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venerdì 7 agosto 2015

IRMA



Irma è un comune dell'alta Val Trompia. Dal 1927 al 1955 fece parte del comune di Bòvegno. È il comune meno popoloso della provincia di Brescia.

L'origine del nome è dovuto alla posizione isolata della città. Irma, infatti, potrebbe essere la trasformazione dal latino di erema con il passaggio da e a i, che significa “eremo”, luogo isolato o appartato.

Irma sorge sulla costa di una valletta laterale nell'Alta Valle Trompia.

Nell’estimo visconteo del 1385 (ed anche nel 1389) il comune risultava appartenere alla Valle Trompia; nel 1493 contava 430 anime (Medin 1886), mentre all’inizio del secolo XVII contava 90 fuochi e 470 anime (Da Lezze 1610). Nel 1645 tra i magistrati ed ufficiali del comune vi erano 12 consoli, 3 ragionati, notaio, giusdicenti, ministrale, squadradori, camparo, massaro (Sabatti 1979).

Nel 1764 vi erano 280 anime (Descrizione generale 1764).

Venne incluso nel cantone del Mella per effetto della legge del 1 maggio 1797. Con legge 2 maggio 1798 il comune fu diviso in due comuni autonomi: Irma e Magno S. Lorenzo.

Inserito nel distretto delle Miniere per effetto della legge del 2 maggio 1798, venne incluso nel distretto delle Armi ai sensi della legge del 12 ottobre dello stesso anno; con la legge del 13 maggio 1801 venne incorporato nel distretto I, di Brescia, per fare poi parte del cantone VI di Bovegno del distretto I di Brescia con la legge dell’8 giugno 1805. Venne concentrato in Pezzaze a partire dal 1 gennaio 1810. Sul piano istituzionale, in osservanza della legge del 24 luglio 1802 ed in virtù dei 213 abitanti, venne classificato nella terza classe dalla citata legge 8 giugno 1805.

Tra il 1810 e l 1816 Irma viene concentrato nel comune denominativo di Pezzaze con Pezzoro inserito nel cantone VIII di Bovegno del distretto I di Brescia.

Venne incluso nel distretto VII di Bovegno per effetto della legge del 12 febbraio 1816 fino al 23 giugno 1853 quando il distretto fu soppresso ed il comune venne unito al distretto di Gardone (Val Trompia).
 
Irma è una gradevole località, nel cui cuore sorge la Chiesa Parrocchiale della fine del XVII secolo, dedicata alla SS. Trinità.

Molto sentita è la festa della Santa Croce che si festeggia in questo paese.

Interessante  l’aspetto geologico.Il suolo montuoso e costituito da calcari e dolomiti del Muschel Kalk che possono essere usati come calce e offrono grandi varietà di marmi grigi, scuri, variegati e picchiettati. Vi si trovano anche porfidi e serpentini.

La fonte di San Carlo è così chiamata perché secondo la tradizione si vuole che San Carlo, in visita Pastorale nella Valtrompia, si spostava a dorso. La tradizione vuole che S. Carlo stanco del viaggio si sia fermato all’uscita dell’abitato di Irma ove sgorgava dell’acqua fresca e qui si sia riposato e dissetato, da qui poi la denominazione di fonte di San Carlo. Questa fonte già nell’Ottocento è stata oggetto di attenzione di studiosi che ne hanno evidenziato le sue caratteristiche curative, tanto che più volte gli amministratori di Irma hanno pensato di ricavarne una fonte di acqua minerale. La località è rinomata in tutta la zona e nel periodo estivo è luogo frequentatissimo sia degli escursionisti sia dai villeggianti che Irma trascorrono le ferie e che qui trovano calma serenità e refrigeri nelle calde giornate d’estate. In effetti, è un luogo, che inspiegabilmente riesce a trasmettere un senso di quiete interiore e porta alla riconciliazione con se stessi.



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giovedì 6 agosto 2015

MARMENTINO



Marmentino  è un comune dell'alta Val Trompia.

Il nome deriva secondo varie ipotesi da un’erba che cresce in riva ai fossi oppure – ed è la più attendibile – dalle carceri romane: il nome Marmentino sembrerebbe legato all’invio di schiavi destinati a lavorare nelle miniere.

Secondo la tradizione locale il comune si sarebbe costituito per la disposizione testamentaria o donazione delle famose “ Donne di Fusio “ che sul principio del secolo XI  (anno 1002) avrebbero donato alla primitiva Vicinia di Marmentino tutte le montagne pascolive e boschive  che costituiscono ancora i vasti e ricchi possedimenti comunali.
Corre ancora per l’alta Valtrompia e la vicina Pertica il nome e la tradizione di queste misteriose “ Donne “, signore di alto rango e munifiche benefattrici delle comunità di Valle Sabbia e specialmente dei due comuni di Marmentino e di Navono.
Anzi si afferma che queste donne sono quelle rappresentate nell’affresco quattrocentesco della Crocifissione, che si vede ancora, sebbene alquanto scalcinato, sulla parete della chiesa parrocchiale di Marmentino, sotto quell’elegantissimo portichetto primitivo che è un gioiello di semplicità e grazia architettonica e l’unico avanzo dell’antica chiesa quattrocentesca di S. Cosma.
Il popolo ha identificato le pie donne del Calvario con le sue stesse leggendarie “ Donne di Fusio “ fissando la tradizione locale perfino in un notissimo  elemento storico della Passione di Cristo. Il Cominazzi anzi aggiunge, su testimonianza di un sig..Borghetti, che le donne di Fusio sarebbero rappresentate anche sulla pala dell’altare del S. Rosario.

Fusio è una località ora disabitata tra Navono e Odeno, alle scaturigini del torrente Tovere che alimentava una volta una fucina, di cui restano gli avanzi; quivi erano certamente opifici primitivi della piccola industria siderurgica locale, nella quale si resero famosi e assai ricchi gli Alberghini di Fusio.
Che appartenessero forse a questa famiglia anche quelle misteriose “ Donne di Fusio “?
Il Comune Marmentino ebbe sempre il pacifico possesso dei suoi diritti sul monte Ario e sulle due cascine denominate il pian del bene sul versante della Val Sabbia e Col di croce  sul versante Irma-Bovegno; ma i due comuni di Navono ( Lavino) e di Odeno, che avevano separato le loro quote di pascoli e di boschi, ebbero sempre delle vertenze, che sono accennate nei registri di documenti ora scomparsi .

Un altro compromesso fra i due comuni di Navono e di Odeno luditium supra montes de Odeno et Navono, venne conchiuso dall’arbitro notaio Pasino Framboldi nel 1537, ma non se ne conosce il testo. Avrà probabilmente confermato di  nuovo i precedenti atti e le consuetudini antichissime ancora in uso, e conservate con quel tenace spirito di consuetudini locali che è caratteristico in montagna.

La Parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano a metà strada tra le frazioni di Dosso e Ombriano, con deturpanti rifacimenti del 1909-11. Resta, dell’edificio originario, il campanile  del secolo XII, rialzato in seguito. L’elegante portico gotico a nord è del 400 così come l’affresco in esso contenuto, di scuola del Ferramola .
All’interno affreschi votivi del primo 500. Sull’altare maggiore Cristo eucaristico con i santi Cosma e Damiano del Moretto (1530 circa), autore anche del Sant’Antonio abate.
 
La Parrocchiale di Ville dedicata ai santi Faustino e Giovita, eretta nel 600, allungata nel 1864. Con pittura del '600: Sant'Antonio di Padova col bambino di  Giovanni Mauro della Rovere detto il Fiamminghino.

La Parrocchiale della Madonna Assunta a Dosso, dell’inizio del 700, contiene una pala di Pier Maria Bagnatore, in ancona dei Boscaì di Levrange (1724). Affreschi di Domenico Voltolini

L'Oratorio di San Rocco a Ombriano, con dipinti di Pier Maria Bagnatore, Pietro Scalvini e Angelo Paglia .

La Chiesa della Vaghezza è dedicata alla Madonna della neve.

Il profilo frastagliato del Castel della Pena sovrasta i tornanti che portano alle tre frazioni che costituiscono Marmentino: Ville, la prima frazione che si incontra salendo da Tavernole, Dosso, da dove parte la strada per la Vaghezza – una delle prime località della Valtrompia dove si cominciarono a praticare gli sport invernali – e Ombriano.

Dosso è il centro del comune, che si sviluppa lungo la statale, e non è dotato di un vero e proprio centro. Ricorre spesso la leggenda delle donne di Fusio cioè delle donne che avrebbero lasciato i loro vasti possedimenti a Marmentino, Navono e Odeno. L’esistenza di queste donne non è dimostrata con nessun documento attendibile.


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BRIONE




Brione è un comune della provincia di Brescia.

Nella valle è il paese altimetricamente più elevato. Molto antico e pittoresco, Brione si affaccia sulla Valle del Chiese tra la Valle Aperta a nord e la Valle Sorino a sud.

La sua storia è strettamente legata alle vicende del vicino Condino, dove aveva sede la Pieve. Proprio assieme a Condino Brione formò una comunità che riuscì a mantenere una certa indipendenza dai potenti signorotti che si contendevano la bassa Valle del Chiese tra i quali i d’Arco, i Lodron e i Campo.

Nei pressi di Brione vi sono diversi itinerari dotati di punti relax con panchine. Inoltre, lungo i percorsi si incontrano sorgenti d’acqua potabile freschissima.

Il paese di Brione non ha avuto tra i propri cittadini grandi artisti, ma uno va citato per la notorietà che a suo tempo aveva raggiunto nel Trentino e anche nelle zone vicine. Si tratta del maestro Domenico Fancini del Signore detto Menino, pittore. Imparò l’arte a Venezia e assieme a Domenico Molini da Riva dipinse l’ancona dell’altar maggiore della Pieve di Condino (del XVI secolo) ma pare non abbia lasciato propri lavori nel paese natale.


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TAVERNOLE SUL MELLA

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Tavernole sul Mella  è un comune dell'alta Val Trompia.

Il comune ha altre due frazioni:

Cimmo: a ovest di Tavernole, facilmente raggiungibile da esso
Pezzoro: a nord-ovest di Tavernole, a 911 m di altitudine, si raggiunge da Lavone (Pezzaze), perché si trova dalla parte opposta del monte Pergua.

Il  nome dovrebbe derivare da tabernulae, cioè piccole osterie, probabilmente fiorenti in questo punto geografico, o meglio ancora, si pensa che più che osterie vi fossero officine, in riferimento alla lavorazione del ferro che ha caratterizzato per secoli la Valle Trompia.
Nella zona di Tavernole sul Mella furono trovate lapidi romane e nel Medioevo vi aveva possessi il monastero bresciano di San Faustino, al quale si deve l'introduzione del culto di San Calogero.
Nel 1372 l'arciprete di Inzino, Nicolino de Cacij, stese i nuovi statuti comunali, trascritti dal notaio tevernolese Bressanino Brocchi. Si ricorda una secolare lite con Pezzoro per l'uso delle acque del Valperta.
Con l'avvento di Venezia (426) Tavernole acquistò importanza; nel 1436 fu residenza del Foro vicario e nel 1446 fu istituito un Banco giuridico competente per le minierie.
Nel 1610 il rettore veneto Giovanni da Lezze ricorda la presenza di un forno da ferro e di una fucina dove si fabbricavano canne d'archibugio e moschetti: v'erano inoltre tre fucine di minori dimensioni.
Altra attività aera la lavorazione dei panni bassi che venivano purgati in tre folli. Nel 1607 fra Gregorio da Reggio segnalò la scoperta sulle rocce di Tavernole, della "Campanula elatinoides", pianta perenne che apre in estate-autunno le sue corolle azzurrine e costituisce una tipicità della nostra provincia.
Le cronache ricordano la disastrosa alluvione del Mella del 1850. Nel 1897 venne istituito un nuovo mercato accanto a quello vecchio. Nel 1927 il paese assunse la nuova denominazione di Tavernole-Cimmo e gli furono aggregati Pezzoro e Marmentino, il quale ultimo recuperò la propria autonomia nel 1955.

Questo comune è uno dei più antichi della Valle: l’antico capoluogo era Cimmo, già citato poco più avanti dell’anno 1000 in occasione della costruzione della Pieve di Bovegno, a cui collaborarono. L’esposizione al sole caratterizza questo piccolo paese un tempo fiorente. Stessa sorte è capitata a Pezzoro, località da cui partono numerosi sentieri per raggiungere la vetta del Guglielmo, un tempo fiorente località sciistica.

La chiesa di San Filastrio considerato il gioiello artistico e il monumento principe della valle. La costruzione è formata da tre ambienti vicini e distinti: la chiesa al centro, la sacrestia di S. Domenico a nord e a sud l'armonioso portico terminante con la cappella di S. Rocco o cappella Amadini dal nome del venerato sacerdote qui sepolto.

Sulla controfacciata due affreschi portano la data 1523, ma presbiterio e pareti interne della navata sono decorati da affreschi della fine del '400 che si ispirano al Foppa e al Ferramola.
Recentemente restaurata, la sacrestia con volte a vela è interamente affrescata con scene della vita di S. Domenico di tipologia trecentesca mentre la cappella di San Rocco, dei primi del '500, è decorata con affreschi votivi ed episodi della vita del santo e di Sebastiano Cosma e Girolamo.

La Parrocchiale dei Santi Filippo e Giacomo apostoli è stata edificata a partire dal 1899 nel luogo dove nel 1523 sorgeva una cappella, della quale rimane il portale in pietra scura. La dedicazione deriva forse dai possedimenti tavernolesi dell'omonimo monastero bresciano.

La chiesa attuale fu disegnata da Carlo Melchiotti e contiene, al primo altare di sinistra, un polittico d'ispirazione belliniana (1530 circa) proveniente da San Filastrio.
Inoltre la pala della Madonna con Bambino e Santi è di scuola del Celesti, con ai lati due statue lignee attribuite ad Antonio Callegari. Gli affreschi sono di Giuseppe e Vittorio Trainini (1924). Casa Fontana, del `400, forse con funzioni originarie di albergo.

La Parrocchiale di Cimmo, dedicata a San Calogero e citata già nel 1302, dipendeva dalla pieve di Bovegno e si costituì in parrocchia nel `400. L'attuale edificio è frutto di ampliamenti e rimaneggiamenti del primo `700.

La decorazione con stucchi e affreschi è dovuta a Pietro Scalvini, autore dei quindici ovali (1752) che attorniano la Vergine del Rosario attribuita al Gandino, della Trinità e angelo custode (1751) e della Madonna con Bambino e santi (1765).
È invece attribuita a Pier Maria Bagnatore la Madonna con Bambino e santi (1583) che si trova al centro dell'ancona maggiore (1774). Notevole una soasa lignea di Giovan Battista " Boscaì" di Levrange (1749).

Parrocchiale di Pezzoro, dedicata a San Michele arcangelo, di linee sei-settecentesche, con decorazioni a stucchi e affreschi del 700.
É attribuita al Pialorsi (Boscaì) di Levrange o ai Bonomini di Bione la settecentesca soasa dell'altar maggiore, contenente la pala di San Michele forse di Francesco Giugno.
V'è inoltre un ritratto di San Carlo Borromeo attribuito a Grazio Cossali (1610 circa).

Il forno fusorio di Tavernole è un antico edificio nel quale il ferro che proveniva dall’Alta Valle si trasformava in ghisa per poi proseguire nelle fucine della Media Valle. L’impianto industriale dell’antico forno fusorio di Tavernole sorge sul greto del fiume Mella, nelle vicinanze del vecchio ponte in pietra, ad arco ogivale, nella parte settentrionale dell’abitato. Tra l'edificio del forno ed il pendio della montagna, si trovano i numerosi carbonili, dai quali il carbone di legna veniva trasportato al forno.
Le prime notizie sul forno si trovano negli “Annali della comunità di Pezzaze ” che negli anni 1426 e 1454 registrano spese ed affitti inerenti il forno nuovo. Altre fonti documentarie a testimonianza dell’intensa attività produttiva sono rintracciabili nella relazione del Governatore di Brescia, Scotti, del 1586 e nel Catastico Bresciano del Da Lezze del 1609 /10, per non citare documenti di epoca posteriore. In questo antico complesso confluivano i minerali di ferro estratti dalle miniere di Collio, Bovegno e Pezzaze, che ridotti in barre raggiungevano poi i centri di trasformazione della media valle dove era attiva la produzione di archibugi ed armi bianche
Acquistato nel 1874 da Francesco Glisenti, il forno cessò la propria attività all’inizio del ‘900.
L'attuale struttura risulta pressoché inalterata rispetto al secolo scorso, quando l'imprenditore Francesco Glisenti nel 1874 innovò le tecnologie in esso impiegate per produrre la ghisa e ne fece la tappa centrale del ciclo produttivo che, dalla miniera Alfredo di Bovegno, si completava negli stabilimenti di Villa e Carcina.


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mercoledì 5 agosto 2015

PEZZAZE

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Pezzaze è un comune dell'alta Val Trompia.

Pezzaze è formato da diverse frazioni distanti fra loro, poste a varie quote di altezza sulle montagne che separano la Valle Trompia dalla Valle Camonica.
Circa l'etimologia del nome lo storico Paolo Guerrini propende per farlo derivare dal latino pedagium, (cioè pedaggio), ma i più con l'Olivieri, lo Gnaga ricorrono alla voce lombarda pesh, pinoselvatico, peccio, abete rosso, al peggiorativo "pescia" o anche picea, cioè abete. Si tratterebbe perciò di un sinonimo di pinete.

I primi insediamenti di cui vi é traccia risalgono all'età del ferro. In ragione della posizione strategica di collegamento con la Valcamonica per mezzo del colle di San Zeno vi passa in epoca romana una strada del ferro e fin dall'antichità sono attivi siti minerari.
Su un architrave di un casa adiacente la torre medievale di Mondaro viene riferita nel secolo scorso la scritta Pub. Stravinius et Pub. Mondarius super damnatos ad metalla. Essa sembra ipotizzare la presenza di una colonia penale romana a Pezzaze, cioè di condannati a scavare metalli nelle viscere della terra. Tale scritta però - come osserva lo storico mons. A. Fappani - non é registrata da alcun repertorio ufficiale.

Nell'Alto Medioevo Pezzaze fa parte della pieve di Bovegno ed il monastero bresciano di Santa Giulia probabilmente ha possedimenti in località Canei o Canelli ed anche lo stesso nome di Avano sembra voler significare un luogo costituito da più fondi raggruppati intorno ad un gruppo di case, abitate da contadini.
Con lo sviluppo economico e sociale che segna il secolo XI (dopo l'anno Mille) e l'accresciuta importanza della via Valtrompia-Valcamonica, a Mondaro assieme alla torre viene costruito un castello di difesa, intorno al quale é collocata la residenza dei principali feudatari e possidenti del luogo (Imeldi, Grilli, Pinzoni, questi ultimi una derivazione dei Confalonieri, feudatari del vescovo di Brescia in alta Valtrompia).
Nel 1066 un "Diodatus" da Pezzaze muore a Montichiari in difesa di Brescia, mentre nel 1232 "Ognabenus de Pesaciis" risulta addirittura rettore di Brescia e forma in Padova il compromesso di pace tra Federico II e Brescia.

La dedizione a Venezia coincide con un promettente rilancio economico e sociale che vede fin dal 1426 l'apertura di un "Forno nuovo" per cuocere il ferro cavato dalle miniere che si moltiplicano sempre più. Nel 1493 Pezzaze acquista, per poter assicurare sale, vino e pane alla popolazione, nuovi fondi nel territorio comunale e ad Ome, Paderno e Passirano. Un brusco arresto alle attività commerciali é dato dalla peste del 1529, che si ripete nel 1577, colpendo particolarmente Eto.
Il secolo XVI vede sorgere non pochi contrasti con i comuni limitrofi, come Bovegno, per questioni di pascoli. Continua d'altro canto l'opera di unificazione del territorio con sempre più precisi confini. Sul piano religioso (e non solo) ha larga risonanza la visita pastorale di S. Carlo Borromeo del 1580, ospitato per una notte nella canonica della parrocchia di Lavone, dopo le incomprensioni patite dall'illustre visitatore a Gardone V.T. .
Agli inizi del secolo XVII Pezzaze é tra le prime comunità a risolvere il problema della convivenza fra originari e forestieri, chiedendo a questi ultimi l'esborso di una somma in denaro per acquistare la piena cittadinanza.
 
Nel 1610 il podestà di Brescia Giovanni da Lezze riferisce la presenza a Pezzaze di miniere, di un forno fusorio e di cinque grandi fucine.
La peste del 1630 colpisce con mano pesante il territorio comunale, anche perché viene dopo un difficile periodo punteggiato da episodi di carestia e dalla crisi dell'attività estrattiva. Lavone conta molti morti e subisce un forte calo di popolazione.
Il Comune nel 1649 é costretto ad affrontare numerosi debiti ed a chiedere sovvenzioni al capitano di Brescia. In questo periodo anche Pezzaze esperimenta il fenomeno del bullismo, mentre, insieme agli altri comuni minerari (Collio e Bovegno), deve affrontare le pretese venete relative al pagamento di una decima sulle miniere (la controversia si protrae fino al 1715).
Nel Settecento il Comune risponde alle continue richieste di Venezia inviando guastatori a ricostruire fortezze o a difendere confini minacciati, mentre si sforza in ogni modo di difendere le proprie consuetudini e statuti, contro le proteste della Comunità di Valle.
Nel 1709 viene restaurata la sede comunale di Mondaro. Il secolo XVIII, accanto all'inevitabile declino della Serenissima, registra la decadenza progressiva dell'attività estrattiva, aggravata da periodiche alluvioni (tra le più rovinose quelle del 1738 e del 1783).
La fine del dominio veneto vede, tra gli altri, il sacrificio di Antonio Richetti, che muore a Brozzo il 4 maggio 1797, ucciso dai Francesi nell'ultima fase della "rivoluzione".

Pezzaze vive i primi anni del secolo XIX in una situazione economica non facile, nonostante siano attivi due forni a Robecco e nella valle Morina ed alcune miniere.
Nel 1805 entra a far parte del Distretto della Miniere avente per capoluogo Bovegno. Nel 1833 viene arrestato a Milano il pezzazese Andrea Piardi per aver cospirato contro l'Austria.
Il 1849 segna un avvenimento particolare nella storia di Pezzaze: Angelo Bregoli lascia gran parte del patrimonio e la sua casa di Mondovì per istituire un ospedale, oggi casa di riposo a lui intitolata. Gravi danni provoca l'inondazione del 1850; essa distrugge miniere, mulini, opifici, case, strade ponti aggravando la crisi dell'attività estrattiva e siderurgica.
Nel 1859 si registra il primo significativo esempio di lotta di lavoratori valtrumplini e sono proprio i minatori di Pezzaze a scioperare per ottenere migliori condizioni di lavoro.
Nel 1860, proveniente da una famiglia di patrioti, Livio Piotti partecipa alla seconda spedizione garibaldina in Sicilia. Nella seconda metà dell'Ottocento cospicui investimenti esterni promuovono il rilancio dell'attività mineraria che peraltro conosce una serie di alti e bassi, di tentativi fatti di speranze e di delusioni, fino a ridursi progressivamente e poi ad esaurirsi nel tempo.
Nel corso del Novecento numerose sono le opere pubbliche, costruite nel territorio di Pezzaze a beneficio della popolazione, come l'asilo infantile (eretto in Ente morale) aperto in canonica a Pezzaze nel 1914 oppure l'edificio scolastico di Lavone nel quale viene sistemato anche l'asilo, con inaugurazione avvenuta nel 1919.
Lenta é la ripresa del primo dopoguerra, agitato da passioni politiche e da gravi difficoltà economiche. Nel ventennio fascista, accanto alla scoperta di Pezzaze come località di villeggiatura, si verifica, a partire dal 1930, un progressivo esodo della popolazione con intere colonie di braccianti e di minatori che si disperdono.
Nella II guerra mondiale Pezzaze registra 32 caduti su vari fronti, 8 dispersi in Russia, 13 partigiani e 3 caduti della R.S.I. accomunati in un significativo monumento edificato nel 1954. Anche nel secondo dopoguerra (dopo il 1945) molti minatori scelgono la via dell'emigrazione in Italia e all'estero, trasferendo l'antica consuetudine lavorativa sia in imprese minerarie che nei lavori di galleria in cantieri stradali ed autostradali.
Nel 1973 viene chiusa la miniera Stese, oggi riaperta al pubblico nell'ambito delle iniziative promosse dal Parco minerario dell'alta Valtrompia. Negli ultimi decenni del XX secolo é massiccia la conversione in operai metalmeccanici presso le industrie di media e bassa valle.
Le opere degli ultimi 25 anni sono numerose e significative, a partire dalla nuova strada che da Pezzaze raggiunge il colle di S. Zeno per arrivare all'attuale viabilità, ridisegnata secondo logica e funzionalità, ed alla costruzione del moderno edificio comunale, inaugurato nel 1993.

L’impresa della costruzione della nuova chiesa parrocchiale di S.Apollonio inizia ufficialmente nel 1748, quando il 22 settembre viene collocata la prima pietra. Le opere edili erano però già iniziate nel luglio del 1745 ed il progetto, presentato il 23 giugno 1746 nella Cancelleria vescovile di Brescia, denota la volontà di una severità già di sapore neoclassico. La pianta rettilinea ed allungata, con uno svelto raccordo tondeggiante in corrispondenza dell’arco trionfale e della controfacciata, sembra ricalcare le chiese innalzate sulla fine del Seicento. La stessa sensazione si ha esaminando il prospetto severo, con timpano triangolare, ed entrando poi nell’edificio dove il volume terso ed ampio della volta a botte fa sparire la rotondità della calotta del presbiterio ed il piccolo volume sottostante. Un tentativo di arricchimento delle superfici e della spazialità interna si ha a partire dal 1771, quando vengono collocati i grandi altari marmorei.
Nello stesso tempo i fabbriceri di Pezzaze indulgono però verso il più antico gusto Barocchetto bresciano, affidando a Francesco ed Antonio Pialorsi di Levrange l’intaglio del portale ligneo della chiesa, del pulpito e degli stalli del presbiterio e del capocielo. La mossa pala che Pietro Scalvini firma nel 1778 per l’altar maggiore ed il brioso affresco nella calotta del presbiterio con S.Apollonio in gloria, pure opera dello Scalvini elettrizzano la serena atmosfera delle architetture. La peculiarità dello Scalvini consiste nel saper fondere il senso del quotidiano caratteristico della scuola bresciana con le novità di Venezia e dell’Europa centrale. La pala di Pezzaze testimonia nei brani di allucinata realtà la ricerca dei moti dell’animo. Di mano più debole e meno felice sono invece le due scene ad affresco che si trovano sopra la porta d’ingresso all’esterno ( S.Apollonio benedice gli operai intenti nella fabbrica e le filatrici a favore della nuova parrocchiale) e nella controfacciata (La messa di S.Apollonio), si pensa a Giuseppe Fali. Il patrimonio pittorico della chiesa comprende anche una tela del poco noto pittore Camillo Venturelli raffigurante la Madonna con il Bambino in gloria e santi Pietro martire, Rocco, Carlo Borromeo e Nicola da Tolentino.
La tela con la Madonna del Rosario tra i santi Domenico e Caterina da Siena è un lavoro giovanile di Pietro Giacomo Barucco, in essa si scorgono ancora evidenti influssi moretteschi, gli angeli nella parte superiore sono copie di opere del Bonvicino e l’intonazione generale è fredda. Sulla controfacciata è appeso un gustoso Battesimo di Cristo, della prima metà del seicento donato alla chiesa parrocchiale come ricorda l’iscrizione della base: “DONO DI MAFFINA DON GIOV. BATTISTA VICARIO S.GIORGIO BRESCIA – 1910”. Accanto ai dipinti non sfigurano le opere scultoree a cominciare dal gruppo del crocifisso e dell’addolorata, due pregevoli statue a tutto tondo della fine del cinquecento. Altro importante lavoro ligneo è la figura di S.Barbara, protettrice dei minatori locali, scolpita da Paolo Amatore nei primi anni del seicento. Tutta la chiesa è stata arricchita nel 1944 da un ciclo di affreschi e quadrature firmati da Gian Battista Simoni nato ad Adro nel 1909. Nel Battistero si osserva invece un bel Battesimo di Cristo, opera di Vittorio Trainini e Oscar di Prata.

L' Oratorio di San Rocco, accanto alla parrocchiale di Sant'Apollonio, trasformato nel 1766-67 in canonica, conserva abside, sacrestia e campanile della chiesa cinquecentesca, ampliata nel '600. Frammenti di affreschi: Resurrezione (1520 circa) e, nell'abside, Santi.
 
La chiesa di San Rocco venne eretta a spese del comune, probabilmente come ex-voto per la peste del 1512-13 poiché la prima notizia che abbiamo risale al 1515 come risulta dagli annali di Pezzaze, mentre al 1525 risale la costruzione dell’altare. L’edificio è situato dove si tenevano anticamente le riunioni della Vicinia, e cioè nella “Contrata Concilii” come ricordano anche gli statuti del 1529. Il piccolo santuario ad una navata Con abside semicircolare, è stato successivamente inglobato nel fabbricato della canonica e dell’oratorio parrocchiale, ed ora si intravede appena l’abside, ridotta a magazzino e centrale termica, mentre sopra il tetto svetta ancora il campanile seicentesco. All’interno della sala giochi dell’oratorio si è salvato un frammento di affresco con Gesù risorto, dell’ambito dei Baschenis e della stessa scuola sono le due immagini mutile di S.Rocco e S.Sebastiano che ornavano all’interno l’abside della chiesa.

A San Giovanni Battista è dedicata la chiesa sussidiaria di Mondaro, eretta probabilmente sulle rovine di un antico oratorio preesistente è stata benedetta ed aperta al culto il 30 novembre 1642, festa di Sant’ Andrea Apostolo ad opera di Don Giovanni Antonio Fegoldi di Brozzo (parroco dal 1630 al1648) su licenza del Vescovo di Brescia datata 21 luglio 1642.
Gli interni sobri, oltre al pulpito ligneo sono caratterizzati da un pregevole altare maggiore ad intarsi marmorei e dall’ ancona lignea di Giovanni Quasina nella quale, in 12 ovali sono decorati i momenti della vita di San Giovani a cornice della pala risalente al 1646 ad opera di Piero Gentilini che raffigura San Giovanni Battista e San Apollonio in contemplazione della Madonna col Bambino in Gloria. Nella chiesa è conservata una  pala di buona fattura, posta nell’ ancora dell’ altare maggiore nel 1911 dell’ allora giovane pittore pezzazzese sig Andrea Piardi per iniziativa del M.R. Don Faustino Negrini.

La costruzione ecclesiastica del sec. XVIII è dedicata a San Giuseppe e S. Lucia.
Risale al 28 giugno 1792 l’autorizzazione vescovile per la costruzione di un oratorio intitolato al Patrocinio di Maria Vergine e a San Giuseppe nella contrada di Pezzazole. Edificata durante il parrocchiato dell’ arciprete don Richetti fu affidata ad uno dei vicari cooperatori e nel 1815 iniziava la celebrazione della Messa quotidiana.
L’edificio non ha niente di particolare e dimostra la crisi anche economica che ormai si andava delineando all’alba della rivoluzione giacobina del 1797.
All’interno è collocato il grandioso ciborio in legno policromo e dorato, firmato da Marchiondo Bonomino nel 1729 e recentemente restaurato.
La pala d’altare raffigura la SS. Croce e i Santi Giuseppe e Lucia illuminati dal trionfo della Santissima Croce.; è racchiusa in una elegante cornice mistilinea. Sul portale marmoreo si trovano la data 1814 e l’iscrizione ITE AD IOSEPH.

I lavori per l’ edificazione della Chiesa di San Gaetano in Avano, voluti dal parroco don Bartolomeo Facchini  iniziarono nel 1746 e si conclusero con la consacrazione ed apertura al pubblico nel 1751. Nelle cronache parrocchiali dell’ epoca si legge che l’ edificazione della sussidiaria ebbe lo scopo di mitigare gli animi dei residenti della frazione. In quegli anni infatti iniziava a nascere il progetto dell’ edificazione della nuova chiesa parrocchiale e del trasferimento del titolo dalla vetusta Parrocchiale di Sant’ Appollonio vetere, troppo vecchia ed indecorosa,  vicina alla frazione alla nuova in stravignino. Scelta che sollevò enorme scontento, i residenti infatti si opposero ostinatamente in tutti i modi, chiedendo che venisse ampliata la vecchia parrocchiale.
E’ una graziosa costruzione del settecento, piccola ma perfetta nelle sue linee di stile neoclassico. Le linee solenni della facciata tradiscono i sontuosi e slanciati interni baroccheggianti. La navata infatti è sormontata da un apia cupola abilmente affrescata. L’ intero ciclo pittorico è stato restaurato, come ricordato in un ovale al di sopra del portale d’ ingresso dall’ arciprete don Alfonso Lupezza nel 1958
L’ altare maggiore e la soasa di marmo ospitano una pala di un modesto artista del tempo è raffigurato il Santo della Provvidenza San Gaetano in preghiera dinnanzi alla Vergine. Nel 1900 alle due piccole campane del campanile il M. R. don Giovanni Maria maffina vi aggiunse una terza dedicata a Cristo Re.

Situata sul dosso che sovrasta l’ abitato di Pezzaze, in posizione strategica si trova l’ antica parrocchiale dedicata a Sant’ Apollonio Vetere. La Parrocchiale, edificata sulle rovine di un delùbro pagano, progettata nel 1480 è stata terminata nel 1517. Oggi rimane ben poco dell’antica costruzione; la struttura giunta ai nostri giorni infatti non è altro che l’ abside ed il presbiterio. L’ antica costruzione era lunga ben 54 metri e larga più di 20, da come si legge nelle antiche cronache di Pezzaze: “37 passi di lungo e 14 di largo” (un passo romano corrisponde ad 1,48 mt). Della struttura originale si conservano anche due cappelle alterali, inizio delle navate oramai perse, le sagrestie ed il campanile edificato nel 1533. Per lunghi anni Parrocchiale di Pezzaze vide come ultimo parroco don Bartolomeo Facchini, ultimo sacerdote a venir qui sepolto il 1 maggio 1748 dopo oltre un anno di infermità, con enorme cordoglio della popolazione.
Nel 1958 in seguito a dei lavori di consolidamento e manutenzione, nascosti sotto strati di calce spenta settecenteschi si sono individuati dei pregiati affreschi definiti “brani assai importanti del rinascimento bresciano”. Nel 2001 iniziano i lavori di restauro e conservazione durati quasi 10 anni. Finanziati dalla Provincia di Brescia in un progetto che riguarda anche San Rocco di Collio e San Lorenzo di Magno di Bovegno. Affidati alle mani esperte dello studio Volta di Brescia e della restauratrice Emanuela Montagnoli Vertua hanno culminato nel restituire alla Comunità di Pezzaze un piccolo capolavoro di Arte e di Storia. Nascosti sotto strati di calce e meno importanti affreschi sono tornati alla luce importanti e pregiati cicli di affreschi cinquecenteschi coperti a tratti da stucchi settecenteschi di pregevole fattura.
Il ciclo pittorico è composto da una grande crocifissione che occupa tutta la fascia centrale dell’abside e che ora è limitata dalla soasa settecentesca alla sola scena centrale con il Cristo in croce tra la Madonna e S.Giovanni, con la Maddalena piangente ai piedi di Gesù e S. Apollonio vescovo accanto all’Addolorata. Nel registro inferiore, entro nicchie con arco a pieno centro, corrono le immagini degli apostoli a figura intera e disposti frontalmente, deturpati da ripinture grossolane. Nei due campi centrali, sotto la Crocifissione, si riconoscono S. Pietro e S. Bartolomeo. Negli spicchi della copertura pentagonale dell’abside sono disposti gli evangelisti tra angeli in volo, mentre sulla crociera della cappella di sinistra si accompagnano gruppi di angeli musicanti. Negli spicchi delle pareti laterali del presbiterio sono poste le immagini dei profeti, mentre sulle pareti si vedono episodi della leggenda di S. Apollonio vescovo di Brescia e dei santi Faustino e Giovita.
Il ciclo di affreschi (La predica di S. Apollonio e La messa di S. Apollonio) alludendo alle gesta dei numi tutelari della città, si colloca nella temperie spirituale immediatamente successiva al “Sacco” di Brescia del 1512, al quale rimandano anche le frequenti citazioni di armati e cavalieri, con le pittoresche e scenografiche vesti rinascimentali. Le immagini possono essere ricollegate ai cicli di Paolo da Caylina il Giovane eseguiti per la cappella di S. Barnaba nel monastero di S. Pietro in Castello (Retta dai padri carmelitani, di cui fece parte padre Natale di Gesù, al secolo Giuseppe Fada Piardi). Questi affreschi costituiscono anche testimonianze preziose per la storia del costume e per la storia degli strumenti musicali, in quanto gli angeli musicanti stringono moltri strumenti tra cui una viola di dimensioni molto ridotte.

La Chiesa di Eto, dedicata a San Nicola di Bari, risalente al '400, ha nell'abside affreschi cinquecenteschi e conserva in sacrestia un dipinto con San Carlo Borromeo (1613).
Negli stessi anni in cui si erigeva la nuova chiesa di Santa Maria Maddalena anche ad Eto veniva riedificata la chiesa dedicata a San Nicolò, con un impianto semplice a pianta rettangolare e con abside pentagonale, coperta da una volta ad ombrello. Nel 1514 come precisa un’iscrizione il presbiterio venne arricchito da un ciclo di affreschi attribuibili ai Bascheni di Averaria. I dipinti sono organizzati a mo di polittico, con due registri: il primo corre in basso, su tutte le pareti, ed entro nicchie con arco semicircolare accoglie le immagini di sette apostoli, a figura intera.
Alcune figure sono completamente sbiadite, mentre sono ben visibili e riconoscibili da una scritta sopra l’arco S.Andrea, S.Filippo, S.Bartolomeo e San Matteo. Nel registro superiore entro i tre spicchi a sesto acuto, sono effigiati, S.Rocco e S.Lucia, la Madonna della Misericordia Incoronata dagli Angeli, ed i SS.Biagio e Lorenzo. Il patrimonio artistico cinquecentesco di Eto comprende anche un piccolo crocefisso ligneo policromo, dall’intaglio nervoso e sensibile databile tre 1550 e 1570 sicuramente opera di un intagliatore bresciano.

Parrocchiale di Lavone, dedicata a Santa Maria Maddalena, riedificata nel 1510 e ampliata alla metà del secolo scorso. Sull'íaltar maggiore una soasa settecentesca racchiude il polittico di Paolo da Caylina il Giovane (1514-22); nella navata vi sono affreschi di scuola del Ferramola. Nel presbiterio dipinti di Sebastiano Aragonese (1535-36). Inoltre una Trinità e santi di Francesco Richino (1539) e una statua lignea di Lodovico Redolfo (1581).
La facciata neoclassica, scenograficamente aperta sulla via della valle, inganna il visitatore che non immagina di trovarsi, varcato l’ingresso, in un ambiente cinquecentesco quasi completo, nell’architettura e nella decorazione pittorica. L’intervento ottocentesco, conclusosi nel 1850 ha allargato l’edificio di una campata mentre il progetto originale tra il 1510 ed il 1522 prevedeva tre campate larghe e corte, un presbiterio a pianta quadrata ed un abside semicircolare coperta da un catino esattamente corrispondente ad un quarto di sfera. L’impianto giocato sugli espedienti di architettura tardo-gotica lombarda, ricorda quelli della Pieve della Mitria a Nave e quella di S.Maria degli Angeli a Gardone V.T..
Un primo intervento decorativo deve essere stato avviato ancora prima della sua consacrazione nel 522. Nell’esaminare le opere presenti sulle pareti della chiesa, partendo dalla destra rispetto all’ingresso nella prima campata non si incontrano decorazioni ad affresco ma una tela firmata Francesco Giugno. Nella seconda campata occupa tutto il registro mediano della parete una “S.Maria Maddalena inginocchiata davanti al Cristo Crocefisso”. Sulla parete destra della campata successiva, accanto all’architrave della porta, si trova un frammento di affresco datato 1537 raffigurante la Trinità. Il dipinto denota la conoscenza delle opere del Pordenone e del Fogolino, ma manifesta anche la cultura essenzialmente grafica di un artista avvezzo a disegnare architetture, lapidi e motivi classici come appunto fu l’Aragonese.
All’altra estremità della parete si trova un affresco con le immagini di “S.Antonio Abate e S.Lucia”, l’opera risale al 1520 circa e si deve allo stesso artista che ha raffigurato nel registro superiore della stessa parete la vasta “Madonna in trono con Bambino sulle ginocchia, circondata dai Santi Rocco e Sebastiano e con l’immagine di S.Maria Maddalena”. Segue l’altare di San Rocco con una imponente soasa lignea dorata e con una pala firmata da Abramo Grisiani. Sotto la Soasa è collegato un prezioso ciborio ligneo con due figurazioni policrome dei “Santi Nicola da Bari e Maria Maddalena”, opere ai lati dello sportellino attribuite a Francesco Richino. In questo altare è degno di particolare menzione il paliotto settecentesco a motivo floreale realizzato con la tecnica, assai rara nel bresciano, della scagliola.
Sulle pareti del presbiterio sono collocati due affreschi strappati provenienti da Pezzaze che raffigurano “Cristo tra gli strumenti della passione adorato dai Santi Nicola vescovo e Maria Maddalena” (sinistra) e “Antonio Abate e Giovanni Battista” (destra) opera probabile di Paolo da Caylina il Vecchio, importante per studiare la pittura dell’autore e il culto eucaristico bresciano prima della riforma luterana. Il catino absidale è dominato dall’immagine a mezzo busto del “Padre Eterno Benedicente”, questo affresco fa parte della nuova fase della decorazione della chiesa dal 1535 al 1538 legata all’opera congiunta dell’Aragonese e del Richino patrocinata dal programma artistico del parroco Giovanni Grotti.
Databile tra il 1514 ed il 1522 è la pala dell’altar maggiore di Lavone composta da Paolo da Caylina il Giovane, il polittico fa parte del programma decorativo del parroco Grotti. Nella predella ai piedi del polittico corrono le immagini degli apostoli raffigurati a mezzo busto, sono evidenti i rimandi a Foppa ma anche a Mantegna. Merita particolare attenzione anche il complesso marmoreo dell’altare maggiore, lavoro dei marmorini di Rezzato databile 1730-1740. Scendendo dal presbiterio si incontra la cappella della Madonna del Rosario, decorata con stucchi del 1631 che delineano medaglie decorate ad affresco, distinguiamo: l’annunciazione, la deposizione, l’incoronazione.
Nella campata successiva all’altare del rosario si trovano altri importanti affreschi, a Martino da Gavardo si possono ricondurre la immagini di S.Antonio Abate e S.Lucia e l’importante affresco della “Madonna del latte con S.Agata” mentre a Francesco Richino che ha apposto le iniziali F R e la data 1539 è da assegnare il brano della Trinità. Merita particolare attenzione anche la decorazione ad affresco che orna la parte settentrionale esterna della parrocchiale di Lavone, composta da un fitto motivo a quadrati bianchi e rossi e da una fascia di gronda con girali e palmette, alternata a tondi con ritratti di santi. Decorazioni da assegnare a Martino da Gavardo ed alle maestranze della sua bottega.

La torre medievale di Mondaro, risalente al sec. XII-XIII, eretta forse sul basamento di una preesistente fortificazione romana. Un'altra coeva torre, parzialmente demolita e trasformata, esiste a Canei di Pezzazole.
Testimoni dell’importanza di queste zone anche nel passato restano avanzi di antichi muri, forse recinti di accampamenti e fortilizi romani, sui quali sorsero poi torri medioevali. Il nucleo meglio conservato si ammira nelle adiacenze della celebre torre di Mondaro ritenuta a torto romana: secondo Gaetano Panazza, essa si presenta come uno degli esempi tipici di costruzioni militari dei secoli XII e XIII, la cui origine dalla tradizione è collegata all’estrazione ed alla lavorazione del ferro. La proposta di acquisizione della torre, di proprietà dell’ingegnere Arnaldo Cavadini, approvata all’unanimità dal consiglio comunale di Pezzaze, è divenuta esecutiva il 14 novembre 1994 ed il pregevole manufatto, bisognoso di un intervento di restauro, è diventato agli inizi del 1995 un bene culturale pubblico da valorizzare.

A memoria dell'attività estrattiva che ha caratterizzato il comune, la Miniera Marzoli è oggi trasformata nel Museo le miniere di Pezzaze.

Insieme ad essa, la Via del Ferro conta anche la Miniera S. Aloisio Tassara di Collio, il Museo il Forno di Tavernole, il Museo I Magli di Sarezzo e il Museo il Maglio Averoldi di Ome.
La miniera Marzoli è stata una miniera aperta nel 1886 per estrarre ferro e altri materiali, voluta dal comune di Pezzaze. Parte di questi metalli andava alla fabbrica della Fratelli Beretta, che la utilizzavano per le loro armi. La miniera è stata chiusa nel 1978 a causa della scarsa produttività.

Dagli anni novanta si può visitare, percorrendo il primo tratto a bordo di un trenino di tipo Decauville, mentre il tratto successivo si può percorrere soltanto a piedi. L'apertura del sito è stata possibile grazie alla musealizzazione della via del ferro della Valtrompia voluta dalla Comunità montana e dal Sistema museale di Valtrompia unitamente all’Agenzia Parco minerario dell’alta Valtrompia. Nel 2011 l'agenzia del Parco Minerario è stata messa in liquidazione e il complesso museale riaffidato ad una nuova gestione.


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LODRINO



Lodrino è un comune situato su di un valico tra la Val Trompia e la Valle Sabbia, ma afferente alla prima.

Dal paese si gode una bellissima visuale sulla vallata, sul monte Guglielmo e sulla sovrastante rocciosa montagna che richiama le più note catene dolomitiche: al tramonto è suggestivo vedere il monte Palo (m.1461) infuocarsi di un rosso acceso, quasi volesse competere col sole. È un sollievo dalla caluta estiva poter trascorrere alcune ore passeggiando nella Pineta ( attrezzata dagli alpini con panche e tavoli per il giusto riposo ) oppure camminare su un sentiero di modesta pendenza che dal paese porta al piccolo Santuario di Santa Croce.

La posizione centrale di Lodrino rispetto ai laghi di Garda, Iseo ed Idro ne ha fatto località privilegiata di transito anche per i numerosi turisti italiani e stranieri che trascorrono le loro vacanze nella nostra provincia.

Il territorio su cui sorge l’abitato di Lodrino è quello della valle dei torrenti Re e Lembrio. Anche il paesaggio naturale si rivela per certi versi difforme da quello a cui ci ha abituati la Valle Trompia, e da taluni è stato accostato a quello delle Dolomiti. Il paragone, per quanto possa apparire azzardato, trova una sua motivazione non solo nel panorama maestoso e scosceso che le pareti rocciose offrono, ma anche nella loro composizione mineraria e nella loro storia geologica. Sembra infatti che questa valle laterale, orientata in direzione Ovest Est, sia geologicamente più antica rispetto al resto della Valle Trompia, e composta della stessa dolomia di cui sono costituite le più famose Dolomiti. Il nucleo abitato principale, a differenza della maggior parte dei centri valtriumplini, non sorge sul fondovalle ma sulle pareti più soleggiate, e questo ne condiziona la struttura più decentrata e sparsa e la maggior luminosità degli spazi, che fanno di Lodrino una meta ideale per un turismo all’insegna dello svago e del relax.

La storia geologica di Lodrino fa parte delle vicende che nel corso di milioni di anni, hanno interessato le Prealpi Lombarde. I rilievi montuosi attuali, sono dovuti a quelle forze naturali di considerevole entità, che hanno deformato e sollevato un vasto territorio posto in origine sotto il livello del mare. Un’ipotesi ben accreditata attribuisce alla valle di Lodrino, orientata in direzione Est-Ovest, un’età più antica della media e bassa Valtrompia. Il caratteristico aspetto delle rocce aspre e dirupate dei due versanti della valle ricorda le più famose catene delle Dolomiti. Il paragone, seppur esagerato, è legittimo in quanto le rocce che formano le cime (Monte Inferni, Monte Palo, Corna di Caspai, Monte Feifo, P.ta di Reai ) hanno la stessa composizione chimica e mineralogica di quelle montagne. Nel territorio, sotto la dolomia, si trovano qua e là accumuli di gesso. Giacimenti di questo materiale sono stati rinvenuti e sfruttati lungo l’alveo dei torrenti Ré e Lembrio Tra Brozzo ed Invico, affiora nelle vicinanze della strada provinciale, un materiale friabile antecedente la dolomia: l’arenaria rossa, ma le rocce più antiche, di color grigio-verdastro e piuttosto tenere, che documentano la presenza del mare nel nostro territorio 60 milioni di anni fa, si possono trovare nel torrente Biogno.

Il paesaggio vegetale si diversifica in relazione all’esposizione più o meno soleggiata dei suoi declivi. Sul versante destro orografico la vegetazione è caratterizzata prevalentemente dalla roverella, dal carpino nero, dal castagno e macchie di abeti. E’ dovuto invece, ad una piantumazione avvenuta negli anni ’30, il verde intenso della pineta situata ai piedi della balza rocciosa parzialmente franata del Caspai. Il sottobosco è qui costituito da arbusti di nocciolo, di sanguinello, ginepro, erica e mirtillo. Boscaglie di pino mugo colonizzano inoltre i versanti Nord delle montagne che guardano Marmentino. Il versante sinistro, più fresco, è ricco di faggi, pioppi, aceri, abeti, castagni e, nella parte alta, di qualche betulla. La flora spontanea, secondo le stagioni, ci offre splendide fioriture di primule rosse, mughetti, orchidee, genziane, ciclamini e rose di Natale. La fauna che l’escursionista può incontrare non è certamente ricca. Le lepri ed i caprioli ( entrambe le specie non sono autoctone ) sono rari. Si segnalano volpi, ricci, faine, donnole, scoiattoli,tassi e numerosi altre specie di roditori. Nei boschi, prati e siepi sono presenti diverse specie di uccelli. Nidificano in loco il merlo, il tordo, il fringuello e per un periodo più o meno lungo tanti altri migratori. Verso le cime più alte si spingono invece le coturnici ed i galli forcello. Non è raro osservare il volo del gheppio, della poiana ed in questi ultimi tempi anche dell’aquila. Nei luoghi soleggiati o con scarsa vegetazione ci si può imbattere nelle vipere; nel bosco dove il cibo è più abbondante, possiamo incontrare spesso altri rettili innocui quali l’orbetello, il biacco, il ramarro.

Notizie storiche riguardanti il territorio dell’attuale Comune di Lodrino attestano la proprietà del Monastero benedettino di Bobbio (attuale provincia di Piacenza) sulle terre e sugli abitanti fin dall’età romano- barbarica. Successivamente, in età longobarda, si accrebbe il potere del Monastero bresciano di S. Salvatore, fondato da Ansa, moglie dell’ultimo re longobardo Desiderio, e di cui fu prima badessa Asberga (o Anselperga), figlia del re e sorella di Ermengarda, prima moglie di Carlo Magno.
È verisimile quindi che in questo periodo le terre in questione passassero sotto il controllo del più vicino monastero bresciano. La prima menzione del comune risale all’estimo visconteo del 1385, che lo include nella ‘Quadra di Valle Trompia’, nucleo di aggregazione sovraterritoriale che permarrà anche durante la dominazione veneziana.
In questi anni le fortune del paese sono legate a quelle della sua famiglia egemone, i Morandi, che aveva interessi economici nell’estrazione del ferro a Bovegno e Collio, ma anche nella sua lavorazione in loco e nel commercio con la Valle Sabbia. Di questo primato familiare restano le monumentali abitazioni, oltreché menzioni di sindaci e parroci della famiglia. Carestie, pestilenze, e soprattutto ripetute alluvioni segneranno a partire dal ’600 la crisi dell’economia del paese, e determineranno un cospicuo flusso migratorio della popolazione verso la Svizzera.
Nell’ultimo secolo la tendenza si è fortunatamente invertita, e Lodrino, accanto alle tradizionali attività pastorali e artigianali, ha riscoperto anche la sua vocazione al turismo di relax e ha visto crescere il numero delle seconde case sul suo territorio.

Fiore all’occhiello del Comune e dell’intera Comunità Montana di Valle Trompia è il Museo Etnografico di Lodrino, che conserva importanti testimonianze della cultura contadina, pastorale e mineraria che ha segnato l’identità della Valle.
Il Museo aderisce al Sistema Museale di Valle Trompia e all'Ecomuseo di Valle Trompia "La Montagna e L'industria"
Nato da un’iniziativa dei primi anni ’80 da parte di un gruppo di Lodrinesi al fine di salvaguardare reperti della cultura contadina ed artigianale del passato, esso organizza una prima mostra temporanea nel 1986, incontrando l’entusiasmo della popolazione.
Nel 1995 l’Amministrazione Comunale, sensibile all’invito, rende disponibili i locali della vecchia Scuola Elementare della frazione Invico, ed il museo trova in questi la sua sede attuale.
Nel 1997 con l’aiuto di nuovi collaboratori viene inaugurata l’esposizione permanente, continuamente aggiornata e rinnovata. Essa attualmente raccoglie circa un migliaio di oggetti donati dalla popolazione ed esposti in una sede di circa 400 mq.
Il museo partecipa, nel tempo, ad iniziative etnoculturali in vari comuni della provincia quali Carpendolo, Villa Carcina, Gardone ValleTrompia, collabora con altri gruppi, con scuole ed enti pubblici ed è impegnato nella realizzazione di documenti e di un percorso storico-etnografico sul territorio.

Luoghi di notevole interesse storico- artistico sono le due residenze dei Morando, i signori locali che diedero alla comunità parecchi sindaci e parroci, oltreché il benessere economico derivante dagli interessi nell’estrazione del ferro in alta Valle: delle due abitazioni, quella nell’attuale via Giovanni XXIII ha carattere più residenziale, con un giardino, un cortile, un pozzo e vari affreschi, quella in via del Pozzo era motivata da esigenze strategiche di difesa, per via della posizione panoramica e della cinta muraria.

Le tre chiese del paese, la parrocchiale di S. Vigilio, l’oratorio di S. Rocco e il Santuario della SS. Croce, risalgono o sono state rimodernate nel ‘700, e di questo periodo conservano al proprio interno preziose tele, affreschi e stucchi. Ma le ultime due presentano un nucleo originario più antico, risalente con tutta probabilità all’età rinascimentale, di cui permangono testimonianze di arte figurativa.

La Chiesa di S. Vigilio, posta su un dosso, cattura subito lo sguardo di chi sale da Brozzo verso la valle di Lodrino. La sua costruzione inizia nel 1752 e termina, dopo ben 42 anni, nel 1794. L’importante facciata è ornata dalle statue dei Santi Vigilio e Rocco. L’interno contiene pregevoli affreschi del veronese Giorgio Anselmi e dipinti di Giuseppe Nuvolone, di Pietro Ricchi e Domenico Voltolini. Tra i capolavori figura inoltre l’organo, opera di Diego Porro e compagni. La chiesa subisce importanti restauri nel 1909-1910; nel 1922 è invece il campanile ad essere consolidato ed elevato per contenere così il grande castello di ghisa con il concerto di cinque campane. L’ultimo restauro degli anni ’90 ha valorizzato pittoricamente ed esteticamente l’interno che ritorna così alla sua originale luminosità.

L'Oratorio di S. Rocco (fraz. Invico), posto al centro della frazione, che attrae l’attenzione dopo il nostro ingresso. Adiacente ad esso sorgeva la primitiva cappella dedicata a S. Sebastiano martire che era parte integrante di un antico fabbricato residenziale. La nuova chiesa dedicata a S. Rocco è di chiara impostazione settecentesca e viene edificata dal generoso popolo di Invico in poco tempo ( 1731-1736 ). L’interno, scandito in spazi regolari ed il presbiterio con il trittico, opera di Domenico Voltolini, suggerisce una sua lontana origine gotica. Il pulpito e l’organo, realizzati con un elegante lavoro di intarsio, sono le più notevoli opere d’arte offerte dal santuario e sono attribuite alla scuola dei famosi intagliatori di Levrange "Boscai".

Il Santello di S. Croce posto sul monte Feifo di fronte al paese è particolarmente caro ai Lodrinesi anche per la presenza d’una maestosa croce in legno del 1500. Le origini della primitiva cappellina si rifanno alle tradizioni secolari d’incerta origine, spesso avvolte dalla leggenda. Ma la devozione della popolazione locale e dei paesi confinanti è così radicata che le autorità locali chiedono di erigere il nuovo Santuario che viene completato verso il 1738. Ancora oggi, per antico voto, il 14 settembre i fedeli lo raggiungono in processione ed il parroco vi celebra la messa. Negli anni ’70, all’edificio viene aggiunto un campaniletto e, lungo la strada che porta alla chiesetta, sono collocate le 14 stazioni della Via Crucis. Il Santuario è facilmente raggiungibile dalla località Cucca per mezzo di una comoda stradina ben segnalata.

Lo sviluppo economico e nuove esigenze turistiche non hanno favorito lo sviluppo di tale attività a Lodrino. Le strutture del paese sono minime, le presenze degli ospiti si limitano per lo più ad una breve permanenza estiva o invernale nelle seconde case della località Pineta. La dolcezza del clima e la relativa vicinanza alla città, stanno attirando un discreto afflusso di escursionisti che sui sentieri riattivati dai cacciatori o da gruppi locali, possono effettuare tranquille passeggiate e trascorrere una giornata in mezzo al verde e all’aria pulita. Ritornando sul fondovalle è possibile affrontare un percorso turistico-culturale che inizia a Tavernole S/M e ci porta poi nell’antica zona mineraria dell’alta Valtrompia.



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martedì 4 agosto 2015

COLLIO




Collio  è un comune dell'alta Val Trompia.

Il territorio di Collio è prevalentemente montuoso. Il suo bellissimo paesaggio permette di far delle stupende passeggiate ammirando il favoloso panorama che si presenta. Nel mezzo del paese scorre l'affluente del fiume Mella, il Bavorgo. Collio si trova a 1000 m s.l.m e ha cinque frazioni: San Colombano, Memmo, Ivino, Tizio e Serramando.

Interessante è anche l'aspetto geologico.Il suolo montuoso e costituito da calcari e dolomiti del Muschel Kalk che possono essere usati come calce e offrono grandi varietà di marmi grigi, scuri, variegati e picchiettati. Vi si trovano anche porfidi e serpentini.

Già in epoca romana Collio era molto importante per l'estrazione dei metalli, sono ancora presenti resti di edifici che vennero utilizzati dai minatori. Era usata come prigione dove i romani facevano estrarre i minerali secondo i lavori forzati.

Nell'alto medioevo fu soggetta fin dall'epoca longobarda all'abbazia di San Colombano, che vi fondò una chiesa dedicata al santo monaco irlandese San Colombano nella frazione che ne ha ripreso il nome. Successivamente passò alle dipendenze del Monastero di San Faustino Maggiore di Brescia.

Inserito nel cantone del Mella con la legge del 1 maggio 1797, passò nel distretto delle Miniere per effetto della legge del 2 maggio 1798, venendo incluso nel distretto delle Armi ai sensi della legge del 12 ottobre dello stesso anno; con la legge del 13 maggio 1801 venne incorporato nel distretto I, di Brescia, per fare poi parte del cantone VI di Bovegno del distretto I di Brescia con la legge dell’8 giugno 1805. Per effetto delle modifiche apportate dalla legge sulla concentrazione dei comuni del 4 novembre 1809, venne incluso nel cantone VIII di Bovegno del distretto I di Brescia.
Nel 1797 è citato come Collio S. Colombano e Memmo, poi sempre Collio. Sul piano istituzionale, in osservanza della legge del 24 luglio 1802 ed in virtù dei 1599 abitanti, venne classificato nella terza classe dalla citata legge 8 giugno 1805.

Venne incluso nel distretto VII di Bovegno per effetto della legge del 12 febbraio 1816 fino al 23 giugno 1853 quando il distretto fu soppresso ed il comune venne unito al distretto di Gardone (Val Trompia).

Il santuario di San Rocco, magnifico esempio di chiesa ‘ a sala’ di tradizione lombarda, venne eretto su una primitiva cappella dedicata ai Santi Sebastiano e Rocco, invocati a protezione degli appestati.
Questo primo edificio, forse fondato per pubblico voto in seguito alla peste del 1474, occupava probabilmente l’attuale presbiterio.
Con ogni probabilità grazie ad un’attiva confraternita vennero intraprese nel 1574 delle opere di ampliamento, incrementate anche in occasione di una nuova pestilenza fra il 1575 e il 1577.
L’impianto architettonico, dalla severa volumetria, mantiene quei caratteri di voluta arcaicità che spesso si ritrovano nelle chiese lombarde tra il ‘300 ed il ‘500: tipica è la cornice di gronda dell’abside con sottili archi in cotto di gusto gotico.
Singolare eccezione nell’architettura valligiana è invece il bellissimo portale a strombo, in stile romanico, in cui compare un’iscrizione voluta dai committenti dei lavori d’ampliamento: il comune di Collio e la Società del Medolo di Valdardo, associazione di minatori attiva durante il XVI secolo.
Dal 1580 (anno in cui venne completato l’edificio) e per tutto il secolo successivo la chiesa si arricchì di affreschi, che compaiono soprattutto nei tre catini absidali.

Di proprietà dell’archivio parrocchiale di Collio è il prezioso codice del 1523, contenente la «maregola dela fraternita et schola deli gloriosi Sancto Antonio et San Faustin e San Jovita» di Memmo, adornato da due preziose miniature dovute ad un artista collegato a Floriano Ferramola.
La “mariegola” è una raccolta di leggi che formano lo statuto di una particolare confraternita religiosa.
La piccola Confraternita di Memmo, fondata il 25 marzo 1523, è una delle poche intitolate, oltre che a S.Antonio Abate, anche ai santi Fustino e Giovita patroni di Brescia.
Documenta puntualmente le due miniature che impreziosiscono il codicetto della “Regola”, di proprietà della Parrocchia, attualmente in prestito al museo Diocesano.
La prima miniatura rappresenta Cristo crocifisso, la Madonna e S. Giovanni Evangelista.
Nel riquadro inferiore, disposto in senso orizzontale si riconoscono i due santi Sebastiano e Rocco, invocati contro epidemie e pestilenze.
La seconda miniatura raffigura al centro S. Antonio abate e ai lati i co-patroni Faustino e Giovita.
Nella scena inferiore è rappresento un episodio delle leggendarie “tentazioni di S. Antonio”:
Le due miniature sono di fattura piacevole e di un certo valore decorativo e possono considerarsi fra gli ultimi prodotti della miniatura in territorio bresciano. Sono attribuibili ad un artista collegato allo stile di Floriano Ferramola.

Il centro del comune è rappresentato dalla piazza sulla quale sia affacciano il Palazzo Municipale che risale al 1600.
La chiesa Parrocchiale di Collio dedicata ai SS. Nazario e Celso, è del 1700 e fu probabilmente riorientata portando l’entrata verso la strada. Appena poco più in alto, a dominare su Collio, c’è Tizio, paesello che domina Collio con il santuario della Madonna.
Da Tizio poi si procede verso Ivino, immerso in una conca di prati. Memmo, un’altra frazione di Collio, è uno dei centri abitati più antichi della Valtrompia ed ospita quello che a fine Ottocento fu l’osservatorio meteorologico. Proseguendo dopo Collio, si giunge alla fonte Busana, un tempo famosa.

Si prosegue verso S. Colombano, anch’esso centro di villeggiatura di crescente richiamo. Costeggiato da un torrente che confluisce nel Mella, si trova in una piccola conca che risale attraverso un susseguirsi di prati. Qui si è conservato un dialetto diverso rispetto a quello di Collio ed ancor di più diverso rispetto a quello della Valle. Anche altre tradizioni sono state conservate, come il falò che viene acceso il giorno dei morti, per consentire ai defunti di riscaldarsi in quella giornata. Da S. Colombano ha inizio la strada che conduce al Passo Maniva.

La Miniera S.Aloisio nasce come aggregazione di vicine concessioni: Valdardo, S.Marco, Prato e Cavallaro.
La società della Galleria S.Aloisio Nuova iniziò i lavori della galleria (ne esisteva una "vecchia" di cui non si ha traccia) nel 1819; essa costituiva "la galleria di ribasso" (cioè di scolo delle acque) per i cunicoli superiori, sopraccitati.
Tale operazione di aggregazione avvenne nel 1870. Fra il 1885 e il 1886 la società degli Altiforni Fonderie ed Acciaierie di Terni acquisì la concessione e la mantenne fino al 1936, anno in cui venne ceduta alla società Tassara che fece conoscere alla miniera il periodo di massimo splendore.
Tutto quello che vediamo oggi venne realizzato a partire da quegli anni. La Miniera S.Aloisio - Tassara costituì la più estesa concessione mineraria di siderite della Valle Trompia.
Essa fu l'ultima miniera di ferro triumplina ad essere fermata nel 1985 e raggiunse uno sviluppo complessivo, organizzato su diversi piani collegati tra loro da fornelli e rimonte, di alcune decine di chilometri
Nel 2003 è stato inaugurato il Percorso Miniera Avventura, il primo e unico percorso in Europa allestito in un luogo legato all'attività mineraria, dove è  importante sapere gestire il proprio corpo concilia così divertimento e cultura.



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POLAVENO



Polaveno è un comune della provincia di Brescia. È un centro artigianale in un'area di valico tra la Val Trompia e il Lago d'Iseo.

Il territorio comunale è costituito da un altopiano alquanto ondulato che si può raggiungere dalla Val Trompia e da lseo con la strada provinciale 48 o da Gussago con la provinciale 10. Il capoluogo, Polaveno, è posizionato nella parte più eminente dell'altopiano e comprende le frazioni di Gombio e San Giovanni, che si collocano in due vallate minori attigue a quella principale che costituisce la Val Trompia, solcate da due torrenti, denominati rispettivamente Fosso di San Giovanni e Gombiera, quest'ultimo affluente del Mella.

Al Passo dei Tre Termini passa il confine con Iseo.

La vegetazione dei boschi che circondano l'abitato è quella tipica della zona prealpina con abbondanza di castagni, querce, faggi e betulle.

L'etimologia del nome Polaveno è ancora incerta, ma la più diffusa tradizione fa derivare il nome dal latino "advenae Polae" che significa "venuti da Pola", ipotesi che si rifà alla tradizione secondo la quale il paese sarebbe stato fondato da un gruppo di emigrati istriani che si fermarono nella zona per coltivare il terreno e allevare bestiame. Al nome di Polaveno si può anche attribuire un'altra origine, cioè quella di "polis advenae" ("venuti dalla città"), che in questo caso sarebbe Brescia.

Secondo altre opinioni, il nome potrebbe essere derivato dall'unione dei termini "pullus" ("terreno") e labes ("frana"),traducibile con "terreno franoso/paludoso", come è parte del territorio di Polaveno, oppure rifarsi a "Pola-Poi", da intendersi come "piccola sorgente" o "luogo dove si beve".

L'etimologia del nome della frazione Gombio pare invece chiara. Il nome deriva con molta probabilità dal fatto che la valle è a forma di gomito e quindi il termine deriverebbe dal dialettale "gombèt" ("gomito").

In passato, Polaveno fu una giurisdizione autonoma, feudo dei conti Avogadro di Zanano che lo ebbero nel 1409 in regalo da Pandolfo II Malatesta. Con l'arrivo del governo della repubblica Veneta, dopo quello del Malatesta, gli Avogadro ottennero di scambiare questo feudo con quello, più ricco, di Lumezzane Così Polaveno tornò ad essere autonomo ed indipendente, cominciando ad appartenere alla quadra di Gussago.

Dopo aver fatto parte del distretto rurale e della pieve d'Iseo, nel Medioevo fu a lungo possedimento dei monaci benedettini (che vi intrapresero una vasta opera di bonifica) venendo in seguito infeudata alla nobile famiglia degli Avogadro, cui fu confermata, nella prima metà del XV secolo, da Pandolfo Malatesta e dal doge veneziano Francesco Foscari. La storia successiva, nella quale mancano eventi di particolare rilievo, non si discosta da quella dei territori circostanti, occupati dalle truppe napoleoniche sul finire del Settecento. Alla restaurazione austriaca e ai moti risorgimentali seguirono l'annessione al regno d'Italia e il coinvolgimento negli avvenimenti nazionali e internazionali della seconda metà dell'Ottocento e della prima del Novecento.

La chiesa di San Nicola Vescovo, a singola navata, risale al XV secolo e sebbene le bellezze dell'architettura lombarda quattrocentesca siano state deturpate da altari barocchi e da successivi restauri compiuti nel 1639, esse ancora spiccano chiaramente nella cordonatura della volta. Sulla parete a destra sono stati scoperti alcuni affreschi votivi del Quattrocento e del Cinquecento, rappresentanti la Madonna, san Biagio Vescovo e san Pancrazio.

Perimetralmente alla chiesa ci sono varie epigrafi del XVIII secolo, in ricordo dei parroci qui sepolti.

La realizzazione della parte più antica della chiesa di San Giovanni Battista in San Giovanni risale al XVI secolo, con una collocazione in senso trasversale all'attuale. Nel corso dei secoli, la chiesa ha subito innumerevoli interventi ed ampliamenti, a partire dalla costruzione dell'attuale battistero, avvenuta nel 1881 e quella della torre campanaria, aggiunta alla struttura iniziale soltanto nel 1911, anno in cui si provvedette anche al restauro dell'organo pre-esistente.

Oggi si presenta come una struttura ad unica navata, con volta a botte, decorata e dipinta, con immagini che richiamano gli episodi più salienti relativi a San Giovanni Battista, risalenti alla prima metà del XX secolo.

Lungo il perimetro della chiesa, si possono individuare cinque cappelle laterali. La prima sulla destra della navata contiene l'altare della Madonna del Rosario, con statua lignea della Beata Vergine e soasa dorata realizzate nel 1968.

Ben più antiche sono la statua di San Rocco, compatrono della parrocchia, databile a fine '500, inizio '600, collocata nella seconda cappella sulla destra, la pala maggiore, raffigurante la Madonna col Bambino, San Giovanni Battista e San Rocco, risalente al XVII secolo, la pala di San Luigi e quella di Sant'Antonio da Padova, che possono essere fatte risalire anch'esse a quel periodo.

La chiesa della Madonna della Neve in Gombio è collocata nella frazione più bassa del comune, risale al XVIII secolo e conserva un bellissimo altare marmoreo policromo ed una settecentesca statua lignea della Madonna dal volto dolcissimo.

Il santuario di Santa Maria del Giogo è di notevole importanza, convento e ospizio dei monaci Benedettini dell'abbazia di Rodengo: essendo questo giogo uno dei passi più frequentati, tra la Valle Camonica e Brescia i monaci avevano fondato un ospizio per il soccorso e la ristorazione dei viandanti. Di costruzione medioevale si colloca su un'altura che sovrasta la Val Trompia e il Lago di Iseo. Le recenti restaurazioni hanno permesso di portare alla luce gli affreschi sulle pareti interne, risalenti nel tempo, che erano stati coperti da interventi successivi.

L'antica chiesa di San Martino sul monte, in località Prato, tra Polaveno ed Iseo è una costruzione dell'ordine cluniacense, caratterizzata da uno stile romanico tipicamente lombardo, fondata tra il 1080 e il 1100. Dapprima fu una dipendenza del monastero cluniacense di San Pietro in Lamosa, presso Provaglio d'Iseo, poi fu unita alla Pieve di Iseo.

Ora assai decadente, nel XVI secolo ospitava il culto di San Carpoforo come santo taumaturgo in opposizione al mal di testa; la sua devozione venne però vietata al tempo di San Carlo Borromeo poiché finiva in superstizione.

Nell'ultimo periodo è stato creato un percorso che ricostruisce la storia della valle  delle sorgenti dei lupi con cartelli che riportano gli ultimi avvistamenti, raccolgono storie, foto storiche, usanze e molte altre curiosità. Sul percorso inoltre sono state ricostruite trappole per i lupi ed un autentico poiàt che veniva usato per produrre carbone. La zona si trova alla fine della contrada Gremone e il sentiero collega la frazione di San Giovanni con quella di Gombio.

Il tradizionale palio che si tiene una volta all'anno, in occasione della festa di Sant'Anna, compatrona della parrocchia di Polaveno, prevede una corsa delle oche che vengono incitate con una bacchetta dai loro padroni (ocaioli), senza che però essi le tocchino con le verghe, pena la squalifica.

L'economia si basa sia sull'agricoltura che sull'industria. I polavenesi hanno un indice di vecchiaia inferiore alla media e si distribuiscono soprattutto tra il capoluogo comunale, interessato da una forte crescita edilizia, e le località di Gombio, Zoadello e San Giovanni, in cui si registra la maggiore concentrazione demografica. Il territorio, comprendente anche i nuclei abitati di Castignidolo, Fildosso, Gorgo, Pina e Scae, presenta un profilo geometrico irregolare, con accentuate differenze di altitudine.


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