e consiste nel portare in processione prima della messa un'icona mariana sormontata da una candela.

Non si sa da che cosa derivi questa denominazione: secondo alcuni da una celebrazione della dea pagana Cibele (il cui attributo era Magna Mater Idea), secondo altri dal nome generico di "immagine". L'immagine in questione è quella di una Madonna con bambino, una volta trasportata da due presbiteri su una lettiga con manici in forma di scala, portandola con stanghe e stando uno davanti e l'altro dietro, come si vede da un bassorilievo medievale conservato al Museo del Castello. un tempo si svolgeva tra le chiese di (Santa Maria Beltrade e Santa Maria Maggiore). Oggi si svolge solo nel Duomo di Milano e nella Basilica di S. Ambrogio: la lettiga non viene più portata da presbiteri, ma da diaconi.

Nel catino absidale del Duomo di Milano è conservato un morso di cavallo che la tradizione dice essere uno dei chiodi della Passione. In occasione della festa dell'Esaltazione della Santa Croce, l'arcivescovo sale su un carro seicentesco che viene issato fino al reliquiario (a oltre 40 m di altezza rispetto al pavimento), lo porta a terra e lo espone alla venerazione dei fedeli. Alla fine, con lo stesso carro lo riporta al suo posto. Il carro è ornato con angeli e nuvole dipinte, e per questo viene chiamato nivola (cioè nuvola), da cui deriva il nome di rito della Nivola.

La cerimonia relativa prende il nome da questo carro, che per secoli è stato issato da 24 uomini (12 a destra e 12 a sinistra), e solo negli ultimi anni è stato motorizzato. La nivola fa parte delle "macchine", o apparati presenti in modo più o meno residuale in celebrazioni in vari riti (come le macchine processionali per le statue di santi o il grande turibolo di Santiago di Compostela).

Un tipico suono delle campane (peraltro non esclusivo del rito ambrosiano, ma diffuso anche in molte parti del Nord Italia a causa del forte influsso esercitato dalla tradizione dell'arcidiocesi di Milano) dipende dal tipo di struttura su cui sono montate le campane e dalla cosiddetta "inceppatura". Questo genere di inceppatura è tipico della Lombardia, della Liguria, della maggior parte del Piemonte, di parte del Veneto e di parte dell'Emilia-Romagna.

Una volta messe in movimento, le campane possono suonare "a distesa" (senza sequenza) per semplice oscillazione di pochi gradi rispetto al loro asse, oppure "a concerto" (seguendo una serie precisa di "sganci").

Su appositi supporti dell'"incastellatura", su cui è collocata ogni singola campana, si trova una balestra che ha la funzione di far arrestare la campana stessa una volta che questa ha compiuto la sua rotazione; detta balestra serve anche a favorire (col suo molleggio) lo sgancio successivo. L'arresto e sosta "in piedi" della campana sono possibili grazie a una piccola staffa posta sulla ruota, la quale staffa va appunto a scontrarsi con la balestra. Per eseguire il concerto solenne occorre portare le campane in posizione ribaltata di 180° rispetto alla posizione di fermo. Una volta raggiunta tale posizione di stallo, detta "a bicchiere" o "in piedi" (bocca in alto e contrappeso in basso), le campane, sganciate una alla volta o a coppie (eseguendo in questo secondo caso un accordo), si ribaltano (a questo punto di circa 360°) emettendo un rintocco ogni volta in cui il battacchio cade su uno dei due bordi della campana, mentre la campana gira: ad ogni giro vi sono quindi due rintocchi, uno allo sgancio e uno al ritorno verso la posizione di stallo.

Calcolando il tempo che ogni campana impiega per compiere detta rotazione, è possibile comporre determinate successioni di suoni, con la possibilità di ottenere particolari concerti.

Il rito ambrosiano ha un suo calendario e un suo complesso di norme che regolano le precedenze liturgiche. L'anno liturgico inizia con l'Avvento, prosegue con il "tempo di Natale" e quello "dopo l'Epifania", seguono la Quaresima, il "tempo Pasquale", il "Tempo dopo Pentecoste", quello dopo il Martirio di san Giovanni e quello dopo la dedicazione del Duomo.

Nel rito ambrosiano è previsto il colore morello, tranne che nell'ultima domenica (detta "dell'Incarnazione") nella quale si usa il bianco.

Una delle peculiarità di questo rito, con profili non soltanto strettamente religiosi, è l'inizio della Quaresima, che non parte dal Mercoledì delle Ceneri, ma dalla domenica immediatamente successiva. Ciò dà luogo (ad esempio in Canton Ticino, a Tesserete e Biasca) alla distinzione tra carnevale "nuovo" (quello romano) che termina con il martedì grasso e carnevale "vecchio" (quello ambrosiano) che si conclude, invece, il sabato seguente.

La differenza tra il carnevale ambrosiano e quello del resto del mondo è dovuto proprio al diverso modo di calcolare le date di inizio e fine della Quaresima:

il rito ambrosiano intende la Quaresima come un periodo di penitenza, ma non di stretto digiuno, in preparazione al Triduo Pasquale. Pertanto contando a ritroso dal giovedì Santo 40 giorni, si arriva alla prima domenica di Quaresima: dunque i quaranta giorni di penitenza iniziano alla sesta domenica prima di Pasqua. Questo era il computo originale della Quaresima in tutti i riti.
Il rito romano invece, all'idea di quaranta giorni di penitenza, sostituì nel Medioevo quella dei quaranta giorni effettivi di digiuno in preparazione alla domenica di Pasqua. Partendo quindi dal sabato Santo e contando quaranta giorni a ritroso, saltando però le domeniche, in cui non si digiunava, si giunge esattamente al mercoledì precedente la prima domenica di Quaresima, che divenne il "Mercoledì delle ceneri".
Vi sono differenze anche nella concezione dei venerdì di Quaresima: per il rito ambrosiano, infatti, il venerdì è feria aneucaristica, durante la quale non possono essere celebrate messe, per vivere in modo radicale la privazione da Cristo, come avviene nel sabato Autentico, per accoglierLo pienamente con la Pasqua. Nelle altre feriae di Quaresima, quindi tutti i giorni tranne la domenica e il sabato (considerato semi-festivo in rispetto della prescrizione mosaica e come preparazione alla domenica), l'aspetto penitenziale è espresso dalla colorazione (facoltativa) nera dei paramenti anziché viola-morello. Nelle domeniche invece, come da tradizione ambrosiana, è sottolineato il percorso battesimale, che portava un tempo e può tuttora portare i catecumeni a prepararsi al battesimo nel giorno di Pasqua, e che guida i fedeli battezzati a riscoprire il significato di questo sacramento.

La Settimana Santa è chiamata Hebdomada Authentica (Settimana Autentica), in quanto vi si celebrano gli eventi centrali della storia. I riti del triduo Pasquale sono completamente diversi da quelli del rito romano.

Caratteristica tipica del rito ambrosiano è l'assoluta centralità della domenica, con il suo inizio dal tramonto del sole del giorno precedente. La messa vespertina del sabato, impropriamente talvolta detta prefestiva, ha il suo valore proprio e originario di messa vigiliare, ben evidenziato da un particolare rito, introdotto con l'edizione del lezionario entrato in vigore in occasione dell'Avvento 2008: all'inizio della messa, al posto dei riti penitenziali, è prevista la lettura di un brano di Vangelo che parla della Resurrezione di Gesù, tranne che in Quaresima dove vengono letti brani evangelici che preannunciano il mistero pasquale. È anche possibile celebrare con maggior solennità l'inizio della domenica unendo i vespri alla messa vigiliare e alla lettura del vangelo vigiliare.

L'anno liturgico scandisce anche la sequenza delle letture bibliche nelle celebrazioni eucaristiche.

Anche il rito ambrosiano, come quello romano è strutturato, per le messe festive, su un ciclo triennale (anni A, B e C).

Per le celebrazioni feriali il ciclo è invece biennale (I per gli anni dispari, II per i pari).

Il Messale attualmente in vigore è l'edizione del 1990. Come il messale romano, contiene tutte le parti fisse e variabili della messa eccettuate le letture.

Dopo un periodo transitorio, durato dalla riforma liturgica postconciliare, caratterizzato dall'utilizzo del lezionario romano ed integrato da un volume ambrosiano utilizzato in alcuni periodi dell'anno liturgico, dal 16 novembre 2008 (I domenica di Avvento) è entrato in vigore il nuovo lezionario. Nel nuovo lezionario sono state mantenute le letture proprie dei tempi forti (Avvento, Natale, Quaresima, Settimana Santa, Pasqua) e state recuperate altre letture tradizionalmente proclamate nel resto dell'anno. Accanto a questo recupero, secondo le indicazioni conciliari, sono state affiancate altre letture creando così, come nel rito romano, un ciclo triennale nelle domeniche e biennale nelle ferie.
È organizzato in 3 libri:
Libro I - Mistero dell'Incarnazione; comprende le letture dell'Avvento, del periodo natalizio e del tempo dopo l'Epifania.
Libro II - Mistero della Pasqua; contiene le letture della Quaresima, della Settimana Santa e del tempo pasquale fino a Pentecoste.
Libro III - Mistero della Pentecoste; usato dal lunedì dopo la Pentecoste fino al sabato precedente alla 1ª domenica di Avvento, è diviso a sua volta in 3 sezioni:
da dopo Pentecoste al martirio di San Giovanni il Precursore (29 agosto);
da dopo il Martirio fino alla solennità della Dedicazione del Duomo di Milano (III domenica di ottobre);
da dopo la Dedicazione fino alla 1ª domenica di Avvento
Ciascun "Libro" è suddiviso in un volume festivo articolato in un ciclo triennale (A-B-C) e uno feriale che segue un ciclo biennale (I-II).

Dal 14 novembre 2010 (I domenica di Avvento) entra in vigore anche il volume per le celebrazioni dei Santi. Inoltre da tale data hanno adottato il nuovo lezionario anche le parrocchie di rito ambrosiano appartenenti alla diocesi di Bergamo.

Tale ultima versione del lezionario ha incontrato alcune perplessità, in particolare di tipo teologico-liturgico, da parte di alcuni prelati, il più autorevole dei quali è stato il Cardinal Giacomo Biffi, già Arcivescovo di Bologna, profondo conoscitore della liturgia ambrosiana in quanto proveniente dal clero di Milano. Le perplessità del Cardinal Biffi sono state prontamente confutate dalla Congregazione del rito ambrosiano, per voce autorevole del professor Cesare Alzati.
La liturgia delle ore è pubblicata secondo il rito ambrosiano in 5 volumi distribuiti lungo l'anno liturgico; esistono anche edizioni ridotte in un solo volume. La struttura di lodi e vespri è piuttosto diversa da quella del rito romano.

Nel rito ambrosiano sono stati pubblicati i seguenti rituali:
Comunione e culto eucaristico fuori dalla messa
Sacramenti per gli infermi
Rito del Matrimonio
Rito delle Esequie
Per le altre celebrazioni si usano i rituali romani fino alla pubblicazione dei rituali ambrosiani.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/turista-lecco.html





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venerdì 10 luglio 2015

I MUSEI DI LECCO

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Nelle sale della casa paterna, dove Alessandro Manzoni trascorse l'infanzia, l'adolescenza e la prima giovinezza, è stato allestito il Museo Manzoniano. Fanno parte del percorso anche la Cappella e le cantine. Gli ambienti del piano terra sono rimasti con gli arredamenti originali del 1818, quando lo scrittore vendette la villa. La sala I presenta un bel ritratto dello scrittore attribuito a Giuseppe Molteni (Milano 1800-1867), i costumi realizzati per la versione televisiva dei Promessi Sposi, con regia di Salvatore Nocita, alcuni arredi originali e un bronzo dello scultore Francesco Confalonieri (1850-1925) raffigurante Lucia.

La sala II documenta invece il rapporto tra Alessandro Manzoni e Lecco attraverso dipinti, stampe, documenti e un grande plastico che riproduce Villa Manzoni e i suoi dintorni nel 1799. La sala III presenta alcuni interessanti autografi di Alessandro Manzoni e oggetti appartenuti allo scrittore, nonché l'iconografia dei luoghi manzoniani attraverso una serie di stampe del territorio di Lecco del XVIII e XIX secolo. Nella sala IV, chiamata "tinello", le tele (Otto e Novecento) di diversi autori illustrano l'evoluzione del paesaggio e dei luoghi citati nei Promessi Sposi.

Nella sala V, detta la "cucina", una teca espone la culla di Alessandro Manzoni. Sulla parete sono esposte cinque tele secentesche che probabilmente ornavano lo studio di Pietro Manzoni, padre dello scrittore, di cui vediamo un ritratto. Nella sala VI, la "sala rossa", sono esposte, suddivise in 4 vetrine, le opere di Manzoni. La Prima vetrina è dedicata ai componimenti poetici, la Seconda alle tragedie, la Terza ad alcune delle fonti storiche a stampa consultate dallo scrittore per la stesura dei Promessi Sposi e la Quarta è dedicata ai suoi scritti di carattere linguistico, filosofico e storico. Il "salone delle grisaglie", ambiente di rappresentanza in stile neoclassico, vede una profonda unità tra i dipinti di carattere mitologico delle pareti e i mobili neoclassici. Al centro è appeso un prezioso lampadario di Murano acquistato da Giulia Beccaria.

La sala VIII era la "sala da pranzo", con un soffitto decorato da raffinati stucchi settecenteschi raffiguranti le quattro stagioni. Una bacheca posta nel centro presenta una campionatura dello sterminato repertorio di "curiosità manzoniane": dal riadattamento in melodramma dei Promessi Sposi ai bizzarri studi di "topografia manzoniana" alle figurine pubblicitarie. La sala IX presenta la straordinaria vicenda editoriale della Quarantana, l'editio princeps dei Promessi Sposi pubblicata nel 1840 con le illustrazioni di Francesco Gonin e altri grandi disegnatori e incisori dell'epoca. Nel cortile d'onore cinto dal porticato è possibile vedere la cappella dell'Assunta, tipicamente neoclassica, con una bella pala di G. Preda. Ultimo e suggestivo ambiente visitabile sono le cantine, con una splendida ghiacciaia e due torchi originali di metà Ottocento.

Posta al secondo piano della villa, la Galleria Comunale d’Arte espone al pubblico una selezione di opere facenti parte delle collezioni artistiche dei Musei Civici, ricche di quattrocento dipinti e di duemila incisioni. Il percorso espositivo è strutturato per ambiti tematici e periodi cronologici e tutti i dipinti sono stati esposti con cornici coeve. La sala I espone una selezione di opere di scuola lombarda del XVIII e XVIIII secolo. Nella sala II sono presentate nature morte e pitture di genere del XVIII secolo. La sala III espone una selezione di ritratti dell’Ottocento con i consueti soggetti borghesi. Nella sala IV il tema è il paesaggio dell’Ottocento, con interessanti immagini lecchesi di Massimo Taparelli d’Azeglio (1798-1866), genero di Alessandro Manzoni, Carlo Pizzi (1842-1909), e Giovan Battista Todeschini (1857 - 1938). Il paesaggio lecchese del Novecento è presentato nella sala V, dove sono esposte le opere premiate alla IV Quinquennale di Lecco (Donato Frisia, Raffaele De Grada, Ugo Bernasconi, Angelo Del Bon, Cesare Breviglieri, Umberto Lilloni, Orlando Sora) e “La forgiatura” di Arturo Colombo. Nella sala VI sono raccolti lavori dei più rappresentativi pittori lecchesi contemporanei (Giancarlo Vitali, Alfredo Chiappori, Franco Alquati, Gianni Secomandi, Tino Stefanoni). La prima galleria che corre intorno al portico espone invece le opere di importanti artisti italiani contemporanei, donate nella manifestazione “Città di Lecco per l’Arte”: Enrico Castellani, Emilio Scanavino, Giò Pomodoro, Enrico Baj, Piero Dorazio, Emilio Sangregorio, Alik Cavaliere, Gianni Bertini, Jiri Kolar. Nella successiva sala VII è esposta una collezione di pizzi dell’800 e dei primi 900 donata dai club di servizio cittadini Inner Wheel e Soroptimist.

Il Museo archeologico della Villa Belgiojoso, inaugurato nel 2001, documenta gli insediamenti umani dal Paleolitico all'Alto Medioevo, presentando tutte le culture (Polada, Golasecca, La Tène, Romana) che si sono susseguite nel Lecchese.

Tra i reperti esposti da notare i manufatti della Bagaggera di Rovagnate (Uomo di Neanderthal) e il menhir istoriato di Ello (età del Rame).

L'allestimento utilizza un ricco corredo didascalico che illustra le modalità di rinvenimento dei reperti esposti e le loro funzioni d'uso, ricostruendo l'ambiente , l'abbigliamento e l'armamento dei diversi periodi.

A fini divulgativi sono stati realizzati anche video, plastici, ricostruzioni e copie fedeli di oggetti secondo le tecniche dell'Archeologia Sperimentale.

Il Monetiere, le Collezioni greche, etrusche e italiote e la Sala della metallurgia completano il percorso.

Il Museo Storico conserva una ricca collezione di documenti originali, lettere, fotografie, dipinti e incisioni, manifesti a stampa, giornali, armi e divise riguardanti la Storia moderna e contemporanea del territorio lecchese.
E' un museo in costante sviluppo: fondato nel 1934, nell'originaria sede della Torre Viscontea, e ricollocato da pochi anni a Palazzo Belgiojoso, è oggetto di nuovi allestimenti, che privilegiano le funzioni didattiche attraverso lo sviluppo dei supporti multimediali e l'utilizzo d'immagini, documentari e film, oltre ai tradizionali reperti.
Le sale attuali sono dedicate al Risorgimento, alla storia industriale e alla seconda guerra mondiale e Resistenza. Il percorso espositivo documenta la storia sociale, economica, culturale e politica di Lecco e della sua provincia.

Tra i diversi oggetti e materiali documentari esposti segnaliamo una fascia di amministratore della Repubblica Cisalpina, un disegno a carboncino di Sebastiano De Albertis (1828-1897), proclami e avvisi a stampa relativi alla rivolta della Milano delle Cinque giornate e alla partecipazione dei lecchesi. L'evoluzione industriale della città nel sec. XIX è evidenziata dal Registro della fucina grossa di S.Giovanni alla Castagna, mentre l'adesione alle correnti radicali dei volontari lecchesi alle guerre d'indipendenza e alla spedizione dei Mille è narrata con un autografo di Giuseppe Mazzini, il Ritratto di Giuseppe Torri Tarelli di Andrea Fleissner (1807-1876), un revolver appartenuto a Giuseppe Garibaldi e una sua lettera autografa. Completano l'allestimento armi, divise e altri "militaria", stampe, incisioni, molte fotografie d'epoca relative ai personaggi più illustri del Risorgimento lecchese e ai raduni dei veterani garibaldini.

La Sala virtuale dell'industria lecchese è nata nel 2008 da un progetto del Si.M.U.L. e del Rotary Club Lecco, cui hanno contribuito enti territoriali, associazioni di categoria, sponsor privati e numerose aziende lecchesi. Attraverso l'inconsueto mix fra dati immateriali e materiali e l'utilizzo d'innovative metodologie informatiche, la sala presenta le aziende, gli imprenditori, le maestranze e le tecnologie che hanno fatto di Lecco una delle più importanti realtà industriali del Paese.

La sala presenta ben quattro postazioni multimediali:
un megaschermo interrogabile a distanza attraverso un finger-mouse virtuale. Con il solo movimento del dito indice, il visitatore potrà accedere a diversi video che lo guideranno attraverso due percorsi: uno dedicato alla storia economica e sociale e l'altro allo sviluppo tecnologico del settore metalmeccanico e metallurgico compreso tra la rivoluzione industriale e la seconda guerra mondiale.
Un primo Totem touch-screen dedicato alla Storia dell'industria e della tecnologia, segue ed approfondisce i percorsi contenuti nella postazione finger mouse, arricchendoli con dati e schede sulla tecnologia e la sua evoluzione.
Un altro Totem riporta gli esiti di una complessa opera di Censimento delle fucine e degli opifici disposti lungo la valle del Gerenzone. Il visitatore può visualizzare la scheda di ogni singolo opificio censito, traendone informazioni, storiche, bibliografiche e sulle fonti. Il censimento è diviso in quattro diverse aree, dalla diga del Paradone al lago.
Infine si trova un terzo Totem è dedicato alla filmografia "industriale" e contiene due sezioni:
Documentari: contenente il documentario La valle del Gerenzone di Sofia Ceppi Badoni (1961)
Film: presenta spezzoni di film, dai capolavori di Chaplin ed Eisenstein ai più recenti registi italiani e stranieri, che raccontano alcuni aspetti del lavoro in fabbrica e del suo impatto sulla società e sulla vita di coloro che vi erano impiegati, dalla rivoluzione industriale alla deindustrializzazione postmoderna. Ogni filmato è introdotto da una scheda informativa e dall'immagine della sua locandina.

Il percorso dedicato alla storia industriale di Lecco è stato recentemente implementato con gli strumenti introdotti dal progetto Legami di Ferro.

Le due Sale della Resistenza espongono documenti originali, lettere di esponenti dell'antifascismo lecchese, fotografie, manifesti a stampa, giornali e reperti militari dall'affermazione del Fascismo alla fine della Seconda guerra mondiale, con particolare riguardo al periodo dal settembre 1943 all'aprile 1945.
Dal 2013, il percorso espositivo è stato arricchito da alcune incisioni e acqueforti di Giansisto Gasparini, selezionate tra le opere donate dall'artista al Si.M.U.L.

Oltre all'esposizione tradizionale nelle vetrine e alle opere d'arte, è presente un monitor touch screen, tramite cui il visitatore può fruire di mappe interattive, testi d'approfondimento, materiale fotografico e sequenze video di capolavori cinematografici.

I contenuti sono organizzati secondo itinerari tematici, che privilegiano aspetti della vita quotidiana durante la Repubblica di Salò (I bombardamenti, L'approvvigionamento alimentare, L'economia industriale e la militarizzazione delle fabbriche) e la realtà politica e militare del movimento antifascista e patriottico in provincia di Lecco (Le formazioni partigiane, Il ruolo delle donne, l'antifascismo cattolico e il contributo del clero, Il ruolo dei militari, Il 25 aprile).

Il museo della storia naturale consente di conoscere gli ambienti naturali del territorio e rivivere la cultura scientifica di fine Ottocento. Alcune vetrine risalgono addirittura agli inizi del secolo XIX e fanno da cornice agli esemplari, in genere coevi, delle tre collezioni principali di uccelli, mammiferi e pesci, a cui si aggiungono anche numerosi esemplari di rettili, anfibi e insetti.

La necessità di fornire all'odierno visitatore informazioni naturalistiche corrette e aggiornate viene soddisfatta dalla presenza di pannelli e didascalie riguardanti gli ecosistemi del territorio e i comportamenti ecologici delle principali specie animali presenti nelle collezioni zoologiche. Questi supporti permettono di costruire percorsi di visita alternativi a quello tradizionale (di tipo sistematico) mantenuto nell'ordinamento espositivo.

Il planetario, gestito in collaborazione con il Gruppo Astrofili "DEEP SPACE Lecco", rappresenta una delle migliori strutture nel suo genere in Italia, con la sua cupola di otto metri di diametro e la capienza di sessantadue posti, e riproduce l'aspetto del cielo visibile a occhio nudo.
Lo strumento si compone di due parti fondamentali: un proiettore e una cupola in alluminio, che funge da schermo semisferico. La cupola raccoglie la luce proiettata dagli obiettivi, riproducendo la volta celeste in modo rigorosamente aderente al reale. I moti apparenti sono realizzati tramite movimenti del proiettore, i cui movimenti sono guidati tramite comandi elettrici.
Durante la proiezione, il conferenziere presenta le costellazioni e le stelle che le compongono, i metodi per riconoscerle, gli oggetti del profondo cielo, i pianeti e i loro movimenti.
Soprattutto si possono osservare le stelle e i pianeti contemporaneamente al Sole. Ciò è di grande importanza didattica per la comprensione di nozioni fondamentali dell'astronomia sferica: l'eclittica, i punti equinoziali e solstiziali, la precessione degli equinozi, il cammino del Sole rispetto alle stelle nel corso dell'anno, la variazione della durata del giorno e della notte al variare delle stagioni e della latitudine dell'osservatore.
Inoltre, accelerando opportunamente i moti, è possibile mostrare in pochissimi minuti gli spostamenti apparenti della Luna e dei pianeti rispetto al Sole e alle stelle, che nella realtà si svolgono nell'arco di settimane, mesi o anni.
Nel complesso il Planetario è in grado di simulare il cielo realmente osservabile in condizioni di visibilità ideali da qualsiasi punto della Terra, in qualsiasi data. Si tratta quindi di uno strumento formidabile per la divulgazione rivolta alle scuole di ogni ordine e grado, e al pubblico in genere.

Il Museo della montagna e dell'alpinismo lecchese, sito nel secondo e terzo piano della Torre Viscontea, è stato promosso dalla Sezione lecchese del Club Alpino Italiano, una delle più importanti del Paese per numero di soci e intensità di iniziative.

Il museo è in corso d'ampliamento per le continue donazioni spontanee da parte dei soci e cittadini di materiale d'epoca, fotografie, vecchie attrezzature e altri reperti dell'attività alpinistica, che vede la città di Lecco particolarmente attiva in questo campo.

Il Museo della seta Abegg, aperto nel 1935 dalla famiglia svizzera Abegg, proprietaria di setifici, è Museo di Garlate dedicato all'archeologia industriale della seta, ed è ospitato in un'antica filanda. Fu il primo museo della seta al Mondo, vi sono esposte antiche macchine, tra cui un torcitoio circolare in perfetto stato.



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I MONUMENTI DI LECCO



Il monumento ad Alessandro Manzoni è collocato nell'omonima piazza di Lecco.
Subito dopo la morte di Alessandro Manzoni, avvenuta il 22 maggio 1873, il consiglio comunale si riunì in straordinaria (24 maggio) e decise di fare erigere un monumento allo scrittore "lecchese d'adozione" che tanto lustro aveva donato alla città.
Il comitato, capeggiato da Antonio Stoppani, raccolse donazioni per 40.000 lire. Fu Francesco Confalonieri a realizzare il monumento (alla cui realizzazione contribuì anche Giuseppe Verdi) che fu inaugurato l'11 ottobre 1891 con discorso del senatore Gaetano Negri. Alla celebrazione partecipò anche Giosuè Carducci, come ricorda una lapide posta sull'ex albergo Croce di Malta.
Sopra un basamento in granito alto quattro metri e mezzo è posta la statua bronzea raffigurante Alessandro Manzoni seduto.
Sul piedistallo sono collocati quattro bassorilievi bronzei che raffigurano tre scene del romanzo storico I promessi sposi: Il rapimento di Lucia, La morte di don Rodrigo, Il matrimonio dei Promessi; e gli stemmi d'Italia e Lecco.

La devozione dei lecchesi per San Nicola è dimostrata dalla statua che appare nelle acque del lago, di fronte alla punta della “Maddalena”, nelle vicinanze del monumento ad Antonio Stoppani. La statua in bronzo di San Nicola è stata collocata, nel 1955, su pilastri in blocchi di granito saldamenti fissati al fondo del lago. Il santo appare con i paramenti vescovili orientali: una immagine di Nicola che si ripete in tutta la sua iconografia. La statua venne preparata dallo scultore lecchese Giuseppe Mozzanica: è alta due metri e raffigura il santo nel gesto di proteggere il lago e la città.
Nell’anno dell’inaugurazione (1955) il numero unico “Pastor bonus” uscito in occasione del venticinquesimo di parrocchia e del cinquantesimo di sacerdozio del prevosto monsignor Giovanni Borsieri, scriveva: “Come le lanterne spesso illuminano le entrate dei piccoli porti del nostro lago e, dal molo, nelle notti buie, segnano con la loro luce tranquilla l’approdo e il calore della casa, la statua di San Nicola, sulla punta della Maddalena, diventerà il simbolo della fede dei lecchesi.

Il monumento a San Giovanni Nepomuceno è posto nella piazza principale del rione di Castello. Si tratta di una fontana di forma rettangolare progettata da Giuseppe Bovara nel 1846 e inaugurata nel 1859. Da essa l'acqua sgorga attraverso tre bocche di cui due a forma di delfino. Su di essa fu posta la settecentesca statua del santo la cui storia era stata travagliata. Tale statua infatti si trovava sul ponte Azzone Visconti e durante la battaglia di Lecco tra i Francesi ed i Russi (25-28 aprile 1799) era caduta nel fiume Adda. Ripescata fu posta sulla fontana suddetta nel 1860. Sul monumento due anni più tardi, nel 1862, sarà infine posta anche una lapide in omaggio al neonato Regno d'Italia.

Il  monumento ad Antonio Stoppani è posto all'estremità di Punta della Maddalena, nei pressi dell'imbarcadero, è una maestosa opera dedicata all'Abate realizzata nel 1927 dall'architetto Mino Fiocchi mentre la statua bronzea incorniciata al centro di un'esedra è una creazione dello scultore Michele Vedani.
La Fontana delle tre bocche è situata in località Castione di Rancio, sul sagrato antistante la chiesa barocca di San Carlo, la fontana è un elegante manufatto in pietra di Saltrio che raffigura tre delfini intrecciati sulla sommità. Realizzata nel 1853 in occasione della costruzione dell'acquedotto dallo scalpellino Abbondio Molinari è stata restaurata nel 2009 dalla delegazione lecchese del Fai.

Il Memoriale ai Caduti è un maestoso monumento che celebra i caduti lecchesi della Grande guerra cui si aggiunsero quelli del secondo conflitto mondiale; si affaccia sul golfo di Lecco nei pressi della foce del torrente Caldone. Opera dello scultore Giannino Castiglioni venne inaugurato nel 1926 e raffigura una stele di granito con incise le tappe più gloriose del primo combattimento alla quale, nel lato rivolto verso il lago, appoggia una figura femminile (conosciuta dai lecchesi come la balia di pèss) afflitta da dolore. Ai piedi della stele, posta su un basamento in pietra a gradinate, corre sui quattro lati una fascia di altorilievi bronzei composta da sculture che raccontano la passione del combattente che lascia la sua terra, la sua donna e il suo bimbo per combattere, balzare all'attacco e cadere vittorioso.

Il Monumento a Mario Cermenati è una statua in marmo che si trova al centro della vecchia Piazza del Grano dedicata a lui nel 1927; inizialmente in bronzo venne poi sostituito da quello attuale in marmo nel 1943 in seguito alla requisizione del bronzo avvenuta in epoca fascista. Sul basamento che simula un ammasso di rocce è incisa una epigrafe del poeta Giovanni Bertacchi.


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giovedì 9 luglio 2015

RESIDENZE STORICHE DI LECCO



I primi castelli di cui si abbia notizia sono quelli che i Celti, prima dell'arrivo dei Romani, avevano eretto sulle  alture delle montagne, in luoghi impervi e difficili da raggiungere. Essi erano formati però solo da un recinto di grosse pietre ed erano soprattutto il  simbolo dell' unità di ogni tribù e contenevano un altare sacro.
Le indagini archeologiche pongono sul colle di Santo Stefano la prima fortificazione di Lecco, di epoca tardo Resti della torre sul Colle S. Stefano romana o alto medioevale. In una vasta area sono stati identificati tratti di muratura probabilmente pertinenti a un "castrum", formato da un recinto fortificato esterno, di forma pentagonale, costruito in pietre di calcare locale legate con malta.
Un secondo muro interno delimitava la parte alta del colle, dove vi sono tracce di torri, che di solito erano di forma quadrata e senza porta d'ingresso, (si entrava da un'apertura molto alta mediante scale a pioli che venivano poi ritirate) e di una cappella.
Nel 1790, durante la demolizione della cappella, fu rinvenuta una lapide con iscrizione, intitolata a un "presbyter Virgilus", sepolto in quel luogo nel 535 d.C.
Poco più in alto, alle pendici del monte San Martino, è stato ritrovato un insediamento di cui sono riconoscibili alcune abitazioni, almeno dodici, scavate parzialmente nella roccia sono stati portati alla luce numerosi frammenti ceramici e frammenti di tegole e pietre oleari; questo insediamento risale al VI - VII secolo d.C.  
Nel periodo romano si venne invece a preferire un altro sistema di fortificazione, la torre isolata di segnalazione. Una di esse è quella sulla collina di S.Stefano, a nord della chiesetta dei Cappuccini di viale Turati, oggi mezza diroccata. Lecco, allora chiamata Leucera, si trovava in una posizione a guardia di un incrocio di strade molto importanti. Infatti  passava la strada che da Milano risaliva verso i passi alpini di Chiavenna ed anche quella militare che da Bergamo si dirigeva su Como e le valli del Ticino.
Con il periodo  delle invasioni degli Ungari, all'inizio del X secolo nasce il primo castello a  Lecco. Questo era un recinto che stava intorno  al paese di Castello e serviva in realtà a proteggere i magazzini di raccolta dei prodotti della corte della città.
Nell'età comunale, che a Lecco sembra formarsi già nel 1073, il borgo sulla riva  del lago si rinnova, torna a essere il centro del comune: il suo porto si arricchisce di cantieri navali, il mercato assume un grande richiamo. Nel XII secolo il territorio viene fortificato in modo complesso. Il borgo viene cinto di mura e vengono rafforzate le torri a guardia del porto.

Nel 1335 Azzone Visconti conquista  Lecco. Nel 1336 fa costruire il ponte vecchio, che fu terminato nel 1338,Ponte Azzone visconti fortificato 1880 una struttura molto bella e complessa. L’aspetto antico era diverso dall’attuale, perché era  stato progettato come fortezza galleggiante a guardia dell’Adda. Le arcate erano solo otto, ma per accontentare i comaschi, i quali pensavano che causasse una strozzatura del fiume e l’allagamento della loro città, fu scavato e allargato il letto del lago, e nel 1440 fu aggiunta un’arcata. Nel 1450 Francesco  Sforza portò le arcate a diciotto, ma i comaschi, non ancora contenti, nel 1489 fecero allargare di nuovo il letto del fiume. Si scavò moltissimo materiale il quale, una volta depositato, formò la zona del Lazzaretto.
Dopo le guerre combattute dal Medeghino, il ponte era rimasto piuttosto danneggiato, ma nei primi del seicento era stato ristrutturato su incarico degli Spagnoli.
Era munito di una rocchetta, una torre colombaia per i piccioni viaggiatori, una torre centrale e un’altra torre più grande verso Lecco, mentre le sue due testate erano protette da un rivellino. Il ponte era ben difeso anche da ponti levatoi, posti in corrispondenza delle fortificazioni. Era armato da spingarde e con tre bombarde che lanciavano palle di pietra: una da 50 libre di gettata, la  seconda da 25 e la terza da 12 e mezza. Ospitava anche una propria guarnigione, formata da una ventina di uomini armati di balestra, ed aveva un proprio castellano.
Il ponte era anche uno strumento di esazione fiscale. Chi vi transitava doveva pagare un pedaggio, che era gestito da un consorzio di una dozzina di comproprietari appaltatori, nobili lecchesi e milanesi, oltre al convento delle benedettine.
Un affresco del 1529 che mostra il ponte con queste fortificazioni lo si può trovare esposto al castello di Melegnano. Il potere è dei signori di  Milano Affresco 1529 e quindi le fortificazioni del comune vanno lentamente in rovina, ma viene curato solo il borgo centrale, rafforzati e controllati con un efficiente servizio militare.
I Visconti cingono di nuove le mura del borgo di Lecco, aggiungendovi un castello sulla riva del lago, al quale giungono le strade di Milano e di Bergamo.  

Intorno al 1450, la fortificazione di Lecco, aveva un andamento pressoché triangolare, con la base sul lago e il vertice un po' sopra l’odierna biblioteca, costituite da un cinta esterna formante lo spalto e dal bastione: così rappresentavano la prima difesa, cui seguiva la fossa, e in fine le mura. Queste ultime erano formate da due muri pressoché paralleli e congiunti tra loro da aperture comunicanti con un corridoi circolare, dove si distaccavano, verso la fossa, alcuni piani inclinati, di dimensioni variabili. Per il riempimento del fossato si utilizzava l’acqua della Fiumicella e del Gerenzone, che in corrispondenza della “Porta Nuova”, al vertice del triangolo, si dividevano in due rami, e li vi erano dei muri traversi che servivano per non farli scorrere troppo rapidamente verso il lago. Il Fiumiciella attraversava anche il borgo per tutta la via Nova,  muovendo con la sua acqua tre mulini posti all’interno del borgo stesso, veniva infatti anche chiamato "Acqua delli molini".
Le mura partivano dal lago, in corrispondenza dell’attuale molo dove sorgeva la “Porta di S. Stefano” con un ponte levatoio, proseguivano verso l’odierno oratorio maschile e raggiungevano  la prima torre, detta torrione, la cui parte inferiore esiste ancora e sulla quale si innalza il campanile. Le mura piegavano quindi per un breve tratto verso la punta del triangolo, poi si spingevano verso l’attuale Via Bovara, raggiungendo al vertice la “Porta Nuova o Porta del Soccorso”, difesa da due ponti levatoi, quì sorgeva la casa del comandante della piazzaforte. Da quel punto aveva inizio l’altro ramo della fortificazione, Stemma presente nella Torre che con un andamento regolare discendeva attraverso le attuali via Volta e via Cavour fino a via Mascari per poi ripiegare verso il lago, dove si trovava la terza porta detta “di Milano o del Castello o di San Giacomo”, munita anch’essa di ponte levatoio e rivellino antistante.Per entrare nel borgo si dovevano superare ben due ponti levatoi, difesi da un sistema di torrioni. Un terzo ponte levatoio proteggeva il vicino castello, circondato dall’acqua che nella parte verso il lago formava un porto difeso per le barche. Al suo interno si vedeva il Maschio del Castello, la torre ancora esistente, posta tra il lago e la piazza XX Settembre. Essa subì diversi restauri e l’attuale è  un ingrandimento di una precedente. Con un progetto dell’architetto Bovara, nel 1820 fu addirittura adattata a carcere.
La torre controllava la principale porta  aperta verso Milano ed al suo fianco era presente un corpo di  guardia, nonché una cappella della Madonna di Loreto, ora completamente trasformata in locale con attività commerciale.
Il Castello occupava un’area di mq.1150, con un fronte di m.53,50 circa verso l’attuale Piazza XX Settembre, dove s’apriva la porta del castello. Sulla destra della torre si riscontrava un magazzino grande e un cortile verso l’interno del borgo per i soldati . Lateralmente v’erano tre botteghe, con retrostante entrata, fossa e scala di entrata ai quartieri.
Sulla sinistra della torre vi era corpo di guardia che sorvegliava la porta del borgo, e dal quale a mezzo di scala, si accedeva al bastione del molo dove vi era la garrita della sentinella.
Verso il lago si trovava il molo militare, che poteva essere sorvegliato e difeso attraverso feritoie che si aprivano da una galleria che occupava tutta la lunghezza del castello.
Nel castello c’era un luogotenente o castellano, che aveva ai sui ordini una ventina di soldati. Nel 1533 c’erano 25 fanti; nel 1578 15 erano nel castello, mentre 6 erano di ronda sulle mura del borgo; nel 1587 erano 29 e muniti di 5 cannoni, e 33 moschetti di bronzo; nel 1608 erano 27 più un bombardiere. Però nei momenti difficili il numero saliva di molto, per esempio nel 1624, quando cominciavano le calate dei Lanzichenecchi, c’erano 200 moschettieri armati di cannoni.  A testimoniare la permanenza di famiglie di soldati spagnoli sono alcuni cognomi che  ancora oggi sono presenti come: Anghileri, Bodega,  Crespi, Verga ecc. Poche modifiche si ebbero nei secoli  futuri, anche con l'arrivo degli spagnoli, che si preoccuparono solo di chiudere le porte del borgo e di estendere gli spalti fuori le mura, ponendovi un governatorato, dove oggi sorge  la biblioteca comunale, e una forte guarnigione. In questo periodo le vecchie torri e i vecchi castelli o vanno in rovina oppure si trasformano in abitazioni o ville. L'introduzione dell'artiglieria a fuoco fece lentamente cadere l'importanza delle mura di Lecco, così nel 1782 l'imperatore austriaco Giuseppe II abolì ufficialmente la Piazzaforte di Lecco.
Gli immobili del castello, che sono stati ceduti nel 1798 dalla famiglia del marchese Serponti, non sono più circondati dal fossato e ad essi  si sono addossate altre costruzioni prospicienti la piazza del Mercato.

L’entrata principale dei sotterranei era situata nei pressi della Basilica di Lecco e più precisamente vicino al  campanile; discendeva per 17 gradini che portavano al corridoio principale, una parte del sotterraneo, quella verso il lago, era stata chiusa ma in passato passava sotto la basilica e portava al torrione principale. Sotto la Basilica si divideva e conduceva alla porta di Santo Stefano. L’altro lato del sotterraneo saliva verso la Porta Nuova e verso la casa del comandante, ora diventata biblioteca. Qua e la si potevano osservare  grossi anelli in ferro soprattutto nel lato rivolto verso la fossa, i quali si pensa servissero a tener sospese le colubrine o delle porte in ferro, mentre a quelli della parete opposta si legavano i prigionieri. Di tratto in tratto il sotterraneo era interrotto da arcate sporgenti e da stipiti, sui quali giravano pesanti porte, che si chiudevano a catenaccio. Una parte dei sotterranei esiste ancora, ma purtroppo sono stati divisi da pareti o addirittura murati per essere adibiti a cantine.

La torre  viscontea fino al 1782 faceva parte di una cinta di mura che fortificavano Lecco, in quello stesso anno, per ordine dell'imperatore Giuseppe II, le mura furono abbattute e rimase solo la torre, che restaurata nel 1816 da Giuseppe Bovara, fu poi utilizzata come carcere. Nel 1932 fu ceduta dallo Stato al comune e venne utilizzata come museo della resistenza, ora ospita la sala mostre del comune di Lecco. Aperta per mostre temporanee e come museo della montagna.


Il palazzo delle Paure sorge nella piazza XX settembre, affacciandosi anche sul lungolario e su piazza Cermenati.
Il palazzo fu costruito nel 1905 in stile eclettico neomedioevale per divenire fino al 1964 sede dell'Intendenza di finanza, del catasto e della dogana. Per queste sue funzioni ottenne l'appellativo di «delle Paure».
L'edificio si erge su quattro piani con il piano terra in bugnato. Su di un lato presenta una leggiadra torre rettangolare con finestre e trifore, costruita intorno al 1926, in cui è stato incastonato uno stemma dei Visconti proveniente dal vicino Pretorio feudale.
Il complesso di palazzo delle Paure comprende anche il contiguo edificio porticato realizzato nel 1902 dall'architetto Adriano Gazzari per divenire la sede della Camera di commercio poi trasferitasi presso il palazzo Falk situata poco distante in piazza Garibaldi. Attraverso i suoi fornici sono in collegamento diretto il lungolago e piazza XX settembre.
Il palazzo è stato ristrutturato per poi essere stato inaugurato il 9 ottobre 2012 alla presenza delle autorità cittadine. Lo stesso giorno è stata inaugurata anche la sezione di arte contemporanea della Galleria comunale, costituita nel 1983 a villa Manzoni. Le opere di pittori del territorio come quelle di Tino Stefanoni o di Alfredo Chiappori ed artisti di interesse nazionale, tra cui i pittori Enrico Castellani ed Enrico Baj, oppure ancora gli scultori Alik Cavaliere e Giò Pomodoro provengono dalle collezioni di villa Manzoni.
Il palazzo del Pretorio feudale fu la sede del Podestà della città fino alla sua soppressione avvenuta con l'avvento del dominio asburgico in Lombardia. La figura del podestà era stata già stabilità negli antichi statuti di Lecco scritti intorno al 1224, ma mutò profondamente nel tempo scemando di autorità fino a divenire nel 1647 solo un magistrato di primo grado nominato direttamente dal conte feudatario.
Il palazzo è sito in piazza Cermenati. Esso si presenta nelle forme ottocentesche (successive quindi alla soppressione del podestà) che gli furono impresse nei rifacimenti del 1826, del 1839, su progetto di Giovanni Carcamo, e nel 1842 su progetto di Adriano Gazzari.
Il Palazzo della Banca Popolare di Lecco sorge nella centrale piazza Garibaldi, di fronte a Palazzo Falk. Il palazzo fu progettato dall'architetto Mino Fiocchi nel 1941, ma si deve a Piero Portaluppi la sua facciata attuale, modificata nel 1957. Essa è tripartita con un corpo centrale avanzato che si apre con un triplice fornice centrale ed ha 19 finestre per piano. Posteriormente l'edificio affaccia con un lungo porticato su piazza Affari. L'edificio è il più grande tra quelli storici di tutta Lecco.

Villa Eremo sorge nel rione di Germanedo.
La villa, che oggi versa in cattive condizioni, fu fatta costruire nel 1690 dal marchese Serponti e fu acquisita dal comune nel 1949. La sua pianta è a forma di H aprendo la facciata su quel che resta del suo vasto parco in cui fu costruito nel 1989-2000 l'ospedale Manzoni.

Posto nel punto più alto della frazione di Somasca, su un'altura naturale, si trova un antico complesso di fortezza risalente a tempi antichissimi che domina tutta l'area di Vercurago e del lago di Lecco. Le prime notizie storiche giunteci riguardo a questo castello risalgono al XIV secolo quando lo sappiamo essere proprietà dei Visconti anche se con tutta probabilità esso venne ricostruito a partire da fortificazioni precedenti risalenti all'epoca carolingia, di cui si ha ampia testimonianza nel torrione centrale (ove attualmente si trova una cappella dedicata a san Girolamo, costruita nel 1902 recuperando parti dell'antico castello).
La fortezza è oggi conosciuta meglio col nome di "Castello dell'Innominato" in quanto la tradizione vuole che questa struttura fosse stata una delle residenze di Francesco Bernardino Visconti al quale Alessandro Manzoni si ispirò ne I Promessi Sposi per la creazione della figura dell'Innominato.
Il complesso, oggi per lo più ridotto a un rudere, era stato con tutta probabilità eretto nell'ambito delle fortificazioni che il paese subì durante gli anni degli scontri tra il Ducato di Milano e la Serenissima, ma sappiamo che già al tempo di San Girolamo Emiliani esso aveva perso gran parte della propria importanza strategica se lo stesso santo poté utilizzarne alcune parti per accogliere i suoi orfanelli e stabilirvi delle strutture create dalla congregazione. La struttura venne in gran parte smantellata nel 1509 ad opera delle truppe francesi e la popolazione locale se ne servì successivamente al fine di ricavarvi del materiale da costruzione, fatto che ha pesantemente alterato il complesso nei secoli.
Si conservano ancora intatti il muro perimetrale, parte dei bastioni difensivi e alcune torri, mentre gli spazi coperti e le cappelle presenti sulla sommità sono state in gran parte ricostruite in tempi successivi. Parte delle mura originarie sono state danneggiate da cannonate sparate dagli austro-russi contro i francesi qui asserragliati nell'ambito della riconquista di Lecco nel 1799. Originale è anche la lunga scalinata per giungere al castello, direttamente scavata nella roccia.
Nel territorio del castello si trova la cappella di Sant'Ambrogio.


Palazzo Bovara si trova in piazza Armando Diaz è la sede dell'amministrazione comunale; fu costruito da Giuseppe Bovara fra il 1836 e il 1852 come ospedale civile convertito nel 1928 con l'inaugurazione da parte del re Vittorio Emanuele III, dopo l'unificazione di tutti gli ex comuni del circondario lecchese che attualmente costituiscono i rioni della città; a seguito di questi lavori, l’allora Cappella dell’Ospedale ospita oggi la Sala del Consiglio Comunale. Nel cortile interno fu posta nel 1958 una lapide in occasione del 110º anniversario da Borgo a Città.
Palazzo Falck è situato nella centrale piazza Garibaldi risale al 1900 e fu costruito da Giuseppe Ongania per ospitare la sede cittadina della Banca d'Italia, successivamente venne intitolato al senatore Enrico Falck. Rimase chiuso per anni fino ad ospitare oggi la sede della ConfCommercio.
La presunta casa di Lucia è sita in Via Caldone al civico 19 nella frazione di Olate, all'epoca località separata da Lecco, designata da vari studiosi come il paesello degli Sposi. Attraverso un portale, decorato da un'Annunciazione cinquecentesca, si passa nel rustico cortiletto, dominato da una vecchia torre anche se tuttavia non è visitabile in quanto risulta essere una residenza privata. La tradizione popolare ricorda un'altra casa di Lucia in via Resegone, nella frazione di Acquate, dove si trova un'antica trattoria e dal cui cortile si osserva chiaramente la collina del Palazzotto di Don Rodrigo.


Villa Gomes si trova nel rione di Maggianico nell'omonimo parco sito nei pressi della stazione ferroviaria. Villa Gomes costruita per il musicista brasiliano Antônio Carlos Gomes (1836-1896) nel 1880 dall'architetto lecchese Attilio Bolla segue la corrente filosofica dell'eclettismo imperante di prevalente richiamo neorinascimentale. L’edificio è un blocco rettangolare a due piani con due prospetti ugualmente importanti, uno orientato verso il paese di Maggianico e l’altro, preceduto da un’ampia scalinata, verso il lago. Sul lato occidentale si imposta il lungo corpo già adibito a serra e oggi trasformato in auditorium. L’interno è arricchito da uno scalone il cui soffitto presenta ricchi affreschi, gli unici sopravvissuti al degrado in cui la villa per molti anni è stata lasciata. Splendido il pavimento alla veneziana del salone a pian terreno mentre è stato inspiegabilmente eliminato l’attico a balaustrini che, oltre a nascondere la copertura, dava slancio e logico coronamento alla costruzione. La villa è stata radicalmente restaurata nel 1987 su progetto degli ingegneri Terragni di Como che, dovendola convertire alle esigenze della scuola civica di musica Giuseppe Zelioli che vi ha sede, ne hanno stravolto 1’impianto originario.

Villa Manzoni si trova poco distante dal centro di Lecco, nel rione del Caleotto ed è appartenuta alla famiglia Manzoni dal 1615 fino al 1818, quando lo stesso Alessandro Manzoni la vendette alla famiglia Scola.
La villa è costruita attorno a un cortile porticato e presenta una struttura tipicamente neoclassica, con una facciata scandita da modanature in arenaria. Sul lato destra si trova un parco, molto più piccolo dell’originale, che era coltivato a viti e gelsi, utilizzati per allevare i bachi di seta. Dal cortile si accede alla Cappella dell’Assunta, dove è sepolto il padre dello scrittore.
Per Alessandro Manzoni la villa era, sin da piccolo, residenza estiva e proprio da queste stanze poteva ammirare la splendida cornice delle montagne lecchesi e godere del dolce fluire delle acque del fiume Adda e del suo lago: un territorio che ha ispirato lo scrittore diventando scenario di una delle storie d’amore più conosciuta al mondo, raccontata nei Promessi Sposi. Proprio quelle stanze, al piano terra, ospitano il Museo Manzoniano. Al secondo piano trova spazio la Galleria Comunale d’Arte, che conserva una selezione di opere facenti parte delle collezioni artistiche dei Musei Civici con quattrocento dipinti e duemila incisioni. Non direttamente aperti al pubblico, ma aperti per la consultazione da parte di studiosi sono: la Biblioteca specializzata, che raccoglie migliaia di volumi e testate di periodici inerenti al territorio lecchese e alla Lombardia; la Sezione Separata d’Archivio costituita da materiale riguardante il territorio lecchese di natura e consistenza molto eterogenea; la Fototeca che conserva 4000 fotografie e cartoline riguardanti il territorio di Lecco, i luoghi manzoniani, la prima e la seconda guerra mondiale, il Prestito Nazionale.

Palazzo Belgiojoso, nel rione di Castello di Lecco, è un pregevole edificio del tardo Settecento a forma di U che si apre sul giardino interno, parco comunale.
Entrando dal portone di ingresso si viene accolti in un ampio porticato sulle cui pareti sono state collocate: le vestigia del seicentesco forte spagnolo di Fuentes di Colico e decorazioni e lapidi di alcuni edifici tardomedioevali lecchesi, demoliti o modificati nel passato.
Sul soffitto dello scalone, che porta ai piani superiori sono venuti alla luce quattro medaglioni, risalenti alla seconda metà dell’Ottocento, raffiguranti il ritratto di personaggi dei protagonisti de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Sui soffitti del piano nobile recenti lavori di restauro hanno messo in rilevo la presenza di pregevoli decorazioni pittoriche settecenteschi con soggetti esotici.
Il palazzo, divenuto di proprietà comunale nel 1927, ospita attualmente il Museo di Storia Naturale, che conserva l’allestimento originario dei primi decenni del Novecento ed è articolato nella sezione zoologica e mineralogica; il Museo Archeologico, nel quale sono esposti in ordine cronologico i reperti provenienti dal territorio a partire dal Paleolitico fino all’Alto Medioevo; il Museo Storico, con una ricca collezione di documenti originali di diverso genere, armi e divise riguardanti la Storia moderna e contemporanea del territorio lecchese.
Più recente è la realizzazione del Planetario, un fiore all’occhiello per Lecco e una delle migliori strutture del suo genere in Italia.

Il Teatro della Società, nella centralissima piazza Garibaldi in Lecco, progettato dall’architetto lecchese Giuseppe Bovara, fu inaugurato il 23 ottobre 1844, con l’opera “Anna Bolena” di Gaetano Donizetti.
L’edificio, dallo stile neoclassico, venne costruito su richiesta di un ristretto numero di famiglie lecchesi, appartenenti alla nobiltà e all’alta borghesia, ma da subito venne aperto a tutta la cittadinanza come testimonia l’aggiunta del “loggione” voluta dalla “Società per l’erezione di un Teatro, a maggior comodo, e minor spesa di quella classe del Popolo, a cui possa sempre meglio agevolare l’ingresso alli spettacoli sotto la vista del pubblico, che lasciarla notturnamente vagare nelle appartate taverne”.
Il Teatro è stato oggetto di interventi di ampliamento, ristrutturazione e restauro. La volta è stata affrescata dall’artista contemporaneo Orlando Sora.
Ospita 460 persone, suddivisi tra platea, palchi, galleria e loggione.



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