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giovedì 30 luglio 2015

LA VAL TROMPIA



La Valle Trompia è una delle tre principali valli brescane. Per la vicinanza alla città è anche quella più legata a Brescia dal punto di vista geografico, storico, economico e culturale. La Valle è caratterizzata principalmente da due anime: quella artigianale-industriale legata al lavoro in miniera e alla metallurgia, e quella contadina, in simbiosi con la natura e l'ambiente, legata alle consuetudini agricole e pastorali. La Valle Trompia rappresenta una nuova e piacevole meta turistica, tutta da scoprire.

La Valle Trompia si estende su una superficie territoriale di circa 380 chilometri quadrati e si trova inserita tra le Valli Sabbia, Camonica e Sebino Bresciano con la città di Brescia a confine sud. Dal punto di vista orografico, la Valle Trompia presenta caratteristiche complesse e territorialmente si sviluppa secondo un asse centrale con direzione NE-SO sul quale si vengono ad innestare valli secondarie. Il fondovalle risulta stretto con pareti laterali che si presentano, salvo zone circoscritte, con discreto grado di pendenza. Idrograficamente la Valle Trompia è solcata longitudinalmente dal fiume Mella, in cui confluiscono i principali bacini del Bondegno, Bavorgo, Mella di Sarle, Mella di Zerlo, Mella di Irma, Avano, Val Cavallina, Marmentino, Lembrio Vandeno, Rè di Inzino, Tronto. Ad essi vanno aggiunti le convalli di Lodrino col torrente Biogno. di Polaveno - Brione col torrente Gombiera, di Lumezzane con il torrente Gobbia e infine i comuni di Bovezzo - Nave - Caino disposti lungo il corso del Garza. In poco più di 50 km di lunghezza, la Valle Trompia racchiude in sé buona parte della storia geologica delle Alpi Meridionali bresciane: dalle marne calcaree (fanghi marini solidificati) depositatesi in un antico Mediterraneo attorno a 60 milioni di anni fa agli scisti con mica e quarzo. posti nell'arco settentrionale della Valle, risalenti a oltre 350 milioni di anni fa.

I monti principali che la contornano sono:

monte Colombine - 2.215 m
Dosso Alto - 2.065 m
monte Muffetto - 2.060 m
Corna Blacca - 2.006 m
tutti appartenenti al comprensorio del Maniva che è il confine nord della valle.

Molto famoso, localmente, è il monte Guglielmo (1.957 m) che è possibile osservare molto bene anche dalla Franciacorta, dalla Città nonché da buona parte della pianura bresciana sino alla provincia di Cremona.

La presenza nell'Alta Valle di vene minerali promosse fin dall'antichità un'attività estrattiva. Ciò favorì il precoce sviluppo di una tradizione di lavorazione del ferro, attestata in epoca romana, anche per la produzione di armi. Per tale ragione sotto il dominio veneziano la valle godeva di una speciale autonomia e di alcune esenzioni fiscali. Ciò non valeva per Lumezzane (nella tributaria Val Gobbia) che era infeudata agli Avogadro. Al XVI secolo risale la fondazione della Beretta, tuttora specializzata nella produzione di armi.

Negli anni settanta-ottanta la Val Trompia era nota anche come la Valle d'Oro per le fiorenti industrie che ospitava che offrivano lavoro e guadagno a tutti i cittadini, tenuto conto che la stragrande maggioranza delle piccole (e medie) ditte erano state fondate da ex dipendenti messisi in proprio.

Fanno parte della Val Trompia i seguenti 17 comuni:

Lumezzane, Concesio, Sarezzo, Gardone Val Trompia, Villa Carcina, Bovezzo, Marcheno, Polaveno, Bovegno, Collio, Caino, Lodrino, Pezzaze, Tavernole sul Mella, Brione, Marmentino, Irma.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/le-prealpi-bresciane-e-gardesane.html



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domenica 12 luglio 2015

INTROBIO

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Introbio è un comune della provincia di Lecco, centro storico e capoluogo di mandamento della Valsassina. Gli uffici comunali si trovano all'interno della Villa Migliavacca.

Il paese è conosciuto per le passeggiate in Val Biandino, dove vi è un santuario dedicato alla Madonna della Neve. In località Daggio, a 1935 metri di quota, vi è la principale sorgente, la più alta d'Europa, della ditta Norda, che imbottiglia acque oligominerali.

All'estremità di quelle terre che il Manzoni descrive nella prima pagina del suo romanzo immortale  s'apre col "passo della Merla" la bella Valsassina. Regione circondata da catene di monti erti ed elevati, che ora sporgono in ripide costiere ed ora rientrano in profonde ed alpestri convalli, bianche di dolomie e di graniti, o rossastre per le rocce di verrucano che le danno qua e là tinte fosche e cupe. Siede Introbio quasi al centro di questa valle e ne è il Capoluogo. I torrenti che scorrono ai fianchi del paese , la Troggia, l'Acquaduro e il Pioverna, rendono fresco il clima e favoriscono lo sviluppo industriale. Sotto molti aspetti Introbio conserva nella valle ancora oggi il primato che sempre ebbe nei secoli scorsi.

Il Paese al tempo degli Etruschi già esisteva;  al tempo dei Romani (2000 anni fa) lo abitavano persone colte e progredite. I grandi conquistatori Romani (Cesare, Pompeo ed altri)conobbero bene la Valsassina, ma soprattutto Introbio, poichè era il crocevia delle strade che portavano oltre l'Impero Romano. Questi fatti ci sono testimoniati da vari cimeli, quali oggetti, tombe, mura diroccate di antiche fortezze, come il Castel Reino nella regione del Pizzo dei Tre Signori e la Rocca di Baiedo, che in seguito servirono per le invasioni frequenti dei Barbari. A quei tempi Introbio era di proprietà dei Galli. Quasi tutti i Barbari nelle loro invasioni per questa via giunsero alla Roma dei Papi per deporre la loro ferocia e riceverne la civiltà Cristiana.

Comunemente si crede che derivi dalla fusione delle due parole latine "inter" "Orobios" (tra gli Orobi), primi abitanti della Valle. Sembra però più attendibile la spiegazione  data dall'illustre  Prof. Fermo Magni, che coi suoi molteplici scritti in poesia ed il prosa fu il vero celebratore ed appassionato della valle e di Introbio. Egli infatti spiega così: "inter vias": tra le vie. Introbio fu veramente il Capoluogo delle vie  che conducevano oltre l'Impero Romano. Di qui passarono Annibale e  Cesare che lasciò poi un gruppo di soldati armati per la difesa dei Galli.

Tra le Ville di vacanza che punteggiano la Valsassina Villa Migliavacca o Clementina (dal nome della moglie di Antonio Migliavacca, Clementina Ravasio), occupa senz'altro un posto di prim'ordine. Costruita tra il 1911 ed il 1914, fu progettata dall'architetto Ulderico Bottoli di Milano che riprese, secondo il gusto rievocativo dell'epoca, lo stile del Quattrocento milanese, il cui riferimento più immediato rimanda al Castello Sforzesco di Milano.L'edificio, ubicato oggi al centro del paese, non passa inosservato all'interno dell'abitato per il suo straordinario aspetto formale in cui si mescolano armonicamente  elementi del Rinascimento e del Medioevo, per la maestosa struttura che lo fa rassomigliare  ad un vero e proprio castello medievale e per la sua incantevole posizione panoramica al centro di un bellissimo giardino. Il volume dell'edificio è essenzialmente unitario, arricchito da apparati decorativi a graffito con motivi prevalentemente geometrici e lineari da facciate caratterizzate dal largo uso del mattone, filo conduttore che lega la villa, la sclalinata coperta e l'alto muro di cinta, creando molteplici effetti  grazie alle numerose disposizioni diverse dei corsi, alternati ora all'intonaco ora ad altri mattoni. la genesi di questa Villa in Valsassina  è ben sintetizzata in una inedita poesia, battuta a macchina e incollata sul retro di un quadro che incornicia un altrettanto  inedito disegno della villa firmato dall'arch. Bottoli. A comporla fu Rico (Enrico) Migliavacca fratello di Antonio, il 7 dicembre 1912, quando fervevano ancora i lavori di costruzione.

All’interno del Monumento dei Caduti è collocata una tela di Pierino Motta raffigurante la Vergine coronata di spine che accoglie tra le sue braccia un milite caduto avvolto nel tricolore.

Nel territorio parrocchiale esiste un altro monumento, più modesto, posto accanto alla baita dell’Associazione Nazionale Alpini dedicata nel 1972 alla memoria del dott. cap. Piero Magni sulla strada per Biandino. A sostenere l’onere dei lavori di ristrutturazione contribuì la tradizionale lotteria abbinata alla Sagra delle Sagre del 1974. Su un acuminato blocco di pietra, quasi una montagna in miniatura delimitata da ogive di bombe, è posta una targa recitante:

A RICORDO DI TUTTI I CADUTI INTROBIESI

La chiesa di Santa Caterina fu costruita nel 1539, ma fu fatta chiudere da San Carlo per mancanza di sacerdote officiante. Per la legge 15 Agosto 1866 (soppressione dei beni ecclesiastici) passò di proprietà dello Stato; fu poi riscattata dai discendenti della Famiglia Fumagalli, i quali, 10 anni dopo, la donarono alla Chiesa.

Degna di ricordo è l'alta Torre quadrata che ancor oggi si ammira nel centro del paese; costruita verso il secolo XI, è testimone della lotta contro i Barbari, che spesso invadevano in quei tempi l'Italia, passando proprio per Introbio. Memorabile è l'assalto di 6000 Grigioni nel 1531 contrastato dagli introbiesi che, riuniti nella Torre, seppero respingerli. Nella travatura del tetto ancor oggi vi sono i proiettili lanciati dai Grigioni. Da qualche decennio la Torre è di proprietà privata ed è stata oggetto di intelligenti restauri conservativi. Prende il nome dal proprietario originario, Leone Arrigoni, allora ambasciatore del casato dei Medici presso il Papa.

La Chiesa di San Michele fu costruita verso il 1100 e forse anche prima. L'effige della Madonna di stile greco-bizzantino  ivi venerata è del 1100/1200.  Nel 1934 si provvide alla costruzione  di un muro a tre arcate per sostenere la chiesa era cadente.

La Chiesa di Biandino è dedicata alla Beata Vergine della Neve, venne costruita fra il 1665 ed il 1669. Per voto fatto dagli introbiesi nel 1836, preservati dal Cholera Morbus, ogni anno, il 5 agosto,  si celebra la solenne processione che da Introbio sale fino al Santuario e poi fa ritorno. Il 13 ottobre 1944 venne distrutta  e poi ricostruita con inaugurazione il 5 agosto 1947.

La Chiesa di Sant'Antonio Abate fu chiesa parrocchiale consacrata nel 1897 , precisamente il 17 ottobre, fu costruita su disegno di Don Enrico Locatelli. E' situata al centro dell'abitato di Introbio.

La chiesa parrocchiale, il cui patrono è Sant'Antonio Abate, è in stile neoclassico ed è stata costruita alla fine del '800. In paese sono presenti altre due chiese dedicate rispettivamente a San Michele Arcangelo e alla Madonna Addolorata e a Santa Caterina, nonché il già citato santuario della Madonna della Neve. L'abitato ha aggregato l'antico villaggio di Monte Varrone.

La cittadina ha dato i natali allo scultore Carlo Antonio Tantardini.

La Cascata della Troggia possiamo annoverarla tra i monumenti regalatici dalla natura, di essa scrissero Leonardo da Vinci e Antonio Stoppani.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/la-valsassina.html






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mercoledì 1 luglio 2015

DARFO BOARIO TERME

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Darfo Boario Terme è il più popoloso ed importante centro industriale, commerciale e termale della Valle Camonica. Si sviluppa lungo le due rive del fiume Oglio, alla confluenza di questo con il torrente Dezzo, in un’ampia pianura alluvionale, ai piedi di un imponente massiccio roccioso che culmina con il monte Altissimo.
La collocazione geografica di Darfo Boario Terme alla confluenza del torrente Dezzo, proveniente dalla Val di Scalve, nell’ Oglio e la presenza dei Monticoli a sbarrare il passo fra la media e la bassa Val Camonica ne hanno fatto, fin dall’antichità, un importante centro militare e commerciale.

Attorno al centro, cioè Darfo, Boario Terme, Corna, Montecchio, si sviluppano a raggiera: Erbanno, Gorzone, Sciano, Angone, Fucine, Pellalepre, Bessimo sup. e Capodilago.
I quattro più importanti rioni della città (Darfo, Boario Terme, Corna e Montecchio) sono compatti fra loro e formano una specie di quadrilatero, al centro del quale si trova la località "Isola", che prende il nome dal fatto che è situata in un'ansa del flume Oglio.

Il nome potrebbe derivare da "garf" (terreno franoso), o "dorf", nelle lingue germaniche "villaggio".

La zona era abitata già in epoca preistorica: sono presenti incisioni rupestri presso la località dei Corni Freschi (Attola), ai piedi del Monticolo, e nel Parco comunale delle incisioni rupestri di Luine.

Sempre a Luine sono state rinvenute terrecotte dell'età del bronzo (1969), mentre altre incisioni rupestri sono state trovate nei pressi del Lago Moro. Sul Monticolo è stata rinvenuta invece un'ascia in bronzo nel 1897.

Scarse sono le notizie in età romana, sebbene si supponga che il fondo valle sia stato a quel tempo disabitato a causa di alluvioni dell'Oglio e la presenza di zone paludose. Di età barbarica è probabilmente la necropoli scoperta nel 1808 presso Corna e le tombe scoperte nel 1939 e nel 1958 presso il Municipio.

Divenne centro importante in età medievale in quanto sede di un porto (presso Montecchio) e del Castello di Montecchio. Nel 1200 è ricordato come burgus fornito di castrum, dove risiedeva la curia, che aveva preso il posto dell'ormai decaduta pieve di Rogno.

Nel 1047 Enrico III elegge Darfo a Corte Regia, e permette che gli abitanti della Val di Scalve continuino l'antica usanza di portare annualmente 1000 libbre di ferro, con la pena per i trasgressori di 100 libbre di oro. In tal modo dovette essere residenza di un rappresentante o vicario imperiale.

Nel 1508 Darfo (Darf) compare nella mappa della Valle Camonica disegnata da Leonardo da Vinci e conservata al Castello di Windsor.

Nel 1591 vi è una contesa con Bovegno circa alcuni pascoli in quota.

Nel XVI secolo il porto venne fortemente danneggiato da una serie di alluvioni.

Dopo la metà del XVII secolo si distacca da Darfo la municipalità di Gianico.

Nel 1830 è eretto il ponte sull'Oglio, a sei arcate, in legno, tra Darfo e Corna.

Nel 1834 una rivolta dei popolani di Darfo si oppose al dominio austro-ungarico, ma venne subito stroncata.

Il 1º dicembre 1923 il disastro del Gleno comportò ingenti danni al paese e la morte di 150 persone. Anche re Vittorio Emanuele III visitò il paese devastato.

Il 15 aprile 1929 al comune vennero aggregati i soppressi comuni di Erbanno e Gorzone. Nel 1959 vennero aggregate la frazioni di Bessimo Superiore e Capo di Lago, staccate dal comune di Angolo Terme.

L'8 maggio 1968 il consiglio comunale cambiò la denominazione del comune in Darfo Boario Terme, ed il 28 gennaio 1969, con decreto del Presidente della Repubblica n.38 venne insignita del titolo di "Città".

Nel 1980 nasce il Parco comunale delle incisioni rupestri di Luine.

Scendendo lungo i tornanti che da Angolo Terme conducono fino nei pressi delle Terme di Boario si nota Castello Federici, edificato intorno al 1160 su un nucleo edilizio preesistente. Nel castello sono assenti mura difensive e torri, a causa dei numerosi lavori di manutenzione apportati dalla famiglia Federici, e ciò rende la struttura molto più somigliante ad un palazzo signorile che ad una fortezza tradizionale anche se ebbe notevole importanza anche militare vista la sua collocazione a difesa delle strette via d’accesso alla Val di Scalve e alle Valle Camonica. Al momento restano visibili soltanto il basamento di una torre, il sotterraneo a volta ed i presunti imbocchi di due strade sotterranee. All’interno vi sono invece sale decorate con soffitti a cassettone e caminetti artistici. Nel primo cortile un loggiato, un pozzo, una scala in pietra simona e una porta di forma ogivale. Nel secondo cortile due loggiati che si contrappongono sui due lati. In una sala è conserva una galleria di ritratti dei Federici. Nel parco, che circonda l’edificio principale vi è una chiesetta dedicata a San Giovanni Battista, cappella privata dei Federici, con affreschi, una Natività del ’600 e un paliotto d’altare di Giuseppe Picini.

Il parco del lago Moro si trova nella media-bassa Valle Camonica, tra i comuni di Darfo Boario Terme, nella frazione di Capo di Lago e Angolo Terme nella zona delle Sorline. Esso si trova all’incrocio di due corso del fiume Oglio e del torrente Dezzo, che si immette nel fiume Oglio.
Il lago è lungo 820 m, largo 320 m, profondità di 42,20 m.La sua genesi si deve sia a una base strettamente geologica, di tipo strutturale, sulla quale i processi erosivi dell’ultima glaciazione hanno dato origine al Lago Moro.
Nel Lago Moro si specchiano fantastici boschi formati da diverse tipologie di piante tra cui il castagno, il rovere, la betulla, il ceduo, l’orniello. I boschi ospitano molte specie di animali come la volpe, la biscia, il ragno, gli scoiattoli, i girini, le rane, le talpe; tra i pesci che vivono il lago ci sono il cavedano, la tinca, l’alborella e l’anguilla.
L'Archeopark è un parco tematico polifunzionale. I visitatori, i gruppi, le scolaresche possono svolgere, guidati da animatori, una serie di attività nei laboratori didattici: battere il rame, macinare il grano, cuocere il pane, tirare con l’arco, percorrere ritualmente il labirinto… Il parco State è un grande museo interattivo all’aperto, creato per rivivere il passato attraverso ricostruzioni di insediamenti preistorici realizzate su base scientifica.Si possono rivivere le varie fasi evolutive: dal paleolitico all’età romana attraversando il corso di 15.000 anni di storia. L’intero parco che si sviluppa su uno spazio di circa 100.000 mq, è immerso nella natura, tra boschi di castagni ai piedi e lungo le pendici del Monticolo di Boario Terme.

I centri storici delle numerose frazioni che circondano la cittadina di Darfo Boario Terme conservano un patrimonio artistico davvero importante. Per quanto riguarda Darfo sono da vedere: il convento Queriniano (XVIII sec.) di grande bellezza architettonica con il giardino ed il chiostro interno e con l'ex chiesa di Santa Maria della Visitazione che conserva affreschi dell'Inganni; la chiesa dei Santi Faustino e Giovita ricostruita nel 1656 in stile barocco sulle vestigia della chiesa esistente nel XV sec. contenente numerose opere d'arte: affreschi di G. Teosa, una pala ad olio su tela del Guadagnini e una Deposizione del 1612 o del 1649 attribuibile al Tintoretto, al Paglia, a Palma il Giovane.
A Boario Terme si segnala il santuario della Madonna degli Alpini (ultimato nel 1957) sulla cui facciata campeggia la gigantesca statua, in bronzo dorato, della Madonna col Bambino.
Da visitare a Pellalepre è la chiesa dei Santi Bernardo e Defendente ricostruita all'inizio del XVIII sec. sulla chiesetta quattrocentesca dedicata a San Defendente. L'interno, a navata unica, è ricco di affreschi alcuni dei quali attribuiti al Teosa; la Madonna in trono col Bambino del 1498 è attribuita al Foppa.
A Fucine si segnala la parrocchiale, ultimata nel 1646, dedicata alla Visitazione al cui interno, in stile barocco, sono conservate due statue del Ramus ed un palliotto attribuito al Fantoni; gli affreschi sono invece di G. Teosa.
Montecchio è famoso per il Castello Rocca Federici, di cui restano soltanto la base, alta circa 4 mt., di una torre a pianta quadrata, un ambiente sotterraneo a volte e gli imbocchi di due strade sotteranee. Il Ponte di Montecchio, ultimato nel 1686 su progetto di Francesco Cifrondi, è monumento nazionale. La parrocchiale di Santa Maria Assunta venne edificata nel 1623 sulle vestigia dell'antica parrocchiale distrutta nel 1471 da una frana. Altro monumento nazionale è la chiesa detta dell'"Oratorio" sulla cui parete laterale esterna si possono notare le tracce di un grande affresco del Giudizio Universale mentre all'interno è conservata una Crocifissione attribuita alla scuola del Da Cemmo.
Erbanno, antico borgo medievale, conserva un importante patrimonio artistico. Palazzo Federici conserva alcuni affreschi quattrocenteschi attribuiti alla scuola del Da Cemmo, un camino rinascimentale ed il soffitto composto da 36 tavolette di legno dipinte con figure allegoriche e profili di personaggi maschili e femminili. Casa Ballardini ( XVI sec.) con il suo loggiato con capitelli riccamente decorati; al suo interno vi è la famosa stanza con affreschi del 1600.
Ad Angone è da visitare la parrocchiale dedicata a San Matteo, ultimata nel 1646, sui resti di una chiesa precedente forse del '400. la chiesa è piccola ma contiene opere preziose come il palliotto in legno attribuito allo Zotti e il ciborio e la cornice dell'altare maggiore attribuiti al Ramus.
Il centro storico di Gorzone, nota nei secoli per le cave di pietra Simona, è ricco di opere d'arte custodite in quattro belle chiese e nelle dimore signorili, tra le quali ricordiamo l'imponente Castello Federici. La rocca (ultimata nel 1160) è circondata da un bel parco e da una cinta murata a strapiombo sulla profonda e stretta valle del Dezzo. All'interno vi sono sale affrescate, soffitti a cassettoni e una collezione di ritratti dei Federici. Nel parco sorge una piccola chiesa dedicata a San Giovanni Battista. La facciata è in stile tardo romanico mentre l'interno è arricchito da affreschi secenteschi. Un'altra testimonianza viene da Palazzo Minini, ex Federici, al cui interno troviamo una sala con soffitto ligneo a tavolette, antichi affreschi ed un camino del 1520. Fu residenza dei Federici anche Palazzo Rizzonelli (XIV sec.). Situata poco oltre il cimitero la chiesetta di San Rocco fu edificata nel 1522 in onore del santo patrono degli appestati; accanto ad essa furono sepolti i moltissimi morti di peste durante le epidemie scoppiate nel 1575-77 e nel 1630; durante gli ultimi restauri sono riapparsi alcuni ex-voto. La parrocchiale di Sant'Ambrogio, eretta sulle vestigia della chiesa medievale di cui sono ancora visibili un affresco (Madonna che allatta il Bambino) del '400 e il portale laterale in arenaria rossa. Un'altra importante opera è il Sarcofago di Isonno Federici, eretto dopo il 1336, in stile gotico lombardo in ottimo stato di conservazione.
A Corna si può vedere la parrocchiale di San Giuseppe, terminata nel 1926, che conserva affreschi del Longaretti ed una pala del 1611 del Gasparini. Da ricordare anche la chiesetta del Sacro Cuore di Gesù (XVII sec.), detta "Cappellino".
A Capo di Lago, piccolo paese sul lago Moro, si trova la chiesetta di Sant'Apollonia.
A Bessimo Inferiore si segnala la chiesa di San Giuseppe Operaio che custodisce alcuni affreschi del 1700.

Ai piedi del nucleo storico di Erbanno si estende la pianura alluvionale del fiume, oggi densa di abitazioni e di industrie, ma fino a pochi decenni fa destinata a colture agricole. Alcuni millenni fa tale pianura era sede di un bacino lacustre, che si estendeva dall'attuale lago d'Iseo fino a Cividate Camuno. Ciò è accertato, oltre che dalla natura del sottosuolo, anche dalla presenza nelle incisioni rupestri della zona di inequivocabili strumenti di pesca, quali rudimentali reti e gabbie.
Le rocce affioranti che formano i caratteristici Monticoli sono di arenaria rossa, detta anche "pietra Simona", dalla località Simoni di Gorzone dove viene cavata dai tempi remoti. La pietra Simona, elemento fondamentale e caratteristico della natura e del paesaggio della bassa Valcamonica (e di Darfo Boario Terme in particolare) è stata, per la sua naturale disponibilità, di base per 1'arte rupestre. La stessa pietra, che ci ha conservato i messaggi del passato, è stata usata anche per costruire castelli, torri, abitazioni, muri a secco e, tutt'oggi, continua ad essere utilizzata nell'architettura minore, nelle panchine, nelle aiuole, negli oggetti artistici di produzione artigianale e nei monumenti.

I Monticoli hanno più volte protetto la piana di Boario dalle piene del fiume Oglio. II più alto raggiunge m 394.
Il territorio del Comune di Darfo Boario Terme è percorso, oltre che dal fiume Oglio, dal torrente Dezzo, dal Rovinazza, dal Budrio, dal Re, dall' Ogliolo e dal canale idroelettrico Italsider. Fiumi e torrenti hanno causato, fin dai tempi antichi, seri danni con le loro inondazioni. E sufficiente ricordare i gravissimi disastri provocati dal crollo della diga del Gleno (1 dicembre 1923) e dall'alluvione del 16 settembre 1960.

Il Museo degli Alpini nasca negli anni 2001-2002, quando le Truppe Alpine erano comandate dal Gen.C.A. Roberto Scaranari (attuale Presidente del Museo), si fece largo l'idea di trasformare quella raccolta, importante ma un po' disordinata ed a carattere pressoché familiare, in un Museo vero e proprio, regolarmente riconosciuto e costituito con atto notarile depositato.
Oggi il Museo è una realtà, anche se in crescita e abbisognevole di tanto lavoro. I progressi sono quotidiani, grazie alla dedizione di tanti amici volenterosi e degli Alpini in congedo dei Gruppi di Fucine, Darfo-Boario Terme ed Angone e, soprattutto, grazie agli stanziamenti ottenuti dalla Regione Lombardia, dalla Provincia di Brescia e dal Comune di Darfo-Boario Terme.

La squadra di calcio del paese, l'Unione Sportiva Darfo Boario, nata nel 1937 è una delle prime società calcistiche della Val Camonica.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/la-valcamonica.html






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giovedì 25 giugno 2015

LE PREALPI VARESINE



Le Prealpi Varesine occupano in territorio italiano la porzione centro settentrionale della Provincia di Varese ed in territorio elvetico parte del Mendrisiotto, del Luganese e del Locarnese nel Canton Ticino.

La cima più elevata è il Monte Tamaro (1967 m s.l.m.), in territorio elvetico.

Esse sono delimitate a nord-ovest dal Lago Maggiore o Verbano (tra Laveno ed il Piano di Magadino), ad est dalla Val d'Agno (Svizzera) e dal ramo occidentale del Lago di Lugano o Ceresio, a sud dalla Pianura Padana.

Le Prealpi Varesine possono essere suddivise in due catene principali, separate dalla valle del Tresa: a nord la Catena Tamaro-Gambarogno-Lema, a sud la Catena Piambello-Campo dei Fiori-Nudo.

La prima è dominata dal Monte Tamaro (1967 m) e dal Monte Gradiccioli (1936 m). Altre vette importanti sono il Monte Paglione (1554 m), il Monte Magno (1640 m) ed il Monte Lema (1621 m). Tra i torrenti che scendono dal Monte Tamaro, il più importante è il Giona, che si immette nel Lago Maggiore nei pressi di Maccagno. Poco più a nord si trova il Lago Delio.

La catena Piambello-Campo dei Fiori-Nudo è composta da diversi gruppi montuosi. Subito a nord di Varese si trova il Massiccio del Campo dei Fiori di Varese, parte principale dell'omonimo gruppo e la cui vetta principale è la Punta di Mezzo (1227 m). Si tratta di una lunga dorsale calcareo-dolomitica, delimitata a sud dal Lago di Varese, ad est dalla Val di Rasa e a nord dalla Valcuvia. Oltre alle numerose grotte, tra le quali spiccano la Grotta Marelli, la Grotta del Remeron, il Bus della Scondurava e la Grotta del Ghiaccio, sono interessanti le "marmitte dei giganti" sul torrente Vellone e le sorgenti perenni del Faggio, del Ceppo e di Fontana Rossa.

Meta di pellegrinaggio è il complesso religioso del Sacro Monte di Varese, che sorge su una delle vette del massiccio. A Punta Paradiso (1226 m) la Cittadella di Scienze Naturali Schiapparelli, che ospita un osservatorio astronomico ed il Centro Geofisico Prealpino. Sul Monte Tre Croci (1124 m) si trova la stazione dei fulmini De Bernardi, sul Monte Tre Crocette (1033 m) l'ex Grand Hotel Campo dei Fiori, sulla Punta di Orino (1139 m) si trovano i ruderi di un forte militare.

Ad est del Campo dei Fiori, superata la Val di Rasa di Varese si trova il Gruppo della Martica (1032 m). Il gruppo è delimitato ad est dalla Valganna, a nord dalla Valcuvia, ad ovest dalla Val di Rasa ed a sud dalla città di Varese. Il Martica è di origine geologica simile al Campo dei Fiori. Degne di nota sono le Grotte di Valganna, l'Antro delle Gallerie, il Boeuc dul Alabastro, le Cascate di Valganna e le Forre della Valganna, formate dalle acque del torrente Fredda e del fiume Olona. Alti interessanti fenomeni naturali sono i pinnacoli calcarei del Monte Chiusarella (915 metri) ed i thor (gigantesche rocce abbandonate dai ghiacci) del Monte Martica. Appartiene al Gruppo del Campo dei Fiori anche il Gruppo del Mondonico, che comprende il Monte Mondonico (807 m) ed il Monte Scerrè (796 m).

A est della Valganna si trova il Massiccio del Monte Piambello (1129 m), delimitato a nord-est dal Lago Ceresio, a sud-est dalla Valceresio. Fa parte del gruppo omonimo anche il gruppo dei Sette Termini (o Bedeloni) che col Monte La Nave tocca i 988 metri. Altre vette del gruppo sono il Monte Mezzano (922 m), I Bedeloni (972 m) ed il Monte Castelvecchio (623 m). A sud est, oltre la Valceresio si trova il Gruppo del San Giorgio-Pravello, in gran parte compreso nel Canton Ticino. La cima principale è il Monte San Giorgio (1100 m); appartengono al gruppo anche il Monte Pravello (1015 m), il Monte Orsa (998 m) ed il monte Sant'Elia (678 m).

Tra la Valcuvia, la Valtravaglia ed il Lago Maggiore si trova il Gruppo della Valcuvia, il più elevato delle Prealpi Varesine meridionali con i 1235 metri del Monte Nudo. Appartengono al gruppo il Sasso del Ferro (1062 m), Poggio Sant'Elsa (950 m), i Pizzoni di Laveno (1203 m), il Pizzo di Cuvignone (1018 m), il Monte della Colonna (1203 m), il Monte San Martino (1087 m) ed il Monte Pian Nave (1058 m).

Il Monte Tamaro (1.961 m s.l.m.) si erge a sud-ovest del Passo del Monte Ceneri e divide con il passo e altri monti il Canton Ticino in Sopraceneri e Sottoceneri. Una funivia collega Rivera (Svizzera) paese posto ai suoi piedi con l'Alpe Foppa posto a 1567 m. In passato fu anche una stazione sciistica.
Negli anni novanta, venne costruita all'alpe Foppa, su progetto di Mario Botta, la Cappella di Santa Maria degli Angeli, con all'interno pitture di Enzo Cucchi. Altre opere d'arte di natura scultorea sono la Madonna del Tamaro di Antonio Danzi, Il guardiano del tempio di Luca Marcionelli e Suspended Cube di Jaya Schürch.
Presso la sommità imponenti antenne sono state poste dalla Swisscom per collegare telematicamente il cantone con il resto della Svizzera.
A partire dagli anni Sessanta, con l'apertura dell'ovovia Rivera-Alpe Foppa, il Monte Tamaro divenne una medio-piccola stazione sciistica. Furono realizzate una seggiovia biposto, tre skilift ad ancora ed una manovia. Le piste erano cinque ed erano lunghe complessivamente circa 15 km. Una pista consenteva di scendere fino alla stazione intermedia dell'ovovia, in località Pian di Mora a 1150 m, mentre la seggiovia biposto consentiva di raggiungere i 1650 m.
Negli anni Novanta gli inverni scarsamente nevosi misero in difficoltà economiche i gestori degli impianti. Per questo nel 2003, complici anche le previsioni di un lento ed inesorabile surriscaldamento globale, si decise di chiudere gli impianti sciistici e di trasformare la località in un grande parco divertimenti estivo. Alla stazione intermedia dell'ovovia fu aperto un parco avventura, mentre all'arrivo dell'ovovia, all'Alpe Foppa, vennero realizzate una slittovia biposto  ed una tirolese.

La Catena Tamaro-Gambarogno-Lema si trova in Svizzera (Canton Ticino) ed in Italia (Provincia di Varese). Prende il nome dal Monte Tamaro, dal Monte Gambarogno e dal Monte Lema, montagne più significative del gruppo.
Ruotando in senso orario i limiti geografici sono: Passo del Monte Ceneri, Val d'Agno, Lago di Lugano, Valle del Tresa, Lago Maggiore, Piano di Magadino, Passo del Monte Ceneri.

La Catena Piambello-Campo dei Fiori-Nudo si trova in provincia di Varese) ed in parte minore in Canton Ticino. Prende il nome dal Monte Piambello, dal Massiccio del Campo dei Fiori e dal Monte Nudo, montagne più significative del gruppo
Ruotando in senso orario i limiti geografici sono: Valle del Tresa, lago di Lugano, colline del Varesotto, Lago Maggiore, Valle del Tresa.

I versanti del monte Gradiccioli scendono su tre vallate: a sud verso il Malcantone, a est verso la Valle del Vedeggio e a ovest verso la Val Veddasca. A nord invece si congiunge alla vetta del Monte Tamaro che lo sovrasta di qualche metro.
Il monte è facilmente raggiungibile dal paese di Arosio, nel Malcantone. Una mulattiera ben segnata conduce ad un passo di montagna denominato "Bassa di Arosio (1.367 m)" in poco più di un'ora di cammino. Dal passo si segue la cresta nord-est fino in vetta. Solo in inverno, con neve abbondante o ghiaccio, la cresta può essere pericolosa, essendo abbastanza ripida. Sono consigliabili in questo caso le ciaspole o i ramponi. Il monte si raggiunge anche effettuando la traversata Monte Lema-Monte Tamaro, molto conosciuta e frequentata nel Canton Ticino.
Dalle sue pendici nasce il fiume Magliasina che scorre nel Malcantone e dal suo versante est sgorgano ricche sorgenti che la città di Lugano ha sfruttato sin dagli inizi del secolo scorso, questo versante a differenza degli altri due erbosi, è ricoperto da una ricca foresta di conifere, frutto di una piantagione effettuata dalla città di Lugano a protezione delle sorgenti che portano il nome Cusello.

Il Monte Lema è una montagna di 1.624 m s.l.m. sul versante svizzero è raggiungibile con una funivia che parte da Miglieglia. Sulla sommità vi è un ristorante con servizio di piccolo albergo, un osservatorio astronomico amatoriale e una stazione meteorologica con un'antenna radar. La vetta è compresa in un vasto tracciato di sentieri che si snodano su queste prealpi per oltre ottanta chilometri.
La via più frequentata è la traversata dal Monte Lema al Monte Tamaro, si cammina sulla cresta delle montagne e la magnifica vista si estenda dal Lago Maggiore al Lago Ceresio. Meta anche di escursionisti in Mountain bike. In passato, tra gli anni sessanta e novanta del XX secolo, il Lema fu anche una piccola stazione sciistica, composta da due skilift, chiusa poi per scarsità di innevamento e mancanza di clientela.
Discendendo verso il versante italiano (comune di Dumenza) si raggiunge il Pradecolo (1184 mlsm), alpe con un rifugio alpino con cappelletta annessa e qualche baita privata. Poco più in basso (979 m) il monastero benedettino della Santissima Trinità. Alla più panoramica alpe Pianello, la comunità Gautama fondata sui principi di Osho. La strada termina in località Cinque Vie (Due Cossani).

Il lago Delio o lago d'Elio è uno specchio lacustre naturale in provincia di Varese nel comune di Maccagno con Pino e Veddasca al confine con il comune di Tronzano Lago Maggiore.
L'origine del lago è di escavazione glaciale, tuttavia l'intervento umano con la successiva costruzione di due dighe di contenimento ha cambiato di molto l'aspetto originario del lago. Il lago si trova equidistante tra Maccagno e il confine italo-svizzero. È raggiungibile da Maccagno tramite la strada provinciale 5.
Un primo sbarramento sul lago fu realizzato nel 1911. Sulla base di questi lavori furono poi realizzati negli anni sessanta due nuovi sbarramenti che innalzarono ulteriormente il livello del lago. L'invaso così creato è utilizzato per la produzione di energia elettrica tramite la Centrale idroelettrica di Roncovalgrande.

Il Campo dei Fiori si trova a nord della città di Varese ed è tutelato dal Parco regionale Campo dei Fiori.
Agli inizi del Novecento, come su altre vicine vette prealpine sopra i laghi, come il Monte Generoso ed il Mottarone, anche sul Campo dei Fiori iniziò un importante sviluppo turistico. Nel 1911, dopo un anno di lavori, fu inaugurata la funicolare Vellone-Campo dei Fiori, che in poco più di 10 minuti raggiungeva i 1.032 m s.l.m. del Monte Tre Crocette, anticima del Monte Tre Croci. Subito dopo vi fu aperto anche il ristorante Belvedere e l'anno seguente fu inaugurato il Grand Hotel Campo dei Fiori, entrambi progettati dall'architetto Giuseppe Sommaruga in stile Liberty.
Lungo la strada carrozzabile che raggiunge il Campo dei Fiori furono edificate residenze private, progettate anch'esse in stile Liberty, dagli architetti Silvio Gambini, Arturo Taddio e lo stesso Sommaruga (villa Petazzi, villa Savina Armiraglio, villa Mercurio', villa Edera e villa De Grandi.
Negli anni venti e anni trenta la località si affermò come meta del turismo d'élite europeo. Durante la seconda guerra mondiale il complesso fu adibito ad ospedale dei feriti e nel secondo dopoguerra andò incontro ad un rapido declino: nel 1958 si decise di sospendere l'esercizio della funicolare, sostituendola con degli autobus e nel 1968 il Grand Hotel e il ristorante Belvedere furono chiusi. Dagli anni ottanta l'edificio dell'albergo è stato utilizzato come supporto di antenne e diripetitori televisivi.
Negli anni sessanta veniva praticato lo sci di fondo su una pista lunga circa 4 km, che corrisponde all'attuale sentiero militare, che conduce dal Belvedere al Forte di Orino. Per alcuni inverni, venne montata anche una manovia per principianti, presso Punta Trigonometrica, che consentiva di praticare lo sci alpino.
Per salvaguardare il delicato ecosistema del massiccio, nel 1984 fu istituito il Parco regionale Campo dei Fiori, con sede a Brinzio. All'interno del parco furono istituite sei riserve naturali speciali, soggette a tutela particolare. La sommità del massiccio del Campo dei Fiori, dal borgo di Santa Maria del Monte sino al Forte di Orino, è interamente compresa nella "Riserva naturale parziale Campo dei Fiori". L'istituzione del parco ha permesso una maggior valorizzazione dei sentieri silvestri, che sono stati ripristinati e dotati di apposita segnaletica, e delle aree naturali ricomprese nel territorio.
Il massiccio del Campo dei Fiori è caratterizzato da vasti boschi di latifoglie. Alle quote meno elevate il castagno è la specie dominante. Sopra gli 800-900 m s.l.m. è, invece, il faggio a spadroneggiare. Nella zona sommitale del massiccio (oltre i 1100 metri) sono poi presenti fitte abetaie di abete rosso, essenza impiantata artificialmente agli inizi del Novecento. I prati magri sono quasi totalmente scomparsi e permangono soltanto nei pressi del Monte Pizzella, di Punta di Mezzo e del Forte Orino.

La Val di Rasa collega la conca della città di Varese con la Valcuvia. Il suo territorio inizia nel comune di Varese, a nord della frazione di Fogliaro, e termina ad ovest di Brinzio, dove il torrente Valmolina raccoglie le acque del Pardomo.
È suddivisa in due segmenti dal Passo della Mottarossa (565 m s.l.m.). A sud si trova la bassa valle, solcata dal principale ramo sorgentizio del fiume Olona, dove si trova l'abitato di Rasa; a nord del passo, si trova invece la conca di Brinzio, nella quale scendono molti torrenti, che confluiscono nel torrente Valmolina.
La Val di Rasa è stretta tra i massicci del Campo dei Fiori (1227 m s.l.m.) ad occidente e della Martica-Chiusarella (1032 m s.l.m.) ad oriente, entrambi compresi nelle Prealpi Varesine.
La valle è ricca di corsi d'acqua e zone umide.
Il fiume Olona ha in questa valle tre delle sue sei sorgenti. La principale si trova a monte di Rasa, in località Fornaci della Riana, a 548 m s.l.m., nel parco di Villa Cagnola, una villa di inizio novecento, che il Parco Campo dei Fiori ha in progetto di recuperare. Presso l'abitato di Rasa confluiscono nell'Olona gli altri due rami sorgentizi ed alcuni affluenti, i torrenti Legnone, Des e Sesnivi o Valle del Forno. Più a sud in località Gottardo, confluiscono nell'Olona anche i torrenti Braschè e Pissabò.

La conca di Brinzio è altresì interessata da numerosi corsi d'acqua. I torrenti Intrino, Rio di Brinzio e Buragona, che discendono dal Campo dei Fiori, confluiscono nel Laghetto di Brinzio, che è alimentato anche da sorgenti interne al bacino. Suo emissario è il solo torrente Brivola, che attraversa la parte meridionale dell'abitato brinziese e confluisce nel Valmolina presso l'inizio della Strada provinciale 45. Nel Valmolina confluisce anche il Riazzo, che nasce in cresta al Campo dei Fiori, nel territorio di Varese.
A sua volta, il torrente Valmolina nasce dall'unione di diversi ruscelli montani, che confluiscono l'uno nell'altro in località Cascina Valicci, sulla Martica, a Brinzio. In seguito, dopo essere disceso dal monte, il torrente attraversa il centro storico brinziese, si unisce al rio Brivola e forma la Cascata del Pesegh (o Pesech), alta 27 m, fino ai primi del XX secolo sfruttata per produrre energia elettrica. Scendendo verso Castello Cabiaglio, il Valmolina raccoglie anche le acque del torrente Pardomo, ed infine confluisce nel Rancina, il quale percorre l'alta Valcuvia.
Nel territorio comunale di Brinzio vi sono altresì alcune torbiere, la principale delle quali è il cosiddetto Pau Majur.

Il monte Chiusarella è una montagna alta 915 m s.l.m. compresa nel territorio dei comuni di Varese e Induno Olona (provincia di Varese), in Lombardia. Fa parte del parco regionale del Campo dei Fiori ed è un belvedere su Varese, la pianura e l'arco alpino e prealpino.

Il Monte Màrtica è una montagna  alta 1.032 metri s.l.m.. Fa parte del gruppo delle Prealpi varesine, nel territorio dei comuni di Brinzio, Induno Olona, Valganna e Varese.
Il complesso montuoso del Monte Martica appare, dall'alto, come un grosso irregolare "apostrofo" che, sulla destra verso oriente, segue la prima parte della Valganna partendo da Bregazzana: sull'altro versante fronteggia il Monte Monarco, il Monte Minisfreddo e il Monte Poncione, detto anche Poncione di Ganna, cima di poco inferiore ai 1000 m s.l.m. e che si distingue per pareti rocciose verticali proprio sopra il paese di Ganna e di fronte alla cima della Martica. Sul lato inclinato grosso modo sull'asse Nord-Ovest/Sud-Est la montagna si affaccia sulla breve Valle del Pralugano dal laghetto di Ganna al paese di Bedero Valcuvia.
Più o meno a quota 650 m s.l.m. su questo lato si distinguono bene, se osservati dalla parte alta di Bedero Valcuvia e del Monte Mondonico, i Valicci o Tre Valicci, una unica bella radura con tre vecchie costruzioni. L'accesso orientale a questi prati è lungo il sentiero che porta al comune di Brinzio, situato a Sud-Ovest del monte lungo la Val di Rasa. Il sentiero più agevole, e più lungo, per raggiungere la cima del monte è quello che parte nei pressi di Bregazzana, è largo e con poca pendenza. Un altro sentiero, più stretto e nel folto del bosco e con varia pendenza, parte da Bedero Valcuvia, un altro è quello del Brinzio che raggiunge il precedente, un altro ancora, più ripido, parte dal fondo della Val Ganna, poco prima del paese di Ganna provenendo da Varese e, seguendo un crinale da sud-est a nord-ovest, raggiunge il sentiero da Bregazzana poco prima della vetta.
La cima è piana e circondata dal bosco, consta di due quote (1028 metri s.l.m. e 1032 metri s.l.m.) una posta a occidente, l'altra ad oriente, su entrambe le quali si trovano i resti di altrettanti appostamenti d'artiglieria scoperti (o "in barbetta") realizzati nell'ambito della Frontiera Nord, il sistema difensivo impropriamente noto come Linea Cadorna. Un terzo rilievo, posto tra le due quote su un esiguo sperone roccioso con suggestiva vista sulla Valganna, ospita una piccola croce. Sotto di esso, sul versante sud del massiccio, si trova la cosiddetta cava della Motta Rossa, vasto sito di estrazione del porfido dismesso dal 1993.

Il Monte Scerrè è alto 796 m s.l.m.e si trova nei territori dei comuni di Bedero Valcuvia, Cunardo, Valganna, in provincia di Varese e fa da spartiacque fra la Valcuvia e la Valganna. Sulle sue pendici si trova il paesino di Mondonico, frazione della Valganna.
La Bevera è un torrente della provincia di Varese, affluente dell'Olona. Nasce dal Monte Scerrè, presso Baraggia di Viggiù e scorre in direzione nordest-sudovest confluendo da sinistra nell'Olona a Varese. Attraversa i comuni di Viggiù, Arcisate, Cantello, Malnate e Varese. Il principale affluente è il Cavo Diotti. Le falde e molte sorgenti del fiume Bevera alimentano almeno il 60% dell'acqua potable della città di Varese e dei comuni limitrofi.
La fauna ittica comprende la trota fario, lo scazzone, il vairone, il gobione, il pesce persico, il persico sole, l'alborella, la lampreda padana ed il cobite comune.
La cappella della Madonna degli alpini è situata sul Monte Scerrè, da cui si gode un ottimo panorama su Bedero e tutta la Valcuvia. È stata dedicata a tutti gli alpini della valle nel 900'. Periodicamente, si svolgono feste e celebrazioni promosse da diverse organizzazioni, soprattutto il gruppo degli alpini.

La Madonnina del Filo si trova a poco meno di cento metri dalla Cappella della Madonna degli Alpini, sul monte Scerrè, in una specie di "nicchia" scavata nella roccia. È stata costruita da dei boscaioli, nei primi decenni del 1900, quando la legna era una preziosa risorsa per il paese e parecchi lavoravano come boscaioli. Il trasporto della legna dai boschi situati in quella zona dove ora sorge la Madonnina, avveniva mediante una sorta di teleferica costituita da un cavo di acciaio (filo) sul quale venivano appesi i fasci di legna, che per gravità, data la pendenza, scivolavano a valle in un punto accessibile ai carri che la trasportavano poi in paese per venderli. Questa operazione veniva effettuata dai boscaioli del posto, che nella stagione invernale si associavano in gruppo per il lavoro di taglio e trasporto della legna.
Durante l'inverno del 1927 alcuni boscaioli di Bedero stavano trasportando in questo modo la legna, tagliata nei boschi situati sul Monte Scerrè. Durante l’operazione uno dei boscaioli restò impigliato nel carico di legna che partiva con rapida accelerazione, trascinandolo per un pezzo, dopo di che si staccò cadendo rovinosamente sulle rocce, ma fortunatamente restò illeso. I boscaioli, riconoscenti per l'episodio che aveva del miracoloso, in quel punto, sul Monte Scerrè, vollero costruire una piccola nicchia nella quale collocarono una Madonnina, che nella denominazione popolare divenne la “Madonna del Filo”.

Alcuni manufatti della Frontiera Nord, si trovano nel versante più a nord del monte e consistono in una serie di trincee con postazioni per fucilieri e mitragliatrici, in tutto simili a quelle presenti sul resto del territorio dell'Alto Varesotto. I manufatti si possono raggiungere tramite un sentiero che risale nei boschi staccandosi dalla strada che risale dalla Valcuvia, poco dopo Bedero Valcuvia, sulla strada che porta a Cunardo, oppure risalendo il fianco nord-orientale del monte, dalla ex stazione dei tram di Ghirla. Altre tracce della Frontiera Nord sono presenti verso la vetta del monte, ma sono assai difficili da individuare perché nascoste dalla vegetazione.

Il Monte Piambello è interamente compreso nel territorio della Provincia di Varese, in Lombardia.
Domina il paesaggio del territorio di Valganna, della Valcuvia, della Valceresio, di Cuasso al Monte e di Marzio, e coi suoi 1.125 metri s.l.m., tra il lago di Ghirla e il Lago di Lugano, rappresenta la maggiore vetta della zona.
Di origine vulcanica, ebbe il suo periodo di massima attività nel permiano medio.

La Valceresio è una valle dell'alta provincia di Varese, formata da undici comuni: Arcisate, Induno Olona, Cantello, Besano, Porto Ceresio, Clivio, Viggiù, Saltrio, Brusimpiano, Cuasso al Monte, Bisuschio.
Comprende la parte Sud della valle del lago di Lugano e si stende fino all'alta valle del fiume Olona. Confina con la Svizzera e la provincia di Como; Induno Olona è il comune più popoloso mentre la sede della Comunità Montana è ad Arcisate che si trova a metà della valle e antica sede della Pieve. La popolazione è di 50.000 abitanti circa, impiegata prevalentemente nel settore terziario e, in misura minore, nel settore primario (ad es. attività estrattiva, settore lattiero caseario, coltivazione di asparagi, foraggi ecc.); una parte importante della popolazione lavora nelle industrie della vicina Svizzera. Fa parte della Comunità Montana del Piambello.

Il monte Castelvecchio (622 m s.l.m.) è situato nel comune di Cunardo, si erige nella zona prealpina in mezzo alle valli dell'Alto Varesotto.
Il nome deriva da una fortezza fatta erigere nel 900 da Liutprando re dei Longobardi, molto utile per la sua posizione strategica che dominava la Valcuvia e la Val Marchirolo. Il castello fu incendiato ben tre volte - nel 1164, nel 1447 e poi solo settant'anni dopo. Signori milanesi tra cui anche i Visconti, seppero sfruttare le sue potenzialità difensive. Più tardi verso la metà del 1700 le rovine del castello vennero usate per la costruzione della chiesa parrocchiale.
Attualmente Castelvecchio è una località di Cunardo ai piedi del monte.

Il Monte San Giorgio è raggiunge un'altezza di 1097 metri s.l.m. e giace circondato da due rami del lago Ceresio (lago di Lugano).
Monte San Giorgio è situato a sud del lago di Lugano al confine fra Lombardia e Svizzera e fa parte di un piccolo gruppo montuoso incuneato nel lago che comprende il Prasacco (poco più di un colle), che fa parte della Svizzera, il Poncione d'Arzo o Pravello (1.015 metri s.l.m.) su cui passa la linea di confine e il Monte Orsa (998 m) in territorio italiano.

La Valtravaglia è percorsa dal torrente Margorabbia. Fu feudo dapprima dei Sessa, in seguito dei Rusca sino al 1511. La valle inizia a Grantola, dove il Margorabbia, proveniente dalla Valganna, si unisce al torrente Rancina, proveniente dalla Valcuvia. La valle termina a Germignaga, dove il Margorabbia confluisce nel fiume Tresa.
Comprende varie parrocchie tra cui quella antica di Domo.

Il Monte Nudo è interamente compreso nel territorio della Provincia di Varese.
Domina il paesaggio del territorio della Valtravaglia e della Valcuvia, e coi suoi 1.235 m s.l.m. rappresenta la maggiore vetta della zona.
Il nome attuale, traduzione italiana dal lombardo biota (nuda, spoglia), è dovuto al fatto che fino agli anni settanta la cima del monte era completamente priva di vegetazione arborea.

La Valcuvia è una valle situata a nord della provincia di Varese.
È caratterizzata da aree prettamente montane che si estendono tra il Monte Nudo (1235 m) ed il Monte Campo dei Fiori (1226 m), aprendosi sul Lago Maggiore, e da un orientamento prevalentemente est-ovest. Una parte della valle è attraversata dal torrente Boesio che sfocia nel lago in località Laveno.
Il suo nome deriva dal villaggio storicamente più importante che era Cuvio, capoluogo del Feudo dove risiedevano le autorità civili: il Feudatario appunto e il Pretore, ed era sede di Pieve e di Distretto. Alcuni vogliono farlo derivare dal latino "vallis cum via", "Valle con via", in quanto probabilmente è stata fin dai tempi degli antichi romani un luogo di passaggio. Se così fosse sarebbe un'eccezione unica perché altre valli avevano la stessa caratteristica senza che nessuna ha preso il nome dalla rispettiva generica strada. Altro luogo particolare è Arcumeggia (frazione di Casalzuigno), il cui nome deriva dal latino "arx (rocca)" e "media (di mezzo)", in quanto si trova a metà strada tra due valli e fu sede di una fortezza, ora non più esistente.

Il Sasso del Ferro è una montagna posta a dominio del Lago Maggiore, immediatamente sopra Laveno.
La Cestovia Laveno-Poggio Sant'Elsa, rinnovata nel 2006, conduce fino a quota 974 m s.l.m. dove si trova la terrazza panoramica di Poggio Sant'Elsa. Negli anni sessanta sorsero anche due impianti per la pratica dello sci alpino, che vennero però ben presto dismessi a causa della scarsità di neve durante tutta la stagione invernale.
La montagna è tra le più frequentate come punto di lancio dagli appassionati di parapendio e deltaplano.
Sul belvedere appena fuori la cestovia si trova infatti una pedana per il decollo dei deltaplani, mentre a circa 15 minuti di sentiero c'è uno spiazzo molto inclinato adibito a decollo per parapendio.

Il Monte Pian Nave (1.058 m s.l.m.) delimita a ovest la Valtravaglia.
Si trova fra il Lago Maggiore ed il Lago di Lugano subito prima del confine con la Svizzera. Porta anche il nome di una delle frazioni del comune di Porto Valtravaglia.
Su questo monte si stende un tratto della Frontiera Nord.

Il monte Gambarogno (1.734 m s.l.m.) si erge nel Canton Ticino (Svizzera).
È situato sopra l'Alpe di Neggia sul territorio di Indemini nel Gambarogno. Sul monte nel 2000 è stata posata una croce giubilare dove ogni anno viene celebrata una messa. Il monte Gambarogno può essere raggiunto da Neggia in 45 minuti.
Il Monte Rogoria, detto anche Rogorio o Motto Croce, è situato sul confine tra il Canton Ticino e la Lombardia con un'altitudine di 1184 m.
La vegetazione sulla cima, che domina il lago Verbano e le isole Borromee, è composta da faggi.

Il monte Monarco alto 858 m s.l.m. è interamente compresa nel territorio della provincia di Varese, nei comuni di Valganna, Induno Olona e Arcisate.



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mercoledì 24 giugno 2015

CAVALLASCA



Cavallasca è un comune della provincia di Como.

Nei suoi pressi si trova il monte Sasso, 614 m s.l.m., dalle cui pendici nasce il fiume Seveso, che dopo 52 km di corso si getta, nella zona nord di Milano, nel Naviglio della Martesana.
Il nome “Cavallasca” potrebbe avere due origini, una celtica e l’altra latina. Per la prima il nome sarebbe composto dalla parola kava che significa vangare/scavare e asgall (da asha che significa rifugio) e poi trasformato in latino con il nome “Cavallasca”. Per quanto riguarda l’origine latina il nome deriverebbe da cavallo, dove le terminazione “asca” o “asco” sono proprie di località sopra-elevate. Cavallasca sorge nel mezzo del sistema collinare tra Como e Varese, a 400 m d’altezza rispetto al livello del mare fino ad arrivare a 614 m d’altezza raggiunta dal Montesasso sul confine Italo Svizzero. I rilievi su cui sorge il paese risultano essere gli ultimi verso la vallata del Po. Grazie alla sua posizione geografica ed al clima mite Cavallasca fu stazione di soggiorno di nobili e ricche famiglie milanesi, come gli Imbonati, gli Archinto, i Parravicini ed i Sarfatti. Cavallasca sorge su un sistema collinare costituito da rocce sedimentarie originate da accumulo di detriti di natura e dimensioni diverse, per lo più gonfolite. Questi elementi rocciosi sono tenuti insieme da una specie di cemento naturale calcareo-ferrifero o siliceo e questo caratterizza infiltrazioni di falde acquifere per lo più di origine sorgiva. Due le sorgenti note sul territorio, una sorge all’Olcellera, ricca di calcare contenente ferro e magnesio, l’altra al Colombirolino. La prima presenza nobile ed importante documentata, fu quella di Guido Grimoldi Vescovo di Como, che fu arciprete della chiesa di Cavallasca. Dal 1295 al 1510, a quanto pare, nessuna fonte cita Cavallasca, evidentemente Cavallasca seguì le sorti di Como che in questi due secoli divenne parte dello stato milanese, prima dominato dai Visconti e poi dagli Sforza. Dal 1526 e per circa due secoli, la Lombardia giacque sotto il dominio degli spagnoli, che assicurò al territorio un periodo di pace e stabilità. Fu alla metà del 1500 che gli Imbonati, nobile e rispettabile famiglia milanese, si stabilirono a Cavallasca. Nel 1631 Giuseppe Maria Imbonati, nato a Cavallasca, estese le sue proprietà insieme al fratello Carlo che costruì l’attuale sede Municipale “Villa Imbonati” ultimata nel 1656, ricca di notazioni artistiche e munita di curiosi sistemi di ingegneria idraulica. Con gli Imbonati, nel 1700 Cavallasca divenne uno dei maggiori centri culturali lombardi. Cavallasca vide passare Garibaldi, fu Quartier Generale dello stesso e teatro della battaglia di San Fermo. Agli Imbonati seguirono i Butti, che acquistarono anche la Villa Imbonati, tra i quali Giuseppe Butti, detto anche “Peppet”, che fu Sindaco di Cavallasca dal 1871 al 1894 e che accolse don Pietro Buzzetti, importante parroco di Cavallasca e nipote di Don Guanella. Giuseppe Butti inoltre ospitò spesso in Villa Imbonati l’amico Luigi Pirandello. Durante la Prima Guerra Mondiale, Cavallasca fu uno dei perni difensivi d’Italia per la difesa sul Confine Svizzero, mediante la costruzione di trincee sul Montesasso, molte delle quali ancora visibili all’interno del Parco Regionale della Spina Verde. Durante il periodo fascista, nel 1928, i Comuni di Cavallasca, Parè e Drezzo furono uniti in un unico complesso amministrativo chiamato Lieto Colle, nome suggerito da Margherita Sarfatti a Mussolini in uno dei frequenti soggiorni a Cavallasca. Cavallasca tornò comune autonomo nel 1956.
L'area è ricca di fortificazioni della Frontiera Nord, risalenti alla prima guerra mondiale, costruite per difendere il confine nord nel caso in cui gli imperi centrali, Austria e Germania, avessero tentato un attacco attraverso la neutrale Svizzera.

La parrocchia di San Michele figura negli atti della visita pastorale compiuta dal vescovo Ninguarda alla fine del XVI secolo nella pieve di Zezio; il numero dei parrocchiani era di 170 di cui 80 comunicati. Nel compendio del Cronicon del clero della diocesi di Como risalente al 1619 la chiesa di Cavallasca figurava tra le parrocchie rurali della pieve di Zezio. Nel 1651 la parrocchia di San Michele di Cavallasca risultava compresa nella pieve della cattedrale, volgarmente detta di Zezio.

La chiesa di Cavallasca è dedicata a San Michele, Arcangelo (29 settembre; la festa patronale cade l’ultima domenica del mese di settembre) e risulta elencata nella pieve di Zezio, nel quartiere di porta Monastero, fin dalla fine del XIII secolo.

Nel 1768, durante la visita del vescovo Giambattista Mugiasca nella chiesa parrocchiale di San Michele erano istituite la confraternita del Santissimo Rosario; la confraternita del Santissimo Sacramento; la confraternita dei Dolori della Beata Vergine Maria, che risultavano tuttavia unite in un solo corpo. Il numero dei parrocchiani era di 281 di cui 175 comunicati. Entro i confini della parrocchia di Cavallasca esistevano gli oratori pubblici dei Santi Carlo e Antonio di Padova in Sottovigna, di giuspatronato del conte Giuseppe Imbonati; Beata Vergine Maria Assunta in Cielo in Dasia, di giuspatronato del conte Nicolò Porta di Como; l’oratorio privato in casa del conte Giuseppe Imbonati.




La chiesa di San Rocco sorge in località Colombirolino in Cavallasca, costruito su un ripiano a mezza costa, sopraelevato rispetto alla strada, lungo il torrente Seveso.

E’ di colore rosa, con quattro lesene gialle ai lati del portone d’ingresso. Tra queste, due nicchie blu movimentano la facciata che termina con frontone triangolare, al di sopra del quale si staglia un campanile a vela. I battenti della porta sono in rame e rappresentano San Rocco a cui è dedicata la chiesetta costruita nel 1857 e consacrata l’anno successivo su un luogo dove sorgeva un cappelletta elevata nel 1826 laddove erano sepolti i morti della peste del 1630 (descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi). Pare che dopo questa epidemia non ve ne furono più altre a Cavallasca da lì l’idea di costruire ex-voto la Chiesa.
Il nome “dei pittori” deriva dal fatto che furono chiamati 14 diversi artisti, nel 1978, per decorare le 14 stazioni della Passione.




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mercoledì 10 giugno 2015

I PONTI DI MANTOVA

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Mantova è città d’acqua e già Montesquieu nel 1729 la vedeva come “Una seconda Venezia”. Sensazione questa completata del Rio, canale medioevale, che offre scorci privilegiati: dai ponti di S.Francesco e dei Massari, dalla Peschiera di Giulio Romano e’nascosto in vicolo Sottoriva.
L’effetto-acqua comunque si ripete all’ingresso in città: da est, quando si percorre l’argine-strada fra i laghi di Mezzo (a destra) e Inferiore; da settentrione per lo sbarramento di Mulina che separa i laghi Superiore ( a destra) e di Mezzo.
Il dislivello provoca un salto di quasi 4 metri, la cascata del Vaso di Porto,per i Mantovani “Vasaron”, meta previlegiata dei pescasportivi.

Il Ponte dei Mulini è un ponte-diga creato con altre opere idrauliche al fine di regolare le acque del fiume Mincio che circondavano la città di Mantova, causa frequente di alluvioni. Tale grandioso progetto, iniziato nel 1188, fu concluso nel 1199. Allo scopo l'opera fu affidata dalle autorità comunali mantovane all'ingegnere bergamasco Alberto Pitentino che costruì il ponte su un manufatto più basso e antico, probabilmente di epoca romana. Fu così, artificialmente, creato il sistema dei quattro laghi, attualmente tre a causa del successivo interramento del lago Paiolo, che fino alla fine del settecento hanno resa Mantova un'isola facilmente difendibile da eserciti nemici. L'opera idraulica cardine di tutto il sistema progettato dal Pitentino era il Ponte dei Mulini, una possente diga di terra e mattoni, inaugurato nel 1190 che tratteneva e innalzava le acque a monte della diga stessa allo scopo di formare il lago Superiore in sostituzione di acquitrini paludosi e insalubri. Fu creato uno scaricatore detto "vaso di porto" che faceva defluire l'acqua nei laghi di Mezzo e Inferiore situati ad un livello inferiore. Il dislivello creato artificialmente fu altresì utilizzato a partire dall'anno 1229 per alimentare 12 mulini.
Durante la seconda guerra mondiale, nel 1944, lo storico ponte fu distrutto dai bombardamenti aerei. Il ponte fu ricostruito perdendo i dodici mulini e il passaggio coperto.

Il ponte di San Giorgio fu costruito in legno (1198 - 1199) nell'ambito dell'intervento idraulico attuato dall'ingegnere Alberto Pitentino che trasformò l'ambiente paludoso circostante la città di Mantova in un complesso di bacini lacustri, i così detti laghi di Mantova, aventi funzione di protezione dalle inondazioni e dagli eserciti nemici. Fu Ludovico Gonzaga sul finire del XIV sec., a edificare in muratura il ponte di San Giorgio dividendo in due, lago di Mezzo e lago Inferiore, lo specchio d'acqua formato a valle del lago Superiore dalla diga-ponte dei Mulini.
Il ponte era parte di un sistema militare difensivo che comprendeva il borgo fortificato di San Giorgio, posto dall'altro lato rispetto alla corte dei Gonzaga. Il ponte di San Giorgio fu successivamente coperto come testimoniato da una lapide del 1417 conservata nel museo di Palazzo Ducale di Mantova. La più autorevole e imperitura documentazione del ponte, risalente al 1460 - 1461, è rilevabile nello sfondo della Morte della Vergine di Andrea Mantegna, dipinto ora esposto a Madrid al museo del Prado.
La copertura verrà demolita nel 1634 in seguito ai danneggiamenti subiti nel 1630 durante l'assedio dei Lanzichenecchi. Altro assedio avrà come epicentro il ponte e il borgo di San Giorgio: la battaglia di San Giorgio del 15 settembre 1796 che oppose l'esercito napoleonico assediante e le truppe austriache. Fu durante l'assedio durato 6 mesi, che i francesi demolirono quasi totalmente il borgo di San Giorgio. Unico edificio salvatosi ed ancora integro è la "rocca di Sparafucile", così denominata da uno dei protagonisti del Rigoletto opera di Giuseppe Verdi.
Nel 1922 le arcate del ponte furono interrate e, abbattuto il ponte levatoio che consentiva il passaggio d'imbarcazioni tra i laghi di Mezzo e Inferiore, sostituito dalla costruzione attuale.





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martedì 19 maggio 2015

I PAESI DELLA BRIANZA : LIMBIATE

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Limbiate è un comune italiano di della provincia di Monza e della Brianza, in Lombardia.

Dal punto di vista geologico il suo territorio può essere suddiviso principalmente in tre fasce: ad ovest il lembo orientale delle Groane; al centro il terreno pianeggiante e asciutto; ad est la zona sabbiosa vicina al fiume Seveso. Il territorio comunale è anch'esso attraversato longitudinalmente da alcuni corsi d’acqua a carattere torrentizio, come il Lombra e il Garbogera. Lungo il corso di quest'ultimo, permangono residui di alberature di ripa ed ambiti di discreta qualità ambientale.

Il Comune appartiene all’alta pianura milanese, asciutta e poco fertile, pertanto in passato la coltivazione è stata possibile soltanto attraverso l’irrigazione artificiale,  anche se con mediocri risultati. Tale attività infatti ha presto perso di importanza con i primi decenni del XX secolo sotto lo stimolo di nuovi impulsi, le caratteristiche del terreno si sono infatti rivelate più adatte all´urbanizzazione e all'industrializzazione.

Limbiate è parte della provincia di Monza e della Brianza, istituita l'11 giugno 2004 e divenuta operativa nel giugno 2009, della quale costituisce, amministrativamente e geograficamente, il confine sud-occidentale, infatti l'area della Brianza identifica il suo confine geografico tradizionale nel canale Villoresi a sud e nella fascia delle Groane ad ovest. All'interno della nuova provincia, Limbiate è di gran lunga il più grande comune a non essere insignito del titolo di città. Considerando la sua posizione geografica e le specificità del territorio della provincia il Comune di Limbiate è stato designato come sede di un polo istituzionale provinciale di riferimento per l’area ovest così come lo sono Vimercate per l’area est e Monza per l’area centro. Per la sede operativa del polo istituzionale è stata designata l'area di proprietà provinciale di Mombello, comprendente tra l’altro anche la prestigiosa Villa Pusterla Arconati Crivelli.

Il toponimo in origine fu "Lemiate", che significa "limite", che stava ad indicare il lembo di terra compreso tra il torrente Garbogera e l’altopiano delle Groane che rappresentava un confine naturale. Per quanto riguarda l’origine toponomastica di Mombello e Pinzano, che sono gli altri due nuclei abitati storici che si unirono in epoche successive a costituire l’attuale comune, sappiamo riguardo Mombello -Monte Bello- che era probabilmente riferita alla posizione sopraelevata della località ed alla rigogliosa pineta esistente in loco. Anche per Pinzano -Plantianus o Planziano, della Gens Plantia- pare evidente il riferimento alla vegetazione presente.

Come avvenuto per altre località della Lombardia le origini sono da attribuire ai processi di migrazione celtica di epoca preromana, e successivamente, agli insediamenti dei legionari di Roma, che durante i periodi di non belligeranza con le popolazioni nordiche stabilivano in queste zone i propri accampamenti invernali.

L’antico nome di “Lemiate” è stato rintracciato su un’antica pergamena, datata 17 maggio 859, presso l’Archivio di Stato di Milano, che ad oggi è la prima "cartula" che si conosca e nella quale si nomini "Lemiate". Il documento tratta di un’azione giudiziaria promossa dal Monastero di Sant'Ambrogio in Milano contro Lupo del fu Adalgiso Schianno, per indebita appropriazione di terreni di proprietà dello stesso monastero. Nella controversia legale viene citato come testimone, tra gli altri, tale Audoaldo de Lemiate. L’indicazione "de Lemiate" affiancata al nome della persona Audoaldo, chiamata quindi con il nome di vico o loco, fa supporre l'esistenza di un paese o località, da cui si potrebbe risalire, già nel periodo alto-medioevale (Longobardo - Franco), all’attuale Limbiate.

Nel XIII secolo, Limbiate compare in una cronaca dove si racconta della missione di tale Alberto Confaloniero, podestà di Milano sotto la dinastia dei Visconti, che nel 1285 si accampò nei pressi di Lemiate con la milizia che doveva affrontare i comaschi ed i Torriani che avevano preso Castel Seprio. Negli “Statuti delle acque e delle strade del contado di Milano fatti nel 1346” Limbiate risulta inclusa nella Pieve di Seveso, ne seguì quindi le vicende della stessa e così alla fine del XV secolo la Pieve passò sotto la giurisdizione dei Marliani, e con essa anche Limbiate e Mombello.

L'abitato di Pinzano era compreso invece nella contea di Bollate, feudo dei Pirovani. La contea di Bollate passò, man mano, ad Ottaviano Rho (1518), fu confiscata per motivi politici pochi anni dopo e concessa prima a Francesco II Sforza e poi, nel 1530, a Giacomo Gallarati. Nel 1580 fu investito della contea il marchese Giorgio Manriquez, i successori del quale nel XVIII secolo cedettero alcuni feudi, tra i quali appunto Pinzano, ad Ottavia Ugolani.

Limbiate e Mombello nella Pieve di Seveso nel 1538 erano territori di proprietà di tale Antonio Carcassola che la cedette poi nel 1626 a Bartolomeo Arese. La famiglia Arese, ancora nel XVII secolo era tra i grandi proprietari del territorio limbiatese che ospita, come gran parte della zona, le "case di soggiorno" delle famiglie della nobiltà milanese dell´epoca.

Nel 1816, con il compartimento territoriale delle province del Regno Lombardo-Veneto, ritornato sotto il dominio Asburgo d'Austria, il comune di Limbiate, che comprendeva la frazione di Mombello, venne inserito nella provincia di Milano, distretto V di Barlassina.

All'epoca dell'unità d’Italia Limbiate e Mombello formavano un'unica municipalità inserita nel mandamento di Barlassina, circondario di Monza, della provincia di Milano. Nel 1869, con RD 11 aprile 1869, n. 5007, si unì a questi il soppresso comune di Pinzano, che era sempre rimasto comune autonomo ad eccezione di una breve parentesi tra il 1809 e il 1816, in cui fu aggregato a Senago.

Lo stemma araldico del Comune di Limbiate ha caratteristiche di natura storica e contiene alcuni elementi degli stemmi delle famiglie che sono state feudatarie del territorio. Limbiate era parte del feudo della Pieve di Seveso i cui feudatari sono stati prima i Carcassola e poi gli Arese. All’interno dello stemma araldico comunale partendo dell’alto troviamo in campo rosso una L dorata, iniziale dell’antico nome di Lemiate; è poi presente in campo azzurro la figura del volo abbassato, due ali di uccello congiunte, questa figura, tratta dallo stemma della famiglia Arese, è presente anche in altri stemmi dei comuni della pieve come ad esempio Cesano Maderno e Lazzate. Subito sotto si trovano delle figure tonde e piatte che sono due torte tratte dallo stemma dei Carcassola, anche questa figura è presente nello stemma di un altro comune, Solaro, già parte della stessa pieve; le torte a differenza dei bisanti sono smaltate con un colore araldico anziché metallico. In basso troviamo infine la figura dell'ape dorata, tipica dell'araldica napoleonica, che dovrebbe alludere al breve soggiorno di Napoleone Bonaparte nel 1797 a Limbiate nella Villa Pusterla Arconati Crivelli.

Villa Pusterla Crivelli Arconati: sede dell'Istituto Agrario "Luigi Castiglioni". Nel corso della sua esistenza ha ospitato il Re delle Due Sicilie Ferdinando IV e Napoleone Bonaparte. All'interno della villa furono prese importanti decisioni storiche come la creazione della Repubblica Cisalpina, la fine della Repubblica di Venezia, la caduta di Genova e furono preparate le basi per il trattato di Campoformio. Nella cappella privata, il 14 giugno 1797 fu celebrato il matrimonio tra Paolina Bonaparte ed il generale Leclerc
Villa Medolago Molinari, situata nella frazione di Limbiate centro, fu costruita tra il 1760 e il 1764. La forma è ad "U", tipica delle ville lombarde. L'architetto Bianchi, per realizzare l'attuale struttura, intervenne su delle costruzioni preesistenti site sui territori acquisiti da parte della famiglia committente Molinari.

L´antica Chiesa di S. Giorgio è il simbolo del Paese, ne conosce la storia e ne conserva i suoi segreti.
Situata in piazza Solari, nel pieno centro storico di Limbiate, la Chiesa oggi non è più utilizzata come luogo di culto ma è diventata un luogo in cui si organizzano spesso incontri, dibattiti e altre iniziative.

La Chiesa dei SS Cosma e Damiano è la chiesa di Pinzano, risalente al XII secolo, sorge in un luogo discosto dalle case, lungo la via principale, di fronte al cimitero.
Come la Chiesa di San Giorgio è antica e di dimensioni ridotte.Originariamente la navata era occupata dal solo altare maggiore, sormontato da una specie di scudo; il soffitto era ricoperto di legno ed il pavimento di lastre pietra; il muro, invece, era di colore bianco.

Non si levava alcun campanile, ma una modesta campana pendeva da due pilastrelli sporgenti sul tetto.

La Grotta di Lourdes sorge nel 1902 in onore della nascita della Madonna di Lourdes ed è una copia della Grotta omonima, in Francia.
Inizialmente era circondata da una cancellata in ferro e da un piazzale in terra battuta, ma successivamente alla restaurazione la cancellata fu tolta e la grotta ora presenta al centro un bell´altare dietro il quale spicca un´ostia d´oro.
Ogni anno viene organizzata la Giornata Lourdiana.

Il monumento ai Bersaglieri, l´ultimo ad essere costruito tra quelli della città, è stato inaugurato il 26 giugno del 1988.
In occasione della sua inaugurazione fu organizzato nel comune di Limbiate il terzo raduno provinciale dei Bersaglieri.
Il monumento si trova nella bella cornice del parco di via Trieste con il bersagliere rivolto verso la strada intento a suonare la tromba, simbolo fondamentale di questo corpo.



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sabato 16 maggio 2015

UNA VASTA ZONA DELLA LOMBARDIA : LA BRIANZA



La Brianza è un’area della Lombardia che comprende parte delle province di Milano, di Lecco, di Como e della più recente provincia di Monza e della Brianza, è delimitata dalle valli prealpine a nord fino alla sorgente del Lambro, a est fino all’Adda, a sud arriva al Canale Villoresi e a ovest fino al fiume Seveso. Un itinerario in Brianza, terra operosa che evoca le imprese di imprenditori e di industriali di successo, può essere ritagliato partendo dal verde del Parco di Monza verso le Prealpi, per scoprire riserve naturalistiche di grande interesse e ville storiche punteggiate di mirabili giardini.

Il nome della regione deriva probabilmente dal termine celtico brig (colle, altura). Secondo altre fonti, il nome, dovrebbe essere fatto risalire a Brianteo, generale al seguito delle truppe di Belloveso, che dal VII al V secolo a.C. avrebbe occupato il territorio dell'Insubria in Italia Settentrionale, fondando l’antica Mediolanum (l'odierna Milano). Da menzionare i Briganti, una tribù celtica della Britannia che abitava tra i fiumi Tyne e Humber e che potrebbe avere avuto origini comuni con tribù di Briganti Celti delle Alpi con stazionamenti prealpini. Suggestivo è il possibile rafforzarsi del termine dovuto al brigantaggio, quello dei bravi di manzoniana memoria che in Brianza avrebbero trovato rifugio tra boschi e colline (dove vi erano i malcanton ove i viandanti potevano incontrare dei briganti che li affrontavano dicendo o l bursa o la vita o ul canèn da la pipa). Comunque l’origine del nome Brianza più accreditata è quella da brig, bricch, alture; è gustoso menzionare anche i termini brik'kone', briccone, che indicano persona senza scrupoli ma anche persona simpaticamente astuta, persona scaltra, chiusa, ma anche scherzosa.

Un'altra ipotesi si ricollega a studi sulle popolazioni, sulle loro migrazioni e soprattutto sui relativi nomi di origine etnica. I Briganzi (in latino Brigantii), dalla radice celtica brig (altura) il cui nome è interpretabile col termine di "montanari" o di persone provenienti da alture, abitavano in particolare la città celtica di Brigantion poi romanizzata e denominata Brigantium (l’odierna Bregenz in Austria). Questi, spinti dalle invasioni barbariche, con la caduta dell'impero romano migrarono in Lombardia e si sarebbero portati nella zone di Como-Varese-Milano-Monza–Lecco, fermandosi nell'attuale Brianza, allora Brigantia/Briantia (la G celtica tende a volte a sparire davanti alla A, come nel caso di Brigantii/Briantii). Successivi trasferimenti, al di fuori della Brianza, di singoli o di nuclei familiari hanno comportato anche una certa diffusione del cognome derivato ‘Brianzoli’ e di quello ‘Brianza’, o talora di varianti per lo più a causa di errori di trascrizione nei documenti. Esistono in Italia anche il rarissimo cognome Brianta e i cognomi Brianti e Brianzi. Da rammentare poi come esistano diversi toponimi, riferiti a centri abitati, che derivano da ‘brig’.

A Milano, e nelle sue terre circostanti come la Brianza dopo il periodo preistorico e protostorico pre cultura celtica, vi fu la cultura della popolazione celtica che durò finché Roma non sottomise definitivamente l’Insubria, con la susseguente completa romanizzazione anche delle terre brianzole. Dopo molti secoli, nel 313 Costantino I si accordò con Licinio per consentire, con l'Editto di Milano, la pratica del culto cristiano. Nel periodo del vescovo Ambrogio e dell'imperatore Teodosio I, Milano con le terre circostanti divenne centro molto influente della Chiesa d'Occidente; in queste terre Sant'Agostino fu convertito al cristianesimo nel 386 e ricevette il battesimo l'anno seguente; infatti Agostino d'Ippona parla di Cassiciaco come del luogo dove risiedette nel tempo in cui si preparava al proprio battesimo. Cassiciaco sembra si possa identificare con Cassago Brianza. ‘Settimane Agostiniane’ vengono oggi organizzate presso la Chiesa SS. Giacomo Maggiore Apostolo e Brigida Vergine d’Irlanda proprio in Cassago Brianza. Rispetto al Cattolicesimo in queste terre, vi fu fra l’altro anche l’influsso del cattolicesimo irlandese. L’originalità del monachesimo celtico si manifestava attraverso molte caratteristiche fra cui il rimarcare la cosiddetta peregrinatio pro Domino per mare, ovvero la partenza in nave e l'arrivo in una terra dove sarebbe sorto un nuovo monastero. Per quanto concerne il ricordo dell’antica impronta Benedettina è da menzionare l’ex monastero di Brugora a Besana in Brianza. Riguardo ai Francescani, suggestiva è la storia del Convento di Oreno (frazione di Vimercate). Movimenti religiosi/eretici degli Umiliati, dei Patarini e dei Catari, si svilupparono e poi finirono in diversi paesi della Brianza durante il Medioevo. Negli ultimi anni dell'Impero romano vi furono numerose scorrerie barbariche nel territorio, fino al prevalere dei Longobardi. Dopo l'epoca Longobarda si arrivò all'annessione fatta dai Franchi. Nell'XI secolo Milano e le terre circostanti come la Brianza acquistarono una crescente importanza e indipendenza dal Sacro Romano Impero. Milano, distrutta nell'aprile del 1162 da Federico Barbarossa, rinacque dopo la vittoria della Lega Lombarda nella battaglia di Legnano del 29 maggio 1176. Della battaglia, nella tradizione popolare, si ricordano particolarmente il leggendario Alberto da Giussano e il Carroccio su cui era posta la croce di Ariberto di Intimiano. Federico I Barbarossa trovò un'alleata nella città di Monza. Federico permise a Monza anche il diritto, solitamente concesso solo alle città di "sede regia", di riscuotere tasse doganali. Nel periodo delle lotte contro Milano e le altre città della Lega, Monza (la residenza-capitale estiva del regno d’Italia all’epoca di Teodolinda e Agilulfo) era soprattutto un centro amministrativo per il Barbarossa. Questo periodo della storia monzese dura fino al 1185 quando il Barbarossa conclude la pace di Costanza con i rappresentanti dei Comuni della Lega Lombarda. Anche Como (con altri comuni comaschi) fu alleata del Barbarossa. Nel 1159 Como ospitò lo stesso Barbarossa con la consorte Beatrice di Borgogna che erano di passaggio. In questi anni, Como partecipò alla distruzione di Milano (nel 1162) e dell'Isola Comacina filomilanese. In data 23 ottobre 1178, Federico Barbarossa donò alla Comunità di Como, come premio alla loro fedeltà, alcuni possedimenti. Nella successiva disputa fra papato e impero s'inserirono le città della Lega Lombarda e riprese la divisione fra guelfi e ghibellini. La Lega Lombarda era alleata del Papa. Nel 1231 Federico II di Svevia convocò una Dieta a Ravenna dalla quale fece riaffermare la sua autorità sui Comuni ma ciò non ebbe alcuna influenza pratica né immediata né sugli eventi successivi. Nella suddetta contrapposizione tra Lega Lombarda e il nipote del Barbarossa, Lecco sostenne quest'ultimo. Sul finire del XIII secolo la Brianza subì le conseguenze delle lotte per il possesso di Milano tra le famiglie dei Della Torre e dei Visconti che si conclusero con il predominio di quest’ultima famiglia (vedi Battaglia di Desio). L’epoca del Ducato di Milano cominciò con i Visconti. Dopo l'episodica Aurea Repubblica Ambrosiana vi furono poi il Ducato degli Sforza, il primo Ducato francese, il secondo Ducato sforzesco, il secondo Ducato francese, il terzo Ducato Sforzesco cui seguirono il periodo spagnolo e la presenza asburgica austriaca (da rammentare la Pace conseguente al secondo trattato di Aquisgrana). A seguito della campagna di Napoleone Bonaparte nell'Italia settentrionale, nel 1797 il Ducato fu ceduto alla Repubblica Francese dagli Asburgo con il Trattato di Campoformio. Il Ducato cessò così di esistere. Dopo il Congresso di Vienna, con la restaurazione, si costituì il Regno Lombardo-Veneto dipendente dall’Impero austriaco.

La guerra franco-piemontese contro l'impero austriaco (26 aprile 1859 - 12 luglio 1859) vide confrontarsi l'esercito franco-piemontese e quello dell'Impero austriaco. Con la sua conclusione la Lombardia, tranne Mantova, fu ceduta al Regno di Sardegna e si posero le basi per la costituzione del Regno d'Italia del 1861. Nel 1898, pressoché 40 anni dopo, la situazione economica era gravissima. Si ricorda che in quegli anni emigrarono circa 519.000 lombardi. A Milano, nel 1898, a seguito dell'aumento del costo della farina e del pane, gravati dall'esosissima tassa sul macinato, la popolazione affamata insorse e assaltò i forni del pane. L'insurrezione durò vari giorni e fu repressa nel sangue con i fucili e i cannoni al comando del generale Fiorenzo Bava-Beccaris, che poi per questa azione fu insignito con la Croce di grand'ufficiale dell'ordine militare di Savoia, "per rimeritare il servizio reso alle istituzioni e alla civiltà" da Umberto I re d'Italia. Nella feroce repressione militare alcuni calcolano che vi furono (i dati non sono precisi) più di cento persone uccise e centinaia di feriti. Tra le vittime, su di cui si sparò con mitraglia, vi furono anche le persone in fila per ricevere la minestra dei frati. Moti con le conseguenti repressioni vi furono anche in Brianza. Vi fu una caccia a persone in condizioni di vita miserevoli, innocue ma definite, in senso dispregiativo, briganti. Gaetano Bresci, secondo la filosofia di un certo anarchismo militante non pacifista, intese vendicare l'eccidio, perciò decise di uccidere re Umberto I d'Italia in quanto responsabile in capo di questi tragici avvenimenti. L'attentato di Bresci, che risultò fatale per il Re, avvenne a Monza il 29 luglio 1900. Tutti gli amici più stretti e i parenti di Bresci vennero arrestati. L'Avanti!, divenuto capro espiatorio nonostante non fosse affatto vicino agli anarchici, subì un'aggressione, in seguito alla quale vennero arrestati alcuni lavoratori del giornale e nessun aggressore. Molti anarchici (o ritenuti tali) vennero arrestati in tutta Italia e considerati colpevoli di apologia di regicidio.

Il Listone, noto anche come Lista Nazionale, fu un'alleanza politica ideata e presieduta da Benito Mussolini che si presentò nelle elezioni politiche dell'aprile 1924. In dette elezioni il Listone, che su scala nazionale aveva avuto una media non inferiore al 60% dei votanti, era risultata del 18,7% circa in Brianza; in un Comune della Bassa Brianza fu addirittura pari a circa il 13,2%. Vi furono ritorsioni che colpirono molti circoli cattolico-popolari e circoli socialisti.

Dopo il 1946, il territorio della Brianza rimase frazionato nelle province di Como e di Milano. Nel 1992 il territorio della Brianza viene ancora frazionato: parte in provincia di Como, parte in provincia di Milano e parte nella neoistituita provincia di Lecco; dal 2004 il territorio della Brianza viene ulteriormente suddiviso tra provincia di Como, provincia di Lecco, nuova provincia di Monza e della Brianza e provincia di Milano (alcuni comuni situati nella parte nord-est della provincia di Milano).

Nella giurisdizione ecclesiastica della Chiesa cattolica, pressoché tutti i comuni del territorio della Brianza fanno parte dell'arcidiocesi di Milano. Questa arcidiocesi segue il rito ambrosiano. La Brianza situata nella provincia di Lecco fa parte dell'arcidiocesi di Milano e segue il rito ambrosiano; la parrocchia di Civate è di rito romano pur appartenendo all'arcidiocesi di Milano. Nella Brianza situata nella Provincia di Como i comuni del decanato di Cantù, Mariano Comense, Asso-Canzo e di Erba, fanno parte dell'arcidiocesi di Milano e seguono il rito ambrosiano, mentre i comuni afferenti ad altri decanati appartengono alla diocesi di Como e seguono il rito romano; la parrocchia di Montorfano era fino al 1981 nell'arcidiocesi di Milano e di rito ambrosiano; Capiago Intimiano: Intimiano è di rito ambrosiano e fa parte dell'Arcidiocesi di Milano mentre Capiago è di rito romano e appartiene alla diocesi di Como. Nella provincia di Monza e della Brianza, i comuni della Brianza ex milanese sono di rito ambrosiano, mentre i comuni del Monzese: Monza, Brugherio e Villasanta, in considerazione di peculiarità storiche, seguono invece il rito romano. A Monza Parco la suddivisione tra i due riti segue il tracciato di "viale Cavriga", che unisce le due porte principali del Parco, Porta Monza e Porta Villasanta: a nord del viale si segue il rito ambrosiano e a sud quello romano. Nella provincia di Monza e della Brianza anche Cornate d'Adda, Busnago e Roncello, sono di rito romano. I comuni brianzoli rimasti nella provincia di Milano fanno parte dell'arcidiocesi di Milano e sono di rito ambrosiano tranne quelli del decanato di Trezzo (Grezzago, Pozzo d'Adda, Trezzano Rosa, Trezzo sull'Adda e Vaprio d'Adda) che pur facendo parte dell'arcidiocesi di Milano, seguono il rito romano. Nel decanato di Trezzo, è ora di rito ambrosiano Pozzo d'Adda; infatti sul territorio comunale erano presenti due parrocchie: una nel capoluogo dedicata a Sant'Antonio Abate e una nella frazione dedicata al SS. Redentore. Inizialmente le due parrocchie seguivano riti diversi: romano nel capoluogo e ambrosiano nella frazione. Con la costituzione dell'unità pastorale tra le due parrocchie, si è unificato il rito e si è adottato unicamente il rito ambrosiano.

Dopo il periodo preistorico e protostorico pre-celti, il periodo dei celti, la romanizzazione, e, successivamente, le numerose invasioni barbariche, fino al prevalere dei Longobardi e quindi dei Franchi, con le relative fusioni di popolazioni e culture, il patrimonio delle tradizioni della Brianza si è formato nelle antiche tradizioni contadine e artigiane del ‘periodo delle Pievi’, dopo il primo millennio. Le Pievi videro poi anch'esse, un succedersi di dominazioni in parte lombarde e in prevalenza di stranieri, che come in precedenza comportarono fusioni di popolazioni e culture, ben incardinate e amalgamate dalle Pievi. Alla fine del periodo delle Pievi, la Brianza vide i maggiori cambiamenti nel secondo millennio dopo la nascita della Repubblica Italiana e poi con l'avvento del terzo millennio. Di seguito si tratta per l'appunto di questo continuum di contesti. Le tradizioni della Brianza derivano dunque da un'antica cultura intimamente legata al suo territorio e alla sua storia. Il termine nominale contemporaneo di Brianza ha origine secondo la tradizione all’incirca dopo l'anno Mille. Il documento scritto in cui compare, con tutta probabilità per la prima volta il nome ‘Brianza’ è datato 16 agosto 1107. Si tratta di un lascito attraverso il quale la vedova del milanese Azzone Grassi dona i suoi possedimenti che aveva, «in loco et fundo seu monte qui dicitur Brianza», per la fondazione del monastero cluniacense di San Nicolao, presso Villa Vergano. Ma il toponimo non sarebbe stato a indicare solo un monte: già nell'iniziale suddivisione in parrocchie e poi in pievi, dei primi vescovi di Milano, (il capoluogo della Lombardia e sede vescovile dell'attuale arcidiocesi di Milano che ha tra le diocesi suffraganee anche quella di Como), si potevano definire sotto il nome di Briantia quantomeno i villaggi ‘Briantini’ che si affacciavano sulla valle di Rovagnate (attualmente in provincia di Lecco). All'inizio del XV secolo, il nome di Brianza si conferma come area regionale. Lo si evince dal patto fatto dai procuratori omnia communia Montis Briantie contrate Martescane al duca Filippo Maria Visconti.Con ‘’….. contrate Martescane …..’‘ si fa riferimento a suddivisioni territoriali di cui viene talora trascurata l'importanza rispetto alla storia e alle tradizioni della Brianza. Queste suddivisioni territoriali erano essenzialmente connesse alle pievi e le pievi alle autorità del clero e alle autorità civili, autorità tra di loro nel tempo anche in conflitto. Se ab initio il termine pieve indicava infatti una circoscrizione ecclesiastica inferiore alla diocesi, in seguito assunse anche funzioni civili. Le pievi hanno determinato le basi forse più intense delle tradizioni della Brianza. Le pievi, talora dimenticate, furono dunque a lungo importanti in Brianza intrecciandosi intimamente con molte vicende storiche. Nel XII secolo, in età comunale, ad esempio, le pievi che sottostavano a precise autorità, si divisero in filo-milanesi e in favorevoli a Federico Barbarossa. La Brianza afferiva prevalentemente a pievi milanesi del contado della Martesana e solo alcuni comuni appartenevano a pievi limitrofe o a pievi del contado di Como dell'omonima diocesi. Al capoluogo delle pievi facevano riferimento i villaggi circonvicini, da cui in definitiva trassero origine gran parte degli attuali comuni. Queste strutture (intese sia come enti dipendenti dal clero sia come enti dipendenti da autorità civili) perdurarono fino a tutto il XVIII secolo, e fino ad allora ebbero un'importanza decisiva anche nel divenire storico-linguistico della Brianza con influenze che durano tuttora. Da quanto fin qui esposto risulta forse opportuno enunciare i nomi di dette pievi. Quelle milanesi erano le pievi di Agliate, di Brivio, di Desio, di Galliano, di Garlate, di Mariano, di Missaglia, di Oggiono, di Pontirolo, di Seveso, di Vallassina e di Incino, di Vimercate; le altre entità amministrative milanesi assimilate alle pievi e concernenti la Brianza erano: Squadra di Nibionno, Squadra dei Mauri, Corte di Casale detta in origine Squadra di Canzo. Altri comuni della Brianza, come complessivamente intesa, erano limitrofi a dette Pievi, oppure appartenenti al territorio del contado di Como. In definitiva furono profonde le trasformazioni, comunque interpretabili, del tessuto sociale brianteo e indotte dal ‘sistema’ delle pievi con le autorità che le dirigevano. Il ‘sistema’ cominciato ecclesiasticamente in epoca medievale, dal XII secolo assunse anche funzioni civili, si modifica parzialmente nel XVII e nel XVIII secolo e si esaurisce nel XVIII secolo, quando vi fu verso di esso il momento di maggior rottura. Nel XIX secolo la Brianza si caratterizzava per un'economia che si fondava sull’artigianato e soprattutto su una fiorente agricoltura oltremodo redditizia per le grandi quanto poche famiglie di possidenti. Oltre allo sviluppo dell'agricoltura, che mostrava sistemi avanzati e tecniche colturali intensive, nell'Ottocento cominciò anche il processo di industrializzazione della Brianza. Dopo la seconda metà del secondo millennio, (più precisamente nella seconda metà del XX secolo), si è trasformata in una delle zone più industrializzate d'Italia.Riguardo ai termini con cui si indicavano e/o si indicano persone e cose dei comuni della Brianza, questi sono : Brianzola, Brianzolo, Brianzole, Brianzoli; Briantea, Brianteo, Briantee, Briantei; arcaici sono  : Briantii e Brianti; desueti sono : Brianzuola, Brianzuolo, Brianzuole, Brianzuoli; Briantina, Briantino, Briantine, Briantini , prevalenti nel passato, (vedi Pagine di storia Briantina; di R. Beretta) . Con Briantitudine, considerato come neologismo , viene inteso un sentimento di riconoscimento delle caratteristiche proprie ed identitarie della Brianza, dei suoi abitanti e dei suoi comuni, nel tempo. Il brianzolo (o brianteo, localmente briansoeu ),sia pure con le parlate leggermente diversificate da paese a paese e financo da quartiere a quartiere, è ancora usato e/o compreso in Brianza, specie dagli ultracinquantenni.

Si possono individuare, all’interno della Brianza, due sottoaree dal punto di vista degli aspetti geologici: una pianeggiante a sud e a ovest e un'altra collinare a nord e a est. La sottoarea, a sud della sottoarea collinare, è la propaggine settentrionale della Pianura padana, occupa il settore più propriamente detto della bassa Brianza, la parte maggiore della Brianza comasca e parte del Meratese. Questa porzione pianeggiante è ascrivibile al territorio dell’Alta pianura, caratterizzato da un suolo permeabile composto da sabbie e ghiaie, in contrapposizione al suolo argilloso e impermeabile della Bassa pianura. Nella sottoarea dell'Alta pianura, vista l’incapacità del suolo di trattenere l’acqua, essa penetra per varie decine di metri finché non incontra uno strato impermeabile. Sulle rocce impermeabili l'acqua scorre fino al punto in cui ha la possibilità di riaffiorare dalla falda freatica, dando origine alle risorgive, vale a dire nella bassa pianura ancora più a sud. La porzione pianeggiante brianzola, da sud a nord, sale molto gradualmente, con un dislivello altimetrico che va approssimativamente dai 160 metri dell'inizio della bassa Brianza ai 370 di Cantù, per una media di +10,5 metri s.l.m. al chilometro. Data la posizione molto settentrionale della pianura briantea, nelle giornate limpide qui si percepisce intensamente che le Alpi formano un “arco” attorno alla Pianura padana. Infatti, oltre che dal Gruppo delle Grigne, dal Resegone e dalle Prealpi Orobiche il paesaggio è dominato dall’imponente mole del Monte Rosa, che compare esattamente a ovest, e non a nordovest come ci si aspetterebbe. La porzione collinare brianzola si estende per lo più in Provincia di Lecco e nel settore nordorientale di quella di Como.

I rilievi briantei sono i primi che il viaggiatore proveniente da Milano e dalla Pianura padana scorge salendo verso la Svizzera, il Lario o la Valtellina. Essi si aggirano mediamente sui 500 – 600 metri, ma in alcuni casi raggiungono altitudini montane: il Monte Barro, 950 m; il monte Cornizzolo, 1241 m; il monte Bollettone, 1317 m; i Corni di Canzo, 1371 m e il monte Palanzone, 1436 m (la cui cima viene sorpassata dal Monte San Primo).

Dall’area collinare principale, quella delle Prealpi del Triangolo Lariano, risulta staccato il circondario del Colle di Brianza, posto più a sud. A dividere le due zone è la Piana di Erba. Questa seconda area è caratterizzata da rilievi più dolci e meno elevati, che culminano con il Monte Crocione, alto 877 metri, anche se probabilmente il colle più famoso è il San Genesio (832 m), dove si trovano le sorgenti del torrente Molgora. Altro rilievo significativo è il Monte Regina (817 m). Le colline brianzole più meridionali sono quelle del Parco regionale di Montevecchia e della Valle del Curone con le tre famose quanto misteriose Piramidi di Montevecchia. Il quadro orografico del Parco del Curone (dove si era ipotizzata la presenza di petrolio) fa sì che esso sia sempre stato ricco di fontanili da cui fontane e lavatoi spesso legati a reperti etrusco-liguri, celtici, romani. Da notare le terrazze, terrazzamenti o ronchi, ove anticamente i contadini avevano coltivazioni. Un fontanile significativo è il fontanile Squallera, antico, da cui sgorga acqua in tutte le stagioni e pare che non geli mai, perché proviene da una profondità tale per cui mantiene sempre una temperatura sopra lo zero. Da ricordare anche il fontanile san Carlo, dove, secondo una leggenda, l'acqua cominciò a sgorgare da sotto la zampa di un cavallo che accompagnava San Carlo Borromeo in visita alla pieve: San Carlo aveva sete e bastò il calpestio di uno zoccolo a far sgorgare l'acqua. Tutta la zona è molto ricca di acque che anticamente venivano incanalate in rogge che portavano acqua a notevole distanza: serviva per irrigare ma anche per lavare. Ancora da ricordare: il fontanile sito in località Mirasole; la fontana in pietra adiacente al lavatoio della Cascina Valfredda; il lavatoio della Verteggera con ponte della Verteggera sito poco a Valle dell'omonima Cascina che sembra derivare il proprio nome dal latino versus agger. L'origine, la funzione e l'epoca di costruzione della struttura sono incerte. Certi o molti fontanili erano di proprietà dei nobili ma durante i giorni festivi talora era concesso anche ai contadini di usare l'acqua per i campi. Antiche carte parlano di lotte e controversie legate all'uso e sfruttamento di queste fonti molto importanti per l'economia del luogo. Da menzionare l'antica cascina Trecate, da non confondersi con il comune di Trecate (Novara), con il relativo pozzo di trivellazione. La cascina Trecate è nota anche per il "sentiero dei Morti"': quando una persona del Trecate moriva, veniva portata in spalla da uomini robusti al cimitero di Maresso. La strada lunga e stretta, e talora con salite e discese ripide, era difficoltosa soprattutto d'inverno specie con la neve o all'opposto quando faceva molto caldo. Inoltre vi è una parte di colline calcaree, nella zona Curone-Montevecchia-Valle Santa Croce e Colle Brianza, che è causa di "sorgenti petrificanti" (costituenti poi ruscelli, con presenza costante di acqua corrente, in cui avvengono fenomeni di travertinizzazione, cioè di formazione di travertini). Le colline brianzole del Parco regionale di Montevecchia e della Valle del Curone raggiungono i 500 metri di altezza. Esse sono facilmente riconoscibili, quando il cielo è libero dalla foschia, dalle guglie del Duomo di Milano. I colli di Montevecchia sono le prime propaggini di un antichissimo anfiteatro morenico, ovvero la lingua più meridionale di un enorme ghiacciaio risalente all’epoca delle glaciazioni.

La Brianza è posta nel pieno centro della Regione dei Laghi italiana. Effettivamente, i numerosi specchi d’acqua e piccoli laghi, di cui è costellata, sono un elemento costituente e insostituibile del suo paesaggio, così vicino al Lario, uno dei grandi laghi.
Il Lago di Annone diviso in due settori dalla penisola di Isella.
Il fiume Lambro a Triuggio.
La regione briantea è solo marginalmente interessata dal lago di Como, che costituisce semmai il suo confine con il Comasco e il Lecchese. Al sistema lacustre lariano appartiene comunque la maggior parte degli specchi d’acqua interamente compresi nel territorio brianzolo. Il più importante è sicuramente il lago di Annone, ventunesimo lago italiano per estensione (5,71 km²) che raggiunge la profondità massima di appena 11 metri. Le dimensioni ridotte e la scarsa profondità possono dar luogo a ghiacciate di parte della superficie durante i mesi invernali. Il lago ha la forma somigliante a un cuore, determinata dalla penisola di Isella – tagliata da uno strettissimo canale – che lo divide in due parti. Lago altrettanto famoso è l’Eupilio o Lago di Pusiano, che deve la sua celebrità alle descrizioni del Parini, nativo di quelle zone. La sua superficie è di poco inferiore ai 5 km² – che lo rendono il 23° specchio d’acqua italiano per estensione – mentre la profondità massima raggiunta ammonta a 24 metri. Altri laghi, in ordine di superficie, sono quello di Garlate (4,6 km²), che segna il confine tra la Brianza, la Val San Martino e il distretto di Lecco; il Lago di Alserio (1,2 km²) in provincia di Como; il Lago di Olginate (0,77 km²) che si apre lungo il corso dell’Adda in provincia di Lecco; il Lago del Segrino (0,35 km²) famoso per le sue acque verde-smeraldo e per le opere di numerosi scrittori e pittori internazionali a esso dedicate, e il Lago di Sartirana (0,1 km²) ameno specchio d’acqua del Meratese dopo di cui vi è il Parco Rio Vallone (con il Rio, da cui prende il nome, che scorre da nord a sud).

Da menzionare il lago proglaciale del Cariggi.

Tra Naresso di Besana in Brianza, Renate, Veduggio e Capriano, esisteva, migliaia di anni fa, un lago glaciale. Il lago si estendeva su un'area di 5 chilometri quadrati ed è stato luogo di insediamenti umani fin dall'età del Bronzo. La zona in cui si estendeva il lago, visibile ancora in periodo medioevale, viene ora chiamata “lago Cariggi”, o torbiera Cariggi e anche solo Cariggi. Infatti, anche se ormai la piana è prosciugata, conserva ancora la caratteristica flora dei luoghi umidi, tra cui la carex, tipico genere di pianta da torbiera: dal suo nome dialettale carìsc deriva il nome italianizzato di “Cariggi”. Con le foglie del carex si ricava la paglia per impagliare le sedie. Resta anche un antico lavatoio, a riprova che il sito è estremamente ricco di acque sotterranee, detto “albergher di ginocch” ancora attivo, dove si racconta che i contadini deponessero, ponendosi in ginocchio, le angurie per renderle fresche e potersi poi dissetare e rinfrescare. L'acqua che sgorga è sempre fresca.

Per quanto riguarda torrenti e fiumi, il fiume maggiore è decisamente l’Adda, di cui sia in passato che oggi (se pur in minor misura) sono sfruttate le correnti per la produzione di energia elettrica. L’Adda, quarto fiume italiano con 313 km di lunghezza, bagna la Brianza Orientale per circa 30 km da Olginate a Cornate d’Adda segnando da Brivio in giù il confine con la Bergamasca. Un celebre passaggio de "I promessi sposi" narra la vicenda di Renzo che, ricercato, deve fuggire all’estero: per farlo decide di attraversare il fiume Adda, che a quel tempo costituiva il confine tra il Ducato di Milano e la Serenissima Repubblica di Venezia. In territorio brianzolo esistono tre ponti che mettono in collegamento le due sponde: quello di Olginate – Garlate, quello di Brivio – Cisano Bergamasco e quello di Paderno d'Adda, che è una straordinaria opera di ingegneria. A Imbersago, nel Meratese, è invece attivo un piccolo traghetto costruito su un progetto di Leonardo da Vinci, che permette il passaggio sia di pedoni che di auto, moto e bici. In Brianza l’Adda scorre impetuoso ed è incassato in una valle profonda, coperta da una vegetazione lussureggiante. Il corso del fiume, sia per la particolare irruenza delle sue correnti sia per convogliare le acque nelle centrali idroelettriche, è incanalato in un complesso sistema di chiuse. L’altro fiume importante è il Lambro, (di cui è famoso 'Il Ceppo', una formazione rocciosa), che scendendo dalla Vallassina incontra Canzo e Ponte Lambro. La valle del Lambro è nella Brianza centrale. Dopo aver dato vita al Lago di Pusiano scorre in terra briantea per alcune decine di chilometri, fino ad arrivare al territorio del Monzese con Monza. In Brianza l'affluente più importante del Lambro è il Rio Pegorino che nasce a Casatenovo ed è compreso nella fascia boschiva lungo la valle da cui prende il nome (valle del Rio Pegorino) e principalmente presso i Comuni di Lesmo e Triuggio. Alcuni abitati delle frazioni come Gerno, o ex luoghi-cascine ora non più ricordati, come Pegorino primo, Pegorino secondo o Pegurinasc, oppure frazioni come Canonica Lambro, sono adiacenti al sito e arrivano a toccarne i confini. Lungo il percorso si trova anche la fonte della Madonna del soldato, che pare sia sorta miracolosamente per assetare un soldato che invocava la Madonna. È la Madonna del soldato o della fonte (ma viene chiamata anche in altri modi), e che si trova proprio quasi nel letto del Rio Pegorino, in prossimità di una delle fonti del torrente stesso. La leggenda per l’appunto narra che una legione romana dell’epoca post-Costantino si era persa nei boschi e che la fonte iniziò a sgorgare per dissetare i soldati (o un soldato della legione). Secondo una delle altre versioni il fatto sarebbe più tardivo e per ricordarlo era stata edificata una costruzione votiva romanica; qualcuno poi fa risalire l'evento al 1400. L’attuale edicola dell’antico luogo di culto popolare è risalente al 1876 ed ebbe fino al 1950 momenti di abbandono e poi di rifacimenti ed è e in ogni caso una sede suggestiva di devozione che ha riguardato anche e soprattutto i soldati delle due ultime guerre. Comunque, il Lambro dopo aver attraversato il territorio brianzolo e quello monzese, si addentra nell’area urbana di Milano. Rilevanti sono anche il fiume Seveso e il torrente Molgora. Il Seveso (al di là del quale vi sono il torrente Guisa, che con il Nirone dà origine al Merlata, e il torrente Lura) nasce a Cavallasca; da Casnate con Bernate a Varedo scorre per circa 40 km in Brianza. Il torrente Molgora dà nome al Parco Molgora che confina a est con il Parco del Rio Vallone. Il torrente Molgora è in Brianza da Colle Brianza, dove si trovano le sue sorgenti, fino a Caponago, passando per la città di Vimercate. La valle del Seveso è al confine della Brianza occidentale e la valle del Molgora nei confini della Brianza orientale.

Vi è un dedalo di rogge, roggette e torrenti che drenano le acque della Brianza. Di importanza sono due rami del Rio Molgorana che scorrono all’interno del parco dei Colli Briantei: un parco locale di interesse sovracomunale che si estende tra il Parco della Valle del Lambro e quello del Molgora e comprende i primi rilievi collinari (pianalti) della Brianza orientale, con, fra gli altri, i Comuni (e relative Cascine) di Camparada, Usmate e Velate fino a confinare con Bernareggio. I due rami del Rio Molgorana scorrono all’interno di detto parco sui lati est e ovest, caratterizzando tutto il territorio con valli trasversali ai pianalti (Valfredda, Valfazzola). Completano le zone umide il Laghettone e il Laghettino, laghi situati nei boschi di Bernate di Arcore.

Tracciare i confini di un'area regionale di cui non esiste un preciso riconoscimento politico che la comprenda interamente, è sempre piuttosto arduo. Nel caso della Brianza esistono fattori di carattere culturale e geografico (coniugati con un altro fattore: quello di uno stato d'animo della popolazione non di solitudine ma di appartenenza, pur con venature di campanilismo) che permettono di individuarne delimitazioni piuttosto precise. Le diverse zone e i diversi comuni della Brianza, pur presentando proprie specificità, sono tuttavia una determinata area regionale per le proprie caratteristiche di natura demografica, economico – sociale - culturale e geografica. La Brianza, con la sua identità e la sua gente, è un'area riconosciuta ma che si trova essere stata divisa da problematiche legate forse a vicende storico - burocratico - politiche - provinciali.

I confini tradizionali dell'area regionale della Brianza sono:

a nord, rilievi, pianori, e valli delle Prealpi lombarde che dalla sella di Galbiate e il Monte Barro si dirigono fino alle sorgenti del Lambro e da qui scendono a Tavernerio, sopra il lago di Montorfano, proseguono lungo la linea Lipomo-Capiago Intimiano-Senna Comasco-Casnate con Bernate, per poi risalire fino alle sorgenti del Seveso;
a sud, iniziando da Limbiate, i comuni che costeggiano il Canale Villoresi fino alla sua confluenza nel fiume Adda;
a ovest, il fiume Seveso fino a Paderno Dugnano dove si interseca col Villoresi, e l’oltre Seveso brianzolo formato dai comuni di Cermenate, Lazzate, Misinto, Cogliate, Ceriano Laghetto, Solaro, Limbiate;
a est, i laghi di Garlate e Olginate e l’Adda fino a dove riceve le acque del Villoresi.
La zona dell’area regionale della Brianza in cui, molto prima del XIX secolo, è stato stilato un primo documento che accennava al termine contemporaneo di Brianza, era posta all’incirca tra i fiumi Adda e Lambro, fra i laghi di Garlate, Annone, Pusiano e le colline che collegano Monticello Brianza, Missaglia e Montevecchia arrivando fino Merate. Questa zona è solcata dai piccoli corsi d’acqua che insieme formano il Bevera. L’area regionale della Brianza è circoscritta a sud dai comuni che da Limbiate, ai limiti fra "rete ovest" e "rete est" del Canale Villoresi, sono lambiti dallo stesso Villoresi fino alla sua immissione nell’Adda; a ovest dalla valle del Seveso; a nord-est e a nord ovest dalle valli e rilievi delle Prealpi fin dove nasce il Lambro; a est dall'Adda. A mezzogiorno la Brianza, (con il Monzese), confina con la Provincia di Milano: a tale proposito è utile ricordare che pure dopo l’istituzione della Provincia di Monza e della Brianza permane la dizione di "Brianza Milanese" che è per certi versi impropria, visto che gran parte del territorio brianteo già appartenente alla Provincia di Milano (e non conurbato con Milano, il capoluogo lombardo) è ora in provincia di Monza e della Brianza. Solo pochi comuni brianzoli sono ancora in provincia di Milano. D'altro canto la Brianza ex milanese è talora chiamata "Brianza monzese" il che è per molti versi più improprio. In ogni caso una discriminante di carattere linguistico può permettere delle definizioni, visto che il brianzolo parlato nella bassa Brianza ora in gran parte appartenente alla provincia di Monza e della Brianza è affine ma si distingue dal dialetto milanese (il più importante per tradizione e letteratura) e forse ancor più dal dialetto monzese, così come il brianzolo parlato nelle zone della Brianza appartenenti alle province di Lecco o Como si distingue da quello più proprio della provincia di Lecco, (dialetto lecchese) o della provincia di Como, (dialetto comasco). La parte nord-est della provincia di Milano è suddivisibile in due zone. Una è composta dai comuni del Trezzese (Basiano, Cambiago, Grezzago, Pozzo d'Adda, Trezzano Rosa, Trezzo, Vaprio d'Adda) e si trova a nord del Villoresi. L’altra, (composta dai comuni di Carugate, Cassano d'Adda, Gessate, Inzago, Masate, Pessano con Bornago), si trova a nord del Naviglio Martesana ed è lambita dal canale Villoresi. Molti comuni di queste zone hanno fra di loro legami peculiari o hanno avuto nel passato (così come, per altri versi, Monza e il monzese storico) legami storici differenti, dovuti a vicende storiche complesse. Più a occidente, il confine tra la Brianza appartenente alla provincia di Monza e della Brianza e il territorio della provincia di Milano segue la linea Muggiò, Nova Milanese, Varedo, Limbiate. Limbiate confina con Paderno Dugnano, già appartenente alla pieve di Desio e dove Villoresi e Seveso si intersecano. Limbiate confina anche con Solaro; entrambi i comuni afferivano alla parte "oltre Seveso" dell’antica pieve di Seveso. In provincia di Monza e della Brianza, "oltre Seveso", sono Ceriano Laghetto, Cogliate, Misinto e Lazzate, raggiungendo il fiume a Lentate sul Seveso. Da Lentate, confinante col comune brianzolo "oltre Seveso" di Cermenate, si prosegue (in provincia di Como), lungo il fiume Seveso incontrando Carimate, Asnago e i comuni di Vertemate con Minoprio, Cucciago, Fino Mornasco, Luisago, Casnate con Bernate, per arrivare alle sorgenti del Seveso sul versante meridionale del Monte Sasso, detto anche Sasso di Cavallasca. A nord-est il confine tra Brianza e Comasco si basa sulla linea Casnate con Bernate - Senna Comasco – Intimiano – Lipomo - Tavernerio, arrivando quindi a Erba e poi a Canzo che confina con Asso. Asso (vicino a Sormano, Caglio e Rezzago) dà il nome alla Valassina dove, presso Magreglio-Civenna, nasce il Lambro. Il confine tra Brianza e Lecchese si attesta fra Civate-Galbiate-Garlate–Olginate. Il confine orientale, dai piccoli bacini naturali di Garlate e di Olginate (cui segue il Meratese che ha come fulcro la città di Merate), viene segnato nettamente dal fiume Adda. In Brianza il Parco Rio Vallone precede l’Adda.

Il territorio brianteo, fortemente urbanizzato. In primo piano il Parco di Monza con l’Autodromo.
La Brianza ha un'organizzazione territoriale particolare, dovuta al suo intenso grado di urbanizzazione. In questa area regionale, piuttosto che accorpare comuni e creare municipalità dotate di frazioni si è teso a rendere ogni centro comune a sé. Ecco dunque che se si considera una superficie minima di 880 km² si contano sicuramente 141 comuni di cui la maggioranza, (54 escludendo Monza), nelle zone appartenenti alla Provincia di Monza e della Brianza. Gli altri comuni, sono nella zona canturina e in alta Brianza e sempre considerando la superficie minima di 880 km², 46 di essi sono in Provincia di Lecco (44 se si escludono i comuni confinanti con Lecco) e 40 in Provincia di Como (35 se si escludono i comuni confinanti con Como). Altri comuni sono nella Provincia di Milano.

In Brianza un comune ha mediamente una superficie di 6,2 km², contro i 15,4 km² della Lombardia e i 37,19 km² nazionali. Escludendo Monza, (tradizionalmente, Monza non era considerata in Brianza e con Como e Lecco anche Monza delimitava la Brianza senza farne parte), nella Brianza i comuni a superficie più grande sono (in ordine alfabetico): Besana in Brianza (MB), Casatenovo (LC), Cantù (CO), Galbiate (LC), Vimercate (MB). Il più piccolo è invece Longone al Segrino (CO), con appena 1,5 km², seguito da Camparada (MB) e Viganò (LC), che hanno entrambi una superficie comunale di soli 1,6 km².

Una peregrinatio Briantiae consiste nell'attraversamento di paesi brianzoli con un percorso che può essere suddiviso in tratte principali di cui una corrisponde a parte dell'arco nord della Brianza. Una seconda tratta è all'incirca la mezzeria della Brianza, ovvero quella linea di paesi che segnano il discrimine tra l'Alta Brianza (o Brianza settentrionale) e la Bassa Brianza (o Brianza meridionale); un'altra tratta corrisponde in parte all'arco sud della Brianza.

Le aree contigue alla Brianza sono:

la conurbazione di Lecco con Vercurago, Calolziocorte e Monte Marenzo;
il territorio corrispondente ai comuni di Valbrona, Oliveto Lario, Bellaggio, Lezzeno, Nesso con Zelbio e Veleso, Pognana Lario, Faggeto Lario, Torno, Blevio; Oliveto Lario è in provincia di Lecco, gli altri comuni nella provincia di Como;
la conurbazione di Como con Brunate e Maslianico;
il conglomerato urbano nord Milano formato da Bresso, Cologno Monzese, Cormano, Sesto San Giovanni, in provincia di Milano;
il territorio (in provincia di Milano), delimitabile dal Naviglio Martesana, formato dai comuni di Bellinzago, Bussero, Cassina de' Pecchi, Cernusco sul Naviglio, Gorgonzola, Liscate, Melzo, Pioltello, Pozzuolo Martesana, Rodano, Segrate, Settala, Truccazzano, Vignate e Vimodrone;
il territorio dell’Olgiatese Comasco formato dai comuni di Albiolo, Appiano Gentile, Beregazzo con Figliaro, Binago, Bizzarone, Bulgarograsso, Cagno, Carbonate, Cassina Rizzardi, Castelnuovo Bozzente, Cirimido, Drezzo, Faloppio, Fenegrò, Gironico, Guanzate, Limido Comasco, Locate Varesino, Lurago Marinone, Lurate Caccivio, Mozzate, Olgiate Comasco, Oltrona S. Mamette, Paré, Rodero, Ronago, Solbiate, Turate, Uggiate Trevano, Valmorea, Veniano, Cadorago, Bregnano, Lomazzo, Rovellasca, Rovello Porro;
il territorio del Saronnese formato dai comuni di Saronno, Caronno Pertusella, Gerenzano, Origgio, Uboldo, Cislago, cui fanno seguito Busto Arsizio, Gallarate e comuni confinanti, compresi quelli della Valle Olona, nella provincia di Varese;
il territorio Rhodense (MI), formato dai comuni di Arese, Bollate, Baranzate, Cesate, Cornaredo, Garbagnate Milanese, Lainate, Novate Milanese, Pero, Pogliano Milanese, Pregnana Milanese, Rho, Senago, Settimo Milanese, Vanzago;
la zona Legnanese (MI), corrispondente ai comuni di Busto Garolfo, Canegrate, Cerro Maggiore, Dairago, Legnano, Nerviano, Parabiago, Rescaldina, San Giorgio su Legnano, San Vittore Olona, Villa Cortese, cui fa seguito la zona Castanese (MI), corrispondente ai comuni di Arconate, Bernate Ticino, Buscate, Castano Primo, Cuggiono, Inveruno, Magnago, Nosate, Robecchetto con Induno, Turbigo, Vanzaghello, Casorezzo;
l’Isola Bergamasca in Provincia di Bergamo, limitatamente ai comuni che si affacciano sull’Adda.
La terra di Brianza è una delle regioni più densamente abitate d'Italia, d'Europa e del Mondo. Del resto questo è un suo carattere distintivo già dal Medioevo e dal Rinascimento, quando si registravano densità prossime ai 40 abitanti per km², che costituivano una rarità per gli standard del periodo. Le ragioni sono da rintracciare innanzitutto nella fertilità del suolo e nella morfologia del territorio, pianeggiante o dolcemente collinare.

La presenza di numerosi corsi d’acqua, alcuni dei quali distinti da correnti vigorose come l'Adda, ha favorito l'agricoltura, l'industria tessile e la produzione di energia elettrica, determinando così un processo di industrializzazione deciso, seguito da una altrettanto decisa urbanizzazione.

Se si considera una superficie minima di 879,8 km²,la Brianza conta 1.207.150 abitanti, per una densità di popolazione di 1.372 ab./km².

La prosperità economica brianzola, a partire dagli anni del boom o miracolo economico, ha attirato consistenti flussi migratori prima dal Nord Est e poi anche dall'Italia Meridionale. Con il tempo, anche nella Brianza rurale i nuovi immigrati si sono integrati fondendosi con la gente del posto e contribuendo alla formazione di un piccolo melting pot. In precedenza vi erano stati fenomeni migratori di brianzoli verso l'estero (vi è al di fuori d'Italia anche una "via Brianza" a Henderson). A partire dagli anni novanta, dopo un decennio di pausa, è ripreso un significativo fenomeno immigratorio legato all'arrivo di stranieri, la cui popolazione ammontava nel 1998-1999 al 5,2% circa della popolazione residente (dato riferito ai residenti regolari). Le successive fluttuazioni negli incrementi e per aree territoriali sono ricavabili per il decennio successivo dal Rapporto ORIM su dieci anni di immigrazione in Lombardia. L'offerta lavorativa particolarmente ampia (la Provincia di Lecco possiede il tasso di disoccupazione più basso d'Italia) ha favorito l'inserimento lavorativo degli immigrati in Brianza e anche se si sono verificati da casi di criminalità e sfruttamento, il processo di integrazione procede gradatamente. Per quanto riguarda il trend demografico, la crescita naturale della popolazione, come nella maggior parte delle società occidentali avanzate, è negativa o prossima allo zero. Tuttavia, a causa degli intensi flussi migratori il saldo demografico è positivo e molto superiore alla media nazionale, con picchi di crescita media annua vicini all'1%, a fronte di una media nazionale dello 0,1%. Nell'ultimo decennio, la Brianza è stata inoltre interessata da un fenomeno demografico di trasferimento da Milano e dal suo hinterland più immediato (oggi in fase di decremento o stasi demografica) verso i territori circostanti, giudicati meno caotici e favoriti da un migliore mercato immobiliare, a fronte di una diffusa presenza di servizi di livello metropolitano. Nel 2006 la Provincia di Como si è posizionata ottava nella classifica del saldo migratorio interno, con un dato pari a +0,58%, e anche quella di Lecco ha presentato un saldo positivo (+0,32%) confermando l'attrazione demografica della regione, dovuta anche agli elevati standard di vita dell’area. L'attuale crisi ha ripercussioni anche in Brianza.

Se si considerano le convenzioni dettate dalle Nazioni Unite, risulta che la popolazione urbana in Brianza ammonta al 98,9% sul totale, contro una media nazionale del 67%. La concezione di urbano è però piuttosto arbitraria e soprattutto varia da regione a regione (per la maggior parte degli stati europei, per esempio, sono considerati non urbani i centri con popolazione inferiore alle 2.000 unità).

Il dato certo è quello della densità abitativa, che in Brianza arriva a quasi 1.400 ab./km². Si può avere un'idea di quanto questo dato sia impressionante confrontandolo con la media regionale (397 ab./km²), con quella nazionale (195 ab./km²) e con quella dell'Unione europea (113 ab./km²).

I centri della Brianza ex milanese, circa il 40% del territorio dell’intera Brianza, sono nella cosiddetta bassa Brianza; i centri della Brianza lecchese (suddivisibile in Brianza oggionese, Brianza meratese, Brianza casatese), circa il 30% del territorio dell’intera Brianza, sono nella cosiddetta alta Brianza; i centri della Brianza comasca (suddivisibile in Brianza canturina; Brianza erbese e Brianza canzese), circa il 25% del territorio dell'intera Brianza, sono sia in bassa (o meglio bassa Brianza comasca) che in alta Brianza. La città di Monza, pur non appartenendo storicamente alla Brianza (da qui l'idea del nome provinciale composto), è il capoluogo della Provincia di Monza e della Brianza. Questa nuova provincia (distaccata dalla provincia di Milano in due tempi, nel 2004 e nel 2009), comprende gran parte della bassa Brianza, ovvero quella ex milanese (suddivisibile in bassa Brianza occidentale, bassa Brianza centrale nord, bassa Brianza centrale sud e bassa Brianza orientale). Una parte meno estesa della bassa Brianza è invece in provincia di Como (Brianza canturina). I comuni, non più del 5% del territorio dell’intera Brianza, che pur appartenendo storicamente alla bassa Brianza già in provincia di Milano non si sono aggregati alla Provincia di Monza e della Brianza, rimangono tuttora nella provincia di Milano: quelli non totalmente conurbati con Milano sono considerabili "ancora Brianza". La nuova Provincia di Monza e della Brianza, che comprende oltre a Monza e monzese storico anche alcuni comuni delle Groane, include pertanto la gran parte della bassa Brianza. Le città di Como (capoluogo dell'omonima provincia come configuratasi dopo il 1786 all’atto della prima suddivisione della Lombardia in province dovuta agli Austriaci), Lecco (capoluogo dell’omonima provincia distaccata nel 1992 dalla provincia di Como) e Monza erano tradizionalmente considerate città delimitanti la Brianza, senza farne parte: in ogni caso, delle tre, la città della Villa Reale, che si fonde con la contigua area regionale della Brianza, è la più popolata con i suoi 121.506 abitanti in 33,03 km² ed è capoluogo della provincia con circa il 40% del territorio dell’intera Brianza (o Brianza in senso proprio).

La Brianza, un'unica entità di territorio e di popolazione (che si sente briantea), è dunque attualmente divisa amministrativamente in zone (chiamate anche Brianze) appartenenti a diverse province. A partire dagli anni del boom economico l’urbanizzazione in Brianza è enormemente cresciuta nella bassa Brianza (sia ex milanese che bassa Brianza comasca) e in misura un poco minore nell'alta Brianza (alta Brianza comasca e Brianza lecchese). Nell’area regionale della Brianza, togliendo oggi il territorio dei centri rimasti in provincia di Milano e aggiungendo il territorio monzese storico (Monza, Brugherio, Villasanta), vi sono ben 15 comuni, fra cui Giussano, Muggiò, Meda, Nova Milanese, con oltre 20.000 abitanti nel giro di pochi chilometri quadrati. Fra i comuni con meno di 20.000 abitanti vi sono molti centri storici della Brianza quali ad es. Cassago Brianza (LC), Inverigo (CO), Veduggio con Colzano (MB),Renate(MB),Casatenovo (LC), Colle Brianza (LC), Merate (LC), Nibionno (LC) e Oggiono (LC); Canzo (CO), Erba (CO) e Fino Mornasco (CO); Briosco (MB), Caponago (MB) e Cavenago di Brianza (MB). Il centro meno abitato è Proserpio (CO) con una popolazione di 933 unità.

Il dialetto brianzolo è affine al dialetto milanese ed è un dialetto della lingua lombarda. Le caratteristiche dei vari luoghi si esprimono definendo delle ulteriori varianti locali: quella da Brugherio (detta di paltitt dagli abitanti dell'Alta Brianza, termine non traducibile che ha a che vedere con il fango), a Monza (di biutt e grass monsciasch), e quella più propriamente brianzola (brianzoeu), dai Milanesi definita dei falchett. Le varianti locali sono sempre tra loro immediatamente intelleggibili. Il dialetto brianzolo in Alta Brianza subisce in minima parte l’influsso dei dialetti del Lecchese (quello dei cavritt) e a Erba e Canz ma anca Ass del Comasco (ma di quelli minga dal Lagh), tutti idiomi del gruppo linguistico occidentale o insubre.Gli abitanti della Brianza si autodefiniscono brianzoeu (briantei).

Quella brianzola è una cucina simile a quella milanese, sebbene più "povera". Fra i piatti tipici vi sono: i salumi, compresa la murtadèla brianzola (di fegato), i nervitt (nervetti ricavati dai piedini di vitello poi bolliti, disossati e affettati finemente), la polenta, il risotto allo zafferano con l'aggiunta di pezzetti di luganega, il minestrone brianzolo, la busèca, la cazzuoeula, gli ossibuchi, il "cotechino vaniglia", i formaggi caprini, la turta paesana della Brianza, (dolce tipico delle feste patronali dei paesi brianzoli), e gli oss de mort, (biscotti duri a base di nocciole). Dei vini si erano perse le tracce, ma alcuni anni fa è rinata la coltivazione della vite. A partire da un iniziale ettaro sulle colline di Perego, è stata portata avanti la crescita di una realtà che ora conta su almeno 12 ettari vitati (40 000, fino ad ora, le bottiglie annuali di ottimi vini), estesi nella valle del Curone.

L'enogastronomia brianzola, legata all’agricoltura ormai relegata a pochi ettari di terreno brianteo, è stata rivalutata, utilizzando anche produzioni importate da altre zone, soprattutto grazie al disegno di "vivificare" il turismo in Brianza.



                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/lombardia-la-regione-che-ospita-expo.html        



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