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lunedì 27 luglio 2015

CASTIONE DELLA PRESOLANA

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Castione della Presolana è un comune della provincia di Bergamo, sito alle pendici del Pizzo della Presolana e del Monte Pora, giace in aperta e assolata posizione su un ampio terrazzamento posto sopra la valle di Tede, il territorio appartiene al bacino imbrifero del torrente Borlezza che versa le sue acque nel lago d'Iseo.

Il comune è collegato con la Val di Scalve, attraverso il Giogo della Presolana, dove si trova il paese di Colere, adagiato sulla parete nord della Presolana stessa.
Nel territorio comunale troviamo varie frazioni:
Bratto è l'ultimo borgo dell'alta Valle Seriana che precede il Passo della Presolana.
Il centro abitato si disloca lungo la statale SS 671 e sulle pendici del Monte Cornetto e dista circa 3,5 km dal capoluogo comunale di Castione. Ai piedi del Monte Cornetto alto 1.526 metri è situata la località Denzil, che si collega solo tramite passaggio pedonale alla frazione di Rusio nella Valle dei Mulini e tramite il sentiero ad est si collega alla località Dernes a Castione della Presolana.
Proprio in quest'ultima valle nel 1970 vengono ritrovate delle tombe preistoriche con alcuni scheletri rannicchiati risalenti all'età del rame e successivamente una spada risalente alla prima età del ferro. Tutto il territorio circostante infatti presenta numerose rupi, caverne e grotte dove in passato l'uomo ha potuto sopravvivere e trovare riparo, oltre che ad un'estesa varietà di vegetazione boschiva, che rende da sempre il posto affascinante e tranquillo.
Sul suo territorio vi sono: un dispensiario farmaceutico, l'ufficio postale, il cinema teatro "Agli Abeti" e la parrocchia della "Natività di Maria Vergine".
Ad eccezione di alcuni antichi ritrovamenti di questa località, e di persone che vi risiedessero, non c’è traccia nelle fonti prima del pieno Trecento, e le più antiche attestazioni dell’esistenza di vere e proprie contrade sono dell’inizio del Quattrocento.
Dalla seconda metà del quattrocento le contrade di Bratto e Dorga si contraddistinsero per una tipologia di allevamento diversa da quella Castionese, vale a dire un allevamento di transumanza. Lo sviluppo della transumanza bovina, si configura come un’attività imprenditoriale orientata al mercato, per molti versi incompatibile con l’immagine di una comunità chiusa. La loro specializzazione fece sì, che la popolazione crescesse più rapidamente rispetto a quella del capoluogo Castione.
Nel Cinquecento,sorgevano quindi Bratto e Dorga, istituzionalmente inquadrati come contrade del comune di Castione. Nel 1544 Dorga aveva 126 abitanti, Bratto ben 303, quasi quanti il capoluogo Castione con 311 e Rusio 63.
Bratto era in sostanza popolato dai discendenti di due lignaggi, i Medici e i da Ponte. I da Ponte avevano dato origine, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, a cinque famiglie diverse: i Tedeschi, gli Zani, i Beteri, i Migliorati e i Rossi. Si aggiungevano poi i Tomasoni, quasi sicuramente distaccatisi dai Medici.
Notevole è la Chiesa della Natività della Beata Vergine Maria, all'interno dei pesanti lavori di ristrutturazione, effettuati tra il 1993 e il 1995, si decise di mutare il presbiterio rispetto alla condizione precedente. I lavori di ammodernamento liturgico coinvolsero la pavimentazione, la costruzione del locale caldaia, murature perimetrali e della volta, contestuale ripresa di tutte le parti decorate e ripulitura di quelle affrescate e dipinte. Furono inoltre sistemati: la sagrestia, i serramenti interni ed esterni, i porticati e le gradinate.
Il 14 giugno 1924 Mons. Luigi Maria Marelli benedice la posa della prima pietra dell'erigenda chiesa progettata dall'architetto Camillo Galizzi, il 5 giugno 1927 la chiesa viene terminata che riceverà poi nello stesso anno la benedizione da parte del delegato vescovile Mons. Davide Re. Tra il 1968 e il 1970 vengono effettuati dei lavori di sopralzo della torre campanaria e installazione nuovo concerto di campane, otto in re maggiore, con impianto elettrico ad orologio per il funzionamento automatico.
Ogni anno il primo weekend di ottobre si svolge la celebre "Pègher Fest" ( in dialetto bergamasco 'festa delle pecore' ) un festival che ha superato le 22 edizioni e conta da sempre numerose presenze.
Tra gli eventi più noti a Bratto anche il Festival Internazionale degli scacchi che si svolge annualmente e vede partecipanti di tutte le età e nazionalità, spesso con ospiti scacchisti di fama mondiale.

Dorga, località turistica di seconde case, situata a valle della strada per il Monte Pora e sulle pendici meridionali del Monte Scanapà. È dotata di chiesa parrocchiale e campo da tennis.
Lantana, appendice più tranquilla di Dorga, lungo la strada per il Monte Pora, sulle pendici meridionali del Monte Scanapà e del Monte Lantana. Notevole il Santuario.
Malga Alta di Pora, m 1499. Stazione sciistica (seggiovie, sciovie, piste) posta sul fianco occidentale del Monte Pora.
Cantoniera della Presolana, m 1297, condiviso dai comuni di Castione della Presolana, Colere, Angolo Terme. Stazione sciistica dotata di alberghi, seggiovie, sciovie. Le piste si adagiano lungo tutto il pendio settentrionale del Monte Scanapà.
Rusio è una piccola frazione posta a monte di Castione della Presolana, abitata esclusivamente da locali (con case tipiche) e molto tranquilla.

Il territorio di Castione risulta già abitato in epoca preistorica come testimoniano alcuni ritrovamenti riferibili al Neolitico, sepolture risalenti all’età del Rame (Valle dei Mulini) ed insediamenti dell’Età del Ferro (località Castello).

Durante l'epoca romana e nel medioevo, sotto la signoria del Vescovo di Bergamo, un'agricoltura povera si accompagna all’allevamento ed al taglio dei boschi.

Al successivo affermarsi di un ordinamento comunale (sec. XIV), che vede man mano la fusione dei quattro Comuni preesistenti di Tede, Lantana, Campello e Castione in quello che risulta essere l’attuale territorio comunale, segue la dominazione della Repubblica di Venezia (1428 – 1797).

Le vicende successive accomunano l’abitato al resto della valle.

A partire dalla seconda metà del XIX secolo con il progressivo venir meno delle tradizionali attività economiche e dell’endemico fenomeno dell’emigrazione inizia un fiorente sviluppo turistico.

La vita locale era dedicata allo sfruttamento dei boschi, all'allevamento di bovini, caprini e ovini. Cure molto particolari erano riservate a quegli appezzamenti di terreno che dovevano servire per garantire agli animali un'adeguata alimentazione. I prati, ben concimati, consentivano perciò fino a tre tagli di fieno annuali. Tra un taglio e l'altro, nelle zone impervie dove non si riusciva a concimare, veniva effettuata la raccolta del cosiddetto "fe magher" /fieno magro) che, mescolato all'altro, serviva per tutto l'inverno. A ottobre, quando ormai la stagione era alla fine, si raccoglieva il "patos" (insieme di foglie ed erbaccia) destinato alla preparazione dei giacigli invernali per gli animali. Il taglio delle piante rappresentava cospicui utili per i commercianti; il territorio veniva sfruttato a fondo anche con il commercio della terra pura e semplice e il lavoro di tagliapietre era molto diffuso nella zona, vista la bellezza del sasso locale utilizzato ancora oggi per la costruzione delle case. L'agricoltura rappresentava una fonte importante di sostentamento consentendo di approdare alla completa autonomia per le famiglie che vi si dedicavano.

Il frumento era particolarmente diffuso nelle zone pianeggianti di Castione; la Valle dei Mulini, con il suo inesauribile corso d'acqua, garantiva il perfetto funzionamento delle macine per la lavorazione. Proprio pochi anni fa, l'ultimo mulino rimasto, è diventato un ristorante museo fonte di attrazione per turisti. Le abitazioni rispecchiavano le esigenze dei "tanti", nel senso che venivano costruite per essere, oltre ad un luogo di lavoro, un ritrovo sociale. Le case erano posizionate molto vicine fra di loro, in nuclei di più famiglie che, alla sera, dopo il lavoro, si ritrovavano tutti attorno allo stesso fuoco, nella grande cucina, per mangiare e raccontarsi il quotidiano. Generalmente, le case, erano formate da due piani: a piano terra presentavano un porticato ad arcate eseguite in pietra locale, che si affacciava sulla cucina e sulla stalla; mentre sopra, collegati con scale di legno, vi erano i locali di abitazione con piccole finestre. Vicino alla stalla veniva costruito un ulteriore porticato che fungeva da deposito per l'attrezzatura di lavoro, sopra il quale c'era il fienile che permetteva il foraggiamento del bestiame essendo collegato con la stalla per mezzo di un buco. Differente era la costruzione dell'alpeggio estivo che presentava una stalla con sopra il fienile e lateralmente veniva predisposta una stanza denominata "casì " per la produzione del formaggio. La vicinanza della nostra vallata alla città di Bergamo e Milano, insieme all'aria pura e salubre dell'ambiente montano, sono stati i motivi per i quali, agli inizi del Novecento, alcune delle famiglie più facoltose, hanno iniziato a costruire i primi alberghi e le prime case di vacanza. Nel 1913, il Club Alpino Italiano, organizzò le gare nazionali di sci, alle quali seguirono altre manifestazioni sportive molto importanti. Fra queste ricordiamo la "Coppa Principe di Piemonte", una gara a livello nazionale disputatasi il 5 febbraio 1928. Nel 1930 si costituisce la "Pro Castione", un sodalizio che detta l'avvio ad un'attività promozionale del turismo locale. Questa organizzazione era rappresentata da un comitato, del quale facevano parte personaggi illustri, sia locali che "forestieri", tutti accomunati da un unico scopo: sviluppare il turismo e la villeggiatura a Castione della Presolana. Nello stesso anno si costituisce anche lo "Sci Club Presolana" che, fra suoi soci, poteva contare la presenza di deputati e senatori, che avevano già scelto Castione come meta delle proprie vacanze. I responsabili dello "Sci Club Presolana" tracciarono numerose piste di discesa, fondo e venne realizzato un trampolino di salto in località "Romentarek"; insomma un comprensorio capace di soddisfare ogni esigenza. Ancora oggi si può notare, ai piedi del Monte Scanapà, la vecchia costruzione che serviva a far muovere la slittovia. Sotto la calce sbiadita della facciata, si può ancora leggere la scritta che ricorda quello che fu, certamente, uno dei primi impianti di risalita a fune della bergamasca. La slittovia era una sorta di "chiatta" della neve, montata su pattini, con una navetta che saliva e una che scendeva; poteva trasportare una quindicina di sciatori su due panche.

Tutti questi enti cercavano di promuovere la zona con un pacchetto di iniziative capace di soddisfare ogni esigenza turistica estiva ed invernale, con la possibilità di soggiornare negli alberghi e pensioni oppure affittare appartamenti. Le ville signorili di facoltosi uomini politici, di cultura e industria, erano meta di richiamo, una sorta di "biglietto da visita" per confermare che la località era già stata scelta come luogo di villeggiatura esclusiva. Una promozione che iniziava a richiamare l'attenzione verso nuovi investimenti, nuove attività e lavori, l'inizio di quel sospirato benessere per il quale si concentravano tutti gli sforzi della "Pro Castione" e dello "Sci Club Presolana". Verso la metà degli anni "50, quando ormai l'eco della II Guerra Mondiale si era spento, iniziava un vero e proprio boom economico. Si assiste alla trasformazione radicale dell'attività prevalente della popolazione di Castione della Presolana; l'agricoltura e l'allevamento non sono più l'occupazione principale e lasciano posto al turismo e all'edilizia residenziale.

La parrocchiale è dedicata a Sant’Alessandro, opera settecentesca (1756) di Giovanni Tognoli di Clusone su preesistente edificio. Sulla facciata sono visibili le statue fantoniane dei SS. Pietro, Paolo ed Alessandro (1758) .
All’interno, gioiosamente stuccato ed affrescato, a navata unica con piccole cappelle laterali, è possibile ammirare tutto il genio creativo dei Fantoni espresso nello splendido altare maggiore intarsiato, nel bel Crocefisso, nel nobile pulpito, in un Cristo Morto e nel meraviglioso apparato per organo.
Pregevoli anche i dipinti di Pietro Vecchia (Martirio dei Santi Gervasio e Protasio), Domenico Carpinoni (una Madonna del Rosario ed una Madonna con Santi), Giovanni Brighenti (“Ester e Assuero” ed una “Punizione di Elidoro”) e la cupola affrescata con la Gloria di Sant'Alessandro di autore ignoto.

Proseguendo verso il centro del paese, ecco apparire un quattrocentesco palazzo con in facciata il “Leone di San Marco” pesantemente rimaneggiato nel corso del tempo , mentre più su, dopo il bel nucleo agreste di Rusio, e seguendo la Valle dei Mulini, si può raggiungere l’antichissima chiesetta di San Peder caratterizzata da affreschi interni ed esterni del XVI secolo.

Il Santuario di Lantana in origine dedicato a San Silvestro ma oggi conosciuto per una particolare devozione alla Vergine Maria. In questa antica chiesa, che è stata ampiamente rimaneggiata nel 1909, si possono ammirare due affreschi quattrocenteschi, ora portati su tela. Il primo strappato dalla parete laterale raffigura la Madonna in trono con Bambino ed è ora posto sull’altare; mentre il secondo, raffigurante la Madonna in Trono che allatta il Bambin Gesù con a fianco S. Antonio Abate, è ora posto sulla parete destra della chiesa.

La chiesetta di San Peder sorge su di un picco roccioso nel territorio del comune di Castione della Presolana, nella frazione di Rusio, eretta intorno all'XI secolo, fu ricostruita nel 1580 e ristrutturata nel 1974, domina la Valle dei Mulini ed il territorio del comune di Castione della Presolana. È considerata il primo edificio religioso della zona, internamente ed esternamente sono presenti pitture murali risalenti al 400-500. In particolare alla sinistra della navata è ritratto un Cristo crocifisso di autore ignoto, risalente al 500, mentre nel presbitero, sempre dello stesso periodo è dipinto un Cristo risorto. Altri dipinti che ritraggono la vergine col Bambino, S. Pietro (che da il nome alla chiesetta) con S. Paolo, S. Antonio abate e S. Alessandro sono ritratti nell'arcata principale. Sono ancora presenti alcuni ornamenti in marmo saccaroide originali del periodo medievale.

I mercatini di Natale, la festa della Santusa, le rivisitazioni della transumanza e i riti delle greggi. Ormai di fama mondiale il festival annuale degli scacchi che rappresenta un vero e proprio avvenimento. Inoltre, nel periodo estivo, due diverse edizioni della rassegna Hobby ed Artigianato in piazza.

Nel luglio 2007 vi è stata la Presolana Bike Challenge prima edizione di una festa di Mountain Bike su tracciati completamente chiusi al traffico ma con seggiovie funzionanti con gare nazionali, cicloturistiche e di downhill per discese mozziafato. È stata la prima gara in Italia ad usufruire di sistemi grafici e di rilevamento satellitari. Il Gruppo Ciclistico Presolana ha disegnato, grazie a questa nuova tecnologia e all'esperienza di migliaia di chilometri, nella conca della Presolana ben 8 tracciati di diverse difficoltà tecnica e fisica disponibili.

Dal 2005 al 2007 Castione ha ospitato tre edizioni di Kaibakh Festival Arti Visive, rassegna ed esposizione dedicata a cortometraggi, fotografie e opere d'arte. Nel corso del festival, tenuto presso la scuola elementare della frazione di Dorga, si sono svolti spettacoli teatrali e concerti.



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ONORE



Onore è un comune situato tra l’altopiano di Clusone e la Val Borlezza, precisamente all’imbocco della piccola Val Righenzolo.

Onore è situato ai piedi di una scarpata naturale ad una altezza compresa tra i 636 metri e i 1.429 m s.l.m.
Si trova in vicinanza della sponda sinistra del torrente Gera. Confina a nord con la strada che percorre la valle di Tede, a nord-est con il monte Pora, da est a sud - est col torrente Righenzolo, a sud con l’altopiano di Falecchio, ad ovest con il torrente Gera, a nord-ovest dalle frazioni di Poerza, Ombregno e Brugai.

Ad esclusione della piana, il territorio è molto movimentato, pur non presentando rilievi e massicci di notevole rilevanza.

Onore, per tradizione orale l’antica Lanorium, paese della lana, ha fortuna durante il medioevo in ragione degli abbondanti pascoli, tipici del territorio, della presenza di numerose greggi e del commercio di lana e legname. Di parte Guelfa ed alleata a Songavazzo subisce le conseguenze degli scontri con i Ghibellini e viene distrutta alla fine del XIV secolo. Prontamente ricostruita, promulga un proprio Statuto nel 1417 sotto la Serenissima. La storia successiva, nella quale mancano avvenimenti di particolare rilievo, non si discosta da quella del resto della Valle, tra Napoleone, Asburgo e l’Unità d’Italia. Durante il fascismo viene accorpata a Castione separandosene nel 1958. E proprio nel secondo dopoguerra anche Onore scopre la propria vocazione turistica divenendo apprezzato centro di villeggiatura.

Oltre alle bellezze naturalistiche, di cui Onore è ricchissimo e che permettono un gran numero di escursioni adatte a tutte le esigenze, merita menzione la chiesa parrocchiale, dedicata a Santa Maria Assunta.

Edificata nel corso del XIV secolo su una piccola collinetta posta all’ingresso del paese, sulle rovine di un precedente edificio di culto pagano. Ricostruita nel 1721 su progetto di Andrea Fantoni, e ristrutturata nuovamente nel 1909 da Elia Fornoni, custodisce alcuni affreschi antichi di buon pregio, tra i quali spiccano la Madonna con i Santi Narno, Sebastiano e Rocco ed i Misteri del Rosario di Domenico Carpinoni, l'Adorazione dei Magi di Antonio Cifrondi e lo Sposalizio di Santa Caterina di Lattanzio Querena.

L'economia onorese è basata soprattutto sul Turismo estivo, grazie ai bellissimi paesaggi che offre la natura, e a quello invernale, grazie alla pista di sci di fondo in paese e ai vicini impianti di risalita "Presolana" e "Monte Pora". Le basi del turismo onorese nascono da attività commerciali ben organizzate e alle strutture pararicettive. in questi ultimi anni il comune di Onore si è attrezzato per ospitare numerose attrezzature sportive sul suo suolo.

Ricordiamo specialmente il campetto di calcio a 11 con tribune coperte, ospitato dal centro sportivo comunale e il campetto a 7 ospitato dal territorio ecclesiastico; il centro sportivo inoltre ospita 2 campi da tennis in terra rossa, 2 campi da bocce al coperto, campi per pallacanestro, pallavolo, calcetto; sotto la zona chiamata "dei corni" è presente la palestra naturale d'arrampicata libera e il Parco Avventura su roccia, il parco pubblico molto curato, il Campeggio Don Bosco, la palestra ospitata dalla scuola elementare, la pista di sci da fondo e vicino ad essa il percorso vita, il percorso orienteering, la biblioteca e altre numerose attrazioni, sportive e non, accolte dal paese.

Importante associazione del paese di Onore è l'Unione Sportiva Onore, conosciuta come USO.


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domenica 26 luglio 2015

ARDESIO



Ardesio è un comune della Valle Seriana sulle Alpi Orobie, sulla sponda sinistra del fiume Serio. L'economia è caratterizzata dall'industria tessile e artigianato; è inoltre una nota località turistica della provincia di Bergamo, specialmente alcune delle sue frazioni, tra cui Valcanale.

Il paese è noto per i frequenti pellegrinaggi al Santuario della Beata Vergine Maria. Un'altra chiesa, presente al centro del paese, è la Prepositurale di San Giorgio. Riedificata nel 1747, presenta numerose opere d'arte, come dipinti, affreschi e sculture.

Il capoluogo giace sulla sponda sinistra del Serio, su un terrazzo fluviale circondato dai monti, che grado a grado che si elevano, lasciano il posto a vasti prati, a ricchi ed estesi boschi, a pascoli. Il Comune è attraversato in senso longitudinale dal Serio, fiume ricco ancora di limpide acque. In senso latitudinale, ad Est, vi è la valle del torrente Rino che nasce dalle pendici del Monte Timogno, taglia il dirupo della "Curt", e prima di buttarsi nel Serio attraversa Ardesio.

Ad Ovest il torrente Acqualina, che nasce dal laghetto montano del Branchino, scorre a Nord dell'asse montuoso del Monte Secco e dell'Arera, creando scorci ambientali di rara suggestione soprattutto in quei luoghi dove le folte abetaie sembrano nascere dalle stesse acque. Anche l'Acqualina sfocia nel Serio.

I primi abitanti di questo arco alpino furoni i Liguri ad Occidente ed i Veneti ad Oriente tra cui vennero ad incunearsi i Galli Celtici, che ridussero progressivamente l'area precedentemente occupata dagli Etruschi (VI sec. a.C.).
I Celti influirono molto sulle terre a Nord del Po prima che venissero definitivamente romanizzate. Toccò al console romano Marco Marcello metterli fuori combattimento. Nel 179 a.C. i Celti furono definitivamente dominati ed i passi alpini furono chiusi ad ogni ulteriore immigrazione. Col cadere di Roma imperiale crollano le dighe faticosamente costruite e di nuovo la fiumana barbarica irrompe violenta. Sembra proprio risalire a questo periodo il primo documento che riguarda Ardesio: in un atto del 15 maggio 409 si legge che Ardesio si sottomise alle orde di Alarico, re dei Visigoti, "con consegna comandata di armi e di uomini".

Nel 464 scendono gli Alani col loro re Bergeor, ma presso Bergamo la loro avanzata è interrotta da una sconfitta clamorosa; gli scampati alla strage riparano verso i monti della Presolana, ma a Pagherola, ai confini di Ardesio, furono uccisi dagli abitanti dei villaggi.

Il 17 agosto del 774 Carlo Magno dona alla Canonica benedettina di S. Martino di Tours parecchie terre del Serio tra cui Ardesio. Notevolissima fu in questo periodo l'influenza dei monaci benedettini, che bonificarono le molte zone incolte della Valle.

Il vescovo di Bergamo, Ambrogio, nel 1026 cedette in permuta alcuni beni "in contrada di Torino, entro la città di Pavia ed in contrada di Milano ed il prevosto di S. Martino di Tours gli cedette in iscambio tutti i beni di diritto della destra canonica posti in Val Seriana, in Bondione, Gandellino, Ardesio, Clusone, Gromo ed in altri luoghi".

Successivamente il vescovo Arnolfo venne in possesso delle miniere argentifere di Ardesio già acquistate nel 1077 da Gandolfo milanese dalla vedova di Alberico da Martinengo.

Nel 1156, in pieno Impero Romano Germanico, Federico Barbarossa dona al vescovo di Bergamo i distretti di Valle Seriana e Brembana. E fu in questo periodo che il potere del vescovo esercitò una politica altamente fiscale verso i nostri territori. Diede in feudo ad Oberto di Vimercate il territorio di Ardesio, ma le popolazioni si opposero con una resistenza che terminò nel 1179, quando il vescovo Guala riconsegnò al comune tutti i beni, fuorchè le miniere di argento ed il bosco Campello.

Dopo la vittoria dei Comuni contro il Barbarossa, asprezza inaudita raggiunse in alcuni borghi della Valle ed in certi momenti di passioni esasperate la lotta tra Guelfi e Ghibellini. Frati predicatori di concordia tra fazioni si presentano come mediatori. Toccò a Bernardino da Siena il successo: di lui si dice che sia passato in queste contrade nei primi anni del XV secolo. Nel 1426 Venezia allargò i suoi confini, conquistò Brescia e Bergamo e si portò fino all'Adda. Un anno prima, Ardesio si era dato spontaneamente a Venezia.

La Repubblica confermò i privilegi e le franchigie già in vigore e divise il territorio in due "Quadre", la quadra di Ardesio e quella di Clusone. Fu un lunghissimo periodo vissuto all'ombra della Serenissima che tornò a vantaggio della nostra terra, ma che certamente non fu privo di oneri. In un documento di Francesco Donato del 1551 abbiamo notizie di soldati di Ardesio schierati con le truppe venete in difesa dell'isola di Candia contro le invasioni turche.

Tutto durò fino al 1797 quando a Bergamo le truppe napoleoniche scacciarono l'ultimo rettore di Venezia. Non mancarono in Valle Seriana manifestazioni di ostilità contro i nuovi arrivati, ma questi reagirono con durezza inaudita. A Clusone fu innalzato "l'albero della libertà" che Luigi Bana, un boscaiolo di Ardesio di 28 anni edde l'ardire di abbattere. Pagò con la vita il coraggioso gesto. Ormai siamo in piena decadenza economica, che si protrae anche dopo il 1814, quando al governo francese subentra quello austriaco. Ma il risorgimento è già in atto.

Le frazioni di Ardesio sono distribuite sia nel fondovalle (Ponte Seghe, Ardesio, Ludrigno, Valzella-More), sia in alcune valli laterali: la Valcanale, percorsa dal torrente Acqualina (Valcanale,Babes Zanetti, Albareti, Rizzoli, Bani e Marinoni) e le frazioni Cerete, Pizzoli e Staletti sono situate sulla destra orografica della valle Seriana, Ave, Valle e Piazzolo sulla sinistra orografica.

Valcanale si trova all'interno del Parco delle Orobie bergamasche. Le patrone della frazione sono Santa Margherita, che si festeggia nel mese di agosto, e Santa Maria Assunta, che si festeggia il 14 e il 15 di agosto.
Valcanale è incastonato nei monti, tra il Pizzo Arera e il Monte Secco. Da questo paese partono molti sentieri che raggiungono passi e rifugi, come il Passo del Re, il Rifugio Alpe Corte, i Laghi Gemelli, Zulino e Rifugio Capanna 2000 (così chiamato perché si trova all'altitudine di 2000 metri). Il paese è frequentato soprattutto in estate, quando i turisti si ritrovano al "laghetto", un lago artificiale situato ai lati di un fitto bosco. Da qui si può anche scorgere la Presolana.
Il paese presenta tre fonti d'acqua, decretata potabile da una nota azienda nel campo delle acque minerali. I paesani parlano inoltre di un'altra fonte di acqua, a duecento metri sotto il terreno, la cui acqua è in grado di guarire da qualsiasi malattia, e di una, in altezza più elevata, molto pesante e "capace di far morire".
L'unica parrocchia è quella di Santa Maria Assunta; la Chiesa Parrocchiale è stata edificata intorno al XVI secolo.
Non esiste un costume vero e proprio, ma durante la Processione di Santa Margherita (in agosto) e in alcune messe, le donne del paese si vestono con un maglione e una gonna neri e una camicia e dei guanti bianchi, mentre gli uomini facenti parte della Confraternita di San Giuseppe indossano una tunica bianca, una mantellina rossa e un medaglione di bronzo.
Valcanale ha tre contrade: contrada Babes (un tempo la più popolata), contrada Barenzini e contrada Grini.

Bani è collegata da una strada che si stacca da quella principale di collegamento tra il capoluogo e Valcanale, si erge a 1.025 m. di altitudine. Situata alle pendici dell'omonimo monte, gode di una posizione paesaggisticamente incantevole. Collegata da poco con una strada a Novazza, frazione del vicino Comune di Valgoglio, conta circa 100 abitanti. Famosa per aver avuto, tra la fine dell'800 e sino al 1934, in veste di parroco, Don Francesco Brignoli, "ol Pret di Bà", che si dice facesse miracoli.

La contrada Valzella è sulla strada provinciale di fondovalle e confina con il Comune di Villa d'Ogna. Vive una fase di espansione perchè oggetto di insediamento di edifici di tipo artigianale/industriale. E' l'agglomerato urbano di Ardesio a più bassa quota (530 m.). Con la località More conte circa 150 abitanti.

Storicamente Ludrigno è tra le contrade più famose del Comune; oggeto di una ritrovata espansione edilizia, raggiunge ormai i 130 abitanti. Situata a 560 m. di altitudine, si trova ai piedi del "Vendol" ed è stata, più volte nella storia, tormentata da valanghe staccatesi dalle pendici del Monte Secco e che non di rado raggiungono il Serio lungo il tracciato della suddetta valletta. E' uno dei nuclei di più antica formazione del Comune: mantiene ancora visibilissima la sua interessante struttura architettonica che ben giustifica l'interesse e lo studio degli appassionati di archittettura minore bergamasca.

La contrada Cacciamali un tempo vivace e prospera per le sue antiche miniere argentifere e feudo di una nobile ed antica famiglia ardesiana, da cui appunto prese il nome, oggi è completamente spopolata. Situata all'altitudine di 1.100 m. è servita da una disagevole via di accesso. Ciò non ha però impedito che nel corso degli anni si realizzassero numerosi interventi di restauro e risanamento edilizio, che hanno portato alla luce una pregevole architettura. Così nelle lunghe giornate la contrada torna a vivere come un tempo. Vi si trova una bellissima chiesetta del XVI secolo con affreschi risalenti allo stesso periodo.

Antiche e bellissime abitazioni di montagna creano l'incanto di Ave. Anche in questo caso l'elevata altitudine (1.100 m.) ed il crollo dell'economia agro-silvo-pastorale montana sono alla base del completo abbandono, solo ora ai primi tentativi di recupero. La sua splendida posizione e le ricche abetaie che la circondano sono infatti la ragione di un sia pur modesto (4 abitanti) reinsediamento abitativo.

Cerete fronteggia e domina il capoluogo, sulle pendici del Monte Secco, a 800 m. d'altezza. Con le località Staletti e Pizzoli conta circa 110 abitanti. E' presente ancora una modesta attività agricola.

La bellezza architettonica di Piazzolo è nota a molti esperti. Ancor oggi molto rimane di quell'arte rustica minore in molte abitazioni del XIV e XV sec., solo lievemente disturbate dalle recenti manomissioni. La sua altitudine relativamente modesta (780 m.) e soprattutto la sua vicinanza al capoluogo l'hanno mantenuta sufficientemente viva per impedirne l'abbandono. Con i suoi nuclei vicini del Ruch e del Botto Alto conta ancora 50 abitanti.

Marinoni è la prima contrada che si incontra risalendo la Valle dell'Acqualina lungo la strada comunale per Valcanale. E' sempre rimasta sufficientemente viva (180 abitanti) per il facile collegamento stradale, per la limitata altitudine (760 m.), per la sua felice posizione paesaggistica sulla sottostante valle. Recentemente oggetto di nuova espansione edilizia residenziale, in modo particolare di seconde case. Di particolare interesse l'abitato denominato "Marinoni Vecchio".

Anche la contrada di Rizzoli è tipicamente di origine agricola. Attualmente, pur avendo perso la sua caratterizzazione originaria, è sufficientemente abitata (40 abitanti). Situata ad un'altitudine di 820 m. sorge lungo la strada per Valcanale e gode di una favorevole posizione paesaggistica. Anche per questo recentemente è ripreso lo sviluppo edilizio di seconde case.

Albareti è una piccola contrada situata a 840 m. che, a differenza di altre, si è insolitamente e sufficientemente conservata nelle sue antiche strutture. Vi risiedono ancora 30 abitanti.

Zanetti è l'antico avamposto dell'insediamento agricolo ed abitativo dell'ultima parte dell'Acqualina. Con Valcanale, da cui dipende come parrocchia e come servizi, essa rappresenta una delle posizioni turistiche più interessanti del Comune. La sua cospicua altitudine (970 m.) e le sue strutture abitative ben giustificano la presenza di più di 100 abitanti. Di un certo interesse è la meridiana che si trova sulla parete sud-est della chiesa.

Il Museo etnografico di Ardesio, fondato dal Comune nel 1982, raccoglie testimonianze e cimeli in grado di raccontare alcuni secoli di storia del paese seriano.

Le tre sezioni del museo ospitano oggetti legati alle attività che più delle altre hanno caratterizzato la vita dei lavoratori e delle famiglie, in particolar modo l'estrazione delle risorse minerarie, esercitata dall'età romana fino alla metà del secolo scorso.

Tutto il territorio della Valle Seriana è particolarmente ricco di materiali ferrosi, ma anche di argento e di altri metalli. Queste risorse, note e sfruttate fin da tempi antichissimi, hanno sviluppato l'attività di estrazione rendendola una delle principali fonti di lavoro per intere generazioni di famiglie valligiane. Gli strumenti, le ricostruzioni ambientali, gli oggetti della quotidianità e le cartografie delle grotte costituiscono il contenuto della sezione più suggestiva del museo, intitolata "Miniere e minatori".

Con l'attività estrattiva, il settore tessile era il vero traino per l'economia e lo sviluppo della Valle Seriana: nella sezione "Filatura e tessitura d'altri tempi" i visitatori possono prendere coscienza delle difficoltà dell'antico lavoro femminile e osservare gli oggetti d'uso domestico per la produzione e la lavorazione della lana, della canapa e del lino.

Un interessante campionario di essenze legnose introduce all'area denominata "Carbonai e boscaioli", la cui vita è ricordata dall'esposizione di oggetti e strumenti impiegati dai lavoratori, ma soprattutto da testimonianze dirette.

Nel centro del paese, vicino al Santuario, è stata allestita una "Casa rurale"  di stampo quattrocentesco, contenente numerose ricostruzioni di vita domestica, dell'artigianato e dell'agricoltura montana.
Ardesio viene ricordato anche per i processi di produzione della calce attuati nelle antiche calchere

Poco sopra Piazza Moretto c'è il Santuario dedicato alla Madonna delle Grazie. Opera di sommo rilievo storico è l'organo (1636) di Giovanni Rogantino di Morbegno (SO). L'altare è costruito sul luogo ove avvenne la prodigiosa apparizione della Madonna. Sopra l'altare, il dipinto delle Sacre Immagini del XV secolo; ai lati del presbiterio due ovali opera del Guadagnini, così come le due pale al centro della chiesa.

A lato del confessionale, la pala dell'Incoronazione di Maria, è attribuita a Palma il Giovane. Nello scurolo sotto l'altare è depositata la scultura linea dell'Apparizione, opera artigianale della Val Gardena, mentre a lato la sala degli ex-voto, e la sala del Sacro Sepolcro, gruppo di sculture di bellissima fattura della bottega Fantoni. Nel 1645 iniziarono i lavori di costruzione dell'alto campanile (66 metri) che venne definitivamente ultimato vent'anni dopo.

Fuori, sull'omonima piazza, si può ammirare la pregevole architettura dei palazzi appartenuti alle famiglie Moioli, Maninetti, Cacciamali, e della Casa del Pellegrino.

Poco oltre si può ammirare l'imponenza della Chiesa Parrocchiale; l'ingresso del sagrato è ornato da due spalle poliscili che apparterrebbero alla primitiva chiesa parrocchiale del 1176. Nel 1455 infatti il vescovo Barozio favoriva la costruzione di una nuova chiesa che nel '600 venne adornata di affreschi e stucchi. Il suo presbiterio fu adibito a sagrestia quando nel 1737, su disegno del Caniana, sorse la chiesa attuale dalle ampie volte in "tufo" di Nasolino.

L'interno appare soverchiato dalle decorazioni eseguite nel 1864 dai fratelli Maironi e dal garibaldino Paolo Mazzoleni. Lo splendido altare maggiore è della bottega dei Fantoni, come pure i monumentali altari del Rosario, dal bellissimo tabernacolo, e del Suffragio. Il dipinto più pregevole è una tela di Carlo Cresa, del 1674, e raffigura l'Annunciazione e l'Angelo custode tra i Santi Lorenzo e Giorgio. La grande pala centrale è firmata dal veronese Saverio Dalla Rosa (1783). Del clusonese Querena gli ovali sul presbiterio (1837). Gli affreschi del coro, quello sulla porta centrale e quelli fantasiosi della volta, sono pure essi dei fratelli Maironi (1864). Tra le sculture in legno, famosi il compianto di Cristo ed il pulpito come la statua di S. Biagio, tutte opere fantoniane del '700. Gli stalli del coro sono di fattura artigianale del 1620. Del '600 sono pure quattro angeli in legno intagliato e dorato. Il campanile fu eretto nel 1487 e sopraelevato nel 1871.

Sul sagrato merita di essere annotata la Chiesa dei Disciplini con all'interno uno splendido altare ligneo, e la cappelletta di S. Rocco con affreschi quattrocenteschi.

Avvicinando Ardesio dal fondovalle e varcato il Ponte di Ludrigno, ci viene offerta subito una suggestiva visione: la bellissima chiesetta di S. Pietro.

L'Oratorio, costruito sull'estremo limitare di un antico terrazzo fluviale, sembra sia sorto su una preesistente tribulina romanica. Difficile appare una datazione precisa: è probabile che la costruzione abbia avuto inizio nel XIV secolo con sostanziali rifacimenti nel XV. Sicuramente posteriore è la costruzione del porticato che si dice avvenuta in ottemperanza agli auspici di Carlo Borromeo nel XVI secolo.

All'interno un certo interesse richiama l'altare maggiore col sovrastante affresco attribuito ad "Alessandro de Ardese". Particolare suggestione richiama anche l'affresco del Battesimo di Cristo. Un ultimo particolare: l'affresco segue le forti ondulazioni delle pareti che nella restante parte è perfettamente piana. Ciò conferma l'ipotesi di chi fa risalire l'affresco al 1400.

Tra i palazzi che compongono il ricco patrimonio architettonico spiccano Palazzo Bigoni, ex-casa del vescovo, con il cortile interno e il colonnato; Palazzo Zucchelli con il portico al piano terra e i loggiati nella parte superiore; Palazzo Gadaldini oggi sede del municipio.
Usi, costumi, riti, processioni costituiscono un segmento importante della storia ardesiana: per questo possiamo dire che Ardesio è un po' la patria della riscoperta di tutto ciò.
Il 31 gennaio di ogni anno, alle prime ombre notturne, ragazzi e giovani muniti di campanacci, tolle e "cioche" si lanciano per le vie strette di Ardesio pronti a scacciare l'inverno. E' la passione per la "scasada dol zenerù", che oggi è più viva che mai. Coinvolge spontaneamente gli abitanti, richiamandoli anche dai paesi circostanti, e li spinge all'aperto, sfidando il maltempo, tutti pronti, col maggior fracasso possibile, ad allontanare un altro terribile inverno. Il "Zenerù" viene rappresentato da un pupazzo che alcuni giovani preparano, per poi arderlo.

Altrettanto famoso ed enigmatico è il "carneal dol magnà" che si tiene nella frazione di Bani. E' una rappresentazione drammatica dell'ultima domenica di carnevale. Le maschere non inducono alla baldoria, ma ricordano i momenti di paura e di tensione vissuti da questa comunità. Con il "testament del Burtulì", che da qualche anno accompagna la mascherata, si vuole rappresentare il riscatto della povera gente sulle autorità usurpatrici.

A Valcanale il 9 febbraio si festeggia il "ritorno del sole" sul campanile della chiesa parrocchiale. Per oltre mesi all'anno la massiccia cima del Fop nega al sole di illuminare la zona. Con l'arrivo dei primi raggi ritorna la vita in questa bellissima valle.

Durante la stagione primaverile, il capoluogo vive il tradizionale "gioedè dè la mèsa". La notte del giovedì di Quaresima, i "soliti ignoti" girano furtivamente per le vie del paese e, si soffermano dinanzi alle abitazioni delle nubili, ed oggi anche degli scapoli, per segnare gli antistanti marciapiedi con croci la cui grandezza sarà proporzionata alla fama celibataria degli interessati.

Dal famoso soprannome che hanno gli abitanti di Ardesio, "i cavre dè ardès", è nata da diversi anni la ricorrente "Fiera delle capre". Ogni anno, una vera e propria sagra paesena, con protagonisti questi animali, richiama allevatori e semplici curiosi che si accalcano nei tendoni appositamente predisposti a contenere decine di espositori con i loro capi.

La festa patronale di San Giorgio si tiene il 23 aprile, mentre la commemorazione della Apparizione della Vergine Maria nel 1607 nel Santuario della Beata Vergine Maria è il 23 giugno.

A Valcanale, dove è presente un anello di sci di fondo di 2,5 km, ha inizio il Sentiero delle Orobie orientali che passa, come prima tappa, al Rifugio Alpe Corte.

Nella frazione Valcanale erano presenti piste da sci servite da quattro skilift chiamati Piazza Alta, Piazza Bassa, Piani di Cavradacc e Baby ed una seggiovia monoposto chiamata Valcanale-Piazza. Gli impianti partivano in località Pià Spis con la seggiovia ed erano raggiungibili percorrendo Via Alpe Piazza, strada mai collaudata e ora chiusa al traffico veicolare da una sbarra per vari cedimenti verificatesi. Il primo impianto, costruito nel 1972, fu la seggiovia e l'anno successivo gli skilift Piazza Alta e Bassa. Gli impianti, di proprietà della società "Valcanale Srl" (ora in liquidazione), vennero ufficialmente inaugurati nel 1973. Seguì la costruzione dello skilift Piani di Cavradacc nel 1992 e della manovia Baby. Le piste avevano una lunghezza di circa 11 km. Nel 1997 gli impianti vennero chiusi. Le piste, gli impianti e l'ex albergo SempreNeve ad oggi sono in stato di abbandono e forte degrado. I tracciati delle ex piste di discesa d'inverno sono meta di appassionati di sci d'alpinismo.



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ONO SAN PIETRO



Ono San Pietro è un comune della Val Camonica.

Il paese si espande sul cono di deiezione della Concarena formato dall'escavazione del torrente Ble. Sono presenti doline ed effetti di carsismo che provocano frequenti smottamenti.

In passato era famoso per le sue calchere e per le cave di marmo occhiadino. Sono state ritrovate sei calchere, in uso fino agli anni '50.

L'attuale abitato di Ono San Pietro è formato dai due nuclei, ricordati in fonti medievali già nel 1299, di Hono e Cricolo; il paese è denominato anticamente come Do, ma anche Doi, Hono e Onno. Cricolo invece sorgeva più a nord, nei dintorni della chiesa di San Pietro.

In località Baite di Natù, Baite del Rüa e Baite Alte di Plaurentì di Ono San Pietro sono state individuate delle iscrizioni in alfabeto camuno, che indicano una presenza umana databili per lo meno alla tarda età del ferro V secolo aev.

La vicinanza all'area delle incisioni rupestri e alcune caratteristiche geomorfologiche, ambientali e sovrapposizioni storiche consentono di ipotizzare, già nella preistoria, frequentazioni, se non addirittura insediamenti umani, sul territorio che si stende ai piedi della Concarena.
Il poggio su cui sorge la chiesa di S. Pietro ha caratteristiche ricorrenti in numerosi siti dove si sono trovati resti di insediamenti preistorici: orientamento Est-Ovest, pianoro ai piedi di un pendio, vicinanza dell'acqua del Re e della sorgente in località Prati e, da ultimo, la presenza della chiesa di S. Pietro, possibile sovrapposizione cristiana su un luogo di culto più antico.
Per avere tuttavia le prime notizie su Ono S. Pietro bisogna giungere alla fine del XIII secolo d. C., al periodo cioè in cui si andava strutturando, in Valle, il paesaggio agrario che abbiamo conosciuto fino agli anni cinquanta, quando il mondo contadino viene fortemente ridimensionato fino quasi a scomparire.
Sono legate alle attività contadine e all'intreccio tra potere religioso e potere civile, proprio del Medioevo, le prime notizie storiche riguardanti il paese, denominato anticamente Do, ma anche Doi, Hono e Onno.
In un documento del 1299 si citano Hono e Cricolo in relazione al reddito che la Pieve di Cemmo vi ricavava. Da tale fonte si evince come l'abitato fosse allora diviso in due nuclei, uno dei quali, Cricolo, verrà fortemente ridimensionato da un, non meglio documentato, franamento del monte Concarena, avvenuto agli inizi dei secolo XV; oggi vi rimangono meno di dieci case a corona della chiesa di S. Pietro.
Pur non avendo mai raggiunto l'importanza di altri borghi, Ono S. Pietro partecipa attivamente alle vicende economiche e politiche della Valle.
Nel 1338 viene aperto un forno fusorio, quasi certamente il primo in Valcamonica, che continuerà a produrre fino al 1815.
In tempi nei quali le contese, quasi sempre armate, erano assai frequenti, gli abitanti non disdegnarono di schierarsi: della delegazione ghibellina, chiamata il 31 dicembre del 1397 a trattare la Pace di Breno con la fazione guelfa, faceva parte anche un certo Bono di Pietro da Hono.
Con la conquista della Valle da parte di Venezia aumenta l'importanza dei giacimenti di ferro presenti a NO dell'abitato sui monti Cuel, Elto e passo Garzeto. Dell'antica attività mineraria rimangono ancora oggi numerose vestigia.
Con la "Costituzione di Valcamonica", emanata dal Governo veneziano nel 1427 e riscritta nel 1627, viene istituito il Consiglio Generale, nel quale siedono due rappresentanti eletti da ogni comune: Deffendo Gamba, Bartolomeo Moreschi, Rocco e Stefano Gamba e Abele Abeli furono alcuni di questi rappresentanti.
L'economia, per molti secoli, ha poggiato su attività tipiche di un territorio montano: agricoltura e allevamento di sussistenza oltre allo sfruttamento delle risorse naturali, boschive e minerarie.
Un'attività di cui si parla poco è la produzione della calce. Eppure fra i prodotti che potremmo chiamare preindustriali assume un'importanza seconda solo, se non pari, alla ferrarezza.
Si pensi alla quantità di calce necessaria a costruire i paesi dell'intera Valle, ebbene veniva prodotta quasi tutta nel tratto che da Angolo a Ono S. Pietro è segnato dalla formazione rocciosa adatta alla calcinazione. Questa attività metteva in moto interessi dai quali dipendeva il sostentamento di migliaia di persone. Non si spiegherebbero altrimenti le innumerevoli liti, non solo tra privati, ma addirittura tra comuni per accaparrarsi le condizioni migliori per lo svolgimento di questa attività. Emblematica è la sentenza emessa, nel 1660, "... contra il comune di Do per li coppi della calchera - da Carlo Rizzieri Dottor Arbitro- nella differenza vertente tra la Comunità di Cerveno da una et la Comunità di Hono dall'altra".
L'economia di mera sussistenza non consentiva certo rapidi e sensibili incrementi demografìci: ci vorrà, a esempio, più di un secolo perché la popolazione passi dai 349 abitanti dei 1720 ai 426 del 1826 e bisognerà arrivare al censimento del 1861 per superare il mezzo migliaio di abitanti.
Da allora si registrerà un progressivo incremento, fino a raggiungere i 636 residenti del 1911 dei quali però solo 538 saranno presenti al momento del rilevamento; è il periodo della grande emigrazione che vide 15 milioni di italiani, con una punta massima di 6 milioni nel decennio 1901-1910, emigrare verso altri paesi europei ed extraeuropei.
Anche Ono S. Pietro ha dato il proprio tributo al grande esodo: tra il 1861 e il 1937 ben 170 persone emigrarono, per lo più verso il Nord America, in cerca di lavoro e di migliori condizioni di vita.
Nel 1927 Ono S. Pietro perde la propria autonomia e diventa frazione di Capo di Ponte; è l'anno in cui il regime fascista sopprime tanti piccoli comuni per poterne controllare meglio la popolazione.
Vent'anni dopo la popolazione non aveva ancora accettato questa imposizione tanto che nelle prime libere elezioni amministrative del 1946 si astenne dal voto in segno di protesta per la mancata ricostituzione del Comune autonomo.
Finalmente nell'agosto dei 1947 giunse il provvedimento governativo che consenti anche a Ono S. Pietro di tornare ad esercitare la propria autonomia.
In tale occasione un folto gruppo di cittadini, penetrato nella sede comunale di Capo di Ponte, si riappropriò in modo alquanto deciso di bandiera, registri e suppellettili e in corteo li riportò a Ono S. Pietro.
La costruzione della strada provinciale, avvenuta sei anni dopo, che consentiva di raggiungere la SS 42 evitando Capo di Ponte, oltre ad essere vissuta allora dagli abitanti in termini di rivalsa nei confronti del fu capoluogo, si confermò come un elemento di apertura al territorio, consentendo a Ono S. Pietro di inserirsi nel processi, spesso tumultuosi che portarono l'Italia e, se pur più lentamente, la Valcamonica a passare da una economia e cultura contadina alla successiva società industriale e all'attuale postindustriale.

Secondo una leggenda il dome Dò deriva dalle lettere "D" ed "O" presenti sulla facciata dell'antica chiesa dedicata ai Santi Pietro e Paolo nella quale alcuni zingari si erano rifugiati a seguito della distruzione della loro carovana ad opera di una grande frana della Concarena. Secondo un'altra ipotesi il nome deriverebbe dal termine celtico-iberico duno, recinto per pecore da lana che, secondo la tradizione, sarebbero state importate nel 774 dai monaci di San Martino di Marmoutier. Secondo una terza ipotesi, Do sarebbe la contrazione del sostantivo latino "donum" o "dunum", terrazzo.

La parrocchiale di S. Alessandro Martire è stata ricostruita dal 1798 al 1809 su un'antica chiesa del '400. L'interno, classico a una navata, contiene alcuni dipinti del '600 mentre l'ancona dell'altare maggiore è stata eseguita dall'intagliatore di Vezza d'Oglio Buccella nel 1713, su disegno del Rusca. In canonica è conservata una tela "Madonna con Bambino" di Palma il Giovane.

La chiesetta di S. Pietro in Cricolo, del sec. XV, è sita in una posizione suggestiva su un poggio panoramico allo sbocco della Val Clegna. All'interno, a una navata di stile romanico, ci sono tracce di affreschi e una pala del '600. La facciata esterna è in conci di pietra chiara locale, liscia, in stile romanico lombardo mentre il campanile in granito è del '500 con quattro bifore nelle cella campanaria.

Le case di via Zeva del centro storico, conservano architetture rurali in pietra e antiporticai e ballatoi in legno.

La Concarena è una delle montagne camune, appartenente alle Alpi Orobie, i cui confini si spingono fino al corso del fiume Oglio. Chiunque, risalendo la Vallecamonica, nei pressi di Breno, non può fare a meno di ammirare quell'imponente montagna che, sulla sinistra, si slancia ardita verso il cielo, con i fianchi a picco solcati da scuri canaloni.
È considerata una dolomite "nostrana", meno famosa ma non per questo meno bella delle più note sue sorelle trentine.
Per l'escursionista e per il semplice appassionato della montagna, che ama trascorrere il tempo libero con la propria famiglia o con gli amici, risalire i versanti della Concarena sarà per certi aspetti come compiere un viaggio nel tempo, nella natura e nella storia, tra rocce, fossili, fiori, cascine, alpeggi e luoghi di sorprendente bellezza, che non risulteranno difficili da scoprire.

Il Rifugio Baita Iseo (m 1335) è situato sul versante nord-orientale della Concarena, sopra l'abitato di Ono San Pietro, in una zona ricca di percorsi e itinerari segnalati, che lo rendono meta escursionistica e luogo da cui addentrarsi nel territorio circostante.
L'ospitale struttura del Rifugio è una tappa del "Sentiero Italia", che si snoda attraverso i più importanti gruppi montuosi della penisola, e della "Alta via delle Orobie Orientali" (segnavia n. 6).

Il presepe vivente di Ono è una vera e propria sacra rappresentazione, che viene allestita per tre giorni: la vigilia di Natale, Natale e S. Stefano, la cui prima edizione risale al 1985.
Il percorso si snoda nel centro storico del paese. Per l’occasione vengono allestite scene che accompagnano Maria e Giuseppe nel loro viaggio da Nazareth a Betlemme. La particolarità della sacra rappresentazione è che si snoda in senso antiorario, come accadeva nelle antiche processioni delle Alpi per simboleggiare il ritorno alla vita (non va dimenticato che il Natale cade nel solstizio d'inverno).


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LOSINE

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Losine è un comune della Val Camonica,ed è situato ai piedi del monte Concarena e sulle sponde del fiume Oglio. È attraversato dal torrente Poia.

Vi erano numerose cave di calcare ed alcune venature di marmo occhialino

Questa terra esisteva un castello con alcune torri di proprietà della famiglia Griffi.

Il ritrovamento di tre lapidi romane nelle vicinanze dalla parrocchiale, con nomi di importanti personaggi, edili e decurioni, classi di alti funzionari, forse imparentati con famiglie del luogo, fanno pensare ad una probabile zona residenziale romana in zona opposta al nucleo delle abitazioni medioevali.

Un'epigrafe murata all'esterno della sacrestia dell'ex parrocchiale, insieme ad altri ritrovamenti, attesta la presenza di uno stanziamento romano. Una prima chiesa di San Maurizio potrebbe essere stata fondata dai monaci di Tours nel sec. VIII-X, quando già forse esisteva la chiesa di Santa Maria del Castello. Un documento del 1182 ricorda la pacificazione, avvenuta appunto in San Maurizio, tra due rami della famiglia dei Griffi: nel 1174 il brenese Guiscardo aveva ucciso il losinese Biscardo e doveva ora riconsegnare ai figli dell'ucciso la torre di Losine. La famiglia Griffi, legata ai Martinengo, fu di parte guelfa e un Giovanni Griffi da Losine fu eletto nel 1182 vescovo di Brescia, contribuendo ad ampliare la potenza della famiglia. Nel 1311 l'imperatore Enrico VII nominò Stefano Griffi vice-vicario imperiale in valle e un Giovanni Griffi da Losine ebbe in seguito in feudo Bione. I Griffi (dei quali, secondo alcuni, era un ramo la famiglia dei Nobili di Lozio) ebbero vita difficile durante il periodo visconteo e furono presenti alla pacificazione tra le fazioni tenutasi nel 1397 al ponte Minerva, a sud di Breno. Nel 1402 i guelfi costruirono un fortilizio a Losine e uno a Niardo, che servì come base per disturbare i viscontei che occupavano il castello di Breno. Episodio saliente di queste contese fu il massacro dei Nobili per mano dei ghibellini Federici, che irruppero nel loro castello di Lozio il giorno di Natale del 1410. La dominazione di Venezia nel 1428 restituì agli alleati guelfi, e quindi anche ai Griffi, diritti e possedimenti. La famiglia si adoperò a favore di Venezia anche nella guerra contro Milano del 1446-48. Solo nel '300 la chiesa di Losine fu autorizzata ad avere il battistero e un sacerdote officiante. Il comune di Losine si costituì nel '400, traendo origine dalla primitiva vicinia, assorbendo gradualmente le proprietà dei Griffi, dediti ormai alla professione notarile o al commercio in centri più importanti. Nel ventennio fascista Losine fu aggregata amministrativamente a Breno; riconquistò la propria autonomia nel 1949.

La Chiesa di S. Maria del Castello venne fatta costruire dalla famiglia Griffi, signori del luogo, all’inizio del XII secolo, o forse anche prima (verso il 1050). La parte più antica era costruita a conci piuttosto larghi e squadrati, con una sola navata orientata est –ovest e con l’entrata laterale, poiché la facciata era addossata al terreno. Nel XVI secolo, probabilmente dopo un incendio che toccò anche il vicino castello, la chiesa venne ampliata su entrambi i lati, cambiandone l’orientazione, e aggiungendovi la Sacrestia. Nel Settecento, venne poi accresciuta la zona presbiteriale, aggiungendo un corpo più elevato rispetto alla restante parte della costruzione. All'interno vi sono degli affreschi, il più notevole dei quali è il Cristo Pantocreatore nel catino absidale e un ex- voto raffigurante un incendio e l'apparizione della Madonna con un'incisione che manifesta la volontà di Paolo Griffi di ringraziare la Vergine per lo scampato pericolo.

Un albero di ulivo ed un muretto di pietre ornano il piccolo sagrato di S. Maria in Castello, alto sulla Valle, di fronte al pizzo Badile. Già nel secolo XII la chiesina doveva essere lì, semplice e lineare, a dominare le case di Losine medioevale. Rimane di essa una piccola abside rotonda con leggere lesene e finestrelle strombate ed il muro di facciata, inglobato nella parete occidentale, entrambi romanici, severi e puri nel verde del bosco circostante. Dal sec. XVI la chiesa fu allungata e più volte rimaneggiata, forse a causa di un incendio che colpì anche il vicino castello: oggi l’abside di granito sembra messa lì per scherzo, vicino ad una porta architravata di pietra di Sarnico, con una lunetta superiore che racchiude un affresco molto semplice ed ormai quasi illeggibile. Sotto senti scorrere un torrente, quello certo che, in piena, distrusse la parte di collina prospiciente alla chiesa antica. La località si chiama Castello: pare, infatti, certa l’esistenza di un castelliere antico, di proprietà dei nobili Griffi, perché citato in documenti a partire dal 1182. Nei primi decenni del nostro secolo all’interno della chiesa, a destra della porta maggiore, si trovava murato un occhiello in ferro (Canevali) da cui pendeva una grossa chiave, che la leggenda vuole essere stata del castello antico. La chiave è sparita. Forse ha fatto la stessa fine del paliotto dell’altare con relativa ancona in legno, ornata da statuette e bei rami di fiori, del sec. XVII, venduti da uno sprovveduto parroco di campagna. Essi ornavano l’allora parrocchiale di S. Maurizio, bella costruzione cinque - seicentesca, pura nelle linee architettoniche, ora adibita ad oratorio.

Il paese non ha quasi più nulla d’antico: c’è qualche resto del borgo medioevale, ma mal conservato o riadattato modernamente con poco gusto. Rimangono le tre antiche case dei nobili Griffi, rimaneggiate nei secoli, con bei portali in pietra, resti d’affreschi, finestre ovali nei solai, balconi sostenuti da grosse mensole in granito.

La chiesa del Sacro Cuore è stata costruita fra il 1884 e il 1904 su progetto di Fortunato Canevali. La facciata è di stile barocco a due ordini, mentre l'interno, a una navata con volta a botte, contiene opere di pregio, quali affreschi cinquecenteschi e una tela a olio "Assunzione di Maria" del '600. Nella parete sud-ovest della casa parrocchiale è murata una lapide romana con iscrizione.

La chiesa di S. Maurizio è stata la prima chiesa parrocchiale di Losine, ampliata nel XVIII secolo sulle vestigia di una precedente chiesetta del XII secolo. Ha facciata barocca, campanile molto grande, usato dall'attuale parrocchiale, e nella parte sud si distinguono resti della torre campanaria e una monofora della prima chiesa. L'interno a una navata, piuttosto spoglio, contiene affreschi del Quaglio.

La Chiesetta di Santa Maria Nascente alle Tezze,  campestre del XVII secolo, costruita all’interno di un borgo del 1600, probabilmente casa di campagna di antichi nobili che venivano in quel di Losine a trascorrere periodi di riposo.

Dell'antico castello di Losine oggi non rimane che una debole traccia storica: un ex-voto secentesco, che assurge quasi a prova documentaria, rinvenuto nella chiesetta di S. Maria Assunta, in cui nella prima parte a sinistra si raffigura un borgo fortificato, sovrastante tre alti caseggiati in cui s'intravedono torri e case fortificate, collegate per mezzo di una possente muraglia munita di cammino di ronda. In basso a destra la seguente didascalia: "QUESTA OPERA FATA PER SATISFAR A UNO VOTO FATTO ( ) P. UOLO AGUSTI' E G. CAUSA DUNO GRANDISSIMO INCENDIO INTORNO ALE SUE CASE ".
Tutti gli storiografi del passato sono concordi nell'identificare il complesso fortificato del dipinto con il castello di Losine, che tuttavia così come appare sembra più un borgoforte che un castello feudale. Padre Gregorio Brunelli alla fine del seicento dice di Losine: "terra già decorata d'alcune torri, e d'un castello sul eminenza, dovè situata la chiesa della Madonna, del quale ritiene il nome la contrada superiore, ch'in alto s'estende, ed essendo stata signoria della famiglia Griffi…".
Il Canevali si affida alla tradizione popolare e ricorda di aver visto "a destra della porta maggiore della chiesina, murato un occhiello di ferro da cui pende una lunga e grossa chiave. Vuolsi che da secoli trovisi in tal posto assicurata e dal paese viene gelosamente custodita quale unico ricordo dell'antico castello…" (chiave da tempo trafugata). La toponomastica di S. Maria in Castello viene in aiuto al Fappani che argomenta: "I Griffi costruirono in Losine, su un poggio sovrastante l'attuale chiesetta di S. Maria Assunta, un forte castello, di cui non resta che il ricordo ma che ebbe un ruolo importante. E' anzi probabile che la chiesetta di S. Maria la cui abside è del sec. XI fosse inclusa nelle sue mura". Quindi, a detta del Fappani, castello e chiesa sarebbero coevi ed edificati intorno al mille. Ancora il Canevali nel 1911 presenta per Losine una fotografia con la seguente didascalia: "Chiesa di Santa Maria Assunta: avanzo di abside lombarda". Dello stesso avviso è pure il Melotti il quale asserisce che se i documenti nominano il castello solo nel 1175 come proprietà della famiglia Griffi tuttavia dovette esser stato costruito molto antecedentemente e si dice pienamente convinto che i resti del maniero esistano ancora, basterebbe scavare: "oggi di esso non resta che il ricordo, ma sono convinto che sotto le zolle del caratteristico e bel promontorio di proprietà Zanetta, esistono ancora i ruderi di un maniero che doveva essere famoso e antichissimo; credo di non errare se penso che quel castello esisteva già nel 1000". L'ipotesi del Melotti sarebbe confermata dall'episodio, che Maggioni e Bono definiscono leggenda, accaduto ad un contadino di Losine che mentre stava scavando una buca nelle adiacenze del sito un tempo fortificato, si vide inghiottire dal terreno l'attrezzo che teneva in mano udendo che cadeva perpendicolarmente battendo su dei ciottoli. Per tutti i castelli la tradizione popolare attribuisce l'esistenza di una galleria sotterranea che collega la fortificazione ad una dimora dell'abitato o ad una sicura via di fuga e ciò è confermato anche per il castello di Losine. Secondo ciò che è stato tramandato oralmente, un passaggio segreto partiva dai sotterranei del maniero e arrivava fino all'abitazione dei Griffi in via Dasser, oggi casa Castagna. Forse per questa fortificazione non si tratta di mera leggenda in quanto nell'anno 1993, in un terreno scosceso sotto la via Castello, è stato scoperto un cunicolo alto circa un metro e mezzo e largo 90 cm. Il tunnel, oggi coperto, andava nella giusta direzione di casa Griffi, finendo in un pozzo ed era percorribile da una persona in posizione china.
Un dato è inconfutabile per questo castello: la sua posizione strategica e la sua funzione di collegamento e di comunicazione anche visiva con gli altri castelli guelfi della zona (Breno, Ceto, Cemmo, Cimbergo). Accertata la proprietà della famiglia Griffi, si può tranquillamente asserire che l'alleanza di questo casato, presente anche in Braone, con i Ronchi di Breno, i Pellegrini di Cemmo e di Cimbergo, i De Figna di Ceto, i Nobili di Lozio faceva sì che la fazione o partito guelfo controllasse buona parte della media Valcamonica, sottraendola alla fazione opposta e spezzando il dominio dei Federici sull'intera Valle, costringendoli a spadroneggiare solo nella bassa e nell'alta valle. Ma chi erano e da dove provenivano questi Griffi, proprietari del castello di Losine di cui si dice che abitassero anche in contrada Cadì e di cui il Da Lezze scrisse che il territorio di Losine "è quasi tutto dei signori Griffi di Breno?". Secondo l'Istituto Araldico Fiorentino il casato Griffi si riscontra a Bologna, Padova, Modena e Brescia. Pare che fossero già in vista a Brescia nel XII sec. e secondo il Sina che discendessero dalla famiglia dei Lavellongo. Da Brescia ebbero diramazioni a Monticelli d'Oglio, Drugolo, Salò, Breno, Losine, Braone, Cemmo ed Edolo, dove ancor oggi vi è un palazzo che reca il caratteristico stemma col grifone rampante. E' dato per certo che i rami di Losine e di Braone originassero da quello di Breno da un certo Ubertus Griffus de Breno, nel 1182 sono ricordati un Uberto fu Biscardo e suo figlio di nome Alberto da cui, secondo il Sina discendono i Griffi losinesi. Il Lechi sostiene che anche il Vescovo Giovanni detto Fiumicello che concluse la pace di Losine, intimando a Guiscardo di Breno di restituire la torre di Losine ai figli di Biscardo che aveva assassinato, fosse un Griffi e che avesse infeudato alcuni suoi parenti perfino a Lozio. Altri personaggi di spicco furono Milius, maggiorente di Brescia presente al giuramento della Lega Lombarda a Lodi nel 1167, Griffo Griffolino rettore della Lega Lombarda nel 1236, Mileto capitano del popolo a Bologna nel 1292, Jacopo presente alla stipula della pace di Milano nel 1311, Comino e Boccaccino investiti dei feudi di Volpino e Rogno da Pandolfo Malatesta nel 1414, Nilino che fu podestà di Modena nel 1462. La famiglia in Brescia decadde intorno alla fine del '500. Il castello di Losine pare non fosse appartenuto sempre ai Griffi, il Putelli nel 1915 cita un documento del senato veneto in cui si dice che Bartolomeo Pellegrini di Cemmo possedeva un fortilizio e alcuni beni nell'abitato di Losine "supra quam villam habet unum fortilicium et aliqua bona in tenuta dicte ville". Secondo gli storiografi camuni il castello di Losine venne comunque smantellato assieme a tutte le altre fortificazioni ghibelline, per ordine di Venezia, nel 1455, pur essendo di parte guelfa e filo-veneta, non certo per un voltafaccia dei suoi proprietari, ma perché troppo fatiscente ed inservibile. Venezia temeva che negli antichi fortilizi abbandonati vi potessero trovare rifugio tanto dei briganti malavitosi quanto dei cospiratori antirepubblicani.


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sabato 25 luglio 2015

CERVENO



Cerveno è un comune della Val Camonica e giace ai piedi della Concarena, sul versante occidentale della Valle Camonica, di fronte alla frazione Badetto del comune di Ceto.

Presso Cerveno si estraeva il marmo occhialino.

I primi reperti che testimoniano insediamenti umani nella zona di Cerveno risalgono all'età romana; il nome "Cervinica" appare per la prima volta nell'837 in un diploma del re d'Italia Lotario e diventa "Villa Cervis" in un documento del 960.
Attorno al Mille la zona fu donata da Carlo Magno ai monaci del convento francese di Tour, mentre dal 1200 il Vescovo di Brescia la infeudò ai signori di Cemmo, che così raccoglievano tasse e decime spettanti alla Curia.
Nel 1300 Cerveno si costituì Comune autonomo e rimase tale fino all'inizio del '900: forse per questa lunga e ininterrotta continuità amministrativa il nome originario di Cerveno, contrariamente a molti altri paesi camuni, non subì mutamenti di rilievo.
Nel '300 furono costruite anche la maggior parte delle costruzioni del centro storico, edificate strettamente addossate le une alle altre aggrappate ad un ripido pendio.
Durante il Medio Evo e le guerre tra il ducato di Milano e Venezia, Cerveno seguì le vicende dei borghi limitrofi; successivamente, con Napoleone, entrò a far parte di uno dei dieci Cantoni della Montagna, in cui la Provincia di Brescia era stata divisa.
Nel 1429 fu fondato il forno fusorio, votato all'unanimità dall'assemblea dei vicini, che stabilì anche che introiti e utili dovevano essere sempre divisi tra i vicini stessi.
Dopo che la Vallecamonica, con la pace di Lodi, divenne parte integrante del territorio della Serenissima Repubblica Veneta, nel Catastico del 1610 il Lezze scriveva che gli abitanti di Cerveno si dedicavano, oltre che all'agricoltura, "a cavar vene di ferro et condurle al loro forno per far il ferro"; vi erano anche quattro mulini e un forno per panificare.
Durante il ventennio fascista (1927-1947), che accorpò i piccoli comuni con quelli di maggiore grandezza, Cerveno fu per tutte le funzioni amministrative aggregato a Ceto e riacquistò la propria autonomia nel 1947.

Il centro storico di Cerveno conserva l'aspetto tipico del borgo medievale: case addossate, strade strette in salita, piazze esigue e i tipici archivolti.
I portali in pietra degli edifici, costruiti con materiale detritico della Concarena e calcare di Esino, riportano ancora incise la data della loro costruzione, in alcuni casi l'inizio del '400, ma sono più numerosi gli edifici risalenti al '500/'600, un periodo di prosperità economica.
La struttura dei portali è quella tipica dell'arco a tutto sesto o ad ogiva oppure con architrave piano, poggiato su mensole sagomate, come nei portali "a gruccia".
Numerose sono le fontane in pietra e granito che, dall'inizio del secolo scorso, forniscono acqua buona a tutto il paese. Sono ancora visitabili l'antico mulino ad acqua, presumibilmente del '500 e recentemente ristrutturato, il caseificio ternario, che necessita di interventi conservativi, e una "calchera" per la produzione della calce.

Vicino all’impetuoso torrente di nome “Re”, con portata d’acqua costante in tutte le stagioni, si concentravano le attività produttive della comunità di Cerveno: il Mulino, recentemente acquisito e restaurato dal Comune, il caseificio, testimonianza delle tradizionali attività di allevamento e lavorazione del latte, con zangola azionata ad acqua, alcune fucine e soprattutto il forno fusorio, di cui rimangono solo tracce documentali, che lo classificano come uno dei primi della Valle Camonica: “17 febbraio 1429. Qui nella pubblica seduta di tutti i Vicini, nell’assemblea del popolo del Comune, degli uomini e delle persone di tutta l’università della terra di Cerveno, …, tutti costoro, d’intesa con il loro console ed il loro camparo, unanimemente, concordemente e senza che nessuno tra di loro dissentisse, hanno solennemente convenuto tra di loro e deliberato di far costruire un forno per il ferro nella terra di Cerveno, vicino all’acqua del Re, in un piccolo appezzamento a prato appena comprato dagli eredi di Comino Carnevali di Cerveno. Ugualmente hanno stabilito che il reddito, l’introito ed i proventi di questo forno devono essere per sempre divisi tra gli stessi, cioè tra il Comune e gli uomini di Cerveno”. Nella piazza antistante il Municipio e nelle vicinanze si possono ammirare “La porta del silenzio”, singolare monumento ai caduti dell’artista Franca Ghitti, la meridiana seicentesca legata ai ritmi della vita contadina, alcuni portali datati: 1561, 1578, 1667

La “Casa Museo di Cerveno”, edificio rurale di fine ‘500 recentemente ristrutturato,costituisce una concreta testimonianza dei metodi costruttivi edili, visibili nell’organizzazione degli spazi e nell’uso dei materiali locali: pietra calcarea, legno e ferro. I reperti raccolti e gli arredi recuperati denotano stili di vita particolari; gli attrezzi impiegati nel lavoro dei campi, specificatamente per la viticoltura e la vinificazione, e quelli per l’allevamento, le attività silvo-pastorali e l’artigianato esprimono il livello di abilità manuale-creativa dell’homo faber, che sa costruire, adattare, riadattare quando gli serve per vivere e per sopravvivere.

Significativa, nel museo, anche la presenza del materiale prodotto per la realizzazione della Santa Crus, rappresentazione vivente, a cadenza decennale, della Passione di Cristo. Gli abiti utilizzati dai figuranti, le armi, le corazze, i segni della Passione, le immagini riproducenti le fasi preparatorie della manifestazione esprimono efficacemente la complessità del lavoro che si compie, la coralità che lo caratterizza, la partecipazione collegiale dell’intera comunità, a testimonianza dell’atavica fede, delle tradizioni consolidate e dell’identità locale.

Evocare i tratti distintivi dell’identità del paese e della sua gente è lo scopo di questa Casa Museo. Una casa rurale che ha fatto parte per almeno cinque secoli della storia della comunità e che oggi raccoglie oggetti e immagini utili per trasmettere saperi e memorie.

La Casa Museo è luogo di incontri e mostre temporanee, occasioni di confronto e di formazione per gli adulti, attività didattiche e ludiche per i bambini e i ragazzi, lavori di preparazione per la manifestazione decennale della Santa Crus.

La Casa Museo rimanda al paese e al territorio che la circonda offrendo indicazioni utili per accostarsi al patrimonio storico e artistico di Cerveno e per seguire percorsi di conoscenza del paesaggio, dell’ambiente e degli altri abitati ai piedi della Concarena..

La chiesetta dei Morti è sorta come lazzaretto per le vittime della peste del 1630, ampliata e consacrata nel 1869.

Il Santuario della Via Crucis conserva le 14 stazioni di un capolavoro dell’intaglio ligneo del ‘700: le cappelle sono raccolte ai lati di una scalinata, a custodire un unico edificio la cui facciata dà sulla piccola piazza di Cerveno. Le stazioni sono composte da gruppi scultorei in legno e gesso per un totale di 198 statue, in gran parte opera dello scultore Beniamino Simoni da Saviore, completate fra il 1752 e il 1764. Le stazioni VIII –IX – X sono state completate dai nipoti del Fantoni, mentre la XIV è dell’artista milanese Selleroni (quella originale del Simoni è conservata nel Duomo di Breno). Gli affreschi alle pareti sono dello Scotti e dei fratelli Corbellini. L’entrata abituale al Santuario avviene attraverso la porta principale della chiesa parrocchiale, che si apre di fronte alla prima cappella; la altre stazioni seguono sul muro settentrionale in discesa e poi risalgono sul lato opposto fino alla grande cappella della Deposizione, situata sul fondo dell’edificio stesso.

La chiesa parrocchiale di S. Martino di Tours fu eretta nel '200 sul luogo di un antico castello medievale o di una rocca fortificata; conserva della struttura romanica poche e dubbie tracce. L'attuale edificio fu iniziato nel '400 e completato nel '600. Nel '700 Andrea Fantoni e la sua bottega realizzarono due confessionali e la cornice della Pala dell'altar maggiore, oltre ad alcune strutture. La pala della Madonna del Rosario è del palazzolese Coggi (1741). Restano tracce degli affreschi quattrocenteschi, il battistero del Concelli e tele di Andrea Celesti e Pompeo Ghitti. Annesso alla parrocchiale vi è l'oratorio della Madonna del Carmine in cui, grazie ai restauri del 1974, sono stati recuperati affreschi del '400-500 formanti un ciclo sulla vita della Madonna. Nella volta, il medaglione raffigura il Cristo "Lux mundi" circondato da Evangelisti, Santi, Padri della Chiesa.



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venerdì 24 luglio 2015

ESINO LARIO

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Esino Lario è un comune della Val d'Esino, ad una quota di 910 metri d'altezza.

L'origine del nucleo abitativo è documentato da ritrovamenti archeologici. La natura carsica rende inoltre il territorio di Esino Lario ricco di testimonianze dell'orogenesi alpina con fossili, massi erratici e grotte, di cui la più celebre è la Ghiacciaia del Moncodeno. Il territorio comunale fa parte della Comunità Montana della Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera ed è interamente compreso nel Parco Regionale della Grigna Settentrionale.
Sorto in una posizione dominante ed al contempo protetto dalle invasioni esterne, Esino è sempre stato crocevia di incontri e scambi, grazie a cui ha saputo svilupparsi nei secoli, pur mantenendo intatti cultura, riti e tradizioni tramandate sino ad oggi.
Tracce tangibili dello scorrere del tempo sono i segni del passato che ancora oggi caratterizzano il paese: dai numerosi massi erratici disseminati in tutto il territorio ai fossili e minerali della Grigna – già studiati da Antonio Stoppani; dai reperti archeologici celtici e romani ai centri storici di Esino Superiore o Crès (di origine celtica) e di Esino Inferiore o Psciach (romana); dalla Torre di avvistamento alle antiche vie di comunicazione ancora oggi praticabili che collegano Esino agli abitati di Lierna e di Varenna.
La presenza dell'uomo nel territorio è documentata fin dal periodo eneolitico. A Esino i ritrovamenti archeologici sono particolarmente consistenti a partire dal V secolo a.C. e mostrano che il territorio era un punto di passaggio di una delle principali vie di comunicazione: quella che seguendo la riva orientale del lago, raggiunge Colico e le valli dell'Adda e dell'Imera; a causa delle strapiombanti rocce fra Mandello e Bellano, da Lierna la strada saliva a Ortanella (attualmente frazione di Esino) per scendere poi a Vezio e a Bellano. Tale è la ragione della remota importanza di Esino. Col tempo numerosissime strade minori intersecano, per ragioni economiche, il territorio. I ritrovamenti archeologici testimoniano di numerose tombe e necropoli celtiche a Esino Lario. Il territorio rappresentava un punto strategico con distaccamenti di guerrieri-pastori. Solamente sotto Augusto vennero sottomessi all'Impero Romano i popoli interni delle Alpi. Per difendersi dalle scorrerie dei barbari, i romani apprestarono linee protettive di capisaldi che comunicavano tra loro con fuochi notturni e con fumate diurne. Il castello di Esino – di cui oggi resta una torre – era uno dei punti fortificati inserito in una catena difensiva. Altri reperti archeologici con tombe di inumati documentano il periodo. Si ritiene che in quei tempi sia sorta la primitiva chiesetta castrense di S. Vittore Martire.

Caduto l'impero, dopo le dominazioni degli Eruli di Odoacre e dei Goti di Teodorico, i Bizantini conquistarono l'Italia con una guerra lunga e disastrosa. Subito dopo i Longobardi calarono dai passi del Friuli e nel 569 conquistarono Milano. Un contingente Bizantino, al comando del magister militum Francione, si arroccò sul Lario, nella speranza di una riscossa contro i Longobardi. Per 20 anni resistette, evitando ai territori del Lario le grandi rappresaglie seguite alla morte del re Alboino e accogliendo ricchi profughi romani. Alla fine Francione dovette riparare nell'isola Comacina e, dopo sei mesi di assedio, arrendersi. Conquistato il territorio, il re longobardo Autari vi pose molti centri militari di Arimanni per guardare i confini verso i Franchi di Austrasia. L'azione congiunta di questi e dei Bizantini, obbligò Autari a riparare a Pavia, dove morì. La consorte, Teodolinda, sposò allora Agilulfo che ricacciò i nemici e sottomise i duchi traditori. La regina Teodolinda cerca di condurre il suo popolo, ariano, al cattolicesimo e fa costruire chiese dedicate a santi anti-ariani nei centri allemannici. Molte ne sorgono nel territorio del Lario, tra le quali probabilmente anche San Pietro di Ortanella. I Longobardi lasciarono che le popolazioni locali continuassero a lavorare la terra direttamente, pretendendo, quale tributo, la terza parte dei prodotti che venivano incamerati nelle "sale". Ai margini dei due abitati di Esino il nome ancora vivo di "sal" indica i punti di raccolta, così come "gagg" indica il bosco che dava legname agli Allemanni.

I Carolingi, seguiti nel dominio ai Longobardi, non mutarono l'ordinamento di questi, sostituendo solo i duchi sconfitti con conti franchi. Il feudalesimo raggiunse le sue forme più caratteristiche: semi deserte le città, insicure le strade, i castelli con le loro "corti" divennero i punti di dominio. Mentre ad esse erano adibiti i servi della gleba, le antiche popolazioni dei villaggi continuano a vivere sul proprio territorio mantenendo i vasti beni comuni e versando la "tertia". Nella seconda metà del nono secolo troviamo Lecco a capo di un comitato e quindi di una marca di confine. Si erano frattanto formate le Pievi Ecclesiastiche; e Esino appartenne a quella di Varenna. Seguì il fosco periodo di lotta tra i re italici di origine franca. In quegli anni il territorio era predato dagli Ungheri e vengono infittite le torri di protezione anche nel Lario orientale. Alla fine gli Ungheri sono sgominati dall'imperatore Ottone il Grande, che, poi, adotta la politica di concedere ai vescovi i feudi, per eliminare l'ereditarietà, il che fu germe della lotta col Papa per le investiture.

Morto senza eredi, Ottone, ultimo conte di Lecco, il Comitato si trova sotto il dominio dell'Arcivescovo di Milano. Il Presule, per meglio governare gli ormai immensi possessi, ne subinfeuda parecchi. Mentre il Castello di Lecco viene tenuto in amministrazione diretta, la Valsassina, Esino e Perledo vengono subinfeudati alla famiglia Della Torre, con sede in Primaluna. Nel primo secolo di questo millennio, in Milano si manifestarono contro il clero simoniaco e concubino le azioni popolari della "patalia", con ripercussioni anche nelle terre della Valsassina. Si andarono, frattanto, delineando i primi urti per la preminenza fra le varie città. Fra il 1117 e il 1127 vi fu una guerra decennale, per terra e per lago, fra Milano e Como che giunse ad investire anche la Valsassina. Il conflitto si concluse con la distruzione della città lariana.

Verso la fine del XII secolo, con il rafforzarsi delle classi produttrici si sviluppano i liberi comuni. Si costituisce la Comunità Generale della Valsassina, a cui Esino appartiene. Essa detta i suoi statuti, derivandoli dalle antiche consuetudini. Ogni villaggio viene amministrato dalla propria Vicinanza, formata dai capi-famiglia: ad Esino vi appartengono sovente anche delle donne. Un rappresentante unico dei due Comuni, inferiore e superiore, fa poi parte del Consiglio della Comunità Generale che aveva sede in Introbio. Ivi, nel palazzo del pretorio, veniva amministrata la giustizia civile criminale, inizialmente dai Consoli, più tardi da un podestà.

Dopo la distruzione di Milano ad opera del Barbarossa, l'isola Comacina, a lei fedele, viene rasa al suolo dai comaschi: gli abitanti si rifugiano a Varenna e nella valle di Esino. Battuto l'Imperatore a Legnano, dopo non molti anni Federico II cerca la rivalsa e, a sua volta, sconfigge i milanesi nella battaglia di Cortenuova. Corse in loro aiuto Pagano della Torre, che li ripara nei propri possedimenti nelle montagne della Valsassina. Per riconoscenza, Pagano viene in seguito eletto Capitano del popolo di Milano e comincia così l'ascesa della sua famiglia, guelfa, che incontra la violenta opposizione dei Visconti ghibellini. La lotta di parte sconvolge per un secolo l'intero territorio e dà luogo a violente faide. I Della Torre, a cui il Lario orientale è alleato, vengono alla fine sopraffatti con il tradimento, e si instaura la Signoria Viscontea.

Nella prima metà del Quattrocento la politica di espansione di Venezia conduce a urti armati con Milano e il territorio del Lario Orientale ne è largamente interessato. Anche quando, morto l'ultimo Visconti, il ducato passa agli Sforza, la lotta continua. Mentre nella Valsassina, caduta per tradimento la Rocca di Baiedo, cade in mano veneziana, Esino e la Muggiasca si mantengono fedeli a Milano, respingendo, il 22 gennaio 1453, un poderoso assalto dei nemici che volevano raggiungere la riviera del lago. La guerra si conclude nel 1454, dopo la riconquista della Rocca di Baiedo con il trattato di Lodi, a cui seguirono 50 anni di pace, durante i quali l'economia fiorisce e raggiunge grande sviluppo la produzione del ferro, cavato nell'Alto Varrone. Esino faceva parte della squadra dei monti, fornendo carbone tratto dal legname dei suoi boschi per i forni fusori della Valsassina.

Nei primi decenni del secolo XVI, il Lario orientale è corso dagli eserciti impegnati nella contesa tra Francia e Spagna. Un avventuriero, Gian Giacomo Medici, detto il Meneghino, tenta di costituirsi un principato sul Lario e con una flotta tiene a lungo in scacco le forze di Francesco II Sforza. Bellano viene saccheggiata e imperversa la carestia in ogni villaggio. Morto senza eredi il duca, il milanese passa agli spagnoli nel 1535. Seguono due secoli di progressivo decadimento: le carte valsassinesi e di Esino rivelano miseria, soprusi, ruberie e ingiustizie. L'unico bagliore di luce sono le due visite pastorali del Carlo Borromeo: S.Carlo sale a Esino nel 1565 e nel 1582; di lui si tramanda ancora il ricordo. La peste del 1630 miete molte vittime in Valsassina; cinquanta nella sola Esino. Lungo il restante del secolo, poi, è un continuo stillicidio di morte per stenti e per fame. Nella seconda metà del 1600, nonostante gli antichi privilegi, la Valsassina diviene feudo camerale e, sempre osteggiati, per un secolo i conti Monti riscuotono le gabelle.

Il passaggio della Lombardia all'Austria, avvenuto agli inizi del 1700, riporta l'ordine: a poco a poco il territorio si riprende anche economicamente, raggiungendo, nella seconda metà del secolo, grazie al governo di Maria Teresa e dei suoi successori, un discreto benessere. Aiuti e provvidenze fanno rifiorire l'arte del ferro; la coltura del baco da seta viene incrementata. L'Imperatrice pone a capo delle Amministrazioni locali i primi Deputati dell'Estimo, ossia i maggiori possessori. Il notevole benessere vigente sopisce a ogni reazione. Anche la Rivoluzione francese viene accolta con freddezza. Gli avvenimenti che seguono sconvolgono l'antico ordine di cose: gli statuti ereditati dai tempi comunali scompaiono e, al ritorno definitivo degli austriaci, dopo vari mutamenti, la Valsassina, divenuta parte del Lombardo-Veneto, perde completamente la sua autonomia. Benché gli austriaci continuino a governare con saggezza e realizzino opere pubbliche di grande importanza, quali la strada della Riviera e la sistemazione del corso dell'Adda, i semi rivoluzionari cominciano a dare i loro frutti e si va a poco a poco creando una sorda ostilità contro lo straniero. A formare tale stato d'animo concorre il crollo dell'industria ferriera, che non poteva ormai più reggere a quella d'oltralpe, avvantaggiata dall'impiego del carbone minerale e da più ricche ed agevoli miniere.

Pur piccolo comune e allora assai povero, Esino partecipa ai movimenti risorgimentali. Avuta notizia della rivolta di Milano del 1848, un gruppo di animosi, dopo essersi fatto benedire dal parroco, scende a Lecco e si unisce ai volontari di quel borgo per correre in aiuto dei milanesi impegnati nelle cinque giornate. Al ritorno degli austriaci, i più accesi vengono trattenuti per qualche tempo in prigione a Bellano. Intorno al 1859 si costituisce la Guardia Nazionale Italiana con armi, uniformi e banda musicale. Pietro Pensa, giovane studente, partecipa come volontario alle campagne di Sicilia e di Napoli e viene decorato di medaglia di bronzo. Purtroppo, i primi 50 anni del regno d'Italia segnano per tutto il territorio tempi assai duri. La legna non più richiesta per il carbone necessario ai forni fusori, può solo essere venduta lontano e veniva rizzata a lago, con tremende fatiche, per essere imbarcata e condotta a Lecco. Il suo valore era irrisorio. Non molto più felice era la vicina Valsassina: ogni paese si chiude in una miserabile autarchia, e l'antico spirito comunitario lascia luogo a diffidenze e a contese continue per pochi metri di confine. La subglaciazione in corso, riducendo i coltivi, e l'aumento demografico spingono presto all'emigrazione. A gruppi di tre, quattro persone per volta si parte per l'America del Sud, poi per la California: qualche centinaio di esinesi si trasferisce così, definitivamente, nel nuovo continente. Nonostante tale decadenza, alcune opere vengono realizzate: vennero ben acciottolate le strade verso il lago e verso la montagna, per una lunghezza di una ventina di chilometri; alla fine del secolo e nel 1903 vengono anche costruiti due acquedotti per le pubbliche fontane del paese. Fatto importante: la cura dei bambini non cessa mai; asili e scuole continuarono a funzionare, perpetuando una gloriosa tradizione di Esino, che dalla fine del 1500, con una scuola gestita, grazie a lasciti, dal Comune e condotta dal Parroco, vince, esempio unico più che raro, l'analfabetismo.

I caduti di Esino nella Prima guerra mondiale sono 23, 125 i combattenti, di cui 7 decorati al valore con quattro medaglie d'argento e tre di bronzo. Dopo la guerra, un'importante opera dà avvio alla trasformazione dell'economia locale da silvo-pastorale a turistica: viene aperta la carrozzabile Varenna-Perledo-Esino inaugurata nel 1925. La riunione dei due Comuni, inferiore e superiore, che nel 1927 formano il nuovo comune di Esino Lario, con l'unificazione delle scuole segna l'inizio di un'ascesa che non ha paragoni. Nel 1927 viene costruito il primo acquedotto per dare acqua alle abitazioni, nel 1930 l'attuale cimitero. La seconda guerra mondiale dà una battuta d'arresto. Numerosi sono i combattenti e sei i caduti. La guerra partigiana coinvolge il paese ed è preziosa l'opera del Parroco Don Giovanni Battista Rocca e degli amministratori civici, per benessere del paese. Nel 1958 viene allargata e pavimentata la carrozzabile dal lago, nel 1957 viene aperta la strada per la frazione di Ortanella, nel 1959 quella per la frazione di Cainallo, nel 1969 viene realizzata la congiunzione con la Valsassina. Dopo successivi potenziamenti dell'acquedotto effettuati dal 1950 al 1967, nel 1975 viene inaugurato il grande acquedotto della Valsassina. Nel 1970 viene inaugurata da nuova scuola intitolata allo scultore ospite ad Esino Michele Vedani, nel 1974 sistemato il primo depuratore per fogna, nel 1975 rinnovato il Municipio. Aumenta la capacità ricettiva del paese grazie ad investimenti della popolazione locale e vedono avviate attività artigianali.


Persone legate a Esino Lario:
Don Giovanni Battista Rocca (Rovagnate 1891- Esino Lario 1965), cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia, parroco di Esino dal 1927 al 1965, patriota, umanista, scrittore, botanico, docente della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Como, fondatore nel 1936 della Scuola degli Arazzi di Esino Lario e nel 1947 del Museo delle Grigne.
Enrico Mino (-1977), Generale di Corpo d'Armata, Comandante dell'Arma dei Carabinieri, figlio del medico condotto nato e sepolto a Esino Lario.
Pietro Pensa (1906-1996), ingegnere, scrittore e amministratore pubblico. Sindaco di Esino Lario, tra le tante opere prodotte ha realizzato la strada Esino-Valsassina, la “Prealpina Orobica”, l’acquedotto di Esino e il Museo delle Grigne.
Abate Antonio Stoppani (Lecco 1824- Milano 1891) sacerdote rosminiano, geologo, paleontologo e patriota. Avvia lo studio dei fossili di Esino Lario, trascorrendo lunghi periodi di ricerca nel comune.
Michele Vedani (1874-1969), scultore. Trascorre lunghi periodi estivi e realizza la Via Crucis di Esino Lario.

Storicamente la principale attività economica di Esino Lario è legata alla coltivazione dei boschi di faggio e carpine. Esino Lario faceva parte della squadra dei monti, il gruppo di comuni e territori delle Grigne che forniva carbone di legna per la produzione del ferro in Valsassina. La gestione dei boschi come bene comune è una peculiarità di Esino rispetto ai territori vicini; i boschi ancora oggi appartengono al Comune e sono suddivisi per l'utilizzo tra i residenti e trasmessi parzialmente per diritto ereditario. La fine dell'attività estrattiva del minerale di ferro in Valsassina mise in crisi le attività legate alle carbonaie.


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