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martedì 1 dicembre 2015

VAL DI NIZZA



Val di Nizza è un comune situato nell'alta collina dell'Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Nizza, affluente della Staffora.

La storia del territorio di Val di Nizza si incentra sull'antico castello di Oramala, una delle più importanti fortezze dei Malaspina. La località, al confine tra le sfere di influenza dei vescovati di Tortona e Bobbio, fu acquistata nel 1029 dal marchese Ugo, della stirpe degli Obertenghi, e da lui giunse in eredità al nipote Alberto da cui discesero i Malaspina. Nelle successive suddivisioni ereditarie della famiglia si definì un ramo di Oramala, detto poi di Godiasco, che a sua volta si suddivise in cinque rami: uno ebbe il dominio su Oramala, un altro quello su Valverde, cui faceva capo Sant'Albano. Mentre Valdinizza rimase nel bobbiese fin dalla donazione da parte di Carlo Magno nel 794.

Nel XVII secolo tutto l'attuale comune, con altre terre adiacenti, era compreso nel Marchesato di Godiasco, che era una delle principali giurisdizioni separate, dotate di larga autonomia, aggregate all'Oltrepò Pavese. Era gestito in regime consortile dalle innumerevoli ramificazioni della casata malaspiniana. Nel territorio attuale di Val di Nizza si distinguevano tre comuni: Valdinizza, Oramala e Sant'Albano, che sopravvissero all'abolizione del feudalesimo nel 1797.

Unito con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrò a far parte poi della Provincia di Bobbio. Nel 1801 il territorio è annesso alla Francia napoleonica fino al 1814. Nel 1817 il comune di Oramala, un tempo il centro principale della zona ma ormai decaduto dopo la fine della signoria malaspiniana, fu aggregato a Val di Nizza. Nel 1859 entrò a far parte nel Circondario di Bobbio della nuova provincia di Pavia e quindi della Lombardia.

Nel 1923 venne smembrato il Circondario di Bobbio e suddiviso fra più province. Sant'Albano, che dopo l'unità d'Italia aveva preso il nome di Sant'Albano di Bobbio (CC I211), fu soppresso e unito a Val di Nizza nel 1929.

La Chiesa parrocchiale di San Paolo in Val di Nizza (Niza), la chiesa il territorio di Val di Nizza ed il castello di Casalasco erano un possedimento del monastero di Bobbio fin dal 794. Dalla pieve dipendevano le chiese di S. Eusebio e della Natività di S. Maria di Oramala e di S. Colombano di Monteforte (Varzi). Nel 1014 passa nella Diocesi di Bobbio, fino al 1817 quando passa alla Diocesi di Tortona.
La Chiesa parrocchiale di Sant'Albano in Candubrio è posta nella frazione di Sant'Albano. Il primo documento che cita la chiesa e la corte di Candubrio come dipendenza del monastero di Bobbio, è dell'862; nel 972 compare assieme agli altri possedimenti limitrofi del castello di Monfalcone (oggi scomparso), di Val Verde (Virdim), Val di Nizza (Niza) e metà della corte di Oramala con altri borghi, territori e castelli. Nel 1014, con la creazione della Diocesi di Bobbio i possedimenti e la chiesa passano alle dipendenze del vescovo di Bobbio. Ricostruita verso la metà del 1400, venne eretta a parrocchia nel 1470, attualmente con il titolo di arcipretura dipende dal vicariato di Bobbio, Alta Val Trebbia, Aveto e Oltre Penice della Diocesi di Piacenza-Bobbio.

Questo paese fa parte del territorio culturalmente omogeneo delle Quattro province (Alessandria, Genova, Pavia, Piacenza), caratterizzato da usi e costumi comuni e da un importante repertorio di musiche e balli molto antichi. Strumento principe di questa zona è il piffero appenninico che accompagnato dalla fisarmonica, e un tempo dalla müsa (cornamusa appenninica), guida le danze e anima le feste.

La frazione di Oramala fa parte del club i borghi più belli d'Italia.

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mercoledì 7 ottobre 2015

CANEVINO

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Canevino è un comune situato nell'alta collina dell'Oltrepò Pavese, presso le sorgenti dei torrenti Versa e Scuropasso. Si tratta di un comune sparso poiché la sede comunale è nella frazione Caseo, situata più in basso rispetto a Canevino che si trova in cima ad un'alta collina.

Il toponimo si trova citato per la prima volta nel documento del 940, sulla storia di San Colombano, dove si dice che quando le reliquie di S. Colombano, da Bobbio furono portate in pellegrinaggio a Pavia da re Ugo, il corteo, che attraversò tutte le proprietà del monastero di San Colombano di Bobbio, passò anche da Canevino, allora proprietà del monastero (Goggi 1973). Come Mons Canavini viene citato nell'elenco delle terre del contado di Pavia del 1250 come appartenente all'Oltrepò (Soriga 1913). Costituiva unico feudo con Cigognola e nel sec. XVI si contavano 120 anime. Nel sec. XVII le anime erano 116. Come Canavino compare nell'elenco delle dichiarazioni del focatico del Principato di Pavia per l'anno 1537 come appartenente alla Congregazione rurale dell'Oltrepò e Siccomario (Focatico Oltrepò e Siccomario, 1537). Canevino nel 1634 è inserito come appartenente all'Oltrepò, nell'elenco delle terre del principato di Pavia censite per fini fiscali da Ambrogio Opizzone (Opizzone 1634). Con il trattato di Worms del 1743 Canevino passò sotto il dominio di casa Savoia. La comunità di Canevino è compresa nell'elenco delle terre e luoghi che hanno mandato un proprio rappresentante in Voghera alla riunione generale per l'elezione della congregazione dei possessori dei beni rurali nella parte del principato di Pavia detta Oltrepò nell'anno 1744 (Convocato Oltrepò, 1744). Con manifesto camerale del 9 novembre 1770 vengono stabiliti gli uffici di insinuazione, Canevino viene inserito nella tappa di Broni (tappa insinuazione 1770). Il 6 giugno 1775 viene approvato il regolamento per "le Amministrazioni de pubblici" (Amministrazioni de pubblici 1775); pur non avendo reperita specifica documentazione relativa all'ordinamento comunale, si può ipotizzare che Canevino fosse amministrato da un sindaco e quattro consiglieri componenti il consiglio ordinario. Nella compartimentazione del 15 settembre 1775 Canevino si trova inserito nel distretto di Voghera (editto 15 settembre 1775) nel manifesto senatorio del 29 agosto 1789 che stabilisce il riparto in tre cantoni della provincia di Voghera, Canevino, viene inserito nel terzo cantone di Broni (riparto 1789). Il prefetto del dipartimento di Marengo, in base alla legge del 28 piovoso anno VIII (febbraio 1800), nomina i maires e gli aggiunti della municipalità di Canevino con decreto del 23 fruttidoro anno IX (settembre 1801). Canevino viene inserito nel dipartimento di Marengo e nel circondario di Voghera (decreto Campana 1801). Il primo pratile anno X (maggio 1802) il prefetto del dipartimento di Marengo decreta la nomina dei consiglieri municipali in numero di 10 i quali dovranno restare in carica per tre anni (decreto Campana 1802). Nel 1805 in funzione del rimaneggiamento dell'amministrazione ligure - piemontese voluta da Napoleone Bonaparte, Canevino con decreto del 13 giugno 1805 viene aggregata al dipartimento di Genova circondario di Voghera (decreto 1805, ASC Casei Gerola). L'amministrazione provvisoria della città e provincia di Voghera (manifesto 27 aprile 1814) ripristinava nei comuni l'antico regime con l'ordine di osservanza del regolamento amministrativo del 1775. In base al regio editto del 27 ottobre 1815 per il nuovo stabilimento delle province dipendenti dal senato di Piemonte e della loro distribuzione in mandamenti di giudicature e cantoni per le assise,Canevino veniva definitivamente inserito nel mandamento di Soriasco appartenente al secondo cantone della provincia di Voghera (regio editto 1815, ASCVo), sede di intendenza e prefettura e appartenente alla divisione di Alessandria. Dipendeva dal senato di Torino e l'ufficio dell'insinuazione e postale avevano sede in Broni. Per mezzo del regio editto del 10 novembre 1818 "portante una nuova circoscrizione generale delle provincie de' regi stati di terra ferma" la comunità di Canevino viene inserita nell'undicesimo mandamento di Soriasco, provincia di Voghera, divisione di Alessandria (ASC Casei Gerola). La popolazione di Canevino contava 346 abitanti (Casalis 1836). Vengono aggregate a Canevino le frazioni di: Caseo, Colombara, Costa, Morgone, Mollie e Pianaversa. Nel 1859 Canevino con una popolazione di 351 abitanti entra a far parte della provincia di Pavia, e viene inserito nel VIII mandamento di Soriasco del circondario di Voghera (decreto 1859). In seguito all'unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Canevino con 351 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento VIII di Soriasco, circondario IV di Voghera, provincia di Pavia. Alla costituzione nel 1861 del Regno d'Italia, il comune aveva una popolazione residente di 333 abitanti (Censimento 1861). In base alla legge sull'ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Nel 1867 il comune risultava incluso nello stesso mandamento, circondario e provincia (Circoscrizione amministrativa 1867). Popolazione residente nel comune: abitanti 319 (Censimento 1871); abitanti 329 (Censimento 1881); abitanti 361 (Censimento 1901); abitanti 367 (Censimento 1911); abitanti 431 (Censimento 1921). Nel 1924 il comune risultava incluso nel circondario di Voghera della provincia di Pavia. In seguito alla riforma dell'ordinamento comunale disposta nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestà. Popolazione residente nel comune: abitanti 444 (Censimento 1931); abitanti 411 (Censimento 1936). Nel 1936 il comune di Canevino venne aggregato al nuovo comune di Pometo. Nel 1947 venne ricostituito il comune autonomo di Canevino disaggregandone il territorio dal comune di Pometo (D.L.C.p.S. 19 ottobre 1947, n. 1269). In base alla legge sull'ordinamento comunale vigente il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Popolazione residente nel comune: abitanti 332 (Censimento 1951); abitanti 264 (Censimento 1961); abitanti 172 (Censimento 1971). Nel 1971 il comune di Canevino aveva una superficie di ettari 474.

La quattrocentesca chiesa parrocchiale di Nostra Signora Assunta, di probabile più antica origine romana, si erge su un rilievo, raggiungibile con una scalinata di 133 gradini sui quali furono trasportate nel 930 le spoglie di San Colombano in transito da Piacenza a Pavia.

La Chiesa di Canevino fu sicuramente una delle prime chiese cristiane dell'Oltrepò Pavese; la quiete e la solitudine del luogo sono gli stessi da più di 1.000 anni; qui si può riscoprire la dimensione più "intima" e profonda della religiosità.

II luogo è molto suggestivo: la vista spazia a 360°, dal Penice ai Colli Piacentini e fino alle Alpi; alcuni reperti indicano chiaramente che il luogo era già sacro in epoca pagana, come le antiche sepolture ritrovate e la lapide funeraria di epoca romana murata su un fianco della chiesa.

La suggestione e la bellezza dei luoghi che circondano il borgo ha dato il via ad un nuovo modo di vivere la natura, recuperando anche parte del medioevale percorso di San Colombano, lungo il quale sono sorti alcuni agriturismi.

Le attività agricole e soprattutto vitivinicole sono comunque sempre quelle prevalenti; le colline che circondano Canevino sono interamente coperti di vigneti, con molte che producono i grandi vini che caratterizzano l’Oltrepò pavese.



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VARZI



Varzi è un comune situato nell'Oltrepò Pavese, in una conca al centro della valle Staffora, alla destra del torrente omonimo, sulla ex Strada statale 461 del Passo del Penice.

Di probabile origine ligure, Varzi è noto dal 993, quando era possesso dell'abbazia di San Colombano di Bobbio; in quell'epoca non era che una dipendenza della curtis di Ranzi, attualmente una piccola località nel territorio comunale. Presso Varzi sorgeva l'antica pieve di San Germano, della diocesi di Tortona, da cui dipendevano molti paesi della valle. Come il resto della vallata, cadde sotto il potere dei Malaspina, che ne ebbero regolare investitura nel 1164. Il diploma imperiale non cita ancora Varzi, ma i castelli circostanti. Probabilmente il paese cominciava a svilupparsi grazie ai traffici dei mercanti che, percorrendo la via del sale, dalla pianura risalivano la valle per raggiungere la costa ligure attraverso i passi del Pénice, Brallo e Giovà. La fortuna di Varzi iniziò nel XIII secolo: le successive divisioni ereditarie tra i Malaspina determinarono nel 1221 la separazione tra i Malaspina dello Spino Secco (in Val Trebbia) e dello Spino Fiorito (in Valle Staffora); questi ultimi si divisero nel 1275 tra altre tre linee; il marchese Azzolino, capostipite della linea di Varzi, vi prese dimora, vi fece costruire il castello e fortificò il borgo, facendone il capoluogo di una vasta signoria. Essa comprendeva, oltre che gran parte del comune di Varzi attuale (tranne le frazioni Cella, Nivione e Sagliano che appartenevano al marchesato di Godiasco), il comune di Menconico e parte di quelli di Santa Margherita di Staffora e di Fabbrica Curone. Nel 1320 i Malaspina diedero a Varzi gli Statuti, compilati dal giurisperito cremonese Alberto dal Pozzo.

I Malaspina, seguendo il diritto longobardo che prevedeva la divisione ereditaria tra tutti i discendenti maschi, si suddivisero in molteplici linee, ognuna delle quali aveva poteri sempre più limitati: o su frazioni del territorio (Menconico, Santa Margherita di Staffora, Fabbrica Curone, Pietragavina, Monteforte ecc.) o su quote del capoluogo, che finì per essere amministrato in condominio da una pluralità di marchesi Malaspina, non di rado rissosi e turbolenti. Ne derivò inevitabilmente la rovina del marchesato: non solo dovette riconoscere la supremazia del Duca di Milano, che prese a disporne a proprio piacimento malgrado i diplomi imperiali, ma finì per cadere sotto il dominio di un estraneo, il conte Sforza di Santa Fiora, che dopo aver ottenuto l'investiture del terziere di Menconico in cui si era estinta la locale linea dei Malaspina, a poco a poco acquistò la maggior parte delle quote feudali finendo per essere riconosciuto unico feudatario di Varzi. Ai Malaspina rimaneva solo il titolo di Marchesi, la proprietà del castello e una serie di redditi dispersi e sempre più esigui.

La progressiva rovina dei Malaspina comunque non diminuì la prosperità di Varzi, che rimase il centro dei commerci della valle e uno dei maggiori centri dell'Oltrepò. Il marchesato di Varzi era una delle principali giurisdizioni dell'Oltrepò, cioè uno dei grandi feudi dotati di larga autonomia giudiziaria e fiscale. Nel XVIII secolo, passato ai Savoia nel 1743, fu sede di uno dei tre cantoni giudiziari in cui era divisa la provincia dell'Oltrepò. Il regime feudale ebbe termine nel 1797. In quest'epoca il territorio comunale era molto più piccolo di oggi. All'inizio del secolo successivo furono uniti i soppressi comuni di Bosmenso e Monteforte, che avevano costituito una signoria, nell'ambito della giurisdizione di Varzi, rimasta sempre ai Malaspina.

Unito con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrò a far parte poi della Provincia di Bobbio. Nel 1801 il territorio è annesso alla Francia napoleonica fino al 1814. Nel 1859 entrò a far parte nel Circondario di Bobbio della nuova provincia di Pavia e quindi della Lombardia.

Nel 1872 fu unito a Varzi il comune di Pietra Gavina. Nel 1923 venne smembrato il Circondario di Bobbio e suddiviso fra più province. Nel 1929 vi furono uniti i comuni di Sagliano di Crenna, Cella di Bobbio (in parte, il resto del territorio aggregato a Santa Margherita di Staffora) e Bagnaria (che riacquistò l'autonomia nel 1946).

Dopo l'8 settembre del 1943, come in tutto l'Oltrepò Pavese, si formarono le prime bande partigiane e Varzi divenne, sul finire del settembre del 1944, il centro di una zona libera (le cosiddette 'repubbliche partigiane'), comprendente 17 comuni circostanti. Rimase territorio libero fino al 29 novembre.

Pietragavina è uno dei castelli citati nel diploma imperiale del 1164; appartenne ai Malaspina di Varzi, poi di una linea detta di Pietragravina, estinta nel XV secolo. Passò allora ai Dal Verme, signori di Bobbio; nel 1723 fu venduto ai Tamburelli di Bagnaria.
Sagliano apparteneva al Marchesato di Godiasco, ed era feudo di una linea dei Malaspina di Oramala e Godiasco. Nel 1863 ebbe il nome Sagliano di Crenna.
Cella è nota sin dall'835, quando dipendeva dall'abbazia di Bobbio; è pure uno dei luoghi citati nel diploma imperiale del 1164. Nelle divisioni ereditarie tra i Malaspina toccò al ramo di Godiasco, da cui derivò il ramo dei Malaspina di Cella. Il marchesato di Cella comprendeva una lunga striscia di terra sul lato occidentale della valle Staffora, nei comuni di Varzi e Santa Margherita, con centri quali Nivione, Capo di Selva, Casale, Castellaro, Cegni, Cignolo e Negruzzo. Il marchese Barnabò Malaspina si ribellò agli Sforza nel 1514 e finì squartato a Voghera; il marchesato fu confiscato e dato agli Sforza di Santa Fiora, feudatari di Varzi. Nel XVIII secolo il marchesato comprendeva molti comuni (i centri già citati), che all'inizio del successivo furono concentrati nel comune di Cella, il quale nel 1863 prese il nome di Cella di Bobbio (essendo Bobbio il capoluogo del circondario cui il comune apparteneva).

La chiesa dei Cappuccini, dedicata a san Germano è una delle chiese più antiche della Valle Staffora.

Questo edificio sostituì la preesistente pieve presente a Varzi fin dal V secolo; fu quindi per quattro secoli parrocchia di Varzi e pieve dell'alta valle Stàffora e cioè fino al 1594, quando fu inaugurata l'attuale chiesa parrocchiale. Lasciata per qualche decennio in stato di abbandono, riprese vita nel 1623, quando vi si stabilirono per la prima volta i cappuccini. Essi vi edificarono a fianco il convento, incorporandovi la vecchia canonica esistente. Dopo 180 anni di attività monastica nel 1802 Napoleone soppresse convento e chiesa, che furono venduti all'asta e poi affittati ai contadini. Nel 1903 i cappuccini riscattarono il convento e riconsacrarono la chiesa che è tuttora in loro possesso.

La chiesa, costruita nel XII secolo, segna il passaggio dall'età romanica a quella gotica. Nella prima parte della navata, a partire da semipilastri di sezione composita, i cui capitelli sono stati scalpellati e sono pertanto illeggibili, si sviluppano arcate a doppia ghiera in mattoni; quella settentrionale, al centro della ghiera interna, verso la navata centrale, include un rilievo con quadrupede a testa in giù. Queste arcate ricadono su pilastri circolari con basi attiche; quelle successive sono a ghiera semplice, laterizia con conci in pietra inseriti in chiave e alle reni. La coppia di sostegni che segue è di sezione rettangolare e a base semplice. Su ogni lato si ha poi la sequenza di due arcate a doppia ghiera in pietra; poggianti su pilastri che si caratterizzano per le basi con inserti figurati. L’ultima campata, infine, presenta ghiera in pietra, ma più ampia delle precedenti; i sostegni in corrispondenza di questa si fanno di sezione complessa e i capitelli sono a crochet, tipicamente gotici, così come l’arcata trionfale a sesto acuto. L'area presbiteriale,modificata secondo stilemi gotici, era in origine un corpo dotato di absidi semicircolari, come testimoniato dalle tracce rinvenute durante i lavori degli anni settanta. Anche la facciata testimonia questa natura composita. Il prospetto presenta un profilo a salienti, in cui la parte inferiore, in muratura lapidea listata, si differenzia nettamente dalla superiore, laterizia, per tecnica e materiali impiegati. La porzione superiore della facciata è ornata da un fregio ad archetti intrecciati, rampanti e a sesto acuto, con peducci per lo più a decorazione geometrica o con protomi umane; se per le porzioni inferiori si può proporre una datazione nell'ambito del XII secolo, questo coronamento è certamente appartenente ad una fase cronologicamente più avanzata.

Resti di affreschi si trovano sull'arcata trionfale. Dalla tipica posizione della Madonna con testa reclinata su un fianco e le braccia incrociate, possiamo dedurre che il soggetto rappresentato è l’annunciazione. L’espressione del volto della Madonna e la presenza di oggetti in prospettiva lasciano pensare che il frammento sia di epoca posteriore rispetto alla costruzione. A completamento dell'opera, si scorgono ancora frammenti esterni al soggetto principale. Si tratta di una decorazione semplice, con i resti di una striscia, di righe intrecciate, che costituiva la cornice. Essa presenta un cromatismo molto forte (rosso acceso alternato al giallo ocra) che probabilmente caratterizzava tutta l'opera.

La storia del Tempio della Fraternità è strettamente legata al ricordo della II Guerra Mondiale. Un cappellano, reduce dalla guerra, trovandosi nella necessità di dover ricostruire la piccola chiesa del suo paese sui monti, ebbe l'idea di raccogliere le rovine del conflitto e con esse ricostruire il tempio come simbolo ed auspicio di una ricostruzione più grande: quella della fratellanza umana.

Questo prete-soldato ebbe la fortuna di incontrare casualmente a Parigi l'allora Nunzio Apostolico Mons. Angelo Roncalli che divenne poi Papa Giovanni XXIII.
Il futuro Pontefice prese subito a cuore l'iniziativa, l'incoraggiò e l'aiutò inviando anche la prima pietra, tolta dall'altare frantumato di una chiesa nei pressi di Coutances, distrutta durante lo sbarco degli Alleati in Normandia nel giugno 1944.
Dietro quella rovina ne seguirono molte, inviate da tutte le città dove maggiormente infuriò la guerra: da Berlino , da Londra, Dresda, Varsavia, Montecassino, El Alamein e anche da Hiroshima e Nagasaki. Un centinaio di località hanno contribuito all'erezione dell'altare maggiore inviando ognuna una rovina del loro monumento più significativo. Milano inviò alcune guglie del Duomo, cadute durante i bombardamenti.

La fama di questo comune nasce da un incredibile cocktail di bellezze naturali, dolcezza del clima, cieli azzurri, profumi, sapori, colori, suggestioni. E' difficile trovare una cittadina dai panorami più vari di Varzi: le montagne e le colline coperte di lussureggiante vegetazione, le acque dello Stàffora che scorrono allegre, i tetti e i muri dai delicati colori dolcemente smorzati dal tempo. Il centro storico medioevale merita su tutto una visita. E' così caratteristico che ciascuno può inventarsi un itinerario diverso: via del Mercato, via della Maiolica, vicolo Dietro le Mura, Via Roma, via Di Dentro. Qui batte il "cuore" più antico di Varzi, qui si intuisce il disperato anelito a serbare le tracce di un passato denso di segni architettonici. Dappertutto si respira aria del passato: otto secoli di storia documentati nelle testimonianze delle sue chiese, delle sue torri, del suo castello.
La "Torre Malaspina"è il simbolo misterioso e potente che da secoli domina Varzi. Il monumento, del secolo XIII, è alto m. 29 (lato Piazzetta Moro), ha un perimetro di m. 32,80, lo spessore dei muri varia da m. 1,70 a m. 0,65; la sommità si raggiunge con i 41 gradini esterni alla struttura della torre e con gli 89 gradini ricavati nell'intercapedine perimetrale.
Voluto dai Malaspina, rimase di loro proprietà fino alla seconda metà del secolo XV. Successivamente passò, insieme a parte del Feudo agli Sforza di Santa Fiora, divenuti nel XVII secolo "Cesarini Sforza". Ora è di proprietà comunale. Le quattro stanze, dislocate l'una sopra all'altra e collegate da una lunga, ripida e stretta scalinata, furono adibite a prigione, prima per la giurisdizione feudale (nel 1460 vi furono rinchiuse venticinque donne ed alcuni uomini - accusati dall'Inquisizione di stregoneria - e bruciati nella vicina piazza), in seguito come carcere del "Mandamento" di Varzi e successivamente per il territorio di competenza della locale Stazione dei Carabinieri.
La sua funzione originaria si esaurì negli anni Sessanta, quando i Carabinieri allestirono due "camere di sicurezza" all'interno della loro nuova Caserma.
Dopo un primo impatto così particolare con il paese, sarà ancora più affascinante andare alla scoperta del centro storico: portici, viuzze, torri, campanili, palazzi medioevali, bottegucce ricche di prodotti locali (salame, torta di mandorle, funghi, mele, pere, formaggi,ecc.).


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ROCCA DE' GIORGI

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Rocca de' Giorgi è un comune situato nell'area collinare dell'Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Scuropasso. L'insediamento è sparso: l'antica rocca e la parrocchiale si trovano su due colli sui due opposti lati della valle, mentre la sede comunale, Villa Fornace (con la villa del conte Giorgi di Vistarino), è a fondovalle.

Rocca de' Giorgi, sede di un'antica pieve della diocesi di Piacenza, fu fortificata fin dall'alto medioevo, probabilmente da un antico signore di nome Aimerico. Si chiamava infatti Rocca di Aimerico quando, nel 1164, è citata tra i luoghi dell'Oltrepò che passarono sotto il dominio pavese. Vi ebbe successivamente la signoria la famiglia pavese Campeggi, per cui prese il nome di Rocca Campesana; passò poi sotto il dominio dei Sannazzaro, e per matrimonio a Fiorello Beccaria, che ricostruì la Rocca che da allora fu detta Rocca di Messer Fiorello, o Roccafirella. Nell'ambito del dominio dei Beccaria, giunse al ramo di Montebello, appartenendo al feudo di Montecalvo. Estinti nel 1629 i Beccaria, fu acquistato dai conti Giorgi di Vistarino (feudatari anche di Pietra de' Giorgi ed imparentati con i Giorgi di Ferentino, già proprietari delle omonime fornaci), dai quali col tempo prese il nuovo nome. I loro discendenti sono tuttora i maggiori proprietari del comune, nonostante l'abolizione del feudalesimo nel 1797.

Nel 1938 fu unita a Rocca de' Giorgi la frazione Vallorsa, smembrata dal disciolto comune di Montù Berchielli (diviso tra Montalto Pavese e Ruino)

Documenti risalenti al Medio Evo nominano la fortificazione come Rocca di Aimerico, un tributo a colui che la realizzò. La rocca cambiò successivamente denominazione diventando Rocca Campesana dal nome della famiglia pavese Campeggi.
Passò poi sotto il dominio dei Sannazzaro e, per matrimonio, a Fiorello Beccaria che ricostruì la Rocca che da allora fu detta Rocca di Messer Fiorello, o Roccafirella. Nell’ambito del dominio dei Beccaria, la fortificazione giunse al ramo dei Montebello, appartenendo al feudo di Montecalvo.
Estinti nel 1629 i Beccaria, le loro proprietà furono acquistate dai Conti Giorgi di Vistarino (proprietari anche di Pietra de’ Giorgi), dai quali la Rocca prese il nome con cui è conosciuta oggi. I loro discendenti sono tuttora i maggiori proprietari del comune.


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RUINO

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Ruino è un comune situato nell'alta collina dell'Oltrepò Pavese, sul lato sinistro della valle del Tidone, nel nodo idrografico da cui si dipartono le principali dorsali collinari dell'Oltrepò. A Ruino si trova uno dei più importanti valichi della provincia di Pavia: il passo del Carmine, che la collega a Zavattarello.

Ruino appartenne nel medioevo ai domini dell'abbazia di San Colombano di Bobbio, e fu incluso nel territorio dell'alta val Tidone soggetto all'episcopato bobbiese. Nel 1164 fu tra i centri dell'Oltrepò assegnati con diploma imperiale al dominio della città di Pavia; nonostante le successive conferme, forse Pavia non riuscì a consolidare il dominio su Ruino, che in effetti in seguito seguì le sorti di Zavattarello, capoluogo della valle, nelle infeudazioni ai Landi (1269), e ai Dal Verme, che dal 1372 ne ebbero ininterrottamente la signoria fino all'abolizione del feudalesimo (1797). Non faceva parte dell'Oltrepò Pavese propriamente detto, ma della giurisdizione dei feudi vermeschi, aggregati al Principato di Pavia. Torre degli Alberi, già Torre d'Albera, faceva parte originariamente del feudo di Fortunago; quando i Dal Verme, feudatari anche di Fortunago, ne furono estromessi, poterono tenere Torre d'Albera, che cominciò così a orbitare sul feudo di Zavattarello e Ruino, pur restando un comune e feudo camerale dell'Oltrepò propriamente detto, non compreso nella giurisdizione dei feudi vermeschi. Nel 1817 fu aggregato al comune di Ruino. Nel 1936 il comune di Ruino e quello di Canevino furono uniti nel comune di Pometo, dal nome della località scelta come nuovo capoluogo. Nel 1937 il territorio di Moncasacco, frazione del soppresso comune di Caminata, fu unito a Pometo. Nel 1938 il soppresso comune di Montù Berchielli fu spartito tra Montalto Pavese (cui andarono il capoluogo Cà del Fosso e la sede parrocchiale Villa Illibardi), Pometo (cui andò la località che dava il nome al comune, Montù Berchielli, con l'antico castello), e Rocca de' Giorgi). Montù Berchielli aveva sempre seguito le sorti di Montalto. Nel 1947 il comune di Pometo fu abolito e si riformarono i comuni di Canevino e Ruino. Tuttavia a Ruino restò il territorio di Montù Berchielli, e la sede comunale rimase a Pometo. Nel 1950 il territorio di Moncasacco fu restituito al ricostituito comune di Caminata, ora in provincia di Piacenza.

La chiesa parrocchiale di San Pietro, eretta nel 1612 venne riconsacrata nel 1790, e dipende con il titolo di prevostura dal vicariato di Bobbio, Alta Val Trebbia, Aveto e Oltre Penice della Diocesi di Piacenza-Bobbio.
Dalla Chiesa di Ruino dipendono:

Santuario di Nostra Signora della Mercede di Montelungo
Oratorio di San Felice da Cantalice al Carmine
Oratorio della Medaglia Miracolosa a Canavera
Chiesa parrocchiale di Sant'Antonio Abate e di Nostra Signora di Fatima a Pometo, parrocchia eretta nel 1949 e sorta dopo lo smembramento da Ruino, dipende anch'essa dalla Diocesi di Piacenza-Bobbio.

Le frazioni di Ruino sono: Pometo, Carmine, Torre degli Alberi, Canavera e Casa Vannone. La Chiesa Parrocchiale dedicata a S. Pietro Apostolo, che conserva al suo interno un' opera statuaria di legno del 1600; il bellissimo Castello di Torre degli Alberi caratterizzato da una torre in pietra e mattoni.


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lunedì 28 settembre 2015

BORGORATTO MORMOROLO



Borgoratto Mormorolo è un comune situato tra le colline dell'Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Ghiaia di Borgoratto, ramo sorgentifero del Coppa.

Borgoratto Mormorolo riflette nel proprio nome due antiche e distinte realtà insediative: quella del borgo, localizzato nell’attuale area del municipio, e quello di Mormorola, nome che dal XIII secolo designa la pieve, erede della ben più antica azienda agricola bobbiese di Memoriola. Dall'epoca longobarda il territorio era compreso nei possedimenti dell'Abbazia di San Colombano di Bobbio.

Per quanto concerne l’origine del toponimo, Borgoratto potrebbe alludere al suo scosceso territorio (ratto = ripido) o meglio derivare da burgulus che designerebbe nuclei abitativi e piccoli borghi. Attualmente fanno parte del comune di Borgoratto Mormorolo le frazioni di Inveriaghi, Femminico, Zebedo, Braglia, Ca’ Bernocchi, Ca’ Facchini, Gabbione, Boiolo e Illibardi, abitati la cui origine risale  almeno in parte all’epoca tardo antica e altomedioevale. I toponimi di Zebedo e Illibardi sembrano essere di origine germanica: il primo, citato nel diploma con cui Federico I nel 1164 concedeva alla città di Pavia il dominio sull'Oltrepò, indica un originario insediamento di Gepidi (V-VI secolo); il secondo è  ricordato come  castello nel X secolo.

Dall’ epoca longobarda  il territorio fu sottoposto ai monaci del potente monastero di Bobbio fondato dall’irlandese Colombano  agli inizi del secolo VII  grazie alla donazione di terre del sovrano Agilulfo. In questo periodo l’area rappresentava la via di collegamento appennica tra la capitale del regno, Pavia, e la  costa tirrenica, toccando  numerosi  centri della Liguria interna. Nel breve memorationis dell’abate Wala (833-835 circa) viene citata Memoriola (Borgoratto Mormorolo) tra i principali nuclei fondiari appartenenti ai dominii bobbiesi che erano al tempo organizzati in curtes. In un altro scritto, le Adbreviationes (862 e 883),  Memoriola viene indicata come una realtà di eccellenza sul piano quantitativo per la coltivazione della vite e del grano. Tra la dozzina di curtes e la quarantina di domuscultae bobbiesi in Oltrepò, essa doveva infatti occupare un ruolo tutt’altro che secondario: da sola produceva 200 anfore di vino, la più alta quantità rispetto alle altre corti e un quarto circa dell’intera produzione delle corti monastiche oltrepadane.

Nel 1359 l’Oltrepò cadde insieme a Pavia sotto la dominazione dei Visconti di Milano, cui seguirono gli Sforza. Sotto gli Sforza l’Oltrepò era governato da un Capitano con sede a Casteggio. Agli antichi signori locali cui vennero confermati i possedimenti, se ne affiancarono di nuovi nominati dai duchi di Milano. Nel 1499 l’Oltrepò divenne parte del Principato di Pavia. Tra la metà del XV secolo e il XVIII l’intero territorio oltrepadano venne diviso in grandi feudi dotati di larga autonomia. Borgoratto ricadde sotto la giurisdizione di Fortunago che era dotato di uno statuto speciale e di vari privilegi e pertanto condivise il destino di questo castello passando dai Dal Verme ai Riario (XV secolo), ai Botta che costituirono il Marchesato di Fortunago, passato nel 1546 ai Malaspina.

Insieme allo stato di Milano l’Oltrepò passò nel 1535 alla Spagna e nel 1713 all’Austria. Con il trattato di Worms tra gli austriaci e i Savoia il territorio oltrepadano fu separato dal Principato di Pavia e venne unito al Piemonte. Sotto i Savoia l’Oltrepò conobbe uno straordinario periodo di fioritura e venne diviso in due provincie, Voghera e Bobbio. In epoca napoleonica l’area venne riunita prima nel dipartimento di Marengo e poi in quello di Genova appartenenti all’impero Francese. Nel 1814 con il ritorno dei Sabaudi l’Oltrepò tornò alla divisione nelle due province di Voghera e Bobbio che permase fino all’unità d’Italia. Borgoratto divenne un comune separato da Fortunago nel XVIII secolo, dapprima con il nome di Valle di Borgoratto, poi Borgoratto e nel 1863 come Borgoratto Mormorolo.

La Chiesa Parrocchiale di Borgoratto Mormorolo corrisponde alla pieve medievale di Mormorola su cui si sviluppò l’azienda agricola del monastero longobardo di San Colombano a Bobbio. Nel corso dei secoli l ’edificio è stato soggetto a rifacimenti ed ampliamenti che ne hanno alterato i caratteri originari anche se ha ancora alcuni elementi che indicano la sua origine romanica. Completamente restaurata nel Novecento, presenta infatti un portale ricostruito in stile romanico e ha mantenuto i capitelli che appartenevano alla costruzione del XII secolo. Sul lato del campanile esposto a nord è murata la piccola testa in marmo bianco di una statua romana. La Chiesa è a una sola navata e all’interno si possono ammirare gli affreschi risalenti al 1920 del pittore Rodolfo Gambini di Alessandria. Vi è conservata una statua lignea secentesca e nella parete meridionale della moderna parrocchia si possono osservare alcuni piccoli frammenti murati appartenenti all’antica chiesa romanica preesistente.




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MONTALTO PAVESE



Montalto Pavese è un comune della provincia di Pavia. Per la sua posizione dominante le prime colline sopra Casteggio, il bel castello con il giardino all'italiana e per la sua produzione di vino, è chiamata la "regina dell'Oltrepò Pavese".

Le prime notizie su Montalto risalgono al X secolo, allorché vi aveva estesi beni il monastero pavese di Santa Maria delle Cacce. Nel 1164 passò con l'Oltrepò sotto il dominio di Pavia, che l'infeudò alla famiglia Belcredi. La podesteria o squadra di Montalto, soggetta ai Belcredi (che nominavano il Podestà, prerogativa che nelle altre squadre spettava alla città di Pavia), comprendeva anche Oliva Gessi, Mornico Losana, Torricella Verzate, Lirio e Montù Berchielli (nel comune di Rocca de' Giorgi); tra le ville del feudo sono citate anche le attuali frazioni Finigeto e Villa Illibardi.

Sotto gli Sforza, nel 1477, Montalto è infeudato come contea agli Strozzi di Mantova (ramo della nobile famiglia fiorentina), sotto i quali comunque i Belcredi rimangono la famiglia più ricca e mantengono la proprietà del castello. Nel 1617 il feudo è venduto ai Taverna, conti di Landriano, ma nel 1658 i Belcredi lo riacquistano, mantenendolo fino alla fine del feudalesimo nel 1797. Il feudo è nel frattempo elevato a Marchesato.

Nel XIX secolo Montalto è sede di mandamento nella provincia di Voghera (dal 1859 circondario di Voghera nella provincia di Pavia). Con l'unità d'Italia riceve il nuovo nome di Montalto Pavese. Nel 1939, soppresso il comune di Montù Berchielli, parte di esso, compresa la ex sede comunale Cà del Fosso, è aggregata a Montalto.

Meta di numerosi turisti e appassionati di aeromodellismo è la località Belvedere, sita sulla cresta di una collina e soggetta a forti venti, a causa della sua posizione: a separazione della strettissima Valle Scuropasso e della Valle del Ghiaie. I forti movimenti d'aria rendono divertente il volo di aeromodelli, deltaplani e parapendii. Il paese è inoltre conosciuto per il suo "Maniero" (Castello) che, data la quota a cui è posto, e data la sua posizione, dominante la valle del torrente Verzate, è visibile da gran parte della Lombardia, anche da lunghe distanze.

I lavori per erigere il Castello iniziano nell’anno 1593, come riportato in un’epigrafe posta all’ingresso, e seguitano nei secoli successivi sino agli anni delle conquiste napoleoniche. Viene eretto un imponente e vasto palazzo signorile sulle fondamenta di un’antica costruzione del V secolo. Tra le tracce della fortificazione passata, demolita durante la dominazione spagnola, spicca la grande torre quadrata, priva di merlature e quasi certamente il mastio dell’antico castello.
La torre caratterizza il profilo dell’edificio che si individua già da lontano, anche a causa della posizione dominante. Pur costruito sui resti della casaforte, l’edificio viene declassato dai siti militari e ingentilito: anche il marchese Giuseppe Belcredi abbellisce il suo maniero per ricevervi illustri ospiti, tra cui Alessandro Volta, per i quali faceva mettere in scena degli spettacoli teatrali. Nella seconda metà del XVIII secolo, il castello viene abbandonato e all’inizio del ‘900 viene acquistato dai Balduino che lo ristrutturano in stile settecentesco. Oltre a saloni riccamente arredati, nel piazzale interno su cui affacciano quattro torrioni, vi è anche una cappella con due campanili. Due giardini circondano il maniero: uno all’italiana, geometrico e regolare, e l’altro all’inglese, ombreggiato da boschetti.

Il Museo Contadino, sito in località Villa Illibardi, nasce nel 1981 grazie alle donazioni degli abitanti del paese. Il Museo è sorto con lo scopo di salvare dalla rovina e dalla dimenticanza oggetti e utensili espressione della civiltà rurale per riscoprire e valorizzare la cultura contadina. Il percorso interno è stato pensato suddividendo il materiale a disposizione, in due sezioni: il ciclo legato alla coltura del grano e all’allevamento, e quello legato alla viticoltura e alla produzione del vino.


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giovedì 24 settembre 2015

FORTUNAGO



Fortunago è un comune situato nell'Oltrepò, sulle colline che dividono le valli della Coppa e dell'Ardivestra, fa parte del club de i borghi più belli d'Italia.

Noto fin dal X secolo, Fortunago aveva signori locali, vassalli del vescovo di Tortona, ma nel 1164 entrò a far parte del territorio soggetto alla città di Pavia. Nel XIV secolo era feudo della famiglia pavese Giorgi (tale feudo comprendeva anche Borgoratto); invece le attuali frazioni Gravanago e Sant'Eusebio erano comuni, appartenenti alla locale famiglia Ruino, ancora vassalla del vescovo di Tortona.

Nel XV secolo fu infeudato successivamente ai Dal Verme, a Girolamo Riario, signore di Forlì ed Imola, e infine ai Botta che, acquisendo anche i feudi di Gravanago, Montepicco (comprendente Sant'Eusebio), Rocca Susella e Stefanago dal vescovo di Tortona (anch'egli un Botta), nonché Staghiglione, crearono un vasto feudo, elevato ben presto a Marchesato. Nel 1546 esso fu acquistato dai Malaspina di Oramala, già marchesi di Godiasco.

Unito con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrò a far parte poi della Provincia di Bobbio. L'estesa e potente signoria, dotata di larga autonomia fiscale e giurisdizionale, fu soppressa nel 1797. Nel 1801 il territorio è annesso alla Francia napoleonica fino al 1814. Nel 1859 entrò a far parte nel Circondario di Bobbio della provincia di Pavia e quindi della Lombardia.

Nel 1818 sono aggregati a Fortunago i soppressi comuni di Gravanago e Montepicco, mentre nel 1923 venne smembrato il circondario di Bobbio e suddiviso; Fortunago passò al circondario di Voghera.

Il nome rivela le origini celtiche del luogo: Fortunacus ha desinenza -aco che è contrazione di mag, ovvero casa presso un´acqua. Infatti vi è qui una fonte di acqua perenne.

Secondo altri, il nome rimanderebbe alla dea Fortuna, a memoria di un tempio dedicato alla divinità pagana.

Chi si avvicina al paese può notare da subito la disposizione delle abitazioni arroccate sul pendio ripido di un colle, tipica del borgo medievale, con la chiesa ed il palazzo del comune che dominano dall'alto. Sulle viuzze, strette e chiuse tra antichi muri in pietra, si affacciano caratteristiche case in sasso, sapientemente restaurate e conservate nel loro antico aspetto. Davanzali, logge, balconi e giardini fioriti ravvivano il grigio delle pietre con delicate macchie di colore. Raggiunta la parte alta del paese ci si trova su di un gran piazzale erboso, verdissimo, ben curato, adorno di alberi e di siepi di ortensie in fiore. Qualche panchina, una fontanella in pietra, alcuni giochi per bambini, la presenza maestosa della Chiesa Parrocchiale, del palazzo comunale e di belle case in sasso, incantano il visitatore che non nasconde lo stupore per tanta bellezza. L'assenza di traffico, la vista di un panorama collinare che si estende fino al castello di Montalto Pavese, suscitano un sorprendente ed appagante sensazione di pace. La parte bassa del borgo non è meno interessante: ad attirare subito l'attenzione del visitatore è l'antichissima chiesetta di Sant'Antonio (l'Oratorio), anch'essa in pietra e in mattoni a vista, molto ben conservata ed utilizzata quotidianamente per la celebrazione della S. Messa vespertina. A pochi passi dall'Oratorio, sul grande piazzale antistante il nuovo ufficio postale, ci si può rilassare tra il verde di alti pini e tra profumatissime aiuole di lavanda. Un piacevole ristoro lo si può trovare attingendo, dalle fontanelle, acqua sorgiva freschissima, regolarmente analizzata e controllata, dalle proprietà minerali e nelle due versioni: liscia o gassata. Proseguendo la nostra passeggiata per il paese giungiamo al centro sportivo, ritrovo per giovani e meno giovani, dove è possibile praticare il tennis ed altre attività sportive.


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mercoledì 23 settembre 2015

MONTESEGALE



Montesegale è un comune situato nell'alta collina dell'Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Ardivestra, affluente della Staffora. La grandissima parte della popolazione risiede nelle numerose frazioni.

Noto fin dall'XI secolo, Monteségale era sotto la signoria del Vescovo di Tortona, e fu sottoposto al dominio pavese nel 1219 da Federico II (pur continuando, sotto Pavia, la signoria vescovile). Montesegale fu infeudato ai Conti Palatini di Lomello, del ramo di Gambarana, ricevendo l'investitura congiuntamente da Pavia e dal Vescovo di Tortona, che manteneva quindi un'alta signoria (analogamente a quanto avveniva nelle vicine località Gravanago e Montepicco (fraz. di Fortunago) e a Rocca Susella). La signoria dei Gambarana durò, salvo qualche breve interruzione, fino alla fine del feudalesimo (1797).

Unito con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrò a far parte poi della Provincia di Bobbio. La fine del marchesato ebbe luogo con l'abolizione del feudalesimo nel 1797. Nel 1801 il territorio è annesso alla Francia napoleonica fino al 1814. Nel 1818 passa alla provincia di Voghera e nel 1859 alla provincia di Pavia.

Il comune di Montesegale faceva direttamente parte dell'Oltrepò Pavese, non era una giurisdizione separata come i territori circostanti. Comprendeva anche la parte meridionale dell'attuale comune di Rocca Susella, con le frazioni Susella, San Paolo, Poggio Almanno. Esse furono staccate da Montesegale e unite al comune cui attualmente appartengono nel 1905. Nel XVIII secolo a Montesegale era stato unito il piccolo comune di Castignoli, già sede di un importante castello, parte del feudo di Montesegale.

Edificio del XVI secolo, la chiesa dei santi Cosma e Damiano era infatti già nota nel 1523. Fu successivamente restaurata e ampliata. Tra il 1914 e il 1924 venne eretto il campanile sul lato destro della chiesa, in sostituzione di quello vecchio che era sul lato sinistro che venne abbattuto perché pericolante. La chiesa ,che sorge su una collinetta tra verdi prati, presenta una facciata neoclassica con lesene laterali e portale sormontato da una grande finestra sistemata negli anni trenta. All’interno, nel coro, una tela ad olio del 1925, realizzata da Galloni, raffigura i santi Cosma e Damiano.

La chiesa di Sanguignano è dedicata alla Natività di Maria Vergine, fu sede di un’abbazia laicale dei Conti Gambarana dal 1699. All’interno una tela del XVII secolo raffigura Sant’Antonio, Gesù Bambino e San Rocco è presente anche una statua del XVI secolo raffigurante la Madonna con il Bambino realizzata in legno intagliato e dipinta.

La chiesa di Languzzano è dedicata a Santa Maria Annunziata, già parrocchia dal 1523 e restaurata nel 1961. All’interno c’erano una statua in legno raffigurante San Giovanni Battista del XVII sec. E una tela del XVIII raffigurante San Rocco.

La chiesetta di Zuccarello è piccolissima,costruita in sassi e risale al 1651. Era utilizzata dai monaci benedettini che sostavano a Zuccarello durante il tragitto per arrivare all’Eremo di S. Alberto (in Comune di Val di Nizza).

La chiesetta Madonna delle Nevi fu costruita, nel 1905 dai contadini della Fraz. Bregne in prossimità della Antica Fonte del Borianco; nella prossimità della chiesetta ogni anno si faceva la benedizione del bestiame.

Il castello di Montesegale è posto su un’altura in posizione dominante, dalla quale è ben visibile sia il paese che l’intera Valle Ardivestra. Ha subito diverse ristrutturazioni e oggi è un articolato insieme di edifici di epoche diverse situati all’interno di una cinta fortificata con torri quadrate e mura scarpate con merlatura. Il castello ebbe notevole peso nelle vicende locali, fu quasi sempre dei conti Gamabrana fino alla loro estinzione, anche se nel 1415 i Gambarana insorgono contro i Visconti provocando l’espugnazione del castello da parte del Conte di Carmagnola. Alla fine del secolo scorso viene ceduto ai Belcredi e poi, nel 1918, viene acquistato dalla famiglia Gambarotta. Probabilmente sorto su una torre preesistente dell’XI secolo: la rocchetta e la torre ne rappresentano le parti più antiche. Data la sua posizione strategica di collegamento tra Tortona e Piacenza, il Castello viene dotato di una rocca difensiva eretta tra il 1200 e il 1300: una fortificazione che a quel tempo poteva ospitare 200 cavalieri e 400 fanti. Nel 1415 quando il conte di Carmagnola espugnò il castello e quasi lo rase al suolo, Filippo Maria Visconti fece ricostruire la rocca e, con l’ascesa dei Visconti, torna nelle mani della famiglia Gambarana. Nel corso del ‘600 fu adattato a residenza signorile, ma già alla fine del ‘700, con l’avvento di Napoleone, perse molto del suo potere. Nell’800 si susseguirono vari proprietari e vennero effettuati diversi restauri. La famiglia Jannuzzelli è l’attuale proprietaria del castello che acquistò nel 1971 restaurandolo e facendone un luogo di manifestazioni culturali. Dal 1985 il castello ospita un museo d’arte contemporanea con opere di Bartolini, Brindisi, Crippa, Gattuso, Schifano e Treccani. Oltre al museo è ospitato un teatro all’aperto, ricavato in un terrapieno, e vi si trova un oratorio dedicato a Sant’Andrea, eretto in uno dei torrioni di difesa che, secondo una leggenda, sarebbe infestato dai fantasmi dei valligiani morti per i soprusi dei conti. Attualmente è residenza privata.

Oggi, all'interno del castello, oltre all'abitazione privata, in tre splendide sale, nel 1975 è stato allestito il Museo di Arte Contemporanea. Il museo fu inaugurato con una mostra di Orfeo Tamburi che venne presentata da Giovanni Testori, Raffaele Degrada e Alberico Sala. L’attività del museo prevede l’organizzazione di diversi eventi durante tutto il periodo dell’anno ed in particolare in estate. Qui vengono inoltre organizzate mostre di artisti contemporanei. Nel corso degli anni sono state esposte opere di importanti artisti tra cui: Ernesto Treccani, Maria Luisa Simone, Roberto Crippa, Paola Grott, Luisa Pagano, Dino Grassi, e poi Francesco Del Drago, Giovanni Frangi, Boris Mardesic, Julian Schnabel e altri ancora. Il museo guarda anche al futuro dell’arte e grazie alla ristrutturazione di immobili sono stati costruiti sei alloggi per giovani promesse: artisti che avranno la possibilità di creare qui le proprie opere.



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domenica 20 settembre 2015

ROCCA SUSELLA

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Rocca Susella è un comune situato nell'Oltrepò Pavese, si estende su porzioni della Valle Ardivestra, Valle Schizzola e Valle del Rile. Caratterizzato da una morfologia collinare il territorio ha una destinazione prevalentemente agricola (cereali, erba medica, uva, mele, pere, pesche, ciliegie, albicocche, susine) e boschiva nelle parti più alte (boschi di latifoglie).

Alla fine del 1200 il feudo dipendeva giurisdizionalmente dalla Mensa vescovile di Tortona e ne era feudatario Giovanni Ruino della Rocca. In un istrumento del 1336 risulta che i discendenti associarono del possesso del feudo anche i Ruino di Montepicco i quali nel 1500 risultavano essere i soli possessori. Nel 1601 muore Galeazzo Ruino il quale nomina unici eredi i figli della sorella di nome Grassi; sorse una lunga lite con il Vescovo di Tortona per riconoscere la proprietà di Rocca, alla fine del contenzioso il Vescovo investì i suscritti eredi i quali nel gennaio del 1700 rinunciarono a favore del vescovo monsignor Ceva. Venne successivamente investito ai fratelli Gerolamo ed Antonio Gambarana i quali lo consegnarono nel 1773 a Carlo Emanuele III re di Sardegna.
Nelle notizie contenute nella visita pastorale del 1596 si dice che il "castello di Rocca con il suo quarto è della giurisdizione di Fortunago in temporale ed è sotto il podestà di Fortunago. Con le cascine e ville fuochi 50, anime 284" (Goggi 1973).
Come Susella compare nell'elenco delle dichiarazioni del focatico del Principato di Pavia per l'anno 1537 come appartenente alla Congregazione rurale dell'Oltrepò e Siccomario nella giurisdizione di Montesegale (Focatico Oltrepò e Siccomario, 1537).
Con il trattato di Worms del 1743 Rocca Susella passò sotto il dominio di casa Savoia.
Con manifesto camerale del 9 novembre 1770 vengono stabiliti gli uffici di insinuazione, Rocca Susella viene inserita nella tappa di Varzi (tappa insinuazione 1770).
Il 6 giugno 1775 viene approvato il regolamento per "le Amministrazioni de pubblici" (Amministrazioni de pubblici 1775); pur non avendo reperita specifica documentazione relativa all'ordinamento comunale, si può ipotizzare che Rocca Susela fosse amministrata da un sindaco e quattro consiglieri componenti il consiglio ordinario.
Nella compartimentazione del 15 settembre 1775 Rocca Susella si trova inserita nel distretto di Bobbio (editto 15 settembre 1775) nel manifesto senatorio del 29 agosto 1789 che stabilisce il riparto in tre cantoni della provincia di Voghera, Rocca Susella, viene inserita nel secondo cantone di Varzi.
Il prefetto del dipartimento di Marengo, in base alla legge del 28 piovoso anno VIII (febbraio 1800), nomina i maires e gli aggiunti della municipalità di Rocca Susella con decreto del 23 fruttidoro anno IX (settembre 1801). Rocca Susella viene inserito nel dipartimento di Marengo e nel circondario di Bobbio (decreto Campana 1801).
Il primo pratile anno X (maggio 1802) il prefetto del dipartimento di Marengo decreta la nomina dei consiglieri municipali in numero di 10 i quali dovranno restare in carica per tre anni (decreto Campana 1802).
Nel 1805 in funzione del rimaneggiamento dell'amministrazione ligure - piemontese voluta da Napoleone Bonaparte, Rocca Susella con decreto del 13 giugno 1805 viene aggregata al dipartimento di Genova circondario di Voghera (decreto 1805, ASC Casei Gerola).
L'amministrazione provvisoria della città e provincia di Voghera (manifesto 27 aprile 1814) ripristinava nei comuni l'antico regime con l'ordine di osservanza del regolamento amministrativo del 1775.
In base al regio editto del 27 ottobre 1815 per il nuovo stabilimento delle province dipendenti dal senato di Piemonte e della loro distribuzione in mandamenti di giudicature e cantoni per le assise, Rocca Susella veniva definitivamente inserita nel mandamento di Godiasco appartenente al primo cantone della provincia di Voghera (regio editto 1815, ASCVo), sede di intendenza e prefettura e appartenente alla divisione di Alessandria. Dipendeva dal senato di Casale, l'ufficio dell'insinuazione aveva sede in Voghera e quello postale in Godiasco.
Per mezzo del regio editto del 10 novembre 1818 "portante una nuova circoscrizione generale delle provincie de' regi stati di terra ferma" la comunità di Rocca Susella viene inserita nel settimo mandamento di Godiasco, provincia di Voghera, divisione di Alessandria (regio editto 1818, ASC Casei Gerola).
Erano frazioni di Rocca Susella: Gaminera, Rocca, Ca di Sturla, Ca de Grazioli, Ca del Merlo, Chiappe, Chiusano, Ca de Ponzini, Ca di Rocco, Colombara, Lavaggio, Carotta, Bogiaccone, San Zaccaria, Casanova, Strallera.
La popolazione conta 448 abitanti (Casalis 1847).
Nel 1859 Rocca Susella con una popolazione di 506 abitanti entra a far parte della provincia di Pavia, e viene inserita nel XI mandamento di Godiasco del circondario di Voghera (decreto 23 ottobre 1859).
In seguito all'unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Rocca Susella con 506 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento XI di Godiasco, circondario IV di Voghera, provincia di Pavia. Alla costituzione nel 1861 del Regno d'Italia, il comune aveva una popolazione residente di 485 abitanti (Censimento 1861). In base alla legge sull'ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Nel 1867 il comune risultava incluso nello stesso mandamento, circondario e provincia (Circoscrizione amministrativa 1867).
Nel 1905 al comune di Rocca Susella venne aggregata la frazione di Susella, staccata dal comune di Montesegale.
In seguito alla riforma dell'ordinamento comunale disposta nel 1946 il comune di Rocca Susella veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio.

La Chiesa Parrocchiale di San Pietro, il Castello, oggi un palazzo residenziale. Nei dintorni da non perdere la Pieve di San Zaccaria in località Giarone. Dalla pieve, menzionata sin dal 1198, dipendevano ancora nel 1800 molte parrocchie della Valle Ardivestra e Val Staffora, in seguito andò in stato di abbandono e, non più adibita al culto religioso, fu trasformata in cascinale. In epoca moderna è stata debitamente restaurata e riportata agli antichi splendori.

La pieve di San Zaccaria costruita probabilmente nella prima metà del XII secolo dai maestri comacini, la prima testimonianza storica contenente informazioni di carattere descrittivo sulla pieve di San Zaccaria risale al 1561. Da questa, come Capo-Pieve, dipesero fino al 1700 le parrocchie di Sant'Eusebio, Montesegale, Sanguignano, San Giovanni di Piumesana, Groppo, Susella e Godiasco. Nel 1820 fu ridotta a semplice parrocchia. La maggior parte dell'edificio fu in seguito sconsacrata ed utilizzata per scopi agricoli.
San Zaccaria è una chiesa orientata, con tre navate scandite da pilastri di varia sezione. In questo corpo s'innestano due absidi, una minore al termine della navata settentrionale ed una maggiore a conclusione della navata centrale. L'arcata trionfale è moderna. All'interno il coro è coperto da una volta a botte. Una parte della navata meridionale è stata ricostruita nel XX secolo, dopo l'abbattimento della casa parrocchiale, ed è coperta da un tetto. Qui una scala con gradini in pietra consente di scendere ad un locale sottostante, con volte in pietra piuttosto irregolari. Probabilmente si trattava della cantina della casa parrocchiale, databile alla fine del XVI secolo. La facciata e la controfacciata sono caratterizzate da una muratura listata che alterna fasce in arenaria e in laterizi, mentre tutto il resto è in pietra. Lesene verticali e cordoni in arenaria dividono la facciata in cinque scomparti; a partire dall'alto si possono osservare due oculi con profili in arenaria fortemente strombati, una bifora inclusa in un rincasso quadrangolare e poggiante su una coppia di pilastrini, ed il portale; la sommità della facciata è andata distrutta. La lunetta è oggi priva di decorazione, ma sembra che intorno al 1900 il pittore vogherese Edoardo Cerutti vi dipinse a finto mosaico una scena della vita di San Zaccaria. Dopo essere rimasta per molto tempo con un profilo a capanna, la facciata è stata trasformata secondo un prospetto a salienti, probabilmente sulla base di tracce riscontrate nella muratura.

I materiali arenacei usati in San Zaccaria, provenienti da cave dell'Oltrepò Pavese, sebbene molto adatti alla scultura, sono particolarmente soggetti al deterioramento a causa degli agenti atmosferici. L'interno conserva ancora alcuni capitelli romanici. Ai lati del presbiterio ci sono due capitelli scolpiti di sezione complessa, che sporgono molto rispetto agli archi sovrastanti e sorretti da semipilastri a fascio. Tutti i pezzi sono impostati su un collarino torico e sono costituiti da un abaco decorato con motivi a treccia o a palmetta e da un corpo figurato. Questo tipo di struttura viene ripreso anche nelle chiese romaniche di Pavia. La scena sul capitello meridionale riguarda l'ambito iconografico del destino ultraterreno dell'anima del Buono, che viene definita come tale attraverso la pesatura e quindi strappata al demonio da figure angeliche, solitamente l'arcangelo Michele. In questo capitello la figura simboleggiante l'anima viene afferrata da un personaggio di dimensioni maggiori, che per l'aureola e le grandi ali si identifica come angelo. Un essere alato di dimensioni minori trattiene invece l'anima per un piede; questa figura non ha l'aureola, ha ventre accentuato e costole in evidenza, e la presenza di un serpente attorcigliato accanto ad essa riconduce all'iconografia del demonio. La scena è quindi quella che in arte è definita Contesa dell'anima. Dal punto di vista compositivo, lo scultore ha cercato di riempire tutto lo spazio disponibile. Il pilastrino settentrionale è in parte perduto; vi si leggono solamente alcuni motivi a intreccio. Sul suo capitello è invece scolpita una scena di lotta con animali e uomini. Il combattimento si svolge senza continuità su tutte le facce del capitello. Nella pieve il rilievo è più marcato e allo stesso tempo più fluido nei capitellini del chiostro e delle bifore. All'esterno si possono ancora vedere dei capitellini a foglie stilizzate.



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sabato 19 settembre 2015

CANNETO PAVESE

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Canneto Pavese è un comune situato sulle colline dell'Oltrepò Pavese, tra le valli Versa e Scuropasso, in posizione dominante rispetto alle cittadine di Broni e Stradella. Con i comuni di Montescano e Castana, forma l'Unione dei Comuni di Prima Collina.

Il territorio dell'attuale comune di Canneto Pavese comprende numerosi centri che ebbero in passato l'autonomia comunale e spesso una storia non oscura: Canneto, Beria, Vigalone, Monteveneroso e soprattutto Montù de' Gabbi.

Vigalone è citato nel diploma del 1164 con cui Federico I concede a Pavia il predominio sulla zona; e forse anche Monteveneroso (che appare come Monterosus). Nell'elenco delle terre pavesi del 1250 compaiono ormai tutti questi centri. Quello più importante, di cui gli altri seguirono le sorti, era Montù de Gabbi, dove Montù sta per Monte Acuto; era detto anche Montuè ovvero Monte Acutello. Esso era noto già nell'XI secolo. Appartenne ai Gabbi fino al XV secolo, poi probabilmente il potere fu usurpato dai Beccaria, che lo unirono al feudo di Broni; nelle successive spartizioni di questo feudo, non è chiara la sorte; comunque nel 1528 giunse ai Valperga e nel secolo successivo ai Candiani di Pavia, divenuti poi Rota Candiani. Tra i comuni del feudo, Canneto, sede della parrocchia, appare già nel XVII secolo essere aggregato a Montù de' Gabbi. Nel secolo successivo Biria e Vigalone mantengono l'autonomia, ma prima del 1783 sono anch'essi uniti a Montù. Rimane autonomo Monteveneroso, che sarà unito a Montù solo all'inizio del secolo successivo. Notiamo che al feudo di Montù de' Gabbi apparteneva anche Torre Sacchetti, anch'esso un piccolo comune che fu poi in gran parte unito a Stradella.

Soltanto nel 1885 il comune di Montù de' Gabbi ricevette il nuovo nome di Canneto Pavese. Pochi anni dopo il grandioso castello dei Rota Candiani, che dominava l'abitato di Montù, venduto ad altri, fu completamente demolito. Questo castello ospito anche Carolina Amalia di Brunswick moglie di Giorgio IV Hannover nel 1815.

Le prime citazioni storiche di un borgo a nome "Caneto" risalgono al XII secolo, anche se il suo territorio fa parte di una zona collinare già popolata in remota epoca preistorica da tribù di stirpe ligure. E' un atto di vendita del 9 febbraio 1198 con cui Rolando Agarasca di Figara (oggi Castana) cede ad Ardengo di "Caneto" due pezzi di terra in Figara. Questo è il manoscritto più antico, fino ad ora trovato, in cui venga citato il nome di Canneto. E' certo quindi che un borgo a nome  "Caneto" esisteva nella seconda metà del XII secolo. Come gran parte dell'Oltrepò Pavese si trovò sotto i Visconti prima e gli Sforza poi. Passò sotto la denominazione francese, quella spagnola e quella austriaca dal 1713 al 1743, anno in cui, a seguito del trattato di Worms, fu ceduto da Maria Teresa d'Austria a Carlo Emanuele III Re di Sardegna. Canneto - o meglio Caneto - era il nome della parrocchia ma non del Comune che gli derivò invece dalla famiglia Gabbi, nobili pavesi di parte guelfa. Questi tennero, in qualità di signori, Monteacutello de Gabbi - poi ridotto in Montù de Gabbi -  dal XIII al XV secolo. Passò in seguito ai Visconti e poi  agli Sforza. Nel 1528 fu ceduto ai Valperga una delle  famiglie più antiche e potenti del Piemonte  e da questi ai Conti Candiani di Pavia. Quello che oggi si presenta come un solo comune, nei secoli addietro era invece un insieme di comunità distinte. Montù de Gabbi (Montuè), Beria, Vigalone, Canneto (inteso come l'odierno nucleo capoluogo del comune) e Monteveneroso erano, ancora nel Settecento, entità autonome. E ciò voleva dire che ognuna di esse aveva le proprie autorità amministrative (i consoli), radunava un proprio Consiglio Generale che prendeva decisioni in totale autonomia. Fu solo verso la fine del Settecento che queste comunità, ritenute troppo piccole per reggersi da sole, vennero unite a Montù de Gabbi. Nel 1783 troviamo rappresentate nel Consiglio di Montù de Gabbi, anche Canneto, Beria e Vigalone ed in seguito Monteveneroso.
 Il 9 ottobre 1885, in una seduta del Consiglio Comunale, venne proposto al Governo, il cambiamento del nome del comune con la seguente motivazione: " l'unico prodotto delle nostre terre è il vino; esso si consuma nella Lombardia ed è delizia dei Lombardi che lo chiamano per vino de' Caneto. Questo nome per i suoi vini generosi e spumanti è conosciuto non solo in Lombardia ma in parecchie città d'Italia e nell'America. Il nome di Montù de Gabbi non è conosciuto qual produttore di vini generosi e prelibati". La risposta fu affermativa e, con un decreto di Umberto I Re d'Italia, dal 1 gennaio 1886 Montù de Gabbi cambiò ufficialmente la sua denominazione in quella di Canneto Pavese.


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