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giovedì 30 aprile 2015

L' EREMO DI SANTA CATERINA DEL SASSO A LEGGIUNO

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A picco sul Lago Maggiore, presso Leggiuno, si staglia etereo l'Eremo di Santa Caterina del Sasso Ballaro.

La tradizione racconta che Alberto Besozzi, ricco mercante del posto, venne travolto da un violento nubifragio mentre attraversava il Lago con la sua barca. Chiese aiuto a Santa Caterina e si risvegliò su una roccia sporgente sull'acqua. Per ringraziarla, della scampata morte, nel 1200 d.c., le dedicò una cappella, proprio su quello spuntone di roccia che lo aveva accolto durante la tempesta e, in quel luogo mistico, decise di diventare eremita.

Il complesso monastico sorse intorno al XIV secolo, con la costruzione delle due chiese dedicate a San Nicolao e Santa Maria Nova. Il complesso venne inizialmente retto per un breve periodo dai Domenicani, ai quali succedettero dal 1314 al 1645 i frati dell'Ordine di Sant'Ambrogio ad Nemus. A partire dal 1670 vi si sarebbero insediati i Carmelitani di Mantova, che avrebbero mantenuto il monastero per un secolo, fino alla soppressione (avvenuta nel 1770). Dal 1914 è considerato monumento nazionale. Il complesso passò di proprietà dal Beneficio parrocchiale di Leggiuno all'Amministrazione provinciale di Varese il 4 giugno 1970. Da quella data iniziarono consistenti restauri ed opere di consolidamento e stabilizzazione che salvarono il santuario e lo riportarono a riaprire negli anni ottanta. Dal 1986 al 1996 ospitò una comunità di Domenicani, mentre attualmente è retto da alcuni Oblati benedettini.

La facciata della chiesa si presenta oggi con un porticato rinascimentale con quattro archi a tutto sesto, in cui sono conservati i resti di un ciclo di affreschi attribuito ad uno dei figli di Bernardino Luini; sulla sinistra invece, a strapiombo sul lago, si erge il campanile risalente al XIV secolo.

Di particolare interesse anche il sacello, che costituisce il nucleo più antico del complesso, risalendo al 1195. Si presenta su un livello inferiore rispetto alle restanti parti della chiesa, riprendendo le dimensioni del sepolcro di Santa Caterina sul Sinai. Al di sopra della finestra, sulla parete esterna, sono affrescate alcune immagini della traslazione del corpo della santa - da parte degli angeli - al Monte Sinai; altri affreschi (risalenti al XVI secolo) raffigurano le sue nozze, poste fra Sant'Ambrogio, San Gregorio Magno e Sant'Agostino. All'interno della volta è affrescata una raggiera con lo Spirito Santo sotto forma di colomba, circondato da angeli: qui sono conservate dal 1535 le reliquie del beato Alberto Besozzi, il quale è infine raffigurato in preghiera in un affresco del 1892, realizzato nel sottarco.

La torre campanaria alta una quindicina di metri, risale al XIV secolo, originariamente come campanile della chiesa di San Nicolao, con cui era direttamente collegato attraverso una porta oggi murata. A partire dal XVI secolo, con la costruzione dell'attuale edificio sacro unico, l'ingresso venne collocato nel portico rinascimentale. La cella campanaria presenta un'apertura per lato, ad eccezione di quello esposto a nord, in cui è stata murata; la presenza di un sostegno centrale dell'architrave conferisce loro l'aspetto di bifore.

La chiesa attuale si sviluppa su cinque precedenti ambienti, in origine separati: quattro corrispondono oggi ad altrettante cappelle, mentre il quinto non è altro che il sacello dove sono poste le spoglie del beato Alberto Besozzi. Fra le numerose opere di pregio presenti si citano una Crocifissione con cinque santi, una Crocifissione con due santi, un frammento di un affresco con la Crocifissione, la testa di san Giovanni Evangelista ed alcuni soldati romani; sull'altare maggiore si segnalano una pala con lo Sposalizio mistico di santa Caterina d'Alessandria, un Cristo in Pietà, ed una Santa Caterina sepolta dagli angeli; le volte presentano invece un affresco ritraente un Cristo benedicente in mandorla, circondato dai simboli dei quattro evangelisti (1438). Si citano infine le pregevoli vetrate istoriate, un organo napoletano opera di Domenico Antonio Rossi (1783) ed una statua policroma della Vergine col Bambino, risalente al XVII secolo.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/le-citta-del-lago-maggiore-leggiuno.html




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martedì 28 aprile 2015

IL MONTE SASSO DEL FERRO

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Da Laveno Mombello, uno fra i più suggestivi e pittoreschi centri turistici della sponda lombarda del Lago Maggiore, si sale dolcemente con un impianto di comode telecabine biposto, fino quasi alla sommità del monte Sasso del Ferro (alt. m. 1.100 circa) da dove si può ammirare, nel silenzio solenne della natura, un grandioso e incantevole panorama sul Lago Maggiore, le Alpi, le Prealpi, i laghi lombardi e la pianura Padana.

Il Sasso del Ferro, che si innalza sopra la cittadina di Laveno Mombello, sulla sponda varesina del Lago Maggiore, supera i 1000 metri d'altitudine ed è raggiungibile con una comoda e veloce cabinovia che, partendo dal centro di Laveno, raggiunge la vetta in circa quindici minuti, nei pressi di un'altura nota come Poggio Sant'Elsa; tale impianto, recentemente ristrutturato e riqualificato grazie all'intervento tecnico ed economico della Provincia di Varese, è da sempre stato determinante per lo sviluppo turistico del luogo e ha facilitato i collegamenti con la sommità del Sasso del Ferro.

Via strada, è invece possibile raggiungere la cima del Sasso del Ferro partendo dalla località Casere di Laveno (la strada sale dal centro abitato di Cittiglio) effettuando poi un'escursione a piedi lungo i boschi della valle. Una volta giunti in vetta, si ha la sensazione di essere avvolti nella natura e, nelle giornate di bel tempo, è possibile anche osservare il Monte Campo dei Fiori, i laghi della zona, la Val Grande, fino ad intravedere la maestosa catena alpina tra cui spicca il Monte Rosa e, a sud, dopo il Monviso, la catena degli Appennini liguri.

Il Monte Sasso del Ferro, per la fresca brezza estiva e per la sua mite temperatura invernale è meta ideale per piacevoli gite e per sereni week-end nella tranquillità dei verdi boschi. Il percorso in funivia dura 16 minuti. Alla stazione di arrivo sono disponibili: bar, ristorante, albergo, negozio di prodotti tipici ed articoli di souvenir. All'arrivo della funivia c'è il punto di lancio di deltaplani e parapendii.








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venerdì 17 aprile 2015

SASSO DI PREJA BUIA



Il Monumento naturale regionale di Preia Buia si trova nel territorio comunale di Sesto Calende in provincia di Varese.

Il "Sass da Preja Buia" è un masso erratico di grosse dimensioni sul quale sono iscritti dei petroglifi simbolici che suggeriscono si trattasse di un altare sacrificale di epoca preistorica. La formazione litologica è di serpentino. Accanto ad esso vi sono altri due massi erratici anch'essi riportanti incisioni preistoriche. Avvicinandosi o salendo sui massi a causa di una forza magnetica la bussola impazzisce.

Un angolo di verde, ai nostri occhi moderni luogo rilassante e forse proprio per questo ancora un po' magico. Invece un luogo con un certa sacralità all'epoca dei nostri antenati più lontani. Una strada in terra battuta ci porta all'interno della boscaglia, e lì un gigante ci attende, imponente nella sua staticità. È il Sass da la Preja Büja.

Dalla notte dei tempi l'uomo ha l'abitudine di crearsi storie per spiegare la realtà e anche il masso di Sesto è protagonista di una di queste. Tanto tempo fa qui viveva un pescatore con moglie e bambini; un pescatore un po' speciale, un po' privilegiato, perché era diventato l'amante di Venere, la dea della bellezza. Come a tutti i mortali che si innamorano di una divinità, così anche al pescatore la sorte non si rivelò benigna. Giove, il capo degli dei, venne a sapere la cosa e geloso punì il pescatore trasformandolo in drago. La famiglia cercò il pescatore invano, temendo che fosse morto in mare.

Una sera, la dea Venere andò a trovare l'antico amante e soffrì nel vederlo così cambiato: per questo lo invitò a bruciare tutta la città e gli offrì addirittura un'erba infernale che avrebbe reso il suo potere ancora maggiore, causando esalazioni velenose. Divampò così un grandissimo incendio, che arrivò a lambire la casa della moglie del pescatore, Vinicia. Questa prese i figlioletti e scappò via, inseguita dalle fiamme e dalle esalazioni. Ma durante la fuga il figlio più grande si fermò per la stanchezza e implorò la madre di lasciarlo e continuare la fuga. Ma Vinicia non volle lasciarlo e si fermò a sua volta con il bimbo più piccolo. Pochi attimi più tardi, entrambi i figli erano morti. La donna, disperata, decise di rimanere e li coprì con il suo corpo come una chioccia con i pulcini, per proteggerli. Fu così, in questa posizione, privi di vita, che gli abitanti del villaggio li trovarono tre giorni più tardi, al ritorno in paese dopo avere sconfitto il drago. Commossi da questo amore materno, decisero di dare solenne sepoltura ai corpi e ne disposero i funerali. Ma il giorno seguente, tornati nel luogo in cui i tre sventurati giacevano, trovarono una grande chioccia d'oro, con le ali aperte, mentre difende la covata: ovvero il masso della preja buja, il cui colore bronzeo ricorda i riflessi di una statua in metallo e la forma quella di una gallina accovacciata.

E il drago? Nessuna notizia, invece, relativa al drago... ma dove finisce la leggenda, è la toponomastica ad aiutarci. Ancora oggi sulle rive del lago si trova una fossa definita "La fossa del drago": forse dove si nascose il drago sconfitto dai Sestesi? e un drago, ucciso da S. Giorgio, compare anche negli affreschi del limitrofo oratorio di S.Vincenzo.

Storie antiche, tradizioni attuali - Questa leggenda ancora risiede nei cuori dei Sestesi: fino a pochi decenni fa le giovani spose si recavano al masso, simbolo di maternità, a chiedere di poter presto avere un figlio e, a Sesto, i bambini prima di nascere non stavano sotto i cavoli, ma sotto il masso!

Tralasciata la leggenda, la realtà si fa meno fantasiosa, ma comunque interessante. Il Sass da la Preja Buja è uno masso erratico in serpentinite, ovvero un grande blocco che è stato trascinato e depositato dal ghiacciaio della val d'Ossola, quando questo è arretrato durante la fine del Quaternario. Proprio per le sue dimensioni megalitiche, il sasso ha sempre rivestito un particolare ruolo cultuale e sacrale nel territorio. È difficile stabilire, a distanza di secoli, considerando la natura sfaldabile della pietra, se mano umana sia mai intervenuta a determinare la forma del masso. Certa però è la suggestione che, dalla valle, si ha: un lato rimanda al profilo di un ariete che guarda al lago, l'altro all'altero profilo dell'aquila.

Interpretazione a parte, la natura sacra del masso è confermata dalla presenza di coppelle. Si tratta cioè di incisioni di forma circolare, poste su una seconda pietra di dimensioni inferiori, collocata ai piedi del masso vero e proprio, che è stata identificata come una sorta di altare, dove si praticavano riti in onore delle divinità. Forse proprio la presenza delle coppelle ha determinato il nome büja, nel senso di "bucata"; non può tuttavia essere trascurato il significato di "pietra scura".
Recenti scavi hanno evidenziato la presenza di un insediamento di epoca golasecchiana a circa 300 metri dal sasso: di sicuro esisteva una relazione fra l'area abitativa e questa sacrale. Confronti stretti provengono da Golasecca e Castelletto Ticino, a occidente e in area comasca, a oriente.

Mito e storia si fondono in un unico racconto, in un'unica emozione.

Riporta alla ritualità magica, spiegata dalla Paleoastronomia, disciplina che si riferisce alla pratica dell’astronomia tra le civiltà del mondo antico.
L’ariete è infatti simbolo di fecondità e virilità, è il primo segno dello zodiaco e corrisponde all’equinozio di primavera. Il muso dell’ariete nel megalite sestese è infatti rivolto verso Ovest , e il 21 marzo il sole ne illumina l’occhio, inciso proprio a forma di sole con i raggi.



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