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domenica 18 ottobre 2015

I VELI ISLAMICI



La concezione di una donna sottomessa, costretta a coprirsi interamente o imprigionata in un harem nel medio oriente non esiste. Questo pregiudizio del tutto occidentale nasce, molto probabilmente, da una serie di fraintendimenti e discordanze, originati dalla differenza tra quello che è realmente scritto nel Corano, l'interpretazione e strumentalizzazione politica dei diversi stati islamici e la visione della donna islamica nell’immaginario occidentale.

La realtà' dei diversi paesi arabi, e di conseguenza la realtà femminile, non può e non deve essere confusa con la realtà islamica. È ormai risaputo che in molti di questi paesi c'è grande disparità tra la condizione maschile e quella femminile, ma si tratta di paesi in cui e' da sempre in atto una battaglia contro l'occidentalizzazione della cultura (e il nemico americano). Dove, appunto, si e' radicata l'idea che maggiore liberta' significa maggiore occidentalizzazione. E di cio' ne fanno le spese proprio le donne, che finiscono per essere strumentalizzate perdendo parte dei loro diritti ,per altro bene esplicitati nello stesso Libro a cui queste teocrazie fanno riferimento.

Il pregiudizio più grande che la nostra cultura ha verso la cultura islamica è quello del velo che riteniamo il simbolo, chiaro ed evidente, della sottomissione della donna all'uomo e della sua mancanza di diritti. È quasi inconcepibile, per noi, che questa donna possa avere libertà di scelta o che, in caso l'avesse, possa scegliere di sua spontanea volontà di indossare un indumento tanto “alienante” come l'hijab, se non a causa esclusiva del forte condizionamento sociale dovuto alla sua ignoranza. Ovviamente, e purtroppo, tutto questo è una realtà innegabile in molti Paesi arabi, ma non è l'unica realtà. Questo pregiudizio di fondo impedisce la vera conoscenza di questo fenomeno che si presenta molto più vasto ed eterogeneo di quel che noi crediamo e di ciò che questo “simbolo” realmente significhi per molte donne arabe.

Esistono diversi tipi di velo usati dalle donne islamiche, ognuno dei quali è legato ad una determinata regione e in quanto tale ne riflette la cultura e la tradizione al di là della religione.
L’Hijab, il classico foulard che copre i capelli e il collo, è anche il più antico di tutti; la sua origine risale gia al XII sec a.c. Quando era in uso nella Mesopotamia assira. Lascia scoperto il viso e prevede che, oltre a coprirsi il capo la donna indossi un vestito lungo e largo che nasconde le forme del corpo, anche se solo le più osservanti tra chi sceglie questo tipo di copertura usano il vestito completo ed è il tipo di velo più diffuso tra le donne mussulmane in occidente e nei paesi islamici più liberali.

Il Niqab, è un tipo di velo, che copre interamente il volto della donna. È sovente confuso con il Burqa, l’abito islamico di colore azzurro, tipico dell’ Afghanistan, che avvolge integralmente il corpo e il viso, compresi gli occhi, coperti da una fitta griglia. Al contrario di quest’ultimo il niqab lascia, nella maggior parte dei casi, scoperti gli occhi. È molto diffuso in Arabia Saudita e Yemen anche se la foggia cambia leggermente tra i due stati. Il niqab yemenita è in fatti realizzato da un fazzoletto triangolare che copre la fronte e un altro rettangolare che copre il viso da sotto gli occhi a sotto il mento, mentre quello saudita è un copricapo composto da uno, due o tre veli, con una fascia che, passando dalla fronte, viene legata dietro la nuca.

Nelle zone del Golfo persico è molto diffuso l’ Abaya, un velo leggero, ma coprente, lungo dalla testa ai piedi e che lascia completamente scoperto il volto. Mentre in Iran troviamo il famoso Chador che può essere sia un semplice fazzoletto sulla testa che un mantello che copre tutto il corpo, generalmente di colore nero.

Il velo tradizionale dei paesi del Nord Africa, quali la Tunisia e l’Algeria, è l’Haik, un ampio velo di cotone bianco, nero o anche colorato. Questo tipo di velo copre dalla testa ai piedi e spesso le donne, soprattutto le più anziane, lo usano per coprirsi il volto, tenendo uniti i due lembi con i denti.

Per molte donne rivolgere pubblicamente la parola ad un uomo senza indossare il velo,anche nei paesi dove questo non è d'obbligo, è motivo di imbarazzo. Grazie all'hijab si sentono libere di stringere rapporti di amicizia con uomini senza avere il timore di essere fraintese o di perdere la loro reputazione.



Secondo la sociologa egiziana Laila Ahmed, in questo contesto il velo non è ineluttabilmente un simbolo di segregazione, ma permette alle donne di presentarsi nella sfera pubblica senza costituire una minaccia né una trasgressione dell’etica socio-culturale islamica. Grazie al velo la donna islamica ha la possibilità di crearsi uno spazio pubblico legittimo. Non è uno strumento per relegare la donna in casa, quindi, ma al contrario per legittimarne la presenza al di fuori di essa.

Continua, poi, sostenendo che per quanto l'uso del velo possa apparire conservatore,il numero sempre maggiore di donne che grazie ad esso accedono alle università, alle professioni e allo spazio pubblico,non può essere considerato un fenomeno regressivo. E, mentre una coscienza femminista è più specifica delle classi medie urbane, sostiene la sociologa, il linguaggio del velo rivela la ricerca di una identità culturale anche da parte delle donne appartenenti ad ambienti rurali. Dunque “non cristallizza chi lo indossa nel mondo della tradizione, ma connota la volontà di approdare alla modernità”.

È quasi assurdo pensare che per compiere l’emancipazione sia sufficiente abbandonare i costumi di una determinata cultura, anche quando cosi androcentrica, in favore di quelli appartenenti ad una cultura differente . La dottoressa Ahmed afferma inoltre: ”Neppure la più ardente femminista del secolo scorso ha mai sostenuto che le donne europee potessero liberarsi dall’oppressione della moda vittoriana (concepita per costringere la figura femminile a conformarsi a un ideale di fragilità per mezzo di corpetti soffocanti che spezzavano le costole) adottando semplicemente l’abbigliamento di un altro tipo di cultura. Né si è mai sostenuto che l’unica possibilità per le donne occidentali fosse quella di abbandonare la loro cultura per trovarsene un’altra, dal momento che il predominio maschile e l’ingiustizia verso le donne sono sempre esistiti all’interno di essa” .

Per le stesse femministe arabe che combattono ogni giorno per l’ emancipazione della donna, il velo non è uno strumento culturale, politico o ideologico, che rappresenta la sottomissione agli uomini,ma una convinzione personale,legata alla fede. E in quanto tale, ogni donna libera e mussulmana ha il pieno diritto di scegliere se indossarlo o meno.

Il divieto del velo va contro il diritto della donna sul suo corpo esattamente quanto l'obbligo di indossarlo. Sembra quindi che questo indumento che fa tanto discutere sia in realtà un problema tutto occidentale.

L'abbigliamento delle donne musulmane è stato spesso oggetto di accesi dibattiti in Occidente dove è stato preso come simbolo dell'oppressione femminile di cui si accusa la religione di Maometto. La copertura totale del volto con il velo scandalizza alcuni paesi cattolici eppure secondo un recente sondaggio sono pochissimi i paesi islamici dove il burqa è ritenuto il tipo di abbigliamento più appropriato per le donne. La maggior parte degli intervistati preferisce il velo che copre solamente i capelli (hijab) ed alcuni non ritengono che sia necessaria alcuna copertura.

L'Institute for Social Research della University of Michigan ha posto la questione a sette paesi a maggioranza musulmana: Turchia, Egitto, Tunisia, Libano, Pakistan, Arabia Saudita ed Iraq. Le sei varianti fra cui scegliere passano dal burqa, il velo integrale dove la parte all'altezza degli occhi è traforata al niqab, una variante del burqa con una fessura per lasciar scoperti gli occhi, il chador, un velo nero che copre il capo e la fronte, l'al Amira, un velo bianco intorno al volto, l'hijab, un foulard avvolto come un velo ed infine il capo interamente scoperto.

Dai più 'laici' come la Turchia ed il Libano ai più conservatori Arabia Saudita e Pakistan in media i paesi musulmani optano in maggiornaza (44%) per l'al Amira, si può dire il "più comodo" fra i veri e propri veli. Al secondo posto il favorito è l'hijab, variante ancora più blanda della copertura (12%) mentre l'8% preferisce il niqab o il chador.

Fanno eccezione l'Arabia Saudita dove la stragrande maggioranza (63%) sceglie il niqab ed, al contrario, il Libano dove quasi la metà ritiene che lasciare il volto scoperto sia l'acconciatura più appropriata (risultato probabilmente influenzato dal 27% di cristiani intervistati), opinione condivisa dal 32% dei turchi ed il 15% dei tunisini. Diversa la situazione in Pakistan dove a pari merito vincono le due forme più conservatrici, il niqab ed il chador, indicato come seconda scelta anche dall'Iraq e l'Egitto. Peccato solo che gli intervistati non siano divisi per sesso così da conoscere eventuali differenze fra le preferenze degli uomini e di chi deve effettivamente indossare il velo.

In ogni caso, se il burqa, il niqab ed il chador sono effettivamente indumenti destinati a standardizzare l'aspetto femminile, tutt'altra storia è l'hijab. Come dimostrato dai numerosi blog di moda sull'hijab, questo tipo di velo è considerato da molte giovani donne musulmane un dettaglio da scegliere con cura e da impreziosire con spille, forme, tessuti e pieghe diverse.



Ciò che in Occidente viene chiamato "velo" ed erroneamente si pensa sia stato introdotto dall'Islam esiste in realtà ben prima di esso. Una legge del XII secolo a.C. nella Mesopotamia assira sotto il regno del sovrano Tiglatpileser I (1114 a.C. — 1076 a.C.) rendeva di già obbligatorio portare il velo all'esterno a ogni donna sposata. Esso appariva anche nel mondo greco, tant'è vero che, nell'Iliade, si dice che Elena, moglie di Menelao, si velava per uscire.

Questa situazione si riscontrava in tutto il Mediterraneo, tanto che ancora nel Medioevo si hanno notizie di tre donne (Accursia, Bettisia Gozzadini e Novella d'Andrea) che nel XIII e XIV secolo ebbero la possibilità di tenere delle lezioni di Diritto all'Università di Bologna, ma soltanto a condizione che tenessero il corpo e il volto completamente velati per non distrarre gli studenti.

Nella Penisola araba preislamica la situazione delle donne era notevolmente contraddittoria: non pare vi fossero norme istituzionalizzate, in forza delle quali esse potessero reclamare precisi diritti. Da un canto, le bambine potevano occasionalmente essere sotterrate vive per motivi che ci sono rimasti oscuri ma che sembrano coinvolgere la sfera religiosa, d'altro canto le donne godevano nondimeno di vasti privilegi in campo coniugale: poliandria mirante alla procreazione di fanciulli sani in caso di impotenza del primo marito, possibilità di ripudio del marito e matrimoni a tempo predeterminato (mut'a), per il quale era assolutamente prescritto il libero consenso della donna e in base al quale l'eventuale figlio della coppia rimaneva al padre, che se ne assumeva ogni onere economico. Troviamo donne imprenditrici e notevolmente attive in campo politico (in passato si parlava non episodicamente di "regine degli Arabi").

A ridosso della nascita dell'Islam, alcuni di questi istituti giuridici non risultano essere stati più validi: segno probabile di una rivalsa virile a discapito del ruolo muliebre: è probabile che l'uso del velo, in questo periodo, fosse comunque abbastanza diffuso, sia pur non generalizzato come in seguito con l'affermarsi dell'Islam.

Secondo alcuni sociologi, con l'avvento dell'Islam il velo diviene il simbolo di una ritrovata dignità femminile, dal momento che la donna diventa soggetto di alcuni precisi diritti (al mahr, ad esempio, una quota di beni o denaro obbligatoriamente versata dall'uomo a tutela dell'eventuale vedovanza o di un ripudio subito, senza dimenticare il diritto all'eredità, per quanto normalmente determinata nella metà della quota-parte riservata al maschio avente pari titolo giuridico); secondo altri, l'obbligo del velo manifesta invece la subordinazione della donna rispetto all'uomo, vista come una sua proprietà e quindi costretta a nascondere il proprio capo a tutti gli altri uomini, se non a quelli della propria famiglia. La religione islamica chiede inoltre alle donne che si convertono di velarsi per essere distinte dalle schiave non musulmane.

Rimane un dato storico incontrovertibile che l'uso del velo non sia una pratica esclusivamente e specificamente musulmana, ma semmai araba e anteriore all'Islam, diffusa anche in varie altre culture e religioni, tra le quali il Cristianesimo orientale e in generale il mondo bizantino. Il suo scopo principale era quello di segnalare le differenze sociali, indicare le donne che dovevano essere oggetto di un particolare rispetto, e spesso marcare la differenza tra sacro e profano.

I passaggi del Corano che normalmente vengono citati a proposito del precetto di indossare il velo sono, in particolare, l'aya 31 della sura XXIV (al-Nur, "La luce")

« E di' alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare, e si coprano i seni d'un velo e non mostrino le loro parti belle ad altri che ai loro mariti o ai loro padri o ai loro suoceri o ai loro figli, o ai figli dei loro mariti, o ai loro fratelli, o ai figli dei loro fratelli, o ai figli delle loro sorelle, o alle loro donne, o alle loro schiave, o ai loro servi maschi privi di genitali, o ai fanciulli che non notano le nudità delle donne, e non battano assieme i piedi sì da mostrare le loro bellezze nascoste; volgetevi tutti a Dio, o credenti, che possiate prosperare! »
e l'aya 59 della sura XXXIII (al-Azab, "Le fazioni alleate")

« O Profeta! Di' alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre, e a che non vengano offese. Ma Dio è indulgente e clemente! »




Il nome utilizzato per indicare il velo nella sura al-Nur è khumur (plurale di khimar), la cui radice  significa "velare, celare, occultare qualche cosa". Nel vocabolario arabo-italiano di Renato Traini, pubblicato dall'Istituto per l'Oriente (Roma 1966–1973), alla voce "khimar" si legge: «Velo che copre il capo e la faccia della donna» e nell'Arabic-English Lexicon di E. Lane: «A woman’s muffler, or veil, with which she covers her head and the lower part of her face, leaving exposed only the eyes» ("uno scialle o velo, con cui la donna si copre il capo e la parte inferiore del viso, lasciando scoperti solo gli occhi").
Nella surat il termine è jalabib (plurale di jilbab), la cui radice quadrilittera significa "indossare, essere rivestito di qualche cosa". Nel vocabolario arabo-italiano di Traini, alla voce "jilbab" si legge semplicemente: «Indumento femminile», e in quello di E. Lane leggiamo: «A shirt  that envelopes the whole body» ("Una camicia che ricopre l'intero corpo"). Secondo i commentari del Corano (tafasir), il jilbab ricopre anche il capo, e per molti dotti anche il viso.
La parola hijab, invece, la più usata oggigiorno in riferimento al velo islamico, appare in sette versetti del Corano, ma in modo meno specifico, dato che si riferisce sempre - salvo un caso - ad una cortina, una tenda, dietro alla quale può avvenire la rivelazione del Corano stesso. In particolare:

« A nessun uomo Dio può parlare altro che per rivelazione, o dietro un velame, o invia un messaggero il quale riveli a lui col suo permesso quel che egli vuole »
(XLII,51)
« E quando tu reciti il Corano, noi poniamo tra te e coloro che rinnegano la vita futura un velo disteso »
(XVII,45)
« O voi che credete! Non entrate negli appartamenti del Profeta senza permesso, per pranzare con lui, senza attendere il momento opportuno! ... E quando domandate un oggetto alle sue spose, domandatelo restando dietro una tenda: questo servirà meglio alla purità dei vostri e dei loro cuori. E non vi è lecito offendere il Messaggero di Dio, né di sposare le sue mogli mai, dopo di lui. Questo sarebbe, presso Dio, cosa enorme »
(XXXIII,53)
Questa separazione, inizialmente riservata alle mogli del profeta Maometto, in seguito sarebbe stata estesa alle donne musulmane libere. L'imposizione di rivolgersi alle mogli del Profeta da dietro un hijab aveva quasi certamente in origine motivazioni di protocollo, e solo più tardi venne preso a pretesto per giustificare forme generalizzate di segregazione sessuale, del tutto sconosciute all'Islam dell'epoca di Maometto.

In un solo caso nel Corano hijab indica un velo inteso come capo di abbigliamento.

« Nel Libro ricorda Maria, quando si appartò dalla sua gente lungi in un luogo d'oriente ed essa prese, a proteggersi da loro, un velo. E noi le inviammo il nostro Spirito che apparve a lei sotto forma di uomo perfetto »
(XIX,16-17)
In sintesi, dunque, i giuristi musulmani designarono ben presto con il termine generico hijab tutto ciò che dissimula o copre il corpo delle donne al fine di preservarne il pudore. Hijab è il termine comunemente più utilizzato per designare il "velo" della donna musulmana, anche se nel Corano altri due termini (khimar e jilbab) lo definiscono in modo più preciso, specificando come esso dovrebbe coprire il capo della credente e a parere di molti anche il volto.

Secondo molti musulmani praticanti, per quanto riguarda l'abbigliamento femminile le principali fonti del diritto islamico, cioè il Corano e la Sunna, prescriverebbero senza alcun dubbio l'obbligo di indossare il velo. Anche tra gli assertori della obbligatorietà del velo, tuttavia, esistono due differenti linee di interpretazione dei testi: una ritiene che la donna possa mostrare il proprio viso (anche se si giudica più meritevole celarlo davanti agli estranei), l'altra afferma che sia comunque tenuta a coprirlo. Evidentemente, le donne musulmane che seguono quest'ultima interpretazione non la ritengono una tradizione culturale locale o invalsa solo col tempo e a motivo di presunti influssi di altre tradizioni sulla civiltà musulmana, bensì di un insegnamento appartenente in pieno all'Islam.

In Egitto, si considera che la prima contestazione riguardante l'asserita obbligatorietà d'indossare un velo abbia avuto luogo verso la fine del XIX secolo: Qasim Amin, che apparteneva allora alla corrente di pensiero "modernista", che cercava d'interpretare l'Islam per renderlo compatibile con i processi di modernizzazione della società egiziana in particolare, si espresse a favore dell'evoluzione dello status della donna nella sua opera  (La liberazione della donna, pubblicata nel 1899). Si dichiarò in particolare a favore dell'istruzione femminile, della riforma della procedura di divorzio e della fine dell'uso del velo e della segregazione muliebre. A quei tempi Qasim Amin si riferiva al velo facciale (burqu: velo di mussolina bianca che ricopre il naso e la bocca) che portano le donne di classe agiate urbane, fossero esse cristiane o musulmane. Il hijab d'allora era effettivamente legato all'isolamento delle donne. Si considera generalmente che fu da quel momento che il hijab cessò dall'essere il simbolo d'uno status sociale e di ricchezza per divenire simbolo di arretratezza e di posta in gioco sociale, politica e religiosa.



Nel 1923, Hoda Sharawi, considerata come una delle prime femministe, ripudia il suo velo facciale tornando da un incontro femminista svoltosi a Roma, lanciando in tal modo, insieme a molte altre donne, un movimento di "svelamento" che sarà chiamato in arabo al-sufur.

In Turchia e in Iran, l'abolizione del velo fu imposta all'inizio del XX secolo da Mustafa Kemal Atatürk e dallo Shah d'Iran, che videro l'adozione dell'abbigliamento occidentale come un segno di modernizzazione. In Tunisia, Habib Bourghiba vietò il velo nell'amministrazione pubblica e sconsigliò fortemente alle donne di portarlo in pubblico.

In Marocco, all'avvento dell'indipendenza, il re Mohammed V, padre di Hassan II e nonno dell'attuale sovrano Mohammed VI, chiese a sua figlia di togliersi il velo in pubblico, come simbolo della liberazione della donna. Tuttavia in presenza del re, i deputati donne si videro obbligati a coprire i loro capelli in segno di rispetto per la tradizione.

Nel corso degli ultimi anni della guerra d'Algeria, i francesi organizzarono cerimonie di "svelamento" collettivo, miranti a dimostrare l'opera civilizzatrice della Francia in Algeria, a favore dell'emancipazione delle donne algerine.

Negli anni Sessanta, portare il velo divenne un fenomeno estremamente minoritario nella maggior parte dei paesi arabi (con l'eccezione dei paesi che si rifacevano al pensiero del wahhabismo).

Attualmente la maggior parte degli autori è concorde nell'includere il tema del hijab nell'ambito dello zay al-shari, il "vestito secondo la shari'a". Esso indica, in prima battuta, l'abbigliamento femminile che gli integralisti musulmani hanno preso ad adottare a partire dagli anni Settanta e che consiste in una tenuta lunga e ampia, il (jilbab), di colore sobrio e d'un velo, khimar, del pari di colore sobrio, che ricopre interamente i capelli delle donne, il loro collo, le spalle e il petto, in modo tale che - conformemente alla pretesa legge islamica - non appaiano altro che le mani e il viso.

L'obbligo di velarsi è oggi controverso, ma generalmente dedotto da un insieme di versetti già esposti del Corano e di Jadith del profeta Muammad. Non si trova traccia d'una tale controversia nei testi degli Julama e degli esegeti ( mufassirun ) antichi. Il soggetto del loro disaccordo era piuttosto quello di appurare se il velo fosse obbligatorio per coprire o meno il volto delle donne. L'obbligo di nascondere le altre parti del corpo (escluso il viso, le mani e i piedi per alcuni) è del pari riportato nei libri consacrati al tema del consenso.

A parte qualche sporadica ed isolata ordinanza municipale che ne dispone la proibizione punibile con sanzioni amministrative, indossare un velo integrale in Italia non è reato.

Coloro che si oppongono alla libera circolazione di donne con il viso velato si appellano al vigente Codice penale e alla Legge 152/1975 (e successiva Legge 155/2005) relativa alle norme di Pubblica Sicurezza, il cui art. 5 recita: "È vietato l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l'uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino."

Sulla interpretazione della clausola "senza giustificato motivo" si è già espresso il Consiglio di Stato, che ha ritenuto la matrice religiosa e/o culturale un giustificato motivo per poter circolare indossando un niqab, un burqa, o un altro tipo di velo islamico che ricopra il viso.

La ratio legis di questa norma, diretta alla tutela dell'ordine pubblico, è infatti quella di evitare che l'utilizzo di caschi o di altri mezzi possa avvenire con la finalità di evitare il riconoscimento. Tuttavia, un divieto assoluto vi è solo in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino. Negli altri casi, l’utilizzo di mezzi potenzialmente idonei a rendere difficoltoso il riconoscimento è vietato solo se avviene "senza giustificato motivo". Con riferimento al “velo che copre il volto”, si tratta di un utilizzo che generalmente non è diretto ad evitare il riconoscimento, ma costituisce attuazione di una tradizione di determinate popolazioni e culture. In questa sede al giudice non spetta dare giudizi di merito sull’utilizzo del velo, né verificare se si tratti di un simbolo culturale, religioso, o di altra natura, né compete estendere la verifica alla spontaneità, o meno, di tale utilizzo. Ciò che rileva sotto il profilo giuridico è che non si è in presenza di un mezzo finalizzato a impedire senza giustificato motivo il riconoscimento.

Il citato articolo 5 della legge 152/1975 consente nel nostro ordinamento che una donna indossi il velo per motivi religiosi o culturali; le esigenze di pubblica sicurezza sono soddisfatte dal divieto di utilizzo in occasione di manifestazioni, e dall’obbligo per tali persone di sottoporsi all’identificazione e alla rimozione del velo, ove necessario a tal fine. Resta fermo che tale interpretazione non esclude che in determinati luoghi o da parte di specifici ordinamenti possano essere previste, anche in via amministrativa, regole comportamentali diverse incompatibili con il suddetto utilizzo, purché ovviamente trovino una ragionevole e legittima giustificazione sulla base di specifiche e settoriali esigenze.

Va precisato, però, che in sede giurisdizionale il Consiglio di Stato ha solo funzione di tutela nei confronti degli atti della Pubblica Amministrazione. In particolare il Consiglio di Stato è il Giudice di secondo grado della giustizia amministrativa, ovvero il Giudice d'appello avverso le decisioni dei TAR, e nella sentenza richiamata si annullò un ricorso avverso decisione del TAR sostanzialmente per motivi di merito procedurale e gerarchico.

Rimane stabilito peraltro (Sentenza TAR Friuli Venezia Giulia n° 645 – 16.10.06) "che a prescindere dai singoli casi concreti in cui ogni agente di pubblica sicurezza è tenuto a valutare caso per caso se la norma di legge possa o meno ritenersi rispettata, un generale divieto di circolare in pubblico indossando tali tipi di coperture può derivare solo da una norma di legge che lo specifichi (allo stato attuale non esistente), il che è tra l'altro in linea con le implicazioni politiche di una simile decisione.".


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martedì 2 giugno 2015

LA TORRE CIVICA DI CASTEL GOFFREDO

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La Torre civica è una costruzione alta 27 metri, risalente al 1200.
Circa due secoli dopo fu elevata, in modo da ospitare la cella campanaria della Chiesa di Sant'Erasmo.
Sopra l'arco passante è infisso lo stemma marmoreo della famiglia Gonzaga, sul lato verso il Palazzo Municipale troviamo una epigrafe di Aloysio Gonzaga. Dello stesso Aloysio è il motto presente su un'altra epigrafe rivolta al lato della parrocchiale: "Ne superbia in la prospera ne viltà in la adversa". Entrambi le epigrafi sono datate all'inizio del XVI secolo.
Nel 1925 l'ultimo intervento di rilievo: la costruzione del coronamento merlato.

Inizialmente coperta da tetto e alta circa 20 metri, fu sottoposta a interventi di ampliamento che le permisero di raggiungere gli attuali 27 metri di altezza. Era dotata di una scala esterna, sul fianco est, che metteva il comunicazione la piazza con l'interno della torre, nella quale si amministrava la giustizia a partire dal XV secolo e dove era presente anche una camera di tortura.

Nel 1492 fu rialzata con una nuova cella campanaria che ancor oggi ospita il concerto di otto campane, alcune delle quali risalenti al Cinquecento, della Chiesa Prepositurale di Sant'Erasmo.

Nel 1925 fu rifatta la copertura e realizzata la merlatura ghibellina.

Nel 1983-1984 è stata oggetto di un radicale intervento di manutenzione in seguito al quale sono stati demoliti e ricostruiti gli intonaci esterni preesistenti e sono stato risolti alcuni problemi statici con operazioni di cucitura sulle murature e di realizzazione di solai intermedi in cemento armato e legno.

La torre presenta da secoli un accentuato scostamento dalla verticalità, con fuori piombo marcati verso Piazza Mazzini. Per questo, nel 2006, è stata oggetto di importanti verifiche statiche, poiché il fuori piombo risultava aumentato negli ultimi decenni.

Le sue caratteristiche tipicamente medioevali rendono la torre uno dei monumenti principali della città, tanto da essere ben visibile in avvicinamento a Castel Goffredo.






LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/in-giro-per-castel-goffredo.html





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martedì 31 marzo 2015

LA TOUR EIFFEL

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Simbolo di Parigi e della Francia, la Tour Eiffel riscuote un successo che, al momento della sua costruzione nel 1889, nessuno avrebbe davvero potuto immaginare. Viene visitata ogni anno da quasi 7 milioni di persone ed è diventata nel corso dei decenni un monumento dal quale è impossibile prescindere.
Icona di Parigi e icona della Francia, la Tour Eiffel, la grande “signora di ferro”, domina la ville lumière dall'alto dei suoi 324 metri. Emblema vertiginoso della Rivoluzione industriale nel cuore di Parigi, attrazione principale dell'esposizione universale del 1889, la Tour Eiffel ringiovanisce continuamente e dimentica la propria età. Ornata d'oro non appena cala la notte (dal 1985), scintilla per cinque minuti all'inizio di ogni ora dal 2000 (un'installazione provvisoria poi divenuta permanente). Con la sua silhouette fragile, elegante e vertiginosa, quando venne realizzata da Gustave Eiffel nel 1889, la Tour Eiffel doveva essere una costruzione temporanea.

La tour Eiffel venne costruita da Gustave Eiffel in occasione dell'esposizione universale del 1899. Situata all'estremità del Campo di Marte, a pochi passi dalla Senna; questo monumento parigino é ben presto divenuto il simbolo della Francia e della capitale.
Inizialmente alta 300 metri, la sua altezza é ulteriormente aumentata, fino a raggiungere i 324 metri, in seguito all'istallazione di numerose antenne sulla sua cima.
La tour Eiffel é stata la torre più alta del mondo per più di quarant'anni, fino alla costruzione nel 1930 del Chrysler Building, a New York.
Utilizzata in passato per svariati esperimenti scientifici, serve oggi da emettitore per numerosi programmi radiofonici e televisivi.

Contestata inizialmente da una parte della popolazione parigina, la tour Eiffel fu in origine, in occasione dell'esposizione universale del 1899, la vetrina della tecnologia francese.
Le sue enormi dimensioni e la sua forma inconfondibile, la hanno fatta diventare ben presto l'emblema indiscusso della nazione, amata e apprezzata da tutti i francesi.
La Torre presenta 1665 scalini (1710 inizialmente). L'altezza della torre aumenta di 6-7 cm in seguito a forte caldo e si ritrae con le basse temperature.
Costruita in 2 anni, 2 mesi e 5 giorni, dal 1887 al 1889, da 300 operai, venne inaugurata ufficialmente il 31 marzo 1889.
Accoglie ogni anno più di 6 milioni di visitatori provenienti da ogni parte del mondo.

Inizialmente a Eiffel era stato concesso di lasciare in piedi la Torre per 20 anni, ma vista la grande utilità di questa struttura sia a causa del grande sviluppo che in quegli anni ebbero le comunicazioni via etere sia come laboratorio per studi scientifici, le fu permesso di restare anche per le generazioni future.

Eiffel, che all'inizio non aveva altra ambizione che celebrare con questa costruzione i progressi della tecnica, si sentì presto obbligato a trovare delle utilità scientifiche alla sua Torre, come misurazioni meteorologiche, analisi dell'aria, esperienze come quella del pendolo di Foucault, e così via. Egli stesso contribuì da allora a tali ricerche che portarono all'installazione di un barometro, di un parafulmini e di un apparecchio per la radiotelegrafia.

Non sarebbe stato solo un oggetto di curiosità per il pubblico, sia durante l'esposizione che dopo, ma avrebbe reso ancora servigi alla scienza e alla difesa nazionale. Proprio la difesa nazionale, infatti, salvò la torre dalla distruzione cui era stata destinata dopo solo un ventennio di vita.

Dal 1898 Eiffel aveva consentito a Eugène Ducretet di realizzare esperimenti di telegrafia senza fili fra la Torre e il Panthéon, e offerto alla direzione dello scienziato di finanziarli egli stesso. Il generale Ferrié, che divenne poi amico di Eiffel, riuscì nelle prime comunicazioni di questo tipo sostenendo la causa della torre contro la demolizione.

Fu così che la Tour Eiffel permise di comunicare con le navi da guerra e con i dirigibili, oltre che di intercettare i messaggi del nemico. In questo modo fu possibile, poi, l'arresto di Gertrude Zelle, detta Mata Hari, e mobilitare in tempo i taxi parigini per inviarli sul fronte della Marna, dove divennero per sempre i "taxi della Marna", grazie all'antenna radio installata sulla sommità della torre.

Dal Capodanno del 2000 sulla torre sono installati quattro potenti fari ruotanti che, coprendo ciascuno un arco di 180°, illuminano tutta la città ogni sera.

Trecento metalmeccanici assemblarono 18 038 pezzi di ferro forgiato, utilizzando 2 milioni e mezzo di bulloni (che furono sostituiti, durante la costruzione stessa, con rivetti incandescenti). Considerate le condizioni di sicurezza esistenti a quell'epoca, è sorprendente osservare che solo un operaio abbia perso la vita durante i lavori del cantiere (durante l'installazione degli ascensori).

La torre è alta con la sua antenna 324 m (le antenne della televisione sulla sommità sono alte 20 m), pesa circa 8 000 tonnellate, ma le sue fondamenta discendono di appena 15 m al di sotto del livello del terreno. Per il suo mantenimento servono anche 50 tonnellate di vernice ogni 7 anni. A seconda della temperatura ambientale l'altezza della Torre Eiffel può variare di diversi centimetri a causa della dilatazione del metallo (sino a 15 cm più alta durante le calure estive). Nelle giornate ventose sulla cima della torre si possono verificare oscillazioni sino a 12 cm.

 Nel 2006 è stata al nono posto tra i siti più visitati della Francia, ed è il monumento a pagamento più frequentato del mondo con 6 893 000 visitatori nel 2007. Dalla sua apertura, nel 1889, è stata visitata da circa 250 milioni di persone. Dal 1964 è classificata come Monumento storico di Francia.

La struttura, che con i suoi 324 m è la più alta di Parigi, venne inaugurata il 31 marzo del 1889 e fu aperta ufficialmente il 6 maggio dello stesso anno, dopo appena due anni, due mesi e cinque giorni di lavori. La sua manutenzione, dal 1981 al 2005, è stata curata dalla Societé Nouvelle d'Exploitation de la Tour Eiffel (SNTE). Dal 2006 al 2014 essa è affidata alla Société d'Exploitation de la Tour Eiffel (SETE).
Per salire fino in cima vi sono due possibilità: i 1665 scalini oppure due ascensori trasparenti. La struttura è divisa in tre livelli aperti al pubblico, raggiungibili sia con l'ascensore sia con le scale. I meccanismi degli ascensori sono quelli originali del 1889 e percorrono, all'anno, 100,000 km. A sud-est della torre si allunga una distesa erbosa da cui un tempo partivano i primi voli in mongolfiera.

Quando fu costruita, si registrò una certa resistenza da parte del pubblico, in quanto si pensava che sarebbe stata una struttura poco valida esteticamente (ancor oggi è poco apprezzata da alcuni parigini, che la chiamano "l'asparago di ferro"). Nel 1909 la Torre Eiffel rischiò di essere demolita perché contestata dall'élite artistica e letteraria della città, ma fu risparmiata solamente perché si rivelò una piattaforma ideale per le antenne di trasmissione necessarie alla nuova scienza della radiotelegrafia. Tuttavia è generalmente considerata uno degli esempi di arte in architettura più straordinari e costituisce indiscutibilmente uno dei simboli di Parigi più rappresentativi nel mondo, proposta per le sette meraviglie del mondo moderno.

Al terzo livello Gustave Eiffel aveva creato un appartamento in cui riceveva gli ospiti più illustri; oggi vi si trovano le statue di Eiffel insieme a Thomas Edison e alla figlia Claire durante l'incontro avvenuto durante la Fiera Mondiale del 1889 in cui Edison portò un esemplare di Fonografo

Il suo destino è stato decisamente diverso: non venne infatti distrutta, salvata dall'immenso successo riscosso tra il pubblico in occasione delle esposizioni universali del 1889 e del 1900, oltre che dagli esperimenti scientifici che Eiffel rese possibili. Dopo una carriera dedicata unicamente alla radiofonia (prime trasmissioni radiografiche nel 1898 e prima trasmissione della radio pubblica nel 1925) e successivamente alle telecomunicazioni (fino al digitale terrestre), ha visto affluire i turisti a partire dagli anni Cinquanta, fino a diventare il secondo luogo turistico della Francia dopo i giardini del castello di Versailles. Da allora, i numeri delle sue visite sono in costante aumento. Oggi, dei 7 milioni di visitatori annuali, il 75% viene dall'estero e considera la Tour Eiffel un passaggio obbligato del soggiorno nella capitale. La “signora di ferro” occupa inoltre un'ottima posizione in ogni servizio dedicato a Parigi ed è stata usata come scenografia e ispirazione per numerosissimi film, in particolare da La fine del mondo di Abel Gance, nel 1930. Smisurata, possiede tutto il necessario per incarnare Parigi, la Francia e l'immaginario parigino.
Un monumento fuori dal comune, ricco di ristoranti e di attrazioni. È stata riverniciata una ventina di volte e si è anche alleggerita di 1340 tonnellate superflue in occasione della grande campagna di restauro del 1985. Per raggiungere i primi due piani, occorre prendere gli ascensori oppure salire le scale – 704 gradini fino al secondo piano. La salita offre una visita atipica nel cuore della struttura metallica della Torre, regalando delle viste uniche della capitale.
Il secondo piano permette di ammirare la Parigi dei monumenti, la cattedrale di Notre-Dame, il Louvre e la sua piramide, l'Arco di Trionfo e persino, in lontananza, il castello di Versailles. Ogni piano offre al visitatore un'ampia scelta di soste visive, culturali o gastronomiche: percorso “epopea Tour Eiffel” e Cineiffel al primo per scoprire delle immagini insolite della Torre, ristorante gastronomico Le Jules Verne al secondo, ricostruzione dell'ufficio di Gustave Eiffel e bar à champagne vertiginoso in cima… La sera, dalla Torre alla quale si può accedere fino alle 23, la ville lumière si svela in tutta la sua bellezza, regalando uno spettacolo di luci vivaci e colorate con, sullo sfondo, un cielo notturno spruzzato di stelle.                                
Con il Champ-de-Mars, magnifico parco parigino che si apre ai suoi piedi e, dall'altro lato della Senna, lo spiazzo del Trocadéro con la sua sublime vista della Torre, la signora Eiffel è da molto tempo teatro di illuminazioni spettacolari ed eventi significativi: i fuochi d'artificio il 14 luglio, lo spettacolo pirotecnico del 2000, la torre blu per la presidenza francese dell'Ue o multicolore per i suoi 120 anni, installazioni varie come la pista di pattinaggio e un giardino…. Dall'inizio è stata inoltre fonte d'ispirazione per artisti, pittori (Bonnard, Vuillard, Dufy, Chagall…), cantanti e scrittori. Il pittore cubista Robert Delaunay (1885-1941) le ha dedicato buona parte della propria opera. Durante la Belle Epoque, la cantante di cabaret Mistinguett si stupiva che fosse ancora al suo posto mentre il cantante Jacques Dutronc, negli anni Settanta, si preoccupava che avesse freddo ai piedi… Più che un monumento, è diventata “l'anima” della ville lumière, nel firmamento della Senna e del cielo di Parigi. “Edificio inutile e insostituibile, mondo familiare e simbolo eroico, testimone di un secolo e monumento sempre nuovo, oggetto inimitabile e incessantemente riprodotto…”, diceva Roland Barthes (La tour Eiffel, Delpirre éditeur, 1964.

La Torre Eiffel è illuminata da oltre 350 proiettori di 1000 watt cad., mentre la sera scintilla con oltre 22.000 lampadine e 900 luci di festa. L'idea di far scintillare la torre è stato pensata per festeggiare il passaggio all'anno 2000. La società, "Scieté Nouvelle d'Exploitation de la Tour Eiffel", che cura la manutenzione della Torre ha regalato ai parigini la possibilità di vederla brillare tutte le sere. Ogni singolo viaggio dell'ascensore riesce a trasportare 110 persone direttamente al secondo piano; é obbligatorio utilizzare le scale per poter andare fino in cima.
Quello del piede nord, con una capacità di 110 persone, é il principale ascensore della torre; costruito nel 1965 dalla ditta Schneider-Creusot e rinnovato nel 1995, permette di accedere al primo e al secondo piano della torre.
I turisti che desiderano proseguire la loro salita fino in cima dovranno cambiare d'ascensore giunti al secondo piano. In caso di grande affluenza viene aperto anche il piede Ovest della torre che presenta gli stessi servizi di quello Nord.
Il piede Sud permette di accedere direttamente al ristorante Jules Vernes mentre quello Est é riservato a coloro i quali desiderano effettuare una scalata della torre a piedi.

Fatta eccezione per i visitatori che decidono di salire a piedi, il primo piano é quello che viene visitato per ultimo, scendendo dal secondo.
Molti turisti rinunciano alla visita del primo piano pensando d’aver visto abbastanza dalla cima e dal secondo piano.
In realtà, il primo piano é il più vasto; ospita il padiglione Ferrié che contiene numerosi spazi espositivi, un cinema, un ristorante, negozi e anche un ufficio postale per inviare delle cartoline direttamente dall’alto della torre. Da segnalare, in particolar modo, la pompa idraulica originale che forniva l’acqua ai motori degli antichi ascensori che collegavano il secondo piano con la cima, un telescopio elettronico per scoprire Parigi dall’alto e una scatola magica con immagini virtuali rappresentanti Gustave Eiffel.
La vista panoramica offerta dal primo piano é veramente unica e permette d'abbracciare con un solo colpo d’occhio la Senna e il Campo di Marte.
Le ampie vetrate del ristorante "Altitude 95" danno sulla Senna e sul Trocadero.

Il secondo piano rappresenta una tappa obbligata per coloro i quali desiderano proseguire fino in cima. Presenta svariati elementi d'interesse tra i quali un rinomato ristorante, "le Jules Vernes" che presenta un accesso diretto dal piede Sud della torre. La cima della Torre Eiffel offre la più bella vista panoramica della capitale francese. L'accesso é possibile solamente a piedi.


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domenica 8 febbraio 2015

MENEGHINO



Meneghino (in milanese Meneghin) è una maschera della commedia dell'arte che si identifica con la città di Milano.
"Meneghino" è un diminutivo del nome Domenico (milanese Domenegh e Menegh). La scelta di questo nome è da ricercare nel fatto che all'epoca i signori più facoltosi potevano permettersi molti domestici; i nobili che non avevano la possibilità di mantenere un domestico fisso, almeno il giorno della domenica, assumevano un domestico per la giornata. Ad esempio per andare a messa il Domenichino era quello che apriva la porta della carrozza al suo arrivo.
Di origini incerte (all'inizio era Meneghin Pecenna in quanto parrucchiere pettegolo), venne introdotta in teatro nel '600 da Carlo Maria Maggi, che gli ha dato l'immagine del personaggio popolare, giunta fino ai giorni nostri. Più avanti Carlo Porta ha contribuito ad aumentarne la popolarità fino alla metà dell'ottocento, epoca in cui Meneghino è diventato simbolo dell'animo patriottico milanese, contro la dominazione asburgica. Particolarità di Meneghino, è che non ha mai indossato una maschera, ma si è sempre presentato a viso aperto e senza trucco. Questo fa di lui un personaggio libero, aperto dalle uniformità caratteristiche di uno stereotipo fissato; ha sempre invece espresso una ben definita personalità.

Nel Carnevale Ambrosiano, è accompagnato da un'altra maschera popolare milanese, moglie di Meneghino: la Cecca (di Berlinghitt), diminutivo dialettale di Francesca.

L'affermazione di Meneghino come simbolo di Milano è relativamente recente, in precedenza il personaggio milanese per eccellenza era Beltrame (Baltramm de Gaggian).

Nel 2006, l'amministrazione comunale battezzò i nuovi elettrotreni della metropolitana con il nome di "Meneghino" per assonanza della sigla tecnica "MNG", acronimo di Metropolitana di Nuova Generazione, che ben si sposa con la tipica maschera milanese..

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