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mercoledì 27 gennaio 2016

VALDIDENTRO

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Valdidentro è un comune sparso facente parte della Comunità Montana Alta Valtellina.

La Valdidentro, bagnata dal torrente Viola Bormina, si apre ad occidente di Bormio e si divide, dopo Semogo, in due rami: la val Viola e la valle Foscagno che porta al passo omonimo dal quale si raggiunge Livigno. Il comune, il più esteso dell'intera Regione Lombardia, è diviso in frazioni: Premadio, Pedenosso, Isolaccia, Semogo. Raggiungibile percorrendo la Strada statale 301 del Foscagno che da Livigno porta a Bormio.

Abitata sin dall'anno mille la Valdidentro si trova tra il sud ed il nord delle Alpi.
Il paese in origine si è sviluppato grazie all'economia agricolo-pastorale ed ai commerci che transitavano tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia con l'Impero tedesco.
Numerosi sono i reperti storici che testimoniano il passato di questa area geografica: la chiesa di Pedenosso che sorge sulla roccia come segno di fortificazione, la chiesa San Gallo nella frazione Premadio e le Torri di Fraele che segnano il confine tra la Valdidentro e la Val San Giacomo. Esse sono due e sono poste tra il Monte delle Scale (2521 m s.l.m.) ad est e la Cima Plator ( 2910 m s.l.m.) ad ovest.

Sino alla prima guerra mondiale vi erano intorno ad esse trincee in parte ancora visibili specialmente lungo il sentiero che porta al picco della croce sul Monte Scale.

La Valdidentro è una delle Perle delle Alpi, situata nel cuore della Valtellina, tra il comune di Bormio e la zona extradoganale di Livigno, a pochi passi dalla Svizzera.

Grazie alla sua posizione e alla ricchezza dell'ambiente naturale, la vallata è la meta ideale per vacanze sia estive che invernali, per soggiorni a misura di famiglia, come per gli allenamenti in altura oppure per rigenerarsi mentalmente e fisicamente presso i centri termali dei Bagni Nuovi e Bagni Vecchi.

La località è inserita nell'ambiente incontaminato del Parco Nazionale dello Stelvio, dove non sarà difficile avvistare cervi, stambecchi, aquile e gipeti. Un'occasione unica per gli appassionati sarà quella di ammirare esemplari di flora e fauna peculiari dell'ambiente alpino.

A occidente di Bormio, insinuandosi tra i calcari che culminano nella cima Reit ed il gruppo della cima Piazzi, la Valdidentro si allunga fino ai confini con la Svizzera e con il comune di Livigno. Appena superato il borgo principale dell’Alta Valle si incontra sulla destra, sopra la piana verdeggiante dove si adagia solitaria la vetusta chiesa di S. Gallo con il suo svettante campanile, la strada che porta al passo dello Stelvio, sul cui originario tracciato si edificarono gli stabilimenti termali denominati Bagni Nuovi, poco sotto ai più antichi Bagni Vecchi. In essi si praticarono e si praticano saluberrime cure con le acque termali che sgorgano dalle rocce, acque forse già celebrate da Plinio nella Naturalis historia, certamente da Aurelio Cassiodoro nel VI secolo che ne consigliò l’uso terapeutico per la podagra.
Anticamente, prima della costruzione dello stradone dello Stelvio, che avvenne a partire dal 1820, sul territorio di Valdidentro transitavano i mercanti bormini sulle strade “regali” di Umbrail e Fraele con i loro carichi di vino, acquistato in Valtellina, o di sale minerale acquistato alle miniere di Hall, nei pressi di Innsbruck. Ancora troneggiano sull’antico percorso di Fraele le due torri, un tempo inserite in un sistema di fortificazioni più complesso edificato intorno al 1390, che serviva a sbarrare l’entrata nel Bormiese a torme di razziatori nordici.
A caratterizzare la Valdidentro sono gli estesissimi pascoli che costituirono nei secoli passati una enorme risorsa economica per le migliaia di capi bovini e ovini che vi venivano condotti nei mesi estivi, sia allevati in loco che provenienti dalla pianura lombarda. Accanto all’allevamento, un’altra importante risorsa fu quella legata allo sfruttamento delle miniere di ferro ubicate oltre i 2500 metri di altitudine soprattutto sulle montagne che coronano la val Fraele. L’attività siderurgica è testimoniata sin dal XIII secolo ed è durata fino al 1875, quando furono abbandonati gli opifici di Premadio. La val Fraele è ora invasa da due enormi dighe che alimentano le centrali idroelettriche a valle. Lo sfruttamento dell’energia idraulica risale al 1895 con la costruzione di una prima, piccola centrale che dava corrente ai Bagni, nel 1920 si costruì, poco sotto la chiesa di S. Gallo una centrale che serviva all’illuminazione di Bormio, quindi Rasin pochi anni dopo, per arrivare alle centrali di Premadio ultimate negli anni ’50 del secolo scorso e recentemente aggiornate nella tecnologia. 
Dopo il congresso di Vienna, quando il Contado di Bormio fu definitivamente assegnato alla Lombardia, la Valdidentro fu divisa in due distinti comuni, il primo riuniva le due contrade di Isolaccia e di Semogo, il secondo quelle di Premadio e di Pedenosso. Il conte Guicciardi ne propose però l’accorpamento in un unico ente che riunisse tutte le vicinanze di quella che, nell’antico regime, era denominata “vallata a Cruce Toii intus”.            
Un triste capitolo nella storia di Valdidentro fu quello della stregoneria: un paese, quello di Semogo, fu decimato nel 1630-32 a causa di inquietanti credenze, secondo le quali ogni evento naturale dannoso alle persone, alle cose o agli animali veniva attribuito a nefande conventicole di adoratori del demonio che vagavano a cavallo di bastoni per riunirsi in sacrileghe orge dove bimbi innocenti venivano immolati in onore di Satana.

Dal 1º gennaio 2011 Valdidentro, per la sua attenzione a favorire il turismo sostenibile e la mobilità dolce, fa parte dell'associazione internazionale Alpine Pearls che raggruppa 27 località alpine appartenenti a sei nazioni differenti (Svizzera, Germania, Austria, Italia, Francia e Slovenia).

Oltre ai bagni nelle acque termali, la località offre anche impianti di risalita e piste sciistiche ubicate, per l'esattezza, nelle frazioni di Isolaccia e Pedenosso (la pista Viola è sede di varie competizioni di sci di fondo e biathlon, anche a livello nazionale, grazie anche al poligono di tiro di recente costruzione). A Valdidentro sono state organizzate alcune gare valide per la Coppa del Mondo di sci di fondo 2009.

Sono presenti numerose aree sportive, nelle diverse frazioni del comune: ad Isolaccia sono disponibili un campo da calcio, uno di bocce e alcuni campi di tennis dove durante i mesi invernali è possibile pattinare sul ghiaccio. A Semogo sono presenti un campo di calcio in sintetico, un campo di pallavolo/basket e un campo di bocce; a Pedenosso (località Pradelle) ci sono un campo di calcio e uno di pallavolo. A Premadio (loc. Planecc) è disponibile un'area verde attrezzata con un campo di calcio nelle adiacenze.

Una lunga pista ciclabile lungo il fiume Viola Bormina permette di attraversare tutto il comune, andando in mountain bike dalla frazione Semogo (presso l'area sportiva) alla frazione di Oga Valdisotto, passando per Isolaccia e Pedenosso.









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domenica 13 settembre 2015

GODIASCO SALICE TERME



Godiasco Salice Terme è un comune situato nell'Oltrepò Pavese, al confine con la provincia di Alessandria, sul medio corso del torrente Staffora.

Abitato sicuramente già prima del VII secolo, il territorio fu infeudato da Federico I a Obizzo Malaspina (1164).

La storia di Godiasco è strettamente legata alle vicende del marchesato dei Malaspina. Nel diploma di conferma a Obizzo Malaspina dell'investitura imperiale del marchesato (1164) non è ancora nominato Godiasco, ma i soprastanti castelli di Piumesana e Calcinara; analogamente a Varzi, anche lo sviluppo di Godiasco fu successivo a quella data, e legato all'intensificarsi dei traffici lungo la valle Stàffora. Nel 1221 la prima divisione tra i Malaspina attribuì Godiasco al ramo dello Spino Fiorito, e nella successiva divisione del 1275 fu compreso nel territorio di quel ramo che aveva sede a Oramala (fraz. di Val di Nizza), e che prese poi dimora a Godiasco. I Malaspina di Godiasco furono sempre uno dei rami più fiorenti della casata: ben presto si divisero ulteriormente in cinque rami (Oramala, Piumesana, Casalasco, Cella e Valverde), con diverse partecipazioni feudali nelle terre del marchesato e una gestione consortile del suo capoluogo. Il marchesato di Godiasco fu sottomesso al Ducato di Milano e divenne una delle giurisdizioni separate o terre diverse dell'Oltrepò, forse la più vasta e importante. Ancora nel XVIII secolo si parlava del marchesato di Godiasco come di un'unità amministrativa e giudiziaria, comprendente diversi comuni: il suo territorio infatti comprendeva, oltre agli interi comuni attuali di Godiasco, Val di Nizza e Valverde, le frazioni Trebbiano di Ponte Nizza, Groppo di Pozzol Groppo, Sagliano, Cella, Nivione e Castellaro di Varzi, Cegni, Cignolo e Negruzzo di Santa Margherita di Staffora. Nel vasto feudo avevano partecipazioni anche i conti D'Adda e i Ghislieri, oltre che vari rami dei Malaspina, ma la preponderanza spettava ai marchesi Malaspina di Godiasco e Oramala, che erano anche marchesi di Pozzol Groppo e di Fortunago.

Unito con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrò a far parte poi della Provincia di Bobbio. La fine del marchesato ebbe luogo con l'abolizione del feudalesimo nel 1797. Nel 1801 il territorio è annesso alla Francia napoleonica fino al 1814. Nel 1818 passa alla provincia di Voghera e nel 1859 alla provincia di Pavia.

Nel territorio di Godiasco si trovava anche il piccolo comune di Piumesana, che era pure sede di uno dei cinque rami dei Malaspina di Godiasco; esso mantenne l'autonomia fino all'inizio del XIX secolo.

Nel giugno 2012, a seguito di un referendum popolare, è stato modificato il nome del comune da "Godiasco" a "Godiasco Salice Terme", al fine di dare maggiore importanza alla frazione principale del comune, Salice Terme, che possiede un maggior numero di abitanti rispetto allo stesso capoluogo comunale di Godiasco, e per sottolineare la presenza, all'interno del territorio, di importanti fonti termali.

In via del Castello sono visibili resti di una torre costruita in pietra e ciottoli di fiume, che reca una fascia in mattoni a vista, utilizzata come decorazione. La costruzione, attualmente adibita ad abitazione, con ogni probabilità faceva parte della cinta difensiva del feudo. Un'altra torre circolare, in via della Cerchia, costituisce l'elemento superstite delle antiche mura risalenti al XIII secolo.

Palazzo Malaspina unica costruzione di rappresentanza che prospetta la piazza in cui sorge anche l’antica chiesa, è intonacato a calce ad esclusione del portale in arenaria, sorretto da due cariatidi, ormai trasformate dal tempo. All'interno un piccolo androne immette nel cortile porticato in cui si trova un pozzo in pietra con sovrastante decorazione statuaria risalente al XVI secolo.

La Chiesa Parrocchiale di San Siro è stata edificata con mattoni a vista secondo i canoni del primo Novecento, in cui gli artisti si rifacevano agli stili che più prediligevano. La struttura è tardo gotica con alte colonne a croce latina che reggono volte a crociera puntiformi. Interessanti sono le vetrate colorate piombate, raffiguranti Santi, Cristo vittorioso, la Vergine Maria e, in particolare, un Cavaliere che si inchina porgendo il modellino della chiesa. Di pregevole fattura sono le opere in legno scolpito, che riprendono l'attività artigianale del luogo: una Via Crucis ed un pulpito che avvolge una delle colonne a sinistra dell'altare.

L’assetto medievale di Godiasco Salice Terme è leggibile nel nome delle vie che corrispondono alle antiche corporazioni di arti e mestieri: via dei fabbri, via dei fornai, via dei conciatori, via dei boscaioli, via del mulino.

Le colline di Godiasco Salice Terme rappresentano i primi contrafforti dell'Appennino, la catena che, all'osservazione, si distende all'orizzonte da Nord verso Sud, risalendo la valle Staffora.
Il torrente Staffora corre da Sud verso Nord e l'orientamento della valle contribuisce in modo determinante al microclima secco e temperato che pervade la località; in tutta l'area si respira una atmosfera particolare, in speciale modo nel periodo estivo, la ventilazione è piacevole e gratificante, sia per i residenti, sia per i tanti visitatori e frequentatori degli stabilimenti termali.
A giustificazione del sussistere di un particolare ambiente climatico, sulle frazioni collinari di Casa Bedaglia, S.Giovanni, Piumesana, Gomo, Sala, Casa Mori è possibile assistere, durante il susseguirsi delle stagioni, a precoci fioriture primaverili come anche a tarde quiescenze invernali; questo, insieme alle acque minerali particolarmente pregiate e all'ospitalità tradizionale dei lombardi dell'Oltrepò è quanto di meglio può offrire la nostra località.


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venerdì 4 settembre 2015

RIVANAZZANO TERME



Rivanazzano Terme  è un comune situato presso il torrente Staffora nell'Oltrepò Pavese,al confine con la provincia di Alessandria.

Fiorente centro agricolo (cereali e uva) delle prime colline dell’Oltrepò Pavese, è un’importante meta turistica per chi ama il benessere delle cure termali. Il sottosuolo di Rivanazzano, infatti, custodisce sorgenti di acque salso-bromo-iodiche e sulfuree dalle proprietà terapeutiche e curative, ragione per cui la recente amministrazione ha voluto completare il nome del paese con l’appellativo Terme, a riconoscenze della più importante caratteristica della cittadina oltrepadana.
La fortunata posizione della città, ai piedi della collina, lungo il torrente Staffora, garantisce un microclima ventilato e asciutto ideale per soggiorni, anche brevi, di villeggiatura.

La più antica località della zona, nota fin dal 1006, era Vico Lardario, luogo della pieve di San Germano (diocesi di Tortona), che si trovava probabilmente nel luogo della parrocchia di Rivanazzano, leggermente decentrata rispetto al centro attuale dell'abitato. Il nome Vico Lardario fu utilizzato in campo ecclesiastico per tutto il medioevo. Già dal XII secolo però si ha notizia di un nuovo centro, Ripa, situato verosimilmente presso la Staffora, al centro dell'abitato attuale, dove sorgerà la torre pentagonale.

La località di Bidella compare in epoca longobarda e seguenti fra i possedimenti dell'Abbazia di San Colombano di Bobbio.

Nel frattempo si andava sviluppando anche Nazzano, situato su un colle sull'opposta riva della Staffora, e il cui castello era il guardiano della valle. Era stato assegnato ai Malaspina, signori della vallata, nel 1164 da Federico I, ma già nel 1191 il successore Enrico VI lo aggiunse ai domini pavesi dell'Oltrepò, sotto i quali fu sede di podesteria.

La storia successiva di Riva e di Nazzano non è sempre chiara, anche perché è probabile che almeno fino al XVI secolo esistesse una località Ripa Nazzani posta sulla riva della Staffora, ma ai piedi di Nazzano, dunque sulla sponda opposta rispetto a Riva. Comunque fino al XVII secolo i due centri furono indipendenti.

Nazzano fu, dal XIII fino all'inizio del XV secolo, signoria dei Sannazzaro, maggiori feudatari guelfi dell'Oltrepò, sempre in lotta con i Beccaria; in questo periodo Nazzano fu quasi sempre in dissidio con la vicina Voghera. Successivamente passò ai Pusterla.

Riva, dal canto suo, dopo essere stato forse sotto la signoria del vescovo di Tortona e poi di un altro ramo dei Sannazzaro, nel 1457 fu infeudato ai Fregoso di Genova, ai Terzago nel 1488, ai Pietra nel 1540 e infine, nel 1609, ai Mezzabarba di Pavia. Essi, nel 1613, acquistarono anche il feudo di Nazzano, determinando così l'unione feudale e ben presto anche comunale dei due centri.

Il feudo unito di Riva di Nazzano passò poi ai De Mari di Genova e per eredità ai Rovereto – De Mari (dal 1712), che lo tennero fino all'abolizione del feudalesimo (1797).

Nel XIX secolo il nome del comune divenne Rivanazzano. A seguito del risultato positivo del referendum indetto nel marzo 2009, in cui i cittadini sono stati chiamati a pronunciarsi sulla proposta di modifica del nome, il comune ha assunto la denominazione di Rivanazzano Terme.

Da Rivanazzano transitava la via del sale lombarda, percorsa da colonne di muli che passando per la valle Staffora raggiungevano Genova attraverso il passo del Giovà e il monte Antola.

Il torrente Staffora contribuisce a rendere fertili i campi di questo comune lombardo che donano frutta, ortaggi, cereali ed uve prelibate ed in effetti l'agricoltura è uno dei motivi di vanto di questo comune lombardo, anche se per molti Rivanazzano è innanzitutto un centro termale.

Lo Staffora un torrente irrequieto, solo apparentemente calmo, dalla discesa tormentata e dalle acque agitate, almeno nei lunghi periodi invernali, di piena. Eppure a guardarlo dalla strada è un placido rivolo d’acqua che da nome alla valle che attraversa, un torrente importante che in passato fu riva di ristoro per pellegrini e commercianti.

Lo Staffora infatti ricalca l’antica Via del Sale, la strada delle spezie che congiungeva le terre oltre le montagne ai porti vivaci sul tirreno, i boschi dell’Appennino agli spazi infiniti delle pianure fluviali.
Lo Staffora lambisce antichi borghi e centri abitati: il Borgo fortificato di San Ponzo, Ponte Nizza, Sant’Alberto di Butrio, Il Castello di Oramala, per poi, prima di arrivare al Po, attraversare Salice e Rivanazzano Terme, famosi per le sorgenti di acque sulfuree e salsobromoiodiche e per i rispettivi centri di cura termali.

Gli effetti benefici delle acque di Rivanazzano a livello di cura e prevenzione di malattie dell'apparato respiratorio, circolatorio e locomotore sono noti fin dall'Ottocento, quando nacquero i primi centri termali moderni registrando un grande interesse da parte dei lombardi.

Nella centralissima piazza Cornaggia, si trova il Comune di Rivanazzano. Il palazzo municipale, di stile neogotico, fu progettato dall’ingegner Dionigi Pozzoli di Voghera, i lavori furono appaltati nel 1906 e terminati il 24 marzo 1909. I lavori di realizzazione di questo magnifico palazzo vennero appaltati nel 1906 all’impresa Franzauti e quindi alla società Carlo Noce di Rivanazzano. L’opera, a seguito di alcuni contrasti e ritardi, fu completata il 24 marzo del 1909 ma solo il 16 ottobre del 1910 vi fu l’inaugurazione ufficiale. I contrasti erano sorti nel 1907 con l’ingegner Francesco Beccaria di Voghera subentrato a Dionigi Pozzoli nella direzione dei lavori. L’immobile è in stile gotico, è dotato di porticati ad arco acuto e finestre bifore al piano superiore, al cui centro spicca la balconata sormontata dalla torre dotata d’orologio. L’edificio è contrassegnato da merlature “a coda di rondine” che contornato tutto il tetto. In una sala del comune è posta una targa che ricorda la realizzazione del municipio. Nella sala consiliare è conservato un antico affresco raffigurante “Nostra Signora della Neve”, trasportato su tela e recuperato da una vecchia Chiesa che era incorporata nella casa del Comune. L’opera del secolo XVI, fu fatta eseguire per volontà della popolazione. Questo affresco è conservato da tempo immemorabile nelle sale del vecchio municipio. Lo si deduce da un atto di convocato del 22 luglio 1843, avente per oggetto: “Sussidio alla popolazione per l’adempimento del voto di solennizzazione della festa di nostra Signora della Neve” dove si parla di un voto fatto nel lontano 1501 “di festeggiare con particolare pompa il giorno della ricorrenza di nostra Signora della Neve, in ringraziamento dell’ottenuto favore per di Lei intercessione della liberazione dal pestilenzial morbo”.
Costruito dai Malaspina intorno all'anno Mille, il Castello di Nazzano fu potenziato da Gian Galeazzo Visconti, che ne riconobbe immediatamente la strategica posizione, intorno al 1360. Dalla cime del colle su cui sorge è infatti possibile ammirare, nelle giornate limpide e ventose, la catena che dalle Alpi Marittime arriva fino al Monte Rosa. Passato nei secoli di famiglia in famiglia giunse nel 1613 nelle mani dei Mezzabarba, conti pavesi, mani aristocratiche che ne trasformarono l’assetto, convertendolo da fortezza in maniero. Nel 1712 l'edificio fu rivenduto agli attuali proprietari, i marchesi Rovereto che definirono l’assetto per come lo possiamo ammirare oggi. A sud c'è il corpo principale con sei finestre (di cui tre a sesto acuto) ed un' isolata al piano inferiore. Nell'angolo di sud ovest si nota una minuscola torre cilindrica, rastremata all'altezza della gronda. La curiosa aggiunta è merlata alla guelfa, come la gran torre quadrangolare che svetta ad ovest. La facciata che dà sulla piazza della chiesa è caratterizzata da un alto archivolto ogivale cieco, che si disegna fin quasi alla linea del sottogronda ed inquadra una finestra a sesto acuto ed un portaletto a pianterreno. Il castello ha subito radicali restauri e fu nel 1905 definitivamente destinato a dimora residenziale.


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martedì 1 settembre 2015

VALLIO TERME



Vallio Terme è un comune della Comunità Montana della Valle Sabbia.

Il paese si trova all’interno della vallata percorsa dal torrente Vrenda ed è compreso tra i monti Ere e Crovino a nord e a nord-est, il monte Fontanelle, l’Olivo e i Tre Cornelli a sud. Vallio si trova a cinque chilometri da Gavardo.

L’etimologia del nome Vallio deriva dall’aggettivo Vallus che vuol dire valle. Fino al 1976 il paese si chiamava solo Vallio, successivamente con un referendum divenne Vallio Terme.

Vallio è nota per le sue Terme che furono fondate da Albino Berardi nel 1953; l’acqua è chiamata “Castello di Vallio”ed è indicata per la cura del fegato e dell’apparato digerente.

Nel 1951 l’attività termale legata alla valorizzazione delle Fonti di Vallio (cure sanitarie, imbottigliamento, e vendita), ha sviluppato un attività alberghiera, incentivato residenze e presenze turistiche nella stagione estiva. Oltre alle cure termali è possibile cimentarsi in particolari escursioni sui monti circostanti e godere del patrimonio artistico locale che offre alcune valide opportunità: la settecentesca chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo del 1754 e il Santuario della Madonna del Manghér eretto nel 1723 per espressa richiesta della comunità. In zona sono presenti ritrovamenti archeologici sia preistorici che romani presso il museo archeologico della Valle Sabbia. Le iniziative della Comunità Montana, danno la possibilità a chi arriva a Vallio Terme, di godere dei sapori del territorio. Vari e nutriti sono gli eventi organizzati dagli enti ed associazioni presenti sul territorio: feste religiose e civili, giochi della tradizione popolare, mercatini di Natale e di Primavera, rassegne bandistiche e corali, manifestazioni sportive, lezioni itineranti di Nordic Walking lungo percorsi tracciati.



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giovedì 23 luglio 2015

VISITA A SAN PELLEGRINO TERME



San Pellegrino Terme, collocata nel cuore della Valle Brembana, è una località climatica di cura e di soggiorno, adagiata lungo le rive del fiume Brembo, che divide in due il paese, situato in una valle naturale circondata da rilievi.

Oltre agli incantevoli e incontaminati paesaggi naturalistici, San Pellegrino Terme ripropone le affascinanti e suggestive atmosfere della “Belle Epoque” di inizio ‘900.

San Pellegrino Terme è una fra le più rinomate stazioni di villeggiatura della bergamasca, anche grazie alla sua acqua conosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

Magnifico esempio di stile Liberty, il Casinò di San Pellegrino Terme sorge all’inizio del ventesimo secolo, tra il 1904 ed il 1906, e viene aperto nel luglio 1907. Costruito ad opera dell’architetto Romolo Squadrelli in prosecuzione dei porticati della Fonte Termale, presenta una facciata imponente e al tempo stesso leggiadra, ricca di stucchi, fregi e bassorilievi, opera dello scultore Paolo Croce.
La fantastica facciata, decorata con altorilievi in pietra artificiale, gruppi allegorici, mascheroni, elementi antropomorfi, busti umani, putti, motivi floreali in abbondanza e artistiche lanterne in ferro, si eleva con il grande pennone in ferro battuto del Mazzucotelli, sorretto da telamoni, simboli della fatica umana; alla base vi sono affrescati i cervi volanti che, come le farfalle, simboleggiano l’art-nouveau.
Il lavoro d’équipe, che vede lo Squadrelli collaborare con importanti artisti dell’epoca dà esiti felici anche all’interno dove, in un gioco allegorico di rimandi al luogo e alle proprietà delle sue acque, è sviluppato il tema della ‘joie de vivre’, negli affreschi del Malerba come nei rilievi del Bernasconi, nelle sculture del Vedani o nelle bellissime vetrate di Beltrami e Buffa o, infine, nell’arredo, interamente progettato da Eugenio Quarti.
Di particolare interesse è la facciata con le due alte torri che richiama il precedente Casinò di Montecarlo di Charles Garnier; la ricca componente decorativa con la sua forte carica simbolica comprende, fra l’altro, i portalampade e il pennone in ferro battuto di Alessandro Mazzucotelli, gli altorilievi ai lati della porta centrale in cemento trattato “a cotto” con scene bacchiche di Giulio Croce e il fregio dipinto con il motivo dei cervi volanti generalmente attribuito a Francesco Malerba.
Con le Terme ed il Grand Hotel, il Casinò dall’inizio del ‘900 contribuì a realizzare un efficace polo di attrazione per i numerosi e facoltosi ospiti, che a San Pellegrino potevano trovare grandi possibilità di svago e di divertimento. Era un mondo ‘fiabesco’, popolato da regine e principesse, ministri e diplomatici, personalità della finanza, dell’esercito, dell’arte e della cultura, provenienti da Roma, Parigi, Vienna, Berlino, Pietroburgo, Londra, Il Cairo.
Chiuso e riaperto a più riprese, nell’ambito di vari progetti, tesi, da un lato, alla disciplina del gioco d’azzardo e, dall’altro, alla valorizzazione delle stazioni termali e climatiche italiane, cessa definitivamente l’attività nel 1946.
Il magnifico edificio del Casinò costituisce ancor oggi una impareggiabile testimonianza per la fantasia compositiva del complesso, per l’eleganza dell’architettura e per le invenzioni delle decorazioni.
La struttura del Casinò Municipale ospita oggi manifestazioni culturali, teatrali e di vario genere, oltre a meeting, congressi, ricevimenti nuziali, cene sociali, serate di gala, sfilate di moda, convention aziendali, esposizioni e mostre di vario genere.

Le Grotte del sogno di San Pellegrino Furono scoperte nel 1931 da Ermenegildo Zanchi, il «nonno degli abissi», come veniva soprannominato e, già l’anno successivo, nel 1932, esattamente 80 anni fa, aprirono alle visite del pubblico (furono le prime attrezzate in Lombardia).

La nascita del Museo Brembano di Scienze Naturali risale al 1978 quando in seguito ad una precedente scoperta a Endenna di Zogno e al successivo recupero di un notevole numero di reperti paleontologici, fu costituito il primo nucleo museale a cui si aggiunse più tardi la sezione entomologica.
In questi anni la dotazione di reperti fossili ha raggiunto un livello di competenza e di specializzazione tale da rappresentare un punto di riferimento fondamentale nel complesso degli interessi del settore, non solo nei confronti dell’ambiente brembano, ma anche nel contesto più generale, tanto che nel 2007 il Museo Brembano di Scienze Naturali è entrato a far parte del SISTEMA MUSEALE “TRIASSICO.IT” che comprende altre realtà museali della nostra provincia come: Museo Civico di Scienze Naturali “E.Caffi”, Parco Paleontologico di Cene e il Monumento Naturale Val Brunone.
Il museo vanta circa 1500 pezzi catalogati e raccolti in una decina i vetrine che documentano in modo completo la nascita della Valle Brembana e si riferiscono al territorio compreso tra i Ponti di Sedrina e l’estremo limite delle Orobie. Questo territrorio, emerso dai fondali marini nel corso dell’orogenesi alpina, si era formato geologicamente per sedimentazione tra la fine dell’era Paleozoica e l’inizio della Mesozoica, i reperti paleontologici risalgono infatti a quell’epoca. Questa sezione comprende una discreta raccolta dell’età scitica, fossili dell’età ladinica, esemplari del periodo Norico; di conseguenza le caratteristiche paleontologiche della Valle Brembana risultano così dettagliate che, una volta definite nella loro complessità, potranno permettere progressi non secondari nella ricerca dei collegamenti tra le varie ere geologiche. Il Museo Brembano di Scienze Naturali è infatti in grado di fornire una gamma completa di informazioni sia dal punto di vista spaziale, sia da quello temporale, perchè i circa 40 milioni di  anni a cui sono riferibili le rocce del territorio brembano sono qui documentati senza interruzioni e in svariate località della valle.
Assai interessante è anche la sezione entomologica che costituisce la più completa documentazione esistente sui Lepidotteri dell’ambiente brembano.
La collezione donata da Attilio Torriani non comprende certamante tutte le farfalle che vivono sul territorio vallare, infatti ogni anno ne vengono catturate nuove specie, ma il suo valore scientifico e documentario è notevole e può essere considerata già di per sè ampiamente illustrativa: il numero delle specie esposte è superiore a 700, ma la ricerca continua al fine di rendere la sezione ancora più completa.
A queste due sezioni si è aggiunta una ricca e completa documentazione fotografica delle fasce vegetazionali della Valle Brembana, corredata da esaurienti didascalie e bellissime immagini dei principali endemismi floristici della valle, curata dal FAB (Gruppo Flora Alpina Bergamasca). Sul territorio brembano sono infatti presenti alcune specie esclusive della provincia di Bergamo, uniche al mondo, quali:Linaria tonzigii, Primula albensis, Saxifraga presolanensis, Sanguisorba dodecandra, Gallium montis-arerae, Viola comollia.
E’ di recente allestimento una sala dedicata alla Fauna Selvatica della Valle Brembana con con molti esemplari conservati che si pensa possa essere ampliata in futuro.
Una delle più suggestive attrattive del il Museo Brembano di Scienze Naturali di San Pellegrino Terme è il nuovo diorama, una rappresentazione tridimensionale di uno dei più belli paesaggi naturalistici delle nostre Prealpi Orobie: la conca del Calvi, con il Pizzo del Diavolo sullo sfondo ed in primo piano alcuni rari esemplari della fauna tipica di quelle zone, che va ad arricchire il patrimonio scientifico già contenuto nel Museo.
Il diorama è stato realizzato da  Uve Thuernau,artista tedesco che vive a Verona, dopo una serie di studi e sopralluoghi sul posto che hanno avuto una durata di circa un anno.

La terra bergamasca è ricca di fonti, alcune di uso antico, altre valorizzate più di recente. Fra queste la fonte di San Pellegrino diviene la più famosa, ponendosi con un preciso risalto anche tra le altre acque dell’arco alpino e via via guadagnando una rinomanza particolarmente significativa.
L’acqua minerale naturale di San Pellegrino Terme sgorga da tre sorgenti di identica composizione, situate l’una in prossimità dell’altra, alla base della falda meridionale di una rupe di natura dolomitica, costituita essenzialmente da carbonato di calcio e di magnesio, che s’innalza per circa 600 metri sino al poggio Belvedere. La sorgente più elevata e più abbondante è la “Palazzolo”; le altre due sono denominate “Salaroli” e “Fonte Vecchia”.
L’acqua scaturisce da strati profondi della crosta terrestre, al riparo da infiltrazione di acque superficiali come dimostra la costanza della temperatura (26° sia d’estate che d’inverno) e della composizione chimica, tanto nei periodi di piogge prolungate quanto nei periodi di siccità. L’ampia zona di protezione sanitaria intorno alle rocce da cui sgorgano le sorgenti garantisce l’assoluta purezza batteriologica dell’acqua.
La loro temperatura alla sorgente è poco superiore a 26°. La loro azione terapeutica si indirizza alle malattie dello stomaco e dell’intestino, del fegato e delle vie biliari. È consigliata nelle disfunzioni del ricambio, nelle malattie dei reni e delle vie urinarie ed in particolare nei casi di calcolosi renale, anche come trattamento post-operatorio.
Nel 1992 il Ministero della Sanità riconosce le proprietà terapeutiche, da utilizzarsi per le cure termali, della sorgente “Vita”. L’acqua ricca di sali minerali, è tuttora utilizzata presso il Centro Cura ed erogata con metodiche di fango, bagno, inalazioni, idromassaggio, irrigazioni vaginali e ginnastica vascolare.

La Chiesa parrocchiale di San Pellegrino, vescovo e martire col suo caratteristico campanile appare in un armonioso complesso di linee architettoniche sullo sfondo dei monti a recare il primo saluto a chi giunge. Al sommo della gradinata, che parte dalla statale, si presenta la facciata, che sebbene terminante con timpano e fregi barocchi, è di stile neoclassico a due piani: il superiore con quattro colonne lisce e capitelli di ordine ionico, cui corrispondono, sul piano inferiore, altrettante lesene in pietra locale di ordine attico.
Decorosa è la chiesetta dedicata a S. Maria Assunta, fatta erigere nel 1928-29 in località Vetta da quella colonna di villeggianti, perchè vi siano celebrate le funzioni domenicali nella stagione estiva.

La Vetta è una frazione situata a circa 650 metri s.l.m., situata sui monti del versante destro della valle. Nella prima metà del Novecento era un raffinato quartiere residenziale per i frequentatori abituali della stazione climatica, un tempo raggiungibile oltre che dalla strada che parte dal centro del paese, anche grazie alla funicolare inaugurata nel 1909. In questa zona si trovano le "Grotte del sogno", ampie cavità sotterranee dalla conformazione interessante, rimaste chiuse al pubblico per lungo tempo ma ora di nuovo visitabili (a partire dal 30 luglio 2011). Le innumerevoli attrezzature turistiche presenti in questa zona, che un tempo erano il fiore all'occhiello di San Pellegrino Terme, ora sono in disuso e in stato di degrado. È in fase di studio un progetto per il recupero della funicolare e dell'hotel Vetta.

Situate poco più a valle rispetto alla Vetta vi sono altre tre piccole frazioni: Aplecchio, Falecchio e Frasnito (tutte tre a circa 530 m di altitudine). Poco sotto Aplecchio c'è la località Paradiso, dove un progetto recentemente approvato prevede la costruzione di una zona residenziale. A monte della Vetta si trova la frazione di Sussia (a 908 m s.l.m.), ormai disabitata(è rimasto un solo abitante). Sempre sul versante destro vi sono altre piccole frazioni: Alino(690 m s.l.m.), Cà Boffelli e Vettarola (entrambe a 980 m s.l.m.), Pradello (a 600 m s.l.m.), Piazzacava e La Torre(entrambe a circa 450 m di altitudine).

Sul versante sinistro si trovano Cà de Rizzi (420 m s.l.m.), Frasnadello e Antea (entrambe ad un'altitudine di circa 500 m); più in alto sono situate anche Santa Croce (la frazione più grande, di circa 500 abitanti) a circa 750 metri s.l.m. e Spettino (860 m di altitudine).

L'abitato del fondovalle, che costituisce San Pellegrino, si può dividere in più rioni: a sud ci sono Ruspino (sponda destra del Brembo) e Pregalleno (sponda sinistra); procedendo verso l'alta valle si incontrano poi, sulla riva destra, la zona di Caravaggio, quella della chiesa parrocchiale e il centro storico. Dietro al centro si trova la zona del casinò e delle terme, e a Nord di queste il rione di Pernazzaro. Sull'altra sponda del fiume si trovano Piazzo Basso (di fronte al centro storico) e il Belvedere(di fronte a Pernazzaro). Fra Piazzo e il Belvedere si trova il Grand-Hotel, i cui esterni sono stati recentemente ristrutturati.



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SAN PELLEGRINO TERME



San Pellegrino Terme è un comune collocato al centro della Val Brembana e circondato dalle Prealpi Orobie, è una rinomata località climatica di cura e di soggiorno, conosciuta in tutto il mondo per via dell'omonima acqua minerale, la S. Pellegrino. Fa parte della Comunità Montana della Valle Brembana.

Considerata la capitale della Valle, conserva, all'interno dei propri confini, importanti testimonianze della Belle Époque in perfetto stile Liberty, quali il Grand Hotel, il Casinò Municipale e le Terme.

San Pellegrino Terme è adagiato lungo le rive del fiume Brembo, che divide in due il paese, ed è situato in una valle naturale, circondata da rilievi la cui vetta più alta è rappresentata dal monte Zucco che raggiunge i 1366 m s.l.m. (detto "Gioco" per distinguerlo dall'altro Zucco di 1232 metri).

San Pellegrino deve il suo nome al vescovo di Auxerre, Evangelizzatore della Francia, martirizzato sotto Diocleziano, diventato patrono della prima comunità cristiana il quale seppe unificare nella fede, prima che nei civili rapporti del libero Comune, sorto intorno al Mille, i diversi nuclei familiari preesistenti e storicamente documentati, che, ancora oggi, si contraddistinguono con i nomi dati dai loro abitatori.

È probabile invece che, nella nostra zona, ci sia stata una vita feudale e longobarda. Ne è la testimonianza il “Castello della Regina”, sopra Sussia, che può far pensare ad una tradizione risalente alla regina Teodolinda.

Alcuni vocaboli longobardi durano ancora oggi nella parlata locale: Corte, Brolo, Massaro, Salecc, per indicare certi fondi bassi presso il fiume e perciò adatti al salici (B.Belotti).

Sotto le dominazioni Longobarda e Franca si costituiscono le prime Comunità Cristiane; in questo periodo si assiste ad una fase di assestamento sociale favorita da una politica di esenzione dai tributi e di affrancamento applicata a quegli agglomerati che, situati in aree di confine, erano economicamente poveri, ma strategicamente importanti.

Verso l’anno Mille si possono considerare costituiti i centri più importanti della Valle Brembana; di ciò è testimonianza la sempre più frequente citazione dei loro nomi negli atti pubblici e privati degli anni successivi.

Gli agglomerati urbani nella zona di San Pellegrino più frequentemente citati sono Opelo, Plazzo, Antia e Piass; compaiono negli atti anche le denominazioni di villaggi minori quali Frasnit, Frasnadel, Apletto ed altri.

Nei tre secoli che seguono il Mille si formano nella Valle le “Parrocchie” che sostituiscono le antiche chiese battesimali plebane ,inadatte, ormai, a servire una popolazione sempre più numerosa.

Intorno al 1250 nasce la “Ecclesia Sancti Pellegrini”, in località Opelo, ancora dipendente dalla Pieve di Almeno San Salvatore dalla quale si affrancherà del tutto nel 1461.

Questa Parrocchia unisce sotto la propria giurisdizione le frazioni di fondovalle e della riva destra del Brembo e conferirà il proprio nome al comune che si sta formando.

Risale infatti al 1395 la definizione finale dei confini del nuovo Comune nato su sollecitazione della città di Bergamo intenta ad impedire il costituirsi di qualsiasi minaccia al suo potere nell’ambito del contado, favorendo la costituzione dei “Comuni” ed estendendone le proprie ordinanze e statuti.

Per secoli le risorse della Valle, a causa della prevalenza di terreno montano poco produttivo, rimangono limitate alla pastorizia, all’agricoltura di montagna, alla tessitura casalinga ed all’artigianato; queste attività economiche sono sempre integrate dall’emigrazione che rimane una delle principali fonti di reddito dai tempi più antichi fino all’inizio del Novecento.

Nel XIV secolo il territorio bergamasco è investito da numerose guerre tra fazioni avverse (guelfi e ghibellini) che portano alla dominazione dei Visconti. Sono costruiti in questo periodo casali fortificati, a Ruspino e alla Torre, e altre modeste fortezze di valico.

San Pellegrino si trovava allora al centro di Paesi guelfi per i quali parteggiava: località Pernazzaro-Pracastello sulla sponda di destra e, su quella di sinistra, il Comune di Piazzo, guelfo e ben difeso dal fiume. Da vigilare era il confine Ovest verso le Valli Brembilla e Taleggio. All’incontro di queste due Valli era stato eretto il Castello della Regina, centro delle grandi lotte locali.

Scontri sanguinosi percorreranno la zona impoverendola di uomini e di beni, lotte intestine che il Sommo Poeta ha così egregiamente deprecato nella Divina Commedia, orrori che continueranno fino al 1400, quando, con i trattati di Lodi e di Ferrara, essa entrerà a far parte della Serenissima.

L’assetto amministrativo dato da Venezia lascia notevoli libertà garantendo la conservazione degli statuti locali; nonostante il perdurare di guerre con il Ducato di Milano ed il frequente passaggio di truppe straniere, anche a San Pellegrino la restituita pacificazione interna favorisce una crescita economica e sociale. Lo sviluppo dell’artigianato, unito alla rudimentale industria tessile della lana, aprirà alla Valle nuove prospettive.

Sorgono nella contrada di Opelo la nuova Chiesa, a Piazzo Basso il convento di San Nicola e la successiva edificazione del nuovo ponte sul fiume Grembo che consentirà il collegamento con la sponda opposta. La contrada di Piazzo Basso è una delle più antiche e conservate nella sua struttura urbanistica: gli edifici formano una corte rettangolare addossata al fianco sud della chiesa di San Nicola. Il piccolo porticato e il ponte, risalenti al XV secolo, costituiscono le testimonianze più antiche.

Nel 1482 si costituisce pure la Parrocchia di Santa Croce, staccata da quella di San Pellegrino, la cui motivazione, come viene registrata negli atti, è dovuta alla distanza dalla Parrocchia di San Pellegrino ed all’impraticabilità della strada “multum ardua et discriminosa”. Essa verrà consacrata nel 1492 (come dal documento delle “Effemeridi” di Calvi).

È importante la segnalazione di questa terra perché testimonianza di nomi di famosi pittori quali: Francesco Rizzo, Francesco Simone, Vincenzo e Giovanni De Vegis De Galizzi, Girolamo da Santa Croce, la maggior parte dei quali dimorano e lavorano nelle botteghe venete e bergamasche (Tiziano e Moroni).

Sotto la Serenissima acquista impulso il commercio e l’artigianato e si ha una spinta alla risoluzione della viabilità attraverso l’apertura e l’ampliamento della Priula che verrà successivamente allargata sia sotto la dominazione francese che sotto quella austriaca.

Alvise Priuli (1592/93), con opere di allargamento e rettifica, con tagli nella viva roccia, apre una via adatta anche ai mezzi rotabili da Bergamo fino a Ca’ San Marco. Tale strada di collegamento viene ultimata nel 1598.

Nel corso del XVI secolo la vita della Comunità è segnata da frequenti carestie, da alluvioni e dalla terribile pestilenza del 1630 che, a San Pellegrino, miete circa i due terzi della popolazione.

Dopo il tramonto della Repubblica di Venezia, nel XVIII secolo, si succedono, nella Bergamasca, la Repubblica Cisalpina ed il dominio francese del Regno Italico di Napoleone.

Ma nemmeno l’Ottocento austriaco, unitario, muta sostanzialmente il quadro socio-economico di San Pellegrino, per quanto l’Austria cerchi di guadagnarsi il favore delle popolazioni del Lombardo Veneto mediante la realizzazione di opere pubbliche di generale interesse e l’ istituzione di scuole gratuite in tutti i comuni, sperando di tenere sopito quel sentimento di liberazione nazionale che Napoleone aveva alimentato negli italiani militanti nel suo esercito.

Il 1848 segna per San Pellegrino una tappa importante per il riacquistato interesse intorno alle sorgenti di acque minerali, interesse che si accentuerà sotto il dominio austriaco, segnando la premessa della fortuna futura del territorio.

L’Austria divide la provincia bergamasca in tre distretti: Almenno, Zogno e Piazza Brembana; San Pellegrino viene assegnato a Zogno. Sta di fatto che il quadro generale economico non cambia sostanzialmente; si modificano invece i flussi migratori che, dopo la metà del secolo, trovano nuovi sbocchi in Francia, in Svizzera e nelle Americhe.

Sempre 1848 San Pellegrino diventa rifugio di numerosi parenti di patrioti impegnati a guidare l’insurrezione di Bergamo che si accompagna e segue alle Cinque Giornate di Milano.

La persona più eminente di questo periodo è la consorte del patriota G.Battista Camozzi, Giovanna Giulini Della Porta in Camozzi, la quale trova rifugio insieme ad altre famiglie di Bergamo nell’ospitale stabilimento della signora Ester Palazzolo, mentre il marito e il cognato, legati a Mazzini e Garibaldi, sono impegnati nella lotta di insurrezione. Esiste un lungo carteggio tra la Contessa – che scrive proprio da San Pellegrino- e i sui cari in cui viene messo in luce il vivace patriottismo della stessa che condivide le sorti del marito e dei familiari.

Tra i fuggiaschi che da Bergamo si rifugiano in Valle Brembana nel 1848, all’indomani della disfatta di Novara, per il temuto ritorno dell’Austria, si trova pure il poeta Ruggeri da Stabello che, nei suoi testi “Poeti e Poemi del Brembo” rievocherà il percorso della sua fuga.

Dopo la terribile sconfitta e la perdita di ogni speranza con la capitolazione di Brescia, trovano ospitalità nell’ottimo salotto della signora Palazzolo, proprietaria dei bagni di San Pellegrino, patrioti, poeti e uomini di cultura.

I rapporti di amicizia dei fratelli Camozzi con i patrioti della Valle e di San Pellegrino, facilitano di molto la diffusione della propaganda e l’arruolamento dei volontari alle guerre di Indipendenza; fra questi si ricordano Orlandini G., Frassoni P., Zanchi P., Baroni B., Gandi D. e numerosi altri.

Nel 1860 con la proclamazione del Regno d’Italia e la divisione del territorio in province San Pellegrino ha il suo primo Sindaco nella persona del Rag. Carlo Della Chiesa che amministrerà il decennio 1861/1870.

La prima preoccupazione dell’Amministrazione comunale è quella di aprire una farmacia che verrà realizzata in San Pellegrino con decreto del Ministero dell’Interno il 21 luglio 1862. Il primo farmacista è il Dott. Mosè Torricella, illustre garibaldino, seguiranno altre personalità illustri tra cui il Dott. Augusto Bonapace, coadiuvato dal figlio Ermanno. L’Amministrazione Della Chiesa si adopera altresì ad ottenere la linea telegrafica San Pellegrino- Bergamo.

Nel 1871 Augusto Beaux apre il primo stabilimento filatoio, sotto la chiesa parrocchiale, utilizzando la larga disponibilità di rogge derivate dal Brembo come forza idraulica dei macchinari tessili, e la manodopera femminile già specializzata nella Valle ed in San Pellegrino, con l’assunzione anche di orfanelle come operaie con la sola retribuzione del vitto, del vestiario e dell’alloggio; quest’ultime cesseranno la loro attività nel 1904 con la chiusura dello stabilimento.

Succederanno al setificio di Augusto Beaux lo “Iutificio Bergamasco”, fino al 1913, e lo “Iutificio Nazionale” per le vaccherie che funzionerà fino al 1961.

Un progetto importante per l’utilizzo della sorgente del Boione, con interventi di canalizzazione, viene attuato grazie all’intervento di un commerciante di legnami dell’alta Valle, Andrea Ambrosioni, che trasferitosi con la sua attività in San Pellegrino, doterà il paese, nel 1898, di luce elettrica.

Nel 1908 si costituisce la società Colleoni – Ambrosioni a cui va il radicale rinnovamento del centro tra il Viale Papa Giovanni e il viale Della Vittoria con l’ampliamento dell’Hotel Excelsior e la costruzione nel 1930, lungo il viale alberato, in luogo delle baracche in legno, degli attuali portici.

Alla fine del XIX secolo, si assiste ad un effettivo cambiamento della struttura economico-sociale di San Pellegrino nonché del suo piano urbanistico.

L’apporto di capitali considerevoli dalla Società Anonima delle Terme, da società private (Pesenti, Licini, Palazzolo; società milanesi Mazzoni, Granelli) dà il via ad una serie di costruzioni legate al termalismo, alla qualità dell’acqua, di seguito riconosciuta in tutta Italia tale da fare diventare San Pellegrino la “Vichy d’Italia”. Nel 1901 si inaugura lo stabilimento dei Bagni e della Sala Bibite; dal 1902 al 1907 si assiste alla costruzione del Grand Hotel e del Casinò realizzati dall’architetto Squadrelli con la collaborazione, per il primo, dell’ingegner Mazzocchi.

La realizzazione della ferrovia che attraversa la Valle Brembana, terminata nel 1904, costituirà un’importante via di collegamento con la città di Bergamo.

Nel 1914 anche le scuole che già erano state aperte, con sede non definita, per l’insegnamento” dell’istruzione religiosa, del leggere, dello scrivere, dell’aritmetica, della calligrafia, della grammatica” (da Notizie Patrie), trovano la loro ubicazione nell’edificio attuale sito nel rione di Piazzo Basso, edificio che vedrà diversi ampliamenti e dove tuttora si trova.

Nel 1926 l’asilo infantile, come istituzione benefica, aperto nel 1891, viene eretto ad ente morale e vede la sua espansione ed ampliamento nel 1936, grazie all’opera del benefattore Ezio Granelli, il cui figlio, tragicamente scomparso, dà denominazione di “Giardino d’infanzia Bruno Granelli” alla rinnovata sede.

L’Amministrazione Comunale dà il via ad un programma di strutture urbanistiche che vedono uno sviluppo economico locale in ascesa determinato dall’esportazione dell’acqua minerale, dall’impresa elettro meccanica del gruppo Magrini e parallelamente alla trasformazione della cittadina grazie ad attività edilizie (dal Casinò, al Grand Hotel, dalla Funicolare alle Terme ,ecc) che esprimono il fervore e l’entusiasmo della Belle Epoque.

La presenza di personalità illustri, come viene riportata dal Giornale di San Pellegrino, dalla regina Margherita Di Savoia a Mascagni, Tittoni, Nigra, serve ad offrire non solo una cornice di richiamo e di prestigio, ma anche di importanza come luogo di cultura e di arte. Ma ciò che maggiormente concorse, insieme al complesso di opere e di personaggi autorevoli, a segnare l’ascesa trionfale di San Pellegrino fino a toccare floridezze mai viste come negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, fu l’esercizio quasi ininterrotto del gioco nel decennio 1907/1917.

Un cronista così scrive sul Giornale di San Pellegrino nel 1911: “…Nelle sale del grande Casinò, arredate con squisito buon gusto e scintillanti di luce, si legge, si suona, si danza, si conversa, si giuoca… ma per accedere alle sale da giuoco, è necessario essere iscritti alla Società del Casinò, previa regolare presentazione: a questa società appartengono gli elementi più cospicui della colonia: senatori, deputati, prefetti, ambasciatori, alti gradi dell’esercito.”

Nel 1917 l’onorevole Orlando decreta la chiusura delle case da gioco e il nostro Casinò, chiude i battenti il 28 luglio del 1917, concludendo il decennio della sua più florida attività.

San Pellegrino vive momenti difficili, come del resto tutta la realtà del Settentrione, a seguito degli avvenimenti bellici che, nel determinare dolori e morti, causano altresì un’irreparabile depressione delle facoltose correnti turistiche che alimentavano la stazione termale.

Nel periodo fascista si scioglie l’Amministrazione Comunale e si succedono Commissari e Podestà fino alla liberazione. Di questo periodo diverse sono le costruzioni: il Tempio dei Caduti, la facciata della Clinica Quarenghi (Arch. Cavallazzi) e i Portici Colleoni; ma è stato un modesto commissario prefettizio, Ernesto Cacciari, a disegnare l’assetto urbano dell’attuale cittadina, con una serie di opere (dal municipio, ai marciapiedi dei viali alberati, dalla copertura del canale alla costruzione della diga, dalla messa in posa di balaustre sulla sponda del Brembo con candelabri di ghisa alla costruzione di vialetti e di aiuole, ecc).

Il ventennio fascista, nella realtà di San Pellegrino, testimonia l’abilità dei dirigenti locali nel controllare con intelligenza e tolleranza tutte le forme estreme di convivenza e nel consentire la presenza di sfollati cittadini, soprattutto Ebrei milanesi, e di alcuni parlamentari aventiniani, tra i quali l’On. Bortolo Belotti di Zogno.

Dopo la guerra, la comparsa delle medicine che curano la gotta fa la fortuna delle farmacie ma favorisce, nel contempo, il declino di San Pellegrino come stazione termale.

Oggi della Belle Epoque non restano che alcuni edifici splendidi che riportano alla memoria l’eleganza e le feste di un tempo passato.

In questi ultimi anni la cittadina ha tentato di realizzare delle strutture urbanistiche e socio economiche per avviare il decollo e seguire le nuove esigenze di un turismo moderno.

I recenti impianti del centro medico termale costituiscono un elemento di ricchezza per il turismo. Inoltre gli avvenimenti musicali e teatrali realizzati al Casinò dimostrano che le attività culturali sono realizzabili e necessarie.

Sul finire del XVIII secolo San Pellegrino si sviluppa come centro termale, grazie alle acque solfato-alcaline-terrose che sgorgano alla temperatura costante di 26 gradi, note già dal Medioevo. Nel XX secolo la località si trasforma in un'elegante stazione termale. Viene creato lo Stabilimento Termale (ora appartenente alla Sanpellegrino S.p.A., nota industria che produce acqua e bibite gassate che fa capo alla svizzera Nestlé). La fama della cittadina accresce con la costruzione del Casinò Municipale nel 1904 e del Grand Hotel nel 1905. Nel 1961 viene costruito lo stabilimento per l'imbottigliamento dell'acqua minerale S. Pellegrino e delle altre bevande di produzione di Sanpellegrino S.p.A.


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sabato 18 luglio 2015

LA VALLE IMAGNA



La Valle Imagna è una valle prealpina bergamasca che confluisce da destra nella val Brembana, nella quale scorre il torrente Imagna.

I suoi paesaggi racchiudono diverse testimonianze con un notevole patrimonio storico e culturale. Questa valle accoglie al suo interno 16 paesi: Almenno San Bartolomeo, Almenno San Salvatore, Barzana, Bedulita, Berbenno, Brumano, Capizzone, Corna Imagna, Costa Valle Imagna, Fuipiano Valle Imagna, Locatello, Palazzago, Roncola, Rota d'Imagna, Sant'Omobono Terme e Strozza.

La storia della valle parte fin dall'epoca della dominazione romana, quando qui si verificarono piccoli e sporadici insediamenti abitativi, mantenuti anche in epoca longobarda.

L’epoca medievale, nella quale i borghi cominciarono ad assumere una fisionomia ben precisa, vide imperversare nell'intera vallata scontri cruenti, molto più che nelle altre zone della provincia bergamasca, tra guelfi e ghibellini, tanto che in tutta la zona sorsero numerosi castelli e fortificazioni.

Dal 1296 e per più di un secolo la città e il contado di Bergamo furono infatti teatro di acerrime lotte tra le due fazioni rivali dei Guelfi e Ghibellini, con scorrerie, saccheggi, rapine, incendi, uccisioni. Lo stesso travaglio conobbero le valli. La Brembilla, la Brembana e il Taleggio erano ghibelline, come Almenno inferiore e Villa d'Almè; mentre l'Imagna, San Martino, insieme ad Almenno superiore e Gerosa erano guelfe. Quest'ultima fazione considerava il Papa come proprio capo, mentre al contrario i Ghibellini ritenevano che fosse l'imperatore di Germania. Sui due campi opposti per quanto riguarda la Valle Imagna e la Brembilla si fronteggiavano per i Guelfi i capi Trussardo Rota, Andrea Rota, Cripio de' Crippi di Strozza, Pinamonte e Peppino Pellegrini di Capizzone, Matano di Mazzoleni, Foppo da Locatello, Andriolo Greppi da Strozza, Butazolo Rota e altri. I Ghibellini contavano invece nelle loro file Eugenio, Simone, Zavino e Mogna de' Carminati di Brembilla,Jacopo Gritti de' Locatelli di Berbenno, Andreanino Rota di Rota Fuori, i Dalmasani di Clanezzo. In principio furono i Guelfi a prevalere, ma i Ghibellini, non rassegnandosi alla sconfitta, chiesero l'appoggio di Matteo Visconti (1288-1322) signore di Milano, offrendogli in compenso il dominio di Bergamo.

Il Visconti riuscì a sbaragliare i Guelfi e inviò Mandello a governare la città. Ma i partigiani del Papa tentarono la riscossa, in un primo tempo fortunata, ma successivamente con il nuovo aiuto dei Visconti i Ghibellini riuscirono ad avere la meglio. Cominciò così per Bergamo e le valli quella che il Carminati chiama la tirannia dei Visconti "che non governarono, ma sfruttarono il nostro paese. Numerosi sono gli episodi di questo periodo che riguardano da vicino la valle, a partire dal dominio di Barnabò Visconti (1354-1385), il cui nome e la fama "sopravvive ancora nella memoria dei vecchi e nelle tradizioni della valle". Questi anni sono comunque segnati da successive ribellioni delle valli guelfe, che mal sopportavano di trovarsi sotto il dominio di signori ghibellini quali erano i Visconti. Nell'agosto, settembre e ottobre del 1363 per esempio anche l'Imagna insieme ad altre valli si ribellò. "Barnabò Visconti, Signore di Bergamo, perché troppo parzial fautore della ghibellina fazione dava a ogni ghibellino piena facoltà di uccidere qualsiasi guelfo e la casa abbruciargli. Seguirono infiniti omicidi, estorsioni, tirannie ed incendi de' più empi che mai stati fossero.

Durarono un anno i progressi della crudeltà uccidendo l'una e l'altra parte persone innocenti e barbaramente trucidando le famiglie intere". Nel 1373 i Guelfi, provenienti dalla Valdimagna e altre terre, assalirono i Ghibellini, capitanati dal figlio di Barnabò, Ambrogio, a Caprino, in Val San Martino. La vendetta del Visconti che in quell' occasione ebbe il figlio ucciso, fu terribile. Dopo aver posto in stato di assedio il monastero di S. Giacomo in Pontida e aver promesso agli assediati che avrebbe loro lasciato salva la vita, trucidò tutti: uomini d'arme e monaci che incautamente si erano fidati della parola del condottiero. Il dominio visconteo proseguì con violenze e ribellioni;un nuovo tentativo di rivolta ebbe luogo anche in valle Imagna nel 1376, mentre nel 1384 il Calvi descrive un fatto d'armi avvenuto nelle vicinanze del Pertusio. "Andarono queli di Locatello con li Arigoni sopra il monte Ochono e dopo l'uccisione dei custodi, diedero quel monte in potere dei Visconti, che poi vi fabbricò una bastia e pose un castellano"... Il monte Ochono è molto probabilmente la prominenza quasi inaccessibile chiamata l'Oca che si erge sullo spartiacque tra l'Imagna e la San Martino, distante un centinaio di metri dal Pertùs. Nel 1407 le cronache parlano di un'altra ribellione dei Guelfi delle valli Imagna, San Martino, Brembana e Senana superiore ed inferiore, di Sorisole, di Poltranica...

Avversari dei Guelfi d'Imagna erano i Ghibellini di Brembilla, che contavano però su un numero maggiore di uomini e fortificazioni. Il castello più antico era certamente quello sul monte Ubione, costruito nel X secolo, che al tempo di Barnabò Visconti rappresentava un'importante fortificazione ghibellina. C'erano poi il castello di Casa Eminente e quello di Clanezzo. In questo modo le famiglie dei due signori del luogo, i Dalmasani e i Carminati potevano dominare non solo sulla Valle Brembilla, ma anche sull'Imagna che rinchiudevano tra i due castelli in alto e in basso. Quando la signoria di Bergamo passò dai Visconti alla Serenissima, chefavoriva apertamente i Guelfi, per i Ghibellini cominciò la disfatta che culminò nel 1443 con il bando dato agli abitanti ghibellini della Val Brembilla e la distruzione delle fortezze principali della valle. Dalla Repubblica veneta la Valle Imagna ebbe un trattamento di favore, come riferisce il Calvi:

« I Valdimagnini per la loro integrità della fede e fedeltà alla Repubblica, difendendola contro il Duca di Milano, furono dal Doge con privilegi, grazie e favori arricchiti et onorati. »
(Effemeridi di Padre Donato Calvi)
Sempre per quanto riguarda quegli anni burrascosi che precedettero l'instaurarsi del dominio della Serenissima, esistono anche le cronache di Castello Castelli che danno un quadro fedele e preciso di cosa significasse in quel tempo vivere in Valle Imagna. I racconti del Castelli, che vanno dal 1378 al 1407, sono un susseguirsi di rapine, incendi scorrerie e violenze, uccisioni da entrambe le parti.

I secoli successivi videro pochi fatti di rilievo coinvolgere le piccole comunità che, forti del proprio isolamento, seguirono le vicende del resto della provincia senza parteciparvi in modo diretto.

Ai veneziani subentrò, nel 1797, la Repubblica Cisalpina, subito sostituita però dagli austriaci, che la inserirono nel Regno Lombardo-Veneto.

Con l'unità d'Italia avvenne un primo ma deciso processo di industrializzazione, che permise un notevole miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti.

Una Valle piccola che dispone ancora di un ambiente naturale molto bello; ottima meta per andare a cavallo, fare trekking o andare in montain bike, rilassarsi nei centri benessere o  mangiare bene.

Il Sivlì è il flautino tradizionale a tre fori è un caratteristico strumento musicale che veniva prodotto dai tornitori del legno della Valle Imagna sino alla prima metà del ‘900 e distribuito in tutta la piana lombarda dai commercianti ambulanti. Giunto fino a noi dal periodo tardo-medioevale, grazie anche alla sua dimensione ludica, oltre alla versione tradizionale in legno è stata realizzata una serie colorata in materiale plastico appositamente per le scuole. Il suono acuto e squillante costituisce un elemento sonoro tipico del contesto ambientale dei luoghi dell’alta Valle Imagna.

Alla coltivazione della terra e all’allevamento del bestiame si sono sempre affiancate molte altre attività collegate alla cultura e lavorazione del legno, del ferro e della pietra, elementi che hanno sempre contraddistinto queste popolazioni.
All’interno delle contrade rurali dove ancora oggi si svolge la vita delle famiglie spiccano gli ambienti di vita e lavoro come botteghe, laboratori artigianali. Abili e volenterosi questi lavoratori hanno saputo sfruttare le risorse del territorio come il suolo, l’acqua, il legno, la pietra e sviluppare conoscenze e competenze che rappresentano oggi un grande bagaglio culturale oltre che un retroterra umano e professionale da tradurre in potenzialità economiche dell’artigianato. Le abilità acquisite nella lavorazione tradizionale di pride e piode, del ferro battuto, del legno, integrate con le tecniche innovative garantiscono oggi una produzione di di elevato valore.
Questi territori sono l’espressione della creatività e laboriosità delle genti di montagna che dal poco sono riuscite a realizzare molto.

Lungo il corso del torrente Imagna, da Clanezzo fino alle sorgenti ai piedi del Resegone si sono sviluppate nel passato molte attività artigianali con mulini, folli, torni, magli a servizio dell’economia rurale del luogo.

Attraverso l’uso della pietra calcarea locale, la comunità ha lasciato una traccia riconoscibile della fatica e dell’ingegno per colonizzare le terre: sentieri, terrazzamenti, canali e fontane, case, stalle e una gran quantità di manufatti della cultura del luogo raccontano il processo di adattamento della montagna. Abili artigiani hanno sviluppato attitudini particolari e costruito giorno per giorno un sapere frutto del loro radicamento sul territorio.

L’Agricoltura rappresenta un elemento costitutivo del paesaggio rurale e dell’ambiente delle Valli Orobiche. La Valle Imagna ha subito nei secoli scorsi un forte processo di urbanizzazione un po’ su tutto il territorio, nel fondovalle e sui versanti montani ma soprattutto sul versante orografico sinistro, più esposto al sole e meglio sfruttato dal punto di vista agricolo e zootecnico.
Le colture agrarie si sono diffuse soprattutto sul versante orografico sinistro della valle, dove molti gruppi familiari si dedicavano alla coltivazione della terra e all’allevamento del bestiame. L’estensione delle infrastrutture di monte come stalle, fontane, sentieri e mulattiere, documenta il livello di sfruttamento delle aree e le colture: granoturco e vite sulle balze, poi anche patate e ortaggi. L’alimentazione della famiglia contadina era caratterizzata da alcuni prodotti caseari come stracchini e dalla frutta ottenuta dalla selezione locale: noci, castagne, uva, mele e pere.
La coltivazione della canapa, l’allevamento del baco da seta e di qualche razza di ovini come pecore per la lana, garantivano la materia prima per l’integrazione del reddito e il vestiario. La comunità privilegiava la logica del risparmio e dell’utilizzo collettivo dei beni anzichè quella del consumo e dei beni individuali.
L’agricoltura trascurata dalla seconda metà del ‘900 a causa della forte espansione di altri settori come l’industria, torna oggi quale sinonimo di una migliore e rinnovata qualità di vita, in grado di ricondurre l’uomo ai valori fondamentali della propria esistenza, grazie alla quale ristabilisce un contatto con la terra, vista anche come valida alternativa all’attuale crisi economica.
La promozione dell’agricoltura di montagna si lega fortemente con la cultura del paesaggio, dal recupero dei territori e delle colture storiche, alla ricerca di modelli aziendali sostenibili, per ricostruire filiere capaci di stimolare processi di crescita e di sviluppo locale dell’intera comunità.

Molte le testimonianze dell’importanza della fede che ha accompagnato nei secoli le popolazioni valdimagnine. Un patrimonio artistico e religioso presente sull’intero territorio, in special modo sugli antichi sentieri dell’alta valle. Luogo di fede molto importante è  il Santuario della Madonna della Cornabusa, il più caratteristico della provincia di Bergamo poiché ricavato in una grotta naturale a cui era legato Papa Giovanni XXIII°, oggi meta di molti pellegrinaggi.

La Valle Imagna è conosciuta anche per la presenza di fonti termali. Le acque sulfuree di Sant’Omobono Terme sono tra le più conosciute sul territorio bergamasco, Note e apprezzate sin dal ‘700 e verso la metà del XIX sec., sono dotate di proprietà curative, utili per la cura di  patologie.



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mercoledì 1 luglio 2015

LE FRAZIONI DI DARFO BOARIO TERME



Boario è centro turistico e termale.
La prima menzione di "polle medicinali" è da attribuire a Padre Gregorio Brunelli (Valle Camonica - 1698), ma le proprietà terapeutiche delle fonti termali sono note sin dal XV secolo e segnalate da medici illustri.
Con il trionfo della moda di "passare le acque", nella seconda metà dell'Ottocento Boario Terme divenne un "salotto all'aperto", luogo di cura e ritrovo mondano per la ricca borghesia cittadina: proprio in questo scorcio di secolo, l'acqua Antica Fonte compare nei negozi degli speziali milanesi, accolta come un vero e proprio toccasana.
Uno dei suoi più noti estimatori fu Alessandro Manzoni, che ne ordinò - tramite una lettera oggi conservata negli archivi delle Terme - più di cento bottiglie, per trattare un'affezione epatica. Anche la sua seconda moglie, Teresa Stampa, ebbe modo di apprezzare personalmente la straordinaria efficacia di queste acque termali, come testimonia una sua lettera datata 16 dicembre 1845: "...avevo poi anche desiderato e stabilito tante volte di volerle dir io, di mia mano, che la mia totale guarigione l'ho dovuta alle acque di Boario".
Risale invece al 1913 la costruzione della cupola Liberty di marmo bianco, con balconata sostenuta da colonne a capitelli ionici: un tempo sede di orchestre, oggi emblema e simbolo delle nuove Terme di Boario.
Le quattro acque di Terme di Boario sono vere fonti di benessere, i cui benefici si apprezzano giorno dopo giorno, per tutto l'anno. Le preziose qualità risiedono naturalmente nelle alpi che circondano la Valle Camonica.
Queste acque di tipo solfato – bicarbonato – calciche - magnesiche fredde (13-15°C), si purificano e si arricchiscono dei preziosi elementi minerali con cui entrano in contatto, determinando così l’insieme di proprietà terapeutiche.
Le fonti si differenziano per concentrazione di sali, caratteristica che permette diversi impieghi terapeutici di prevenzione, cura e riabilitazione.
Le acque delle Terme di Boario sono note per la loro azione benefica nell'alleviare i disturbi dell'apparato digerente ed epatico, disturbi da ricondurre allo stress e alle tensioni della vita quotidiana.
Bere queste acque e godere della natura del Parco termale che circonda le fonti è ideale per chi conduce un’esistenza intensa e ritmata.
Fra gli ospiti illustri dei primi anni di apertura delle terme, si riporta la frequentazione abituale di Alessandro Manzoni. A partire dai primi anni del XX secolo, le terme diventeranno un luogo di villeggiatura mondano, in seguito all'apertura dell'allora Grand Hotel des Thermes.
Da allora le attività termali hanno costituito la principale attrazione turistica attorno alla quale ruota la vita della cittadina. Dopo una fase di calo strutturale e di crisi delle attività termali avvenuta durante gli anni novanta, a partire dalla ristrutturazione del 2007 le terme hanno ripreso a essere un polo di attrazione, soprattutto per le cure estetiche e per i centri benessere. Le attività e le cure termali sono praticabili nel parco delle terme, nell'attiguo Centro Cure Violati, oltre che nei centri benessere dei numerosi hotel della zona.
Il parco comunale delle incisioni rupestri di Luine si trova in posizione rialzata rispetto al centro di Boario, sulla destra orografica della valle, ed è raggiungibile a piedi dalla strada che collega Boario Alta a Gorzone.
Si tratta di un luogo ricco di numerose rocce d'arenaria rossa recanti le caratteristiche incisioni rupestri della Val Camonica, oltre a un piccolo stagno e a sbalzi erbosi. Nel parco sono visibili anche alcune marmitte glaciali, testimonianza dell'ultima glaciazione.
Fra le incisioni visibili nel territorio di Boario, va menzionato il megalite con figure di alabarde, chiamato Masso dei Corni Freschi. Il megalite e i suoi petroglifi sono visibili al di là della piccola collina di arenaria rossa detta "Monticolo", che si trova a est del centro di Boario Terme. Le incisioni raffigurate sul megalite risultano essere isolate, dato che nella stessa area non sono stati rinvenuti altri petroglifi.
Dal punto di vista stilistico, queste raffigurazioni sono assimilabili alle molte statue stele rinvenute in Valle Camonica e attribuite al periodo del Calcolitico Camuno, come del resto i più noti Massi di Cemmo e il Capitello dei Due Pini, considerati anche dello stesso periodo.
L'Archeopark sorge in prossimità del megalite, un parco tematico dedicato alla preistoria alpina, costruito attorno ad un laghetto artificiale. Il parco mostra le condizioni e le tecniche di vita dei popoli della preistoria alpina. Ospita inoltre numerosi laboratori archeodidattici e di archeologia sperimentale. Vi si trova anche un piccolo labirinto di rocce che, secondo alcuni archeologi, venne usato come prova di coraggio per far diventare adulti i ragazzini. Inoltre, dalle incisioni esaminate dagli studiosi, si pensa che essi, alla fine del labirinto, combattessero con scudo e spada.
Il Santuario della Madonna degli Alpini è stato inaugurato nel 1957 per commemorare i caduti della Battaglia di Nikolaevka.
Oltre alle cure termali e di benessere e alle escursioni al Parco delle Terme e alle Incisioni rupestri, è agevole praticare una serie di sport.
Nel periodo invernale, gli impianti sciistici di risalita di Borno e di Monte Campione sono raggiungibili con 40 minuti circa di automobile.
Nel 1982 Boario Terme fu sede di arrivo di una tappa del Giro d'Italia.

Montecchio è costruito in un punto strategico della valle, a ridosso del Monticolo una collina presente nel fondovalle della Valle Camonica: a causa di tale rilievo il fondo valle in quel punto ha una strettoia naturale, da cui è facile controllare l'accesso alla media e alta valle.
Anticamente chiamato Monticulus, in seguito Montegio o Montigio.
La storia di Montecchio è strettamente legata al castello.
Il castello di Montecchio fu un'importante rocca di costruita in posizione strategica per il controllo della bassa Valle Camonica, in un punto dove un ponte congiungeva le due sponde del fiume Oglio, nel comune di Darfo Boario Terme in frazione Montecchio.
Sorgeva sul dosso a sud del Monticolo, monticello di arenaria posizionato nel centro della vallata, luogo già frequentato in epoca antica come mostrano le incisioni preistoriche dei "Corni freschi".
Un importante documento storico del 21 maggio 1200 si ricorda un accordo effettuato tra i signori di Montecchio (tra i quali è citato "Lanfranco capo dei Federici") e Vicini della corte di Darfo riguardo alla spartizione di alcune isole create probabilmente da un'esondazione del fiume Oglio che divideva le due comunità.
Nel 1249 Giovanni e Teutaldo figli di Saporito, e Teutaldo Pagnono di Montecchio ricevono privilegi da Brescia, per la quale avevano recuperato l' "arcem et locum de Montegio", presumibilmente caduto in mano alla fazione antibresciana camuna.
Negli "Statuti contro i ribelli di Valcamonica" emessi dal Comune di Brescia nel 1288 si vede come il castello fosse stato nuovamente riconquistato dalla parte antibresciana (a quel tempo legata alla famiglia Federici) e la città in cambio della cattura del "Castro, rocha et terra de Montegio" prometteva mille libbre imperiali.
A seguito della Transictio del 1291 il castello rimase sei anni sotto il controllo di un podestà scelto dal Capitano del Popolo di Milano, Matteo Visconti (il quale era intervenuto come arbitro tra le due parti), per poi passare allo scadere dei sei anni nelle mani del Comune di Brescia.
Nel 1415 il castello è sotto il controllo di Pandolfo III Malatesta, e ne fa castellano di rocca tale Ziletto de Londres, sostituito nel 1416 da Maimosio Foresti.
Nel 1427 Francesco da Bussone, detto il Carmagnola, occupa la rocca per la Repubblica di Venezia e decreta la distruzione del castello. Forse una ulteriore distruzione si ebbe nel 1455 quando la Serenissima decretò l'abbattimento di tutte le rocche della Valle Camonica.
All'inizio del XX secolo rimaneva il basamento di una torre ed un sotterraneo con volta a botte e tracce di affreschi (chiamato bus dei pagà).
Il paese fu quasi integralmente distrutto nel 1471 da una frana alluvionale.
Importante in passato per le comunicazioni: vi si riscuotevano le gabelle e vi era presente l'unico ponte esistente tra Cividate Camuno e Pisogne. Il ponte costruito nel 1686 sostituì un più antico ponte in legno. Nei pressi del ponte si teneva il mercato franco. Probabilmente aveva anche un porto (esiste ancora la Piazza del Porto).
La parrocchiale di Santa Maria Assunta, ricorda l'esondazione del torrente Rovinazza abbattutasi sull'abitato nel 1471, che cancellò quasi del tutto l'antica parrocchiale. L'attuale venne edificata nel 1623, ed ampliata nel 1911.

Erbanno si trova ai piedi del Monte Altissimo. Sorge sulle sponde del torrente Budrio. Prima di diventare frazione fu comune autonomo.
La Chiesa di Santa Maria del Restello si trova all'ingresso settentrionale del centro storico. costruita dai Federici nel '500, contiene affreschi di Callisto Piazza. San Carlo, pur lasciando alla chiesa il titolo di parrocchiale, consigliava l'amministrazione dei sacramenti in Santa Maria, poiché più adatta e posta in luogo più decente.
La Chiesa di San Martino ha sul portale la data 1465 e l'autore: Bartolomeo da Erbanno. Contiene affreschi del XIII secolo. All'esterno una lapide che ricorda come Abramo Federici deviò il corso dell'Oglio a Montecchio.
La parrocchiale di San Rocco fu iniziata nel '600 e ultimata nel 1844.
La chiesetta di Santa Caterina e Gottardo si trova tra la torre ed il palazzo Federici, è del secolo XVI (rimaneggiata nel XVII).
La chiesetta di San Valentino con annesso Eremo si erge lungo il sentiero che da Erbanno porta alla cima del Monte Altissimo.
Il borgo medievale è ricco di cortili e portali in pietra intagliata.
Erbanno si trova nella bassa Val Camonica. Il nucleo storico del paese è stato edificato alle pendici dei monti che circondano il lato occidentale delle valle, in particolare alle pendici del monte Altissimo e dell'omonimo monte Erbanno, leggermente al di sopra del fondovalle. Molti sono i sentieri che partendo dal paese raggiungono le vette, in particolare è doveroso citare il sentiero CAI n. 155 che parte dalla piazza del paese passa per il santuario di S. Valentino (663 m s.l.m.) e raggiunge la vetta del monte Altissimo a quota 1.703.
Tra il 1545 ed il 1549 Esine ed Erbanno si contendono il bosco delle Toroselle.
Nel 1610 Giovanni da Lezze sostiene che i migliori vini della Val Camonica provengano da Erbanno.

Gorzone sorge alle pendici del Monte Altissimo. Fino al 1929 fu comune a sé stante.
Risalendo la Val Camonica verso nord est lungo il fondovalle, giunti a Boario Terme i massicci montuosi che compongono il lato ovest della valle si aprono: tra i monti Pora e Altissimo preannunciano l'inizio della Val di Scalve. Poco prima di Angolo Terme, lungo la strade che da Boario si avvia alla Val di Scalve, si trova Gorzone. Il paese è arroccato sulle pendici meridionali del Monte Altissimo, qualche decina di metri al di sopra del fiume Dezzo. Da Gorzone è possibile giungere alla cima del monte Altissimo seguendo una strada sterrata che passa da Terzano (in territorio di Angolo Terme).
La zona di Gorzone è probabilmente una delle prime località ad avere una presenza umana stabile in Valle Camonica, come dimostrano le incisioni rupestri presenti nel Parco archeologico comunale di Luine.
Alla confluenza con la Valle di Scalve fu un centro nodale tra gli scambi alpini.
Il 3 agosto 1198 Brescia stipulò un patto con Bergamo dando 400 lire imperiali in compenso di quanto i bergamaschi avevano pagato ai Brusati per il feudo di Gorzone, chiamato curte Gorzolli e dopo castrum Gorzoni.
Il castello di Gorzone appartenne alla nobile famiglia dei Federici.
Il castello sorge su uno sperone roccioso compreso tra Gorzone ed il fiume Dezzo, è una costruzione spoglia, austera, con finestre ad arco acuto, senza più torri. In una foto del 1920 si vedono i resti di almeno una torre.
All'esterno un ampio parco orientato verso est, mentre sui lati meridionale e occidentale è presente una scoscesa scarpata che scende nel fiume Dezzo.
La struttura risalirebbe al 1160, ad opera della famiglia Brusati, poi divenuta Federici, ghibellini, alleati di Federico Barbarossa.
Nel 1287, a seguito della grande ribellione camuna, il comune di Brescia, emette un bando contro la famiglia Federici con una ricompensa per la distruzione delle sue rocche. Il castello venne distrutto e saccheggiato nel 1288, ma grazie alla riappacificazione tra la famiglia ghibellina ed il Comune bresciano, grazie all'arbitrato di Matteo Visconti, la rocca venne ricostruita tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo.
Negli anni 1490-1495, grazie alla pax veneta, il castello perde la sua funzione di rocca e si trasforma in residenza signorile, ampliandosi e costruendo un loggiato interno in stile veneziano.
Inciso sulla pietra simona del portale d'ingresso, oltre allo stemma dei Federici (scacchi d'argento trasversali in campo azzurro) c'è quello dei signori veronesi Della Scala.
Il giardino interno, sul quale si affaccia un loggiato con archi e colonne ricchi di stemmi, presenta un pozzo di raccolta d'acqua piovana.
All'interno sono presenti sale, pareti finemente decorate, soffitti a cassettone con pregevoli decorazioni.
Al di sotto del castello vi erano delle gallerie, oggi parzialmente crollate, che comunicavano con l'esterno, verso il Dezzo e la Casa Caffi, che apparteneva ai Federici del ramo cadetto.
L'importante complesso artistico gorzonese è l'unico castello in Valcamonica rimasto integro in tutta la sua struttura.
Il castello è separato dal gruppo di case della contrada da un muraglione in pietra viva che ha inizio dal portale d'ingresso e prosegue collegandosi con il fianco esterno della chiesa di S. Giovanni Battista. L'ampio portale trecentesco d'entrata è formato da conci in arenaria rossa. Sul muro di cinta alla destra del portale, si trova un concio di pietra disposto orizzontalmente che reca incisa l'iscrizione: 1.6 / 4 / GB.
Superato il portale, concluso il tratto di rampa a selciato è presente sulla destra un secondo muro di cinta, basso e terminato da merli che immette nella spianata antistante al lato sud-est del castello.
Il lato sud-est è costituito a destra da una porzione in pietra viva, una centrale dove è presente la porta di accesso al cortile principale e a sinistra un corpo su due livelli con l'entrata al cortile minore.
Il lato sud-ovest si affaccia sulla forra del fiume Dezzo, presenta le facciate dei due corpi di fabbrica che costituiscono i blocchi formanti il cortile minore del castello. Un muro di cinta a terminazione orizzontale più basso che chiude il cortile minore del castello e che presenta nel mezzo un ampio arco a pieno centro oggi murato, chiude lo spazio fra i due corpi di fabbrica.
La parete destra può essere divisa in tre fasce cronologiche: quella centrale è databile tra la fine del XIII e il primo quarto del XIV; l'estremo lato destro e il lato sinistro possono essere correlate al periodo a cavallo tra la fine del Quattrocento e l'inizio del secolo XVI.
Il muro della facciata del corpo di fabbrica di sinistra non presenta aperture di particolare rilievo ma nell'angolo in basso a sinistra, è presente una piccola apertura trecentesca che immette su una terrazza esterna.
Il lato nord-ovest è diviso in tre settori con differenti altezze, è fissato su una scarpata di arenaria rossa e si presenta nella sua totalità composto da varie successioni architettoniche tutte riferibili al XIV secolo.
Il lato nord-est è a tre livelli e mostra anch'esso una successione di varie fasi evolutive susseguitesi nel corso del Trecento. Nell'angolo in basso a destra è presente una scaletta con rampa che porta attraverso un pianerottolo ad una porta.
Il paese è ricordato (Ghorzò) nel 1509 nella mappa della Valle Camonica disegnata da Leonardo da Vinci e conservata a Windsor.
Nel 1929 viene aggregato al comune di Darfo Boario Terme.

Nel mese di agosto ad Angone si tiene una sagra con punto di ristoro dove viene servita l'anatra ripiena con verza e polenta, una specialità tipica.
Confina a nord con Pian di Borno a est con Sacca a sud con Erbanno e a ovest con il comune di Borno

Capo di Lago, costituita da un borgo di poche decine di abitanti, è sorto sulle sponde del lago Moro tra le colline delle Sorline e di Rodino alle pendici del Monte Pora.
Presso Capo di Lago passavano antiche strade di comunicazione, tra cui un troncone della via Valeriana costruita dai Romani, che ricalcava in gran parte antichi sentieri battuti da millenni dalle popolazioni autoctone.
Fino al 1959 ha fatto parte del comune di Angolo Terme.
La chiesetta di Sant'Apollonia fu costruita nel Settecento su una cappella preesistente.
Il paese ha una piccolo, ma significativo, indotto dovuto al turismo legato al vicino lago.



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