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venerdì 22 maggio 2015

LA VILLA OTTOLINI-TOVAGLIERI A BUSTO ARSIZIO



La villa, costruita per Enrico Ottolini nel 1903, è la seconda dimora commissionata all’architetto Camillo Crespi Balbi dalla famiglia industriale degli Ottolini, che qui aveva il proprio stabilimento cotoniero.

Rispetto alla residenza del fratello Ernesto, la villa di Enrico presenta un impianto più semplice e simmetrico, che assume le forme di un palazzo cittadino. La scelta stilistica fu dettata anche dal fatto che questa villa era l’unica delle grandi residenze di inizio Novecento ad essere collocata entro la cerchia muraria del borgo antico. Al corpo centrale su tre piani si addossano due ali laterali a due piani sormontate da terrazze. Sobrio il contrasto cromatico tra il grigio della pietra e il bianco degli elementi decorativi.
La villa ha due ingressi principali, uno su via Volta, l’altro su via San Michele. Quest’ultimo, più scenografico perché rivolto verso il borgo, è costituito da una veranda cui si accede attraverso una terrazza con scalinata.

Notevoli i ferri battuti che completano l'edificio, capolavoro del grande artista lodigiano Alessandro Mazzucotelli che qui raggiunse il suo massimo estro creativo.

La struttura portante delle cancellate è ben ripartita: lo zoccolo inferiore cieco arriva quasi all’altezza del muro di recinzione per garantire la privacy della famiglia; mentre la parte superiore, realizzata con barre di ferro a sezione quadrata, risulta molto trasparente e permette di ammirare l’architettura della villa. Nodi e giunture non sono mascherati ma trasformati in motivi decorativi circolari.

Su questo impianto lineare si innestano decorazioni di grande qualità espressiva: foglie e frutti di ippocastano, nastri, viticci e spirali. Le foglie palmate, osservate dal vero, sono fedelmente riprodotte in tutti i loro aspetti – fresche e aperte, tenere perché appena uscite dalla gemma, oppure chiuse e appassite – con grande effetto naturalistico. Straordinarie le lumache ottenute con due spirali coniche, poste alla sommità dei cancelli, che sembrano colte nel loro naturale strisciare e arrotolarsi.

Ai lati delle due cancellate il reticolo portante scompare del tutto, lasciando il posto a un intreccio sinuoso e articolato di nastri e fronde, dove il ferro sembra diventare una materia fluida.

Lo stesso disegno, semplificato, si ritrova nei tre cancelletti pedonali.

Sempre del Mazzucotelli sono i ferri battuti dei lampioni e delle lampade a parete che ornano le facciate. Tra i motivi decorativi si riconoscono fiori penduli di fucsia e grossi girasoli dispiegati a ricevere la luce del sole.

L'interno rivela un forte gusto per la decorazione. L'ampio e luminoso spazio d'ingresso a sud presenta pavimenti policromatici, affreschi alle pareti e un lavorato soffitto a travi a vista. È sorprendente il gioco di luci filtrate dai colori delle vetrate. Il salone all'angolo nord-ovest della villa è un vero e proprio campionario di preziosismi decorativi dell’inizio del XX secolo ed è dominato dal camino, collocato in posizione centrale nella parete est. L'imponente scalone che collega il piano rialzato al primo piano è un vero esempio del carattere autoritario della villa, grazie alla preziosità dei diversi marmi e all'affresco.

 Oggi è sede dell’assessorato alla Cultura cittadino.




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LA VILLA OTTOLINI-TOSI A BUSTO ARSIZIO

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La villa Ottolini-Tosi è la più grandiosa delle ville di Busto Arsizio ed era di proprietà di Ernesto Ottolini, uno dei tre figli di Carlo Ottolini, il padrone del cotonificio omonimo. La villa costituisce un vero e proprio monumento al potere economico della borghesia industriale della città di Busto Arsizio.

La villa sorge al limite nord del vecchio borgo, nelle vicinanze della chiesa di San Michele. È collocata a poca distanza dalle altre due residenze che ospitavano la famiglia di Ernesto ed Antonio Ottolini. Il progetto della villa fu redatto da Camillo Crespi Balbi, l'architetto di fiducia degli Ottolini. L'edificio fu costruito nel 1902 ed acquisito dal comune di Busto Arsizio nel 1969 dall'allora proprietario Dott. Gino Tosi . Oggi è sede di uffici pubblici del Parco Alto Milanese e della scuola di musica Gioacchino Rossini.
Villa Ottolini Tosi è ritenuto uno dei maggiori siti architettonici della città di Busto Arsizio. Costruita dall’architetto di formazione boitiana Camillo Crespi Balbi (1860-1932) nel 1902 su commissione dell’imprenditore bustese Ernesto Ottolini, vanta un assetto costruttivo ispirato alla tipologia del castello medievale e decorazioni eclettiche fuse con elementi prettamente liberty, tra cui gli straordinari ferri battuti di Alessandro Mazzucotelli (1865-1938), vere opere d’arte che impreziosiscono l’edificio al suo esterno e interno. Villa Ottolini si classifica come tipica abitazione di tipo borghese, costruita, per volere sello stesso committente, in stretta prossimità dello stabilimento produttivo tessile di sua proprietà – il Cotonificio Carlo Ottolini poi Bustese – appena fuori dal limite del vecchio borgo. L’edificio, immerso in un ampio parco oggi ridotto rispetto al passato, si presenta come una somma di volumi “innestati l’un nell’altro lungo una spina rettilinea”: la facciata sud si apre su un’ampia scalinata che raccorda il viale d’accesso con il corpo centrale di due piani, leggermente arretrato, scanditi da una loggia a colonnine binate; in alto a destra si legge la firma dell’architetto Balbi. Sul lato corto del volume di sinistra un sottopasso carrozzabile è coperto da un terrazzo porticato, mentre nella parte centrale del corpo in aggetto di destra sporge il balcone a loggia con quattro esili colonne che reggono un tetto ricco di decorazioni architettoniche e pittoriche. La facciata posteriore (nord) è invece caratterizzata dall’alta torre che svetta di alcuni metri rispetto all’altezza dell’intera costruzione; il suo significato autocelebrativo è da interpretarsi come retaggio della tradizione medievale, sottolineato, inoltre, da un ricco apparato architettonico-decorativo. Anche su questo fronte è presente una scalinata che conduce al portone d’ingresso caratterizzato da un massiccio architrave poggiante su due colonne. Sempre sulla sinistra, fra la torre e il corpo centrale, trova posto un ampio rosone in pietra bianca con disegno a fiore che contrasta con il rosso del laterizio. Proprio l’uso dei materiali – il tipico mattone rosso a vista di tradizione lombarda e la pietra chiara – dona unità e organicità all’intero edificio, creando inoltre passaggi cromatici di un certo effetto.
Veri capolavori di artigianato artistico sono però i ferri battuti del Mazzucotelli che trasformano alcuni elementi strutturali della villa in eleganti e originali decorazioni. Le forme a cui si ispira l’artista-artigiano sono quelle del nuovo stile “floreale”, pertanto i ferri raffigurano motivi fito e zoomorfi come le corde arrotolate che diventano pannocchie o i fiori di cardo (simbolo di lunga vita) sui parapetti delle terrazze, il grande girasole dell’angolo nord-est, le cadenti fucsie che pendono dai lampioni, l’elegante pensilina sul lato orientale o i fiori delle grate delle tre porte d’ingresso. Tra i ferri compaiono anche originali creature fantastiche di ispirazione medievale come i grifoni scheletrici reggi bocce e le teste di levriero che fungono da supporto ai lampioni per illuminare le terrazze; curiosi anche i porta-anelli ad altezza uomo sempre con teste canine presenti sui muri esterni dell’edificio. Il monumentale cancello sull’attuale via Volta, ideato dal Mazzucotelli come vero e proprio “status symbol”, è ciò che rimane di una più articolata recinzione presentata all’Esposizione delle Arti Decorative di Torino nel 1902. Sull’impianto statico e simmetrico si innestano stelle alpine, i già citati fiori di cardo e girali realizzati con i motivi a nastro “spiegazzato” o terminante a “colpo di frusta”. Tutte queste decorazioni in ferro battuto si replicano anche all’interno della villa, integrandosi con le ricche decorazioni pittoriche di gusto liberty presenti nei vari ambienti – si ricorda Notte e Amore di Mario Chiodo Grandi sul soffitto della camera da letto (1903) – con i sontuosi arredi e con le stupende vetrate e marmi policromi che ricoprono diverse superfici.
Nel parco rimangono grandi sculture bronzee di Ernesto Bazzaro (1859-1937) e Achille Alberti (1860-1943), opere monumentali facenti parte di un gruppo originario di sette ed eseguite da più autori che vennero collocate nel giardino per volere dello steso Ernesto Ottolini nei primi anni del XX secolo.



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martedì 28 aprile 2015

IL MONTE SASSO DEL FERRO

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Da Laveno Mombello, uno fra i più suggestivi e pittoreschi centri turistici della sponda lombarda del Lago Maggiore, si sale dolcemente con un impianto di comode telecabine biposto, fino quasi alla sommità del monte Sasso del Ferro (alt. m. 1.100 circa) da dove si può ammirare, nel silenzio solenne della natura, un grandioso e incantevole panorama sul Lago Maggiore, le Alpi, le Prealpi, i laghi lombardi e la pianura Padana.

Il Sasso del Ferro, che si innalza sopra la cittadina di Laveno Mombello, sulla sponda varesina del Lago Maggiore, supera i 1000 metri d'altitudine ed è raggiungibile con una comoda e veloce cabinovia che, partendo dal centro di Laveno, raggiunge la vetta in circa quindici minuti, nei pressi di un'altura nota come Poggio Sant'Elsa; tale impianto, recentemente ristrutturato e riqualificato grazie all'intervento tecnico ed economico della Provincia di Varese, è da sempre stato determinante per lo sviluppo turistico del luogo e ha facilitato i collegamenti con la sommità del Sasso del Ferro.

Via strada, è invece possibile raggiungere la cima del Sasso del Ferro partendo dalla località Casere di Laveno (la strada sale dal centro abitato di Cittiglio) effettuando poi un'escursione a piedi lungo i boschi della valle. Una volta giunti in vetta, si ha la sensazione di essere avvolti nella natura e, nelle giornate di bel tempo, è possibile anche osservare il Monte Campo dei Fiori, i laghi della zona, la Val Grande, fino ad intravedere la maestosa catena alpina tra cui spicca il Monte Rosa e, a sud, dopo il Monviso, la catena degli Appennini liguri.

Il Monte Sasso del Ferro, per la fresca brezza estiva e per la sua mite temperatura invernale è meta ideale per piacevoli gite e per sereni week-end nella tranquillità dei verdi boschi. Il percorso in funivia dura 16 minuti. Alla stazione di arrivo sono disponibili: bar, ristorante, albergo, negozio di prodotti tipici ed articoli di souvenir. All'arrivo della funivia c'è il punto di lancio di deltaplani e parapendii.








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mercoledì 15 aprile 2015

PERSONE DI PORTO VALTRAVAGLIA : CANDIDO LAZZARIN

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Candido Lazzarin è uno scultore.

Una mostra al Monastero di Santa Caterina del Sasso, sulla riva orientale del lago Maggiore, ha suscitato molto interesse intorno all'opera dell'artista di Brezzo di Bedero, che lavora schivo e solitario, in una delle vallate più belle del Varesotto.
Autodidatta, nato nel 1946, Lazzarin inizia a scolpire nel 1980 e nonostante questa partenza non precoce egli si è già affermato in una sequenza di mostre in Italia.
L'interesse suscitato deriva dalla particolarità della sua ricerca, da collocarsi nel territorio dell'arte povera.
Il tema parla già di una profonda suggestione ed è prevalente nella sua produzione. La Croce. E' il simbolo più alto e più immediato del Cristianesimo.
La dimensione dell'espressione scultorea di Lazzarin non è di certo nel tradizionale, in quanto il materiale creativo risulta essere, per Io più, ferro di recupero.
L'origine di tale materia è umilissima e insieme preziosa, arriva alle mani dell'artista già con una propria storia. Sono chiodi, che secoli fa, sono stati battuti: sono falcetti della più schietta tradizione rurale; sono tubi in rame o in piombo provenienti da macerie di ristrutturazioni civili.
"Croce realizzata con cerniere e chiodi del 1600". "Croce realizzata con graffe da carro agricolo della provincia di Pavia". E ancora."Cristo realizzato con tre chiodi da travatura della metà del '600". "Croce realizzata con 24 chiodi da maniscalco".
La forza della suggestione dalle parole si cala nella visione. Gli antichi elementi si piegano a richiamare i simboli cristiani, a ritrovare una inattesa dignità con il consumismo che il quotidiano non sa più conservare.
Non esiste in Lazzarin artificio, non si rintracciano forzature nella connessione. E' un messaggio limpido, sereno, nella semplicità di un gesto che si china a raccogliere quanto verrebbe gettato via e con grande emozione ne fa scultura.
Così, dinnanzi ad un percorso creativo inatteso, nascono libere meditazioni verso un grande umanesimo ritrovato all'improvviso nel nostro tempo.

Partendo dallo studio dei ferri assemblati si giunge a considerazioni sul destino delle cose e degli uomini.
Candido Lazzarin continua nella sua opera, che nell'unicità della sua inventiva, procede in una forte tensione verso il soprannaturale.

Guardare l'uomo per vedere la sua anima - Interessante e ambizioso obiettivo quello che si è posto l'artista Candido Lazzarin con la sua mostra "L'anima sacra e l'anima profana", allestita al Palazzo Verbania di Luino.
Il tema dell'anima ci tocca particolarmente da vicino, ci riguarda in maniera intima e personale, così intrecciata nel nostro vissuto quotidiano che quasi non ci si pone più attenzione; eppure è anche un tema ignoto e misterioso, paradossalmente sfuggente nella sua pur costante familiarità.

Un tema ambivalente e duplice, come fa notare acutamente l'artista con la distinzione che opera nel titolo tra "Anima sacra" e "Anima profana": c'è infatti un chiarissimo riferimento all'uomo, e perciò è un tema definibile come profano, pienamente e specificamente umano -mirando proprio al cuore pulsante della nostra umanità- eppure, nonostante ciò, oltrepassa l'uomo stesso, sfociando nel trascendente e dunque nel sacro.
Parlare dell'anima colloca quindi in uno spazio intermedio che tocca e coinvolge entrambe le dimensioni, quella spirituale e quella terrena, quella divina e quella umana, abbracciandole sinergicamente pur mantenendone la distinzione.

Lo scultore Candido Lazzarin, con la mostra, ha saputo porsi sul dorso di questo delicato crinale, descrivendo con il suo peculiare linguaggio artistico la specificità che contraddistingue l'animo dell'uomo nella sua originaria ed ineliminabile tensione bipolare.
In tal senso le sue opere scultoree ed i suoi assemblati -con cui ha costruito, ad esempio, delle piante d'ulivo racchiuse in grate d'argento che sostengono alcune croci- si prestano a numerose riflessioni, enfatizzando tanto il ruolo spirituale del sacrificio pasquale di Cristo, quanto l'aspetto profano di una pace armoniosa che l'uomo è chiamato a costituire nel mondo. I due aspetti non solo non si escludono ma, anzi, si co-implicano valorizzandosi vicendevolmente.

L'immagine della croce, che ricorre molto spesso nei lavori di Lazzarin, è emblematica: simbolicamente richiama la sfera del sacro in quanto immagine cristiana, ma materialmente è molto umana, perché nel realizzare le sue croci l'artista utilizza materiale povero e di riuso, rigorosamente autentico, ricavato per lo più da manufatti di ferro recuperati da demolizioni o grazie a fortunosi ritrovamenti.
L'origine di tale materia è dunque umilissima, ma al contempo anche preziosa, perché spesso gli oggetti dalla quale è tratta sono molto antichi e possiedono già una loro storia. Possono essere, ad esempio, dei chiodi che sono stati battuti secoli fa, o dei falcetti della più schietta tradizione rurale, oppure dei tubi di rame e di piombo provenienti da macerie di ristrutturazioni civili.
Nei titoli delle sue opere c'è perciò molto spesso un accenno alla storia che li impregna: es.con cerniere e chiodi del 1600"; "Croce realizzata con graffe da carro agricolo della provincia di Pavia"; "Cristo realizzato con tre chiodi da travatura della metà del '600"; "Croce realizzata con 24 chiodi da maniscalco".
Ancora una volta, viene ribadita la compresenza tra spirituale e terreno, tra l'elemento sacro (es. la croce) e l'elemento profano (es. il chiodo da maniscalco secentesco).




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lunedì 6 aprile 2015

I RETI



I Reti erano una antica popolazione stanziata nelle Alpi centro-orientali, inserita nel contesto culturale di Fritzens-Sanzeno, che aveva come epicentro il Trentino e il Tirolo, sviluppandosi fino all'Engadina, nel Canton Grigioni in Svizzera, e alla Germania meridionale.

Secondo lo storico romano Plinio il vecchio essi erano divisi in vari gruppi, riconducibili però a una unica entità etnico-culturale di origine etrusca; questa molteplicità di comunità pone serie difficoltà agli studiosi nel delineare con precisione l'area da loro occupata.

A seguito della conquista dell'arco alpino effettuata sotto l'imperatore Augusto tra il 15 e il 16 a.C. i popoli retici furono sottomessi a Roma, e successivamente inseriti nella provincia di Rezia.

Cinquecento anni avanti Cristo gli Etruschi si spinsero anche a nord, verso le Alpi e oltre, ove fondarono numerose colonie. Quelle terre presero il nome di Raetia, i suoi abitanti furono i Reti, e nelle Alpi Retiche si trovano Valtellina ed Engadina. Plinio nella sua opera Naturarum Historia (III,133) afferma che i Reti, discendenti degli Etruschi, sotto il loro capo Reto, siano stati cacciati dai Galli.

Il popolo che abitò nel Trentino Alto Adige nella età del ferro, identificato archeologicamente con la cultura di Fritzens-Sanzeno, è il primo di cui si hanno non solo documenti materiali, ma anche fonti scritte. Infatti storici, geografi e poeti romani e greci parlano di questa popolazione definendola "Reti". Anche se questo termine non è esatto dal punto di vista archeologico, perché, come vedremo, indica in realtà un insieme di popoli diversi, lo useremo anche noi per brevità.
Nel I secolo a.C. le informazioni si intrecciano definendo un quadro in parte contraddittorio.
Sul monumento alla vittoria di La Turbie presso Monaco, sul quale sono menzionate le popolazioni sottomesse con la forza dai Romani tra il 25 e il 14/13 a.C. non è nominato il popolo dei Reti. Le popolazioni alpine nominate come vinte sono numerose e tra queste compaiono anche i Venostes e gli Isarci. Da informazioni di altri autori antichi e da iscrizioni, si possono citare altre popolazioni che ci riguardano, ma non è possibile indicare precisamente il luogo in cui abitavano. Tra questi vi sono anche alcuni popoli che potrebbero aver vissuto nella nostra regione come gli Anauni (Val di Non), i Tulliasses e i Sinduni (forse Val di Sole o Val d'Adige tra Merano e Salorno), i Tridentini (forse Val d'Adige tra Merano, Salorno e Rovereto).
Caio Svetonio Tranquillo, nella sua opera "Le vite dei dodici Cesari", descrivendo la vita di Cesare Augusto nel volume I al capitolo 21, dice:
«Domuit autem partim ductu partim auspiciis suis Cantabriam Aquitaniam, Pannoniam, Dalmatiam cum Illyrico omni, item Raetiam et Vindelicos ac Salassos, gentes Inalpinas».
Sottomise o egli stesso o per mezzo di luogotenenti, la Cantabria, l'Aquitania, la Pannonia, la Dalmazia con tutto l'Illirico, inoltre la Rezia, i Vindelici e i Salassi, genti alpine.
Le prime notizie di questo popolo si riferiscono al suo vino. Infatti la più antica notizia indiretta sui Reti si trova in M. Porcius Cato che loda il vino retico coltivato, come si deduce da Plinio il Vecchio, nei dintorni di Verona. Anche Caio Svetonio, descrivendo le abitudini alimentari di Augusto ( op.cit. I,77) dice che:
«Et maxime delectatus est Raetico, neque temere interdiu bibit».
E particolarmente gli piaceva il vino retico, ma raramente ne beveva durante il giorno.
Abbiamo notizie su città che in qualche modo ebbero a che fare con i Reti: Como venne distrutta dai Reti , fra i quali Strabone nomina anche i Lepontii. Plinio il Vecchio menziona, oltre ad altre, anche Trento come città retica (Raetica oppida). Dalle antiche fonti storiche si deduce dunque che i Reti abitavano il territorio alpino tra il Lago Maggiore e il Piave, tra il Lago di Costanza e la Bassa Valle dell'Inn. Plinio afferma che «Raeti in multas civitates divisi» (I Reti erano divisi in molte popolazioni).
Non si può però capire da queste fonti se i Reti fossero una confederazione di popoli di natura culturale e/o politica oppure una comunità con lingua, cultura e/o religione affini. Per rispondere dunque al quesito chi fossero i Reti si possono avere indicazioni solo dagli studi linguistici e dall'archeologia.
Riguardo all'origine dei Reti, nell'antica storiografia si trova più volte l'indicazione che essi siano di stirpe etrusca e che guidati, secondo la leggenda, dal loro capo Reto, si siano spinti nelle Alpi. Tito Livio, nella sua "Storia di Roma", V, cap.33, afferma infatti:
«Tuscorum ante Romanum imperium late terra marique opes patuere... Et in utrumque mare vergentes incoluere, prius cis Appenninum, postea trans Appenninum coloniis missis, quae trans Padum omnia loca - excepto Venetorum angulo - usque ad Alpes tenuere. Alpinis quoque ea gentibus haud dubie origo est, maxime Raetiis, quos loca ipsa efferarunt ne quid ex antiquo praeter sonum linguae nec eum incorruptum retinerent».
«Il potere degli Etruschi, prima della supremazia dei Romani, si stese largamente sulla terra e sul mare….Essi posero le loro sedi sulle regioni che si affacciano sui due mari (Tirreno ed Adriatico.), prima al di qua dell’Appennino, poi, mandando al di là di esso delle colonie, occuparono tutto il territorio al di là del Po fino alle Alpi, eccetto la zona dei Veneti. Senza dubbio questa è l’origine anche delle genti alpine, specialmente dei Reti, resi così selvaggi dalla natura stessa dei luoghi che della loro origine conservarono solamente il suono della lingua e nemmeno questo incorrotto».
Più cauto, a questo proposito, è Plinio che nella sua opera Naturarum Historia (III,133) afferma: «Raetos Tuscorum prolem arbitrantur a Gallis pulsos duce Raeto» (Si ritiene che i Reti, discendenti degli Etrusch, sotto il loro capo Reto, siano stati cacciati dai Galli)
In realtà non vi sono indicazioni e prove per stabilire precisamente la loro origine. Tra le ipotesi più accettate c'è quella che li indica come un insieme di popoli autoctoni, in qualche modo simili, soprattutto per cultura e in parte per lingua (scritta). Interessante comunque è riflettere come i Romani li abbiano indicati tutti con un nome generico e li abbiano descritti secondo il loro punto di vista. Già Livio infatti li presenta come gente selvaggia e come abbiamo visto Strabone li indica come dediti al brigantaggio. Anche in Orazio troviamo delle indicazioni sui popoli delle Alpi.
«.... qaulemve laetis caprea pascuis
intenta......
...... leonem,
dente novo peritura, vidit;
videre Raetis bella sub alpibus
Drusum gerentem Vindelici......
sed diu
lateque victrices catervae,
consiliis iuvenis revictae,
sensere quid mens ....
nutrita ..... sub penetralibus
posse....»(Odi, IV,IV: per le vittorie di Druso)
«...come una cerbiatta intenta a dolci pascoli, vede un leone e già si sente preda delle sue giovani zanne, così i Vindelici videro Druso far guerra sulle Rezie Alpi...; ma quell'orda, vincitrice sempre e dovunque, sconfitta dall'intelligenza di un giovane, conobbe quanto valesse una mente educata in una reggia». Come si vede, in quest'ode Orazio esalta la forza e l'intelligenza di Druso che ha saputo sottomettere i Vindelici, popolo delle Rezie, indicato come orda temibile. In un'altra ode ( IV,XIV: pace romana) il poeta, esaltando la pace di Augusto e le imprese di Druso, dice:
«Augustus.........
.... maxime principum
quem, legis expertes latinae,
Vindelici didicere nuper
quid Marte posses? Milite nam tuo
Drusus Genaunos, implacidus genus,
Breunosque veloces et arces
Alpibus impositas tremendis
deiecit acer, plus vice simplici;
maior Neronum mox grave proelium
commisit immanesque Raetos
auspiciis pepulit secundis,
... quantis fatigaret ruinis
..... impiger hostium
vexare turmas».
«Augusto, il più grande dei principi, che or ora i Vindelici, ignari della legge latina, hanno conosciuto come persona forte in guerra? Con le tue milizie, Druso abbattè con aspra rappresaglia i Genauni, popolo irrequieto, i Breuni veloci e le rocche poste sulle fosche Alpi; il maggiore dei Neroni fece una fierissima battaglia e, con auspici favorevoli, volse in fuga i Reti immani ... (li) incalzava con strage immensa, .... alacre a respingere le torme nemiche».
Anche in questo brano, viene esaltata la forza e la civiltà di Roma, fondata sulle leggi, nei confronti di un popolo selvaggio e certamente non incline a sottomettersi alla volontà dell'imperatore. Leggendo questi versi, però, bisogna tener sempre presente la loro funzione che è quella di esaltare la grandezza di Augusto e del suo figliastro Druso che hanno saputo allargare i confini dell'impero e portare ovunque la civiltà di Roma. Per fare questo Orazio mette in massimo risalto le opere dei Romani, sia descrivendo come feroci gli avversari, e quindi sottometterli è stata una grande impresa, sia sottolineando la loro inciviltà, per esaltare così ancor di più l'importanza dell'opera civilizzatrice dell'impero.
Ma i Reti erano davvero così come venivano descritti? Solo l'archeologia può dare una risposta, perché noi possediamo documenti scritti solo dalla parte dei Romani, avversari di questi popoli, ma non ne abbiamo da parte dei Reti che non ci hanno lasciato nessuna descrizione scritta di sé stessi, ma solo brevi iscrizioni per lo più a carattere sacro.
Ma da che cosa deriva il nome di Reti? Anche se dare una risposta certa è difficile si può supporre che esso derivi forse da quello della dea Reitia, raffigurata tra animali con un velo in testa e una chiave in mano. Nella zona di Este esisteva un santuario dedicato a questa dea, in cui arrivavano popolazioni dal Nord e quindi gli antichi, soprattutto Romani, indicarono tutti gli abitanti a Nord che abitavano sulle Alpi, col nome generico di Reti.

Secondo lo storico latino Tito Livio (59 a.C. - 17 d.C.) i Reti discenderebbero dagli etruschi, ritirati sull'arco alpino a seguito delle invasioni celtiche nel nord Italia.

Lo storico greco Strabone (58 a.C.-25 d.C. circa) descrive i Reti associandoli ai Vindelici, collocandoli tra Elvezi e Boi sopra "Verona e Como"; precisa inoltre che alla "stirpe retica" appartengono sia i Leponzi che i Camuni:

« Ἑξῆς δὲ τὰ πρὸς ἕω μέρη τῶν ὀρῶν καὶ τὰ ἐπιστρέφοντα πρὸς νότον Ῥαιτοὶ καὶ Ὀυινδολικοὶ κατέχουσι, συνάπτοντες Ἐλουηττίοις καὶ Βοίοις· ἐπίκεινται γὰρ τοῖς ἐκείνων πεδίοις. Οἱ μὲν οὖν Ῥαιτοὶ μέχρι τῆς Ἰταλίας καθήκουσι τῆς ὑπὲρ Οὐήρωνος καὶ Κώμου. Καὶ ὅ γε Ῥαιτικὸς οἶνος, τῶν ἐν τοῖς Ἰταλικοῖς ἐπαινουμένων οὐκ ἀπολείπεσθαι δοκῶν, ἐν ταῖς τούτων ὑπωρείαις γίνεται· διατείνουσι δὲ καὶ μέχρι τῶν χωρίων, δι' ὧν ὁ Ῥῆνος φέρεται· τούτου δ' εἰσὶ τοῦ φύλου καὶ Ληπόντιοι καὶ Καμοῦνοι. Οἱ δὲ Ὀυινδολικοὶ καὶ Νωρικοὶ τὴν ἐκτὸς παρώρειαν κατέχουσι τὸ πλέον· μετὰ Βρεύνων καὶ Γεναύνων, ἤδη τούτων Ἰλλυριῶν. Ἅπαντες δ' οὗτοι καὶ τῆς Ἰταλίας τὰ γειτονεύοντα μέρη κατέτρεχον ἀεὶ καὶ τῆς Ἐλουηττίων καὶ Σηκοανῶν καὶ Βοίων καὶ Γερμανῶν. Ἰταμώτατοι δὲ τῶν μὲν Ὀυινδολικῶν ἐξητάζοντο Λικάττιοι καὶ Κλαυτηνάτιοι καὶ Ὀυέννωνες, τῶν δὲ Ῥαιτῶν Ῥουκάντιοι καὶ Κωτουάντιοι. »

« Vi sono poi, di seguito, le parti dei monti rivolte verso oriente e quelle che declinano a sud: le occupano i Reti e i Vindelici, confinanti con gli Elvezi e i Boi: infatti si affacciano sulle loro pianure. Dunque i Reti si estendono sulla parte dell'Italia che sta sopra Verona e Como; e il vino retico, che ha fama di non essere inferiore a quelli rinomati nelle terre italiche, nasce sulle falde dei loro monti. Il loro territorio si estende fino alle terre attraverso le quali scorre il Reno; a questa stirpe appartengono anche i Leponzi e i Camunni. I Vindelici ed i Norici invece occupano la maggior parte dei territori esterni alla regione montuosa, insieme ai Breuni e ai Genauni; essi appartengono però agli Illiri. Tutti questi effettuavano usualmente scorrerie nelle parti confinanti con l'Italia, così come verso gli Elvezi, i Sequani, i Boi e i Germani. Erano considerati più bellicosi dei Vindelici i Licatti, i Clautenati, e i Vennoni; dei Reti i Rucanti e i Cotuanti. »
(Strabone, Geografia, IV, 6.8)
Nel libro VII sempre Strabone descrive il territorio dei Reti, che si trova a cavallo delle Alpi tra il lago di Costanza e le terre degli Insubri in Italia:

« Προσάπτον ται δὲ τῆς λίμνης ἐπ' ὀλίγον μὲν οἱ Ῥαιτοί, τὸ δὲ πλέον Ἑλουήττιοι καὶ Ὀυινδολικοί. + καὶ ἡ Βοίων ἐρημία. Μέχρι Παννονίων πάντες, τὸ πλέον δ' Ἑλουήττιοι καὶ Ὀυινδολικοί, οἰκοῦσιν ὀροπέδια. Ῥαιτοὶ δὲ καὶ Νωρικοὶ μέχρι τῶν Ἀλπείων ὑπερβολῶν ἀνίσχουσι καὶ πρὸς τὴν Ἰταλίαν περινεύουσιν, οἱ μὲν Ἰνσούβροις συνάπτοντες, οἱ δὲ Κάρνοις καὶ τοῖς περὶ τὴν Ἀκυληίαν χωρίοις. »

« I Reti toccano per poca parte col loro territorio il lago (Lago di Costanza), mentre la maggior parte ricade sotto gli Elvezi, i Vindelici e il gruppo dei Boi. Tutti, fino ai Pannoni, ma in special modo Elvezi e Vindelici, abitano gli altipiani. I Reti ed i Norici si estendono dai passi delle Alpi fino verso l'Italia, confinando i primi con gl'Insubri, i secondi con i Carni e le terre d'Aquileia. »
(Strabone, Geografia, VII, 1.5).

Utilizzando sia i documenti materiali rimasti, sia le prime fonti scritte, si può delineare una breve storia dei Reti.
Nel V secolo a.C. abbiamo una forte espansione della cultura Fritzens-Sanzeno, che si estende sia verso Sud sia oltre il Brennero, nella valle dell'Inn, con influssi che giungono fino all'Oglio e all'Adda.
Al V secolo a.C. risalgono anche le prime iscrizioni in alfabeto reto-etrusco, la cui introduzione è dovuta certamente ad influssi etruschi, conseguenza dei rapporti economici e commerciali che vi erano tra queste popolazioni, soprattutto lungo l'asse dell'Adige.
Le invasioni celtiche del V/IV secolo a.C., che modificarono la situazione della pianura Padana, non ebbero grande influenza sui Reti, che imitarono alcuni loro ornamenti in bronzo e alcune armi. Dai documenti archeologici i Reti sembrano essere una zona con cultura aperta agli influssi sia da sud che da nord, che però vengono assunti e rielaborati in forma autonoma.
La scomparsa di molti insediamenti nel II secolo a.C. è da ricollegare forse alle incursioni dei Cimbri, che nel 101-102 con un'irruzione nella val d'Adige, riescono a respingere verso il Po le truppe del console Q.Lutezio Catulo. In seguito sono documentati frequenti contatti tra gli insediamenti dei Reti e i Romani, confermati da oggetti ornamentali e monete sia repubblicane, sia imperiali.
La penetrazione economica e la pressione strategica romana culmina nel 15 a.C. con la conquista del territorio del Trentino Alto Adige da parte di Druso, figlio adottivo di Ottaviano Augusto. Da questo momento la cultura Fritzens-Sanzeno decade fino a scomparire, ad eccezione di alcuni suoi aspetti che continueranno ad essere presenti nelle valli laterali, più isolate.

Lo storico latino Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua Storia naturale ricorda che "Feltre, Trento e Belluno sono centri dei Reti, e Verona è dei Reti e degli Euganei; inoltre:

« His contermini Raeti et Vindolici, omnes in multas civitates divisi. Raetos Tuscorum prolem arbitrantur a Gallis pulsos duce Raeto. »

« Con loro (i Norici) confinano i Reti e i Vindelici, tutti divisi in molte comunità. Si ritiene che i Reti, discendenti degli etruschi, condotti da Reto, furono scacciati dai Galli. »
(Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 133)
Durante l'età del ferro, soprattutto dal VI secolo a.C., si afferma nell'area tra il Tirolo ed il Trentino la cultura di Fritzens-Sanzeno, che perdurerà fino alla conquista dell'area da parte di Roma, nel I secolo a.C., che segnerà appunto la fine di quest'epoca.

Dal VI secolo a.C. si segnala anche una significativa influenza etrusca nel nord-Italia, ponendosi di fatto come cultura mediatrice tra le popolazioni mediterranee e quelle transalpine. Il territorio della valle dell'Adige si presentava come la via più breve per giungere oltralpe, attraverso i due passi della Resia e del Brennero.

Tra la fine del V e l'inizio del IV secolo le popolazioni celtiche si insediano nella pianura Padana; tra i vari gruppi quello dei Celti Cenomani s'inserisce tra i fiumi Oglio ed Adige, sostituendo gli etruschi nei traffici con i Reti.

L'azione romana di conquista è descritta dallo storico romano di lingua greca Cassio Dione (155-229): a seguito delle incursioni dei Reti nei territori romanizzati d'Italia, e delle loro pratiche cruente ("uccidevano persino tutti i maschi che c'erano tra i loro prigionieri, non solo quelli già nati, ma anche quelli che si trovavano ancora nel ventre delle donne, scoprendone il sesso in base ai responsi oracolari") Augusto inviò Druso e Tiberio alla conquista del loro territorio. Tiberio li assalì dal versante nord, attraversando il Lago di Costanza con delle imbarcazioni. Dopo averli sconfitti in battaglia, i romani si preoccuparono di deportarne in altri luoghi un numero sufficiente, affinché non fossero progettate delle rivolte, lasciandone sul posto un numero esiguo, appena sufficiente per popolarne la terra.

Nelle antiche descrizioni i Reti appaiono come un popolo portato alla guerra e selvaggio, che non perdeva occasione per effettuare scorrerie ed attacchi verso i fondovalle già romanizzati. D'altro lato essi stessi erano visti come un ostacolo al transito tra i versanti nord e sud delle Alpi, in quanto obbligavano al pagamento di pedaggi e assalivano convogli. Si suppone che queste descrizioni siano state volutamente enfatizzate per giustificare la conquista delle Alpi da parte dei romani.

I siti archeologici più importanti sono Sanzeno e Mechel in val di Non, il Doss Castel, il castelliere sul Col de Pigui nei pressi di Mazzin, e Laives: per tali insediamenti è possibile parlare di strutture protourbane. Si definisce Cultura di Fritzens-Sanzeno la cultura materiale retica, che prende il nome da queste due località (l'una nella valle dell'Inn e l'altra in Val di Non), che andò a sovrapporsi alle precedenti Cultura di Luco-Meluno e cultura di Hallstatt.

Come in altre parti della regione, anche nella zona di Merano, gli insediamenti dell'età del ferro e, in particolare quelli retici, si trovano per lo più vicino al fondovalle o a mezza costa.
La zona di Castel Juval e di Naturno ha dato reperti di ceramica, 2 macine e resti di mura di 2 case retiche, che fanno pensare che il sito abbia continuato ad essere abitato fino a tutto il I secolo. Lo stesso vale anche per il Burgsatllknott (Plars) con le sue ciclopiche mura, mentre a Rifiano sono stati trovati i resti di una casa retica con corridoio di accesso probabilmente coperto. Sul Kronsbichl (Lagundo) sono stati trovati i resti di mura di un edificio che comprendeva probabilmente 4 vani. A sud della conca di Merano ricordiamo il Kobaltbühel (Foiana) con resti di ceramica e mura di un'abitazione, S.Ippolito, con resti di ceramica e vari oggetti in bronzo. Anche nei dintorni di Tesimo sono stati trovati resti di abitazioni, fibule e soprattutto un'ascia di bronzo con iscrizioni in alfabeto di "Bolzano". In questo periodo anche la zona di Meltina ha dato reperti interessanti, purtroppo in gran parte perduti, che fanno pensare ad un sepolcreto.
Molto importante è una scoperta abbastanza recente in val d'Ultimo, a S.Valpurga, dove è stata trovata una zona sacra, un rogo votivo di cui parleremo più avanti.
Reperti singoli provengono da Tell, Lagundo, Lana e castel Labers. Macine a tramoggia sono state trovate a Naturno, Scena e Lana. Importanti siti da ricordare sono quelli nella val Venosta: Tartscherbühel (Malles), Ganglegg (Sluderno), Talatsch (Silandro), Castelbello, nella val Passiria: Stuls (Moso) mentre nella val d'Adige rilevanti sono i ritrovamenti di Settequerce.
Ma il fatto più importante per quanto riguarda la storia che stiamo raccontando è che finalmente, in questo periodo, anche nella vera e propria conca di Merano si hanno dei ritrovamenti importanti che indicano come in questo periodo si possa parlare finalmente anche di stabile popolamento di questa zona.
Un ritrovamento molto ricco di oggetti di bronzo è quello dell'Hochbühel (Tirolo), la cui funzione molto probabilmente era quella di sepolcreto, anche se non si possono del tutto escludere altre ipotesi che lo indicano come insediamento o come deposito forse a carattere votivo.
Sul SINICHKOPF, il primo sito archeologico conosciuto in Alto Adige, si sono trovati resti già del periodo del bronzo. Al periodo del ferro risalgono le "mura ciclopiche" con segni di abitazioni (buchi per i pali di sostegno), ceramiche, resti di focolare, una macina.

La scelta della posizione degli insediamenti stabili in area alpina è particolarmente condizionata dalle caratteristiche del territorio. Le valli principali, rese paludose dalle inondazioni dei fiumi, il pericolo di frane, la necessità d'acqua e l'opportunità di rispettare i terreni fertili destinati all'agricoltura, costrinsero l'uomo a scegliere come sedi abitative i terrazzi, le sommità e i conoidi formati dai torrenti laterali.
Sulla estensione e sulla struttura degli abitati sappiamo molto poco. Le superfici per lo più ristrette delle sommità e dei versanti vennero utilizzate nel migliore dei modi. Accanto a fattorie isolate tipo i masi vi sono piccoli villaggi, con 5-15 edifici, e abitati più grandi con 30 e più costruzioni.

Contrariamente ad un'opinione molto diffusa, gli insediamenti fortificati sono in numero modesto. Infatti essi dapprima sorgevano in luoghi poco difesi e solo in seguito, a causa soprattutto dell'avanzare dei Romani, i Reti si spostarono in zone più difese naturalmente, e quindi più difficili da distruggere. All'esterno o nelle vicinanze dell'insediamento si trovavano impianti produttivi, per la lavorazione del metallo e della ceramica.

Nel 1960 Osmund Menghin ha avanzato l'ipotesi che i Reti non fossero una popolazione, quanto invece un "gruppo di culto", a cui si associa, per assonanza, il culto della divinità Reitia.

I luoghi di culto, documentati anche nelle immediate vicinanze degli insediamenti, nella maggior parte dei casi sono santuari dedicati alla natura, in modo particolare i Brandopferplätze, roghi votivi.
Nel territorio del gruppo Fritzens-S. Zeno, a partire dal VI secolo a.C., soprattutto in val d'Adige e in val d'Isarco, è documentato un tipo di abitazione seminterrata a uno o più vani con cantina in muratura (muri per lo più a secco) e ingresso talvolta ad angolo, detta appunto "casa retica". Le stanze si trovavano nel "piano superiore" e le cantine potevano essere utilizzate per varie funzioni: come magazzino o laboratorio o anche stalla. In tal caso avrebbero potuto servire anche per riscaldare le stanze che si trovavano sopra. Accanto alle case interrate scavate in tipi di roccia meno dura, sono documentate costruzioni di legno con basamento in pietra e strutture di supporto. Zone ricoperte con pietre squadrate o piani di argilla servivano da focolari. La copertura del tetto variava a seconda delle zone: paglia, scandole o lastre di profido. L'accesso era di solito formato da un corridoio, che spesse volte formava un angolo retto, forse per impedire al vento di penetrare nella casa. Legati alla costruzione della casa vi erano anche cerimonie di culto.

Elemento fondamentale nella vita della maggior parte della popolazione retica fu l'agricoltura. Nei campi si raccoglievano cereali (farro orzo segale avena miglio) e legumi (fave piselli lenticchie). Si raccoglievano frutti selvatici come funghi, bacche, miele ed erbe. I Reti avevano aratri con ruote e come animali da tiro si utilizzavano bovini e probabilmente anche uomini. Nel V secolo a.C. , nella valle dell'Adige si usavano "macine a leva" che vennero sostituite nel I secolo a.C. dalla macina a tornio. I cereali erano conservati in casse di legno o cesti. Nel II e I secolo a.C. gli storici antichi affermano che il vino retico era molto apprezzato, anche alla corte imperiale. Vasellame in bronzo conferma l'ipotesi che fosse prodotto vino nella zona alpina. Per la presenza tra i reperti del coltello da vite e di alti strumenti tipici si può concludere che probabilmente, a partire dal V sec. a.C. la vite era coltivata in tutto il territorio sud-alpino. Tra gli animali domestici prevalentemente c'erano piccoli ruminanti (pecora, capra) ma anche bovini. Meno importanti erano i suini e rari i cani e cavalli. Tra gli animali da caccia il preferito era il cervo, per le sue corna, usate per costruire impugnature, ma la caccia ormai è poco importante.
Passiamo ora all'artigianato, che era molto vario e sviluppato. Un grande ruolo è assunto dalla lavorazione del legno, usato nella costruzione delle case, delle suppellettili domestiche e dei mezzi da trasporto. Gli oggetti di piccole dimensioni e le impugnature vennero generalmente ricavati dall'osso e dal corno. Nei piccoli paesi dovevano esserci stati artigiani che lavoravano il cuoio, cordai, cestai ed impagliatori. I numerosi telai rinvenuti nelle case sono testimoni di un avanzato artigianato tessile. Scalpellini produssero macine in pietra e coti per affilare. Tornitori e vasai garantirono in officine piccole o sovraregionali la produzione di ceramica. Lavoratori del metallo furono in grado di imitare perfino le situle in bronzo e le brocche d'origine mediterranea. L'alta qualità della lavorazione dei metalli si può vedere sia nei gioielli e nelle armi che negli attrezzi e negli strumenti in ferro. Influenze provenienti dall'area mediterranea e dall'ambito celtico venivano accolte ed adattate al gusto locale.
La necessità di materie prime per la produzione locale, fece sviluppare i contatti esterni sia a nord che a sud dell'arco alpino: in primo luogo con Celti, Etruschi, Greci e Veneti. Nacquero anche i primi centri con diritto di tenere mercato per il sale a Halstatt. Il "commercio" doveva essere ancora attuato con lo scambio diretto dei beni, anche se, nel II e I secolo a. C., monete celtiche e romane appaiono nelle Alpi. Bestie da soma, soprattutto buoi e pochi cavalli, diventarono oggetto di questo " commercio".
I prodotti che venivano quindi "esportati" erano: resina, pece, fiaccole, cera, formaggio e miele, ma anche schiavi, come dimostrano i reperti di catene da collo, vino, lana, pelli, carne e bestiame. Tra i beni di lusso che invece arrivavano nel territorio dei Reti vi erano: dal Mediterraneo spezie, olio, vino, profumi, vetro, coralli, avorio, preziosi elementi d'abbigliamento, strumenti da toiletta, candelabri e ricercati vasi potori. Una gran parte dei beni di lusso dovette arrivare come regalo o tributo. Oltre a tali modalità si può pensare al servizio militare o ad altre mansioni prestate dagli abitanti delle Alpi nell'ambiente mediterraneo, come pure a rapporti matrimoniali.

Nell'età del ferro gli uomini portavano una veste con cintura che si interrompeva sopra le ginocchia. Anelli e bracciali sono rari. Spade, coltelli a pugnale e cinture con ganci, talvolta lavorate artisticamente, potrebbero aver acquisito anche un significato di distinzioni sociale. Gli spilloni e più tardi le fibule, i ganci di cintura degli uomini furono fabbricate fino al VI secolo a.C. a livello regionale esclusivamente in ferro, il metallo più prezioso.
Le donne portavano un abito lungo fino sotto le ginocchia stretto alla vita da una cintura. Inizialmente era fissato da due spilloni, a partire dal XII secolo a.C. più frequentemente da fibule, la cui forma viene assunta sia dagli Italici, sia dai Celti. Le donne portavano anche anelli, collane, bracciali e placchette di cinturone in bronzo. Dal III secolo a.C. grazie all'influenza dei Celti vi sono testimonianze anche di bracciali in vetro. Forse usavano anche un fazzoletto per la testa o una mantellina. Scarse sono le documentazioni di "scarpe", forse le donne indossavano stivali di pelle.

Intorno al 600 a.C. la fibula sostituisce definitivamente lo spillone decorato e diventa, come fermaglio per gli abiti, l'accessorio di abbigliamento più importante di tutta la seconda età del Ferro. Essa veniva portata da sola in coppie o in serie più numerose (dalla donna). Le fibule servivano come oggetti ornamentali, secondo la moda dell'epoca. Esse hanno precise caratteristiche e quindi danno informazioni sui contatti culturali.
E' del V-IV secolo a.C. la moda delle cinture: larghe piastre di metallo rettangolari, spesso lavorate a sbalzo, mentre ganci di cintura traforati ornavano larghe cinture in cuoio, che più tardi si fecero più strette e più semplici. Importanti ornamenti sono gli anelli e i bracciali, talvolta con estremità a testa di serpente, e anche gli uomini portavano anelli. Qualche monile aveva anche carattere di amuleto, ad esempio le perle in pasta vitrea, le spirali in bronzo e pendagli di vario tipo.

Come durante l'antica età del bronzo, così anche nell'età del Ferro l'armatura completa in metallo era costituita da elmo, corazza, schinieri e scudo, ovale e ricoperto di pelle, in combinazione con spada e lancia. Altre armi erano il coltello a pugnale l'arco e le frecce. Tipico era l'elmo di tipo detto Negau, utilizzato anche degli Etruschi, e l'ascia ad alabarda. La differenza sta nel fatto che in questo periodo le armi sono costruite in ferro. In alcune incisioni appaiono anche carri da combattimento a 2 ruote. Con l'estensione del dominio dei Celti, che intorno al 400 a.C. avevano occupato certe zone dell'Italia settentrionale, i Reti ne adottarono elmo e spada di ferro.
Dopo che i Romani nel II secolo a.C. ebbero sconfitto i Celti insediati a nord del Po, nelle officine locali si incominciarono a riprodurre anche armi romane, come la punta di lancia detta pilum. Comunque come tipica arma dei Reti, descritta anche dal poeta Orazio nel I secolo a.C., rimase l'ascia ad alabarda.

La scrittura retica, la cui comparsa è collocata attorno al 500 a.C., presenta un forte influsso etrusco (se non una vera e propria derivazione).

Analizzando numerose iscrizioni rinvenute nel territorio retico, sono state distinte quattro varianti grafiche: gli alfabeti di Lugano, Sondrio-Valcamonica, Bolzano-Sanzeno e Magrè.

Nel caso dell'alfabeto di Lugano è stata notata una parentela con il celtico. Per l'alfabeto di Bolzano-Sanzeno e Magrè è importante notare, come nell'Etrusco, l'assenza della lettera O. I Reti, sebbene con modalità diverse e più articolate, condivisero con i Venetici l'adozione dell'alfabeto etrusco. Un'ipotesi è che le lingue dei popoli retici avessero una base comune non indoeuropea, sulla quale si è innestato un ceppo di derivazione etrusca.

La diffusione della scrittura intorno al 500 a.C. è una delle conquiste più importanti della storia culturale dei Reti. Essa si diffuse presso i Veneti e nelle Alpi con la mediazione degli Etruschi. Venne utilizzata soprattutto per il culto, per iscrizioni votive nei santuari e su steli funerarie. L'uso della scrittura era ristretto prevalentemente all'ambito della magia e del culto : secondo le credenze del tempo la menzione del nome dell'offerente o della divinità conferiva ai doni votivi particolare forza. La maggior parte delle iscrizioni conservate consiste in pochi segni di alfabeto. Viene così confermato che solo la minima parte della popolazione, soprattutto i sacerdoti, conoscesse la scrittura e la lettura.
Sulla base di 300 iscrizioni scritte in alfabeto sinistrorso "nordetrusco" rinvenute in territorio retico, si distinguono quattro varianti grafiche: l'alfabeto di Lugano, di Sondrio-Valcamonica, di Bolzano (o di Sanzeno) e di Magrè. Altri alfabeti possono essere inseriti in uno di questi quattro tipi principali, anche se la presenza di questi diversi alfabeti rivela l'esistenza di varie lingue e dialetti.
Nell'alfabeto di Bolzano e di Magrè, di origine non indoeuropea, manca la O, ma vi sono altri due segni nuovi, forse simili alla T. L'assenza di segni di punteggiatura rende ancora più difficile la lettura e la classificazione linguistica di questa scrittura. Per questa ragione anche la più estesa iscrizione retica a più righe, non può essere interpretata in modo soddisfacente.
Dal Tartscherbühel, presso Malles, proviene un pezzo di corno di cervo con un'iscrizione in alfabeto di Sanzeno.

Nel V secolo a. C. una rappresentazione naturalistica e narrativa sostituisce, sotto l'influsso mediterraneo le raffigurazioni schematiche e simboliche procedenti. Viene rappresentato però per lo più un mondo maschile con scene di aratura, di lavoro, in particolare del fabbro. Inoltre ci sono scene di caccia al cervo, mentre le rappresentazioni degli uccelli sono di tradizione locale. Altri temi rappresentati sono gare sportive o musicali, marce di guerrieri, banchetti.
Questo tipo di raffigurazione si avvicina a quella detta "arte delle situle", cioè una rappresentazione figurata ( presente soprattutto dal VI al V secolo a. C. ) su diversi tipi di gioielli, attrezzi e armi e in particolare su recipienti in lamina bronzea, detti appunto situle. Le decorazioni realizzate a sbalzo permettono anche di ricavare informazioni sulla vita di quell'epoca.
Il significato di queste raffigurazioni è ancora incerto: forse sono la rappresentazione di miti o di cerimonie legate al culto dei morti e alla fertilità

Presso i Reti era utilizzato il rito ad incinerazione, cioè il cadavere veniva bruciato su un rogo. Le ceneri del defunto venivano poi poste in contenitori in ceramica, detti urne, che erano ricoperti da ciotole o scodelle, ma anche da recipienti e coperchi di legno o lastre di pietra. Insieme alle ceneri del corpo veniva posto anche un corredo ed elementi dell'abbigliamento in metallo. Gli oggetti più grandi venivano piegati. Le tombe erano marcate sulla superficie da piccoli tumuli o segni fatti con del legno, che erano ordinati in singoli gruppi e che potrebbero corrispondere ai nuclei familiari. La cremazione avveniva in base ai gruppi a cui si apparteneva, su piani d'argilla nelle vicinanze della necropoli. Inoltre le urne dei maschi si differenziano da quelle delle femmine e dei bambini sia per il corredo, sia per le dimensioni.
Come corredo di solito si trova:
per i maschi: spilloni, bracciali e rasoi; elmi, spade, pugnali, lance e schinieri compaiono ripetutamente in diverse combinazioni, ma mai tutti assieme; per le donne:  fusarole, rocchetti e a volte anche gioielli per quelle più ricche; anelli, ganci per cintura, bracciali, coltelli.
Talvolta, ma molto raramente, ai defunti, oltre agli accessori e ai vestiti bruciati nel rogo, venivano aggiunti degli altri intatti. In seguito ai mutamenti avvenuti nella Pianura Padana, aumenta in tutto il territorio alpino il numero delle tombe con corredi relativamente ricchi, anche per tombe femminili.
Tra le popolazioni chiamate Reti, però, i Leponzi passarono dal rito di incenerazione a quello di inumazione.

A partire dal 600 a.C. circa per influenza anche delle culture mediterranee, anche nella zona alpina si incominciano a venerare divinità di forma umana.
Presso i Reti possiamo supporre l'esistenza di santuari dedicati alla natura. A questo riguardo da sempre hanno assunto un ruolo particolare le acque (fonti, paludi,laghi) e i monti (vette,cime, boschi). Come in altre zone le offerte potevano essere "distrutte" meccanicamente o dal fuoco, continuando cioè l'uso dei roghi votivi. In tali località venne praticato soprattutto il culto della fertilità. Veniva offerto del grano, in boccali e in tazze, che dal V secolo a.C. avevano anche iscrizioni votive, e anche giovani animali. In particolari occasioni erano sacrificati perfino uomini e donne di ogni età. Probabilmente degli animali venivano bruciate le parti povere della carne( testa e piedi) e il pellame, mentre il resto veniva forse mangiato in banchetti di culto, di cui potrebbero essere testimonianza le stoviglie di vario genere ritrovate presso questi luoghi sacrificali. Le offerte erano bruciate su cumuli di pietre con pozzo centrale, su piattaforme o su piani argillosi. Spilloni e altri oggetti di bronzo venivano deposti come offerte votive e consacrati per lo più singolarmente o in gruppi in luoghi sacri, soprattutto in montagna o nei pressi di corsi d' acqua(i cosiddetti ripostigli). Solo dal IV a.C. si portarono come offerte nei santuari gioielli, amuleti, utensili, armi… Le offerte votive, prima di essere bruciate, venivano talvolta fatte a pezzi o piegate, potevano però essere deposte anche non bruciate. Nel territorio altoatesino, ricco di luoghi di culto, si ha l'impressione che ogni paese disponesse di particolare aree di culto che, in punti particolari, come sulle cime di monti, dovevano essere considerati, anche come santuari cui affluivano persone di altre zone. Addirittura in una casa a Montesei di Serso alcune placchette con iscrizioni in un angolo sembrano testimoniare l'esistenza di una zona dedicata alle divinità, ma forse tutto quell'edificio era una specie di tempio o casa sacra.
Roghi votivi erano legati anche a luoghi particolari come le sorgenti. A S. Maurizio presso Bolzano si trovava un tale santuario collegato probabilmente ad una fonte di acqua solforosa, in cui sono stati trovati ben 3000 anelli di bronzo oltre ad alcuni altri oggetti, interpretabili come offerte votive.
Un santuario è stato scoperto anche in Val d'Ultimo, presso S. Valpurga, utilizzato dal VI al II secolo a.C. Esso era formato da una serie di 3 altari in pietra e da 10 piattaforme sacrificali in argilla. Gli altari sono allineati tra loro e con il grande circolo di pietre di 8 metri di diametro. Forse in cima al tumulo c'era l'immagine della divinità.
Parlando delle divinità dei Reti è immediato il riferimento innanzitutto alla dea Reitia che veniva venerata nel santuario di Baratela a Este verso Padova, un centro della cultura venetica. Nato alla fine del VII secolo a.C., sotto l'influsso religioso etrusco, fu frequentato fino al II-III secolo d.C.
Si presume che Reitia non fosse il nome proprio della divinità, ma un attributo caratteristico di una dea, che presenta molti tratti in comune con la dea greca Artemide – Diana e che sarebbe concepibile come dea madre della fertilità, della guarigione e dell'al di là. Difficile dire se le figure femminili stilizzate, le cui braccia terminano con una testina di cavallo o di uccello, rappresentino la dea Reitia.
Altrettanto problematico è appurare se le popolazioni alpine siano state denominate Reti proprio in base alla loro venerazione per la dea Reitia. In ogni caso nell'età Romana è epigraficamente documentata in Valpolicella la presenza di un sacerdote che presiedeva ai "riti Reitiae" (riti della dea Rezia).
A Sesto alcune iscrizioni menzionano la divinità Ierisna, simile ad Era o ad una dea delle stagioni e dei prodotti della terra.
Un documento di una diffusa religiosità, forse di tipo individuale, sono le numerose figurine votive antropomorfe che dal VI secolo a.C. appaiono nei santuari retici come oggetti votivi, offerti alle divinità, ispirati a modelli mediterranei .
Si esprime così un nuovo tipo di rapporto con il divino: il desiderio di essere in contatto con la divinità in modo personale e permanente. La stessa concezione s'intravede anche nelle offerte votive con iscrizioni, che riportano il nome dell'offerente. Le figurine votive, per lo più prodotte in loco, a tutto e a mezzotondo o ritagliate da una lamina di bronzo, rappresentano l'uomo come orante, pugile, guerriero e cavaliere.


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martedì 31 marzo 2015

LA TOUR EIFFEL

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Simbolo di Parigi e della Francia, la Tour Eiffel riscuote un successo che, al momento della sua costruzione nel 1889, nessuno avrebbe davvero potuto immaginare. Viene visitata ogni anno da quasi 7 milioni di persone ed è diventata nel corso dei decenni un monumento dal quale è impossibile prescindere.
Icona di Parigi e icona della Francia, la Tour Eiffel, la grande “signora di ferro”, domina la ville lumière dall'alto dei suoi 324 metri. Emblema vertiginoso della Rivoluzione industriale nel cuore di Parigi, attrazione principale dell'esposizione universale del 1889, la Tour Eiffel ringiovanisce continuamente e dimentica la propria età. Ornata d'oro non appena cala la notte (dal 1985), scintilla per cinque minuti all'inizio di ogni ora dal 2000 (un'installazione provvisoria poi divenuta permanente). Con la sua silhouette fragile, elegante e vertiginosa, quando venne realizzata da Gustave Eiffel nel 1889, la Tour Eiffel doveva essere una costruzione temporanea.

La tour Eiffel venne costruita da Gustave Eiffel in occasione dell'esposizione universale del 1899. Situata all'estremità del Campo di Marte, a pochi passi dalla Senna; questo monumento parigino é ben presto divenuto il simbolo della Francia e della capitale.
Inizialmente alta 300 metri, la sua altezza é ulteriormente aumentata, fino a raggiungere i 324 metri, in seguito all'istallazione di numerose antenne sulla sua cima.
La tour Eiffel é stata la torre più alta del mondo per più di quarant'anni, fino alla costruzione nel 1930 del Chrysler Building, a New York.
Utilizzata in passato per svariati esperimenti scientifici, serve oggi da emettitore per numerosi programmi radiofonici e televisivi.

Contestata inizialmente da una parte della popolazione parigina, la tour Eiffel fu in origine, in occasione dell'esposizione universale del 1899, la vetrina della tecnologia francese.
Le sue enormi dimensioni e la sua forma inconfondibile, la hanno fatta diventare ben presto l'emblema indiscusso della nazione, amata e apprezzata da tutti i francesi.
La Torre presenta 1665 scalini (1710 inizialmente). L'altezza della torre aumenta di 6-7 cm in seguito a forte caldo e si ritrae con le basse temperature.
Costruita in 2 anni, 2 mesi e 5 giorni, dal 1887 al 1889, da 300 operai, venne inaugurata ufficialmente il 31 marzo 1889.
Accoglie ogni anno più di 6 milioni di visitatori provenienti da ogni parte del mondo.

Inizialmente a Eiffel era stato concesso di lasciare in piedi la Torre per 20 anni, ma vista la grande utilità di questa struttura sia a causa del grande sviluppo che in quegli anni ebbero le comunicazioni via etere sia come laboratorio per studi scientifici, le fu permesso di restare anche per le generazioni future.

Eiffel, che all'inizio non aveva altra ambizione che celebrare con questa costruzione i progressi della tecnica, si sentì presto obbligato a trovare delle utilità scientifiche alla sua Torre, come misurazioni meteorologiche, analisi dell'aria, esperienze come quella del pendolo di Foucault, e così via. Egli stesso contribuì da allora a tali ricerche che portarono all'installazione di un barometro, di un parafulmini e di un apparecchio per la radiotelegrafia.

Non sarebbe stato solo un oggetto di curiosità per il pubblico, sia durante l'esposizione che dopo, ma avrebbe reso ancora servigi alla scienza e alla difesa nazionale. Proprio la difesa nazionale, infatti, salvò la torre dalla distruzione cui era stata destinata dopo solo un ventennio di vita.

Dal 1898 Eiffel aveva consentito a Eugène Ducretet di realizzare esperimenti di telegrafia senza fili fra la Torre e il Panthéon, e offerto alla direzione dello scienziato di finanziarli egli stesso. Il generale Ferrié, che divenne poi amico di Eiffel, riuscì nelle prime comunicazioni di questo tipo sostenendo la causa della torre contro la demolizione.

Fu così che la Tour Eiffel permise di comunicare con le navi da guerra e con i dirigibili, oltre che di intercettare i messaggi del nemico. In questo modo fu possibile, poi, l'arresto di Gertrude Zelle, detta Mata Hari, e mobilitare in tempo i taxi parigini per inviarli sul fronte della Marna, dove divennero per sempre i "taxi della Marna", grazie all'antenna radio installata sulla sommità della torre.

Dal Capodanno del 2000 sulla torre sono installati quattro potenti fari ruotanti che, coprendo ciascuno un arco di 180°, illuminano tutta la città ogni sera.

Trecento metalmeccanici assemblarono 18 038 pezzi di ferro forgiato, utilizzando 2 milioni e mezzo di bulloni (che furono sostituiti, durante la costruzione stessa, con rivetti incandescenti). Considerate le condizioni di sicurezza esistenti a quell'epoca, è sorprendente osservare che solo un operaio abbia perso la vita durante i lavori del cantiere (durante l'installazione degli ascensori).

La torre è alta con la sua antenna 324 m (le antenne della televisione sulla sommità sono alte 20 m), pesa circa 8 000 tonnellate, ma le sue fondamenta discendono di appena 15 m al di sotto del livello del terreno. Per il suo mantenimento servono anche 50 tonnellate di vernice ogni 7 anni. A seconda della temperatura ambientale l'altezza della Torre Eiffel può variare di diversi centimetri a causa della dilatazione del metallo (sino a 15 cm più alta durante le calure estive). Nelle giornate ventose sulla cima della torre si possono verificare oscillazioni sino a 12 cm.

 Nel 2006 è stata al nono posto tra i siti più visitati della Francia, ed è il monumento a pagamento più frequentato del mondo con 6 893 000 visitatori nel 2007. Dalla sua apertura, nel 1889, è stata visitata da circa 250 milioni di persone. Dal 1964 è classificata come Monumento storico di Francia.

La struttura, che con i suoi 324 m è la più alta di Parigi, venne inaugurata il 31 marzo del 1889 e fu aperta ufficialmente il 6 maggio dello stesso anno, dopo appena due anni, due mesi e cinque giorni di lavori. La sua manutenzione, dal 1981 al 2005, è stata curata dalla Societé Nouvelle d'Exploitation de la Tour Eiffel (SNTE). Dal 2006 al 2014 essa è affidata alla Société d'Exploitation de la Tour Eiffel (SETE).
Per salire fino in cima vi sono due possibilità: i 1665 scalini oppure due ascensori trasparenti. La struttura è divisa in tre livelli aperti al pubblico, raggiungibili sia con l'ascensore sia con le scale. I meccanismi degli ascensori sono quelli originali del 1889 e percorrono, all'anno, 100,000 km. A sud-est della torre si allunga una distesa erbosa da cui un tempo partivano i primi voli in mongolfiera.

Quando fu costruita, si registrò una certa resistenza da parte del pubblico, in quanto si pensava che sarebbe stata una struttura poco valida esteticamente (ancor oggi è poco apprezzata da alcuni parigini, che la chiamano "l'asparago di ferro"). Nel 1909 la Torre Eiffel rischiò di essere demolita perché contestata dall'élite artistica e letteraria della città, ma fu risparmiata solamente perché si rivelò una piattaforma ideale per le antenne di trasmissione necessarie alla nuova scienza della radiotelegrafia. Tuttavia è generalmente considerata uno degli esempi di arte in architettura più straordinari e costituisce indiscutibilmente uno dei simboli di Parigi più rappresentativi nel mondo, proposta per le sette meraviglie del mondo moderno.

Al terzo livello Gustave Eiffel aveva creato un appartamento in cui riceveva gli ospiti più illustri; oggi vi si trovano le statue di Eiffel insieme a Thomas Edison e alla figlia Claire durante l'incontro avvenuto durante la Fiera Mondiale del 1889 in cui Edison portò un esemplare di Fonografo

Il suo destino è stato decisamente diverso: non venne infatti distrutta, salvata dall'immenso successo riscosso tra il pubblico in occasione delle esposizioni universali del 1889 e del 1900, oltre che dagli esperimenti scientifici che Eiffel rese possibili. Dopo una carriera dedicata unicamente alla radiofonia (prime trasmissioni radiografiche nel 1898 e prima trasmissione della radio pubblica nel 1925) e successivamente alle telecomunicazioni (fino al digitale terrestre), ha visto affluire i turisti a partire dagli anni Cinquanta, fino a diventare il secondo luogo turistico della Francia dopo i giardini del castello di Versailles. Da allora, i numeri delle sue visite sono in costante aumento. Oggi, dei 7 milioni di visitatori annuali, il 75% viene dall'estero e considera la Tour Eiffel un passaggio obbligato del soggiorno nella capitale. La “signora di ferro” occupa inoltre un'ottima posizione in ogni servizio dedicato a Parigi ed è stata usata come scenografia e ispirazione per numerosissimi film, in particolare da La fine del mondo di Abel Gance, nel 1930. Smisurata, possiede tutto il necessario per incarnare Parigi, la Francia e l'immaginario parigino.
Un monumento fuori dal comune, ricco di ristoranti e di attrazioni. È stata riverniciata una ventina di volte e si è anche alleggerita di 1340 tonnellate superflue in occasione della grande campagna di restauro del 1985. Per raggiungere i primi due piani, occorre prendere gli ascensori oppure salire le scale – 704 gradini fino al secondo piano. La salita offre una visita atipica nel cuore della struttura metallica della Torre, regalando delle viste uniche della capitale.
Il secondo piano permette di ammirare la Parigi dei monumenti, la cattedrale di Notre-Dame, il Louvre e la sua piramide, l'Arco di Trionfo e persino, in lontananza, il castello di Versailles. Ogni piano offre al visitatore un'ampia scelta di soste visive, culturali o gastronomiche: percorso “epopea Tour Eiffel” e Cineiffel al primo per scoprire delle immagini insolite della Torre, ristorante gastronomico Le Jules Verne al secondo, ricostruzione dell'ufficio di Gustave Eiffel e bar à champagne vertiginoso in cima… La sera, dalla Torre alla quale si può accedere fino alle 23, la ville lumière si svela in tutta la sua bellezza, regalando uno spettacolo di luci vivaci e colorate con, sullo sfondo, un cielo notturno spruzzato di stelle.                                
Con il Champ-de-Mars, magnifico parco parigino che si apre ai suoi piedi e, dall'altro lato della Senna, lo spiazzo del Trocadéro con la sua sublime vista della Torre, la signora Eiffel è da molto tempo teatro di illuminazioni spettacolari ed eventi significativi: i fuochi d'artificio il 14 luglio, lo spettacolo pirotecnico del 2000, la torre blu per la presidenza francese dell'Ue o multicolore per i suoi 120 anni, installazioni varie come la pista di pattinaggio e un giardino…. Dall'inizio è stata inoltre fonte d'ispirazione per artisti, pittori (Bonnard, Vuillard, Dufy, Chagall…), cantanti e scrittori. Il pittore cubista Robert Delaunay (1885-1941) le ha dedicato buona parte della propria opera. Durante la Belle Epoque, la cantante di cabaret Mistinguett si stupiva che fosse ancora al suo posto mentre il cantante Jacques Dutronc, negli anni Settanta, si preoccupava che avesse freddo ai piedi… Più che un monumento, è diventata “l'anima” della ville lumière, nel firmamento della Senna e del cielo di Parigi. “Edificio inutile e insostituibile, mondo familiare e simbolo eroico, testimone di un secolo e monumento sempre nuovo, oggetto inimitabile e incessantemente riprodotto…”, diceva Roland Barthes (La tour Eiffel, Delpirre éditeur, 1964.

La Torre Eiffel è illuminata da oltre 350 proiettori di 1000 watt cad., mentre la sera scintilla con oltre 22.000 lampadine e 900 luci di festa. L'idea di far scintillare la torre è stato pensata per festeggiare il passaggio all'anno 2000. La società, "Scieté Nouvelle d'Exploitation de la Tour Eiffel", che cura la manutenzione della Torre ha regalato ai parigini la possibilità di vederla brillare tutte le sere. Ogni singolo viaggio dell'ascensore riesce a trasportare 110 persone direttamente al secondo piano; é obbligatorio utilizzare le scale per poter andare fino in cima.
Quello del piede nord, con una capacità di 110 persone, é il principale ascensore della torre; costruito nel 1965 dalla ditta Schneider-Creusot e rinnovato nel 1995, permette di accedere al primo e al secondo piano della torre.
I turisti che desiderano proseguire la loro salita fino in cima dovranno cambiare d'ascensore giunti al secondo piano. In caso di grande affluenza viene aperto anche il piede Ovest della torre che presenta gli stessi servizi di quello Nord.
Il piede Sud permette di accedere direttamente al ristorante Jules Vernes mentre quello Est é riservato a coloro i quali desiderano effettuare una scalata della torre a piedi.

Fatta eccezione per i visitatori che decidono di salire a piedi, il primo piano é quello che viene visitato per ultimo, scendendo dal secondo.
Molti turisti rinunciano alla visita del primo piano pensando d’aver visto abbastanza dalla cima e dal secondo piano.
In realtà, il primo piano é il più vasto; ospita il padiglione Ferrié che contiene numerosi spazi espositivi, un cinema, un ristorante, negozi e anche un ufficio postale per inviare delle cartoline direttamente dall’alto della torre. Da segnalare, in particolar modo, la pompa idraulica originale che forniva l’acqua ai motori degli antichi ascensori che collegavano il secondo piano con la cima, un telescopio elettronico per scoprire Parigi dall’alto e una scatola magica con immagini virtuali rappresentanti Gustave Eiffel.
La vista panoramica offerta dal primo piano é veramente unica e permette d'abbracciare con un solo colpo d’occhio la Senna e il Campo di Marte.
Le ampie vetrate del ristorante "Altitude 95" danno sulla Senna e sul Trocadero.

Il secondo piano rappresenta una tappa obbligata per coloro i quali desiderano proseguire fino in cima. Presenta svariati elementi d'interesse tra i quali un rinomato ristorante, "le Jules Vernes" che presenta un accesso diretto dal piede Sud della torre. La cima della Torre Eiffel offre la più bella vista panoramica della capitale francese. L'accesso é possibile solamente a piedi.


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venerdì 6 marzo 2015

PONTE DI PADERNO

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Il ponte San Michele, noto anche come ponte di Calusco, ponte di Paderno o ponte Rothlisberger è un ponte ad arco in ferro, a traffico misto ferroviario-stradale che collega i paesi di Paderno e Calusco attraversando una gola del fiume Adda.

Il ponte, progettato dall'ingegnere svizzero Jules Röthlisberger (1851-1911) e realizzato dalla Società Nazionale Officine di Savigliano (il cui ufficio tecnico era diretto da Röthlisberger), è lungo 266 metri e si eleva a 85 metri al di sopra del livello del fiume.

Fu tra i primi esempi di costruzione che utilizzò la teoria dell’ellisse di elasticità e venne successivamente studiato a livello europeo assieme agli altri grandi ponti metallici eretti negli anni immediatamente precedenti o nello stesso periodo (come il ponte Maria Pia di Oporto e il viadotto di Garabit).

Esso è formato da un'unica campata in travi di ferro da 150 metri di corda, che sostiene, tramite 7 piloni sempre in ferro, un'impalcatura a due livelli di percorribilità, il primo ferroviario e il secondo (6,3 metri più in alto) stradale. La sede stradale è larga cinque metri ed è a singola corsia.

Nel più basso dei due livelli del ponte passa la linea ferroviaria elettrificata Seregno–Bergamo, mentre sul livello superiore si trova la strada carrabile che collega la provincia di Lecco a quella di Bergamo.

La campata è costituita da due archi parabolici simmetrici e affiancati, leggermente inclinati tra loro e a sezione variabile più snella verso la cima. La scelta di un ponte a singola campata senza appoggi a terra fu favorita sia dalla particolare forma della gola, stretta e profonda, sia dalla volontà di non intralciare la navigazione sul corso d'acqua.

Gli archi si appoggiano a opere cementizie e murarie costruite a metà della parete della scarpata che discende al fiume. I plinti e i contrafforti di sostegno sono costituiti da oltre 5.000 metri cubi di pietra di Moltrasio e 1.200 metri cubi di granito di Baveno.

La struttura è interamente chiodata e non fa uso di saldature: alla fine del XIX secolo, quando il ponte fu eretto, la tecnica della saldatura richiedeva impianti ancora troppo poco pratici per essere adoperati nei manufatti in opera, specie se di dimensioni così rilevanti e in posizioni poco agevoli. Le macchine portatili per la saldatura, soprattutto quelle a elettrodi, si sarebbero cominciate a diffondere solo pochi anni dopo e si sarebbero affermate solo con la prima guerra mondiale.

Nonostante tali limiti tecnici, il ponte risultò un'opera di ingegneria imponente per l'epoca, con 100.000 chiodi ribattuti che reggono le oltre 2.500 tonnellate della complessa struttura a maglie triangolari degli archi, dei piloni e dei due livelli percorribili. Il doppio arco da solo pesa oltre 1.320 tonnellate, mentre la travata principale raggiunge le 950 tonnellate e i piloni ammontano a 245 tonnellate.

Per le sue peculiarità tecniche, il ponte è considerato un capolavoro di archeologia industriale italiana, nonché una delle più notevoli strutture realizzate dall'ingegneria ottocentesca. Esso si trova a poca distanza da altri due impianti di grande rilevanza: le centrali idroelettriche Esterle e Bertini.

La rilevanza del ponte San Michele dal punto di vista storico è paragonabile a quella della Torre Eiffel, eretta esattamente negli stessi anni e con le stesse tecnologie. Entrambe le strutture all'epoca della costruzione divennero il simbolo del trionfo industriale per i rispettivi paesi.

All'epoca della sua costruzione, il ponte San Michele era il più grande ponte ad arco al mondo per dimensioni e il quinto in totale per ampiezza di luce.

Al ponte è legata una leggenda metropolitana, secondo cui il progettista Röthlisberger si sarebbe suicidato prima del collaudo per timore di un fallimento: in realtà Röthlisberger morì di polmonite il 25 luglio 1911 nella sua casa di Chaumot. In passato dal ponte si praticava il bungee jumping grazie ad apposite strutture temporanee, oggi non più in quanto non conforme alle normative in vigore. Il ponte, per via della sua altezza e della conformazione delle barriere, è teatro di frequenti suicidi, con 15 atti simili compiuti tra il 2004 e il 2005. Gli episodi suicidari sono continuati, e la mattina del 5 dicembre 2014 sono state posizionate delle reti metalliche per tenere i pedoni ad una certa distanza dai parapetti, ostacolandone lo scavalcamento.

Dopo l'Unità d'Italia il neonato regno iniziò l'opera di raccordo e unificazione delle diverse tratte ferroviarie gestite da diverse società private. Le varie reti erano principalmente su scala locale, assai poco omogenee tra loro per mezzi e materiali e spesso nemmeno adeguatamente collegate.

Milano aveva già visto le prime ferrovie nell'agosto del 1840, quando venne aperto il collegamento con Monza: la presenza dell'Adda sul lato orientale della zona però separava la città dalle emergenti aree industriali che gravitavano intorno a Bergamo e Brescia (quest'ultima particolarmente strategica per via della produzione militare).

Lungo l'Adda stesso si trovavano numerosi impianti principalmente di tipo tessile e le vie di comunicazione esistenti ormai cominciavano a diventare sempre più insufficienti alle necessità dell'industrializzazione.

Da questo scenario derivò dunque la decisione di costruire un raccordo ferroviario tra Usmate-Carnate e Ponte San Pietro, in modo da collegare efficientemente le aree produttive dell'area dell'Adda.

Il primo progetto venne affidato alla Società per le Strade Ferrate Meridionali, che aveva in carico la costruzione del tracciato ferroviario: il progetto prevedeva un ponte a più piloni, con travatura in ferro ma a struttura rettilinea. Questo ponte avrebbe dovuto essere dotato di due piani di percorrenza, il superiore per la ferrovia e quello inferiore per la strada.

La Società Nazionale Officine di Savigliano (SNOS) chiese di poter partecipare con un proprio progetto all'assegnazione del lavoro e ne ottenne facoltà presentando nel marzo 1886 una raccolta di dodici tavole tecniche. La SNOS aveva già realizzato alcuni ponti in ferro, tra cui quello sul Po a Casale Monferrato e quello di Asti sul Tanaro, nonché anche il ponte di Trezzo d'Adda.

La gara vide quattro progetti partecipanti in tutto e il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (organo tecnico dell'omonimo Ministero) assegnò l'incarico alla SNOS.

Il 22 gennaio 1887 il commendator Di Lena, Ispettore Generale delle Strade Ferrate, firmò il contratto con la società piemontese rappresentata dal direttore generale ing. Moreno.

Vennero concordati soli diciotto mesi per il completamento dell'opera. Furono fatte piccole modifiche al progetto originale, allungando ed elevando il ponte alle misure attuali (cinque metri in più di corda dell'arco, 42 in più di lunghezza).

L'importo dei lavori venne stabilito in 1.850.000 lire per la costruzione, più 128.717,50 lire per le opere preliminari.

Per la costruzione del ponte vero e proprio venne realizzato un primo ponte di servizio, per il quale furono necessari 1.800 metri cubi di pino importato dalla Baviera. Durante la realizzazione di questa struttura temporanea, che richiese ben 11 mesi per via della complessità del terreno, si iniziarono a costruire i plinti e le fondamenta, grazie al continuo afflusso di granito e pietra trasportato lungo l'Adda con le chiatte.

Il ferro (2.515 tonnellate) e la ghisa (110 tonnellate) necessari vennero importati dalle fonderie tedesche e lavorati a Savigliano in modo da ottenere i moduli da assemblare per costruire la struttura che venivano poi trasportati a Paderno in ferrovia e montati in posizione tramite una funicolare azionata da una potente locomotiva.

La SNOS mise a disposizione del cantiere 470 operai: la efficace logistica e l'organizzazione permisero di rispettare i tempi promessi, anche se vi furono alcune vittime tra i lavoratori.

La costruzione venne terminata nel marzo 1889; nel maggio dello stesso anno venne effettuato il collaudo, in una giornata di pioggia torrenziale, che consistette nel transito di un treno pesante alla, come venne definita nel resoconto de L'Eco di Bergamo, velocità vertiginosa di 45 km/h (dopo due passaggi a 25 e 35). Il convoglio era composto da 3 locomotive da 83 tonnellate l'una e trenta vagoni, risultando ben più lungo di tutto il ponte e dal peso complessivo di 850 tonnellate.

Nel 1890 il ponte, verniciato di fresco, fu infine interamente concluso.

Solo tre anni dopo il primo, il ponte subì un secondo collaudo, per verificare la percorribilità con le locomotive di nuova generazione, più potenti e pesanti.

L'apertura del ponte offrì finalmente la possibilità di stabilire comunicazioni rapide e stabili tra le due parti della Lombardia, riducendo i tempi di percorrenza e rendendo di fatto praticabile l'apertura di nuove tratte commerciali tra le zone produttive del Piemonte orientale (Novara e Vercelli) e le industrie dell'est lombardo, soprattutto del bresciano e del bergamasco.

Il ponte venne già all'epoca della sua costruzione ritenuto un capolavoro di tecnica ingegneristica, tanto da venire inserito nell'elenco dei maggiori ponti ad arco del mondo e da venire citato come esempio di splendore dell'ingegneria civile sia per il progetto ardito che per la perizia della realizzazione.

Durante la seconda guerra mondiale il ponte, pur venendo occasionalmente bombardato, non venne danneggiato seriamente da azioni belliche, ma necessitò ugualmente di alcuni lavori di consolidamento ad opera del genio militare, seguiti da un completo restauro della travatura nei primi anni cinquanta. Le azioni di bombardamento hanno lasciato tuttavia alcuni ordigni nei fondali del fiume, che però oggi non costituiscono un pericolo.

Negli anni successivi vi sono stati altri due grandi interventi di restauro, nel 1972 e nel 1992.

Negli anni ottanta il ponte è stato inserito nell'elenco dei beni tutelati dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici della Regione Lombardia.

All'inizio degli anni novanta, con il centenario della struttura, si è cominciato a prendere in considerazione la possibilità di chiudere il ponte, ormai inadeguato, affiancandovi una nuova struttura in cemento a singola campata. La spesa prevista era di 42 miliardi di lire all'epoca. Il progetto ad oggi risulta abbandonato.

Ad oggi il ponte rappresenta ancora un nodo cruciale per l'attraversamento del fiume, anche se dal 1991 gran parte del traffico pesante o a lunga percorrenza è stato dirottato sui più capienti ponti di Trezzo sull'Adda, Brivio e sul ponte dell'arteria autostradale della A4 Torino-Trieste.

Il ponte si raccorda a tre strade, in una configurazione a "Y": sulla parte occidentale confluiscono due strade locali del comune di Paderno, mentre dalla parte opposta la strada penetra dopo pochi chilometri nell'abitato di Calusco.

La carreggiata è a singola corsia, con due camminamenti su entrambi i lati stretti tra le alte travature: vi è una restrizione ad entrambi gli accessi, realizzata con due paracarri metallici ai lati della carreggiata per limitare la velocità di immissione delle auto. L'entrata di mezzi pesanti è interdetta già da diversi anni. vige il divieto permanente a tutti i veicoli di massa complessiva superiore ai 35 quintali.

Il transito è regolato da semafori dotati di telecamere che alternano il senso di marcia del ponte a intervalli di diversi minuti: su entrambi i lati i conducenti hanno l'obbligo di spegnere i motori a semaforo rosso, dato che le file di veicoli spesso arrivano nel centro abitato e i tempi di attesa sono lunghi.

La linea ferroviaria è a binario unico con riduzione di velocità a 15 km/h per via delle caratteristiche della struttura.


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