Visualizzazione post con etichetta milanese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta milanese. Mostra tutti i post

venerdì 22 maggio 2015

LA VILLA OTTOLINI-TOSI A BUSTO ARSIZIO

.


La villa Ottolini-Tosi è la più grandiosa delle ville di Busto Arsizio ed era di proprietà di Ernesto Ottolini, uno dei tre figli di Carlo Ottolini, il padrone del cotonificio omonimo. La villa costituisce un vero e proprio monumento al potere economico della borghesia industriale della città di Busto Arsizio.

La villa sorge al limite nord del vecchio borgo, nelle vicinanze della chiesa di San Michele. È collocata a poca distanza dalle altre due residenze che ospitavano la famiglia di Ernesto ed Antonio Ottolini. Il progetto della villa fu redatto da Camillo Crespi Balbi, l'architetto di fiducia degli Ottolini. L'edificio fu costruito nel 1902 ed acquisito dal comune di Busto Arsizio nel 1969 dall'allora proprietario Dott. Gino Tosi . Oggi è sede di uffici pubblici del Parco Alto Milanese e della scuola di musica Gioacchino Rossini.
Villa Ottolini Tosi è ritenuto uno dei maggiori siti architettonici della città di Busto Arsizio. Costruita dall’architetto di formazione boitiana Camillo Crespi Balbi (1860-1932) nel 1902 su commissione dell’imprenditore bustese Ernesto Ottolini, vanta un assetto costruttivo ispirato alla tipologia del castello medievale e decorazioni eclettiche fuse con elementi prettamente liberty, tra cui gli straordinari ferri battuti di Alessandro Mazzucotelli (1865-1938), vere opere d’arte che impreziosiscono l’edificio al suo esterno e interno. Villa Ottolini si classifica come tipica abitazione di tipo borghese, costruita, per volere sello stesso committente, in stretta prossimità dello stabilimento produttivo tessile di sua proprietà – il Cotonificio Carlo Ottolini poi Bustese – appena fuori dal limite del vecchio borgo. L’edificio, immerso in un ampio parco oggi ridotto rispetto al passato, si presenta come una somma di volumi “innestati l’un nell’altro lungo una spina rettilinea”: la facciata sud si apre su un’ampia scalinata che raccorda il viale d’accesso con il corpo centrale di due piani, leggermente arretrato, scanditi da una loggia a colonnine binate; in alto a destra si legge la firma dell’architetto Balbi. Sul lato corto del volume di sinistra un sottopasso carrozzabile è coperto da un terrazzo porticato, mentre nella parte centrale del corpo in aggetto di destra sporge il balcone a loggia con quattro esili colonne che reggono un tetto ricco di decorazioni architettoniche e pittoriche. La facciata posteriore (nord) è invece caratterizzata dall’alta torre che svetta di alcuni metri rispetto all’altezza dell’intera costruzione; il suo significato autocelebrativo è da interpretarsi come retaggio della tradizione medievale, sottolineato, inoltre, da un ricco apparato architettonico-decorativo. Anche su questo fronte è presente una scalinata che conduce al portone d’ingresso caratterizzato da un massiccio architrave poggiante su due colonne. Sempre sulla sinistra, fra la torre e il corpo centrale, trova posto un ampio rosone in pietra bianca con disegno a fiore che contrasta con il rosso del laterizio. Proprio l’uso dei materiali – il tipico mattone rosso a vista di tradizione lombarda e la pietra chiara – dona unità e organicità all’intero edificio, creando inoltre passaggi cromatici di un certo effetto.
Veri capolavori di artigianato artistico sono però i ferri battuti del Mazzucotelli che trasformano alcuni elementi strutturali della villa in eleganti e originali decorazioni. Le forme a cui si ispira l’artista-artigiano sono quelle del nuovo stile “floreale”, pertanto i ferri raffigurano motivi fito e zoomorfi come le corde arrotolate che diventano pannocchie o i fiori di cardo (simbolo di lunga vita) sui parapetti delle terrazze, il grande girasole dell’angolo nord-est, le cadenti fucsie che pendono dai lampioni, l’elegante pensilina sul lato orientale o i fiori delle grate delle tre porte d’ingresso. Tra i ferri compaiono anche originali creature fantastiche di ispirazione medievale come i grifoni scheletrici reggi bocce e le teste di levriero che fungono da supporto ai lampioni per illuminare le terrazze; curiosi anche i porta-anelli ad altezza uomo sempre con teste canine presenti sui muri esterni dell’edificio. Il monumentale cancello sull’attuale via Volta, ideato dal Mazzucotelli come vero e proprio “status symbol”, è ciò che rimane di una più articolata recinzione presentata all’Esposizione delle Arti Decorative di Torino nel 1902. Sull’impianto statico e simmetrico si innestano stelle alpine, i già citati fiori di cardo e girali realizzati con i motivi a nastro “spiegazzato” o terminante a “colpo di frusta”. Tutte queste decorazioni in ferro battuto si replicano anche all’interno della villa, integrandosi con le ricche decorazioni pittoriche di gusto liberty presenti nei vari ambienti – si ricorda Notte e Amore di Mario Chiodo Grandi sul soffitto della camera da letto (1903) – con i sontuosi arredi e con le stupende vetrate e marmi policromi che ricoprono diverse superfici.
Nel parco rimangono grandi sculture bronzee di Ernesto Bazzaro (1859-1937) e Achille Alberti (1860-1943), opere monumentali facenti parte di un gruppo originario di sette ed eseguite da più autori che vennero collocate nel giardino per volere dello steso Ernesto Ottolini nei primi anni del XX secolo.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/le-citta-della-pianura-padana-busto.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



martedì 24 febbraio 2015

SANT' AMBROGIO - SANTO PATRONO DI MILANO -

.




Aurelio Ambrogio (Aurelius Ambrosius), meglio conosciuto come sant'Ambrogio (Treviri, incerto 339-340 – Milano, 397) è stato un vescovo, scrittore e santo romano, una delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo. È venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che prevedono il culto dei santi; in particolare, la Chiesa cattolica lo annovera tra i quattro massimi dottori della Chiesa d'Occidente, insieme a san Girolamo, sant'Agostino e san Gregorio I papa.

Conosciuto anche come Ambrogio di Treviri, per il luogo di nascita, o più comunemente come Ambrogio di Milano, la città di cui assieme a san Carlo Borromeo e san Galdino è patrono e della quale fu vescovo dal 374 fino alla morte, nella quale è presente la basilica a lui dedicata che ne conserva le spoglie.

Aurelio Ambrogio nacque nel 339-340, da un'importante famiglia senatoria romana (la famiglia degli Aurelii, da parte materna, la famiglia dei Simmaci, da parte paterna), a Treviri (Gallia), dove il padre esercitava la carica di prefetto del pretorio delle Gallie.

La famiglia di Ambrogio era cristiana da alcune generazioni (egli stesso cita con orgoglio la sua parente Santa Sotere, martire cristiana che «ai consolati e alle prefetture dei parenti preferì la fede») ed egli era terzogenito dopo due fratelli, Marcellina (consacratasi a Dio nelle mani di papa Liberio nel 353) e Satiro, anch'essi venerati poi come santi.

Destinato alla carriera amministrativa sulle orme del padre, dopo la sua morte prematura frequentò le migliori scuole di Roma, dove compì i tradizionali studi del trivio e del quadrivio (imparò il greco e studiò diritto, letteratura e retorica), partecipando poi alla vita pubblica della città.

Dopo cinque anni di avvocatura a Sirmio, nel 370 fu incaricato quale governatore della provincia romana Aemilia et Liguria, con sede a Milano, dove divenne una figura di rilievo nella corte dell'imperatore Valentiniano I. La sua abilità di funzionario nel dirimere pacificamente i forti contrasti tra ariani e cattolici gli valse un largo apprezzamento da parte delle due fazioni.

Nel 374, alla morte del vescovo ariano Aussenzio di Milano, il delicato equilibrio tra le due fazioni sembrò precipitare. Il biografo Paolino racconta che Ambrogio, preoccupato di sedare il popolo in rivolta per la designazione del nuovo vescovo, si recò in chiesa, dove all'improvviso si sarebbe sentita la voce di un bambino urlare «Ambrogio vescovo!», a cui si unì quella unanime della folla radunata nella chiesa. I milanesi volevano un cattolico come nuovo vescovo. Ambrogio però rifiutò decisamente l'incarico, sentendosi impreparato: come era in uso presso alcune famiglie cristiane all'epoca, egli non aveva ancora ricevuto il battesimo, né aveva affrontato studi di teologia.

Paolino racconta che, al fine di dissuadere il popolo di Milano dal farlo nominare vescovo, Ambrogio provò anche a macchiare la buona fama che lo circondava, ordinando la tortura di alcuni imputati e invitando in casa sua alcune prostitute; ma, dal momento che il popolo non recedeva nella sua scelta, egli tentò addirittura la fuga. Quando venne ritrovato, il popolo decise di risolvere la questione appellandosi all'autorità dell'imperatore Flavio Valentiniano, cui Ambrogio era alle dipendenze. Fu allora che accettò l'incarico, considerando che fosse questa la volontà di Dio nei suoi confronti, e decise di farsi battezzare: nel giro di sette giorni ricevette il battesimo e, il 7 dicembre 374, venne ordinato vescovo. Riferendosi alla sua elezione, egli scriverà poco prima della morte:

« Quale resistenza opposi per non essere ordinato! Alla fine, poiché ero costretto, chiesi almeno che l'ordinazione fosse ritardata. Ma non valse sollevare eccezioni, prevalse la violenza fattami. »
Nonostante, come scrisse più tardi, si sentisse «rapito a forza dai tribunali e dalle insegne dell'amministrazione al sacerdozio», dopo la nomina a vescovo, Ambrogio prese molto sul serio il suo incarico e si dedicò ad approfonditi studi biblici e teologici.

Quando divenne vescovo, adottò uno stile di vita ascetico, elargì i suoi beni ai poveri, donando i suoi possedimenti terrieri (eccetto il necessario per la sorella Marcellina).

Uomo di grande carità, tenne la sua porta sempre aperta, prodigandosi senza tregua per il bene dei cittadini affidati alle sue cure. Ad esempio, Sant'Ambrogio non esitò a spezzare i Vasi Sacri e ad usare il ricavo dalla vendita per il riscatto di prigionieri. Di fronte alle critiche mosse dagli ariani per il suo gesto, egli rispose che «è molto meglio per il Signore salvare delle anime che dell'oro. Egli infatti mandò gli apostoli senza oro e senza oro fondò le Chiese. I sacramenti non richiedono oro, né acquisisce valore per via dell'oro ciò che non si compra con l'oro» (De officiis, II, 28, 136-138)

La sua sapienza nella predicazione e il suo prestigio furono determinanti per la conversione nel 386 al cristianesimo di Sant'Agostino, di fede manichea, che era venuto a Milano per insegnare retorica.

Ambrogio fece costruire varie basiliche, di cui quattro ai lati della città, quasi a formare un quadrato protettivo, probabilmente pensando alla forma di una croce. Esse corrispondono alle attuali basiliche di San Nazaro (sul decumano, presso la Porta Romana, allora era la Basilica Apostolorum), di San Simpliciano (sulla parte opposta), di Sant'Ambrogio (collocata a sud-ovest, era chiamata originariamente Basilica Martyrum in quanto ospitava i corpi dei santi martiri Gervasio e Protasio rinvenuti da Ambrogio stesso; accoglie oggi le spoglie del santo) e di San Dionigi.

Il ritrovamento dei corpi dei Santi martiri Gervasio e Protasio è narrato dallo stesso Ambrogio, che attribuisce il merito del ritrovo ad un presagio, per il quale egli fece scavare la terra davanti ai cancelli della basilica (oggi distrutta) dei santi Felice e Nabore. Al ritrovamento dei corpi seguì la loro traslazione (secondo un rito importato dalla chiesa orientale) nella Basilica Martyrum; durante la traslazione, si racconta (è lo stesso Ambrogio a riportarlo) che un cieco di nome Severo riacquistò la vista. Il ritrovamento del corpo dei martiri da parte del vescovo di Milano diede grande contributo alla causa dei cattolici nei confronti degli ariani, che costituivano a Milano un gruppo nutrito e attivo e negavano la validità dell'operato di Ambrogio, di fede cattolica.

Ambrogio fu autore di diversi inni per la preghiera, compiendo fondamentali riforme nel culto e nel canto sacro, che per primo introdusse nella liturgia cristiana, e ancor oggi a Milano vi è una scuola che tramanda nei millenni questo antico canto.

Nel confronto con la società e gli ideali del mondo latino, Ambrogio accolse i valori civili della romanità con l'intento di dare ad essi nuovo significato all'interno della religione cristiana. Nel suo Esamerone esalta l'istituzione repubblicana (di cui l'antica repubblica romana era secondo lui un ammirevole esempio) prendendo spunto dalla spontanea organizzazione delle gru, che si dividono il lavoro avvicendandosi nei turni di guardia:

« Che c'è di più bello del fatto che la fatica e l'onore comuni a tutti e il potere non sia preteso da pochi, ma passi dall'uno all'altro senza eccezioni come per una libera decisione? Questo è l'esercizio di un ufficio proprio di un'antica repubblica, quale conviene in uno stato libero. »
(Esamerone, VIII, 15, 51)
Nella visione di Ambrogio inoltre potere e dell'autorità, intesi come servizio («Libertà è anche il servire», Lettera 7), dovevano essere sottomessi alle leggi di Dio. Prendendo ispirazione dal racconto della corona imperiale e del morso di cavallo realizzati, secondo la tradizione, da Costantino con i chiodi della croce di Gesù, nel discorso funebre di Teodosio egli elogiò la sottomissione dell'imperatore a Cristo, dimostrata in primis dall'episodio di Tessalonica:

« Per quale motivo "una cosa santa sul morso" se non perché frenasse l'arroganza degli imperatori, reprimesse la dissolutezza dei tiranni che, come cavalli, nitrivano smaniosi di piaceri, perché potevano impunemente commettere adulteri? Quali turpitudini conosciamo dei Neroni e dei Caligola e di tutti gli altri che non ebbero "una cosa santa sul morso"! »
(In morte di Teodosio, 50)
Di fronte al dispotismo e alla dissolutezza che avevano caratterizzato il comportamento di non pochi imperatori romani, Ambrogio vide nel cristianesimo una possibilità per "redimere" il potere imperiale e renderlo giusto e clemente. Nella sua idea, infatti, il cristianesimo avrebbe dovuto sostituire il paganesimo nella società romana senza per questo negare e distruggere le istituzione imperiali («Voi chiedete pace per le vostre divinità agli imperatori, noi per gli stessi imperatori chiediamo pace a Cristo», Lettera 73 a Valentiniano II), ma anzi dando ai valori romani la nuova linfa offerta dalla morale cristiana.

Ambrogio richiamò infine la società romana nella quale era sempre più accentuato il divario tra ricchi e poveri; alla sperequazione economica, Ambrogio contrapponeva infatti la morale del Vangelo e della tradizione biblica. Così egli scrive nel Naboth:

« La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri: perché, o ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo?  Tu  non dai del tuo al povero, ma gli rendi il suo; infatti la proprietà comune, che è stata data in uso a tutti, tu solo la usi. »
(Naboth, 1,2; 12, 53)

L'operato di Sant'Ambrogio a Milano ha lasciato segni profondi nella diocesi della città.

Già nel settembre del 600 papa Gregorio Magno parlò del neoeletto vescovo di Milano, Deodato, non tanto come successore, bensì come "vicario" di sant'Ambrogio (equiparandolo quasi ad un secondo "vescovo di Roma"). Nell'anno 881 invece papa Giovanni VIII definì per la prima volta la diocesi "ambrosiana", termine che è rimasto ancora oggi per identificare non solo la Chiesa di Milano, ma talvolta anche la stessa città.

L'eredità di Ambrogio è delineata principalmente a partire dalla sua attività pastorale: la predicazione della Parola di Dio coniugata alla dottrina della Chiesa cattolica, l'attenzione ai problemi della giustizia sociale, l'accoglienza verso le persone provenienti da popoli lontani, la denuncia degli errori nella vita civile e politica.

L'operato di Ambrogio lasciò un segno profondo in particolare sulla liturgia. Egli introdusse nella chiesa occidentale molti elementi tratti dalle liturgie orientali,in particolare canti e inni. Si attribuisce ad Ambrogio l'inno Te Deum laudamus, ma la questione è controversa e negata anche da Luigi Biraghi. Le riforme liturgiche furono mantenute nella diocesi di Milano anche dai successori e costituirono il nucleo del Rito ambrosiano, sopravvissuto all'uniformazione dei riti e alla costituzione dell'unico rito romano voluta da papa Gregorio I e dal Concilio di Trento.

In dialetto milanese Ambrogio viene chiamato sant Ambroeus (grafia classica) o sant Ambrös (entrambi pronunciati "sant'ambrœs").

Alla sua figura è ispirato anche il premio Ambrogino d'oro, che è il nome non ufficiale con cui sono comunemente chiamate le onorificenze conferite dal comune di Milano.

Con il termine di ambrosiano non si definisce solo il rito della Chiesa Cattolica che fa riferimento al santo, ma anche un preciso modo di cantare durante la liturgia. Esso viene indicato con il nome di canto ambrosiano. Esso è caratterizzato dal canto di inni, cioè di nuove composizioni poetiche in versi, che vengono cantate da tutti i partecipanti al rito.

A differenza di quanto avveniva per i salmi, solitamente cantati da un solista o da un gruppo di coristi, essi vengono invece cantati da tutti i partecipanti, in cori alternati, normalmente tra donne e uomini, ma in altri casi tra giovani e anziani o anche tra fanciulli e adulti. Alcuni di questi inni sono stati sicuramente composti da Ambrogio. La certezza viene dal fatto che a menzionarli è Sant'Agostino, che fu discepolo di Sant'Ambrogio.

Essi sono:

Aeterne rerum conditor (cf. Retractionum I,21);
Iam surgit hora tertia (cf. De natura et gratia 63,74);
Deus creator omnium (ricordato nelle Confessioni e citato complessivamente ben cinque volte dal vescovo di Ippona);
Intende qui regis Israel (cf. Sermo 372 4,3).
Attraverso la liturgia della Chiesa cattolica in generale e di quella ambrosiana in particolare, sono giunti fino a noi una moltitudine di inni in stile ambrosiano. I ricercatori hanno cercato di trovare dei criteri per indicare quelli che, con più certezza, sono stati composti da Ambrogio. Nel 1862 Luigi Biraghi ne indicava tre: la conformità degli inni con l'indole letteraria di Ambrogio, con il suo vocabolario e con il suo stile. Con questi criteri egli arrivò a selezionare diciotto inni:

Splendor paternae gloriae (nell'aurora)
Iam surgit hora tertia (per l'ora di terza domenicale)
Nunc sancte nobis Spiritus (per l'ora di terza feriale)
Rector potens verax Deus (per l'ora di sesta)
Rerum, Deus, tenax vigor (per l'ora di nona)
Deus creator omnium (per l'ora dell'accensione)
Iesu, corona virginum (inno della verginità)
Intende qui regis Israel (per il Natale del Signore)
Inluminans Altissimus (per le Epifanie del Signore)
Agnes beatae virginis (per sant'Agnese)
Hic est dies versus Dei (per la Pasqua)
Victor, Nabor, Felix, pii (per i santi Vittore, Nabore e Felice)
Grates tibi, Iesu, novas (per i santi Protasio e Gervasio)
Apostolorum passio (per i santi Pietro e Paolo)
Apostolorum supparem (per san Lorenzo)
Amore Christi nobilis (per san Giovanni Evangelista)
Aeterna Christi munera (per i santi martiri)
Aeterne rerum conditor (al canto del gallo)
Gli autori dell'edizione delle opere poetiche di Ambrogio in un volume stampato nel 1994, che ha portato a compimento l'Opera Omnia, in latino e in italiano, del vescovo di Milano, hanno ridotto questo numero certo a tredici canti, escludendo quelli per le ore minori, per i martiri e della verginità. L'esclusione va ascritta alla metrica di questi testi. Ambrogio aveva una predilezione per il numero otto. I suoi inni sono tutti di otto strofe con versi ottosillabici. Egli vedeva in questo numero la risurrezione di Cristo, la novità cristiana e la vita eterna (octava dies, l'ottavo giorno della settimana, cioè il nuovo giorno, in cui inizia l'era del Cristo). Per questi studiosi appare improbabile che egli sia venuto meno a questa preferenza e quindi quelli di due o di quattro strofe non vengono attribuiti al vescovo milanese.

Per questi storici inoltre non vi è motivo di dubitare che l'autore della melodia sia lo stesso Ambrogio dato che per loro natura questi inni nascono consostanziati alla musica. Il Migliavacca nota come Ambrogio possedesse una conoscenza musicale approfondita. Le sue opere rivelano, oltre a una perfetta conoscenza scolastica, anche una particolare propensione musicale. Egli parla dell'arte musicale con cognizione tecnica e non solo con estetica raffinatezza come il suo discepolo Agostino.

Su Sant'Ambrogio vi sono numerose leggende miracolistiche:

Mentre Ambrogio infante dormiva nella sua culla posta temporaneamente nell'atrio del Pretorio, uno sciame di api si posò improvvisamente sulla sua bocca, dalla quale e nella quale esse entravano ed uscivano liberamente. Dopo di che lo sciame si levò in volo salendo in alto e perdendosi alla vista degli astanti. Il padre, impressionato da tutto ciò, avrebbe esclamato: «Se questo mio figlio vivrà, diverrà sicuramente un grand'uomo!».
Ambrogio camminando per Milano, avrebbe trovato un fabbro che non riusciva a piegare il morso di un cavallo: in quel morso Ambrogio riconobbe uno dei chiodi con cui venne crocifisso Cristo. Dopo vari passaggi, un "chiodo della crocifissione" è tuttora appeso nel Duomo di Milano, a grande altezza, sopra l'altare maggiore.
Nella piazza davanti alla basilica di Sant'Ambrogio a Milano è presente una colonna, comunemente detta "la colonna del diavolo". Si tratta di una colonna di epoca romana, qui trasportata da altro luogo, che presenta due fori, oggetto di una leggenda secondo la quale la colonna fu testimone di una lotta tra Sant'Ambrogio ed il demonio. Il maligno cercando di trafiggere il santo con le corna finì invece per conficcarle nella colonna. Dopo aver tentato a lungo di divincolarsi, il demonio riuscì a liberarsi e, spaventato, fuggì. La tradizione popolare vuole che i fori odorino di zolfo e che appoggiando l'orecchio alla pietra si possano sentire i suoni dell'inferno. In realtà questa colonna veniva usata per l'incoronazione degli imperatori germanici.
A Parabiago, Ambrogio sarebbe apparso il 21 febbraio 1339, durante la celebre battaglia: a dorso di un cavallo e sguainando una spada, mise paura alla Compagnia di San Giorgio capitanata da Lodrisio Visconti, permettendo alle truppe milanesi del fratello Luchino e del nipote Azzone di vincere. A ricordo di tale leggenda fu edificata a Parabiago la Chiesa di Sant'Ambrogio della Vittoria e a Milano su un portone bronzeo del Duomo, gli è stata dedicata una formella.

LEGGI ANCHE : asiamicky.blogspot.it/2015/02/milano-citta-dell-expo-conosciamola.html

http://www.mundimago.org/

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP


http://mundimago.org/le_imago.html



.

domenica 22 febbraio 2015

MILANO & SALUTE - PIO ALBERGO TRIVULZIO -



 .


Il Pio Albergo Trivulzio è un istituto ospedaliero per anziani di Milano. La denominazione ufficiale attuale è Azienda di servizi alla persona Istituti Milanesi Martinitt e Stelline e Pio Albergo Trivulzio ma per i milanesi è noto come la Baggina, nome dell'antica strada su cui si affaccia e che ancora oggi porta a Baggio, quartiere situato nella zona ovest della città ma Comune indipendente fino al 1923.

Il Pio Albergo Truvulzio nacque dalle disposizioni testamentarie del 23 agosto 1766 del principe Antonio Tolomeo Trivulzio (1692-1766), nobile milanese e filantropo, attraverso le quali ne ordinò la fondazione all'interno del suo stesso palazzo di Contrada Signora, 10. Il Pio stabilimento aprì nel 1771 riunendo il "piccolo ospizio dei Vecchi", già esistente all'incirca dall'anno 1332 con il nome di "Ospedale di Porta Vercellina" o "Ospedale di San Giacomo dei pellegrini".

Nel 1768 fu terminata la costruzione della struttura. Trivulzio volle che gli anziani accolti rimanessero attivi, cioè potessero sempre sentirsi utili, per allontanare la solitudine, proporzionalmente alle loro abilità e condizioni di salute.

Il 12 dicembre 1900 il Comune di Milano nominò Presidente del Consiglio del Pio Albergo Trivulzio e degli Orfanotrofi Martinitt e Stelline l'avv. Augusto Donati, che successe all’ing. Luigi Mazzocchi. Rimase in carica fino alla sua morte improvvisa il 6 agosto 1903.

Durante la sua presidenza l’ing. Luigi Moretti, responsabile dell’Ufficio Tecnico del Pio Albergo Trivulzio, redasse nel 1901 il primo progetto per la nuova sede lungo la strada per Baggio, poi realizzata su progetto degli ing. Mazzocchi e Formenti tra il 1907 ed il 1910, in quanto la sede in via della Signora non poteva più essere adeguata alle esigenze igienico-sanitarie e l’area era troppo ristretta per il numero degli ospiti.

La nuova sede si trovava nel comune dei Corpi Santi, nel quartiere ancora oggi detto Baggina, cioè sulla strada per Baggio, paese a ovest di Milano.

Il nome della zona passò poi a indicare principalmente il Pio Albergo, e così ancora adesso, nelle espressioni milanesi la "Baggina" è l'ospizio per antonomasia.

Nel 1992, da iniziali indagini dell'allora magistrato inquirente Antonio Di Pietro sul presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, si avviò il processo di Tangentopoli, che sconvolse tutta l'Italia, tanto da far sciogliere alcuni partiti politici. In particolare, Chiesa, denunciato dall'imprenditore Luca Magni fu colto in flagranza il 17 febbraio 1992 mentre intascava una tangente di sette milioni di lire imposta a una società di pulizie per un appalto da 140 milioni.

Nel 2011 scoppia invece lo scandalo degli appartamenti di lusso concessi a persone influenti a prezzi di locazione bassissimi.



.

http://www.mundimago.org/

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP


http://mundimago.org/le_imago.html



.

MODA & MILANO



 .


Nel 2009 Milano veniva considerata la capitale della moda, superando anche città come New York, Parigi, Roma e Londra. La maggior parte delle grandi firme della moda italiana, come Valentino, Versace, Prada, Armani, Etro, Bottega Veneta, Ermenegildo Zegna, Trussardi, Moschino e Dolce & Gabbana (per citarne alcune) hanno sede a Milano. Sono presenti in città anche numerose boutique di case di moda internazionali, come Abercrombie & Fitch, Louis Vuitton, H&M e Ralph Lauren. Due volte all'anno, a Milano si tiene la settimana della moda, come accade anche a New York, Londra, Parigi, Tokyo e Los Angeles. L'area dove la moda milanese è maggiormente presente è il cosiddetto quadrilatero della moda, racchiuso tra le vie Monte Napoleone, Manzoni, della Spiga e corso Venezia. Altri importanti canali dello shopping sono la galleria Vittorio Emanuele II, piazza Duomo, via Dante e corso Buenos Aires.

La settimana della moda di Milano è una celebre settimana della moda tenuta due volte all'anno a Milano in Italia. L'evento con le sfilate primavera/estate si tiene a settembre/ottobre di ogni anno mentre l'evento con le sfilate autunno/inverno si tiene a febbraio/marzo di ogni anno. Le collezioni mostrate durante le sfilate sono relative alle stagioni successive, e vengono organizzate con largo anticipo in modo da consentire la produzione degli articoli presentati e la loro acquisizione da parte dei negozi.

La settimana della moda di Milano è stata istituita nel 1958 e fa parte delle "Big Four", ovvero dei quattro eventi ritenuti particolarmente importanti in quanto svolti nelle capitali della moda. Le altre tre settimane della moda dei "Big Four" sono quelle di New York, Londra e Parigi. Il programma inizia con New York, seguito da Londra, poi Milano, e termina con Parigi.

La settimana della moda di Milano viene dipinta dalla Camera Nazionale della Moda Italiana, una organizzazione non a scopo di lucro che disciplina, coordina e promuove lo sviluppo della moda italiana ed è responsabile dell'organizzazione degli eventi legati alla moda di Milano. Tradizionalmente la settimana della moda si svolgeva presso la Fiera di Milano di via Gattamelata, ma nel 2010 l'evento è stato organizzato presso il Fashion Hub.

Gli eventi dedicati alla moda femminile sono il clou della settimana della moda ed in particolar modo "Womenswear", "Milan SS Women Ready to Wear" e "Milano Moda Donna" sono le sfilate più importanti. Gli eventi dedicati alla moda maschile sono "Menswear" e "Milano Moda Uomo".



IL FILOBUS



 .


Il filobus è un veicolo a trazione elettrica destinato al trasporto di persone e alimentato tramite una linea aerea con due conduttori elettrici sospesi sulla sede stradale, dai quali il veicolo capta l'energia elettrica tramite due aste di captazione.
I sistemi filoviari sono basati sull'impiego di veicoli su gomma a propulsione elettrica alimentati attraverso un'infrastruttura di distribuzione dell'energia elettrica denominata filovia; la captazione della corrente dai conduttori elettrici avviene mediante appositi dispositivi denominati aste filoviarie.

I filoveicoli sono generalmente adibiti al trasporto pubblico di persone (filobus e filocorriere) benché siano esistiti soprattutto in passato "filocarri", ossia autoveicoli per il trasporto merci mediante filovia quali, ad esempio la filovia dello Stelvio, in Italia, o i cosiddetti dumper minerari utilizzati in Africa.

La tensione di alimentazione presente nella linea aerea è tipicamente al valore standard di 750 V in corrente continua in regime continuo e la linea aerea è quindi necessariamente bifilare.

Alcuni filobus sono equipaggiati per la marcia autonoma, attuabile mediante le seguenti soluzioni:

trazione bimodale grazie a un motogeneratore che fornisce corrente elettrica al motore elettrico di trazione
trazione Diesel-elettrica mediante un secondo propulsore con interposizione di opportuno cambio (soluzione adatta ai filoarticolati e filosnodati)
marcia a batteria, grazie ad accumulatori elettrici che forniscono l'energia elettrica necessaria ad alimentare i motori assicurando la marcia autonoma, talora integrati da sistemi di accumulo rapido mediante supercapacitori.
A seconda delle diverse legislazioni la marcia autonoma può essere attuata in condizioni di eccezionalità o essere prevista nel normale servizio di linea, consentendo di ampliare il servizio svolto rispetto all'effettiva presenza della rete bifilare.
Lo sviluppo del filobus ha origine all'inizio del Novecento, quando sembravano un compromesso naturale tra il tram elettrico e l'autobus. I sistemi di filobus potevano evitare ostacoli nella strada che un tram non poteva e non richiedevano un investimento di capitale ingente quanto quello richiesto da una linea tranviaria.

Alcune città, guidate dalla Brooklyn-Manhattan Transit Corporation, hanno sottoscritto il concetto di all-four che comprendeva autobus, filobus, tram, metropolitane sotterranee o sopraelevate, per poter così supportare volumi di traffico di vario genere. Gli autobus e i filobus erano particolarmente visti come sistemi di entrata che potevano essere successivamente migliorati come ferrovia vera e propria. Sebbene il sistema di Brooklyn sotto la BTM abbia costruito solo una linea di filobus, altre città, tra cui San Francisco e Filadelfia, hanno costruito sistemi più grandi e mantengono ancora gli all-four.

Nel ventunesimo secolo il filobus è diffuso soprattutto in Asia e in Europa

Il primo filobus arrivò a Milano nel 1906, quando, in occasione dell'Esposizione Internazionale, la Società per la Trazione Elettrica impiantò una linea che percorreva il recinto esterno dei padiglioni della Piazza d'Armi.

La rete filoviaria di Milano nacque nel 1933 con l'apertura della breve linea 81 (Piazza Spotorno - Piazza Dergano).

Nei decenni successivi la rete si sviluppò rapidamente, con l'apertura di linee radiali e tangenziali. Anche la nuova circolare esterna (CE, poi 90/91) fu realizzata come filovia.

A metà degli anni settanta si prevedeva di trasformare la circolare 90/91 in una linea tranviaria veloce, e di abbandonare il resto della rete filoviaria. Pertanto numerose linee furono trasformate in linee di autobus, eliminando la linea aerea. Precisamente:

81 e 82 (27 settembre 1976)
83 ed MB (25 ottobre 1976)
95 (20 settembre 1977)
96/97 (5 marzo 1979)
84 (6 febbraio 1984).
Negli anni successivi, anche per l'abbandono del progetto tranviario per la linea 90/91, non vi furono più interventi sulla rete, se si eccettua qualche limitata modifica di percorso.

Attualmente, gli sforzi sono concentrati sulla velocizzazione delle linee, con la realizzazione di corsie riservate. I progetti per l'estensione della rete non sono mai usciti dallo stato di semplici proposte.
Con l'apertura nel 1933 della prima linea filoviaria in servizio ordinario di Milano, la 81, si manifestò immediatamente la necessità di disporre di spazi atti al rimessaggio delle vetture che vi prestavano servizio. La prima rimessa filoviaria dell'ATM fu pertanto un piccolo ex garage di pullman, in via Cusio, adiacente il primo capolinea della linea, situato appunto in piazza Spotorno. In previsione di un'ulteriore sviluppo della rete filoviaria, col relativo incremento del parco mezzi, nel 1935 venne acquisita l'ex rimessa della Società Anonima degli Omnibus di viale Brianza, in una posizione anch'essa strategica, trovandosi sia sul percorso della 81, sia a ridosso del futuro tracciato - inaugurato l'anno successivo delle linee 82 e CE.

Il continuo ampliamento della rete filoviaria milanese e la continua ascesa del filobus spinsero ATM - che già aveva dovuto filoviarizzare nei primissimi anni quaranta anche il Deposito Salmini - a destinare nel 1943 alle filovie anche il Deposito Molise, in cui già in quegli anni erano stati ricoverati i nuovi filobus consegnati all'azienda. Nel 1943 pertanto il nuovo Deposito Zara, contrariamente a quanto programmato, venne destinato al rimessaggio degli autobus, mantenendo per i filobus soltanto l'officina generale.

Durante la guerra Salmini venne pesantemente colpito dai bombardamenti, contrariamente a Molise che ne uscì indenne, consentendo la progressiva ripresa dell'esercizio filoviario su un tronco della CE già a partire dal settembre 1945. Il completamento della circolare esterna e l'ulteriore crescita della rete filoviaria portarono nel 1959 all'apertura di un nuovo deposito, Novara, raccordato in piazzale Brescia alla circolare esterna con un doppio bifilare posato sulle vie Osoppo, Rembrandt e Novara. Il trasferimento a Molise dell'officina generale filoviaria a discapito di Zara, che mantenne solo quella automobilistica, portò ATM a destinare parte del nuovo Deposito Sarca (aperto dal 1968) al rimessaggio dei filobus. Venne pertanto posato un lungo raccordo su viale Sarca, via Arbe, via Taramelli fino in piazza Appio Claudio, sul tracciato della circolare esterna, e in via Keplero e via Nava fino a via Lario, su cui transitavano le linee 83 e MB. Dal 2 maggio 1972 la gestione delle linee 82, 83 e MB passò pertanto interamente a Sarca, con un'abbondante riduzione dei percorsi a vuoto per gli inserimenti in linea delle vetture; parallelamente anche alcune tabelle della 90, 91 e 92 vennero trasferite da Molise a Sarca.

Con la progressiva dismissione di alcune linee, già dall'autunno del 1977 Sarca non aveva più in dotazione vetture filoviarie: negli anni successivi si procedette pertanto alla rimozione del bifilare di raccordo e di servizio interno alla rimessa. Molise rimase pertanto il principale deposito filoviario della città, affiancato esclusivamente da Novara.

Attualmente i depositi filoviari in funzione sono pertanto:

Deposito Molise, viale Molise 60 - Milano (officine generali e rimessaggio)
Deposito Novara, via Novara 41 - Milano (rimessaggio).


sabato 21 febbraio 2015

PARCO FORLANINI



 .


Il parco Forlanini è un parco milanese situato a ridosso del viale Forlanini, di fronte all'aeroporto di Linate dedicato al pioniere dell'aviazione Enrico Forlanini.

Il parco venne inaugurato nel 1970 dopo tre anni di lavori che valorizzarono la struttura, secolare, del contado agricolo lombardo così come era stato organizzato secondo il Catasto Teresiano (1760). Il parco, solcato dal Lambro nella parte occidentale, è attraversato da una fitta rete di vialetti alberati, e a nord-est si trova il Laghetto Salesina, alimentato sia da acque di falda che piovane. L'abbondante vegetazione che contorna lo specchio d'acqua ne fa un buon habitat per uccelli e pesci. Il parco è molto frequentato dai podisti, alcuni dei quali utilizzano anche la contigua struttura del Centro Sportivo Saini.

La creazione del parco preservò l'intera area dalla speculazione edilizia degli anni sessanta e settanta, garantendo così la sopravvivenza di alcune strutture di interesse storico e paesaggistico: il mulino Codovero e alcune antiche cascine trovano posto nel tessuto verde del parco, tra cui il nucleo della Cascina Cavriano (a nord del parco), di cui si parla in alcuni documenti già nei primissimi anni dell'XI secolo.

Proprio la Cascina Cavriano contiene alcuni elementi di spiccato interesse storico e artistico: un portico del XVII secolo a tre arcate, che conserva ancora l'emblema di una colomba col ramoscello d'ulivo (simbolo dell'Ospedale Maggiore, cui la cascina è appartenuta per secoli, fino alla prima metà degli anni settanta).

Un'altra struttura, la Cascina Sant'Ambrogio, poco più a sud, nella stessa via Cavriano, mantiene visibili le strutture dell'abside di una piccola chiesa romanica del XIV secolo.

Nel 2002 è stato inaugurato il bosco dei faggi per ricordare le centodiciotto vittime del disastro aereo di Linate dell'8 ottobre 2001.

Dopo anni di attese, è stato finalmente approvato il piano che vuole riportare le dimensioni del parco a quanto stabilito nel progetto originale, tre volte e mezzo più di quanto si estende oggi: il progetto sarà completato adibendo a verde pubblico le rimanenze di un impianto industriale abbandonato dal 1992, oltre a una serie di zone agricole improduttive delimitate dalle vie Corelli, Mecenate e Forlanini, e costeggiate dalla Tangenziale Est (un esempio indicativo è l'area, attualmente del tutto deserta, che circonda le Torri Ligresti per il terziario).

Vincitore del concorso internazionale per lo sviluppo del parco è stato l'architetto portoghese Gonçalo Byrne e il parco, a lavori ultimati, raggiungerà una superficie superiore ai tre milioni di metri quadrati. Già ora la descrizione della flora è complessa dovendosi distinguere tra gli ambiti "costruiti" e quelli "naturali" e, come si è detto, siamo in presenza, nell'insieme, di una rappresentazione del tipico paesaggio della pianura lombarda. Il catalogo delle specie vegetali, arboree e non, diventa praticamente esaustivo di quanto offre il territorio, sia per le specie originarie sia per quelle inseritevi, volutamente o casualmente, dall'uomo.

In un ambiente tanto vasto e diversificato, anche la fauna diventa rappresentativa di una realtà non più misurabile esclusivamente sui parametri di un semplice parco cittadino.

Nel luglio 2008, nel lato del parco verso il viale Forlanini, è stata aperta una struttura comunale per l'accoglienza di cani e gatti randagi e per ospitare la sezione veterinaria del vecchio canile municipale di via Lombroso.


VISITIAMO IL NAVIGLIO GRANDE E LA DARSENA

.

 .


Il Naviglio Grande è un canale navigabile dell'Italia settentrionale, situato in Lombardia. Nasce prendendo acqua dal Ticino nei pressi di Tornavento, circa 23 chilometri a sud di Sesto Calende, in prossimità della località Castellana, e termina nella darsena di Porta Ticinese a Milano.

Ha dislivello totale di 34 metri su una lunghezza di 49,9 km. Nel tronco da Tornavento ad Abbiategrasso ha una larghezza variabile dai 22 ai 50 metri, mentre da Abbiategrasso a Milano si restringe anche fino a 15 metri, riducendosi a 12 nel tratto terminale.

La portata a Turbigo è di 64 m³ al secondo in estate e di 35 in inverno, ridotta a 12 all'ingresso in darsena, a motivo delle 116 bocche irrigatorie che danno acqua a un comprensorio di circa 50.000 ettari e ai 9 m³/secondo che cede al naviglio di Bereguardo.

Il Naviglio Grande è stata la prima opera del genere a essere realizzata in Europa e storicamente è il più importante dei Navigli milanesi, nonché una delle grandi infrastrutture di ingegneria che sin dall'alto Medioevo caratterizzavano, con strade, ponti e irrigazione, il territorio lombardo, consentendo lo sviluppo dei commerci, dei trasporti e dell'agricoltura.

Secondo diversi storici, le origini del Naviglio Grande si collegano a un canale scavato da Abbiategrasso a Landriano (sul Lambro Meridionale, al confine col territorio di Pavia) a difesa dalle incursioni dei Pavesi, alleati del Barbarossa. Da dove il canale derivasse le acque è incerto: forse dall'Olona naturale, dal Mischia (una roggia che scorre da Abbiategrasso a Milano passando da Cisliano[4] arricchita da varie risorgive) o, infine, direttamente da un fosso derivato dal Ticino fino ad Abbiategrasso. La terza è l'ipotesi più probabile anche perché il canale, sia a monte sia a valle, veniva indicato come Ticinello.

Certa invece è la data di costruzione del canale difensivo, il 1152, e l'artefice, Guglielmo da Guintellino, architetto militare genovese al servizio dei Milanesi, che tra il 1156 e il 1158 realizzò anche il fossato a difesa della città e, con il materiale di riporto degli scavi, costrui bastioni fortificati. A Milano esiste ancora oggi via Terraggio, parallela alla fossa interna, che prese il nome dal terrapieno (terraggio, appunto) che aveva a ridosso e che risaliva a quell'epoca. È dall'ampliamento di quel fosso e dal collegamento di Abbiategrasso, via Gaggiano, con Milano che si realizzerà il naviglio. I cronisti e le cronache del duecento narrano diffusamente dell'inizio dei lavori per il navigium de Gazano, ma si dividono su due date, il 1177 e il 1179. Quelli del XVI secolo si dividono anch'essi e per il 1177 propendono più tardi il Cantù e alcuni moderni. Non ci sono invece dubbi sul fatto che nel 1187 il naviglio fosse giunto a Trezzano e nel 1211 alle porte di Milano, a Sant'Eustorgio, nei pressi dell'attuale porta Ticinese.

L'apporto delle acque del naviglio si raccordò efficacemente con la secolare opera di bonifica e di irrigazione dei monaci di Chiaravalle, di Morimondo e delle altre abbazie che avevano operato a sud di Milano. La semplificazione dei trasporti non facilitava soltanto i piccoli commerci che prima si svolgevano via terra, ma ne ampliava il raggio d'azione e ne arricchiva il catalogo, diffondendo il benessere. Il bisogno di legname della città, ad esempio, consentì il diboscamento e la creazione di nuovi spazi per l'agricoltura; l'afflusso di materie prime favorì il consolidarsi di arti e mestieri prima sacrificati. Questa situazione, fondamentale per le fortune di Milano, durò per secoli.

L'irrigazione estiva durava dalla "Madonna di marzo" (25 marzo) alla "Madonna di settembre" (8 settembre), poi iniziava quella iemale, con portate d'acqua minori (un quinto). Dopo la chiusura alla navigazione commerciale, il Naviglio Grande è stato restituito alla sua prima funzione. Le sue centosedici bocche (quattro sole in sponda sinistra) danno ancora acqua a vaste estensioni di prato e colture nel Milanese e nel Pavese, anche se a causa dell'urbanizzazione non si tratta più delle oltre 580.000 pertiche metriche, oltre 8.861.000 pertiche milanesi. L'acqua del naviglio alimenta, da Abbiategrasso, il cavo Ticinello e il naviglio di Bereguardo e poi la darsena a Milano da cui originano il naviglio Pavese e un secondo cavo Ticinello che ne costituisce il naturale scolmatore, ricongiungendosi alla Vettabbia.

Oggi è ancora aperta la questione se il Naviglio Grande fu concepito come canale irriguo o navigabile: il nome navigium (= navigare) e il tortuoso percorso iniziale, allungato ad arte per addolcirne le pendenze, farebbero propendere per la seconda ipotesi; la grande portata alla presa dal Ticino per la prima. D'altra parte è scontato che, alla presenza di un generoso adduttore d'acqua, l'uso irriguo si imponesse automaticamente a prescindere dalle originarie intenzioni. Certamente sono state le due funzioni abbinate a conferire al Naviglio Grande lo straordinario ruolo che ha giocato.

Purtroppo, la storia non ci ha lasciato il minimo indizio, neppure per azzardare delle supposizioni, su chi sia stato l'ideatore di una tale opera. È giocoforza attribuirne l'intero merito alla comunità milanese che, nell'Italia dei comuni medievali, seppe coniugare alla leadership.

La darsena, come i milanesi l'hanno vista per quattro secoli, era stata voluta e realizzata nel 1603 dal governatore spagnolo Pedro Enríquez de Acevedo conte di Fuentes (1525-1610): era addossata alle nuove mura e ne assecondava il perimetro del vertice sudoccidentale e, sotto di esse, un varco consentiva l'accesso alla nuova conca di Viarenna; il bacino era situato, come ora, in parte sulla stessa superficie dove prima esisteva il laghetto di Sant'Eustorgio, la cui localizzazione esatta non è mai stata determinata. Certamente, come la darsena, questo riceveva il Naviglio Grande e dava acqua al naviglio Pavese o, meglio, al suo troncone iniziale (1564): la foce del primo e l'incile del secondo distano poche decine di metri e non pare possibile che abbiano subito spostamenti.

Nel settembre 2004, il comune di Milano concesse l'area della darsena (l'intera porzione a ovest del Naviglio Grande) a un'impresa che doveva realizzare un garage-parcheggio sotterraneo: il terreno era considerato privo di interesse archeologico. Al contrario, all'inizio degli scavi emersero reperti che richiesero l'intervento della sovrintendenza e l'arresto dei lavori: si tratta di fondazioni di mura spagnole e di una piattaforma lignea che è stata attribuita alla pavimentazione dell'originale conca di Viarenna. In mancanza di idonee tecniche di recupero e di notizie più precise, i reperti sono stati reinterrati nelle condizioni di ritrovamento a scopo conservativo e il comune, allo stato dell'arte, non ha assunto nessuna decisione. Questi rinvenimenti all'interno del perimetro della darsena mettono parzialmente in dubbio le modalità con cui il conte di Fuentes fece realizzare la darsena stessa; la ricostruzione storica che anche noi abbiamo riportato nel capoverso precedente, era fino al 2010 l'unica concordemente accettata. Ora non è più così sicura, ma non è stata avanzata nessuna alternativa. E neppure un progetto complessivo di restauro e riqualificazione che, tenendo conto dei ritrovamenti archeologici, riabiliti l'intera area.
 È stata sistemata la parte nordoccidentale con il vecchio sbocco dell'Olona e la zona della direzione portuale, poi è stato innalzato un terrapieno che isola questo bacino dal resto della darsena tagliandola da sponda a sponda; solo una tubazione riversa le acque dell'eventuale troppo pieno. Il terrapieno è percorso da una strada pedonale che prosegue sulla sponda meridionale fino all'ingresso del Naviglio Grande. Cieca per il resto, è collegata col piano stradale da una vecchia, stretta e ripida scala di servizio. Tutta la sponda opposta, quella settentrionale lungo il viale Gabriele D'Annunzio, è cintata e inaccessibile: sono state portate alla luce le fondazioni delle mura spagnole (gli ex Bastioni) con il varco che sottopassandole consentiva ai natanti di raggiunger i navigli interni (Tombon de Viarenna), mentre sono stati reinterrati i reperti lignei (possibile pavimentazione di una conca sconosciuta). Il tutto era coperto dalle banchine dove, dai barconi, veniva scaricata la sabbia.

Per quanto riguarda il bacino vero e proprio, poche dita d'acqua ne ricoprono il fondo scorrendo in intricati rigagnoli a nord, mentre sul lato sud si è formata una lunga isola coperta di lussureggiante vegetazione spontanea rifugio di svariate specie di uccelli e sulle rive abitata da rane e rospi che si sentono gradevolmente gracidare giorno e notte: una piccola "oasi naturale" clandestina che si è impossessata di qualche centinaio di metri quadrati grazie all'incuria. La parte orientale, l'unica navigabile tra il Naviglio Grande e il Pavese, e che termina con gli scolmatori, è stata ripulita ma non attrezzata. Oltre a essere il porto della città, la darsena nel passato era uno snodo idrico di grande importanza: riceveva le acque dell'Olona e quelle che colavano dalla fossa interna e le cedeva al Ticinello, che correva oltre porta Ticinese lungo le mura prima di piegare a sud, e alla Vettabbia. La presa del Ticinello esiste ancora oggi nel punto più orientale della darsena, mentre l'Olona da decenni non vi immette più le sue acque sia per rischio idrogeologico (il suo vecchio alveo coperto da tempo non era più sicuro) sia, soprattutto, per scongiurare il pericolo di inquinamento. Da un'estremità all'altra, la darsena era lunga 750 metri e larga fino a 25, con una superficie di 17.500 metri quadrati, e la profondità di un metro e mezzo.

Sono comunque gli ultimi anni di un grande periodo di splendore che non vedrà una nuova alba. Il costo delle merci trasportate è diventato molto alto, e poi sembra oramai che tutto debba andare di fretta, di corsa, persino la rènna. Il traino in risalita è fatto coi trattori, viene costruito anche qualche barcone più grande e più capace, ma non serve a nulla. Così il 31 marzo 1979, alle 14 l'ultimo barcone ormeggia alla darsena, ha lo scafo metallico, è lungo 38 metri e largo cinque, porta la matricola 6L-6043 ed era partito alle 6 del mattino da Castelletto di Cuggiono. Scarica l'ultimo carico di sabbia, 120 tonnellate, l'equivalente di oltre 20 autocarri. Da quel giorno sui Navigli solo l'acqua continuerà a scorrere, ma solo per irrigare i campi.

Diverse fotografie del Naviglio degli ultimi decenni del XIX secolo e dei primi del XX sono dedicate a pescatori, bagnanti, barche di gitanti, in una piacevole atmosfera di relax vagamente belle époque, come se le alzaie facessero un po' il verso alle sponde della Senna. I falchett come gli apaches, le lavandaie al posto delle sartine, i trani, invece dei bistrot. Per decenni porta Cicca o porta Cinesa restò l'epitome della Milano popolaresca e malandrina, coi suoi personaggi coloriti, le canzonacce sguaiate o stringicuore, le cappellette illuminate su ogni cantonata, gli artigiani e gli artisti dei vicoli e delle corti. Nel secondo dopoguerra, fino a dopo la metà degli anni cinquanta, darsena e Naviglio Grande erano al centro del Carnevale Ambrosiano. Da gennaio, tra porta Genova e porta Ticinese si assiepavano baracconi, ottovolanti, autoscontri, giostre e attrazioni di ogni tipo: era la gremitissima e chiassosa "Fiera di porta Genova", punto di arrivo delle tradizionali sfilate dei carri che partivano dal centro, con el Meneghin e la Cecca, le maschere milanesi, mentre in darsena approdavano barconi infestonati e illuminati, carichi di folla e di maschere provenienti dai paesi del Magentino e dell'Abbiatense.
Ma non era solo questo: sull'Alzaia e sulla Ripa del Naviglio Grande, oltre el pont de fer da cui d'estate si tuffavano i ragazzini, si insediarono tre delle più gloriose società sportive della città: la Rari nantes, la Canottieri Olona e la Canottieri Milano, nuoto, pallanuoto e remo sono il fulcro dell'attività. La prima è fondata nel 1895 da Giuseppe Cantù, scultore ed eccellente nuotatore; è a Cascina Restocco, prima del Ronchetto del Naviglio, dall'anno della fondazione organizzò il "Cimento invernale" una nuotata nelle gelide acque del naviglio l'ultima domenica di gennaio, poi nel 1903 la "maratona natatoria Milano Abbiategrasso". Sempre a Cascina Restocco nel 1910 si sono svolte le gare "nel fiume" dei Campionati italiani di nuoto di quell'anno. Chiuse la propria attività nel secondo dopoguerra dopo aver vinto due scudetti nella pallanuoto.

A partire dagli anni del 1950, Milano divenne una delle capitali europee del jazz ed era tappa obbligata delle tournée di tutti i grandi esecutori, che si esibivano nei teatri (Nuovo, Lirico e Piccolo teatro soprattutto). Brera era il quartiere dei locali dove suonavano le nostre quotatissime Bands. Nel 1969, però, accadde un fatto straordinario: Giorgio Vanni, un buon batterista che aveva spesso suonato con gli americani, decise di aprire un jazz-club sul Naviglio Grande, in una vecchia cascina in fondo a via Lodovico il Moro, dopo Piazza Negrelli dove il tram numero 19 terminava il suo percorso. Lo chiamò Capolinea e il locale divenne in pochissimo tempo un riferimento mondiale per i grandi jazzisti, ponendosi sul piano del Blue Note o del Caveau de la Huchette. All'inizio, furono Joe Venuti e Tony Scott, amici di Vanni, a portarvi i colleghi ancora più famosi, poi non vi fu solista o band che non vi suonasse. Famose e irripetibili le jam session notturne, coi musicisti che si ritrovavano in formazioni spontanee, non preordinate e che spesso suonavano fino a mattino. Le performance più straordinarie spesso non hanno avuto altre testimonianze che quelle della memoria e la documentazione è limitata o inesistente.

Solo negli anni recenti un programma regionale per la valorizzazione dei Navigli lombardi ha consentito il recupero (in parte finanziato dalla stessa Regione Lombardia) di numerosi edifici storici nei comuni attraversati dal Naviglio Grande, nonché degli approdi e delle sponde dello stesso. La regione, nel 1993 dopo le opportune consultazioni, aveva licenziato un documento, il Master Plan Navigli, entro il quale aveva scelto di mantenere i propri interventi. Attorno a quello che oggi è diventato "la Bibbia" per il recupero dei navigli, ha preso consistenza la Navigli s.c.a.r.l., una società consortile che raggruppa la regione, i comuni di Milano e Pavia, le relative provincie e camere di commercio, il consorzio Villoresi e quarantotto dei cinquantuno comuni rivieraschi. Con la società consortile collaborano, con ottima intesa, anche soggetti non consorziabili, quali per esempio l'Istituto per i Navigli-Associazione Amici dei Navigli animata da Empio Malara, e Associazione P.A.N. NavigliLive - "Vivere Navigli Club" - che si pone come obbiettivo la realizzazione di tutte le linee guida per le opere e le azioni che si vogliono effettuare nell'interesse della massima valorizzazione dei Navigli di Milano e Lombardi, il MASTER PLAN NAVIGLI. Da qui deriva anche lo stesso nome P.A.N., acronimo di: Programma Azione Navigli[67] sempre in prima linea nella "cultura del recupero". Si è trattato di un consistente progresso nell'affrontare i problemi posti dalle molteplici competenze territoriali e amministrative, spesso più polverizzate che frammentate. Nel 2010 la s.c.a.r.l. sembra avviata anche a un riconoscimento de jure del ruolo di coordinatore unico degli interventi. Nel frattempo, lavora assiduamente ai progetti pratici, quali l'organizzazione della navigazione turistica, la promozione, la didattica e i contatti con le diverse entità e associazioni locali interessate allo sviluppo dei navigli.

Nell'ambito dell'Expo 2015, i navigli possono giocare un formidabile ruolo di attrattiva turistica e culturale per cui è naturale che attorno al loro recupero e valorizazione vi siano numerosi progetti, curati in particolare dalle università cittadine: il più noto è quello del professor Antonello Boatti, che prevede una "riapertura" della Martesana e della Cerchia con una serie di fontane, fontane-canali e bacini tra il verde: non un ripristino dunque, ma una riambientazione della città com'era. L'amministrazione comunale (giugno 2010) non ha ancora deliberato in merito, ma si sa che acqua e canali entrano nel progetto globale per l'Expo.

Sulle rive del Naviglio Grande e di quello Pavese, pedonalizzate, ogni sera si accende la movida milanese: ristoranti (magari su un vecchio barcone ormeggiato e trasformato), bar, pub e osterie, locali notturni attirano migliaia di persone rumorose e invadenti. Una trasformazione che non piace a tutti e le proteste dei residenti per rumori, affollamento e disturbo della quiete pubblica sono frequenti. Il quartiere ha due facce, quella notturna e quella diurna ed è ancora ricco di studi di artisti, di botteghe artigiane, di angoli pittoreschi e di cappellette illuminate sulle cantonate. Ogni estate si moltiplicano le occasioni di incontro, le mostre, le feste popolari per un pubblico più familiare. Dall'alzaia ci si può anche imbarcare per godersi il Naviglio dall'acqua. Navigando, può poi capitare di imbattersi in uno dei molti eventi che le località rivierasche organizzano con assiduità, perché il risveglio del Naviglio Grande non è un fatto circoscritto solo a Milano.


FACCIAMO SHOPPING!!!!

.

 .



La zona più commerciale è sicuramente quella che gravita intorno a Piazza Duomo ed in particolare Corso Vittorio Emanuele, Via Torino, San Babila dove si trovano i grandi marchi dell'abbigliamento: Abercrombie & Fitch,
Zara, H&M, Gap, Banana Republic.

Per uno shopping invece più modaiolo la zona più cool è quella di Ticinese/Navigli dove sono presenti alcuni fra i brand più famosi della scena streetwear: Stussy, Carhartt, Vans, ecc. Altra zone interessanti sono Corso Buenos Aires, arteria commerciale lunga un km e mezzo circa con più di 350 negozi e Corso Vercelli con i suoi bei negozi.

Per uno shopping più esclusivo invece le zone più interessanti sono il cosidetto “Quadrilatero della Moda” quindi la zona tra Via Montenapoleone, Corso Venezia, Via Manzoni e Via della Spiga, l’elegante zona Brera con delle bellissime botteghe e Corso Como.

Il Quadrilatero della moda è un quartiere della zona 1 di Milano in cui si concentrano gioiellerie, boutique e showroom di design e arredamento. Così chiamato perché idealmente delimitato da quattro strade famose per i numerosissimi negozi e studi delle firme più importanti della moda.

Il cuore del "Quadrilatero della moda" è via Montenapoleone, che risulta essere la sesta strada più costosa e prestigiosa al mondo secondo l'indice «Main streets across the world», che classifica le vie dello shopping più care al livello internazionale.

Il quadrilatero è racchiuso tra quattro vie principali:

via Montenapoleone,
via Manzoni,
via della Spiga,
corso Venezia.
È inoltre composto da alcune vie interne:

via Borgospesso,
via Santo Spirito,
via Gesù,
via Sant'Andrea,
via Bagutta.
via Verri.

Via Monte Napoleone, precedentemente contrada del Monte, è una via del centro di Milano, considerata una delle zone più lussuose e uno dei maggiori centri degli acquisti del prêt-à-porter.

La via prende il nome dall'omonima istituzione finanziaria sorta in epoca napoleonica per gestire il debito pubblico. Aveva sede all'odierno civico 12. Caduto il Regno d'Italia, la gestione di quest'organo passò agli austriaci protagonisti della Restaurazione, ma la via non mutò il proprio nome.

Via Monte Napoleone segue l'antico tracciato delle mura romane, che a loro volta seguivano il corso del Seveso, che tuttora scorre come Grande Sevese tombinato sotto il manto stradale, sul lato dispari della via.

La via nel corso della sua storia ha ospitato diversi illustri personaggi milanesi: a Palazzo Taverna (civico 2) visse e morì lo scrittore Carlo Porta, mentre sul fronte opposto, il civico 1, era la casa in cui viveva ed era morto il poeta e scrittore Tommaso Grossi. Sempre in questa via Giuseppe Verdi avrebbe composto nel 1840 il suo Nabucco. Storicamente in passato la strada aveva il soprannome di el Quartier de Riverissi, in riferimento all'usanza dei signori milanesi di togliersi il cappello in segno di riverenza, per salutare una signora che qui aveva la propria dimora.

La via fu teatro durante le Cinque Giornate di Milano dell'insurrezione dei patrioti contro gli Austriaci: qui aveva infatti sede il coordinamento delle forze cittadine in gioco e da qui partivano gli ordini verso tutta la città. Già dalla fine dell'Ottocento la via si caratterizza sempre più per essere una via del lusso: sempre più famiglie ricche e importanti vi si trasferiscono, e al tempo stesso aprono una dopo l'altra diversi antiquari e gioiellieri di fama internazionale. Fra questi vale la pena ricordare Annibale Cusi, con la sua gioielleria divenuta la fornitrice ufficiale di Casa Savoia, le gioiellerie Buccellati, Faraone e Pederzani, la coltelleria dei Lorenzi, aperta nel 1929.

A partire dagli anni cinquanta via Monte Napoleone s'impone come una delle vie più importanti del commercio mondiale; prosegue la sostituzione delle attività di produzione e l'espulsione definitiva della componente più popolare della via: resistono tuttavia la drogheria Parini, il fruttivendolo Moretti e il Salumaio di Monte Napoleone, divenuti in qualche modo dei punti saldi della tradizione e dell'identità stessa della strada.

Via Monte Napoleone si caratterizza oggi per la larghissima presenza di negozi e saloni delle più prestigiose case di alta moda mondiale, inserendosi nel celebre Quadrilatero della Moda e producendo il 12% del PIL di tutta Milano.

È costellata da negozi e saloni dei più importanti nomi della moda, come Armani, Dolce & Gabbana, Prada, Versace, Alberta Ferretti ecc. Assieme alle sue traverse e parallele via della Spiga, via Sant'Andrea e via Pietro Verri, costituisce il cosiddetto Quadrilatero della moda.

Viene spesso associata, non casualmente, alla borghesia milanese ricca o presunta tale; in questo modo viene rappresentata, per esempio, nel film omonimo di Carlo Vanzina del 1987, in cui viene rappresentato in chiave comica il fenomeno degli yuppies.

È un punto di riferimento dei Personal shopper in quanto ricca di lussuosi negozi e showroom.

Nel 2002 con l'Associazione della via nasce il progetto "Media", con Radio e Portale, allo scopo di rilanciare il made in Italy e tutto ciò che fa tendenza nel mondo attraverso Milano capitale indiscussa della moda. Patrocinato dall'Assessorato Moda, Turismo Grandi Eventi del Comune di Milano, Sistema Moda Italia, Assomoda, oggi è il primo strumento di rilancio e d'informazione sul made in Italy a livello mondiale.

A differenza di via della Spiga, che è in gran parte zona pedonale, via Monte Napoleone è aperta al traffico automobilistico ed è dotata di un marciapiede su ciascun lato della strada per la sua intera lunghezza. La strada è asfaltata e a senso unico sull'intero tratto, ma la direzione consentita cambia ad un certo punto è possibile solo andare verso le sue estremità dal suo centro, ma non è pertanto possibile entrare in auto in via Montenapoleone dalle sue estremità. Dall'incrocio con via Verri e via Sant'Andrea è sia possibile andare verso corso Matteotti (in direzione di piazza San Babila) sia verso via Manzoni. Inoltre data la configurazione di via Verri e di via Sant'Andrea l'accesso automobilistico è possibile solo da via Verri.

In direzione nordovest la strada termina con un incrocio, con semaforo, in via Manzoni. Oltre l'incrocio si trova la via Croce Rossa, una via che ha assunto la fisionomia di una piazzetta, oggi interamente pedonalizzata, di cui una grande parte è occupata da un monumento fontana, il cui gusto è spesso stato soggetto di critiche. In questa stessa piazzetta si trovano le scale che portano alla stazione della metropolitana della linea 3, denominata Montenapoleone (il cui nome è usualmente scritto tutto attaccato).


Post più popolari

Elenco blog AMICI