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venerdì 7 agosto 2015

IRMA



Irma è un comune dell'alta Val Trompia. Dal 1927 al 1955 fece parte del comune di Bòvegno. È il comune meno popoloso della provincia di Brescia.

L'origine del nome è dovuto alla posizione isolata della città. Irma, infatti, potrebbe essere la trasformazione dal latino di erema con il passaggio da e a i, che significa “eremo”, luogo isolato o appartato.

Irma sorge sulla costa di una valletta laterale nell'Alta Valle Trompia.

Nell’estimo visconteo del 1385 (ed anche nel 1389) il comune risultava appartenere alla Valle Trompia; nel 1493 contava 430 anime (Medin 1886), mentre all’inizio del secolo XVII contava 90 fuochi e 470 anime (Da Lezze 1610). Nel 1645 tra i magistrati ed ufficiali del comune vi erano 12 consoli, 3 ragionati, notaio, giusdicenti, ministrale, squadradori, camparo, massaro (Sabatti 1979).

Nel 1764 vi erano 280 anime (Descrizione generale 1764).

Venne incluso nel cantone del Mella per effetto della legge del 1 maggio 1797. Con legge 2 maggio 1798 il comune fu diviso in due comuni autonomi: Irma e Magno S. Lorenzo.

Inserito nel distretto delle Miniere per effetto della legge del 2 maggio 1798, venne incluso nel distretto delle Armi ai sensi della legge del 12 ottobre dello stesso anno; con la legge del 13 maggio 1801 venne incorporato nel distretto I, di Brescia, per fare poi parte del cantone VI di Bovegno del distretto I di Brescia con la legge dell’8 giugno 1805. Venne concentrato in Pezzaze a partire dal 1 gennaio 1810. Sul piano istituzionale, in osservanza della legge del 24 luglio 1802 ed in virtù dei 213 abitanti, venne classificato nella terza classe dalla citata legge 8 giugno 1805.

Tra il 1810 e l 1816 Irma viene concentrato nel comune denominativo di Pezzaze con Pezzoro inserito nel cantone VIII di Bovegno del distretto I di Brescia.

Venne incluso nel distretto VII di Bovegno per effetto della legge del 12 febbraio 1816 fino al 23 giugno 1853 quando il distretto fu soppresso ed il comune venne unito al distretto di Gardone (Val Trompia).
 
Irma è una gradevole località, nel cui cuore sorge la Chiesa Parrocchiale della fine del XVII secolo, dedicata alla SS. Trinità.

Molto sentita è la festa della Santa Croce che si festeggia in questo paese.

Interessante  l’aspetto geologico.Il suolo montuoso e costituito da calcari e dolomiti del Muschel Kalk che possono essere usati come calce e offrono grandi varietà di marmi grigi, scuri, variegati e picchiettati. Vi si trovano anche porfidi e serpentini.

La fonte di San Carlo è così chiamata perché secondo la tradizione si vuole che San Carlo, in visita Pastorale nella Valtrompia, si spostava a dorso. La tradizione vuole che S. Carlo stanco del viaggio si sia fermato all’uscita dell’abitato di Irma ove sgorgava dell’acqua fresca e qui si sia riposato e dissetato, da qui poi la denominazione di fonte di San Carlo. Questa fonte già nell’Ottocento è stata oggetto di attenzione di studiosi che ne hanno evidenziato le sue caratteristiche curative, tanto che più volte gli amministratori di Irma hanno pensato di ricavarne una fonte di acqua minerale. La località è rinomata in tutta la zona e nel periodo estivo è luogo frequentatissimo sia degli escursionisti sia dai villeggianti che Irma trascorrono le ferie e che qui trovano calma serenità e refrigeri nelle calde giornate d’estate. In effetti, è un luogo, che inspiegabilmente riesce a trasmettere un senso di quiete interiore e porta alla riconciliazione con se stessi.



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mercoledì 17 giugno 2015

IL SANTUARIO DI CARAVAGGIO

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L’anno 1432 dalla nascita del Signore, il giorno 26 maggio alle ore cinque della sera, avvenne che una donna di nome Giannetta oriunda del borgo di Caravaggio, di 32 anni d’età, figlia di un certo Pietro Vacchie sposa di Francesco Varoli, conosciuta da tutti per i suoi virtuosissimi costumi, la sua cristiana pietà, la sua vita sinceramente onesta, si trovava fuori dall’abitato lungo la strada verso Misano, ed era tutta presa dal pensiero di come avrebbe potuto portare a casa i fasci d’erba che lì era venuta a falciare per i suoi animali.
Quand’ecco vide venire dall’alto e sostare proprio vicino a lei, Giannetta, una Signora bellissima e ammirevole, di maestosa statura, di viso leggiadro, di veneranda apparenza e di bellezza indicibile e non mai immaginata, vestita di un abito azzurro e il capo coperto di un velo bianco.
Colpita dall’aspetto così venerando della nobile Signora, stupefatta Giannetta esclamò: Maria Vergine!
E la Signora subito a lei: Non temere, figlia, perché sono davvero io. Fermati e inginocchiati in preghiera.
Giannetta ripose: Signora, adesso non ho tempo. I miei giumenti aspettano questa erba.
Allora la beatissima Vergine le parlò di nuovo: Adesso fa quello che voglio da te...
E così dicendo posò la mano sulla spalla di Giannetta e la fece stare in ginocchio. Riprese: Ascolta bene e tieni a mente, perché voglio che tu riferisca ovunque ti sarà possibile con la tua bocca o faccia dire questo...
E con le lacrime agli occhi, che secondo la testimonianza di Giannetta erano, e a lei parvero come oro luccicante, soggiunse:
L’altissimo onnipotente mio Figlio intendeva annientare questa terra a causa dell’iniquità degli uomini, perché essi fanno ciò che è male ogni giorno di più, e cadono di peccato in peccato. Ma io per sette anni ho implorato dal mio Figlio misericordia per le loro colpe. Perciò voglio che tu dica a tutti e a ciascuno che digiunino a pane ed acqua ogni venerdì in onore del mio Figlio, e che, dopo il vespro, per devozione a me festeggino ogni sabato. 
Quella metà giornata devono dedicarla a me per riconoscenza per i molti e grandi favori ottenuti dal Figlio mio per la mia intercessione.
La Vergine Signora diceva tutte quelle parole a mani aperte e come afflitta. Giannetta disse: La gente non crederà a me.
 La clementissima Vergine rispose: Alzati, non temere. Tu riferisci quanto ti ho ordinato. Io confermerò le tue parole con segni così grandi che nessuno dubiterà che tu hai detto la verità.
Detto questo, e fatto il segno di croce su Giannetta, scomparve ai suoi occhi.
Tornata immediatamente a Caravaggio, Giannetta riferì tutto quanto aveva visto ed udito. Perciò molti – credendo a lei – cominciarono a visitare quel luogo, e vi trovarono una fonte mai veduta prima da nessuno.
A quella fonte si recarono allora alcuni malati, e successivamente in numero sempre crescente, confidando nella potenza di Dio. E si diffuse la notizia che gli ammalati se ne tornavano liberati dalle infermità di cui soffrivano, per l’intercessione e i meriti della gloriosissima Vergine Madre di Dio e Signore nostro Gesù Cristo.


Dopo l'episodio del ramo fiorito altri fatti miracolosi testimoniarono la sacralità del luogo. La mannaia conservata nel sotterraneo del Sacro Fonte, antenata della più tristemente famosa ghigliottina, testimonia un episodio accaduto nel 1520. Un capo dei briganti, tale Giovanni Domenico Mozzacagna di Tortona, fu catturato nei dintorni e condannato a morte. Affinché l'esecuzione servisse da monito a molti, si decise di fissarla per il 26 maggio, giorno in cui la ricorrenza dell'Apparizione molta gente si sarebbe recata a Caravaggio. Durante i mesi di prigionia che precedettero la data stabilita il brigante si pentì e si convertì. Venne il giorno della esecuzione ma per quanti tentativi vennero fatti la scura s'inceppava prima di arrivare al collo del condannato. La folla gridò al miracolo; il condannato prima tornò in carcere e poi fu definitivamente liberato. Nella seconda celletta del sotterraneo viene conservato un catenaccio spezzato che ricorda un fatto avvenuto nel 1650. Un pellegrino, imbattutosi in un nemico che lo minacciava di morte, corse al riparo verso il tempio, ma trovando la porta chiusa invocò la Madonna. Il catenaccio si spezzò e la porta si aprì per poi richiudersi in faccia al persecutore.
Sul piazzale antistante il tempio, nei pressi della fontana, un obelisco ricorda un singolare fatto accaduto nel 1550. Un soldato dell'esercito di Matteo Grifoni, generale della Repubblica Veneta, rubò dal Sacro Fonte una preziosa tazza e la nascose in un bagaglio sopra il dorso di un mulo; ma quando fece per andarsene il mulo non ne volle sapere di muoversi. Il furto fu scoperto e il prezioso oggetto restituito. Il Comandante fece elevare a ricordo del fatto una Cappelletta che, caduta in seguito all'erosione delle acque, fu rimpiazzata nel 1752 da un obelisco. Divenuto cadente questo, nel 1911 fu sostituito con un altro a ricordare anche le celebrazioni del 1910 e del 2° centenario dell'incoronazione della Madonna. Sulle quattro facciate della base dell'obelisco tre epigrafi ricordano il fatto della tazza, la prima cappella e l'obelisco del 1752, le feste centenarie del 1910; sulla quarta è riportata un'esortazione al culto della Vergine.
Il Santuario Santa Maria del Fonte di Caravaggio, in provincia di Bergamo e diocesi di Cremona, è un immenso complesso eretto a partire dal XVI secolo sul luogo di una miracolosa apparizione della Vergine ad una contadinella.
Per secoli una pergamena antichissima che racconta l’apparizione della Madonna alla contadina Giannetta, è stata esposta in chiesa, nella sagrestia maggiore.
Il vescovo di Cremona Cesare Speciano, in visita al Santuario il 27 aprile 1599, l’ha fatta trascrivere come “documento ufficiale” dell’Apparizione stessa e di quanto avvenne in seguito.
Questa “memoria”: ci presenta il dialogo tra Maria e la veggente Giannetta e i “segni” che caratterizzano l’Apparizione del 1432.

L'erezione dell'attuale tempio mariano, fortemente voluto dall'arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, iniziò nel 1575 dietro progetto dell'architetto Pellegrino Tibaldi (detto il Pellegrini); alternando fasi di sviluppo a lunghi intervalli, l'opera di costruzione si protrasse fino ai primi decenni del XVIII secolo, con numerose modifiche, seppur di poco conto, rispetto al progetto originario del Pellegrini.
Nell'aprile del 1906 papa Pio X lo elevò alla dignità di basilica minore.

Il Santuario di Caravaggio, oggi, oltre a fungere da importante luogo di preghiera, ospita oggigiorno un Centro d'accoglienza per pellegrini ed ammalati, un Centro di consulenza matrimoniale e familiare ed un Centro di spiritualità. Gli edifici che ospitano tali attività furono ristrutturati sul finire del XX secolo dagli architetti caravaggini Paolo e Salvatore Ziglioli; l'auditorium ospita pregevoli vetrate del pittore caravaggino Giorgio Versetti. La Cappella del centro di spiritualità, che venne inaugurata da papa Giovanni Paolo II durante il suo soggiorno presso il santuario nel 1992, ospita sculture ad opera del mozzanichese Mario Toffetti.

Il tempio monumentale sorge al centro di una vasta spianata circondata da portici simmetrici su tutti e quattro i lati, che corrono, con 200 arcate, per quasi 800 metri. Nel piazzale antistante il viale di collegamento con il centro cittadino si trova un alto obelisco in marmo con putti bronzei, opera di Rustico Soliveri, che, attraverso le sue iscrizioni, ricorda i diversi miracoli attribuiti dalla tradizione cattolica alla Madonna di Caravaggio. Poco oltre l'obelisco si trova una fontana di grosse dimensioni, la cui acqua passa sotto la chiesa, raccoglie quella del Sacro Fonte e confluisce nel piazzale posteriore, dove viene raccolta in una piscina a disposizione degli infermi per immergere le membra malate.

Un triplice viale alberato lungo circa 2 km, completato nel 1709, raccorda il Santuario al centro cittadino; al termine del viale, in corrispondenza dell'ingresso nel centro storico, si trova il trionfale arco di Porta Nuova, che reca nell'attico un gruppo marmoreo dell'Apparizione e fu eretto nel 1709 in occasione della solenne incoronazione della Vergine.

L'esterno della chiesa è grandioso: l'edificio misura 93 metri per 33, e raggiunge un'altezza di 22 metri che, con la cupola, arriva a 64 metri. L'edificio non è rivolto verso il viale di collegamento con la città, che venne costruito in seguito, ma, come dettato dalle consuetudini liturgiche, è disposto in maniera tale che il celebrante sia rivolto verso oriente. Esternamente, l'architettura è caratterizzata dal grigio dell'intonaco e il rosso dei mattoni. È questa l'estetica acquisita dopo i restauri degli anni settanta che eliminarono non senza polemiche il "giallo di Milano" che intonacava i muri.

All'interno il tempio mariano si presenta ad una sola navata, con una caratteristica pianta a croce latina, ed è caratterizzato da uno stile classico, con pilastri dai capitelli ionici.

Il tempio appare, in verità, diviso in due corpi separati: quello occidentale, più vasto, ospita quattro cappelle riccamente decorate per lato, le cantorie e l'ingresso principale; quello orientale, di dimensioni minori, consente la discesa alla cripta. Le due parti sono separate dal maestoso altare maggiore.

La decorazione del tempio è opera dei pittori caravaggini Giovanni Moriggia e Luigi Cavenaghi. Giovanni Moriggia dipinse, fra il 1845 ed il 1859, i quattro pennacchi sottostanti la cupola, che rappresentano Giuditta (la fortezza), Rut (la temperanza), Abigaille (la prudenza) ed Ester (la giustizia), oltre alla gloria della cupola stessa (l'Apoteosi di Maria), alle volte dei due bracci a lato dell'altare (La Cacciata di Adamo, La Natività di Maria, La Presentazione di Maria al tempio, Gesù fra i dottori, L'Assunzione di Maria Vergine) e ai lunettoni sull'arco interno delle due facciate (L'Annunciazione, Visita a Santa Elisabetta, Lo Sposalizio di Maria, La Natività di Gesù). Luigi Cavenaghi, fra il 1892 ed il 1903, si occupò della decorazione della volta dell'intero edificio.


Al di sopra del sacrario, e in corrispondenza della cupola centrale, si trova l'altare maggiore, certamente l'elemento più ricco e fastoso tra i complessi monumentali del santuario. Si tratta di una struttura rotonda in marmo, caratterizzata da colonne alternate a statue che sorreggono un trono slanciato verso la cupola; quest'ultimo termina in una gloria di angeli che portano una corona di stelle. Il progetto originario dell'altare è dell'architetto Filippo Juvarra, che si ispirò agli studi di Michelangelo per l'altare della Confessione della Basilica Vaticana; il complesso fu realizzato fra il 1735 ed il 1750 dall'ingegnere milanese Carlo Giuseppe Merlo, con la collaborazione degli scultori Nava e Mellone.


La parte del Santuario più ricca di opere d'arte è la sagrestia, anticamente cappella gentilizia della famiglia Secco; sulla sua volta campeggiano stupendi affreschi di Camillo Procaccini che illustrano episodi della vita di Maria. Le cimase degli elaborati armadi ospitano uno stuolo di putti alati, opera del caravaggino Giacomo Carminati.

Al di sotto dell'altare maggiore si trova il Sacro Speco, che ospita il gruppo statuario ligneo che ricostruisce la scena dell'Apparizione. L'opera, dello scultore di Ortisei Leopoldo Moroder, fu inaugurata nel 1932, in occasione dei festeggiamenti per il quinto centenario dell'Apparizione. Il cardinale Schuster, Legato Pontificio, celebrò personalmente l'incoronazione della statua, cui è possibile accedere direttamente dal braccio orientale della navata principale.

Sotto lo Speco si trova il Sacro Fonte sotterraneo, al quale si accede dall'esterno del tempio, ove si trova una fontana da cui si può attingere l'acqua. Si tratta, secondo la leggenda, del luogo esatto dove la giovane Giannetta de' Vacchi assistette alla prima apparizione della Madonna, la quale, come prova della propria origine divina, fece sgorgare una sorgente d'acqua dal terreno.

Il sotterraneo d'accesso al Sacro Fonte consiste in un lungo corridoio di circa trenta metri, che attraversa da lato a lato la chiesa e venne rivestito con mosaici dal pittore Mario Busini negli anni cinquanta del XX secolo. Il corridoio appare diviso in cinque celle successive; nella prima, tre nicchie ricavate dentro le pareti accolgono una Madonna marmorea, la ghigliottina e il catenaccio spezzato, a ricordo dei diversi miracoli attribuiti alla Vergine del Fonte.

Alla base della Madonna si trova un'epigrafe gotica, uno dei più importanti documenti risalenti all'epoca dell'Apparizione; il testo si compone di sei esametri latini, e recita

« La terra di Caravaggio è stata recentemente resa davvero felice, perché le apparve la Santissima Vergine nell'anno 1432 al tramonto del sesto giorno avanti le calende di giugno; ma Giovannetta è assai più felice di ogni altra persona, perché meritò di vedere la gran Madre del Signore. »

Il grande organo a canne della chiesa è stato costruito nel 1955 dalla ditta organaria milanese Balbiani Vegezzi-Bossi e, nel maggio dello stesso anno, collaudato dall'organista castiglionese Federico Caudana.
Lo strumento è a trasmissione elettrica, con 5600 canne, ed ha quattro tastiere (rispettivamente: Positivo espressivo, Grand'Organo, Espressivo e Corale-Eco, che insistono sulla stessa tastiera) di 61 note ciascuna ed una pedaliera concavo-radiale di 32 note. I corpi d'organo sono così disposti all'interno della chiesa:
sulla parete destra della navata centrale, a metà di quest'ultima, all'interno dell'artistica cassa lignea settecentesca, si trovano le canne del Positivo espressivo, del Grand'Organo e dell'Espressivo;
all'interno della cupola si trovano le canne del corpo Eco espressivo (quarta tastiera);
alle spalle della consolle, sulla cantoria che si trova sulla parete di fronte rispetto alla cassa barocca, le canne del corpo Corale (quarta tastiera).



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martedì 12 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' ENDINE : SPINONE AL LAGO

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Spinone al Lago è un comune italiano della provincia di Bergamo, in Lombardia.

Situato sulla riva occidentale del lago di Endine, in val Cavallina, dista circa 26 chilometri a est dal capoluogo orobico.
Fino a qualche decennio fa il paese aveva la denominazione di Spinone dei castelli (ed inglobava anche i vicini centri di Monasterolo e Bianzano), nome che denota una storia molto ricca, specialmente nel periodo medievale, grazie alla presenza della famiglia Suardi che comandava anche su gran parte dei paesi limitrofi.

L’abitato è a monte della statale del Tonale che costeggia il lago, sulle rive del quale si trova la parte commerciale e turistica. Salendo verso il paese, immersa nel verde si trova la splendida chiesetta duecentesca di San Pietro in Vincoli. Nulla rimane invece in paese dell’antico castello dei Suardi, abbattuto nel XV secolo per obbedire al decreto veneto che ordinava la demolizione di numerose fortificazioni della valle. La nobile famiglia bergamasca ristrutturò come propria abitazione un antico edificio, tutt’ora in parte riconoscibile sia pure notevolmente alterato. Nella signorile residenza pare abbia pernottato nel 1575 San Carlo Borromeo di ritorno da una delle sue visite pastorali in Valle Seriana.
Qualche albergo e le fonti San Carlo rappresentano oggi il sostegno economico di Spinone. A proposito di Fonti, nella valle del Tuf, sgorga una sorgente minerale fredda sulfurea da molto tempo conosciuta, e commercialmente sfruttata fin dal 1900, dapprima con un semplice chiosco, poi con un alberghetto-terme e ora con lo stabilimento per l’imbottigliamento delle acque. Il comune ha realizzato un chiosco per garantire il libero accesso alla sorgente.

Come recita il cartello turistico posto in loco: “L’acqua della Valle del Tuf scende da uno sperone di tufo riconoscibile a vista. Le acque un tempo precipitose si immettevano nel fiume Cherio a valle del lago originando una palude che venne bonificata dagli austriaci attorno al 1835. Nella valle oltre al tufo, sono presenti lastroni calcarei e marne nere. Le numorose sorgenti sono captate per l’imbottigliamento e per uso pubblico.”

Dal 1982 attorno a questa fonte è stato attrezzato a cura del Comune, con l'ausilio degli Alpini e dei volontari, il Parco fontanino degli Alpini dove, oltre ad attingere comodamente l'acqua della Fonte spinosa, si può sostare o passeggiare liberamente nel folto della vegetazione.

Risalenti rispettivamente al XVII e XVIII secolo sono villa Valzelli e la ex-villa Patirani. Di quest'ultima resta solo il ricordo e una parte dell'allora esteso parco che giungeva fino al lago.

Al centro del paese si situa la Chiesa Parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo.

Chiesa di San Pietro in Vincoli è un caro ricordo, monumento nazionale protetto dalle belle arti, chiaro esempio di arte romanica. Fu la prima chiesa parrocchiale di Spinone; nel 1400 fu sottoposta ad un intervento di ristrutturazione ed ampliamento. Nei secoli subì vari restauri.
La parte più antica corrisponde allo spazio tra l'entrata e l'arco, disposta, secondo l'uso, con l'abside a oriente (verso il lago). Internamente a sinistra si nota l'antica apertura, con l'architrave in legno ancora nel muro. Nell'ampliamento fu demolita la parte nord, chiusa la porticina, creato il portale, rialzata la facciata e aperto in essa un rosone. L'affresco più antico, ma deteriorato, si trova sull'arco mentre un'altra mano pare abbia eseguito quelli sulla parete frontale. Tra gli affreschi più integri, una Madonna con bambino, recante la data del 1528.L’interesse maggiore spetta ai dodici riquadri affrescati sulla faccia inferiore dell’arcone del presbiterio, in cui sono rappresentati sei profeti (Davide, Isaia, Geremia, Ezechiele, Abacuc e Mosé) alternati a sei sibille (Eritrea, Samia, Delfica, Chimica, Ellespontica e Persica), ritenuti d’influenza lottesca. Le figure sono, in effetti, copie molto fedeli dei tondi dipinti dal Lotto nell’oratorio Suardi a Trescore e pertanto risulterebbero posteriori al 1524.
Tetto, pavimento e altare sono di recente fattura. Il campanile è del 1500: raro esempio la caratteristica copertura a "pigna" in cotto.
All’esterno della chiesa, addossata all’abside romanica, si nota una particolare copertura tombale, di tradizione medievale, costituita da un masso di porfido segnato con croci.





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lunedì 27 aprile 2015

IL BATTISTERO DI SAN GIOVANNI A VARESE

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E' il monumento più antico di Varese. Fu eretto tra il XII e XIII secolo, sulla base di un edificio altomedievale a pianta presumibilmente ottogonale. È in stile romanico con numerose soluzioni gotiche la facciata, infatti, è a capanna, coronata da una serie di archetti pensili, con un'edicola gotica per la statua trecentesca di San Giovanni Battista. Al centro si apre il portale, chiuso da un arco a tutto sesto; ancora più in alto vi è il grande oculo centrale, che illumina l'interno. L'interno, articolato in aula e presbiterio dotato di tribuna, rivela le testimonianze dell'edificio preesistente nelle murature e nel pavimento lasciato a vista dai restauri del 1948-50. Durante gli scavi fu anche scoperto, incassato nel pavimento altomedievale, il primitivo fonte ottagonale a immersione, del VII-VIII secolo.

Edificio dalla vicenda architettonica particolarmente complessa e dibattuta, nel suo aspetto attuale il battistero di S. Giovanni si presenta all'esterno come un alto e stretto parallelepipedo con fronte a capanna, stretta fra due lesene con semicapitelli a decorazione vegetale; una cornice ad archetti pensili ne sottolinea i salienti, proseguendo lungo i fianchi. A fianco dell'unico portale, leggermente strombato, si aprono due monofore e al centro un oculo; al colmo della facciata una nicchia accoglie una statua raffigurante San Giovanni Battista. L'edificio è costituito da due aule a pianta quadrangolare accostate per il lato minore e disposte sull'asse est-ovest: quella a occidente era destinata al rito battesimale mentre quella orientale, di dimensioni più piccole, forma il presbiterio, scandito in due vani sovrapposti di sezione quadrangolare, entrambi coperti da ampie volte a crociera con sottili costoloni in laterizio, a sesto acuto. Le ricerche condotte nell'ambito dei restauri degli anni 1948-50 hanno dimostrato l'esistenza di un edificio precedente, altomedievale che, in linea con la tradizionale tipologia del battistero, aveva impianto esagonale e funzioni anche di chiesa (Dell'Acqua 1952). Se per la Romanini (1964) il Battistero varesino, che ha valore emblematico nella storia del primo gotico lombardo per la fusione di suggestioni provenienti dall'architettura cistercense - la sobrietà e la regolarità dell'impianto - e comunale - la robusta compattezza, il gusto per la squadratura volumetrica -, può essere datato alla prima metà del Duecento, gli studi più recenti tendono a spostare in avanti tale collocazione cronologica fino agli inizi del XIV secolo (Colombo 1982; Cassanelli 1993).
Al centro dell'aula principale è una grande vasca battesimale a pianta ottagonale che insiste probabilmente su quella originale, altomedievale; le otto facce presentano rilievi raffiguranti il Battesimo di Cristo e gli Apostoli. Realizzata in un unico blocco di pietra, l'opera è incompiuta e consente di cogliere le diverse fasi della lavorazione; è stata ultimamente avvicinata alla produzione monzese della bottega di Matteo da Campione e datata alla seconda metà del Trecento.
Nella zona del presbiterio si concentra una serie di affreschi (più di una trentina) assai eterogenei per stile, qualità e cronologia, frutto di un'accumulazione progressiva - spesso una vera e propria sovrapposizione - e privi di un progetto unitario, che coprono nel loro insieme i decenni che vanno dal 1320 circa all'inizio del Quattrocento. Tra i dipinti più antichi è una Madonna del latte sulla parete sinistra del presbiterio, databile al 1320 circa.
Allo stesso maestro appartengono probabilmente il San Leonardo sulla stessa parete, alcune figure di Santi ed una sciupata Madonna in trono affiorati alla fine degli anni Quaranta del Novecento nella tribuna.
Un successivo, cospicuo nucleo di affreschi fa capo al cosiddetto Maestro della Tomba Fissiraga, legato al celebre dipinto votivo del S. Francesco di Lodi. In parte già assegnati all'anonimo frescante di Lodi dal Toesca (1912), in parte invece ricuperati durante i restauri degli anni 1948-50 gli affreschi, collocabili intorno al 1325, manifestano la corposa e aneddotica parlata lombarda del maestro, fatta di attente notazioni di costume e acuta resa dei dettagli ma anche di figure di robusta plasticità ed espressività. Nella drammatica Crocifissione dell'arcone trionfale la critica ha creduto inoltre di scorgere, per l'esasperata caratterizzazione dei volti e dei gesti e per l'insistita trattazione chiaroscurale delle forme, qualche suggestione del giottismo bolognese, peraltro non nuova nella coeva pittura lombarda (S. Eustorgio a Milano, volta della cappella Visconti; monastero Matris Domini a Bergamo).
Il grosso degli affreschi rimanenti, di cronologia molto diversa, può essere collocato nel filone di una tradizione locale che ripropone stancamente formule e modelli di ampia circolazione.




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sabato 21 marzo 2015

LE VILLE DI COMO : VILLA PLINIANA

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La villa, edificata intorno alla celebre fonte, sorge lungo un'insenatura al confine orientale del Comune di Torno. La facciata è scandita da quattro ordini di finestre; quelle del piano nobile sono sormontate da timpani spezzati, quelle dell'ultimo piano da eleganti lesene quadrate.
Il piano nobile, con affaccio sul lago, è articolato in due corpi, con grandiosi saloni separati da una loggia dorica a tre arcate sostenute da colonne binate. Sul lato orientale di questa loggia trova posto una lapide con il testo latino della lettera di Plinio a Licinio, dove è descritta la celebre fonte; sul lato opposto un'altra lapide ne riporta la traduzione in italiano. I quattro timpani spezzati che sormontano le porte d'accesso alla loggia, contenevano in origine i busti di Carlo V, di Filippo II, dell'Anguissola e della sua terza moglie, Delia Spinola.
Al centro della loggia, nel mezzo di un'aiuola, si erge la statua di Nettuno col tridente affiancato da un delfino. Poco sopra il livello del lago si apre un lungo corridoio, illuminato e arieggiato da aperture quadrate senza vetri, da cui si accede agli scantinati dove si possono ancora osservare le strutture portanti del fabbricato le cui fondamenta poggiano direttamente sulla roccia; subito al di sotto di questo primo piano un'apertura ad arco consente lo sbocco delle acque che scaturiscono dalla fonte pliniana. Alle spalle della loggia, oltre la corte, la fonte intermittente si fa strada attraverso una nicchia in tufo che copre la parete a monte della villa; subito al di sopra si estende un verde pianoro cui si può comodamente accedere dai saloni. Da qui la strada si inerpica nel bosco dove sorge un piccolo eremo.
Dopo il trasferimento degli arredi a Masino, nel 1983, la villa è rimasta completamente vuota, ma le testimonianze fotografiche antecedenti a quella data ci mostrano di quale sfarzo e ricchezza fosse adorna. Nel primo salone del piano nobile uno splendido soffitto a cassettoni è tutto ciò che rimane dell'originale decorazione; lungo i bordi delle pareti una fascia dipinta con quattordici ritratti di foggia seicentesca ricorda i primi proprietari della villa mentre in fondo al salone è scomparsa ogni traccia dell'antico marmo di scuola canoviana raffigurante Giotto pastorello nell'atto di ritrarre una pecora. Qui era anche conservato il celebre piccolo stipo che Napoleone nel 1797, aveva regalato ai suoi ospiti, per ringraziarli della loro accoglienza; qui trovava posto il pianoforte su cui Rossini, in tre giorni, aveva composto la sua opera Tancredi.
Nel secondo salone le venature cromatiche blu del soffitto a cassettoni si accompagnano ad una fascia dipinta su cui spiccano sedici stucchi ovali raffiguranti scene mitologiche. Sui pavimenti a mosaico si possono ancora ammirare gli emblemi araldici delle antiche famiglie proprietarie.
Tutta l'area della villa è circondata da una fitta vegetazione di alberi secolari in mezzo ai quali, in primavera, occhieggiano i rododendri in fiore.
A breve distanza dal palazzo sorge la cappella i cui arredamenti sono oggi nella chiesa di S. Giovanni. All'interno sono ancora visibili quattro lapidi a ricordo dei defunti della famiglia Canarisi.

Nel cortile interno dell'edificio si trova una fonte intermittente di natura carsica, descritta da Plinio il Giovane in una lettera indirizzata a Lucio Licinio Sura. Un estratto della lettera recita:

« Ti ho portato in luogo di un piccolo dono dal mio paese natale un problema degno di codesta tua scienza profondissima. Nasce dalla montagna una sorgente, discende attraverso le rocce, si raccoglie in un piccolo vano atto a pranzavi, tagliato a mano dall'uomo. Dopo essersi un po' trattenuta cade nel lago Lario. Ha una strana natura: tre volte al giorno si innalza e si abbassa per determinati crescimenti e diminuzioni. Forse che una corrente d'aria più nascosta ora apre l'apertura e i canali della sorgente e ora li chiude »
La fonte fu visitata anche da Leonardo da Vinci pochi anni prima che venisse eretto il palazzo, descrivendo il fenomeno nel Codice Leicester.

La villa, tutt’ora disabitata e situata in un’insenatura boscosa del lago, appartiene dal 1983 alla Società Immobiliare Pliniana, che ne ha iniziato un lento lavoro di restauro storico. La sua destinazione è incerta: scartata l’idea di trasformarla in convento, si pensa di adibirla ad un centro studi o ad un centro benessere. Attualmente il complesso vive esclusivamente di ricordi culturali legati al periodo del Romanticismo e del Decadentismo europeo, non esclusa l’aura leggendaria dovuta a cinque secoli di storia e alla sua posizione geografica di difficile accesso.

Nel Medioevo gli abitanti di Torno insediarono nel sito originario alcuni mulini e impianti per la lavorazione della lana. Nel 1573 il conte Giovanni Anguissola - governatore di Como dopo aver capeggiato nel 1547 la congiura nella quale aveva trovato la morte Pier Luigi Farnese, duca di Parma e Piacenza - decise di costruirsi una villa-fortezza fuori città. La villa prese il nome da Plinio il Giovane, che descrisse per primo la fonte intermittente poi racchiusa nel cortile interno dell'edificio. Sorge direttamente sul lago, a ridosso della montagna e dominata da una cascata alta circa 80 metri. Attribuita all'architetto Giovanni Antonio Piotti, la costruzione venne terminata nel 1577. Gli eredi la vendettero nel 1590 a Pirro Visconti Borromeo, che la completò e fece terrazzare i terreni circostanti per adibirli alla coltivazione della vite e del castagno. Nel 1676 fu nuovamente venduta a Francesco Canarisi di Torno, che fece affrescare gli ambienti e vi aggiunse ritratti dei propri antenati e dei Plinii. Fu inoltre costruita una piccola cappella dedicata a San Francesco.

Agli inizi dell'Ottocento la Pliniana passò per diversi proprietari, finché nel 1840 fu acquistata dal principe Emilio Barbiano di Belgiojoso d'Este, che ideò un completo rifacimento delle decorazioni. Dopo una rocambolesca fuga da Parigi che suscitò uno scandalo a corte, tra il 1843 e il 1851 Emilio visse nella villa in compagnia della sua amante Anne-Marie Berthier, principessa di Wagram e moglie del duca di Plaisance. Così viene ricordato l'arrivo della coppia:

« La Pliniana aprì loro il suo alto cancello e lo scroscio della cascata coprì le esclamazioni di gioia della contessa colpita da tanta bellezza. Nel salone, Anna si trattenne muta per l’emozione davanti ad un piccolo stipo che Napoleone nel 1797 aveva regalato ai suoi ospiti per ringraziarli dell’accoglienza ricevuta. Bonaparte aveva persino pensato di acquistare la villa che gli pareva un luogo di riposo ideale. Anna guardò intenerita il pianoforte su cui Rossini in tre giorni aveva composto il suo Tancredi, e su un muro della loggia lesse la pagina di Plinio il Giovane concernente la sorgente intermittente. »
Dopo la morte di Emilio, il palazzo fu ancora utilizzato dalla moglie, la principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso, mentre in seguito fu ereditato dal genero, Ludovico Trotti Bentivoglio. Nel 1890 passò quindi ai Valperga di Masino, che dopo averne trasferiti gli arredi al castello di Masino lo cedettero nel 1983 alla Società Immobiliare Pliniana.

La villa ospitò numerosi personaggi tra monarchi, scienziati, musicisti, poeti e scrittori: Napoleone, Giuseppe II, Francesco I e la regina Margherita di Savoia, Alessandro Volta, Lazzaro Spallanzani, Franz Liszt, Gioachino Rossini, Vincenzo Bellini, Giacomo Puccini, Stendhal, Shelley, George Gordon Byron, Ugo Foscolo, Berchet, Alessandro Manzoni e Antonio Fogazzaro, che vi si ispirò per il romanzo Malombra dal quale fu tratto l'omonimo film girato nella villa da Mario Soldati nel 1942.

Il corpo di fabbrica principale presenta la facciata a picco sul lago con quattro ordini di finestre, al piano nobile dotate di timpani spezzati e all'ultimo piano inquadrate da lesene identiche alle finestre di Palazzo Gallio.

Al centro del piano nobile si presenta una loggia a tre arcate sostenute da colonne binate. Sul lato rivolto verso la montagna, dietro una statua di Nettuno con tridente, la loggia si apre su un cortile dove sorge la fonte Pliniana.

Il piano nobile è collegato a quello superiore per mezzo di un'ampia scala elicoidale in arenaria rivestita in legno, coperta da una volta dipinta rappresentante un cielo stellato. Il piano superiore ospita camere da letto e servizi aggiunti in epoca recente.

Al di sotto del piano nobile si trova un primo piano inferiore, costituito da locali di servizio tra cui un'ampia cucina, la dispensa e ambienti destinati alla servitù. Ancora più in basso, ormai al livello del lago, un secondo piano inferiore è costituito da un lungo corridoio illuminato da aperture quadrate senza chiusura, dal quale si accede a varie cantine a volta. Al di sotto un'apertura consente il deflusso nel lago delle acque della fonte Pliniana.

Dopo molti anni di abbandono precedenti l'acquisto da parte dell'ultimo proprietario, sono oggi in corso di realizzazione le opere di restauro della villa e del suo complesso promosse dal gruppo PIR SpA e progettate dall'architetto Rosario Picciotto.

A causa del suo isolamento e del suo aspetto severo, la villa è nota ancora oggi per essere dimora di spettri, anche perché il primo proprietario Giovanni Anguissola morì a sua volta assassinato dopo aver ucciso il duca di Parma. Lo stesso romanzo Malombra, di chiaro gusto decadente, rivela l'interesse di Fogazzaro per le materie occulte.

L'episodio più famoso, che arrivò a tingersi di leggenda, è però legato alla storia d'amore tra Emilio Barbiano di Belgiojoso, il principe che aveva sposato Cristina Trivulzio, e la principessa Anne-Marie Berthier (figlia del maresciallo Berthier, principe di Wagram e capo di stato maggiore di Napoleone, e della duchessa di Birkenfeld), che alla Pliniana vissero otto anni di pressoché totale isolamento. Anne-Marie, che viveva a Parigi assieme al marito, creato duca di Plaisance da Bonaparte, fuggì d'improvviso dalla capitale francese assieme al Belgiojoso, abbandonando, oltre al coniuge, una bambina appena nata, e suscitando un grande scandalo. Così, tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta, si dedicarono unicamente al piacere, in una villa dalle «sale folte di ombra, che sembran mute camere funerarie d'un castello di sovrani spariti», immersi in un paesaggio di «sepolcrali, alti cipressi», su «un ermo dirupo fra memorie immani d'agguati e di sangue». Di essi si narra:

« Di sera, sui rintocchi della mezzanotte, erano soliti avvolgersi nudi insieme in un lenzuolo per tuffarsi dall’alto della loggia nel lago, come per cercare un lenimento alle febbre d’amore che li univa. I paesani sulla sponda opposta credettero di vedere un fantasma e si spaventarono. La ripetizione quotidiana del fatto confermò la loro credenza. Corse voce che, ogni giorno a mezzanotte precisa, un fantasma - forse quello dell’Anguissola o quello della vittima del governatore, il duca di Piacenza - piombava a capofitto nel lago. »
La donna non si curava dello scandalo causato, e respinse i tentativi di farla tornare in Francia, mentre il principe, legato agli ambienti della cospirazione risorgimentale, declinò l'invito a tornare a occuparsi della patria. Un giorno, infine, Anne-Marie lo abbandonò mentre dormiva, per trasferirsi a Milano, dove acquisterà un palco alla Scala, riprendendo la vita mondana che già aveva caratterizzato gli anni precedenti la fuga col Belgiojoso. Questi, dal canto suo, rimase per alcuni anni recluso nella villa, finché, malato di sifilide, deciderà di trascorrere gli ultimi anni nel suo palazzo meneghino.



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