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martedì 12 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' ENDINE : RANZANICO

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Ranzanico è un comune italiano montano e lacustre della provincia di Bergamo, in Lombardia.

La Charta Manifestationis di Aucunda, datata 830 d.c., è la prima documentazione che riporta il nome del paese, allora denominato Brançanico. Con lo stesso termine, viene individuato nello statuto cittadino del 1263, mentre, in successivi documenti, il nome viene trascritto senza la –B iniziale e, alternativamente, con alcune variazioni, dettate dalla forma di scrittura dell’epoca, quali Ranzanicho e Ranzanigo. Si riscontra anche un Zanzanico, ma è un probabile errore di trascrizione.
L'origine del toponimo Ranzanico è molto dubbia; sono molte le ipotesi che tentano di dare un significato a questo nome, ma nessuna di esse trova una netta conferma.
Prendendo come riferimento il primo nome del paese riportato su di un documento, ovvero Brançanico, si può affermare che esso sia di origine Celtica (Brançanicum); ciò è dimostrato dal fatto che, nella lingua dell'epoca, i suffissi dei toponimi che ora terminano in -ico, -ica, -anico, -anica e simili, stavano ad indicare, nella radice del nome, il "proprietario" del terreno o una caratteristica particolare del posto.
Seguendo questa regola, alcuni studiosi hanno ipotizzato che il nome del paese abbia potuto trarre origine dal nome proprio di persona Branzo o Branzano, da cui Branzanico, ma secondo altri esperti, in lingua celtica, non esistono tali nomi.
Secondo altri, il termine Branzanicum potrebbe derivare da una corruzione del nome Blandianicum, termine aggettivo di Blandianum, ovvero del probabile nome antico del confinante paese di Bianzano (Blandianum), ad indicare, quindi, una dipendenza territoriale da quest'ultimo. L'ipotesi pare avere poca sostenibilità, in quanto il nome Brançanico è stato coniato in epoca celtica, mentre quello di Bianzano, pare sia di origine romana, ovvero del periodo storico successivo.
Un'ulteriore ipotesi vuole che il nome di Ranzanico tragga origine da un nome gentilizio romano come Rantius con suffisso –anicus o Rantianus, con suffisso –icus, ma ciò non ha nessuna conferma.
È probabile, invece, che il nome del fondatore del villaggio fosse tale Brancus, un nome molto diffuso all'epoca, tanto che Tito Livio racconta ne "La storia di Roma" di un re degli Allobrogi chiamato proprio Brancus. Nell'alto medioevo il nome Brancus si è evoluto in Branzo. Brancus sarebbe un nome votivo di Bran, Dio celtico della guerra.

Il primo documento scritto che riporta il nome del paese, la Charta Manifestationis di Aucunda, è datato 830 d.C. ed è stato redatto nel periodo storico caratterizzato dalla dominazione carolingia di Ludovico il Pio, figlio di Carlomagno: “… brinio quoque illo que abere visus fuit in brançanico cum omnia ad ipso brinio pertinente et portione sua de villade hec omnia sua portione ex integro quod est medietas judicavit in basilica sancti pancratii sita salsa…”

Il territorio era già frequentato in era neolitica; recenti scavi della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia hanno infatti portato alla luce in varie zone del crinale Monte Pizzetto - Monte Sparavera ceramiche e punte di selce riferibili a tale periodo storico; è da attribuirsi a questa civiltà preistorica la formazione dei pascoli di alta quota, mediante l'incendio controllato della vegetazione.

È probabile che i primi insediamenti stabili sul territorio, fossero costituiti dalle palafitte degli Orobi costruite sul perimetro del lago; in territorio di Endine, sono stati ritrovati resti di palafitte e terrecotte risalenti al periodo compreso tra il neolitico e l'Età del Bronzo.

È da attribuirsi al periodo Gallico (IV secolo a.C.) la fondazione di Ranzanico, ad opera dei Galli Cenomani di Elitovio; il toponimo prediale Brançanico, da cui Ranzanico, è di sicura origine gallica. Anche i toponimi Bondo (da "Bunda" = suolo coltivato) e Bosco del Bér ("Bér" = Orso), hanno un'origine celtica.

Nel 49 a.C. i Cenomani ottennero i pieni diritti romani e furono ascritti alla tribù Voturia. Il nome dell'antico insediamento chiamato Rendana, posto nei pressi della Strada Statale n. 42 è di origine romana; pare che l'attuale tracciato della strada ricalchi, in parte, una strada di origine romana (o addirittura preistorica) che, partendo da un incrocio posto nel paese di Carobbio degli Angeli (Quadrivium) conduceva alla Val Borlezza e alla Valle Camonica. Merizzana è un altro toponimo di origine romana che identifica un territorio posto tra le località San Bernardino e S.Anna, lungo l'antica strada, anch'essa di probabile origine preistorica, che collegava gli abitati di Piano di Gaverina, Bianzano, Ranzanico, Endine e Sovere.

Ranzanico è inserito nel Bergomatum Ager e ne seguirà le sorti, nel corso della storia.

Nel 568 d.C, il territorio Bergamasco passò sotto la dominazione dei Longobardi, che nel capoluogo orobico istituirono la sede di un ducato.

Con la conquista del regno longobardo da parte dei Franchi, avvenuta nel 774, Bergamo diviene una Contea: Carlomagno donò ai Monaci di Tours i territori della Val Cavallina e della Val Camonica.

La Charta Manifestationis di Aucunda attesta la presenza, nell'anno 830, di un villaggio di nome Brançanico.

Nel 1161, Federico Barbarossa discende dalla Val Camonica e si dirige verso Bergamo, passando anche attraverso Ranzanico.

Ranzanico diventa "Libero Comune" nel 1263, come riportato nello statuto di Bergamo di quell'anno che elenca tutti i Comuni del territorio assoggettato.

Nel 1428, il territorio bergamasco passo sotto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia, che darà una tranquillità politica a tutto il territorio, sino alla sua decadenza, avvenuta nel 1796, che ha dato origine alla Repubblica Bergamasca, confluita, poi, nella Repubblica Cisalpina. Negli atti di descrizione dei Comuni del 1456 e 1481 a Ranzanico è annesso il territorio di Endine (Ranzanicho cum Hendine); nel 1596 è descritto separato da Endine.

Nel 1798 vengono aggregati a Ranzanico i Comuni di Bianzano e Spinone, fino alla fusione avvenuta nel 1805.

Nel 1809, viene aggregato al Comune di Endine, fino al 1816.

Nel 1815, Bergamo diviene territorio del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1859, grazie a Garibaldi, Bergamo viene liberata dalla dominazione austriaca e, di conseguenza, è annessa al Regno di Sardegna, divenuto, nel 1861, con la conquista del resto del territorio della penisola, Regno d'Italia.

Anche un cittadino di Ranzanico contribuì all'unificazione italiana: si tratta di Giovanni Battista Suardi, classe 1839, arruolatosi come volontario nel corpo dei Cacciatori delle Alpi, combatté valorosamente nella Battaglia di San Martino avvenuta il 24.06.1859.

Nel 1928, Ranzanico viene unito ad Endine e Piangaiano, a formare il Comune di Endine Gaiano, con sede presso il Casotto di Ranzanico; l'unione dura circa un anno, per assumere l'attuale indipendenza.

Il 12 agosto 1944, durante la seconda guerra mondiale, il generale Cadorna si paracadutò, da un aereo alleato, sul territorio del paese, atterrando in prossimità della "Pozza dei Sette Termini", posta vicino alla vetta del Monte Sparavera, al fine di radunare i Capi Partigiani presenti sul territorio. Fu portato, dai locali, presso l'antico oratorio risalente al XV secolo dedicato a San Bernardino nella frazione omonima, dove tenne un comizio e, successivamente, fu vestito con abiti civili e trasportato con una corriera a Torino. Due lapidi poste rispettivamente presso la pozza e l'Oratorio, ricordano l'evento.

Risale al XIV secolo la costruzione della torre in pietra che sovrasta l’attuale piazza del paese e che, probabilmente, servì al controllo dei traffici sull'antica via di comunicazione che, da Bergamo (Via Bianzana) conduceva a Bianzano (passando sulla sponda orografica sinistra della bassa Valle Seriana e della Valle Rossa) e da qui continuava attraversando Ranzanico ed Endine Gaiano, per arrivare sino a Sovere, nella Valle Borlezza e alla successiva Valle Camonica. La Torre fu costruita dalla nobile famiglia dei Fabii e, per questo, fu chiamata Turrim de Fabiis, la Torre dei Fabii; nel 1520 la famiglia risulta proprietaria di una "casa cortivata, turrita, cilterata, porticata e ricoperta di piode" (Casa dotata di corte, torre, silter - stanza con soffitto a volta, utilizzata per stagionare prodotti agricoli come salumi e formaggi - portico e ricoperta di pietre.

È probabile che la torre facesse parte di una struttura fortificata ben più complessa, come ad esempio un fortilizio o un castello e della quale si possono osservare le tracce a lato di via Silvio Pellico, dove, accanto alla torre, sorge un edificio caratterizzato da mura con pietre bugnate e da un portale in pietra in stile gotico.

La presenza di un castellano a Ranzanico, documentata nel XV secolo, suffraga questa ipotesi.

Una credenza popolare vuole che il borgo originario fosse posizionato tra l’attuale abitato e quello di San Bernardino, ma che, purtroppo, scomparve a causa di un imponente movimento franoso; i toponimi “Càp del Castèl” (Campo del Castello) e "La Tor" (La Torre) che individuano un terreno posto nei pressi della paleofrana, sopra la quale sarebbe sorto il paese, connesso al ritrovamento di fondamenta di edifici antichi, durante scavi fatti nella stessa zona, potrebbero confermare questa ipotesi. Il castello potrebbe essere stato costruito nel X secolo a difesa dell'invasione degli Ungari e distrutto nel 1452 su ordine della Repubblica di Venezia che, una volta conquistato il territorio bergamasco, fece atterrare le strutture militari.

Per scoprire quali tra gli abitanti di Endine Gaiano e Ranzanico fossero i più malvagi, venne posto sul confine dei due paesi un palo che sorreggeva un pane bianco: la parte del pane che sarebbe annerita per prima avrebbe assegnato il verdetto. Purtroppo il pane divenne nero verso il paese di Ranzanico ed il Signore, per penitenza, mandò una grande pestilenza alla quale nessuno sopravvisse. Pare che tre frati assistettero i malati e, una volta morti tutti gli abitanti, tentarono di abbandonare il paese, ma giunti un centinaio di metri fuori dall'abitato, caddero in terra senza vita. I morti giacciono tuttora sotto terra attendendo il giorno del completamento della maledizione, quando si risvegleranno dai morti e si vendicheranno sugli abitanti di Endine, il giorno in cui l'intera valle subirà l'ira dei Morti viventi. A loro venne dedicata la cappelletta dei "morcc de l'ivvra" (i morti di lebbra), sostituita, poi, dalla cappella realizzata a suffragio dei caduti della grande guerra. Secondo questa leggenda, il nome del paese deriverebbe dalla fusione delle parole Razza Iniqua (popolo malvagio).

È curioso sapere che nel libro di Carlo Traini "Leggende Bergamasche", viene indicato che "il fatto (la pestilenza) avvenne quando il paese era più popolato e si estendeva fino a comprendere nell'abitato anche la chiesetta di San Bernardino e la cappella di San Fermo, poste rispettivamente a 500 e 800 metri di distanza dal centro".

Il territorio di Ranzanico è posto sulla sponda orografica destra dell’alta Val Cavallina, è esteso per 7,04 km² e si sviluppa a quote comprese tra i 337 m s.l.m., rilevati in corrispondenza della superficie del lago di Endine ed i 1.369 m s.l.m. rappresentati della vetta del Monte Sparavera. Il centro storico, “ol Volt” (l’alto) è situato a mezza costa su di un terrazzo morfologico formatosi per il passaggio del ghiacciaio dell'Adamello durante le diverse fasi di glaciazione, ad una quota superiore ai 500 m s.l.m. mentre “ol Bass” (il basso) si sviluppa lungo la costa del lago di Endine ed è formato da due principali nuclei abitativi: quello della Madrera, costruito sul sedime di un conoide originatosi da una frana che ha coinvolto il centro del terrazzo morenico e quello del Dosso, ora Villaggio Angela Maria, posto sul conoide creato dai detriti provenienti, principalmente, dalla Valle Spineda, posta sul confine con il Comune di Spinone al Lago. Altri insediamenti significativi sono situati in località San Bernardino, con Sant'Anna, posto sull'antica strada che tuttora conduce a Endine Gaiano, uno presso le Cole, poste tra il centro storico ed il Villaggio ed un ultimo alle Crote, poste tra il Villaggio e la località Madrera.

Ranzanico è posto alle pendici del Monte Quaranta, toponimo ormai dimenticato, ma rimasto nel linguaggio parlato con il solo termine “Mut” (Monte); il versante presenta tre vette principali: il Monte Plér 1.051 m s.l.m., il Monte Pizzetto, 1.208 m s.l.m. ed il Monte Sparavera, posto a 1.369 m s.l.m. La parte superiore ai 950 m s.l.m. È caratterizzata da dolci colli e da depressioni di origine carsica (doline); la fascia sottostante, che giunge a ridosso del terrazzo morfologico, è rappresentata da un declivio con pendenza accentuata, ricoperto da boschi di latifoglie, che si sviluppano su detriti di roccia calcarea. Il terrazzo e la parte che digrada verso il lago, è caratterizzata, invece, da pendenze più dolci che ne hanno consentito la coltivazione, grazie anche alla lavorazione del versante in caratteristici terrazzamenti.

La geologia del territorio risulta molto semplice, poiché rappresentata da due sole formazioni rocciose principali: il Calcare di Zorzino e l'Argillite di Riva di Solto. In alcune zone, si possono notare affioramenti di Porfirite. Il Calcare di Zorzino, che rappresenta la formazione predominante, si può osservare in forma stratificata oppure come falda detritica che, in alcuni punti, si presenta cementata a causa dello scioglimento del calcare da parte dell'acqua meteorologica che, successivamente, viene depositato negli strati sottostanti, aggregando così i vari clasti che compongono il conglomerato.

L’interazione tra le differenti componenti climatiche e geologiche, connesse alle millenarie attività antropiche ha portato il territorio di Ranzanico a dotarsi di una diversità paesaggistica davvero invidiabile, garantendo, nel contempo, un elevato grado di biodiversità. Dal basso verso l’alto si annoverano: l’ambiente lacustre, il canneto, residui di boschi igrofili (pioppo bianco e salice), i prati da fienagione, boschi termofili (carpino nero, orniello, roverella e, a quote più elevate, sorbo montano, faggio, acero di monte e frassino maggiore), i macereti, le rupi, i pascoli e le praterie seminaturali.

Fino a pochi decenni or sono, il territorio posto nei pressi degli abitati era caratterizzato da campi coltivati a vite, frutta (soprattutto pesche) e cereali (mais, frumento, orzo), ma, ora, a seguito dell’abbandono e dell’incuria dell’uomo, i terreni un tempo curati stanno subento un lento e inesorabile processo di ricolonizzazione adoperato da specie vegetali quali rovo, clematide, rosa canina, nocciolo, che porteranno ad un successivo imboschimento.

Il paese negli ultimi anni ha conosciuto un notevole sviluppo turistico-residenziale, soprattutto verso il fondo valle, sacrificando gli antichi terrazzamenti produttivi, che caratterizzavano i suoi declivi.

Lungo l’antica strada che unisce Ranzanico a Endine, su un poggio naturale in posizione panoramica, sorge la chiesa dedicata al predicatore francescano San Bernardino da Siena, vissuto tra i secoli XIV e XV.
L’edificio attuale, con facciata a capanna, conserva un nucleo quattrocentesco, come testimoniano anche gli affreschi della parete di sinistra e l’unico a destra in cui si distinguono chiaramente le date 1503 e 1517.
Nei dipinti più prossimi al presbiterio, con volta a crociera è la parte più antica della chiesa, si può cogliere l’influenza del gotico dell’Europa centrale, diffusosi in seguito in Val Cavallina attraverso artisti che operarono prima nelle vallate tirolesi, poi in Val Camonica.
I restauri effettuati qualche anno fa hanno consentito il recupero del portico settecentesco; del bel portale in pietra di Sarnico, del pavimento in cotto, del soffitto a cassettoni e dell’altare maggiore, riconducibile alla scuola dei Manni. La pala dell’altare maggiore rappresenta nella parte inferiore san Bernardino, a destra del confratello Sant’Antonio da Padova, in alto la Madonna in trono.

All’esterno della chiesa un cippo ricorda un episodio della guerra partigiana, che su queste montagne ha vissuto momenti importanti.
Proseguendo sulla strada che porta verso Endine, possiamo ammirare il bel panorama e fare una sosta alla Chiesetta degli Alpini costruita completamente in pietra e con il tetto in legno.

Poco tempo dopo la separazione della parrocchia dalla chiesa madre di S. Lorenzo in Mologno, nel 1476, l'antica chiesa parrocchiale di Ranzanico era stata dedicata a Santa Maria Assunta.
Questa non è l’attuale chiesa, anche se ne conserva la dedicazione e forse l'ubicazione, essa andò infatti distrutta, per qualche evento imprecisato, probabilmente nel XVIII sec.
L'attuale chiesa parrocchiale risale al 1786, ampliata nel 1897, fu consacrata nel 1901.
Di particolare pregio artistico sono una "Madonna del Rosario", un "Battesimo di Cristo" e una "Vergine con Santi Carlo e Giacinto" attribuiti a Iacopo Palma il Giovane, una "Annunciazione", proveniente dall'oratorio di S. Bernardino, attribuito attualmente al Sameggia.
All'atto della consacrazione della prima parrocchiale, esistevano due oratori campestri: quello dedicato ai SS. Fermo e Rustico e quello di S. Bernardino, entrambi collocati sull'antica direttrice per Endine.

Le tre tele, eseguite con ampio impiego di colori preziosi con prevalenza degli azzurri, non conservano le misure originali, ma risultano modificate, con interventi di adattamento riferibili al secolo XVIII; non esistono studi documentati che rivelino con precisione la datazione o chiariscano la vicenda della committenza. Sull’altare, a destra del presbiterio, è situato il Battesimo di Cristo; l’opera, di alta qualità pittorica, è firmata Jacopus Palma F. e mostra con evidenza le modifiche subite.
Anche l’opera della Vergine con San Carlo e San Giacinto, firmata Jacopus Palma, risulta ingrandita in epoca successiva; in alto la Madonna col Bambino, è adagiata su di una nuvola sorretta da quattro angioletti recanti un cartiglio; ai lati della Vergine i due santi a creare una composizione piuttosto statica.
La terza opera, la Madonna del Rosario e i santi Domenico e Caterina da Siena, che pure risulta ingrandita rispetto alle misure originali, non è firmata; l’attribuzione a Palma il Giovane appare verosimile, in particolare per le mani e la postura inconfondibile delle figure. In alto compare, su di una nube, la Madonna con il Bambino tra i due domenicani; in basso, tra le numerose figure di testimoni, si celano i committenti che da sinistra e da destra guardano fuori dal quadro, verso l’osservatore.

I Ranzanicesi vengono definiti come Gosatì o Patatì, a ricordo della malattia chiamata localmente gozzo e frequente negli abitanti dei paesi di montagna, come dimostrato dai tipici burattini bergamaschi "Il Giupì" e "La Margì". A volte, gli abitanti vengono chiamati anche "i Calivrù de Ransaních", (i calabroni di Ranzanico) ad indicare un temperamento tutt'altro che docile.

Il paese veniva soprannominato come "Giardino della Val Cavallina" o "Venezia di Bergamo" per l'estrema cura dei terreni e dei terrazzamenti.

"L'acqua de Ransaních la ta fà mör de sít" (L'acqua di Ranzanico ti fa morire di sete) Lo dicevano nelle calde estati dei tempi passati i contadini di Gaverina Terme e di Casazza, che vedevano arrivare dalla Valle Camonica i tanto attesi temporali rinfrescanti, ma che purtroppo, puntualmente, concludevano il loro beneficio proprio a Ranzanico, lasciandoli letteralmente "a bocca asciutta"



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LE CITTA' DEL LAGO D' ENDINE : MONASTEROLO DEL CASTELLO

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Monasterolo del Castello è un comune italiano della provincia di Bergamo, in Lombardia.

È meta turistica, dato che può offrire al visitatore la pratica di attività sportive quali pesca, escursioni in barca a remi sul lago, windsurf e trekking. Numerose sono le possibilità di svago, tra cui spiagge ed un centro sportivo- turistico, ed i rinomati ristoranti disseminati lungo il litorale lacustre.

Le origini del castello sono tutt’ora controverse. Pare infatti che l’attuale struttura venne edificata in luogo di un precedente edificio risalente all’alto Medioevo adibito a monastero benedettino ed abbattuto al termine dell’VIII secolo dall’esercito dei Franchi (anche se altre ipotesi indicherebbero Federico Barbarossa).

Tale teoria è suffragata dal ritrovamento delle fondamenta di tale costruzione, tipiche dell’architettura benedettina. La nuova struttura invece è di difficile datazione, in quanto mancano documenti che ne attestino l’esistenza: fino a qualche tempo fa si pensava che il "castra monasteriolo" riportato in atti del 989 e del 1022, fosse riferito al castello in questione, mentre più probabilmente è da ricollegare al borgo medievale di Monasterolo, sito nel comune di Robecco d'Oglio in provincia di Cremona.

Il primo documento attribuibile in modo certo risale invece al 1130, epoca in cui si pensa che il maniero fosse utilizzato sia per scopi difensivi che residenziali. Si presume inoltre che la fortificazione fosse anche adibita al deposito di animali e scorte alimentari durante il passaggio di eserciti nemici, nonché come rifugio degli abitanti della piccola comunità durante tali situazioni di pericolo.

I primi proprietari furono gli appartenenti della famiglia Mozzo, a cui poi subentrò la famiglia Suardi, che ricopriva un ruolo predominante sull’intera vallata quindi i Terzi.

Nessun episodio di rilievo si verificò fino all’arrivo della Repubblica di Venezia (prima metà del XV secolo) la quale, al fine di porre fine alle lotte tra guelfi e ghibellini, ordinò la distruzione di tutte le fortificazioni. La famiglia Suardi, al fine di evitare la demolizione del castello, decise di renderlo una dimora signorile a tutti gli effetti.

I secoli seguenti videro un progressivo ma inesorabile abbandono della struttura, fino al punto da renderla fatiscente ed a rischio di crolli. Negli anni trenta venne ceduto dalla famiglia Terzi alla contessa britannica Winifred Terni De Gregory e soltanto nel 1937 vennero iniziati i lavori di restauro che, protratti fino al 1945, videro il recupero sia degli interni che dei giardini.

Il castello ha fatto da set cinematografico per il film Tutti gli uomini del deficiente della Gialappa's band, dove rappresentava la sede centrale della Totem Arts.

L’edificio, che si trova su una piccola collinetta di origine morenica posta tra l’estremità meridionale del lago di Endine e la sponda sinistra del fiume Cherio, è circondato su tre dei quattro lati da una cinta muraria, mentre a nord è delimitato dal lago e, nei secoli scorsi, da paludi. La muratura è costituita da conci grossolani e pietre poco lavorate, con dimensioni diverse a seconda dell’altezza a cui sono poste.

L’ingresso è posto nel lato a sud, ed è costituito da un portale in stile gotico a forma ogivale: da questo si accede alla cosiddetta Corte bassa, costituita da un cortile a pianta quadrata circondato da cinta muraria dotata di camminamento di ronda e merlature: queste ultime non sono altro che un motivo ornamentale, aggiunte in un secondo momento rispetto al resto della struttura. A sinistra dell’ingresso inoltre si trova un piccolo Oratorio, dedicato a Sant’Anna, risalente al XVII secolo.

La struttura prosegue quindi con la Corte alta, a forma trapezoidale: costituita da un corpo ad "L" su due piani che possiede un porticato dotato di archi e colonne nonché numerose stanze, è completata da un altro piccolo cortile a forma irregolare.

Accurati restauri hanno ridato splendore all’insieme, cosicché oggi il castello si presenta come una meta da riscoprire, racchiudendo in sé le bellezze ambientali e artistiche che costellano la Valle Cavallina. Il giardino del castello è ritenuto uno tra i più belli esistenti oggi in Italia settentrionale. Il giardino, abbozzato nel 1938 dalla contessa Terni de Gregorj Taylor, si è andato configurando ad opera degli eredi ed attuali proprietari, la famiglia Sforza Francia.

Disposto sull’altura, si apre con un prato all’inglese, circondato da una siepe modellata secondo i canoni del tardo rinascimento e del barocco.
Attorno ad esso si estende un semplice giardino paesaggistico che sfuma nella vegetazione spontanea autoctona del fondovalle lacustre. Quest’area era occupata, fino alla metà degli anni trenta, da prati e frutteti ed era percorsa da una mulattiera che, tra filari e pioppi e gelsi, saliva al castello. Di quell’antico paesaggio rimangono alcuni gelsi, noci e ciliegi ed un filare di uva americana. Tra le collezioni di alberi ed arbusti, ricchissima è quella dedicata a specie dagli spettacolari colori autunnali.
Il giardino propone una notevole ricchezza botanica: numerose specie di aceri, provenienti da diversi continenti e presenti in molte varietà, ciliegi e meli ornamentali e diverse specie di Quercus, Euonymus, Crataegus e Berberis. Si possono inoltre ammirare latifoglie raramente presenti nei giardini italiani e anche svariate piante che hanno mantenuta immutata la loro forma per milioni di anni e che vengono, a ragione, considerate veri fossili viventi. Oltre a moltissime altre specie e varietà, tra cui pini, cedri, tassi, sugli spalti del castello vi sono orti e aiuole che forniscono fiori da taglio per tutte le stagioni e, nel cortile del castello, una collezione di gelsomini in vaso.

Dedicata al Santissimo Salvatore, la chiesa parrocchiale di Monasterolo fu edificata su un precedente edificio religioso fra il 16 settembre 1636 e l’8 luglio 1653. Successivamente la struttura subì diverse modifiche ed ampliamenti. Di particolare interesse e suggestione il sagrato con il lungo sistema di cappelle settecentesche dove,a gli inizi degli anni Settanta, il maestro Trento Longaretti ha realizzato una pregevole serie di mosaici raffiguranti la Via Crucis.
Di stile neoclassico, la chiesa custodisce opere di notevole pregio artistico. Molto belle due opere di Andrea Fantoni: il bassorilievo, ultimato nel 1712, che rappresenta la natività del Cristo posizionato al centro dell’altare maggiore, e il gruppo ligneo della Beata Vergine Addolorata, realizzato nel 1731, tre anni prima della sua scomparsa. Pregevole anche l’altare maggiore dove spiccano gli stupendi intarsi marmorei eseguiti nel 1670 da Bartolomeo Manni. L’altare si eleva su due gradini, il cui fronte è ornato da un motivo intarsiato che prelude alla ricca ornamentazione del paliotto, dei fianchi e dell’alzato. A Carlo Sanz di Gorlago, detto il Tedesco, appartengono il pulpito, il confessionale ed un armadio che si trova in sagrestia.
Tutte queste opere sono state realizzate nei primi anni del ‘700.

Fra i dipinti spiccano per importanza una “Trasfigurazione di Cristo” commissionata da Pietro Giudici e Domenico Carpinoni che la ultimò nel 1656; una “Madonna del Rosario” contornata da 15 Misteri; un “Gruppo di Santi” probabilmente dello Zucco e un “San Giovanni Battista” d’autore ignoto.

I Fantoni furono una famiglia di scultori ed intagliatori, originaria di Rovetta, operante dal secolo XV al XIX e attiva principalmente nel bergamasco. Andrea, primogenito di Graziosi, capobottega già dal 1682, perfezionò l’organizzazione gerarchica del lavoro; egli fu l’esponente più importante della famiglia, riuscendo a fare convivere la severità dell’impianto iconografico con una raffinata fantasia decorativa.
Il tema della Pietà, assieme ai Compianti o Sepolcri, ricorre nella scultura fantoniana dal 1690 al 1781 ed è caratterizzato dalla struttura a composizione piramidale che permane con iconografia sostanzialmente invariata.
Nella parrocchiale di Monasterolo è il gruppo scultoreo della Pietà, attribuito ad Andrea Fantoni; in legno policromo, è ottimamente conservato e inserito in un’ancona marmorea con colonnine tortili. Anche il medaglione di marmo bianco sul paliotto dell’altare maggiore è di Andrea Fantoni; si tratta di un bassorilievo raffigurante l’adorazione dei pastori, avente sullo sfondo architetture classicheggianti e ai lati due cherubini.




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LE CITTA' DEL LAGO D' ENDINE : ENDINE GAIANO

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Endine Gaiano è un comune italiano di della provincia di Bergamo, in Lombardia.

Recenti studi collocherebbero le origini del paese in epoca romana, come si può dedurre da alcune piccole tracce lasciate dai Romani stessi e dal toponimo Palate = Palat (Palatium) di una località posta tra Fanöf e la Roa e dallo stesso aggettivo Gaiano (da cui Piangaiano). Tuttavia alcune ipotesi vorrebbero far risalire la nascita dei primi agglomerati urbani addirittura all'età etrusca, anche se al riguardo mancano riscontri concreti.

Il territorio comunale in epoche successive fu interessato dal passaggio dei Longobardi prima e dei Franchi poi, epoca a cui risale il primo documento scritto che attesta l'esistenza del paese: redatto nell'anno 1032, menziona l'esistenza di un castello. Quest'ultimo era uno dei tanti edifici costruiti per difendere il territorio dalle numerose incursioni perpetrate dalle fazioni dei guelfi e dei ghibellini, interessati ad acquisirne il predominio.

I borghi di Endine e di Gaiano erano infatti posti in una posizione strategica, tra il termine della valle Cavallina e l'imbocco della Valle Camonica, rendendoli appetibili a chiunque volesse acquisire il predominio sulla vallata.

A questa situazione pose fine l’arrivo della Repubblica di Venezia che, a partire dall’inizio del XV secolo, permise alla popolazione di vivere un’esistenza più tranquilla grazie ad una lungimirante politica in ambito sociale ed economico.

Da quel momento non si verificarono episodi di rilievo nel piccolo paese, immerso nella propria quotidianità. Seguirono poi le dominazioni francese ed austriaca senza interessare direttamente il borgo. Da notare che il comune di Figadelli 1798 già inserito nel cantone di Endine nell’aprile 1797 (legge 17 aprile 1797), fu unito a Monasterolo nel marzo 1798 (legge 11 ventoso anno VI a).

Il luogo di maggior richiamo è senza dubbio il lago che prende il nome dal paese stesso: meta turistica, può offrire al visitatore la pratica di attività sportive quali pesca, escursioni in barca, windsurf e trekking, ma anche semplici passeggiate. Numerose sono le possibilità di svago, tra cui spiagge ed i rinomati ristoranti disseminati lungo il litorale lacustre. Poco distante è presente anche il Lago di Gaiano, dalle dimensioni molto più contenute.

Numerosi sono gli edifici che caratterizzano il territorio comunale, alcuni dei quali riportano la mente all'epoca medievale, in cui il paese si dotò di elementi di difesa: è il caso del castello, del quale restano alcuni resti inglobati in costruzioni dei secoli successivi e della torre che venne inglobata nella torre campanaria della chiesa parrocchiale di Endine.
La chiesa parrocchiale, dedicata a S. Giorgio martire, fu eretta nel 1300.
Il verbale della visita pastorale di S. Carlo Borromeo, 27 ottobre 1575, descrive le caratteristiche della chiesa: era una navata lunga 29 braccia e larga 10. La chiesa subì in seguito, notevoli ampliamenti e restauri come evidenzia l'iscrizione posta sopra la bussola: "edificata sec. XIV -ricostruita nel 1783 - ampliata nel 1883 - decorato il presbiterio nel 1899 - ripulita nel 1933 -restaurata nel 1969".
Al suo interno, sopra il quarto altare a sinistra, si trova la pala raffigurante la "Madonna del Rosario" di Gian Paolo Cavagna. Nella seconda abside a sinistra è collocato il dipinto raffigurante la "Madonna col Bambino in gloria e i Santi Rocco, Remigio e Sebastiano" di Domenico Carpinoni.
Si trovano inoltre dipinti di notevole pregio: S. Giorgio, Adorazione dei Magi, Natività di Nostro Signore, Madonna Immacolata e la Vergine con Bambino tele ad olio del 700' di autore ignoto.
L'altare maggiore, le cantorie e la statua della Madonna Addolorata sono di scuola fantoniana. Nella sagrestia sono conservati diversi armadi intagliati, di cui uno datato 1757.

Le opere di Domenico Carpinoni nella parrocchiale di San Giorgio a Endine. “La Madonna Assunta, San Rocco, San Remigio e San Sebastiano” sono collegate nella seconda nicchia sinistra della parrocchiale di San Giorgio. Il dipinto ad olio su tela è datato dalla critica al 1640 circa; San Sebastiano sulla destra, col braccio alzato legato all’albero, conduce l’osservatore verso la Madonna e guarda San Remigio che in abiti episcopali dialoga con la Vergine. Ci trasferiamo alla chiesa di San Remigio, dove nell’ancona centrale è collocata “Una Madonna con Bambino in trono e i Santi Remigio e Alessandro”; l’opera, purtroppo in mediocre stato di conservazione, è autografa.

Fuori dall'abitato, sovrastata da un severo campanile ricavato dalla torre di un antico castello dei Cavalieri di S. Giorgio, sorge la chiesa di San Remigio. Secondo un’antica tradizione, la chiesa dedicata al santo vescovo francese Remigio sarebbe stata fondata attorno al 1400 da uno dei monaci benedettini di San Paolo d’Argon, allora dipendente dall’abbazia di Cluny.
Costruito quasi al limitare del lago di Endine, l’oratorio rimase vittima, pare nel secolo XV, di una alluvione. Come ricorda la lapide posta sopra la porta centrale, fu riedificato attorno al 1600, a testimonianza della devozione per San Remigio dopo la peste del 1630, che vide miracolosamente illesa la popolazione di Endine. Nel 1850 vi fu aggiunto l'attuale porticato altre arcate, aperto sui lati. Recentemente fu restaurata.
Al suo interno è conservata una tela del Carpinoni, "Madonna col Bambino e i Santi Remigio e Alessandro".

Nel 1980 la chiesa di san Remigio diventa tempio degli emigranti, come ci ricorda la grande statua bronzea dell’emigrante con la valigia, opera di Alberto Meli, collocata a fianco della chiesa.

Degne di nota sono anche la chiesa parrocchiale della frazione San Felice che, dedicata a San Michele, secondo la tradizione conserva alcune reliquie del santo protettore, nonché alcuni arredi di buona fattura, la vecchia parrocchiale dedicata alla Trinità che domina Rova alta e la parrocchiale di Valmaggiore in stile neo-romanico, intitolata a San Giovanni.



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LE CITTA' DEL LAGO D' ENDINE : SPINONE AL LAGO

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Spinone al Lago è un comune italiano della provincia di Bergamo, in Lombardia.

Situato sulla riva occidentale del lago di Endine, in val Cavallina, dista circa 26 chilometri a est dal capoluogo orobico.
Fino a qualche decennio fa il paese aveva la denominazione di Spinone dei castelli (ed inglobava anche i vicini centri di Monasterolo e Bianzano), nome che denota una storia molto ricca, specialmente nel periodo medievale, grazie alla presenza della famiglia Suardi che comandava anche su gran parte dei paesi limitrofi.

L’abitato è a monte della statale del Tonale che costeggia il lago, sulle rive del quale si trova la parte commerciale e turistica. Salendo verso il paese, immersa nel verde si trova la splendida chiesetta duecentesca di San Pietro in Vincoli. Nulla rimane invece in paese dell’antico castello dei Suardi, abbattuto nel XV secolo per obbedire al decreto veneto che ordinava la demolizione di numerose fortificazioni della valle. La nobile famiglia bergamasca ristrutturò come propria abitazione un antico edificio, tutt’ora in parte riconoscibile sia pure notevolmente alterato. Nella signorile residenza pare abbia pernottato nel 1575 San Carlo Borromeo di ritorno da una delle sue visite pastorali in Valle Seriana.
Qualche albergo e le fonti San Carlo rappresentano oggi il sostegno economico di Spinone. A proposito di Fonti, nella valle del Tuf, sgorga una sorgente minerale fredda sulfurea da molto tempo conosciuta, e commercialmente sfruttata fin dal 1900, dapprima con un semplice chiosco, poi con un alberghetto-terme e ora con lo stabilimento per l’imbottigliamento delle acque. Il comune ha realizzato un chiosco per garantire il libero accesso alla sorgente.

Come recita il cartello turistico posto in loco: “L’acqua della Valle del Tuf scende da uno sperone di tufo riconoscibile a vista. Le acque un tempo precipitose si immettevano nel fiume Cherio a valle del lago originando una palude che venne bonificata dagli austriaci attorno al 1835. Nella valle oltre al tufo, sono presenti lastroni calcarei e marne nere. Le numorose sorgenti sono captate per l’imbottigliamento e per uso pubblico.”

Dal 1982 attorno a questa fonte è stato attrezzato a cura del Comune, con l'ausilio degli Alpini e dei volontari, il Parco fontanino degli Alpini dove, oltre ad attingere comodamente l'acqua della Fonte spinosa, si può sostare o passeggiare liberamente nel folto della vegetazione.

Risalenti rispettivamente al XVII e XVIII secolo sono villa Valzelli e la ex-villa Patirani. Di quest'ultima resta solo il ricordo e una parte dell'allora esteso parco che giungeva fino al lago.

Al centro del paese si situa la Chiesa Parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo.

Chiesa di San Pietro in Vincoli è un caro ricordo, monumento nazionale protetto dalle belle arti, chiaro esempio di arte romanica. Fu la prima chiesa parrocchiale di Spinone; nel 1400 fu sottoposta ad un intervento di ristrutturazione ed ampliamento. Nei secoli subì vari restauri.
La parte più antica corrisponde allo spazio tra l'entrata e l'arco, disposta, secondo l'uso, con l'abside a oriente (verso il lago). Internamente a sinistra si nota l'antica apertura, con l'architrave in legno ancora nel muro. Nell'ampliamento fu demolita la parte nord, chiusa la porticina, creato il portale, rialzata la facciata e aperto in essa un rosone. L'affresco più antico, ma deteriorato, si trova sull'arco mentre un'altra mano pare abbia eseguito quelli sulla parete frontale. Tra gli affreschi più integri, una Madonna con bambino, recante la data del 1528.L’interesse maggiore spetta ai dodici riquadri affrescati sulla faccia inferiore dell’arcone del presbiterio, in cui sono rappresentati sei profeti (Davide, Isaia, Geremia, Ezechiele, Abacuc e Mosé) alternati a sei sibille (Eritrea, Samia, Delfica, Chimica, Ellespontica e Persica), ritenuti d’influenza lottesca. Le figure sono, in effetti, copie molto fedeli dei tondi dipinti dal Lotto nell’oratorio Suardi a Trescore e pertanto risulterebbero posteriori al 1524.
Tetto, pavimento e altare sono di recente fattura. Il campanile è del 1500: raro esempio la caratteristica copertura a "pigna" in cotto.
All’esterno della chiesa, addossata all’abside romanica, si nota una particolare copertura tombale, di tradizione medievale, costituita da un masso di porfido segnato con croci.





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I LAGHI LOMBARDI : IL LAGO D' ENDINE

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Il lago di Èndine, o di Spinone, è un lago della Provincia di Bergamo di 2,1 km2. Situato a 337 m s.l.m. nella Val Cavallina, sviluppa un perimetro di circa 14 chilometri ed è diviso tra i comuni di Endine Gaiano, Monasterolo del Castello, Ranzanico e Spinone al Lago.

E’ il luogo ideale per una vacanza all’insegna del relax e svago.Si raggiunge facilmente da Lovere e da Riva di Solto.Si colloca in una delle più belle valli bergamasche: La Valle Cavallina.Il lago di Endine occupa la parte centrale della valle donandole caratteristiche peculiari.La superficie del lago è più modesta rispetto a quella del lago d’Iseo ( 2,34 Km quadrati).E’ alimentato dalle acque provenienti dal monte Boario e da altri corsi minori.Abbondano nel lago le seguenti specie di pesci: Luccio, Savetta, Cavedano, Scardola, Persico, Carassio, Persico sole, Trotto, Persico trota, Carpa, Tinca, Lucioperca, Alborella, Ghiozzo. Le località da visitare del lago di Endine sono: Monasterolo, Endine, Spinone al lago, San Felice al lago, Ranzanico. Monasterolo è uno dei centri più frequentati del lago, soprattutto nel periodo estivo. Interessante è, infatti , il centro storico medievale che si adagia fino alla riva. Un sito da visitare è il Castello Medievale con il suo bellissimo giardino dove si trovano numerose essenze dai colori vivaci. All’interno del castello nel ‘600 fu edificata una chiesetta e dedicata a S. Anna. Il Spinone al lago gode di buona posizione: il nucleo antico si trova un poco monte del lago e presenta una bella architettura romanica, come la chiesa di S.Pietro in Vincoli, probabilmente uno degli edifici religiosi più antichi della valle. Anche a Spinone vi era una castello ma fu abbattuto nel secolo XV. Interessanti escursioni regaleranno al visitatore splendidi scorci su tutto il lago.L’abitato di Ranzanico si trova ad una quota di 520 metri; il centro antico conserva i resti della fortificazione (la torre sulla piazza).

L'abitato e il territorio circostante non presentano sopravvivenze monumentali di grande rilievo a parte il castello medievale dei Suardi situato a Bianzano, da cui si potevano controllare i traffici sul lago. Vi si praticano gli sport d’acqua (vela, windsurf, canoa e canottaggio), e la pesca.

Non è consentito il campeggio libero, né l'uso di barche a motore.

Nei giorni più freddi dell'inverno il lago si ricopre di uno strato di ghiaccio e si può percorrere a piedi e in alcuni punti con i pattini o in bicicletta (per quanto vietato dai regolamenti comunali per motivi di sicurezza). La percorribilità invernale del lago ghiacciato era sfruttata fino al XIX secolo per raggiungere da Monasterolo la riva occidentale, attraverso il punto più stretto del lago, là dove il promontorio di Monasterolo, tenuto a parco pubblico, si protende verso Spinone.

Fino a qualche decennio fa era tradizione attendere che, al formarsi della crosta di ghiaccio, il parroco di Endine benedicesse la stessa prima che qualcuno osasse avventurarvisi sopra. Pare che la Curia abbia sconsigliato il parroco dell'assumersi le responsabilità connesse a tale azione e, di conseguenza, la cerimonia della benedizione del ghiaccio è stata abolita.




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