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giovedì 11 giugno 2015

PALAZZO TE A MANTOVA



Palazzo Te, edificato e decorato tra il 1525 e il 1535, è il capolavoro di Giulio Romano (Roma 1499 – Mantova 1546), artefice unico e geniale che lo concepì come luogo destinato all'ozio del principe, Federico II Gonzaga, e ai fastosi ricevimenti degli ospiti più illustri. L'"onesto ozio", esaltato in una scritta dedicatoria della Camera di Psiche, aveva il significato latino di attività piacevole e raffinata, da coltivare nei momenti liberi dalle gravi occupazioni del governo.

Il sostantivo TE è toponimo, attestato sin dall'epoca medioevale, nella forma latinizzata Teietum o in quella troncata attualmente in uso. Teieto o Te era una località di rustiche abitazioni posta a meridione della città, poco lontano dalle mura.
Anticamente situato su un'isola collegata alla città di Mantova dal ponte di Pusterla, Palazzo Te è uno dei più straordinari esempi di villa rinascimentale suburbana.
La struttura dell'edificio, che ingloba una presistente scuderia dei Gonzaga, venne conclusa in poco più di un anno, mentre la decorazione del complesso, avvenuta nello spazio di circa 10 anni (1525-1535), si avvalse della presenza di qualificati collaboratori di Giulio Romano.

Le prime testimonianze in merito alla presenza della fabbrica del Te si hanno nel 1526, quando viene citato un edificio in costruzione che sorge vicino alla città, tra i laghi, sulla direttrice della Chiesa e del Palazzo di San Sebastiano.

La zona risultava paludosa e lacustre, ma i Gonzaga la fecero bonificare e Francesco II la scelse come luogo di addestramento dei suoi pregiatissimi e amatissimi cavalli. Morto il padre e divenuto signore di Mantova, Federico II, suo figlio, decise di trasformare l'isoletta nel luogo dello svago e del riposo e dei fastosi ricevimenti con gli ospiti più illustri, dove poter “sottrarsi” ai doveri istituzionali assieme alla sua amante Isabella Boschetti.
Abituato com'era stato sin da bambino all'agio e alla raffinatezza delle ville romane, trovò ottimo realizzatore della sua idea di “isola felice” l’architetto pittore Giulio Romano e alcuni suoi collaboratori. Alternando gli elementi architettonici a quelli naturali che la zona offriva, decorando sublimemente stanze e facciate, l’architetto espresse tutta la sua fantasia e bravura nella costruzione di palazzo Te.
A inaugurare ufficialmente Palazzo Te nel 1530 fu l'Imperatore Carlo V che vi trascorse un'intera giornata; con l'occasione conferì a Federico II Gonzaga il titolo di duca perché fino ad allora i Gonzaga erano stati dei marchesi.

I simboli e gli stemmi riempiono di significati più o meno celati e spesso politici, le pareti del palazzo e del suo voluttuoso proprietario. Il Monte Olimpo, ad esempio, circondato da un labirinto e che sorge dalle acque è un simbolo che spesso si ritrova, viene ripreso in elementi architettonici costitutivi del palazzo come le due ampie peschiere che attraverso un ponte portano al giardino, o come il labirinto in bosso (ormai scomparso) del giardino stesso.
Altro simbolo interessante è la salamandra, che Federico elegge come personale, assieme al quale spesso viene utilizzato il motto: quod huic deest me torquet (ciò che manca a costui mi tormenta); il ramarro infatti era ritenuto l’unico animale insensibile agli stimoli dell’amore, ed era impiegato come contrapposizione concettuale al duca e alla sua natura sensuale e galante, che invece dai vizi dell’amore era tormentato.

Il palazzo è un edificio a pianta quadrata con al centro un grande cortile quadrato anch'esso, un tempo decorato con un labirinto, con quattro entrate sui quattro lati (L.B.Alberti si ispira nell'impianto alla descrizione vitruviana della casa di abitazione: la domus romana con quattro entrate, ciascuna su uno dei quattro lati).
Il palazzo ha proporzioni insolite: si presenta come un largo e basso blocco, a un piano solo, la cui altezza è circa un quarto della larghezza.
Il complesso è simmetrico secondo un asse longitudinale.
Sul lato principale dell'asse (a nord-ovest) l'apertura di ingresso è un vestibolo quadrato, con quattro colonne che lo dividono in tre navate. La volta della navata centrale è a botte e le due laterali mostrano un soffitto piano (alla maniera dell'atrium descritto da Vitruvio e che tanto ebbe successo nei palazzi italiani del Cinquecento), in questo modo assume una conformazione a serliana estrusa.
L'entrata principale (a sud - est) verso la città e il giardino è una loggia, la cosiddetta Loggia Grande, all'esterno composta da tre grandi arcate su colonne binate a comporre una successione di serliane. che si specchiano nelle piccole peschiere antistanti. La balconata continua al secondo registro, sulla parte alta della facciata era in origine una loggia; questo lato del palazzo fu infatti ampiamente rimaneggiato alla fine del '700, quando fu aggiunto anche il frontone triangolare che sormonta le grandi serliane centrali.

La decorazione dell’esterno e la scansione architettonica delle facciate sono tratte dal repertorio antico. Giulio Romano crea un ordine unico ritmato dalla presenza di lesene che reggono una trabeazione composta da architrave e fregio dorico con metope decorate. Le metope del lato nord sono ornate con una serie di imprese gonzaghesche, mentre questi emblemi non compaiono nelle altre facciate.
Una cornice marcapiano fascia le facciate nord e ovest, che sono concepite in modo unitario, anche se sono riscontrabili alcune differenze, come l’apertura a fornice unico sul lato ovest e a tre arcate su quello nord. Tuttavia l’apparente rigore classico nasconde numerose licenze e forzature, probabilmente legate a problemi costruttivi risolti genialmente dall’estro di Giulio. Nelle superfici prevalgono i conci lisci; bugne rustiche fasciano il basamento, al di sopra del podio levigato, e incorniciano le aperture.
La facciata meridionale, che prospetta su un cortile escluso dal percorso di visita, è incompleta e mostra un paramento a intonaco che reca tracce di architettura dipinta nel Settecento.
Sulla facciata orientale, anch’essa rimaneggiata nel XVIII secolo, si veda alla scheda specifica.

L’ingresso sul lato ovest del palazzo si apre in asse con il portale della loggia di Davide oltre il cortile d’onore ed è ispirato architettonicamente all’atrium della domus romana descritta da Vitruvio, secondo i trattatisti del XVI secolo.
L’ambiente, di forma rettangolare, è tripartito: al centro uno spazio voltato a botte con lacunari ottagonali e delimitato da quattro colonne (due per lato) che reggono la volta; i vani laterali presentano una copertura piana. Le colonne di pietra, con base e capitello rifiniti, hanno il fusto sbozzato a imitazione delle lavorazioni provvisorie della pietra nella cava. Questa conformazione irregolare della superficie è richiamata dal bugnato rustico, ottenuto con intonaco e stucco, presente in tutto il palazzo. Nell’atrio stesso tale tecnica viene utilizzata per le lesene che scandiscono le pareti. Interessante è il gioco che Giulio Romano crea tra vera e finta pietra, gioco che fa da specchio al rimando tra natura e artificio costantemente presente nella decorazione del palazzo.
Le lesene rustiche scandiscono quindi le pareti dell’atrio e sono alternate a nicchie. Nella parte inferiore corre un gradino rivestito di lastre di pietra che lo trasformano in sedile.
Alla destra dell’atrio si aprono due ambienti che nel Cinquecento venivano chiamati “tinello pubblico” e “tinello privato per gli ufficiali”, locali adibiti a sale da pranzo per il personale al servizio del principe e oggi utilizzate per esposizioni.

Il grande cortile centrale si apre allo sguardo degli ospiti provenienti dall’atrio d’ingresso.
Lo spazio è solenne, inquadrato dalle quattro pareti del palazzo “modernamente” decorate alla maniera antica. Giulio Romano progetta le architetture traendo ispirazione dall’ordine dorico dei templi greci: semicolonne di ordine gigante reggono una trabeazione classicamente composta di architrave, ornato di gocce, e fregio in cui si alternano triglifi e metope.
La modernità di Giulio sta nel mantenere la sobrietà di insieme dell’ordine dorico e forzarla per creare qualcosa di nuovo e sorprendente, così come quando seguendo con l’occhio il fregio ci si accorge che ogni tanto un triglifo scivola verso il basso rompendo la compostezza della decorazione. Altrettanto affascinanti i rilievi delle metope dove si alternano armi, vasi e altri oggetti a mascheroni con la bocca aperta, originariamente utilizzati come doccioni per lo scarico dell’acqua piovana. Queste ultime decorazioni vennero eseguite da Benedetto di Bertoldo detto il Pretino e da Andrea de Conti nel 1533.
Il paramento murario delle superfici è realizzato con un bugnato liscio che contrasta con i conci rustici utilizzati per incorniciare le aperture del piano inferiore e a sottolineare la chiave di volta inserita, quasi a forza, nei timpani classici che sovrastano le finestre.

La loggia delle Muse è un vero e proprio vestibolo che introduce a Palazzo Te e alle motivazioni profonde che muovono il committente nell’impresa.
L’ospite è accolto da una decorazione che evoca i modelli più alti della cultura antica. Le Muse protettrici delle arti, da cui lo spazio prende il nome, sono raffigurate in bassorilievo nella volta, circondate da geroglifici. Questa scrittura, ritenuta di origine divina e adottata come riferimento ideale per la creazione delle imprese, viene riprodotta da Giulio Romano che, senza comprenderne il senso, trascrive fedelmente le frasi geroglifiche di due sfingi oggi conservate al Louvre.
Riccamente decorate sono anche le pareti del porticato, che si apre con tre maestose arcate sul cortile d’onore.
I lati brevi della loggia presentano identica impostazione, con lesene agli angoli che inquadrano la parete e la mostra della porta a finti marmi, sovrastata dallo stemma gonzaghesco affiancato da aquile cavalcate da putti. In entrambe le pareti, sopra il cornicione si apre una lunetta affrescata.
Nella lunetta della parete ovest sono rappresentati Pegaso che fa scaturire sul monte Elicona, abitato dalle Muse, una fonte che stimola l’invenzione poetica, mentre Apollo tiene tra le mani una penna e una maschera teatrale, simboleggianti l’invenzione letteraria.
Sulla parete orientale è dipinta una ninfa, personificazione di Mantova, sdraiata accanto ad una fonte dalla quale spunta una testa coronata d’alloro, rappresentazione emblematica del poeta mantovano Virgilio. La lunetta allude quindi ai fondamenti della cultura locale, protetti da Apollo, raffigurato sullo sfondo su modello della celebre scultura del Belvedere in Vaticano.
La parete nord riproduce la ripartizione delle tre arcate della loggia. Nella parte centrale si apre una porta, mentre in quelle laterali sono raffigurate due scene mitologiche, molto danneggiate. Alla sinistra della porta è dipinta Euridice, che il giorno delle nozze con Orfeo, nel fuggire dall’aggressione del pastore Aristeo, calpesta un serpente e viene fatalmente morsa al piede. Alla destra della porta Orfeo seduto tra gli alberi che suona una lira, con dolorosi accenti, mentre affascinati dalla musica si avvicinano numerosi animali selvatici.
L’impostazione bucolica delle due scene è la medesima: un paesaggio montano, con un corso d’acqua e una città lontana. Le due favole mitologiche tratte la prima dalle Georgiche di Virgilio e la seconda dalle Metamorfosi di Ovidio, sono collegate al tema trattato nella loggia: Orfeo infatti, figlio di Calliope, frequenta le Muse, mentre Aristeo viene educato dalle Muse, divinità che in questa circostanza alludono alla vittoria delle arti sulla morte.

La loggia meridionale di ampie dimensioni trae il nome dalla destinazione originaria nel progetto di Giulio Romano.
L’ambiente viene infatti concepito come loggia, speculare a quella delle Muse che si trova, verso nord, dalla parte opposta del cortile.
Alla fine del Cinquecento tuttavia l’ambiente risultava ancora incompiuto e la sistemazione attuale è il risultato di interventi di restauro messi in campo dagli accademici mantovani su progetto di Paolo Pozzo nel 1790.

In fregio alla facciata orientale del palazzo si trovano due grandi vasche destinate ad ospitare i pesci e denominate peschiere. Le si attraversa percorrendo un ponte che divide i due specchi d’acqua comunicanti e congiunge la loggia di Davida al giardino dell’Esedra. Sui lati delle vasche si aprono nicchie che, come documentato da Jacopo Strada, avevano anche lo scopo di offrire ombra ai pesci durante la calura estiva.
La facciata orientale presenta numerose dissonanze, nel susseguirsi senza logica apparente di colonne e pilastri, ricondotte a unità e armonia grazie alla specularità rispetto all’asse centrale e allo riflettersi dell’architettura nell’acqua delle peschiere. La relazione tra architettura e acqua conferisce grande fascino a questa parte del palazzo.
La balconata continua che corre nella parte alta della facciata era in origine una loggia; questo lato del palazzo fu infatti ampiamente rimaneggiato alla fine del Settecento, quando venne aggiunto il frontone triangolare al corpo centrale.

Nella parte orientale del palazzo, la loggia di Davide si affaccia su un ampio spiazzo erboso che un tempo era il giardino più grande e importante della villa, del quale purtroppo non si conservano memorie grafiche o descrizioni significative. Volgendo lo sguardo a sinistra, l’edificio che chiude le peschiere verso nord conteneva una cappella e l’alloggiamento delle macchine idrauliche adibite al funzionamento delle fontane, ancora in parte visibili su questo lato. Il corpo di fabbrica ospita oggi il bookshop e il bar.
Sempre sul lato settentrionale si trova l’appartamento del giardino segreto a cui si contrappone sul lato opposto un altro edificio già adibito ad abitazione per il giardiniere. Nel 1651 questi due corpi di fabbrica vengono uniti da una scenografica quinta a modo di esedra, progettata probabilmente dall’architetto Nicolò Sebregondi.
Il lato meridionale del giardino è chiuso da un lungo corpo di fabbrica coevo all’esedra, denominato Fruttiere, un tempo atto a ricoverare gli agrumi e altre piante durante il periodo invernale, oggi utilizzato come spazio espositivo.
Delimita le peschiere a meridione un edificio costruito anch’esso nel Seicento come scuderia e di recente trasformato in sala conferenze.

L’appartamento del giardino segreto di Palazzo Te è un luogo intimo e riservato, progettato specificamente come rifugio spirituale di Federico II, sull’esempio del giardino segreto della madre, Isabella d’Este, in Palazzo Ducale.
Si accede da un vestibolo a pianta ottagonale allungata con volta a spicchi affrescata, probabilmente per mano di Luca da Fenza, con motivi a grottesche; nella decorazione è presente anche l’impresa del monte Olimpo. Il pavimento è realizzato con ciotoli di fiume multicolori; tra i ciotoli affiorano bocchette di piombo, che facevano parte dei giochi d’acqua e degli scherzi che accoglievano i visitatori.
La porta di fronte all’ingresso immette nella camera detta di Attilio Regolo. Il nome è tratto da una delle scene rappresentate nella volta che ha come protagonista il condottiero romano. Il tema genarale che viene proposto è di carattere morale, come dimostra l’ottagono centrale dove è raffigurata l’Allegoria delle virtù del principe.
Nelle vele angolari a foggia di pentagono sono dipinti episodi tratti dalla storia antica (Il supplizio di Attilio Regolo, Il giudizio di Zaleuco, La clemenza di Alessandro, Orazio Coclite), mentre nei rettangoli che ad essi si alternano compaiono personificazioni delle virtù riferite agli episodi narrati.
Appartengono alla decorazione originale sia gli stucchi che gli affreschi della volta (entro il terzo decennio del 1500), mentre sono di fine Settecento le decorazioni geometriche alle pareti, il camino e il pavimento.

La loggia occupa quasi interamente una testata del giardino segreto e si affaccia su quest’ultimo con tre aperture architravate rette da due colonne di marmo lumachella.
La decorazione, tripartita, occupa le pareti e la volta a botte. Nella volta e nelle lunette è rappresentata una storia, di cui non si conosce la fonte letteraria, che narra vicende legate al corso della vita umana (dalla nascita alla morte). Ciascun episodio è contornato da cornici a motivi floreali, contenenti piccole figurazioni a stucco entro tondi, quadrati o losanghe.
La lunga parete meridionale è tripartita: nei comparti laterali si trovano scenette dipinte entro cornici di stucco (Sileno sulla biga, ispirato a un marmo antico custodito a Palazzo Ducale, e Bacco e Arianna); nella parte centrale domina una lunga scena, molto logora, con corteo di divinità marine. Sopra e sotto questo riquadro le imprese del monte Olimpo e del boschetto.
Il pavimento, analogo a quello del vestibolo, è un mosaico di ciottoli di fiume, diviso in scomparti fregiati da emblemi gonzagheschi. La presenza dell’impresa della quercia legata a Vincenzo Gonzaga (1587-1612) sposta la datazione del manufatto alla fine del Cinquecento o all’inizio del Seicento.

La decorazione delle pareti che circondano il giardino appare notevoltente consunta specialmente per quanto riguarda le pitture; migliore è la conservazione degli stucchi.
In origine la parete a destra della loggia e quella di fronte erano dipinte con finte prospettive di cui restano solo labili tracce.
Il fregio delle pareti più alte, scandito da erme e nicchie, è invece conservato: le nicchie alternano decorazioni a stucco e dipinte che narrano soggetti tratti dalle fiabe di Esopo. Anche qui la maggior parte degli affreschi è lacunosa o scomparsa, mentre gli stucchi sono discretamente conservati. Il bassorilievo con la tomba di un piccolo cane dal pelo lungo, al centro della parete sovrastante la loggia, si collega al desiderio di Federico II di avere un monumento disegnato da Giulio in memoria della cagnolina prediletta, e giustifica la scelta del tema iconografico dedicato agli animali.
Negli angoli inferiori delle nicchie compaiono imprese gonzaghesche. La decorazione del giardino è ascrivibile al 1531 circa e il gusto espresso nella lavorazione a stucco rimanda allo stile di Giovanni Battista Mantovano.

La Grotta venne creata per volontà di Vincenzo Gonzaga a partire dal 1595 e terminata poi all’epoca del figlio (il duca Ferdinando) tra il 1612 e il 1626. La creazione di una grotta che ospita giochi d’acqua e fontane risponde a una moda diffusa al tempo, specie in ambito mediceo, e alla volontà di proporre una rivisitazione del tema del ninfeo classico. La grotta oggi rappresenta, molto parzialmente, il vivo effetto che doveva essere creato dal rumore dell’acqua e dalla commistione di presenze vegetali, come felci, muschi, capelvenere, a elementi architettonici.
Dalla parete di fronte alla loggia, attraversato il giardino segreto, si accede alla grotta passando per un portale di rocce naturali e scendendo tre gradini, a simboleggiare la discesa in un ricetto scavato nelle profondità della terra.
La decorazione interna è varia sia nelle forme che nei materiali; dominante è il tema delle concrezioni rocciose al quale si accostano con grande estro conchiglie, pietre colorate, stucchi, madreperla…
L’ambiente è composto di due aule: la prima che si incontra, la maggiore, ha un perimetro rettangolare con angoli smussati e nicchie semicircolari dove trovano posto imprese gonzaghesche; la seconda termina in un abside dal catino di madreperla e marmi e presenta sulla volta tre episodi della storia di Alcina, tratta dal VI libro dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Le nicchie sottostanti sono dipinte con simboli dei quattro elementi (terra, fuoco, aria, acqua); la presenza di queste decorazioni e degli episodi ariosteschi alludono al tema alchemico della trasformazione della materia attraverso la magia.

I terremoti dell'Emilia del 2012 hanno provocato danni ad alcune sale del palazzo gonzaghesco.

La Sala dei Giganti è stata realizzata fra il 1532 e il 1535. È la sala maggiore dell'edificio. La caratteristica più rilevante della sala è che la pittura copre completamente ed ininterrottamente tutte la superfici disponibili: un unico affresco che pone lo spettatore al centro dell'evento narrato nel dipinto. La sala si presenta a base quadrata sovrastata da un soffitto a cupola. Nella cupola è rappresentato Zeus che, con un fascio di fulmini, sconfigge i Giganti, ritratti a partire dal pavimento mentre stanno cercando di ascendere all'Olimpo.
L'episodio riprende il mito della Gigantomachia, la lotta dei Giganti contro Giove, come narrato da Ovidio. Rispetto al testo di Ovidio, dove i Giganti sono descritti come una sorta di mostri dalle mille braccia, qui vengono rappresentati come uomini. Accanto ai giganti sono rappresentate delle scimmie, assenti nel testo di Ovidio. Secondo Guthmüller queste differenze vanno attribuite al testo usato da Giulio Romano, che non era la versione originale ma una traduzione di Niccolò degli Agostini, che aveva riportato un errore di interpretazione del testo già presente in precedenza.
Nella pittura di Giulio Romano troviamo lo stile del maestro Raffaello Sanzio però più maestosa ed imponente e meno raffinata.
Secondo alcuni questo affresco potrebbe rimandare alla vittoria di Carlo V sui francesi, a memoria della visita che l'imperatore aveva effettuato a Mantova poco tempo prima.

La loggia di Davide è uno spazio di passaggio tra gli appartamenti signorili, il cortile d’onore e il giardino. È uno degli ambienti più ampi dell’intero palazzo, dove si poteva soggiornare ammirando il giardino, un tempo ricco di fiori e piante, e le peschiere: per questo motivo ben rappresneta l’idea rinascimentale della vita in villa, fatta di ozio e riposo dalla responsabilità di governo.
La struttura architettonica colpisce per l’ariosità dello spazio, che si apre verso il giardino con tre ampie arcate, poggianti su gruppi di quattro colonne, e con un fornice su pilastri quadrati, affiancato da due arcate cieche, verso il cortile d’onore. Notevole la ricchezza degli ornati plastici, tratti dal repertorio classico.
La decorazione della loggia segue vicende complesse che si protraggono sino al XIX secolo. La ricca documentazione in proposito permette di sapere che inizialmente essa doveva ospitare busti di condottieri, tanto da essere citata anche come “loggia dei Capitani”.
Il nome attuale deriva invece dalla decorazione, fatta di stucchi e affreschi, che si svolge nelle due lunette di testa, nelle lunette del lato ovest e nei lacunari della volta a botte.
La realizzazione delle scene dedicate alla storia di Davide si protrae tra il 1531 e il 1534.
Il protagonista di questo spazio del palazzo è dunque un eroe biblico esaltato per le sue virtù di condottiero e guerriero (Davide e Golia, Davide lotta contro un orso, Davide lotta contro un leone, L’incoronazione di Davide) ma anche per le attitudini poetiche (Davide suona la cetra). I tre ottagoni della volta narrano la storia di Davide e Betsabea: il re vedendo Betsabea al bagno se ne innamora e, non potendo sopportare di dividerla con il marito, manda quest’ultimo a morire in battaglia.
Come già nella camera di Amore e Psiche, sono forti i riferimenti alla vicenda personale del committente. Federico II Gonzaga infatti, innamorato di Isabella Boschetti, già sposata, come Betsabea, accusa di complotto il marito di lei Francesco di Calvisano. Questi fugge, ma viene pugnalato di lì a pochi giorni, su probabile mandato di Federico.
L’intero ciclo dunque può essere interpretato come una sorta di legittimazione, visto il precedente biblico, dell’adulterio e dell’omicidio commessi dal principe.
La loggia rimane a lungo incompiuta, come testimoniano disegni con specchiature e nicchie vuote, e nei secoli successivi numerosi sono gli interventi volti a completarla.
Nel XVII secolo viene realizzata la maggior parte delle statue di virtù poste nelle nicchie, opera poi completata nel 1805 con l’aggiunta di altre cinque statue la cui iconografia è tratta, come in precedenza, dall’Iconografia del Ripa.
Tra il 1808 e il 1809 vengono realizzate, ad opera di Giovanni Bellavite, le specchiature sopra le nicchie e le porte. È qui arricchito, con bassorilievi a imitazione del bronzo, il tema principe delle Storie di Davide.

La Sala dei Cavalli è considerata l’unica sala della villa sia per le dimensioni che per la funzione di spazio pubblico per eccellenza. E’ qui che si svolgevano feste e balli, come quello che vide protagonista l’imperatore Carlo V nella sua visita a Mantova nel 1530.
La sala prende il nome dai protagonisti della decorazione pittorica: gli amati cavalli delle scuderie gonzaghesche. Sono raffigurati a grandezza naturale, su un fondo di paesaggi lontani. Le dimensioni, le posture, gli sguardi li rendono vivi e partecipi dell’ambiente, a testimonianza dell’amore che i Gonzaga nutrivano per questi animali. Le effigi sono veri ritratti, di quattro dei quali è persino tramandato il nome: Morel Favorito, Glorioso, Battaglia, Dario. Il primo e l’ultimo recano ancora traccia della scritta che li identifica
Federico, così come il padre e i suoi avi, li allevava nelle celebri scuderie di famiglia. Essi erano il dono più pregiato che si potesse fare ad un amico, come Giulio Romano, o a un sovrano, come l’imperatore Carlo V. Non è un caso dunque che i cavalli siano protagonisti della stanza di rappresentanza della villa.
L’ambiente è illuminato da cinque finestre e lo spazio è scandito da un’architettura classica dipinta, di ordine corinzio, impreziosita da coloratissimi finti marmi. Al centro della parete meridionale spicca l’imponente camino, pensato come una commistione tra elementi perfettamente rifiniti e conci di pietra rustica. La raffigurazione dei cavalli, ad esaltarne l’eleganza e la solennità, è intervallata da nicchie che fingono statue di divinità e busti di personaggi antichi. Al di sopra di queste sono dipinte, a mo’ di bassorilievi di bronzo, sei Fatiche di Ercole.
La decorazione si conclude fastosamente nel fregio a variopinti girali di acanto, popolato di putti e puttine che giocano sul capo di beffardi mascheroni, elementi briosi che spezzano la cadenzata solennità della finta architettura.
La committenza è celebrata nelle aquile gonzaghesche dipinte agli angoli e nel pregevole soffitto ligneo, dove in oro su fondale blu sono intagliate le imprese del Monte Olimpo e della salamandra.
La sala viene decorata tra il 1525 e il 1527.
La stanza, detta “camarino” nelle fonti per le sue modeste dimensioni, deve il suo nome alle rappresentazioni mitologiche raffigurate nei fregi e tratte dalle Metamorfosi di Ovidio.
L’atmosfera è privata, come evidenziano la luce smorzata data dall’unica finestra e i temi trattati nelle scene figurate della decorazione parietale: la musica apollinea, l’ebbrezza, l’erotismo.
I temi mitologici si alternano a paesaggi. Questa disposizione delle scene e lo stile con cui sono rappresentate, evocano la pittura antica, che gli artisti del ‘500 andavano scoprendo nelle rovine sepolte della Domus Aurea.
Tra le scene tratte da Ovidio: il sensuale abbraccio tra Bacco e Arianna, il cruento Apollo e Marsia ma anche Orfeo agli inferi, Il giudizio di Paride, Danza di satiri e menadi, La sfida tra Apollo e Pan, Dioniso ebbro, Menadi che tormentano un satiro.
Gli artisti ricordati per aver lavorato alla sua decorazione sono Anselmo Guazzi e Agostino da Mozzanica.
La decorazione pittorica risulta essere realizzata intorno al 1527, tra le prime dell’intero palazzo.

Di ridotte dimensioni la stanza prende il nome dal soggetto principale del fregio: le imprese della famiglia Gonzaga.
L’impresa è un emblema formato da una immagine (detta corpo) e da un motto (detto anima). Essa costituisce un elemento di cui fregiarsi per esprimere dei valori cari, per raccontare vicende importanti legate alla propria vita o segreti amorosi. Il significato spesso criptico e la lingua del motto (latino o lingua straniera) rendono l’impresa accessibile solo a una cerchia di amici o a visitatori di elevata cultura.
Adottare un’impresa, trasmetterla di padre in figlio o regalarla ad amici cari e fedeli, diventa, tra Medioevo e Rinascimento, una vera e propria moda presso le corti e gli ambienti umanistici.
A Palazzo Te, così come in tutte le residenze della famiglia Gonzaga, le imprese vengono rappresentate molto di frequente. Nella camera delle Imprese esse sono tenute da putti, che come telamoni in miniatura le reggono con le braccia spalancate tra girali d’acanto: alcune imprese sono connesse al committente, il marchese Federico II (monte olimpo, ramarro, boschetto); altre fanno parte del repertorio della casata (ali, tortora, guanto, cane, sole); almeno due sono legate al padre di Federico, Francesco II (crogiolo, museruola) mentre sono completamente assenti in questa sala le imprese della madre Isabella.
La decorazione pittorica, databile al 1530, è limitata alla parte alta della sala mentre nella parte inferiore sono dipinte finte incrostazioni marmoree.
Invenzione originale è quella di sostituire i tradizionali telamoni con putti, in una sorta di parodia del tema antico, presente in tutto il palazzo, che fa di Giulio Romano un maestro celebrato e imitato.

La Camera del Sole e della Luna, citata come “salotto” nei documenti, aveva la funzione di introdurre gli ospiti alle camere riservate delle Imprese e di Ovidio.
La Sala prende il nome dall’affresco centrale che raffigura il carro del sole e quello della luna.
Qui si concentra la decorazione originaria della volta: la campitura azzurra di fondo è ritmicamente scandita da compartimenti a losanga in stucco bianco che racchiudono figurine, anch’esse in stucco, tratte prevalentemente da monete e gemme antiche, di cui Giulio Romano era collezionista, ma anche dal repertorio dei più alti maestri del ‘500 italiano, Raffaello e Michelangelo.
Negli scomparti triangolari, all’imposta della volta e ai bordi del riquadro centrale, compaiono anche emblemi e imprese dei Gonzaga.
Al centro di questo omaggio all’antichità classica domina un lungo riquadro dedicato alla rappresentazione allegorica del Sole e della Luna.
Con un sorprendente scorcio da sott’in su, viene rappresentata l’ora del crepuscolo con Apollo, il sole dai riflessi rossastri, sul carro che esce di scena mentre alle sue spalle giunge Diana, la luna dalle tonalità pallide, tirata da due cavalli: uno bianco che rappresenta il giorno e uno nero che rappresenta la notte, visto che la luna si muove sia di giorno che di notte.
La tradizione vuole che l’affresco sia stato eseguito, su disegno di Giulio Romano, dal suo più brillante allievo, Francesco Primaticcio. Pur non essendoci riscontri certi nei documenti, la qualità dell’affresco sembra confermare questa ipotesi mentre la differenza di stile tra i diversi stucchi testimonia la compresenza di più mani: probabilmente Nicolò da Milano, Giovan Battista Mantovano e lo stesso Primaticcio.
La decorazione della sala, analogamente alle altre decorazioni di quest’ala del palazzo, è ascrivibile al 1527-28.
L’ardito scorcio adottato per l’affresco del Sole e della Luna suscita l’interesse di molti pittori del Cinquecento: ne sono prova il diffondersi di disegni e stampe e la testimonianza di artisti di grande levatura, come Paolo Veronese, che accolgono l’invenzione giuliesca reinterpretandola in modo nuovo e originale.
La decorazione presente nella parte inferiore della sala è invece più tarda. Nel 1790 i maestri dell’Accademia di Belle Art, che curano il restauro del palazzo, deliberano di ornarne le pareti, giudicate spoglie, con riproduzioni di stucchi cinquecenteschi che si trovano in altre parti del palazzo e due calchi da sarcofagi antichi conservati a Palazzo Ducale

La Camera di Amore e Psiche prende il nome dalla storia di Amore e Psiche, dipinta sulla volta e nelle lunette.
I ventidue passi illustrati da Giulio Romano a Palazzo Te sono tratti dalle Metamorfosi di Apuleio, scrittore latino del II secolo d. C.
Il tema centrale dell’intera decorazione è Amore: divinità “mostruosa”, il più potente tra tutti gli dei, temuto dallo stesso Giove, al quale nessuno può sottrarsi.
Sulle pareti sono dipinte altre favole mitologiche, che narrano di amori contrastati, clandestini, tragici, non corrisposti. Numerose le relazioni tra gli dei e gli uomini (Venere e Adone, Bacco e Arianna, Giove e Olimpiade), ma si narrano anche le passioni fra divinità (Marte e Venere, Aci e Galatea) come anche quelle tra uomini e animali (Pasifae e il toro).
Le pareti sud e ovest coinvolgono il visitatore nei preparativi di un sontuoso banchetto al quale partecipano gli dei. Protagonisti dell’evento Amore e Psiche, sdraiati sul klìne e tra loro la figlia, Voluttà. Si tratterebbe del banchetto che si svolge sull’isola di Venere, così come descritto nel testo umanistico dell’ Hypnerotomachia Poliphili, idealmente paragonata paragonata all’isola del Te.
Pur non essendoci una stretta connessione logica tra tutti gli episodi, pare degna di rilievo l’interpretazione che vede una relazione tra i temi trattati nella decorazione pittorica e la vicenda personale del committente. Sembra esserci un parallelo tra la passione di Amore per Psiche, contrastata dalla madre del dio, e quella nutrita da Federico per Isabella Boschetti, avversato dalla madre del Gonzaga, Isabella D’Este. Così anche nell’amore di Giove per Olimpiade che, come la Boschetti, era sposata.
La sontuosità della decorazione non si manifesta solamente nella varietà dei temi trattati, ma anche nelle tecniche adottate. Le pareti, dipinte ad affresco, presentano rifiniture a tempera e incorniciature a stucco; la volta è realizzata con una struttura in legno, rivestita da un sottile strato di intonaco e decorata con pittura a olio di grande lucentezza e intensità cromatica. Sulla volta sono stucchi dorati più elaborati incorniciano le diverse scene.
Nella sala è possibile leggere la maturità artistica di Giulio Romano, il suo controllo assiduo sulla realizzazione dell’opera, gli interventi diretti e l’indipendenza stilistica rispetto alla scuola romana di Raffaello.
Giulio manifesta un linguaggio innovatore nelle pose artificiose, nelle inquadratre vertiginose, nello sconcertante realismo di alcuni dettagli e nella rappresentazione della sensualità, così come anche nel gioco delle luci sulla volta, dove si associano colori crepuscolari ed effetti di controluce.
Il percorso cerimoniale prevedeva, come accade oggi nel percorso di visita, l’ingresso dalla Sala dei Cavalli. Sulla fascia dorata posta sotto le lunette corre un’iscrizione in caratteri romani che spiega la funzione del palazzo: “FEDERICVS GONZAGA II MAR<chio> V S<anctae> R<omanae> E<cclesiae> et REIP<ublicae> FLOR<entinae> CAPITANEVS GENERALIS HONESTO OCIO POST LABORES AD REPARANDAM VIRT<utem> QVIETI CONSTRVI MANDAVIT” ovvero “Federico II Gonzaga quinto marchese di Mantova capitano generale della Santa Romana Chiesa e della Repubblica Fiorentina ordinò di costruire per l’onesto ozio dopo le fatiche per ritemprare le forze nella quiete”.
La decorazione della camera è realizzata tra il 1526 e il 1528; le fonti registrano interventi diretti di Giulio Romano, coadiuvato da Gianfrancesco Penni, Girolamo da Treviso, Rinaldo Mantovano, Benedetto Pagni, Fermo Ghisoni.

La Camera dei Venti prende il nome dagli stucchi presenti nelle unghie della volta, decorate da grottesche su fondo rosso scuro e da un tondo, al centro, raffigurante la personificazione di un vento che soffia. Ogni maschera ha una particolare caratterizzazione e l’insieme si configura come una sorta di antologia di caricature. Il ruolo dei venti è quello di separare la volta celeste, con le divinità e i segni zodiacali, dal mondo terreno dove, influenzate dalle stelle, si svolgono le vicende umane.
L'ambiente veniva denominato anche camera de’ Pianeti, delle Medaglie, dello Zodiaco.
Motivo centrale della decorazione della sala è quello astrologico, ovvero l’influsso che le stelle esercitano sull’uomo, come spiega l’epigrafe sopra la porta meridionale “DISTAT ENIM QVAE SYDERA TE EXCIPIANT” (Giovenale), che si traduce: “dipende infatti da quali stelle ti accolgano (alla nascita)”.
L’articolazione della volta in pannelli tiene conto del tema: lo schema geometrico vede la raffigurazione, al centro, dell’impresa del Monte Olimpo attorno al quale si dispongono le dodici divinità olimpiche (affrescate o modellate a stucco) preposte alla tutela dei segni zodiacali. Questi ultimi sono presentati nella fascia perimetrale della volta come bassorilievi e si alternano a dipinti con le personificazioni dei mesi.
L’influsso delle diverse costellazioni, associate ai segni zodiacali, è invece raffigurato nella fascia alta delle pareti. Le storie sono racchiuse in una cornice circolare a finto marmo, dipinta in prospettiva.
Giulio Romano illustra le attitudini e le attività indotte negli uomini non tanto dal segno zodiacale, quanto dalle costellazioni “extrazodiacali” presenti alla nascita, i così detti “paranatellonta”. L’intero ciclo è ispirato alle teorie astrologiche presenti nei testi antichi di Firmico Materno e Manilio.
Interessante anche il tema decorativo dei peducci della volta, sorretti da satiri e satiresse con le braccia alzate che svolgono il compito di telamoni.
La camera si qualifica come ambiente riservato; qui si intrattenne, nel corso della sua visita nel 1530, l’imperatore Carlo V, dopo aver pranzato nella camera di Amore e Psiche.
La decorazione viene realizzata tra il 1527 e il 1528. Vi partecipano lo scultore Nicolò da Milano (stucchi di figura e festoni), lo stuccatore Andrea di Pezi (foglie d’acanto sui peducci e incorniciature a stampo) e i pittori Anselmo Guazzi, Agostino da Mozzanica, Benedetto Pagni e Girolamo da Treviso.
In marmo di Brentonico le mostre delle porte e il camino, che presenta sull’architrave una scritta dedicatoria relativa al committente.

La Camera delle Aquile, chiamata anche Camera di Fetonte, dal tema dell’affresco nell’ottagono centrale, era stanza privata di Federico Gonzaga.
Ciò che caratterizza questo ambiente è la ricchezza della decorazione in uno spazio tanto limitato, nonché la varietà materica: affreschi, stucchi (molti dei quali un tempo ricoperti da foglia d’oro zecchino) e marmi.
Lo schema della volta è complesso, al centro l’ottagono con la Caduta di Fetonte, figlio di Apollo che, conducendo il carro del Sole senza esserne in grado, provocò gravi danni alla terra, tanto che Giove dovette farlo precipitare con un fulmine. Giulio Romano propone la scena dell’apparizione di Giove e della caduta di Fetonte scorciata dal basso, con forti effetti di controluce.
Attorno all’ottagono centrale la volta viene suddivisa in otto lunette da tralci di vite in stucco abitati da putti giocosi, eseguiti da Primaticcio. Le quattro agli angoli sono conchiglie dorate che fungono da sfondo alle aquile araldiche di colore nero, rese con tratti naturalistici ricavati da modelli antichi; le quattro corrispondenti al centro delle pareti sono al loro interno compartite da rilievi in stucco in sei riquadri affrescati con scene mitologiche, secondo uno schema già presente a Palazzo Madama.
Le lunette sono impostate su peducci dorati che sorreggono arpie.
Nello spazio di risulta tra le lunette minori e l’ottagono trovano posto in riquadri mistilinei quattro bassorilievi di stucco, attribuibili a Primaticcio, raffiguranti: Nettuno che rapisce Anfitrite; Giove che rapisce Europa; Mercurio dinanzi a Giove, Giunone e Nettuno; Plutone che rapisce Proserpina.
Di notevole qualità anche le quattro fasce dipinte alla base delle lunette maggiori con battaglie mitologiche.
Al di sotto di questa già ricca decorazione corre un fregio dove si alternano trofei a stucco con un ampio repertorio di armi, corazze, scudi, elmi, rostri e strumenti musicali, cammei (posti negli angoli sotto le grandi aquile) e busti femminili in marmo entro clipei.
Anche gli elementi architettonici si distinguono per la qualità dei materiali utilizzati. Il camino è di una bella varietà di marmo lumachella delle prealpi trentine, mentre le mostre delle porte sono di un marmo greco chiamato “portasanta” perché utilizzato per intagliare, nella ricorrenza giubilare del 1525, la porta Santa della Basilica di San Pietro a Roma. I documenti attestano che i portali di Palazzo Te furono realizzati nello stesso anno e dallo stesso maestro di marmi che realizzò quello di San Pietro.
Le scritte sul camino e sugli architravi delle porte commemorano il committente.

La Camera degli stucchi è ornata interamente di stucchi senza alcuna pittura; si tratta di un ambiente raffinato e di forte gusto antiquario. I rilievi a stucco imitano il marmo sia nella levigatezza plastica del modellato che nel colore candido.
Lungo le pareti corrono due fregi sovrapposti: l’idea è innovativa, ma lo sviluppo del motivo decorativo trae ispirazione dalle colonne coclidi di Traiano e di Marco Aurelio.
Viene qui raffigurato e minutamente descritto un esercito romano in marcia, astratta rievocazione storica, svincolata da precisi riferimenti, nella quale Giulio Romano dà prova della perfetta conoscenza archeologica dell’iconografia militare antica. I riferimenti alla contemporaneità sono limitati a due stemmi, quello degli Asburgo e quello dei Gonzaga. Così i valori esemplari degli antichi nell’arte bellica sono trasposti nella tradizione militare dei Gonzaga e negli eserciti dell’Impero.
Le figure occupano quasi completamente il fregio, lungo oltre sessanta metri. Le azioni e le pose degli innumerevoli personaggi sono tanto varie da rendere la parata multiforme e avvincente; l’ambientazione è invece ridotta a pochi elementi architettonici o naturalistici.
La maniera antica è ripresa in modo originale nella volta a botte cassettonata, dove venticinque riquadri sono decorati a bassorilievo in stucco bianco su fondo nero quasi ad imitare, nella finezza delle figure, cammei di pietre dure. Gli stessi soggetti effigiati sono tratti dalla storia classica e dal mito, fatta eccezione per una scena, inspiegata, di battesimo.
Le lunette, anch’esse decorate in stucco su fondale di finto marmo, riprendono il tema bellico del doppio fregio con Ercole, l’eroe guerriero seduto sulla pelle di leone e appoggiato alla clava in quella orientale, e Marte, modellato quasi a tutto tondo, nella nicchia occidentale.
La decorazione è realizzata da Francesco Primaticcio, con la collaborazione di Giovan Battista Mantovano, prima della partenza del Primaticcio per la corte di Francia nel 1531.
La camera degli imperatori è detta anche di Cesare per il soggetto della scena al centro del soffitto. La decorazione originale si concentra sulla volta ed è organizzata con un pannello piano centrale, due grandi pannelli rettangolari sui lati lunghi separati da un tondo e un pannello rettangolare sui lati brevi. Qui trovano spazio le scene figurate che danno il nome alla camera e che rappresentano attraverso esempi antichi le virtù proprie di un principe rinascimentale.
La scena principale è dedicata all’episodio di Cesare che ordina di bruciare le lettere di Pompeo, narrato da Plinio come esempio di assoluta correttezza militare.
I sei pannelli rettangolari sono interamente occupati da grandi figure di imperatori e guerrieri. Sono stati individuati: Alessandro Magno, Giulio Cesare, Augusto, Filippo di Macedonia.
I tondi sui lati lunghi della volta presentano episodi storici legati alla magnanimità dei sovrani antichi: Alessandro Magno che ripone l’Illiade e l’Odissea in uno scrigno da un lato e La continenza di Scipione dall’altro.
Gli angoli della volta sono invece ornati a ottagoni intrecciati su fondo azzurro, bordati di bianco e con palmette dorate al centro e ospitano, nella parte inferiore, medaglioni ovali con le imprese gonzaghesche del boschetto, della salamandra, dell’Olimpo e dello Zodiaco, sostenute da putti e vittorie alate.
Al di sotto della volta corre un fregio dipinto con putti e medaglioni realizzato nel 1788-1789 dal pittore accademico Felice Campi in sostituzione di un rifacimento di inizio secolo e con l’intenzione di restituire quello che doveva essere il motivo cinquecentesco originale.

Il Camerino a Crociera separa l’ala monumentale del palazzo da quella delle stanze private, meno riccamente decorate.
La volta a crociera, da cui prende il nome, è decorata tra il 1533 e il 1534.
Gli stucchi a stampo sono eseguiti da Biagio de Conti e Benedetto di Bertoldo, mentre le finiture a mano delle foglie d’acanto dei peducci sono realizzate da Andrea de Conti.
La volta è dipinta a grottesche da Gerolamo da Pontremoli, in tonalità cangianti sul rosa, rosso, giallo dorato e verde argentato; la composizione propone erme di Diana Efesina inquadrate da sfingi su due vele opposte, e sulle altre da coppie di amorini che reggono un medaglione.
La parte inferiore della stanza è decorata nel 1813, a finto marmo e rilievi a stucco, dal ticinese Gerolamo Staffieri.

Il Camerino delle Grottesche è rivolto a meridione ed è coperto da una volta a padiglione ottagonale, decorato nel 1533.
Le incorniciature a stucco sono opera di Andrea di Conti, mentre Luca da Faenza si occupa della decorazione a grottesche che si sviluppa sulla volta e dalla quale la stanza prende il nome.
In ogni vela le grottesche si compongono attorno a un riquadro con aggraziati giochi di putti in bassorilievo su fondo nero o rosso, come piccoli cammei sorretti da putti più grandi. Tutt’attorno un repertorio di mascheroni, fiori, insetti, uccelli, animali fantastici, figurine mitologiche, nei toni del bianco e del giallo dorato.
Nel sottarco della finestra rimane una fascia dipinta a grottesche che reca al centro un tondo con l’immagine di Amore, assegnabile a Gerolamo da Pontremoli.

Il camerino di Venere è un ambiente di piccolissime dimensioni che immetteva attraverso una scala alla stufetta, bagno privato di Federico II, nel mezzanino.
Il nome deriva dal tondo affrescato al centro della volta, raffigurante la Toeletta di Venere. La dea , tiene in mano uno specchio ed è in compagnia di Amore.
Il tema iconografico è completato da amorini che porgono in volo alla dea oggetti da toeletta: piumino e pennello, fiala di profumo, salvietta, specchio, pettini, turbante.
Le figure si inseriscono in modo grazioso in una più ampia decorazione a grottesca con rettangoli dai fondali ocra e rosso dalle vivaci cromie. Nelle fasce perimetrali dal fondo bianco la decorazione presenta spade, scudi, faretre che alludono alle virtù marziali del signore.
La scomparsa della decorazione a stucco alla base della volta limita fortemente la lettura dell’affascinante ambiente, dipinto nel 1534 da Gerolamo da Pontremoli.

La Camera dei Candelabri presenta nel suo complesso un’impostazione neoclassica dovuta alle decorazioni parietali e del soffitto dello Staffieri, datate 1813.
Originale, e dovuto al disegno di Giulio Romano, è invece il fregio scandito da candelabri in stucco, da cui la camera prende il nome. Agli angoli trionfi di armi e barbari prigionieri di grande risalto palastico.
Il contrasto dei bianchi rilievi sui fondi scuri verdi e rosso dona grande intensità cromatica al fregio, che vede il succedersi di stucchi e scene dipinte raffiguranti personaggi della mitologia classica, biblici (David e Giuditta) e della storia romana (Tarquinio e Lucrezia). Vi si trova un’alternanza di esempi virtuosi e viziosi, sintetizzati dalla scena con Ercole al bivio.
Come attestano gli atti di pagamento, gli stucchi vengono realizzati, nel 1527, da Giovan Battista Scultori e Nicolò da Milano; le decorazioni pittoriche sono invece attribuibili ad Agostino da Mozzanica.

La Camera delle Cariatidi ha subito le trasformazioni più radicali. La decorazione della sala è frutto di una mescolanza di apparati originali, di ornati neoclassici e di stucchi cinquecenteschi provenienti da Palazzo Ducale e qui reimpiegati.
Pertinenti alla decorazione originale sono gli stucchi racchiusi entro tondi della fascia più alta del fregio, probabilmente opera di Nicolò da Milano, mentre le cariatidi (da cui la camera prende il nome), i telamoni e i pannelli raffiguranti le tre parti del giorno della fascia sottostante vennero realizzati su disegno di Giulio Romano per l’appartamento vedovile di Isabella d’Este e per l’appartamento di Troia, nel palazzo Ducale.
La decorazione neoclassica e l’inserimento dei rilievi provenienti da Palazzo Ducale sono il frutto di un intervento dello Staffieri del 1813.

La camera delle Vittorie prende il nome dalle due Vittorie alate che, insieme a due figure allegoriche della Fama reggenti lunghe trombe, stanno agli angoli dell’ambiente.
Il fregio si compone di una raffinata decorazione pittorica a grottesche, su campo colorato a imitazione di pietre dure, come annotava un documento coevo. Le partizioni di forma ovale contengono croci di stucco che inquadrano busti clipeati, anch’essi a rilievo.
Gli stucchi sono attribuiti a Nicolò da Milano mentre la decorazione pittorica ad Agostino da Mozzanica. L’intera decorazione della sala è ascrivibile al 1528.
Degna di particolare nota è la decorazione del soffitto dove, fatto unico in tutto il palazzo, i lacunari in legno sono decorati con scene di vita quotidiana scorciate da sott’in su, con evidenti citazioni della mantegnesca Camera picta di Palazzo Ducale.
Vi si ritrovano una donna che spulcia un bambino, un’altra donna che stende una camicia, una giovane che si pettina e una fanciulla che posa un vaso di garofani sulla balaustra, mutuato direttamente dal precedente mantegnesco.

Le occupazioni spagnole, francesi e austriache e le varie guerre fecero sì che nel corso degli anni il palazzo venisse utilizzato come caserma e i giardini come accampamenti per le truppe depauperando le sale e distruggendo alcune sculture (sulle pareti della sala dei Giganti rimangono tutt’oggi visibili i graffiti e le incisioni con nomi e date di un passato poco glorioso per il monumento). La proprietà della villa dalla famiglia Gonzaga passa, tranne il breve periodo della dominazione napoleonica, al governo austriaco sino al 1866 quando viene acquisita dallo Stato Italiano. Nel 1876 l’edificio diviene proprietà del Comune di Mantova. Dopo parecchi restauri il palazzo restituisce oggi, con le sue sale e i giardini, un’incantevole tuffo nella creatività di Giulio Romano e nell’importanza della corte dei Gonzaga. Grazie al riassestamento dell'orangerie, dove venivano coltivati arance e limoni, è stato creato un vasto ambiente adibito a luogo di esposizioni temporanee. Ma ulteriore scopo dell'impegno delle istituzioni cittadine era di ricavare in Palazzo Te un museo affinché fossero ospitate almeno una parte delle collezioni civiche. Lo spazio espositivo permanente fu ricavato nelle sale al piano superiore. Quattro sono le collezioni esposte:

La Sezione Gonzaghesca è costituita da materiali legati prevalentemente alla storia mantovana di età gonzaghesca (1328-1707): una Collezione Numismatica costituita da 595 monete prodotte dalla Zecca di Mantova, una collezione di coni e punzoni, l'antica serie di pesi e misure dello Stato di Mantova e una raccolta di 62 medaglie dei Gonzaga e di illustri personaggi mantovani.

La sezione Mondadori è costituita da diciannove dipinti di Federico Zandomeneghi (1841-1917) e da tredici di Armando Spadini (1883-1925), raccolti da Arnoldo Mondadori e donati nel 1974 dagli eredi dell'editore di origine mantovana.

La raccolta egizia di Giuseppe Acerbi (1773-1846), console Generale d'Austria in Egitto, partecipò nel 1829 ad alcune fasi della celebre spedizione archeologica condotta da Jean François Champollion. Costituì un'importante raccolta di materiali archeologici, 500 pezzi che nel 1840 donò alla città di Mantova. Ora la sua collezione è interamente esposta in Palazzo Te.

La collezione mesopotamica costituita da Ugo Sissa, architetto e pittore mantovano (1913-1980), capo architetto a Bagdad tra il 1953 e il 1958, consta di circa 250 pezzi d'arte mesopotamica databili tra la fine del VI millennio a.C. e la fine del I millennio d.C.



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martedì 5 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO DI LUGANO : VALSOLDA

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Valsolda è un comune italiano della provincia di Como in Lombardia.

Sul ramo settentrionale del Lago Ceresio, fra Lugano e Porlezza, si affaccia il comune di Valsolda, un verde ed aperto vallone dominato da una cinta montuosa. Le principali cime sono: Monte Pizzoni, Colmaregia, Bronzone, Cima Noresso, la Fiorina, l'Oress e Cavrighé, le torri dolomitiche dei Denti della Vecchia, non visibili dalle varie frazioni ma solo salendo in quota.

Fu feudo dell'impero da tempo immemorabile, appartenente agli abati del monastero di Sant'Ambrogio di Milano.

Nel XIII secolo gli imperatori Hohenstaufen concessero il feudo alla mensa arcivescovile di Milano che vi esercitò una vera potestà temporale, riconosciutale con le periodiche investiture imperiali susseguitesi nei secoli (1311, 1531). Il suo territorio era composto da XII Terre e sei Comuni, e il capoluogo amministrativo fu posto a S. Mamete ove risiedeva periodicamente un delegato dell'arcivescovo che vi esercitava anche funzioni di giudice straordinario, affiancandosi al potere amministrativo del podestà elettivo della valle.

Il governo austriaco, con dispaccio imperiale del 1784, disconobbe la sovranità degli arcivescovi sulla valle e la integrò di fatto e di diritto nello stato di Milano.

Il comune di Valsolda venne creato nel 1927 dalla fusione dei comuni di Albogasio, Castello, Cressogno, Dasio, Drano con Loggio e Puria.

L’ipotesi più accreditata fa risalire l’origine del nome Valsolda all’espressione latina vallum solidum, ovvero sistema fortificato.
Il comune di Valsolda confina a nord con la Svizzera e la Val Cavargna; ad est con il territorio di Cima; a sud con il lago di Lugano e ad ovest con la Svizzera.

La Valle, tutta rivolta a mezzogiorno, è soleggiata da mattina a sera e protetta verso nord da una barriera di monti.
L'aspetto della Valsolda, per chi lo contempla dal lago, è veramente ameno e pittoresco, poiché alla maestosa nudità delle rupi dolomitiche che dominano in alto, fa riscontro il delizioso panorama dei villaggi disposti a scala per il pendio e i boschi che si stendono dalle rive, colmi di lussureggiante vegetazione.

Le case concorrono a dare un aspetto suggestivo. Il territorio dell'attuale Comune di Valsolda ha forma, grossomodo, di anfiteatro semicircolare, aperto al centro verso il lago Ceresio, limitato verso Porlezza dai Monti Pizzoni (1303 m) e verso Lugano dalla Colmaregia (1516 m), dalle Cime di Noresso (1721 m) e di Fiorina (1809 m), per tornare al lago ad oriente col Bronzone (1434 m), la Forcola (1195 m) e di nuovo coi Pizzoni.

La Valsolda è costituita da due valloni che congiungono le acque del torrente Soldo prima di sfociare nel lago. Il vallone occidentale proviene dal Monte Boglia e dall'Alpe di Castello (1250 m), l'altro orientale dall'Arabione o Torrione (1805 m ) e dal passo Stretto (1101 m).

La superficie della Valsolda è di 31,64 Kmq.
Vi è compresa una parte della sponda opposta del lago, sul monte Bisnago, mentre è esclusa la regione di Cima che fino al 1480 era incorporata alla Valsolda ed era chiamata «La cima», perché segnava la punta estrema orientale della regione. In Valsolda l'inverno è breve e la neve difficilmente vi si sofferma. Le piogge sono generalmente abbondanti in primavera ed in autunno, la nebbia è rarissima e prevale il sereno. Dominano di frequente i venti locali che sono: il Tivano, che spira il mattino dal lago alla terra (est - ovest), la Breva, che ha direzione opposta (ovest - est). Per la sua fortunata posizione, la Valsolda ha una vegetazione assai varia: dagli ulivi e limoni della riva, agli abeti della Serte, ai faggi della Bolgia.

Il comune è nato nel 1927 dalla fusione di sei comuni preesistenti: Albogasio, Castello Valsolda, Cressogno, Dasio, Drano e Puria in Valsolda.
Il comune di Valsolda non è costituito da un unico centro urbano ma da una serie di frazioni, alcune delle quali in riva al Lago di Lugano (Cressogno, San Mamete, Albogasio, Oria e Santa Margherita, sul lato opposto del lago), altre sulle pendici della montagna (Loggio, Drano, Puria, Dasio e Castello), Il territorio del comune e quello della valle occupata (Valsolda o Val Solda) corrispondono completamente.

In epoca medioevale Albogasio (304 m)fu il primo nucleo abitativo della rocca di S. Martino sostituito poi dall'abitato di Castello. La frazione è divisa in due parti: Albogasio superiore e inferiore collegate tra loro da numerose e ripide scalette. Ad Albogasio superiore spicca un'imponente costruzione denominata Villa Salve. Il palazzo fu ideato, dall’architetto valsoldese Isidoro Affaitati, che in Polonia progettò una costruzione quasi identica. Al centro della casa c’è un cortile, che dà luce all’edificio, da cui partono le scale per gli appartamenti. La facciata ha un doppio loggiato rivolto verso il lago.  Nella piazza Malombra, vicina alla villa, si trova un lavatoio costruito dal Comune nel 1867. Altro imponente edificio è il "Palazzo delle colonne". Albogasio inferiore è posto a ridosso del lago e ha un pontile di attracco per le barche. Una graziosa mulattiera, che costeggia il lago,  lo collega ad Oria . Il paese è dominato dalla chiesa dell'Annunciata  che lo sovrasta dalla sua altura. Ad est della chiesa scende verso Cadate la scala della Calcinera, dove, nel Piccolo Mondo Antico, Fogazzaro localizza l'incontro tra Luisa e la marchesa. La posizione a scala dell'abitato di Albogasio consente a quasi tutte le case di godere del bellissimo panorama del Ceresio e della valle circostante.

Il paese di Castello (451 m) è posto a strapiombo sopra  un dirupo, meno ripido verso S. Mamete, più impervio nella parte verso Puria chiamata per questo "Al pizz". Le case a ridosso dell'erta sono poste a semicerchio, le altre nella fila dietro e poi a scalare verso monte dove si trovava l'antica rocca. Il paese è un labirinto di vicoli, scalette, portici, anfratti, case addossate le une alle altre tipiche dei sistemi difensivi. Ovunque a Castello si aprono scorci di panorama davvero incantevoli: dal sagrato della chiesa si può ammirare il lago fino al S. Salvatore, il promontorio di S.Mamete, Oria e Albogasio; dal centro del paese si apre la vista su Drano e Loggio e dal portico del Fighett appare inquadrata tutta l'alta valle con la sua corona di monti.Salendo alla chiesetta dell'Addolorata, un tempo oratorio di S. Martino, si ha una visuale a 360 gradi dell'intera valle. La chiesetta apparteneva un tempo al castello e sembra avere origini molto antiche  visto che risultava già abbandonata alla fine del 1500. Dell'antico castello rimangono solo le fondamenta con i segni di quattro bastioni angolari. L'edificio è stato trasformato in un'abitazione privata. L'ultimo castellano che si ricorda fu Stefano Confalonieri, un nobile milanese che, nella metà del 1200, dava rifugio agli eretici e che fu il mandante dell'uccisione di frate Pietro il cui martirio è raffigurato in molte chiese di Valsolda. Tra le case di rilievo del borgo c'è la casa nativa del pittore Paolo Pagani, nato a Castello nel 1655. L'abitazione è stata utilizzata fino agli anni '70 come scuola elementare ed ora è in corso un restauro per adibirla a museo. Sui muri delle vecchie case si intravedono ancora affreschi, stemmi, stucchi e portali.

Il paese di Cressogno (277 m) si affaccia sul lago e il suo Santuario è posto all’estremo confine della valle verso il territorio di Porlezza. È diviso in Cressogno inferiore, situato lungo la riva, nella zona sottostante la statale Regina e Cressogno superiore che si estende dalla Caravina fino a Loggio.

A Cressogno inferiore troviamo la chiesetta di San Nicola e la casa che nel “Piccolo mondo antico” era abitata dalla marchesa Maironi. Vicino alla villa c’è un grazioso imbarcadero. A Cressogno superiore si trova la vecchia canonica sul cui ingresso si vede ancora lo stemma dell’arcivescovo Federico Visconti e l'immagine di una Veronica. Lungo la viuzza che attraversa il paese vi sono due lavatoi. Dalla parte a monte partiva una mulattiera che conduceva a Dasio della quale rimane solo un piccolo tratto iniziale.

Proseguendo verso il Santuario si incontra un oratorio di San Carlo: l’ultimo di quelli pensati dai Valsoldesi per glorificare il loro arcivescovo. Fu fondato nel 1617 e progettato da Domenico Pellegrini, nipote di Pellegrino. Nella volta del tempietto è raffigurato il Santo nella gloria del paradiso. Da questo luogo si può ammirare un bellissimo scorcio di panorama del lago e dei monti sovrastanti.

Il paese di Dasio, posto a 580 m, è il più alto della Valsolda. Lo sovrastano le cime rocciose di Noga e di Sasso di Monte. Da lì parte ancora l’antica via, ora sentiero delle 4 valli, che attraverso il Passo Stretto mette in comunicazione con il Lario e la Svizzera.

Lungo i vicoli e le stradine si possono osservare caratteristiche case e  vecchie stalle. Nella parte alta del paese c’è una fontana chiamata “Carciò” rinomata per la bontà della sua acque sorgive. Le stesse acque, due vie più sotto, vengono raccolte in un pittoresco lavatoio. All’ingresso del paese vi è la vecchia caserma della finanza, ormai diroccata, punto di controllo del contrabbando locale fino al dopoguerra.

Sopra la chiesa c’è una palazzina con giardino che un tempo era adibita a locanda, lì soggiornò Fogazzaro per scrivere l’ultima parte del suo romanzo: ”Leila”. Annesso vi era il “gioco delle bocce”, svago in uso in Valsolda fino alla metà del 1900.

Drano (473 m), che fino a qualche decennio fa era il più piccolo della Valsolda, ha avuto in questi anni un notevole sviluppo urbanistico  che l'ha trasformato. Il vecchio nucleo del paese è posto a strapiombo sopra una collinetta e domina la valle sottostante. Qui si trovano due antiche case: casa Pezzi e casa Prata. Domenico e Giacomo Pezzi furono, nel seicento, l'uno curato e l'altro ricco mercante a Venezia.

Casa Prata, oggi Sambucini, ha un doppio ordine di logge con colonnine e un oratorio interno. Nella parte alta del paese, in una minuscola piazzetta intitolata a S. Simone, si trova la chiesetta di Drano, dedicata ai SS. Innocenti. Lungo le contrade si notano resti di stemmi e portali decorati, testimonianze di signorili edifici. Dalla piazza parte la mulattiera che porta ai pascoli di Rancò e al Passo Stretto. All'imboccatura del viottolo si trova il lavatoio, recentemente ristrutturato.

Il paese di Loggio (370 m) è posto al centro della Valle ed è l'unico agglomerato in posizione pianeggiante. Il paese è percorso orizzontalmente da due contrade parallele, lungo le quali si possono osservare vecchie abitazioni, spesso affrescate con temi religiosi. Nella contrada superiore, in una piccolissima piazzetta, si trova casa Mossini.

Sopra il portone dell'entrata vi è un'immagine della Sindone  con la Madonna dai sette dolori. Lungo la facciata una serie di graffiti con putti. Il culto della Sindone, presente a Loggio, sembra derivare da un periodo di emigrazione di alcuni lavoratori del luogo a Torino, in un momento di ostensione della stessa. Sempre nella contrada superiore c'è casa della Vignora con un triplice loggiato interno. Da qui parte un viottolo che collega il paese con Drano, sentiero ripido chiamato Scarell. Nelle vicinanze si può osservare un lavatoio coperto, cinquecentesco, con una mola circolare in pietra.

Uscendo dal paese, verso ovest, si arriva  a una piazzetta da cui parte sia la scalinata che porta alla parrocchiale proseguendo poi  come mulattiera verso la valle alta, sia il sentiero che porta a S. Mamete. Prendendo l'acciottolato che scende si arriva ai prati di Campò e ai Dossi, oltre i quali si trova il cimitero e l'oratorio di S. Carlo all'Esquilino. Il tempietto ha una base ottagonale, sormontata da una parte circolare: sorge nel punto in cui vi era una cappella dedicata alla Madonna delle Nevi.In cima alla scalinata, oltrepassata la casa Effata, oratorio di Loggio, c'è la chiesa di S. Bartolomeo.

I due edifici comunicavano attraverso un sottopassaggio. All'ingresso del sagrato si trova un ossario, utilizzato soprattutto nel 700. Le pareti, ormai scrostate, erano completamente affrescate con motivi allegorici riferiti alla morte. Si intravedono ancora alcune scene in cui la morte è rappresentata con la falce e una scritta dice :"Nemini parco".

La frazione di Oria (272 m) è posta all'estremo confine ovest della Valsolda  e segna il punto di valico con la Svizzera . Il nucleo si distende lungo la riva del lago e gode di una maggior tranquillità rispetto agli altri paesi lacustri poiché non è attraversato dalla Statale. Una panoramica mulattiera lo collega ad Albogasio. Il centro è costituito da un grazioso imbarcadero, un portico che dà accesso al pontile e una pittoresca piazzetta a forma di anfiteatro con due scalinate laterali.

A lago vi sono belle ville con piccoli giardini. Dall'imbarcadero un sentiero conduce alla villa del Nisciorée e alla dogana. A lago è anche la chiesetta parrocchiale, col suo sagrato dagli alti cipressi che dà accesso a quello che, nel Piccolo mondo antico, era l'"Orto di Franco". Il giardino è formato da un viale ricoperto da un pergolato di glicine e da un praticello ben curato dove svettano alcuni cipressi e un gigantesco pino marittimo col tronco avvolto da una siepe d'edera. Dall'altro lato del sagrato c'è la Villa del Fogazzaro. Dalla viuzza che la attraversa si può notare la darsena dove il poeta ambienta la morte di Ombretta. La casa è formata da una cinquantina di stanze, ancora arredate come al tempo del Fogazzaro e vi si possono osservare oggetti, foto, ricordi che gli sono appartenuti. Interessanti stanze sono: il salone "Siberia", chiamato così perché posto sopra la darsena e quindi freddo, la biblioteca, la sala della musica, e il corridoio in cui sono esposti i ricordi, tra i quali un servizio di piatti regalato all'attuale proprietario dalla regina Elisabetta d'Inghilterra.
Dal corridoio si accede al terrazzino nel quale, nel romanzo, lo zio Piero accendeva il lumicino per segnalare la direzione quando Franco e Luisa uscivano in barca nelle notti nebbiose. Bellissimi sono i giardinetti, posti su tre livelli, in cui  si trovano  glicini, limoni, allori, siepi  e una  vecchia pianta di olea fragrans. Alla morte dell'attuale Marchese Roi, la Villa verrà donata al F.A.I.

Santa Margherita (272 m) posta sulla sponda opposta del Ceresio, di fronte a Oria, ai piedi del monte Bisnago, c'è un piccolo agglomerato valsoldese chiamato S. Margherita. Il "paesino", raggiungibile solo via lago, è formato da un piccolo nucleo di case, alcune ville a lago, qualche cantina e una chiesa.

Fino alla metà del 1900 una funicolare univa il paese a Lanzo Intelvi, ora si vede solo una vecchia locomotiva adiacente all'albergo stazione ormai diroccato. A S. Margherita  esistevano anche due caserme della finanza, una è ora adibita ad abitazione privata, mentre l'altra  è stata acquistata del Comune che ha ripristinato l'attracco posizionando un pontile mobile. Sulla facciata dell'edificio semidiroccato si vedono due affreschi  e a lato una vecchia torretta.

Al tempo della peste del 1600 S. Margherita venne utilizzato come lazzaretto allo scopo di contenere la diffusione del male.

S. Mamete (271 m) è situato su un piccolo promontorio nel punto in cui il  fiume Soldo sfocia nel Ceresio. È  il capoluogo della valle, sede del municipio e dell'ufficio postale ed è provvisto di un pontile per l'attracco dei battelli. Ha una pittoresca piazzetta, attorniata da portici che proseguono fino al lago. In questa piazza, un tempo non attraversata dalla statale Regina, si svolgevano le attività commerciali e amministrative della valle.

Attualmente vi sono alcuni bar, negozi, banche e un albergo. Percorrendo suggestivi vicoli, nella parte a monte del paese, si arriva al vecchio mulino e all'antica filanda, ormai diroccati. La via Bellotti porta al municipio dove, nella sala consiliare si possono ammirare due tele del pittore valsoldese Paolo Pagani. In una è rappresentato "Il sacrificio di Isacco" e nell'altra un "Santo con due putti".

Nel giardinetto davanti al municipio un sottopassaggio porta al parchetto pubblico di San Mamete: piccolo, ma grazioso spazio provvisto di una piscina per bambini e di una spiaggetta con un'incantevole vista sul lago. Il fiume Soldo divide il  nucleo del paese dalla zona di Casarico, dove si può ammirare Villa Claudia, un tempo Villa Lezzeni, con il suo bellissimo parco. La villa possiede un oratorio privato dedicato a S. Filippo Neri. All'imbarcadero di Casarico ha inizio la vicenda del Piccolo Mondo Antico, che vede in una grigia giornata tempestosa, arrivare dal viottolo che portava ad Albogasio, i Pasotti in procinto di imbarcarsi per Cressogno. Li aspetta un pranzo, offerto dalla marchesa Maironi , a base di risotto e tartufi.

Oltre Casarico, in località Cadate, si trova il vecchio ospedale di Valsolda, ora solo in piccola parte utilizzato dalla Croce Rossa. Lo stabile, un tempo villa Affaitati, fu donato da Monsignor Renaldi, col vincolo di usarlo per i poveri della valle. Dalla piazzetta di S. Mamete parte una scalinata che porta alla parrocchiale di S. Mamete e Agapito e prosegue come mulattiera verso la valle alta.

All'inizio della scala uno stemma arcivescovile e una scritta che invita a non ricorrere ai tribunali, identifica uno stabile che in epoca feudale era utilizzato come Pretorio. Ora è casa parrocchiale e al posto delle vecchie prigioni è stata ricavata una cappella. In cima alla scalinata si trova la Parocchiale. Più avanti uno dei tre Oratori di San Carlo, eretto nel 1610 in occasione della canonizzazione dell'arcivescovo. Il tempietto a forma circolare fu progettato da Domenico Tibaldi, nipote del Pellegrini. All'interno una tela con il ritratto del Santo. La devozione popolare racconta che S. Carlo, in occasione della sua seconda visita in Valsolda, mentre saliva verso l'alta valle, si appoggiasse alla roccia  lasciando con la mano un'impronta. I fedeli scolpirono in quel punto una croce e successivamente fu scelto quel luogo per edificare l'Oratorio.

Persone legate a Valsolda:
Isidoro Affaitati (Albogasio Valsolda, 25 dicembre 1622 – Varsavia, 1684 circa), architetto.
Romano Amerio, docente al liceo di Lugano, professore universitario, autore di testi filosofici e teologici e del libro Introduzione alla Valsolda, 1970.
Pierino Bonvicini (Oria Valsolda, 3 ottobre 1923 – Massa Carrara, 4 aprile 2004), poeta, scrittore.
Victoria Cabello, (Londra, 12 marzo 1975), conduttrice televisiva.
Kurt Felix (San Gallo, 27 marzo 1941 – 16 maggio 2012), conduttore televisivo.
Antonio Fogazzaro (Vicenza, 25 marzo 1842 – Vicenza, 7 marzo 1911), scrittore e poeta italiano che ha vissuto a lungo nella frazione di Oria e che ha ambientato in Valsolda numerose sue opere.
Brunella Gasperini, pseudonimo di Bianca Robecchi (Milano, 22 dicembre 1918 – Milano, 7 gennaio 1979), giornalista e scrittrice italiana, trascorse parte della sua vita nella frazione di San Mamete Valsolda, dove è sepolta.
Domenico Merlini (Castello Valsolda, 22 febbraio 1730 – Varsavia, 20 febbraio 1797), architetto italiano, attivo principalmente in Polonia nella seconda metà del Settecento.
Paolo Fontana (Castello Valsolda, 28 ottobre 1696 - Zaslavia, 17 marzo 1765), architetto italiano-voliniano, tra i principali esponenti dell'architettura barocca in Ucraina.
Paolo Pagani (Castello Valsolda, 22 settembre 1655 – Milano, 5 maggio 1716), pittore.
Giovanni Antonio Paracca, detto il Valsoldo, (Castello Valsolda, 21 novembre 1546 – Roma, 29 ottobre1599), è stato uno scultore italiano.
Giacomo Paracca di Valsolda, detto Il Bargnola, attivo al Sacro Monte di Varallo nel 1588-89.
Giovanni Antonio Paracca, detto Il Valsoldino (Valsolda, 20 gennaio 1572 – Roma 1646), scultore.
I Fratelli Pozzi (Marco Antonio, Giovanni Pietro e Francesco) di Puria, pittori attivi tra le ultime decadi del XVI secolo e le prime del XVII secolo.
Salvatore Pozzi (Puria, 1595 – 1681), pittore.
Pellegrino Tibaldi detto Il Pellegrini (Puria, 1527 – Milano, 1596), architetto, scultore e pittore.
Arcivescovo Scola.. che fece la messa nel santuario della Caravina. con la partecipazione di quasi tutta la zona.



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lunedì 27 aprile 2015

PALAZZO ESTENSE A VARESE

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Palazzo Estense è uno dei luoghi storici più visitati e apprezzati di Varese ed è oggi sede del Municipio della città.

Il Palazzo Estense guadagnò a Varese il soprannome di "Versailles di Milano", datole da Stendhal, e costituisce il capolavoro dell'architetto Giuseppe Bianchi. Sorge in via Sacco, a breve distanza dal centro.

Il Palazzo Estense di Varese fu una residenza di Francesco III d'Este, Duca di Modena e Reggio, amministratore, capitano generale e poi governatore della Lombardia austriaca. Il 20 settembre 1755 il duca venne per la prima volta Varese con il suo seguito, ospite del marchese Menafoglio; durante questo soggiorno maturò forse la decisione di scegliere Varese per costruire il suo palazzo estivo.

Successivamente, il 23 giugno 1765, riuscì ad ottenere Varese come feudo non trasmissibile dall'imperatrice Maria Teresa d'Austria.

In corrispondenza del corpo centrale esisteva già una villa di inizio settecento del ricco commerciante Tommaso Orrigoni. Nel 1765 il duca Francesco la acquistò per rinnovarla ed ampliarla con due ampie ali ad U. Il progetto si ispirò alle dimore italiane ed europee del tempo e per portarlo a termine vennero distrutte alcune case nell'area circostante. I lavori si devono all'ingegnere camerale di Milano, Giuseppe Antonio Bianchi, che curò anche il parco, modellato anche a somiglianza di quello del palazzo imperiale di Schönbrunn.

Dopo la morte del duca e della sua terza moglie, la proprietà passò in eredità alla contessa Rosina von Sinzendorf e quindi a sua figlia marchesa Beatrice Serbelloni. Causa gli oneri per la manutenzione, il palazzo venne affittato alla nobiltà lombarda e straniera in villeggiatura. Il grande piazzale di ingresso, utilizzato prima per esercitazioni militari, venne poi venduto per la costruzione di edifici privati.

Nel 1837 il complesso passò in eredità ai Trivulzio ed alla contessa Cristina Archinto che, tre anni dopo, lo cedette al dott. Carlo Pellegrini Robbioni, che ridisegnò parzialmente il giardino, modificandolo secondo i canoni del romantici dell'epoca, creando nuovi percorsi attraverso la messa a dimora di numerose specie di conifere. Adiacenti all’ala ovest del palazzo furono costruiti anche una filanda e un opificio per la lavorazione della seta.

Nel 1850 l'intera proprietà passò nelle mani di Cesare Veratti, nipote del Robbioni, che proseguì nella trasformazione del parco sino a quando, nel 1882, il complesso venne acquistato dal Comune di Varese e aperto al pubblico l'anno successivo.

La sobria facciata rivolta verso il centro città contrasta con il lato verso il giardino. Le forme sono quelle misurate tipiche del "barocchetto" lombardo, non privo di influssi neoclassici, con paraste e cornici marcapiano in bianco che risaltano sullo sfondo rosa dell'intonaco. Sul frontone si erge una meridiana sormontata dall'aquila ducale.

Degli originali ambienti settecenteschi, pochi si sono conservati. A pian terreno si trova il Salone Estense (o "Salone d'onore"), dal grande camino in marmi policromi di Antonio Buzzi sormontato da ovale con ritratto del duca, con le architetture illusionistiche dipinte dal Bosellini (1768-69) e il grande medaglione centrale affrescato da Giovan Battista Ronchelli, raffigurante Giove, Venere e Amore, forse allusorio al matrimonio tra Francesco III d’Este e la principessa Renata Teresa d’Harrach. Sempre al pian terreno si trova la sala Aldo Montoli, di cui si conservano solo le architetture illusionistiche di Giuseppe Baroffio (1770).

Lo scalone d’onore, che porta al primo piano, conserva l’impostazione e le decorazioni volute da Tommaso Orrigoni. Ai lati sono dislocate quattro nicchie con busti femminili del settecento. Sul soffitto un medaglione allegorico con Marte costretto a cedere le armi alla Pace, di Giovan Battista Ronchelli di Castel Cabiaglio. Presenti stucchi con scene di vita campestre e putti reggi lampada in stucco.

Al piano superiore vi è la Sala da Ballo, decorata con tele del XVI-XVII secolo. Pregevole la Vergine con Bambino della scuola del Morazzone. La balconata intagliata e dorata, che corre lungo il perimetro superiore della sala, era originariamente destinata ai musici che si esibivano nel corso delle feste a palazzo.

La cappella dedicata a San Giovanni Battista, il frontone in legno di quercia e alcune camere da biliardo sono attribuiti all'ingegnere Ludovico Bolognini, esperto anche di idraulica, che subentrò a Bianchi nel 1779.

I Giardini di Palazzo Estense a Varese sono tra i più belli del Nord Italia e costituiscono ancora oggi una delle principali attrazioni turistiche della città.

Questo vero e proprio parco, che si raccoglie intorno al palazzo, presenta un’impostazione su un rigido impianto prospettico, in cui si trovano dei berceaux verdeggianti che decorano e scandiscono lo spazio.

I Giardini ospitano una grande vasca che si apre nel parterre di fronte al palazzo e diverse grandi aiuole, i cui i piccoli arbusti e i fiori decorativi sono curati nel minimo dettaglio.
Nel parco, modellato a somiglianza di quello del palazzo imperiale di Schönbrunn, si fondono i caratteri del giardino romantico con quello alla francese ricco di parterres. Protagonista centrale è un ninfeo, posto su un'altura, costituito da tre nicchie rivestite da concrezioni in tufo e statue. Per soddisfare la passione del Duca per la caccia, si adattò una parte del parco a roccolo con querce, olmi e castagni. Le numerose conifere, il magnifico cedro del Libano, alcune magnolie, camelie e tuje furono poste nell'Ottocento su intervento del Robbioni ed eredi.

Sul confine con la proprietà si erge Villa Mirabello, edificata nel corso del XVIII secolo dal Conte Gaetano Stampa di Soncino, nel luogo dov’era stato eretto dal duca il teatrino all’aperto.

Nel periodo estivo i giardini vengono illuminati in occasione dello spettacolo “Suoni e luci”, regalando uno spettacolo indimenticabile.



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domenica 19 aprile 2015

LE CITTA' DEL LAGO MAGGIORE : CASTELVECCANA

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Castelveccana è un comune italiano della provincia di Varese in Lombardia. Il comune attuale, situato sulle rive del Lago Maggiore, risale al 1928 con l'annessione di Veccana all'antico comune di Castello Valtravaglia, già Castello fino al 1863.

Il comune di Castelveccana, situato ad una trentina di chilometri da Varese e a dieci da Luino, presenta le condizioni ideali per una gita o un soggiorno all’aria aperta all’insegna della natura. La tranquillità del luogo, la ricchezza del paesaggio e le favorevoli caratteristiche climatiche ne fanno un’ambita meta turistica durante la stagione estiva. Le attività prevalenti, ossia la floricoltura e il turismo, contribuiscono a preservare e a tutelare l’integrità di un ambiente in cui è ancora possibile effettuare rilassanti passeggiate nell’idilliaca cornice dei monti circostanti.

Come testimoniano alcune scoperte archeologiche il territorio era abitato sin dall’età del ferro. L’insediamento si sviluppò in epoca romana e fiorì nel Medioevo, quando fu edificato un Castello (la Rocca di Caldè): assediato nel 963 da Ottone I di Sassonia, l'edificio rimase intatto ma fu distrutto dagli Svizzeri cinquecentocinquant’anni più tardi.
Il comune amministrativo di Caselveccana è stato istituito nel 1928 con la fusione amministrativa dei due comuni di Castello Valtravaglia, sul lago, e di Veccana, situato più a monte. Il paese ospita ad oggi poco più di duemila abitanti sparsi tra la riva del Lago Maggiore e l’interno, su di un territorio punteggiato da moderne villette circondate da lussureggianti giardini da cui si godono vedute mozzafiato.

Sul territorio sorgono alcuni interessanti edifici sacri risalenti ai secoli XI e XII: la parrocchiale di San Pietro, l'Eremo di Sant'Antonio, la chiesetta romanica di San Giorgio, in frazione Sarigo, e il campanile di San Martino. Successivo è invece il Santuario di Santa Veronica, che cela al suo interno pregevoli affreschi e svetta sulla Rocca offrendo ai visitatori un incantevole panorama.

Il comune di Castelveccana comprende ben undici frazioni: Bissaga, Caldè (situato sulla costa, è caratterizzato da un porticciolo assai pittoresco), Castello, Nasca, Orile, Pessina, Rasate, Ronchiano, Saltirana, San Pietro, Sarigo.
Nonostante l’abbattimento del castello avvenuto nel 1513, Caldè non perse la sua importanza grazie alla pregiata calce che forniva un’importante fonte di reddito agli abitanti. Essa veniva lavorata nelle pittoresche fornaci: attualmente in disuso e visibili unicamente dal lago (sorgono infatti su di un terreno privato), sono ormai in stato di degrado.

Castelveccana dista dal 12 chilometri dal confine con la Svizzera. Il comune conta più di 150 frontalieri per uno sbocco importante, con i tempi che corrono. Il paese ha avuto attività artigianali e di piccolo commercio, attualmente l'attività principale è il florovivaismo. Le aziende sono diverse e nate a seguito degli insegnamenti di Antonio Barassi, esperto e pioniere del settore. Grande esperto di innesti  è stato tra i primi a studiare gli effetti dell'inquinamento.

Il cantiere nautico Donato è una delle attività più importanti di Caldè. È specializzato nella ristrutturazione di motoscafi in mogano, come i mitici Riva.


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sabato 18 aprile 2015

LA ROCCA DI ANGERA

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La Rocca di Angera si erge maestosa su uno sperone di roccia che domina la sponda meridionale del Lago Maggiore. In posizione strategica per il controllo dei traffici, fu proprietà della casata dei Visconti, originaria del Verbano, e nel 1449 fu acquistata dai Borromeo, cui ancor oggi appartiene.
E' uno dei castelli meglio conservati del territorio lombardo.
Da un punto di vista militare, trovandosi infatti su una collina calcarea alta 200 metri, domina non solo la parte meridionale del Lago Maggiore, ma ha anche una buona vista sulle Alpi, e questo permetteva un controllo anche in caso di invasioni dei nemici oltralpe. Il Lago Maggiore era un centro nevralgico per il trasporto dei materiali di costruzioni, quali il granito di Baveno e il marmo di Candoglia, per le grandi costruzioni di Milano, e dalle due fortezze si controllava che si pagassero le tasse dovute. Le uniche barche esenti dal pagamento delle imposte di circolazione erano quelle della Fabbrica del Duomo, che (contrassegnate dalla iscrizione A.U.F.) non solo godeva del diritto di cavare gratuitamente la pietra dalle cave di marmo, ma aveva anche il diritto di transito di queste merci, completamente gratuito.

La struttura difensiva di base della Rocca di Angera risale ad un periodo precedente al X secolo, quando venne fondata dai Longobardi ed adibita a roccaforte di difesa e controllo. Le attuali mura della Rocca risalgono invece a secoli successivi, quando venne ricostruita e modificata in gran parte dalle famiglie Visconti e Della Torre.

Dopo il 1277 entrambe le fortificazioni diventano possedimenti vescovili in seguito alla Battaglia di Desio con la vittoria dei Visconti sui Della Torre, per passare poi alla famiglia Borromeo nel 1449, che ancora possiede la costruzione.

E' stato condotto un meticoloso studio sui codici e sui documenti dell’epoca che hanno portato prima alla realizzazione di una mostra temporanea su tre principali tipologie di giardini, Il Giardino dei Principi, Il Verzere e Il Giardino delle Erbe Piccole, poi alla realizzazione degli stessi nella grande spianata che si affaccia verso il Lago Maggiore.
All’esterno della Rocca i maestri giardinieri di casa Borromeo, hanno dunque dato il via alla realizzazione di un progetto che, con la gradualità richiesta da un’iniziativa di questa complessità, ha portato e porterà, anno dopo anno, ad aggiungere e completare quanto descritto da quegli antichi codici.

Lo stile architettonico della Rocca risale ai secoli XII e XIV e presenta 5 corpi eretti in epoche diverse. La Torre Principale o Castellana, eretta tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, poggia su di una pianta quadrata e permette di godere di una vista che abbraccia i monti e le sponde del Lago Maggiore. Alla torre maestra è addossato il palazzo conosciuto come Ala Viscontea mentre l’altra ala è detta Ala dei Borromei, alla cui famiglia vanno attribuiti i maggiori interventi successivi al XV secolo. Il piccolo palazzo “alla scaligera”, risalente al XIII secolo, si trova invece tra la cinta muraria e i resti di una torre più antica. Infine l’ultimo corpo è costituito dalla Torre di Giovanni Visconti, edificato intorno al 1350 durante l’arcivescovato di Giovanni Visconti, il corpo si trova nell’area adiacente all’estremità meridionale dell’Ala viscontea.

Tra le sale della Rocca vi è la bellissima Sala di Giustizia che ospita il ciclo di affreschi realizzato nel XII secolo dall’anonimo “Maestro di Angera”, il quale rappresentò vicende legate alla vita dell’arcivescovo Ottone Visconti.

La Rocca d’Angera ospita inoltre una meravigliosa collezione di bambole d’epoca, un vero e proprio excursus tra bambole,giocattoli, libri, mobili in miniatura, giochi da tavolo e di società dal Settecento ad oggi.
Il Museo della Bambola della Rocca di Angera, fondato nel 1988 per volere della Principessa Bona Borromeo Arese, espone oltre mille bambole realizzate a partire dal XVIII secolo fino ad oggi.

Le bambole sono poste all’interno di vere e proprie case di bambola arredate e di negozi in miniatura; i materiali con cui sono state realizzate sono dei più svariati, tra cui legno, cera, cartapesta, porcellana e tessuto.

Oltre ad una ricchissima esposizione di bambole d’epoca e contemporanee, grazie alla quale il Museo si colloca tra i più importanti d’Europa nel settore, è altresì possibile visitare una sezione dedicata ai giocattoli provenienti da culture extraeuropee e una collezione di automi francesi e tedeschi del XIX secolo proveniente dalla collezione Petit Muesée du Costume di Tours.

Da segnalare “La Stanza del collezionista”, vera e propria ricostruzione di un tipico salotto francese, ricco di oggetti curiosi e rari, dipinti e sculture e la sezione riguardante la moda per l’infanzia, che ripercorre l’evoluzione e le tendenze per l’abbigliamento dei bambini fino a metà del secolo scorso.

La Rocca d'Angera è stata il set per gli esterni del castello dell'Innominato dello sceneggiato RAI I promessi sposi girato nel 1989 e diretto da Salvatore Nocita (gli interni sono stati girati presso il Castello Visconteo di Somma Lombardo).

Recente è infine l’allestimento della coloratissima Collezione di Maioliche esposta nella Sala della Mitologia: trecento e più pezzi rarissimi di manifattura olandese, francese, tedesca, italiana, spagnola ma anche persiana e cinese. L’allestimento si presenta come una sorta di “tappezzeria” fitta e variopinta e ripropone l’aspetto originario della raccolta collezionata con cura e devozione da Madame Gisèle Brault-Pesché nella propria casa-museo di Tours.



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