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venerdì 17 aprile 2015

SASSO DI PREJA BUIA



Il Monumento naturale regionale di Preia Buia si trova nel territorio comunale di Sesto Calende in provincia di Varese.

Il "Sass da Preja Buia" è un masso erratico di grosse dimensioni sul quale sono iscritti dei petroglifi simbolici che suggeriscono si trattasse di un altare sacrificale di epoca preistorica. La formazione litologica è di serpentino. Accanto ad esso vi sono altri due massi erratici anch'essi riportanti incisioni preistoriche. Avvicinandosi o salendo sui massi a causa di una forza magnetica la bussola impazzisce.

Un angolo di verde, ai nostri occhi moderni luogo rilassante e forse proprio per questo ancora un po' magico. Invece un luogo con un certa sacralità all'epoca dei nostri antenati più lontani. Una strada in terra battuta ci porta all'interno della boscaglia, e lì un gigante ci attende, imponente nella sua staticità. È il Sass da la Preja Büja.

Dalla notte dei tempi l'uomo ha l'abitudine di crearsi storie per spiegare la realtà e anche il masso di Sesto è protagonista di una di queste. Tanto tempo fa qui viveva un pescatore con moglie e bambini; un pescatore un po' speciale, un po' privilegiato, perché era diventato l'amante di Venere, la dea della bellezza. Come a tutti i mortali che si innamorano di una divinità, così anche al pescatore la sorte non si rivelò benigna. Giove, il capo degli dei, venne a sapere la cosa e geloso punì il pescatore trasformandolo in drago. La famiglia cercò il pescatore invano, temendo che fosse morto in mare.

Una sera, la dea Venere andò a trovare l'antico amante e soffrì nel vederlo così cambiato: per questo lo invitò a bruciare tutta la città e gli offrì addirittura un'erba infernale che avrebbe reso il suo potere ancora maggiore, causando esalazioni velenose. Divampò così un grandissimo incendio, che arrivò a lambire la casa della moglie del pescatore, Vinicia. Questa prese i figlioletti e scappò via, inseguita dalle fiamme e dalle esalazioni. Ma durante la fuga il figlio più grande si fermò per la stanchezza e implorò la madre di lasciarlo e continuare la fuga. Ma Vinicia non volle lasciarlo e si fermò a sua volta con il bimbo più piccolo. Pochi attimi più tardi, entrambi i figli erano morti. La donna, disperata, decise di rimanere e li coprì con il suo corpo come una chioccia con i pulcini, per proteggerli. Fu così, in questa posizione, privi di vita, che gli abitanti del villaggio li trovarono tre giorni più tardi, al ritorno in paese dopo avere sconfitto il drago. Commossi da questo amore materno, decisero di dare solenne sepoltura ai corpi e ne disposero i funerali. Ma il giorno seguente, tornati nel luogo in cui i tre sventurati giacevano, trovarono una grande chioccia d'oro, con le ali aperte, mentre difende la covata: ovvero il masso della preja buja, il cui colore bronzeo ricorda i riflessi di una statua in metallo e la forma quella di una gallina accovacciata.

E il drago? Nessuna notizia, invece, relativa al drago... ma dove finisce la leggenda, è la toponomastica ad aiutarci. Ancora oggi sulle rive del lago si trova una fossa definita "La fossa del drago": forse dove si nascose il drago sconfitto dai Sestesi? e un drago, ucciso da S. Giorgio, compare anche negli affreschi del limitrofo oratorio di S.Vincenzo.

Storie antiche, tradizioni attuali - Questa leggenda ancora risiede nei cuori dei Sestesi: fino a pochi decenni fa le giovani spose si recavano al masso, simbolo di maternità, a chiedere di poter presto avere un figlio e, a Sesto, i bambini prima di nascere non stavano sotto i cavoli, ma sotto il masso!

Tralasciata la leggenda, la realtà si fa meno fantasiosa, ma comunque interessante. Il Sass da la Preja Buja è uno masso erratico in serpentinite, ovvero un grande blocco che è stato trascinato e depositato dal ghiacciaio della val d'Ossola, quando questo è arretrato durante la fine del Quaternario. Proprio per le sue dimensioni megalitiche, il sasso ha sempre rivestito un particolare ruolo cultuale e sacrale nel territorio. È difficile stabilire, a distanza di secoli, considerando la natura sfaldabile della pietra, se mano umana sia mai intervenuta a determinare la forma del masso. Certa però è la suggestione che, dalla valle, si ha: un lato rimanda al profilo di un ariete che guarda al lago, l'altro all'altero profilo dell'aquila.

Interpretazione a parte, la natura sacra del masso è confermata dalla presenza di coppelle. Si tratta cioè di incisioni di forma circolare, poste su una seconda pietra di dimensioni inferiori, collocata ai piedi del masso vero e proprio, che è stata identificata come una sorta di altare, dove si praticavano riti in onore delle divinità. Forse proprio la presenza delle coppelle ha determinato il nome büja, nel senso di "bucata"; non può tuttavia essere trascurato il significato di "pietra scura".
Recenti scavi hanno evidenziato la presenza di un insediamento di epoca golasecchiana a circa 300 metri dal sasso: di sicuro esisteva una relazione fra l'area abitativa e questa sacrale. Confronti stretti provengono da Golasecca e Castelletto Ticino, a occidente e in area comasca, a oriente.

Mito e storia si fondono in un unico racconto, in un'unica emozione.

Riporta alla ritualità magica, spiegata dalla Paleoastronomia, disciplina che si riferisce alla pratica dell’astronomia tra le civiltà del mondo antico.
L’ariete è infatti simbolo di fecondità e virilità, è il primo segno dello zodiaco e corrisponde all’equinozio di primavera. Il muso dell’ariete nel megalite sestese è infatti rivolto verso Ovest , e il 21 marzo il sole ne illumina l’occhio, inciso proprio a forma di sole con i raggi.



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venerdì 20 marzo 2015

I MISTERI DEL SOLE NERO

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Il giorno che si tinge di nero. Le tenebre che divorano la luce. Le stelle a mezzogiorno. Le eclissi solari hanno accompagnato tutto il corso della storia umana. E per millenni sono state un fenomeno che ha terrorizzato gente comune e sovrani, eserciti e generali: un funesto presagio perché rovesciamento del quotidiano e del senso comune. Tutti i popoli hanno avuto modo di osservarne il succedersi e il ripetersi nella loro periodicità.

La memoria più antica di un'eclissi ha viaggiato fino a noi sul filo della leggenda. In Cina, più di 4mila anni fa. In previsione di un'eclissi, tamburi e arcieri reali dovevano essere pronti per spaventare e combattere il drago che divorava il Sole. La sua scomparsa, seppure per pochi minuti, era infatti un pessimo presagio per la sorte dello stesso re, legittimato dal volere celeste.

I cinesi, dunque, erano in grado di fare previsioni già 2mila anni prima di Cristo. La storia narra che Hsi e Ho, i due astronomi di corte, mancarono però la previsione, non per imperizia, ma perché erano ubriachi. Non si riuscì a mettere mano in tempo alle mazze e agli archi, ponendo così a rischio la vita dell'imperatore. Per punizione, Ho e Hsi furono giustiziati, ma la loro vicenda ci ha consegnato forse la testimonianza più remota di un'eclissi nella storia della civiltà: quella del 22 ottobre 2137 avanti Cristo.

Il primo documento scritto relativo a un'eclissi di Sole è invece quello rappresentato dalla tavoletta ritrovata nel 1948 a Ugarit, nell'attuale Siria, incisa in scrittura cuneiforme. Riporta la descrizione dell'oscuramento e la comparsa di Marte in pieno giorno. Gli studiosi, proprio sulla base della posizione di Marte e della datazione della tavoletta, hanno ipotizzato che si tratti del fenomeno accaduto il 5 marzo 1223 avanti Cristo.

Quasi come un macabro carnevale, le eclissi hanno avuto il potere di ribaltare i ruoli e trasformare re in contadini e prigionieri in re, da sacrificare però per salvare i primi. Accadeva nel regno assiro. La cerimonia dello sar puhi è ben raccontata in un capitolo del libro Notte di stelle, scritto da Margherita Hack e Viviano Domenici. Sotto i regni di Esarhaddon e poi di Assurbanipal (dal 681 al 631 a.C. circa), all'approssimarsi di un'eclissi di luna o di sole sul trono veniva posto un "parafulmine" umano: al posto di re e regina salivano un criminale, un prigioniero di guerra oppure una persona qualsiasi assieme alla provvisoria consorte. I nuovi incoronati venivano così segnati, secondo la credenza, con le maledizioni che l'infausto evento portava con sé. Il sovrano nel frattempo si rifugiava in campagna e diventava un "fattore" sotto mentite spoglie. Al termine del regno dello sar puhi, cioè del "re sostituto", che durava un centinaio di giorni, i due finti reali venivano giustiziati e sepolti con una cerimonia funebre regale, per essere sicuri che l'inganno giocato alle divinità fosse credibile.

Il conflitto tra Lidi e Medi durava già da sei anni quando i due eserciti si affrontarono sulle sponde del fiume Halys, nell'attuale Turchia, il 28 maggio del 585 avanti Cristo. In quella data "improvvisamente il giorno si fece notte". A raccontarlo è Erodoto, nelle Storie, il quale sostiene che proprio quella eclissi fu predetta da Talete di Mileto. Lidi e Medi però non ne avevano notizia.
I due eserciti, terrorizzati dall'evento, lasciarono cadere le armi e, poco dopo, i sovrani Aliatte e Ciassarre si affrettarono a stipulare una tregua che pose fine alla guerra tra i due popoli. I calcoli molto precisi possibili oggi hanno permesso di isolare l'episodio e di datarlo con certezza.

Erodoto racconta come anche il re persiano Serse fu spaventato da un'eclissi di Sole, poco prima di attaccare i Greci alle Termopili nel 480 avanti Cristo. Ma fu rassicurato dai propri sacerdoti. I magi sostennero che la Luna che eclissava le città elleniche fosse un buon presagio per i persiani. Qui è la storia che, finalmente, incontra la scienza. Le parole di Erodoto dimostrano come la spiegazione naturale al fenomeno fosse già conosciuta anche prima delle osservazioni del filosofo greco Anassagora.

I riferimenti alle eclissi nella storiografia e nella letteratura antiche sono naturalmente diversi, dall'Antico testamento al poeta greco Archiloco. Anche Omero ne parla nell'Odissea: il ritorno a Itaca di Ulisse è preceduto proprio dall'oscuramento del Sole. In questo caso la sventura portata dall'eclissi si abbattè sui Proci. Era il 16 aprile 1178 a.C. quando il Sole fu "tolto dal cielo e un'oscurità sinistra invade la terra". La data è risultato dello studio di questi versi e dei dettagli astronomici presenti nel poema che hanno permesso di collocare, quindi, anche la caduta e la distruzione di Troia con buona precisione, tra il 1192 e il 1184 prima di Cristo.

La Luna passa regolarmente davanti al Sole. È un calendario cosmico estremamente preciso. Grazie alle proiezioni e ai calcoli possibili oggi, possiamo virtualmente tornare indietro nel tempo e visualizzare quando e dove le eclissi furono visibili con estrema precisione. Questo ci permette di ricostruire e datare episodi remoti della nostra storia, incrociando le informazioni delle testimonianze scritte. Come l'osservazione del 3 agosto del 431 a.C., durante la guerra del Peloponneso. O l'occultazione del 632 dopo Cristo, prossima alla data di nascita di Maometto. La morte del sovrano carolingio Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, seguì di poche settimane l'eclissi del 5 maggio 840: anche questo un "presagio" della fine imminente dell'imperatore.

L'abilità e la comprensione scientifiche permettevano, quindi, già nell'antichità di prevedere le eclissi con una discreta precisione. Questo presupponeva, per esempio, la conoscenza di quello che ora chiamiamo "ciclo di Saros". Si tratta di un intervallo di tempo ciclico di circa 18 anni scaduto il quale le eclissi si ripresentano simili. Conoscenze di questo tipo sono un patrimonio che risale a più di 2mila anni fa ed era in possesso dei Caldei, in Mesopotamia. Ma questo tipo di previsione è riportata anche sui calendari dei popoli precolombiani come i Maya.

Col passare dei secoli e col progredire degli studi di fisica e astronomia, i misteri del "sole nero" sono stati svelati. E con essi è scomparso anche il terrore per un fenomeno "soprannaturale" finalmente spiegabile dalla teoria copernicana e, successivamente, con formule matematiche molto dettagliate. Astronomi e fisici capirono che il transito della Luna di fronte al Sole poteva fornire ulteriori indizi sulla nostra stella ma non solo. Le osservazioni portarono alla scoperta e alla conferma di alcuni "mattoni" che tengono insieme l'universo stesso.

Nel 1780 il professore di Harvard Samuel Williams ottenne un lasciapassare dagli inglesi per varcare le linee nemiche durante la guerra d'Indipendenza americana, per poter osservare l'eclissi totale che si sarebbe verificata il 27 ottobre di quell'anno. L'interesse scientifico gli garantì l'immunità per raggiungere la baia di Penobscot, nel Maine. Sfortunatamente Williams sbagliò a calcolare l'area della totalità (la zona in cui cade l'ombra della luna) e potè osservare solamente un'eclissi parziale.
A metà dell'800 risale la prima "foto" di un'eclissi: un dagherrotipo che per la prima volta immortalò la corona solare, grazie allo schermo posto dalla Luna. Pochi anni più tardi fu proprio grazie a un'eclissi che il francese Pierre Janssen e l'inglese Norman Lockyer poterono scoprire l'esistenza di quello che ora sappiamo essere il secondo elemento più presente nell'universo: l'elio. Ottennero lo stesso risultato lavorando indipendentemente: analizzarono lo spettro di emissione della luce della corona solare scoprendo che non aveva nessun riscontro con tutti gli elementi conosciuti fino ad allora. Il nome del nuovo elemento fu scelto proprio ispirandosi alla nostra stella.

Quello scampolo di notte che piomba nel bel mezzo del giorno ha fornito anche una conferma alla legge della Relatività generale di Einstein. In particolare la teoria che un campo gravitazionale può deflettere anche la luce. Il 29 maggio 1919 le due spedizioni organizzate da sir Arthur Stanley Eddington in Brasile e nella Guinea Spagnola avevano l'obiettivo di fotografare l'eclissi e le stelle più luminose che apparivano nella stessa regione del disco oscurato del Sole. Il confronto delle lastre con la posizione che avrebbero dovuto occupare in condizioni di osservazioni normali diede la prova che la luce delle stelle era stata deviata dal campo gravitazionale del Sole. Einstein ci aveva visto giusto.

Le eclissi solari, però, non hanno smesso del tutto di influenzare la cultura popolare e di alimentare timori. Fino al XIX secolo, per esempio, la Marina militare cinese ha continuato la tradizione di "sparare" a salve contro il drago che voleva ingoiare il Sole. Accadeva 150 anni fa.Il 22 luglio 2009, le autorità cinesi hanno allertato le forze di polizia lungo tutto il corso dello Yangze per evitare scene di panico durante l'eclissi prevista per quel giorno. E a Chongqing il sindaco vietò l'uso dei telefonini durante l'oscuramento del Sole. Insomma, nonostante il fenomeno sia stato ormai spiegato ampiamente, ritrovarsi ad ammirare le stelle a mezzogiorno non ha mai smesso di inquietare i pur ben informati "spettatori".

In Vietnam, si pensava che una rana gigante stesse divorando il Sole, mentre in Cina antica, la gente credeva fosse opera di un drago celeste affamato. Vi è anche la favola vichinga che narra che il dio del sole, Sol, viene continuamente inseguito dal lupo Skoll e quando l'animale riesce a catturarlo avviene un'eclissi solare. Così, quando questo accadeva, la gente faceva un sacco di rumore, sbattendo insieme pentole e padelle, per spaventare il lupo e far ritornare il Sole. La stessa cosa avveniva con l'eclissi lunare, ma in quel caso il lupo divoratore di Luna (Mani) era Hati.

Nell'antica Grecia l'eclissi solare era interpretata come un segnale negativo. Si pensava che gli dei fossero arrabbiati e che l'oscuramento del cielo rappresentasse l'incombere di disgrazie. La parola eclissi in realtà deriva dall'antica parola "ekleipsis", dal greco "nascondersi".

Un mito popolare, che ancora persiste in alcune culture, è che le donne in gravidanza possono essere danneggiate dall'eclissi solare, e per questo devono rimanere in casa durante l'evento. Si dice infatti, che se una donna incinta esce durante un'eclisse, il suo bambino nascerà cieco o con un labbro leporino.

In alcune parti dell'India, le persone non mangiano durante un'eclissi solare e gettano qualsiasi cibo ancora non consumato. Ciò deriva dalla convinzione che qualsiasi cibo cucinato durante l'eclissi, sarà velenoso e impuro.

Nella Kemò-vad, il significato del Sole Nero simboleggia soprattutto la luce dello spirito che occasionalmente può essere occultata dalla mente, la quale prende il sopravvento sulla sfera dell’individuo per impreparazione di questi o a causa del plagio culturale che viene attuato sul piano sociale. Luce che tuttavia non è destinata a spegnersi poiché la sua dimensione è insopprimibile e eterna.

Lo Schwarze Sonne, come noto, conoscerà una certa popolarità anche sotto il nazionalsocialismo. Il simbolo presente in un mosaico marmoreo nel vano della ex “Oberguppenführersaal”, un salone rivestito di pietra nella Torre Nord del castello di Wewelsburg, dove in precedenza era posta la cappella privata del Principe-Vescovo. Originariamente, al centro di detto ornamento era collocato un disco d’oro.
Costruito originariamente tra il 1603 e il 1609, in stile “Weser-Renaissance”, come residenza secondaria del Principe-Vescovo di Paderborn, sul luogo di un precedente maniero sassone, Wewelsburg era stato con gli anni lasciato all’abbandono fino a che, nel 1934, le SS ne avevano preso possesso.

Nella “Oberguppenführersaal”, Himmler aveva fatto installare una tavola rotonda in stile arturiano con 12 posti a sedere che dovevano accogliere i 12 ufficiali maggiori delle SS. Sotto la sala vi era la “cripta” o “terra dei morti”, una grande sala circolare con dodici colonne di granito e un soffitto adornato da un’altra grande svastica.

Il Sole splendeva alto, quando d'un tratto lentamente iniziò ad oscurarsi, sino a scomparire: l'eclissi segnava un momento di rito per uomini lontani da noi migliaia di anni...
Tutti s'inchinarono intonando una nenia funebre al Sole morente, ma non c'era terrore nei presenti, perchè l'evento era stato annunciato dai Grandi Sacerdoti del "Tempio del Sole" e vissuto come un momento di preghiera rivolto al grande astro lucente. Il Gran Sacerdote alzò le braccia al cielo. La sua voce divenne preghiera: "Oh, grande Dio Sole. Risorgi dal buio della notte che oscura il giorno. Destati e riscalda i cuori dei tuoi adoratori". Così, a Posidonia, la capitale d'Atlantide si accoglieva un'eclissi di Sole 11.000 anni fa".

L'eclissi di Sole è forse il fenomeno astronomico che meglio lega passato e futuro. Così come noi vediamo l'eclissi oggi, allo stesso modo succedeva per le popolazioni antiche. Ancora oggi un'eclissi di Sole fa rivivere, sia pure per un solo istante, il terrore abissale del primitivo che vede scomparire il dio benefico che riscalda la Terra, matura i frutti, mantiene ogni cosa in vita; serve per far capire che, di fronte all'immensità dei corpi celesti, non siamo che piccoli e fragili, che possiamo essere annullati in un attimo, da un dito che passa sul Sole.

Per i latini "Sol" era l'astro intorno al quale ruotano i pianeti del nostro sistema solare e in ordine di distanza troviamo: Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno, scoperto nel 1846 e Plutone, nel 1930. Per gli astrologi rappresenta simbolicamente il principio vitale, la forza che tutto crea, il maschile-positivo. Nell'astrologia esoterica troviamo il Sole terrestre e quello spirituale. Una via di mezzo tra le zone oscure dell'inconscio umano e quelle luminose della super-coscienza: solo attraverso il buio e le tenebre si giunge alla Luce... Il Sole governa il settimo giorno della settimana, la domenica; è abbinato al colore giallo e all'oro; al diamante e allo Zaffiro Stellato dal cupo colore blu; al numero sei e al fuoco.

Nei Tarocchi le Carte sono i Sentieri di Saggezza: i numeri, come le lettere e i suoni, sono quelle manifestazioni che Dio usò per la Creazione. Il Sole è la Carta 19, indica la discesa della Luce che libera la mente dalle costrizioni del mondo circostante ed è simbolo degli Illuminati. Il numero 19 è la massima espressione perchè composto dal primo dei numeri, l'1 che indica Dio, la Creazione, e l'ultimo prima della loro ripetizione, il 9.

Il Sole è fonte di vita, di luce e di calore, simboleggia Dio, padre divino, creatore e dispensatore dei beni più preziosi, per questo l'adorazione verso questa energia cosmica è universale per tutti i popoli ed è una vera religione cosmica già in uso milioni d'anni fa. Se del culto solare dei primi uomini della preistoria abbiamo vaghe tracce, oltre quelle della "logica", in mitologia sappiamo che ha rappresentato varie divinità.

Per i per i Romani era Giove, la personificazione del cielo e della luce, da cui nacque Danae che si trasformandosi in pioggia di luce. Nell'antica Roma dell'imperatore Aureliano, per suo volere, divenne la divinità suprema del culto pubblico. Nel 274 d.C. gli fece erigere un magnifico tempio. Per i Greci era Zeus, la massima autorità dell'Olimpo ordinatore dell'universo, padre di dei e uomini. Dominava il cielo e la terra, a lui furono dedicati i giochi olimpici e il tempio di Olimpia. Il figlio, Apollo, era il dio dell'arte e della bellezza. Nel mondo greco-romano personificava il Sole che faceva maturare le messi e sanava le malattie. Era il dio della divinazione e della profezia, il suo più importante oracolo era quello di Delfi. Per la cultura vedica era Mitra, dio solare dell'ordine cosmico.

Il Sole, nell'antico Egitto era associato alla divina persona del faraone. Era il dio Ra e, per la leggenda che lo lega alla sposa Iside, era Osiride, la personificazione del ciclo vitale delle stagioni legate alla natura che muore e rinasce: simbolo di rigenerazione periodica, di resurrezione e d'immortalità. Nel 1372 a.C. in Egitto, durante la XVIII dinastia, a soli dodici anni Amenofi IV (divenuto poi Akhenaton), salì al trono del più vasto impero della sua epoca e in pochi anni gettò le basi del monoteismo cosmico: millenni prima della nascita del Cristianesimo. Sotto il suo regno si ha una profonda riforma religiosa. Il primo esempio di misticismo che millenni fa diede vita a quello che potrebbe essere considerato un anticipo sul cattolicesimo. Questa innovazione religiosa volta al dio Aton (il Sole), si basava sull'adorazione della Trinità rappresentata da padre, madre e figlio, per questo i figli e la sua sposa erano partecipi della sua natura divina. Il faraone era considerato il figlio di Aton e per queste "origini solari" il trono era riservato solo agli uomini. La storia racconta che furono solo due gli esempi di donne elevate al rango di faraone: Hatshepsut che salì al trono come reggente durante la minorità del figliastro Thutmose III, e non esitò a portare la barba rituale, posticcia, e Nefertiti, moglie di Akhenaton. Secondo la tradizione Akhenaton discendeva dagli atlantidi che adoravano il disco solare. Anche Aton, il dio unico, era rappresentato dal disco solare i cui raggi orientati verso il basso, terminano con le mani che spesso sorreggono l'ankh, la croce egizia simbolo della vita, dell'immortalità e degli Iniziati. Era l'adorazione "dell'energia cosmica", di cui si diceva ne fosse plasmato lo stesso faraone, per questo nella nuova religione solare non vi era alcun simbolismo, mitologia, leggenda, miracoli, santi o altri dei. Il culto avveniva in una nuova città chiamata Akhetaton (Tell El Amarna), in cui il Sole era simboleggiato da un disco d'oro puro.

Per gli antichi babilonesi era il momento in cui sette esseri malvagi divoravano l’astro, mentre secondo gli aborigeni australiani il Sole era finalmente libero di far l’amore con la Luna. Una credenza, quest’ultima, che va del tutto in contrasto con il mito tramandato dal popolo dei Batammaliba, che abitano in Togo e in Benin, secondo cui il sole nero è un momento di lite con la Luna durante cui le persone devono invitare le due personificazioni a fare pace. Si tratta di una convinzione sopravvissuta fino ad oggi nella tradizione per cui durante un’eclissi bisogna lasciarsi alle spalle rancori e litigi.


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lunedì 16 marzo 2015

IL LAGO DI PUSIANO

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Il lago di Pusiano, o Eupili, è un lago situato tra le province di Como e Lecco, in Brianza, Lombardia.

In suo onore il più illustre figlio (Giuseppe Parini) pubblicò il suo primo libro di poesie (di tono arcade), con lo pseudonimo di Ripano Eupilino.

Il lago Pusiano ha una lunghezza massima di 2.700 metri, una larghezza di 2.400 metri, un perimetro di circa 11 chilometri, una superficie minima (in tempi di magra) di 5.250.000 metri quadrati che raggiunge i 6.720.000 metri quadrati nei periodi di piena. Il volume dell’acqua è di 81 milioni di metri cubi.

Alimentato dal fiume Lambro, che prende il nome di Lambrone nel tratto immediatamente a monte del lago. Dal 1811 il lago è regolato allo sbocco verso la valle del Lambro attraverso una diga, Cavo Diotti, ora gestita dal Parco regionale della Valle del Lambro. Sulle sponde di questo specchio d'acqua si trovano i comuni di Pusiano, Eupilio, Erba e Merone in provincia di Como, di Cesana Brianza, Bosisio Parini e Rogeno in provincia di Lecco. Poco distante da Pusiano, in territorio interamente lecchese vi è un altro specchio d'acqua poco più esteso denominato Lago di Annone, dal comune di Annone di Brianza.

Nel lago è situata la piccola Isola dei Cipressi, di proprietà privata.

Le radici del lago “Eupili” affondano nella preistoria, per risalire dai romani fino ai tempi moderni con le ville settecentesche, luoghi di “delizie” per numerosi artisti come Parini, Monti, Porta, Manzoni, Stendhal e Segantini. In suo onore il più illustre figlio, Giuseppe Parini, pubblicò il suo primo libro di poesie (di tono arcade), con lo pseudonimo di Ripano Eupilino.

Il primo a parlarne è però, nel 70 d.C., Caio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio, che nel suo “Naturalis historia” fa riferimento ai principali laghi lombardi accennando a quello di “Eupili”. Una citazione da cui è possibile desumere il fatto che, nei secoli passati, l’estensione del bacino lacustre dovesse essere di molto maggiore dell’attuale.

Del lago Pusiano si scrive per la prima volta in via ufficiale in un documento risalente al 1314, nel quale si regolarizza la spartizione del bacino mediante rogito: i 2/3 divengono competenza dell’arcivescovo di Milano e della sua mensa per i bisognosi, 1/3 rimane della collegiata di San Giovanni Battista di Monza.

Numerosi cambi di proprietà hanno caratterizzato il Lago nel corso dei secoli, nel 1483 l’arcivescovo di Milano concede l’affitto del Lago ad una famiglia privata chiedendo però in cambio un canone in denaro e imponendo l’obbligo di fornire un determinato quantitativo di pesce alla mensa arcivescovile in tempo di Quaresima.

Di particolare rilievo per lo sviluppo del lago l’arrivo, nel 1550, della famiglia Carpani che nonostante ricorsi, querele e battaglie legali ne rimarrà proprietaria dal 1588 al 1765 quando un nuovo cambio di proprietà anticiperà l’arrivo dei Francesi. Per appannaggio imperiale, il bacino divenne patrimonio napoleonico.

Qui soleva trascorrere le proprie vacanze Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno d’Italia Napoleonico, da cui l’attuale denominazione del palazzo situato a Pusiano. La leggenda narra che questo Palazzo fosse preferito ad altri perché qui era possibile raggiungere la camera da letto senza scendere da cavallo; ciò era dovuto alla reale necessità di evitare le fucilate di eventuali attentatori: tanto rapido l’ingresso, meno tempo per prendere la mira.

La storia racconta anche che nel 1816 il meccanico Locatelli eseguì il primo esperimento del “naviglio inaufragabile”, con ogni probabilità una barca dotata di particolari strumentazioni tecniche che la rendevano particolarmente resistente in caso di piogge o temporali. Della prova non restano però informazioni tramandate in forma scritta.

È invece certo che, nel 1820, sul lago Pusiano si vide il primo battello a vapore d’Italia, esperimento che gli Austriaci, nuovi dominatori dell’epoca, fecero presto tramontare sospettando che dietro quell’agire vi fosse un covo di carbonari.

Risale al 1870 il nuovo passaggio di proprietà del lago al Comune di Bosisio, fino all’avvento della società “Proprietari Lago Pusiano e annessi” che rilevò la proprietà del Lago e delle relative dipendenze. Così sino al 1922 quando le acque italiane divennero di proprietà demaniale come da decreto governativo emanato da Benito Mussolini, nel 1928 furono quindi attribuiti ai proprietari i Diritti di “Pesca, navigazione, far ghiaccio, taglio lische e piante acquatiche”.

Al lago Pusiano si lega anche la storia di Angela e Teresa Isacchi, due veggenti che nella seconda metà del XIX Secolo divennero meta di pellegrinaggi non solo dalla Lombardia, ma dall’Italia intera e dai nobili europei in transito. Secondo la leggenda, alcune delle loro meditazioni, frutto di colloqui diretti con la Beata Vergine Maria, furono riportati su libri particolarmente diffusi fino all’inizio del ‘900. La storia racconta che predissero la caduta dell’Impero Austro-ungarico e la fine del potere temporale della Chiesa, fatti entrambi verificatisi a distanza di poco tempo.

Letteratura e mitologia si sono intrecciate da sempre attorno al lago Pusiano come dimostra la leggenda più nota, conosciuta al pubblico come “San Giorgio e il Drago”. Leggenda che trova riscontro nei Bestiari medievali (Liber Notitie Sanctorum Medionalii) e riporta ai tempi antichi, con l’esistenza a Pusiano di un raccapricciante drago che da Erba imperversava fino alla Valassina, appestando l’aria col suo fiato pestifero.

Non passava giorno senza che facesse strage di armenti fino a quando il popolo decise di placare le sue ire e la sua ingordigia con un drammatico tributo. Vennero così estratti a sorte giovani dei villaggi circostanti il Lago affinché il drago trovasse piena soddisfazione. Un giorno, fra le vittime prescelte vi fu la bella principessa Cleodolinda di Morchiuso: il sacrificio fu scongiurato all’ultimo istante quando in soccorso della nobile fanciulla giunse cavalcando l’ardimentoso San Giorgio che con docili fiori di sambuco ammansì la belva, salvò la principessa e decapitò il drago. La testa del mostro alato rotolò sanguinolenta in una capitolante discesa fino al Lago di Pusiano e le sue acque voracemente agguantarono il capo draconico. La leggenda vuole che ancora oggi le acque del Lago Pusiano custodiscano fiere la testa mozzata del drago famelico che da mangiatore di uomini divenne il pasto delle acque sottostanti.

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