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martedì 12 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' IDRO : IDRO

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Idro è un comune sparso italiano della provincia di Brescia, in Lombardia. Situato in valle Sabbia, all'estremità meridionale del lago omonimo. Il comune appartiene alla comunità montana della Valle Sabbia. Sede comunale è la frazione di Crone.

La storia di Idro è indissolubilmente legata a quella del lago, le cui vicende nel corso dei secoli hanno interessato direttamente quelle del comune, caratterizzandone l’evoluzione dal punto di vista socio-economico.
Secondo alcune fonti epigrafiche i primi abitanti della Valle Sabbia sono stati i Sabini, mentre una loro tribù, gli Edrani, erano stanziati sulle rive del lago di Idro. Non tutti gli storici, però, concordano su questo aspetto. L’unica cosa certa è che i Reti nel primo millennio A.C. erano stanziati nell’area compresa tra le valli trentine e il cremonese.
I Romani arrivano in Valle Sabbia nel 117 A.C. quando il console Quinto Marcio Re porta a termine una spedizione contro gli Stoni. Resti romani sono stati rinvenuti in località Castel Antico di Idro nel 1975.
Proprio il villaggio retico-romano di “Ponte” (oggi Castel Antico) è stato il motore abitativo dell’area lacustre. Qui si organizza la pieve cristiana, una delle più vaste della Diocesi di Brescia, che si spinge fino alla conca di Valvestino, comprendendo Treviso e Capovalle, territori ricchi di boschi.
Nel periodo medioevale l’insieme di interessi e la loro difesa riuniscono i valligiani per “vicinanza” di insediamento nella Vicinia, sotto la garanzia del reciproco giuramento, vincolati dall’uso e dalla proprietà di terreni comuni, stretti dall’obbligo della mutua difesa in un nucleo quasi chiuso ad influenze esterne e ad immigrazione di nuovi abitanti, uniti dal vincolo religioso intorno alla chiesa. La pieve, oltre che luogo di culto, diventa struttura sociale, elemento essenziale della vicinia. La crisi alimentare del XIV secolo contribuisce all’estensione della forma associativa del comune rurale, che via via assorbe le funzioni della forma vicinale. Tuttavia, le specifiche funzioni delle vicinie non tramontano con il Medioevo. Solo nel 1803 alcune disposizioni napoleoniche declassano le vicinie dal loro stato di enti di diritto pubblico, ma esse continuano a vivere e a conservare alcune importanti funzioni nella vita associata di Valle per molto tempo ancora.
Nel corso dei secoli, lentamente ma inesorabilmente, la sede della Pieve si sposta dalla riva destra del lago a quella di sinistra seguendo l’evoluzione urbanistica dell’abitato che andava sviluppandosi in posizione più lontana dal tracciato della “strada valleriana” per motivi di sicurezza. La nuova Pieve, costruita sul luogo di un’antica cappella longobarda dedicata a San Michele è pronta nel 1557.
Idro ha sperimentato, come il Bresciano, la lunga appartenenza alla Repubblica Veneta, passando in quel Dominio ufficialmente nel 1454. Da tale anno, sino al 1797, ha fatto parte della “Quadra di Montagna” della “Magnifica Patria” di Salò con i paesi della Valle Sabbia in sinistra idraulica del fiume Chiese.
Nel corso del 1800, poi, come “Terra di confine” Idro è stato coinvolto attivamente nelle guerre risorgimentali.
Lo stemma del Comune di Idro rappresenta un’idra con sette teste, un mostro mitologico legato alla presenza dell’acqua.
Non è ben chiara la ragione di tale stemma ne ben note le cause del consolidarsi di una presenza mitologica sino a diventare l’emblema di una comunità.

La leggenda che sta alla base della raffigurazione narra delle fatiche sopportate da Ercole, che, passando da queste parti, incontrò una terribile idra con sette teste.
Il mostro doveva incutere grande timore se l’eroe dovette impiegare tutta la sua forza, quasi divina, per domarlo e per tagliare le diverse teste, una ad una.
La leggenda, sicuramente legata alla presenza del lago, vissuto dalle antiche popolazioni del luogo, come gli Eridiani, come presenza non sempre benigna per le sue tempeste particolarmente forti e pericolose si è via via consolidata nel tempo intrecciando le sue sorti a quelle delle nascenti borgate, unite nella comunità di Idro.
Anzi, proprio durante il Medioevo, quando le leggende hanno avuto larga strada nell’immaginario della gente semplice, la storia dell’idra, figurazione forse derivata dalla inclinazione al femminile del nome Idro, si è definitivamente consolidata.
Un dato è certo.
Nel 1700 era già simbolo della vicinia di Idro anche se la formalizzazione dello stemma secondo la pratica ministeriale è assai recente.

Nello specchio centrale della cantoria dell’organo nella Chiesa parrocchiale di San Michele, l’idra trova a stento lo spazio ove allungare tutte le sue teste.
Questa cantoria è opera dell’ingegno e dello scalpello dei Pialorsi di Levrange, più conosciuti come “Boscaì”.
La datazione della scultura dovrebbe essere posteriore al 1730 e prima del 1750.
E’ quasi sicuramente dell’intagliatore Giovanni Battista che, con il padre Francesco ed ancora più con il figlio Antonio, lavorò moltissimo alle soase ed allo splendido tabernacolo dell’altare maggiore.
Questa è la prima rappresentazione documentata dello stemma di Idro, la più originale e la più artistica.
Ma se nel 1730 veniva addirittura scolpito in un arredo della Chiesa parrocchiale, ciò significa che intorno al mito dell’idra si ritrovava la comunità che viveva il “suo” lago come un elemento di vita, di sussistenza economica, esorcizzando i pericoli che da esso provenivano, immaginando di averli eliminati con l’uccisione del mostro che abitava nelle acque.
Ed il nome stesso del paese, cioè Idro, all’origine della leggenda.
Alcuni lo dicono derivato dal greco Ydor=acqua; altri dal supposto latino Litulum (piccola spiaggia) attraverso poi le forme Lidoro, Lidro, L’Idro; altri ancora dall’antico ligure Edrus; c’è invece chi lo mette in riferimento alla documentata presenza dell’antica tribù degli Edrani.
Una cosa è certa: è lo stesso paese a dare il nome al Lago e non viceversa.
E dal nome “Idro” è via via derivata questa stratificazione mitologica che ha successivamente legato il nome del paese a questo mitologico mostro unendo poi gli effetti di questa terribile presenza alla stessa natura del lago.
Oggi questa idra, che è dimostrazione certa della presenza di popolazioni intorno al lago sin dai tempi remoti, è simbolo della unione della civica comunità.
Gli Edrani prima, i Romani del centro di Pontis poi,  i cristiani della prestigiosa Pieve ed infine la comunità odierna hanno sempre improntato la loro vita alla presenza del lago che è stato fonte di problemi e di speranze.

Nel comune vi è una sede dell'Associazione nazionale marinai d'Italia intitolata a Carlo Fecia di Cossato. La frazione di Crone ha un porticciolo turistico intitolato a Mario Tonni, nato nel 1930 a Provaglio Val Sabbia e scomparso nel 2005, unico ammiraglio della val Sabbia nella storia della Marina Militare. La cerimonia di intitolazione del Porto del lago d’Idro all'ammiraglio di divisione Mario Tonni si è tenuta in occasione della ricorrenza del 53º Anniversario del Gruppo ANMI e dell'inaugurazione della nuova sede sociale e del 150° dell’Unità d’Italia, a Idro il 7-8 maggio 2011. alla cerimonia hanno presenziato il sindaco di Idro Giuseppe Nabaffa, che ha invitato 25 Sindaci della Valsabbia tra cui il presidente della comunità montana e sindaco di Provaglio, paese nativo dell’ammiraglio Tonni, Ermanno Pasini in rappresentanza della Comunità della Valsabbia. La manifestazione ha visto anche la partecipazione degli alunni delle scuole di Idro Val Sabbia. Alla cerimonia erano anche presenti il capitano di vascello Andrea Tonni, addetto militare in India, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka e il contrammiraglio Bruno Tonni, rispettivamente figlio e nipote dell'ammiraglio Mario Tonni.




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martedì 5 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO DI LUGANO : PORTO CERESIO

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Porto Ceresio un porto nel verde. Una deliziosa cittadina italiana sul Lago  di Lugano, in origine detto proprio Lago Ceresio, un  ultimo lembo d’Italia proteso verso la Svizzera, nel bel mezzo dei laghi lombardi. Porto Ceresio è come un salotto immerso nella natura, incastonato tra il verde dei monti e l’azzurro del lago. Il  lungolago, in parte  sospeso sull’acqua, orlato dai giardini e dalle vecchie case del centro storico, consente, come  primo ammirato  approccio, una bella passeggiata di oltre due chilometri, che parte dalla stazione e dall’ imbarcadero per i battelli di linea e,  passando per la piazza, porta  fin quasi al confine svizzero.

Originariamente il centro abitato era costituito da due nuclei, non nettamente distinti, ma separati dall’asse stradale dell’attuale via Garibaldi. Il nucleo settentrionale era denominato “del Pozzo”: al suo interno sono ancora visibili alcune tracce di cisterna per l’acqua. L’altro nucleo, a sud, era chiamato invece “del Torchio”.
Sempre in passato non vi era possibilità di passaggio via terra tra Ponte Tresa e Brusimpiano e Porto Ceresio. L’unica via era quella lacuale. I barconi con la grande vela quadra solcavano il lago permettendo un intenso traffico di uomini e merci fra i Cantoni Svizzeri e i domini Milanesi. Purtroppo questa via era anche utilizzata dagli invasori. Ricordiamo i Franchi che a più riprese tentarono di invadere il Seprio passando per la valle, ma che furono respinti dai Longobardi. Oppure l’invasione degli Ungari, chiamati da Berengario, nel IX secolo. Nel 1100 nella Palude Ceresia si scontrarono per ben dieci anni le soldataglie di Como contro quelle di Milano a causa si Landolfo vescovo indegno e simoniaco e sostenuto dai milanesi.
Nel 1510, 1600 lanzichenecchi svizzeri guidati dal vescovo guerriero Scheiner, Cardinale di Sion, occupano Porto Ceresio per poi dilagare fino a Sion. Le truppe francesi per contrastarli applicano la tattica della terra bruciata distruggendo fattorie e mulini del varesotto, causando un generale impoverimento della popolazione

Duecento milioni di anni fa, il Mediterraneo giunse alle basi delle Prealpi: queste valli erano fiordi in cui il mare accumulava migliaia di metri di sedimenti ricchi di resti della flora e della fauna marina.
Ed ecco il formarsi delle rocce dell'Orsa e del Pravello con Dolomie, Calcari, Brecce, Diaspri e le ricchissime incrostazioni di fossili affioranti.
Poi il mare si ritirò e si originò così una palude salmastra che era il delta per fiumi e torrenti.
Cinque milioni di anni fa il mare nuovamente penetrò all'interno per poi ritirarsi lentamente.
Si originarono così foreste tropicali ma poi il clima andò raffreddandosi progressivamente portando le glaciazioni.
Durante il quaternario la regione alpina è stata interessata da una ventina di glaciazioni (l'ultima avvenuta circa 18.000 anni fa) intervallate da periodi interglaciali.
Nel territorio del comune di Viggiù sono testimoniate almeno le ultime due glaciazioni.
Le creste delle morene nel territorio della Bevera sono legate alla glaciazione antecedente l'ultima, come anche le sabbie e le ghiaie cavate nelle cave Valli e Rainer sono depositi riferibili alla glaciazione Riss.
Il massiccio del monte Orsa è una delle cime più belle della provincia di Varese: la cresta rocciosa a picco sul bosco sottostante arriva a 984 metri.
E' di natura carsica, e ricca di grotte naturali tra cui la famosa grotta "mamma Emma".
I fianchi del monte sono ricoperti da bosco ceduo misto non molto fitto. In passato era una zona frequentata da orsi, cervi, lupi che ne facevano una naturale riserva di caccia.
Deve il suo nome probabilmente all'uccisione di un'orsa di proporzioni gigantesche da parte di A. Mozzoni, signore di Bisuschio, durante una caccia in onore di Galeazzo Maria Sforza (1400).
Le grotte ivi presenti molto probabilmente non furono abitate in epoca preistorica, ma vennero utilizzate come nascondiglio durante le invasioni barbariche e nel tardo medioevo.
Su una cresta calcarea a vegetazione rada vi sono i resti di diverse postazioni di guardia e mitragliere.
Un sentiero di ghiaia scende seguendo nel bosco il costone, incontrando ogni tanto piazzole erbose fiorite da primavera all'autunno inoltrato. Poi il bosco degrada ripido a valle.
Nella roccia troviamo strane spaccature, mentre il sentiero diventa mulattiera. La cima del monte fa da spartiacque fra la pianura lombarda e il Canton Ticino, così si può ammirare il lago Ceresio e la campagna prealpina.

A Porto Ceresio, sia sul monte Grumello sia in prossimità della stazione ferroviaria (procedendo verso Borgnana e Cuasso al Monte), esistono delle fortificazioni militari risalenti alla prima guerra mondiale che fanno parte della cosiddetta Linea Cadorna, il sistema di fortificazioni costruito lungo il confine italo-svizzero tra il 1915 e il 1918, quando si temeva che le truppe austro-tedesche potessero invadere il territorio italiano penetrando dai valichi alpini.

L’avvio dei lavori per la realizzazione di questa “Linea di difesa alla frontiera nord” fu ordinata dal generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, sulla base di progettazioni, ricognizioni, indagini geomorfologiche e pianificazioni iniziate già nei 50 anni precedenti. La montagna venne sfruttata e in alcuni tratti scavata per realizzare cannoniere, depositi di armi, postazioni per fucilieri, punti di mira, ecc.

La Linea Cadorna non fu coinvolta nelle operazioni belliche né durante la prima guerra mondiale né durante la seconda, ad esclusione di due tratti, Monte San Martino (VA) e Ossola (VB), che tra il 1943 e il 1944 vennero utilizzati come basi partigiane del Gruppo “Cinque Giornate” agli ordini del ten. col. Carlo Croce e dei partigiani della “Repubblica dell’Ossola”.

Il tratto di Linea Cadorna presente sul monte Grumello è facilmente raggiungibile dalla strada che porta alla frazione di Ca’ del Monte. Poco prima della località Piazzone, dove è possibile lasciare le auto, si trova infatti un sentiero in salita indicato da un cartello di colore giallo. In breve tempo si raggiungono le posizioni di fanteria e i punti di osservazione. Un complesso sistema di gallerie si snoda su più livelli disposti concentricamente, sino ad arrivare in vetta (720 m.). I camminamenti, sia quelli all’aperto che quelli coperti, sono facilmente percorribili. Una torcia elettrica può essere utile per inoltrarsi nelle trincee sotterranee e nei ricoveri in tutta sicurezza.
Raggiunta la vetta del monte Grumello si potrà godere di un panorama mozzafiato sul lago di Lugano.

Museo Etnografico Appiani Lopez presenta una raccolta di oggetti riguardanti la vita quotidiana, le abitudini e le risorse degli abitanti di Porto Ceresio nel periodo 1850-1940 circa; una sezione è dedicata agli scultori e agli artisti del paese attivi nel XIX e XX secolo. Una Mostra Permanente dedicata alle opere di pittura stuccatura realizzate dagli Appiani nel 1600 e 1700.

Porto Ceresio sorge sulle sponde meridionali del lago di Lugano, il suo territorio appartiene alla provincia di Varese e confina col Canton Ticino. Il Museo è situato nel nucleo antico del paese, nella Corte del Pozzo: in esso sono raccolti oggetti e testimonianze legati alla vita passata in Porto Ceresio, in particolare al periodo compreso tra la metà del 1800 e i primi decenni del 1900.

La Corte del Pozzo deve il suo nome alla presenza di un pozzo di acqua dolce i cui resti sono visibili in prossimità dell'arco di ingresso. La denominazione di Corte del Pozzo risulta fin dal 1721 nei documenti relativi la prima misurazione in are del territorio di Porto Ceresio, allora parte del Ducato di Milano.

La Corte è collocata al termine della Via del Pozzo che ha inizio nella piazza principale, piazza Bossi. Superato l'arco d'ingresso, ecco aprirsi la Corte il cui perimetro rettangolare è segnato da due edifici disposti a elle e da una coppia di alti muri perimetrali, speculari ai due fabbricati. L'edificio più alto, posto di fronte a1l'arco d'ingresso,era in origine una casa padronale; quello più basso diviso in modesti appartamenti, era probabilmente utilizzato peri servizi e abitato da sottoposti. Attraverso un corridoio dell'edificio più basso si accede ad una piccola corte interna, a tutti i locali posteriori ed al giardino. I lavori di restauro degli edifici sono stati eseguiti nel rispetto delle strutture primitive: le scale di pietra e i soffitti di legno sono stati conservati, i pavimenti sono stati ricostruiti con elementi recuperati da vecchie case demolite nel paese, le porte e le finestre sono state rifatte secondo antichi modelli.

Nel dicembre 1973 venne presentata da Luciano Appiani e sua moglie Mirella Lopez una piccola mostra di oggetti e manufatti legati alla vita passata di Porto Ceresio. Questa mostra era il risultato di un periodo di ricerca che aveva coinvolto,oltre ai promotori, soprattutto gli anziani. Tale esperienza portò alla decisione di continuare il lavoro con una ricerca che continua a tutt'oggi. Gli anni dal 1972 al 1975 furono dedicati al reperimento e al recupero di oggetti e testimonianze, con l'intenzione di salvare dalla distruzione e dall'oblio quanto potesse documentare il passato di Porto Ceresio. Le ricerche portarono presto a un consistente insieme di materiali e all'esigenza di una sede dove ospitarli. Venne per questo scopo acquistato, a lotti, nell'arco di dieci anni, tutto il complesso della Corte del Pozzo.
Oggi il museo si compone di 11 stanze con esposizione a tema e un giardino in cui sono esposti grossi attrezzi agricoli e barche.
La sala Appiani è dedicata agli artisti della famiglia Appiani vissuti nel 1600-1700. Andrea fu attivo a Roma nella prima metà del 1600, prima presso la famiglia Borghese e poi come architetto "scenografo in Vaticano. V PIETRO FRANCESCO e JACOPO ANDREA fratelli, stuccatori operanti nella prima metà del 1700 soprattutto in Germania. Giuseppe Ignazio figlio di Pietro Francesco fu operante in Germania per quasi tutto il 1700, pittore della Corte di Magonza.

Il bosco e la lavorazione del legno. Vi sono raccolti gli strumenti per il taglio dei boschi, per il trasporto della legna, per la costruzione di oggetti di legno di uso quotidiano, per l'utilizzo dello strame. Vi è esposta una pianta catastale riguardante la prima misurazione del territorio di Porto Ceresio in are: in precedenza la misura usata era il "trabucco milanese".

Nella stanza 2 pianoterra è presente la cucina e la preparazione degli alimenti. Nel locale sono presenti i resti di un ampio camino, corredi di utensili di rame per lo stesso; una stufa economica con corredo di utensili di alluminio; piattaia e credenza con terraglie del lago Maggiore; utensili per la conservazione e la preparazione dei cibi.

Nella stanza 3 pianoterra sono esposti strumenti per la raccolta dell'uva, per la torchiatura,per il recupero delle vinacce, per l'imbottiglia1nento, misure di mescita, rubinetti di legno per i tini, imbuti.

Nelle stanze 4 e 5 ci sono gli arnesi per la pesca e gli arnesi per la coltivazione degli orti. Cesti di varie essenze lignee e misure. Forgia e mola per la manutenzione degli attrezzi di ferro. Misure per le granaglie, pesi e ventilabri per la pulizia delle stesse. Arnesi per la costruzione e la manutenzione della casa.
Strumenti per la fienagione. "Macchina" per la sgranatura del granoturco. Finimenti per animali da giogo. Erpice, aratro e rincalzatore delle piante di granoturco. Arnesi per la mungitura e la cura delle stalle. Utilizzo del latte.

Nella stanza 6 primo piano sono presentati oggetti legati alla religiosità famigliare e al culto popolare: stendardi,acquasantiere, libri devozionali, simboli delle confraternite, presepi. Arredi dismessi dalla Chiesa.

Nelle stanze 7 e 8 c'è il mondo femminile: indumenti, manufatti, ricami.
Coltivazione del baco da seta, lavorazione della canapa, lo stiro, il bucato, il cucito. Pezzi di corredo.

Nella stanza 9 primo piano c'è la camera da letto. Vi è presentata una serie di arredi possibili,presenti nelle camera da letto. Le culle dei bambini erano sempre costruite dai padri. Accessori igienici appartenenti a varie classi sociali.

Nella stanza 10 pianoterra ci sono le opere degli artisti di Porto Ceresio (la tradizione artistica di Porto Ceresio è secolare. Sono state recuperate testimonianze della fine '800 e della prima meta del '900. Modelli della Scuola di disegno e pianta della sua sede. Gessi di Giuseppe Jaderi (1900), disegni e sculture di Giovanni, Pietro e Alfio Andreoletti (1800-1900), gessi di Giuseppe Ravera. Strumenti degli scalpellini e degli scultori.

Nell'ingresso si aprono un "servizio" e un cunicolo: il primo era usato nel passato estemporaneamente e per la raccolta degli escrementi (servivano per concimare). Il secondo pare servisse per raggiungere un convento al sicuro da ogni invasore che si presentasse in Paese.

Portico con carrello di miniera: nel passato si estraevano gli scisti bituminosi per produrre l'ittiolo dalle montagne sovrastanti il paese.

Nel secondo portico ci sono carri agricoli, cisterna di legno per trasportare acqua o liquame per i prati, vecchie cale per la neve.

Porto Ceresio, insieme ai comuni limitrofi di Besano, Clivio, Saltrio, Viggiù, Arzo, Besazio, Brusino Arsizio, Ligornetto, Meride, Rancate, Riva San Vitale, Stabio e Tremona, rientra in un’area caratterizzata dalla presenza di reperti fossili di eccezionale valore.

I monti Orsa (998 m. s.l.m.) e Pravello (1015 m s.l.m.), in territorio italiano, e il monte San Giorgio (1096 m s.l.m.), in Canton Ticino, sono per gran parte costituiti di rocce calcaree e dolomitiche che risalgono al Triassico, vale a dire un periodo compreso tra circa 250 e 200 milioni di anni fa. Tra i “pacchi” di rocce triassiche ne affiorano alcuni che costituiscono formazioni geologiche particolarmente interessanti per la scienza: si tratta di strati, più o meno sottili, di rocce grigie e nere appartenenti al medio Triassico (datate tra 245 e 230 milioni di anni), che ci aprono una finestra sul passato della durata di 15 milioni di anni. Da un secolo e mezzo questi particolari affioramenti sono oggetto di ricerche geologiche e paleontologiche, poiché raccontano con chiarezza di un ambiente marino tropicale, un ambiente naturale del tutto diverso da quello odierno, e poiché racchiudono reperti fossili unici ed eccezionali, testimonianze dirette della vita del lontano passato. Di fossili, sulle nostre montagne, ne sono stati portati alla luce parecchi e molti mostrano una completezza rara e spesso una conservazione perfetta. I dati raccolti, durante le ricerche e le campagne di scavo, hanno dato vita a una ricca e dettagliata letteratura sull’argomento. I musei e gli istituti universitari coinvolti nelle ricerche hanno prodotto circa 800 pubblicazioni scientifiche descrivendo, tra gli altri aspetti, una fauna fossile unica nel suo genere e che non ha eguali al mondo.

Di particolare interesse sono i resti appartenenti ad antichi rettili marini: migliaia di scheletri fossilizzati, raggruppabiliin una trentina di specie diverse, tra cui alcune rare o addirittura uniche che portano i nomi delle nostro località (Besanosauro, Ceresiosauro, Serpianosauro, ecc.)

Un centinaio sono le specie di pesci, numerosissimi i resti di invertebrati e i vegetali.

Tutto ciò fa del territorio un punto di riferimento per chi si occupa di paleontologia e una delle località fossilifere più importanti al mondo, in particolare per quanto concerne il periodo Triassico medio. Dal 2003 il versante svizzero del giacimento paleontologico è patrimonio mondiale naturale dell’UNESCO. Lo stesso riconoscimento spetterà presto anche ai territori italiani.


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giovedì 16 aprile 2015

I LAVATOI ANTICHI DI PORTO VALTRAVAGLIA

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Porto Valtravaglia e le frazioni sono dotate di antichi lavatoi che hanno conservato le loro caratteristiche originarie.
Alcuni utilizzano ancora l'acqua di sorgente che perviene dalle falde sotterranee, acqua ritenuta molto adatta, per le sue caratteristiche, a lavare la biancheria. Altri lavatoi come questo si trovano in Via Castello e nelle frazioni di Muceno, Musadino, Domo, Ligurno, Torre e Ticinallo.



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mercoledì 15 aprile 2015

IL CHOLERA ASIATICO

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Il colera era una malattia endemica di alcune zone asiatiche e soprattutto dell'India segnalata già nel 1490 nella regione del delta del Gange da Vasco de Gama. Nel corso dell'Ottocento, a causa di movimenti militari e commerciali dell'Inghilterra nel continente indiano, e delle macchine a vapore che resero sempre più numerosi i viaggi, il colera cominciò a diffondersi su quasi tutto il globo. L'Ottocento, infatti, rappresentò per l'Europa il secolo dello sviluppo industriale, che causò anche l'aumento demografico e l'accrescimento delle maggiori città che videro moltiplicare al loro interno rifiuti e germi, condizioni favorevoli per lo sviluppo di tale epidemia. Il colera dilagò in diverse città europee generando sette pandemie nel corso del XIX secolo. Sei di queste giunsero anche in Italia: 1835-1837, 1849, 1854-1855, 1865-1867, 1884-1886 e 1893. Definito anche “morbo asiatico” a motivo della sua provenienza, il colera era causato da un bacillo (Vibrio cholerae), che si introduceva nell'organismo moltiplicandosi nell'apparato digerente. La rivoluzione batteriologica di fine 800 porterà alla scoperta degli agenti eziologici di quasi tutte le malattie epidemiche ma alla prima comparsa del colera in Europa erano del tutto sconosciute le cause di questa malattia. Le manifestazioni coleriche iniziavano con forte diarrea accompagnata da dolori addominali, le scariche si presentavano poltacee e miste a bile, per poi diventare liquide e incolori. Contemporaneamente si presentava anche il vomito e cessava l’emissione d’urina. Il corpo si disidratava e per il malato cominciava il tormento della sete. Il volto si presentava pallido e molto sudato, gli occhi incavati nelle orbite. Quando il malato provava un'intensa sensazione di freddo, nota come fase algida, la morte sopraggiungeva nel giro di poche ore.

Nel 1817 il colera iniziò a propagarsi dal Bengala, dove scorre il Gange, verso l'Europa, la penisola scandinava, l'Africa e le due Americhe senza distinzioni tra Paesi modernizzati o in via di modernizzazione, mondi agricoli e preindustriali. Il colera è definito malattia della “rivoluzione commerciale”, non a caso la diffusione iniziò proprio a seguito della prima rivoluzione industriale che aveva favorito lo sviluppo della navigazione a vapore, una rete ferroviaria sempre più fitta, un maggior numero di mezzi di trasporto sia marittimi che terrestri favorendo la circolazione di uomini, di idee, di mentalità ma anche di malattie. A seguito della rivoluzione commerciale e industriale non solo le persone e le merci riuscirono a diminuire la durata dei viaggi ma anche i microorganismi viaggiavano a velocità superiore rispetto a qualsiasi epoca del passato. Le cause del contagio vanno attribuite anche alle vicende coloniali dell'India: col Charter Act del 1813 la Gran Bretagna aveva inaugurato i provvedimenti che aprivano la strada alla politica di esautoramento della Compagnia delle Indie, dando il via a un impegno diretto nell'espansione coloniale in India. Gli effetti furono la privatizzazione di terre, lo sconvolgimento delle forme produttive tradizionali, il tracollo dell'economia di villaggio che andavano a sommarsi agli effetti della carestia del 1816-17, che aveva interessato anche l'Europa. Tutti questi cambiamenti contribuirono al peggioramento delle condizioni igieniche e, probabilmente, alla diminuzione delle difese immunitarie delle popolazioni locali che fino a quel momento avevano convissuto con il vibrione colerico e con altri agenti eziologici ma che da quel momento furono infettate. Gli storici della medicina, infatti, concepiscono le grandi epidemie come fenomeni che vengono a innestarsi sullo stato morboso di una popolazione.
Negli anni Trenta dell'Ottocento, quando il colera iniziò ad aggirarsi per l'Europa, le autorità sanitarie e i governi degli Stati italiani cominciarono a tutelarsi. Gli Stati impegnati nei traffici commerciali con altre nazioni, come ad esempio il Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie, istituirono cordoni sanitari marittimi e definirono i giorni di quarantena per le imbarcazioni provenienti da zone infette e sospette. Altri governi, come quello toscano, inviarono alcuni medici nei Paesi europei colpiti dall'epidemia per studiare il decorso della malattia e le misure da essi adottate. I provvedimenti presi erano i buona sostanza quelli già sperimentati ai tempi della peste. Quando l'epidemia scoppiò in Francia, il ducato di Parma ordinò di disinfettare tutte le lettere e i pacchi che provenivano da essa. Carlo Alberto ordinò alle truppe di stendere un cordone sanitario terrestre da San Remo a Ventimiglia e da Cuneo a Nizza. Furono adottate leggi che punivano con la morte tutti coloro che violavano i cordoni marittimi e terrestri e che aggiravano le disposizioni sanitarie. Nel luglio del 1835 quando il colera era ormai al confine quasi tutti gli Stati, soprattutto quelli al nord, riorganizzarono il sistema di lazzaretti consapevoli che le misure adottate non sarebbero riuscite a risparmiare l'Italia dal colera. Solo Genova, Livorno e Venezia esitarono a prendere provvedimenti poiché il blocco dei commerci marittimi avrebbe gravato sulla loro economia. Appoggiarono perciò teorie anticontagioniste che accusavano l'aria malsana, la sporcizia e la cattiva alimentazione piuttosto che il contatto.

La frammentazione politico-istituzionale italiana complicò la formazione dei cordoni sanitari, questi, inoltre, misero in difficoltà le esangui casse di qualche Stato e le piccole economie familiari. I cordoni portarono in rovina tutte quelle famiglie che si reggevano su lavori agricoli stagionali che comportavano lunghi spostamenti, o sui commerci di derrate trasportate dalle aree di produzione ai mercati di consumo e alle fiere. Per superare i cordoni marittimi le navi dovevano arrestarsi a distanza di sicurezza dal litorale, il responsabile dell'imbarcazione con una scialuppa si avvicinava alla costa per esibire la patente sanitaria al ministro della sanità e per giurare solennemente che nessuno a bordo fosse infetto. La patente veniva prelevata con una pinza e se ne verificava il contenuto: se il bastimento era ritenuto infetto o sospetto non veniva ammesso l'approdo pena la morte. Le lettere e i documenti venivano affumicate con un “suffumigio”, un fumo contenente zolfo, e poi immersi nell'aceto.

Il 27 luglio del 1835 il cordone fu rotto da qualche contrabbandiere e l'epidemia cominciò a diffondersi da Nizza verso Torino e Cuneo. Il 2 agosto il colera scoppiò a Genova. Da Genova si diffuse lungo il litorale tirrenico toccando Livorno. Alcuni livornesi scapparono a Pisa che fu contagiata e contemporaneamente furono infettate anche Firenze e Lucca. A settembre una barca di un mercante genovese percorse il Po per raggiungere Adria e Chioggia. Il colera invase così anche nel Regno Lombardo-Veneto che non aveva steso alcun cordone, nonostante le proteste popolari. A ottobre arrivò a Venezia, a novembre a Trieste. Da Trieste si estese in Dalmazia e da Venezia verso Padova, Verona e Vicenza. A novembre arrivò a Bergamo e da qui nella primavera del 1836 si diffuse a Como, a Brescia, a Cremona, a Pavia e a Milano. Tra giugno e luglio il contagio raggiunse anche il territorio dell'odierno Trentino-Alto Adige. A luglio raggiunse Parma e di nuovo il litorale ligure compresa Genova. Quell'estate furono invase anche Livorno, le Marche pontificie, Modena, Ancona, Trani e Bari. Il colera arrivò a Napoli e subito lo stato pontificio e la Sicilia si cordonarono. A fine anno sembrava essere archiviato in molte zone di Italia e perciò molti Stati eliminaro i cordoni. Nella primavera del 1837 il contagio scoppiò di nuovo a Napoli, in Calabria, a Malta e in Sicilia. Da Cefalù e Trapani si spinse verso l'interno toccando Catania, Palermo e Siracusa. Anche il litorale ligure, Marsiglia, il ducato di Benevento e lo Stato Pontificio furono nuovamente infettate. I governi furono costretti a emanare disposizioni sanitarie e a imporre nuove misure quarantenarie. Durante l'estate il contagio arrivò a Roma. La prima ondata epidemica di colera terminò verso la fine del 1837 con gli ultimi casi a Catania, Palermo e in qualche paese calabrese. Aveva risparmiato solo l'isola d'Elba e la Sardegna mentre le città colpite riuscirono ad abbattere l'epidemia in 70-100 giorni.

Le esplosioni epidemiche di colera furono molto violente a causa della mancata igiene privata e pubblica, delle debolezze dell'organizzazione sanitaria, della povertà, e dell'arretratezza medica. Nemmeno i cordoni sanitari e le quarantene istituite già per fronteggiare le pestilenze, o le magistrature di sanità che avevano il compito di assicurare la prevenzione sanitaria e l'igiene pubblica riuscirono a contrastarle. Le zone più colpite dalle epidemie subirono un forte calo dei traffici portuali e dei movimenti commerciali a causa delle quarantene a cui erano sottoposti i vagoni e le navi mercantili che trasportavano merci provenienti dalle città infette, il conseguente rincaro delle poche merci a disposizione aggravò ancora di più la situazione. Gli interventi medici erano impotenti se non addirittura controproducenti, si passava dalla prescrizione dell'oppio e dell'ossido di zinco al sottoporre i malati al salasso con le sanguisughe. Questa grande sfiducia nei medici e nella medicina ufficiale non fece altro che alimentare le sommosse popolari, le superstizioni, la paura di essere avvelenati, la caccia agli untori e il prevalere delle forme di religiosità popolare con processioni e voti. Il colera era una malattia che colpiva indistintamente tutte le classi sociali ma quelle più agiate godevano di uno stato di salute e di nutrimento migliore rispetto a quelle meno abbienti che oltre ad essere meno curate e nutrite vivevano anche in quartieri angusti e malsani.

L'inchiesta parlamentare fatta in Italia sulle condizioni igienico-sanitarie dei comuni del Regno tra 1885-86 rivelò che su un totale di 8.258 comuni più di 6.400 erano privi di rete fognaria, solo 3.335 erano forniti di latrine e in 797 gli escrementi venivano depositati negli spazi pubblici, nelle strade e nei cortili. Molti comuni non disponevano di acqua potabile e in molti casi questa giungeva agli abitanti attraverso condotti a cielo aperto. Negli anni precedenti all'inchiesta la situazione era sicuramente peggiore.

La situazione italiana rappresenta solo un esempio per capire come si viveva in tutta Europa. Non solo l'acqua di superficie era inquinata ma anche quella di falda era soggetta a infiltrazioni, i condotti non venivano costruiti con materiali impermeabili, si crepavano e venivano contaminati da rifiuti di ogni genere. Molte grandi città possedevano una rete fognaria a canalizzazione mista, cioè destinata alla raccolta sia di acque bianche che di acque nere.

Legato al problema dell'acqua c'era quello dello smaltimento dei rifiuti. Alcune grandi città davano in appalto il servizio di nettezza urbana ma nei paesi e nelle periferie si agglomerava tutto per strada. Le città ottocentesche si presentavano invase da rifiuti di ogni genere: dagli scarti di lavorazioni della concia delle pelli a quelli della macellazione, da quelli dei mercati giornalieri al letame degli animali. Le case dei poveri erano sovraffollate, prive di latrine e lavatoi e al loro interno venivano allevati anche gli animali. Vi era, inoltre, la consuetudine di seppellire i morti nelle chiese e nei conventi che erano abitualmente frequentati dai fedeli.

Circa dopo 10 anni dalla prima ondata epidemica una nuova incursione interessò l'Europa. I primi Paesi a essere colpiti dal colera furono la Russia e la Polonia, poi si diffuse lungo tutto il Danubio. I vettori dell'epidemia furono i soldati degli eserciti austriaci e russi impegnati nei moti del 1848 che vivevano ammassati in alloggiamenti scadenti e in condizioni igienico-sanitarie precarie. All'inizio del 1848 il contagio arrivò in tutto l'Impero austriaco compresa Vienna. Nell'autunno di quell'anno una nave infetta partì da Amburgo per giungere in Inghilterra, con essa il contagio si diffuse in buona parte del Regno. Nel marzo del 1849 il contagio arrivò a Parigi e poi nel resto della Francia. Nell'estate di quell'anno arrivò in Italia. Tutte le nazioni colpite riuscirono ad aggirare l'epidemia nel giro di pochi mesi.

Indubbiamente il contagio seguiva lo stesso itinerario delle truppe, fattore che avvalorò le tesi contagioniste. In Italia le prime ad essere colpite furono la Lombardia austriaca, il Veneto, l'Istria e qualche località dell'Emilia ovvero quei territori dove si stava svolgendo la prima guerra di indipendenza. Presto furono invase Treviso, Padova, Vicenza, Verona, Udine, Rovigo, Venezia e Trieste.

Le misure adottate in Europa, come in Italia, furono le stesse messe in pratica durante la prima incursione di colera. Lo stesso sistema di cordoni e quarantene, le stesse disposizioni medico-sanitarie con la riorganizzazione di lazzaretti e la rimozione di rifiuti dalle strade. Il clima insurrezionale, lo sviluppo dell'economia, l'intensificarsi dei traffici influenzati dalla rivoluzione dei trasporti resero, però, molto difficile l'imposizione delle misure adottate.

A vent'anni dalla prima epidemia di colera le condizioni igienico-sanitarie delle città non erano migliorate, alcune città, soprattutto quelle portuali e industriali, erano ancora più a rischio. I traffici commerciali erano in netto aumento e il progresso industriale autorizzò la crescita demografica delle grandi città. Negli anni Quaranta in Inghilterra sir Edwin Chadwick aveva capitanato un movimento sanitario che portò alla compilazione del “Report on the Sanitary Conditions of the Labouring Population” il quale avviò un vasto programma di igiene pubblica. Gli Stati europei furono convocati alla prima conferenza sanitaria internazionale che si tenne a Parigi nel 1851. Erano presenti l'Inghilterra, la Francia, l'Austria, il Portogallo, la Spagna, la Russia, la Grecia, la Turchia, il Regno di Sardegna, il Regno delle Due Sicilie, il granducato di Toscana e lo Stato pontificio. Furono esposti i provvedimenti a cui dovevano attenersi tutti gli Stati: l'approvvigionamento idrico e lo smaltimento delle acque nere, un sistema di fognature in ceramica che doveva trasportare i rifiuti di scarico lontano dalle abitazioni e la realizzazione di pompe che portassero l'acqua nelle case. Per i riformatori francesi e inglesi questi provvedimenti erano necessari per evitare le quarantene che violavano la libertà dei commerci.

Nel 1854 una nave salpata dall'India condusse il colera in Inghilterra, stava scoppiando la terza epidemia. Da Londra il contagio arrivò a Parigi e a Marsiglia. La leggerezza delle autorità sanitarie locali permise lo sbarco anche di navi che avevano a bordo uomini infetti. L'epidemia arrivò al sud della Francia e perciò in Italia. Le autorità genovesi non si preoccuparono di avvisare tempestivamente la presenza del colera agli altri Stati italiani e il contagio si estese in tutta la costa ligure e tirrenica fino a Napoli e Palermo. Anche la Sardegna fu invasa: Sassari, sede di importanti uffici amministrativi e giudiziari e dotata di un'antica università vide morire 5000 dei suoi 23.000 abitanti. Nel 1855 l'epidemia arrivò in tutto il Paese, dal Piemonte sabaudo al granducato di Toscana, al ducato di Modena, allo Stato pontificio, alla Lombardia austriaca, all'isola d'Elba e all'isola del Giglio. La strada seguita dal morbo fu la stessa delle altre pandemie. A dicembre del 1854 l'epidemia sembrava finire quando un'alluvione fece straripare l'Arno contribuendo ad una nuova diffusione del colera. Firenze, e buona parte dell'Italia centro-settentrionale furono di nuovo colpite. Nel 1856 il terzo focolaio epidemico si spense completamente dopo essersi diffuso in 4.468 comuni italiani contro i 2.998 della prima epidemia e i 364 della seconda. I morti furono 284.514, 146.383 nel primo contagio e 13.359 nel secondo.

Annunciato dai consolati dei vari Paesi il colera nel 1865 era ad Alessandria d'Egitto probabilmente portato dai pellegrini provenienti dalla Mecca. Attraversò la Persia e i porti del Mar Caspio, passò per il canale di Suez ed arrivò nel Mediterraneo. Nell'estate del 1865 la Francia, l'Italia del Sud, Genova, Marsiglia e Tolone furono invase dalla quarta epidemia di colera. In questo biennio l'epidemia rilevò delle caratteristiche importanti, si era diffusa in molte meno zone rispetto le epidemie precedenti, soprattutto in Italia fu circoscritta alle zone portuali e nell'Italia meridionale. Alcune grandi città, infatti, si erano impegnate a mettere in atto le clausole fissate nella conferenza sanitaria dimostrando un risanamento delle città in fatto di igiene pubblica e privata che fece diminuire i casi affetti. Ciò che rimase immutata era la mancanza di presidi terapeutici, ciò è confermato dal fatto che su i casi affetti più del 60 per cento diventavano letali. Le cure erano sempre le stesse, anche se la pratica del salasso fu bandita restava l'uso dell'oppio, dei fiori di zinco, di astringenti, di clisteri, di bagni caldi, l'uso di bibite alcoliche come rhum e vin brulè soprattutto nello stadio algido.

Le scoperte in ambito scientifico avevano fornito una maggiore consapevolezza del rapporto causa-effetto tra condizioni abitative e malattia ma i provvedimenti presi dai territori europei erano ancora pochi per debellare del tutto il contagio. Soprattutto l'Italia post-unitaria impegnata a risolvere problemi come la realizzazione della rete ferroviaria, la lotta all'analfabetismo e il riordino amministrativo sottovalutò la prevenzione sanitaria che avrebbe potuto bandire il colera dalla Nazione. Le due epidemie di fine secolo furono circoscritte a poche zone d'Europa e contarono molti meno morti. Importata nel 1884 da alcuni operai a Marsiglia e Tolone arrivò presto in Italia dove le zone più colpite furono la Sicilia e Napoli. Quest'ultima aveva registrato un'impennata demografica che aveva aggravato le condizioni di vita del popolo. Il censimento fatto in quel decennio contò 454.084 abitanti mentre i vani registrati erano 242.285 dislocati nei quartieri storici di piazza Mercato, Pendino, Vicario e Stella. Il 91 per cento della popolazione si addensava quindi nel centro di Napoli. Le condizioni igieniche dei cosiddetti “bassi” erano molto precarie. Durante l'epidemia del 1884-87 le provincie italiane che furono colpite erano 44, solo in tre di queste si trattò di un'epidemia: Cuneo con 1.655 morti, Genova con 1.438 morti e Napoli che invece ne contò 7.994.

Il 15 gennaio del 1885 fu emanata la cosiddetta “legge per Napoli” che segnava un punto di svolta nella politica governativa dell'Italia unita. Essa infatti con la destinazione di cospicui finanziamenti imponeva norme igienico-sanitari pubbliche e private che le municipalità dovevano far osservare a tutti i cittadini. Prioritario era un sistema fognario, l'edificazione di nuovi quartieri, la costruzione di nuove strade e piazze e risanare i luridi “bassi” e i tuguri. Il caso di Napoli fu un riferimento per molti altri centri che, all'indomani della pubblicazione della legge, ebbero la possibilità di avvalersi degli stessi benefici. Le città che ne usufruirono furono Genova, La Spezia, Torino, Caltanissetta, Trapani, Milano, Catania e un'altra sessantina di comuni.

Mentre venivano attuate le norme varate dalla “legge per il risanamento della città di Napoli” un ultimo focolaio epidemico si accese in Italia. Nel 1893 pochissimi centri urbani furono colpiti. Genova, per esempio, registrò 414 morti. A Roma, a Torino e a Milano l'epidemia comparve ma non si diffuse mentre Napoli e Palermo videro un notevole calo di decessi rispetto alle precedenti epidemie.


Il colera è una malattia infettiva, del tratto intestinale, caratterizzata dalla presenza di diarrea profusa, spesso complicata con acidosi, ipokaliemia e vomito. È causata da un batterio Gram-negativo a forma di virgola, il Vibrio cholerae, identificato per la prima volta nel 1854 dall'anatomista italiano Filippo Pacini e studiato dettagliatamente nel 1884 dal medico tedesco Robert Koch. Il nome deriva dal greco choléra (cholé= bile) e indicava la malattia che scaricava con violenza gli umori del corpo e lo stato d'animo conseguente: la collera.

Sebbene il colera sia endemico in molte regioni del mondo, molti aspetti dell'epidemiologia di questa malattia rimangono sconosciuti. Nonostante i numerosi studi su Vibrio cholerae, le modalità di diffusione, le caratteristiche dei cicli stagionali e le dinamiche di passaggio fasi endemiche, episodi epidemici e pandemie, non sono stati ancora del tutto chiariti.
Le aree dove si manifestano casi clinici di colera a ricorrenza stagionale, senza un'apparente "importazione", vengono definite aree endemiche. Sebbene la diffusione del colera possa raggiungere gran parte delle zone temperate, non in tutte si osserva la presenza di V. cholerae nei periodi interepidemici. Esistono due tipi di focolai endemici: aree in cui i casi di colera si manifestano indipendentemente dalla presenza della pandemia (principalmente in India e Bangladesh) e zone dove i casi clinici sono registrati solo durante una pandemia (Africa, Europa e America). Le caratteristiche ambientali comuni ai due tipi di focolai forniscono la chiave per capire come il Vibrio cholerae si mantenga in queste aree durante i periodi interepidemici.

Da una prima analisi epidemiologica, si osserva che le aree vicino a fiumi o alla costa sono strettamente associate con le aree epidemiche, e che frequentemente i primi casi di colera di un'epidemia si verificano in comunità di pescatori. In Bangladesh le epidemie di colera si manifestano due volte l'anno, con un andamento stagionale regolare. Durante tali epidemie, Vibrio cholerae O1 viene isolato sia da pazienti sia dall'acqua, ma scompare nelle stagioni interepidemiche. Ultimi studi hanno confermato l'ipotesi che vedeva il patogeno trasportato, in stato Vbnc, da un invertebrato marino. Le migrazioni di questo animale lo portano infatti nei pressi delle coste asiatiche proprio in concomitanza con le epidemie. Il batterio quindi si risveglia dallo stato letargico per motivi ancora poco noti e diviene patogeno per l'uomo in quanto si nutre di questi invertebrati trasportatori. Diversamente, in Perù i casi di colera hanno un andamento annuale che segue l'aumento delle temperature in primavera.
Nel 2001 presso l'OMS sono stati notificati 184.311 casi di colera con 2.728 decessi. L'Africa ha registrato il 94% dei casi con 173.359 notifiche. In Asia sono stati riportati 10.340 casi e nelle Americhe se ne sono avuti 535. Molto famosa la epidemia di colera a Napoli nel 1973. Secondo alcuni dati e ricerche si è scoperto che con molta probabilità il vibrione proveniva dai mitili(molluschi,cozze),che spesso erano cucinati crudi o poco cotti. L'ospedale Cotugno di Napoli,fu uno dei principali centri sanitari per la lotta alla malattia.

Si conoscono circa 200 sierotipi di vibrione del colera ma di essi solamente il sierotipo O1 e O139 (quest'ultimo scoperto nel 1992 per un'epidemia avvenuta nel Bangladesh) sono responsabili di epidemie. Altri sierotipi di Vibrio cholerae sono stati comunque associati a casi sporadici di colera.

Il sierotipo O1 si differenzia ulteriormente in Classico ed El Tor: quest'ultimo, con il suo ceppo denominato N16961, è responsabile della VII pandemia, iniziata nel 1961 e ancora oggi in corso.

Il batterio si trasmette per via oro-fecale, tramite l'ingestione di acqua o cibi contaminati da esso. I molluschi, a causa della loro azione filtrante, sono in grado di accumulare al loro interno un buon numero di vibrioni, costituendo, così, un buon mezzo d'infezione qualora siano consumati crudi o poco cotti.

Generalmente la dose infettante del batterio è piuttosto elevata (circa un milione di vibrioni) ma può essere più bassa in persone con ipocloridria (per malattie gastriche, uso di antiacidi, pasti con azione tamponante o malnutrizione). La malattia si verifica nel 20% delle persone infette (il 20% di costoro presenta anche vomito).

I vibrioni del colera rimangono all'interno del lume intestinale aderendovi per il tramite di proteine flagellari (necessarie anche per la motilità del batterio) e secernendo una specifica tossina, codificata da un fago, CTXPhi, responsabile della comparsa di diarrea acquosa. Per il distacco della parete dell'intestino viene utilizzata un'emoagglutinina metalloproteasica.

La tossina prodotta dal batterio, detta tossina colerica (CT), è formata da due subunità dette A (divisa in due componenti A1 e A2 legate da un ponte disolfuro) e B. La subunità B è formata da cinque polipeptidi uguali, i quali si legano ai carboidrati del ganglioside GM1, situato sulla superficie delle cellule dell'epitelio. Una volta che la tossina è penetrata nella cellula, il ponte disolfuro della subunità A viene scisso, liberando, così, le due frazioni A1 e A2. La subunità A1 va a legarsi a una proteina G, detta fattore di ADP-ribosilazione, che ne amplifica l'attività catalitica ADP-ribosilante.

Questo complesso, insieme con una molecola di GTP, catalizza l'ADP-ribosilazione di un'altra proteina G (di 49 kd) che, in questo stato, si lega a una molecola di GTP ma non è in grado di staccarsene. Ciò ha come risultato, un continuo stato di attivazione della proteina G che va a stimolare l'attività di una adenilato ciclasi. L'elevata presenza di cAMP risultante attiva una PKA che, attivando il canale per il Cloro CFTR, aumenta l'efflusso verso il lume di cloro e di conseguenza sodio, H2CO3 e acqua.

In alcuni esperimenti in vitro si è visto che cellule di persone eterozigoti per la fibrosi cistica sono più resistenti all'azione della tossina colerica, per cui alcuni hanno avanzato l'ipotesi che tale mutazione potesse comportare un vantaggio verso alcune forme di malattie infettive.

Le manifestazioni del colera sono variabili da uno stato asintomatico a uno di diarrea profusa, in assenza di dolore addominale e tenesmo rettale, che compare dopo 24-48 ore di incubazione. In questo caso si può arrivare fino a una perdita di un litro di feci in un'ora con conseguente stato di disidratazione che può culminare in uno stato di shock ipovolemico. Le scariche sono brevi (50-150 ml eliminati a scarica) e frequenti (dalle 50 alle 100 scariche quotidiane). La persona presenta sete, debolezza, raramente ottundimento dello stato sensorio senza delirio, ipotensione, tachicardia e tachipnea. La cute è viscida e fredda (a causa dell'acidosi e dell'ipokaliemia) e le mucose sono asciutte. La perdita di potassio può determinare lo sviluppo di crampi muscolari. Deplezioni di liquidi superiori al 10% del peso dell'individuo possono portare alla oligo-anuria (vi può essere la possibilità di necrosi tubulare acuta con conseguente insufficienza renale), polso filiforme, ipotensione marcata, tachicardia con polso filiforme, infossamento oculare, raggrinzimento della pelle ("facies da mummia") e sonnolenza fino al coma.

La perdita di bicarbonato con le feci genera uno stato di acidosi metabolica cui si aggiungono alterazioni degli elettroliti e aumento dell'ematocrito (dovuto all'aumento della concentrazione ematica causato dalla perdita di acqua).

In persone aventi diarrea profusa e provenienti da aree di endemia, è bene considerare la diagnosi di colera.

Il batterio si rinviene nelle feci e, dopo arricchimento in brodo peptonato, la sua identificazione può avvenire con microscopio ottico su campo oscuro o con un test di immobilizzazione con l'uso di un antisiero specifico. La conferma definitiva avviene con coltura su di un terreno adatto (agar tiosolfato-citrato-bile-saccarosio) incubato per 18 ore circa a 37 °C.

Di per sé, il colera è una malattia autolimitantesi. Il problema è il grave stato di disidratazione che essa può portare e che determina la morte nel 30-50% delle persone che non vengono trattate.

Il punto chiave del trattamento del colera è la reidratazione e la correzione degli squilibri elettrolitici. Generalmente si comincia con l'uso di una soluzione di ringer lattato, necessario nei casi di disidratazione grave, per via endovenosa cui si deve aggiungere potassio (somministrabile anche oralmente). Successivamente si può passare all'uso di soluzioni reidratanti per via orale.

L'OMS consiglia l'utilizzo di soluzioni reidratanti orali che si sono dimostrate sicure nel trattamento della malattia, tranne nel caso di disidratazione seria per cui si comincia, come detto precedentemente con una soluzione endovenosa. La soluzione da utilizzare, però, deve presentare un elevato quantitativo di sodio (90 mmol/l), viste le alte perdite di questo elettrolita durante la malattia. Generalmente le soluzioni reidratanti standard non presentano livelli di sodio così elevati, per cui diventa importante avere diagnosi rapida di colera. L'OMS consiglia una soluzione orale così composta:

Sodio: 90 mmol/l
Potassio: 20 mmol/l
Cloro: 80 mmol/l
Citrato: 10 mmol/l
Glucosio: 110 mmol/l
Il problema è solo nei paesi più poveri, dove non viene fatta diagnosi e non ci sono terapie. Attualmente è allo studio l'uso di soluzioni reidratanti a base di cereali che, avendo una osmolarità minore del glucosio, potrebbero ridurre la quota di feci emesse (ad esempio aggiungere a un litro d'acqua 30 g di polvere di riso).

L'uso degli antibiotici ha dimostrato di ridurre la durata della malattia e la necessità di reidratazione. Gli antibiotici più usati sono la tetraciclina o la doxiciclina anche in una somministrazione singola. Tali antibiotici, però, sono controindicati nei bambini in quanto possono formare depositi nei denti e nelle ossa; per questo si preferisce usare l'eritromicina.

Nelle aree dove il Vibrio cholerae mostra resistenza a questi antibiotici si possono usare il cotrimossazolo, il cloramfenicolo o l'eritromicina e come ultima scelta fluorochinoloni come ciprofloxacina o norfloxacina, ai quali tuttavia spesso il vibrione è resistente.

I casi non trattati portano alla morte nel 30~60% dei casi, ma se la terapia è tempestiva e comprensiva di una grandissima quantità di acqua ed elettroliti, uniti ad antibiotici specifici, la letalità non supera l'1%, con un leggero aumento nei bambini.

Il cardine della prevenzione del colera risiede nella potabilizzazione delle acque e nel miglioramento dei servizi igienici e sanitari presso le zone di endemia.

All'inizio esistevano dei vaccini usati per via parenterale ma si è visto che conferivano una protezione transitoria e talvolta scarsa e davano effetti collaterali tipo febbre, dolore nella sede dell'iniezione e malessere generale. Attualmente esistono dei vaccini orali che si sono dimostrati efficaci al punto che organizzazioni come Medici Senza Frontiere e alcune nazioni stanno portando avanti programmi di vaccinazione di massa presso le aree più colpite.


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PERSONE DI PORTO VALTRAVAGLIA : ICILIO CALZOLARI

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Icilio Calzolari (Parma, 2 giugno 1833 – Porto Valtravaglia, 18 dicembre 1906) è stato un fotografo italiano attivo a Milano nella seconda parte del diciannovesimo secolo.

Nel 31 marzo 1866 acquistò lo stabilimento fotografico di Alessandro Duroni in corso Vittorio Emanuele 13 a Milano.

Ebbe una succursale a Lodi, in Corso Palestro n. 15.
Nel 1867 partecipò all'Esposizione di Parigi con una serie di suoi ingrandimenti fotografici.

Nella sua attività di fotografo, si dedica principalmente alla documentazione del patrimonio architettonico e artistico di Milano ed ai cantieri delle opere pubbliche cittadine.

In questo periodo stampa e diffonde fotografie tratte dai negativi di Alessandro Duroni.

Nel 1880 collabora con il fotografo Aurelio Betri di Cremona. Nel 1887 venne insignito della medaglia d'argento per i suoi ritratti durante l'Esposizione italiana di fotografia di Firenze. Nel 1888 vende la sua attività a Guigoni & Bossi.

Continua a fotografare per suo diletto e nel 1891 aderisce al Circolo fotografico lombardo. Nel 1898 ritrae la breccia al Convento dei Cappuccini durante i moti milanesi.

Nel 1912, la sua collezione venne rilevata da G. Comoletti.


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PERSONE DI PORTO VALTRAVAGLIA : ARTURO GALLI

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Arturo Galli è stato un pittore (1895-1963).

 «I dimenticati pittori del sacro». Così un acuto storico dell’arte come Giorgio Mascherpa già trent’anni fa aveva definito quel folto e variegato gruppo di artisti italiani che nella prima metà del ventesimo secolo si era dedicato prevalentemente a tematiche religiose, dentro e fuori le chiese del nostro Paese, e che anche solo per questo, al di là dei meriti personali, per modestia propria o per snobbismo altrui, era stato confinato in una sorta di impenetrabile cono d’ombra. Dimenticati, sì. Emarginati, perfino, dal gran mondo dell’arte, come artigiani di seconda classe, come decoratori di basso livello...
Oltre cinquanta sacri edifici in tutta la diocesi portano il segno dell’arte del Galli, dal cuore di Milano al varesotto, dal lecchese alla cintura metropolitana: chi interi e vasti cicli di affreschi, chi vetrate multicolori, chi ancora pale d’altare o semplici quadri con figure di santi, quasi una sorta di moderni ex voto. Eppure pochi, probabilmente, ricordano il nome del loro autore, e ancor meno ne conoscono la figura e il suo intenso operato.
Arturo Galli era nato a Milano, nell’ultimo scorcio del diciannovesimo secolo. I primi rudimenti della pittura li ebbe in famiglia, per poi frequentare l’allora prestigiosa Scuola d’arte del Castello Sforzesco e i corsi dell’Accademia di Brera. Un talento naturale per il disegno dal vero, per il ritratto, per la figura. Tanto da conseguire rapidamente l’abilitazione all’insegnamento. E tentare, a neppure vent’anni, la dura competizione dei concorsi e dei premi. Ma le sue opere, pur assai lodate, non ottennero i riconoscimenti sperati, provocando forse in lui quella delusione e quell’amarezza che lo portarono ben presto ad abbandonare il pubblico dei saloni e delle mostre, per concentrarsi su una pittura più intima e meditata.
Di carattere schivo e riservato, animato da una fede sincera, Galli dovette intuire allora quale fosse la sua vera strada al servizio dell’arte sacra, stimolato e confortato anche dal sostegno di alcune significative personalità religiose come, ad esempio, monsignor Buttafava, all’epoca canonico del Duomo di Milano.
La prima commissione di rilievo l’ebbe nel 1926, per la parrocchiale di Paderno Dugnano, oggi purtroppo distrutta. Con quel grandioso lavoro, Arturo Galli dimostrò una tale padronanza dell’antica tecnica dell’affresco e una tale abilità interpretativa e compositiva da assicurarsi l’ammirazione di molti in campo ecclesiastico, e non solo, tanto da iniziare, dopo di allora, un’attività pluridecennale a dir poco frenetica, con richieste da ogni parte in terra di Lombardia.
Proprio le continue richieste, del resto, che a volte andarono accavallandosi in diversi cantieri aperti contemporaneamente, possono spiegare talora una pittura un po’ manierata e ripetitiva. Pittura, tuttavia, che là dove è riuscita a dare il meglio di sé si dimostra ariosa e solenne, michelangiolesca nell’ispirazione e neorinascimentale nell’impostazione, quasi nella ripresa di quelle stesse indicazioni accademiche suggerite agli inizi del Seicento dal cardinale Federico Borromeo per un’arte veramente pia. E che gli valsero il plauso dello stesso cardinal Schuster.
Che poi quella di Arturo Galli fosse una scelta ragionata e non una carenza di aggiornamento culturale, lo rivelano i molti bozzetti e schizzi del maestro giunti fino a noi, dove il segno vivace e il tocco brioso dimostrano la consapevolezza di appartenere al proprio tempo e la conoscenza della modernità. Che Galli non volle ripudiare, ma in qualche modo trasfigurare nelle sue opere in una ricerca di eternità.
A Palazzolo affrescò (anni ’40) la prepositurale di S. Martino Vescovo. Affreschi sono conservati nel Cimitero di Cassina Amata (Cappella pubblica e Cappella Rebosio).

Arturo Galli si formò alla Scuola Professionale Cattolica, alla Scuola Superiore d’Arte del Castello e all’Accademia di Brera e preferì dedicarsi all’affresco mettendo le sue capacità al servizio della fede. Con dedizione impressionante per la vastità delle realizzazioni, dipinse con uno stile classico, con riferimenti ai grandi del ‘500 e ‘600, attento, tuttavia, ai fermenti del Novecento.
Una profonda sensibilità religiosa, unita a una vasta conoscenza biblica, gli consentì di perseguire il fine dell’arte sacra: raccontare, dire Dio ed essere precisa catechesi.
A Carnate, Maggianico, Rancio di Lecco, Calò, Fagnano Olona, Palazzolo Milanese, Bresso, si dedicò (oltre agli affreschi, alle tele, alle vetrate) anche alle decorazioni.

Una ricca raccolta di studi, cartoni e tele di soggetto sacro e profano (conservata dagli eredi), documenta l’impegno e le grandi doti di disegnatore.

Morì il 3 febbraio 1963 mentre stava completando le vetrate in Santa Maria Nascente, luogo del suo primo importante incarico.


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PERSONE DI PORTO VALTRAVAGLIA : CESARINA SOLCIA

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E' nata nel 1938 e si è diplomata all'Istituto d'Arte "Marangoni" in figurino e disegno su tessuto. Dopo essersi dedicata alla famiglia, alla fine degli anni ottanta riprende l'attività artistica frequentando lo studio della pittrice Micol De Palma.

E' socia di Arte Cultura, rivista artistica e culturale di Milano.

Nell'arte di Cesarina Solcia si avverte il respiro puro del sentimento che è linfa essenziale della sua ispirazione. Il linguaggio espressivo ed immediato, affidato alla sensibilità del colore e all'intensità comunicante della forma. Osservando attentamente le sue opere si nota come la forza dell'emozione prevalga su ogni astratta considerazione teorica. Il mondo della natura, rivelato dall'essenzialità della luce, è lo scopo primario della ricerca visiva ed interiore della pittrice. Il variare delle tonalità, la limpidezza della composizione, l'equilibrio generale dell'espressione sono altri fattori culturali e poetici che invitano al costante ed appagante confronto con la sua pittura e con la verità in essa plasticamente e vitalmente rappresentata.

Un linguaggio, quello di Cesarina, che si realizza su toni cromatici di estrema purezza, nell'esercizio di una tecnica personale, con la quale riesce a trarre trasparenze impensate. I contenuti e i colori non sono mai abbandonati ad un arbitro impulsivo bensì organizzati secondo una logica compositiva.

Ha scelto Porto Valtravaglia come sua seconda residenza.


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PERSONE DI PORTO VALTRAVAGLIA : ROBERTO BRAMANI ARALDI



Milanese di nascita, si laurea in Chimica industriale all’Università degli Studi di Milano. È attuale consulente responsabile della qualità del Gruppo Davide Campari, già Direttore dello stabilimento Campari di Sesto San Giovanni e depositario della formula segreta di fabbricazione del Bitter Campari.

Ha affiancato alla carriera di Dirigente industriale l’attività letteraria, iniziando a scrivere  brevi articoli sportivi, per la Gazzetta dello Sport e per la Prealpina di Varese. Alla fine del 1980 pubblica un racconto, La macchina grigio ral e nel 1997 per conto della Otma Edizioni, il primo volume di poesie, intitolato Castelveccana. Nel 2001, sempre presso la Otma, vede la luce il secondo volume di poesie Da Caldé lungo la Valtravaglia. Le sue poesie entrano, dal 1998 ad oggi, nella prestigiosa Agenda dei Poeti.

Collabora alla rivista Aupi news, prima come componente del Comitato di Redazione, ora come Condirettore, con recensioni critiche di volumi di poesie e di prosa. È Presidente della Giuria del Premio internazionale “Agenda dei Poeti” dal 2002 e partecipa come giurato ad altri importanti concorsi letterari.

Dalla sua esperienza industriale ha tratto lo spunto per scrivere il libro Stabilimento di Borgostinto (Macchioni Editore, 2012), una serie di venti racconti in cui prevalgono sarcasmo e paradosso nella rappresentazione dei manager, i cosiddetti “Eletti”, mentre uno sguardo divertito, affettuoso e di assoluto rispetto è riservato al mondo degli “Inferiori”, gli operai.

Una scena ugualmente divisa e condivisa dove le due categorie sembrerebbero destinate a non incontrarsi mai, se le leggi del sistema produttivo non le obbligassero a un contatto continuo, giornaliero, generatore di dinamiche complesse e difficilmente comprensibili a chi ne sia estraneo (dalla presentazione del libro di Anna Molteni).

Con il suo libro Bramani Araldi non ha né la pretesa né la presunzione di mettersi in cattedra e giudicare; la sua è una considerazione su come la caduta di valori, quali onestà, rispetto e serietà professionale, sia oggi la causa di una crisi che è ben oltre l’aspetto economico, coinvolgendo l’etica dell’economia e le corporate governance.

La prima raccolta di poesia pubblicata, dal titolo "Castelveccana", ha visto la luce nell'aprile 1997 e, tanto è stato il successo che ha avuto, che ne sono state fatte due ristampe (giugno 1999 e gennaio 2001). "Da Caldè lungo la Valtravaglia" è il titolo della seconda raccolta edita nel 2001. Vincitore di importanti concorsi anche internazionali, Roberto Bramani Araldi, di professione menager chimico,è stato più volte presidente di giuria di premi di poesia, distinguendosi per la preparazione dimostrata.

La sua poesia appare ordinatamente divisa fra lo spazio della contemplazione paesaggistica e quello della meditazione filosofica: i panorami del Lago Maggiore, con i loro dettagli naturali più nascosti; l'interrogativo generale sul destino dell'uomo, sulla vidensa della vita e della morte, sul suo inafferrabile senso.


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PERSONE DI PORTO VALTRAVAGLIA : CANDIDO LAZZARIN

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Candido Lazzarin è uno scultore.

Una mostra al Monastero di Santa Caterina del Sasso, sulla riva orientale del lago Maggiore, ha suscitato molto interesse intorno all'opera dell'artista di Brezzo di Bedero, che lavora schivo e solitario, in una delle vallate più belle del Varesotto.
Autodidatta, nato nel 1946, Lazzarin inizia a scolpire nel 1980 e nonostante questa partenza non precoce egli si è già affermato in una sequenza di mostre in Italia.
L'interesse suscitato deriva dalla particolarità della sua ricerca, da collocarsi nel territorio dell'arte povera.
Il tema parla già di una profonda suggestione ed è prevalente nella sua produzione. La Croce. E' il simbolo più alto e più immediato del Cristianesimo.
La dimensione dell'espressione scultorea di Lazzarin non è di certo nel tradizionale, in quanto il materiale creativo risulta essere, per Io più, ferro di recupero.
L'origine di tale materia è umilissima e insieme preziosa, arriva alle mani dell'artista già con una propria storia. Sono chiodi, che secoli fa, sono stati battuti: sono falcetti della più schietta tradizione rurale; sono tubi in rame o in piombo provenienti da macerie di ristrutturazioni civili.
"Croce realizzata con cerniere e chiodi del 1600". "Croce realizzata con graffe da carro agricolo della provincia di Pavia". E ancora."Cristo realizzato con tre chiodi da travatura della metà del '600". "Croce realizzata con 24 chiodi da maniscalco".
La forza della suggestione dalle parole si cala nella visione. Gli antichi elementi si piegano a richiamare i simboli cristiani, a ritrovare una inattesa dignità con il consumismo che il quotidiano non sa più conservare.
Non esiste in Lazzarin artificio, non si rintracciano forzature nella connessione. E' un messaggio limpido, sereno, nella semplicità di un gesto che si china a raccogliere quanto verrebbe gettato via e con grande emozione ne fa scultura.
Così, dinnanzi ad un percorso creativo inatteso, nascono libere meditazioni verso un grande umanesimo ritrovato all'improvviso nel nostro tempo.

Partendo dallo studio dei ferri assemblati si giunge a considerazioni sul destino delle cose e degli uomini.
Candido Lazzarin continua nella sua opera, che nell'unicità della sua inventiva, procede in una forte tensione verso il soprannaturale.

Guardare l'uomo per vedere la sua anima - Interessante e ambizioso obiettivo quello che si è posto l'artista Candido Lazzarin con la sua mostra "L'anima sacra e l'anima profana", allestita al Palazzo Verbania di Luino.
Il tema dell'anima ci tocca particolarmente da vicino, ci riguarda in maniera intima e personale, così intrecciata nel nostro vissuto quotidiano che quasi non ci si pone più attenzione; eppure è anche un tema ignoto e misterioso, paradossalmente sfuggente nella sua pur costante familiarità.

Un tema ambivalente e duplice, come fa notare acutamente l'artista con la distinzione che opera nel titolo tra "Anima sacra" e "Anima profana": c'è infatti un chiarissimo riferimento all'uomo, e perciò è un tema definibile come profano, pienamente e specificamente umano -mirando proprio al cuore pulsante della nostra umanità- eppure, nonostante ciò, oltrepassa l'uomo stesso, sfociando nel trascendente e dunque nel sacro.
Parlare dell'anima colloca quindi in uno spazio intermedio che tocca e coinvolge entrambe le dimensioni, quella spirituale e quella terrena, quella divina e quella umana, abbracciandole sinergicamente pur mantenendone la distinzione.

Lo scultore Candido Lazzarin, con la mostra, ha saputo porsi sul dorso di questo delicato crinale, descrivendo con il suo peculiare linguaggio artistico la specificità che contraddistingue l'animo dell'uomo nella sua originaria ed ineliminabile tensione bipolare.
In tal senso le sue opere scultoree ed i suoi assemblati -con cui ha costruito, ad esempio, delle piante d'ulivo racchiuse in grate d'argento che sostengono alcune croci- si prestano a numerose riflessioni, enfatizzando tanto il ruolo spirituale del sacrificio pasquale di Cristo, quanto l'aspetto profano di una pace armoniosa che l'uomo è chiamato a costituire nel mondo. I due aspetti non solo non si escludono ma, anzi, si co-implicano valorizzandosi vicendevolmente.

L'immagine della croce, che ricorre molto spesso nei lavori di Lazzarin, è emblematica: simbolicamente richiama la sfera del sacro in quanto immagine cristiana, ma materialmente è molto umana, perché nel realizzare le sue croci l'artista utilizza materiale povero e di riuso, rigorosamente autentico, ricavato per lo più da manufatti di ferro recuperati da demolizioni o grazie a fortunosi ritrovamenti.
L'origine di tale materia è dunque umilissima, ma al contempo anche preziosa, perché spesso gli oggetti dalla quale è tratta sono molto antichi e possiedono già una loro storia. Possono essere, ad esempio, dei chiodi che sono stati battuti secoli fa, o dei falcetti della più schietta tradizione rurale, oppure dei tubi di rame e di piombo provenienti da macerie di ristrutturazioni civili.
Nei titoli delle sue opere c'è perciò molto spesso un accenno alla storia che li impregna: es.con cerniere e chiodi del 1600"; "Croce realizzata con graffe da carro agricolo della provincia di Pavia"; "Cristo realizzato con tre chiodi da travatura della metà del '600"; "Croce realizzata con 24 chiodi da maniscalco".
Ancora una volta, viene ribadita la compresenza tra spirituale e terreno, tra l'elemento sacro (es. la croce) e l'elemento profano (es. il chiodo da maniscalco secentesco).




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martedì 14 aprile 2015

PERSONE DI PORTO VALTRAVAGLIA : GIOVANNI CLERICI

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Il pittore Giovanni Clerici, milanese di origine ma Porto Valtravagliese di adozione, ha restaurato una vecchia edicola votiva situata in via Altipiano, proprio a ridosso della sua proprietà.

Maestro di chiara fama, nasce a Milano il 22 novembre 1928. Diplomato in giovane età presso la Scuola del "Castello", indi presso l'Accademia di Brera in Milano ebbe tra i suoi maestri i prof. Dradi e Consadori, esponenti del primo novecento italiano. Pittore in olio, di tendenza impressionista, annovera ambiti premi e medaglie d'oro al merito artistico. E' direttore delle strategie pubblicitarie del "Cenacolo d'Arte". Risiede a Milano, ma trascorre buona parte dell'anno a Porto Valtravaglia.
Un poeta dell'immediatezza amante assoluto della natura, dalla quale intervenendo estrapola, con grande mestiere, climatiche soffusioni coloristiche: egli si fa garante della più esatta partecipazione, adattando una lirica a seconda del momento e delle stagioni; la luce, l'acqua, la vegetazione sono i punti salienti che Clerici vanta ancora prima dell' esecuzione prende coscienza nella preparazione della tavolozza e poi va certo verso il totale soddisfacimento.



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