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venerdì 8 maggio 2015

TORBIERE D' ISEO

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La riserva naturale Torbiere del Sebino è una delle riserve naturali regionali istituite dalla regione Lombardia.

Area naturale che ha avuto origine dall'attività di estrazione della torba, è ubicata a sud della sponda meridionale del lago d'Iseo a 185 m s.l.m e costituisce la zona umida più importante per estensione e significato ecologico della provincia di Brescia.

Appartiene istituzionalmente alla regione Lombardia che l'ha affidata in gestione ad un consorzio tra la provincia di Brescia, la comunità montana del Sebino e i comuni sul cui territorio essa si trova: il comune di Iseo, quello di Provaglio d'Iseo e quello di Corte Franca.

È stata dichiarata "zona umida di importanza internazionale" secondo la convenzione di Ramsar. Importante il monastero di San Pietro in Lamosa, di ordine cluniacense nel comune di Provaglio d'Iseo.

A seguito della comparsa del lago d'Iseo, avvenuta sul finire dell'ultima era geologica, il Quaternario, compresa fra settantamila e diecimila anni fa e del progressivo ritiro delle acque, nella zona a sud del Sebino rimase una depressione paludosa intermorenica caratterizzata da distese acquitrinose, che più avanti vennero chiamate Torbiere. Con il trascorrere dei millenni l'abbondante vegetazione cresciuta permise la crescita di uno spesso strato di torba, il quale andò via via sostituendosi all'acqua trasformando la zona in un'estensione di prati umidi.

Alla fine del Settecento, con la scoperta che la torba, una volta essiccata, aveva una resa calorica superiore alla legna, anche se inferiore al carbone, e con l’avvento delle prime attività industriali legate alla seta, iniziò l’estrazione massiccia della torba da utilizzarsi come combustibile nelle filande di Iseo e come combustibile per uso domestico. Fu però dalla metà dell'ottocento che iniziò lo sfruttamento del giacimento in modo massiccio quando, più precisamente nel 1862 , il consorzio torinese "Società Italiana Torbe" acquistò la maggior parte delle Torbiere.

La torba divenne col passare degli anni un materiale prezioso per l'economia della zona dato che era in grado di sostituire quasi completamente l'utilizzo del carbone, per il quale l'importazione era fra l'altro molto costosa. Prima dell'avvento del petrolio e dell'energia elettrica veniva infatti utilizzata per molteplici scopi: nelle filande, nelle fornaci, come uso domestico per riscaldare le abitazioni e in alcuni casi veniva utilizzata anche per alimentare i treni della Ferrovia Brescia-Iseo-Edolo fino alla prima guerra mondiale.

La riduzione dell’interesse verso questo combustibile e la completa trasformazione di flora e fauna della zona, portarono verso il 1950 all’abbandono delle attività estrattive della torba ed iniziarono invece le operazioni di scavo per l’argilla, per la fabbricazione di mattoni. Queste operazioni terminarono negli anni settanta, a seguito dell'introduzione dei primi vincoli di salvaguardia ambientali.

La formazione di torba è progredita senza ostacoli fino all’intervento dell’uomo. La parte centrale è costituita da una distesa pianeggiante ricoperta da erbe dure e taglienti, prevalentemente carici, che hanno uno scarsissimo valore nutritivo e quindi non possono essere utilizzate per il pascolo. Gli alberi ad alto fusto sono scarsi; alcune zone sono ancora allagate mentre in altre, dove il terreno è cedevole ed intriso di acqua, la palude tende a riprendere il sopravvento specie nei periodi piovosi.

Nelle zone periferiche si trova una cintura di canna palustre e, dove il suolo è maggiormente consolidato, ci sono dei piccoli appezzamenti di terra nei quali il costante sfalcio delle dure erbe palustri ha privilegiato le foraggere. Alcuni terreni di modesta estensione, sono stati messi a coltura in seguito ad intervento di drenaggio e canalizzazione delle acque. Questo paesaggio è destinato a cambiare quando si scopre che la torba, una volta essiccata, ha una resa calorica superiore alla legna, anche se inferiore al carbone, ed alcune famiglie cominciano ad utilizzarla per il riscaldamento domestico. Già alla fine del ‘700 si sperimenta l’uso della torba come combustibile nelle filande di Iseo. È dalla metà dell’800 però, che inizia lo sfruttamento del giacimento in modo massiccio, il lavoro sistematico di scavo iniziò nel 1862, quando il consorzio torinese “Società Italiana Torbe” , acquistò la maggior parte delle Torbiere superiori.

Subito dopo seguì lo sfruttamento dei proprietari del lato meridionale. Il lavoro era svolto manualmente, con il metodo dell’escavazione ad umido, infatti tolto il primo strato di erba e terra, con uno spessore variabile da pochi cm fino a circa mezzo metro, compariva subito l’acqua . Era quindi necessario procedere all’escavazione con uno strumento affilato, a forma di gabbia, lungo circa 90 cm. e montato su un manico di quattro-cinque metri, detto Luccio, simile a una vanga.

Lavorava in Torbiera prevalentemente manodopera locale che era organizzata in piccole squadre composte da quattro o cinque operai: uno scavatore ed un aiutante, che estraevano dei grossi parallelepipedi andando sempre più in profondità, fino a raggiungere il fondo del giacimento; da un caricatore-tagliatore, il quale aveva il compito di ridurre la torba in pezzi più piccoli, utilizzando un coltellaccio, facilitandone così il trasporto; da un paio di trasportatori (detti “cavalli”) che avevano il compito di spostare, con una carriola, il materiale estratto in zone apposite, dove veniva disposto in muretti per una iniziale essiccazione. In seguito i pani di torba venivano ricoverati in magazzini vicini alla zona dello scavo. Quando, tra gli anni ’30 e ’40, la Torbiera era ormai stata in larga parte trasformata in Lame allagate, venivano utilizzate due grosse barche per trasportare i pani dai muretti ai magazzini. Il vecchio edificio per lo stoccaggio della torba esiste ancora e si trova nel comune di Iseo, non lontano dal luogo dove sorgerà il nuovo centro visite. I braccianti lavoravano dall’alba al tramonto dato che venivano pagati “a cottimo”, cioè in base al quantitativo di torba estratta. Gli scavatori lavoravano a piedi nudi per avere una maggiore presa sul terreno sdrucciolevole e spingevano il luccio nel fango con la sola forza delle braccia e della schiena. Si trattava, come si può immaginare, di un lavoro stagionale molto duro e faticoso ma spesso era l’unica alternativa per sfuggire alla miseria.

I lavori di eliminazione del terriccio iniziavano in Febbraio e, da Marzo ad Agosto, si procedeva all’estrazione della torba che era di diversa qualità ed età e variava a seconda del sito dello scavo. Quella che giaceva sotto la cotica erbosa, ad una profondità di circa 40 cm. sotto terra, era considerata di buona qualità ma presentava un elevato residuo di cenere perchè intrisa di limo.
Nella zona sotto il Monastero lo strato torboso era più superficiale e, per effetto della compressone, si era trasformato in “lignite torbosa”, con una maggiore resa calorica. L’area delle Lamette non fu completamente sfruttata: la sua torba di più recente formazione era più leggera ed aveva una resa troppo scarsa; venne comunque estratta tra gli anni ’60 e ’70, per rifornire i florovivaisti.
La torba era un materiale prezioso per l’economia della zona dato che poteva sostituire l’utilizzo del carbone, la cui importazione era molto costosa. Prima dell’era del petrolio e dell’energia elettrica venne usata per molteplici scopi: nelle fornaci, nelle filande, negli opifici, per riscaldare le abitazioni e perfino per alimentare i treni della ferrovia Brescia-Iseo-Edolo fino alla prima guerra mondiale. Venne molto richiesta anche durante l’ultima guerra. Il suo utilizzo cessò completamente intorno agli anni ’50, periodo in cui il paesaggio della zona era completamente trasformato e con esso anche la flora e la fauna in esso esistente. All’interno della Riserva vi sono alcune vasche profonde fino a 10-15 mt. e dall’aspetto più limpido, in alcune delle quali è tuttora permesso pescare: da queste vasche è stata estratta, in epoca più recente, l’argilla per la fabbricazione dei mattoni.

Il quadro vegetazionale della Riserva attualmente è molto diversificato rispetto a quello che si presentava un secolo fa’, quando Lame e Lamette rappresentavano un ambiente uniforme formato da una prateria umida, le Lame, e da un folto canneto con specchi residui occupati dal lamineto e magnocariceto, le Lamette.
L’escavazione della torba ha radicalmente alterato il paesaggio vegetale originario, mettendo in crisi, in conseguenza della riduzione del loro habitat, numerose specie che lo caratterizzavano. Essa ha avuto tuttavia il merito di aver contribuito alla realizzazione di un insieme di piccoli ambienti differenti che si intersecano fra loro dando luogo ad un “mosaico ecologico” complesso e di grande valore biologico.
Il fattore che influisce maggiormente sugli ambienti presenti nella Riserva e di conseguenza sulle specie che ci vivono, è la profondità dell’acqua. In relazione, quindi, a questo fattore, nella Riserva si riscontrano varie tipologie vegetazionali. Si trovano, inoltre, a seconda del diverso tipo di substrato e del quantitativo di nutrienti disponibili situazioni particolari a volte piuttosto circoscritte.

Nelle acque abbastanza profonde, si rinviengono delle vegetazioni sommerse improntate da specie radicanti sul fondo quali: la vallisneria (Vallisneria spiralis), la peste d’acqua comune (Elodea canadensis), il ceratofillo comune (Ceratophyllum demersum), il millefoglio d’acqua comune e ascellare (Myriophyllum spicatum e M. verticillatum), la brasca increspata, l’erba tinca e la brasca comune (Potamogeton crispus, P. lucens e P.natans).
In acque di media profondità si rinviene una vegetazione, il lamineto, formata da specie flottanti e tappezzanti, come la lenticchia d’acqua (Lemna spp.), e/o da specie vistose a foglie galleggianti ma con radici ancorate al suolo, come la ninfea bianca (Nymphaea alba) e quella gialla (Nuphar lutea). In questo ambiente, in alcune zone, si rinviene una curiosità, l’erba vescica delle risaie (Utricularia australis), specie acquatica e carnivora dai fiori giallo oro e foglie provviste di vescicole di cui la pianta si serve per catturare microrganismi.
Nelle acque basse e presso le rive (se sono digradanti), la formazione tipica e più diffusa è quella dominata dalla cannuccia di palude (Phragmites australis), talvolta preceduta da cortine con tife (Typha latifolia e T. angustifolia) e giunchi di palude (Schoenoplectus lacustris).
Nelle aree periodicamente inondate, frequenti nelle Lamette, a ridosso del canneto, è presente una vegetazione a grandi carici (Carex spp.), molto caratteristica, a dominanza di Carex elata. Qui si rinvengono anche la salcerella (Lythrum salicaria), il caglio delle paludi (Galium palustre), il falasco (Cladium mariscus) e la felce di palude (Thelypteris palustris), quest’ultima indicatrice delle potenzialità della vegetazione verso il bosco igrofilo ad ontano nero (Alnus glutinosa).
Ai margini del canneto oltre ai carici si possono osservare anche le splendide fioriture del giaggiolo acquatico o iris giallo (Iris pseudacorus), del giunco fiorito (Butomus umbellatus), dell’erba scopina (Hottonia palustris) e del coltellaccio maggiore (Sparganium erectum).
Nella Riserva sopravvivono, inoltre, alcuni lembi di praterie igrofile a zigolo comune (Cyperus longus), che rappresentavano l’aspetto originario delle Lame; ed è anche presente, accompagnato ai cariceti, il prato inondato (molinieto), che spesso ospita specie come l’aglio palustre (Allium angulosum) e, in condizioni più asciutte e con marcato intervento antopico, il prato pingue (l’arrenatereto).
Sono, infine, diffuse accenni di formazioni di bosco igrofilo, con salici, pioppi e ontani.
Nel territorio non mancano le specie esotiche invasive degli argini e briglie, come l’indaco bastardo (Amorfa fruticosa) e la pioggia d’oro maggiore (Solidago gigantea), il cui controllo è necessario per la conservazione della fitodiversità della Riserva Naturale.

L’area è particolarmente importante per gli uccelli acquatici nidificanti, svernanti e migratori. Tra le specie protette e di interesse comunitario che nidificano nel sito citiamo: l’airone rosso (Ardea purpurea), il falco di palude (Circus aeruginosus), il tarabusino (Ixobrychus minutus), il nibbio bruno (Milvus migrans), la nitticora (Nycticorax nycticorax), il voltolino (Porzana porzana), la schiribilla (Ponzana parva), la salciaiola (Locustella luscinioides).
Tra le specie svernanti e migratrici sono di particolare interesse il tarabuso (Botaurus stellaris), l’albanella reale (Circus cyaneus) e la moretta tabaccata (Aythya nyroca). Le Torbiere del Sebino sono inoltre uno dei pochi siti riproduttivi in Lombardia del basettino (Panurus biarmicus).
Le specie, invece, che più comunemente si possono osservare nella Torbiera, sono: il cigno reale (Cygnus olor), il cormorano (Phalacrocorax carbo), la gallinella d’acqua (Gallinula chloropus), la folaga (Fulica atra), lo svasso maggiore (Podiceps cristatus), il germano reale (Anas platyrhynchos), l’airone cenerino (Ardea cinerea), il cannareccione (Acrocephalus arundinaceus) e il pendolino (Remiz pendulinus).
La Riserva Naturale ospita 31 specie di uccelli (su un totale di 164 specie osservate) di interesse comunitario e quindi tutelati dalla Direttiva “Uccelli” 79/409/CEE, concernente la conservazione dell’avifauna selvatica; per questo è stata dichiarata “Zona di Protezione Speciale (ZPS)” dall’Unione Europea.

La presenza dei mammiferi nella Riserva è fortemente condizionata dalla ristrettezza dell’area protetta, dalla massiccia presenza di strade e centri abitati e, non meno importante, dalla mancanza di un vero e proprio bosco. Questi fattori condizionano pesantemente la possibilità di vita per tutti i mammiferi di medie e grandi dimensioni. Restano i cosiddetti “micromammiferi”, termine col quale si indica genericamente piccoli mammiferi appartenenti agli ordini degli Insettivori (es. toporagni), Roditori (topolino delle risaie) e Chirotteri (pipistrelli). La loro presenza è stata indagata dalle guardie ecologiche della Provincia di Brescia, con la supervisione degli esperti del Centro Studi Naturalistici Bresciani. La presenza di questi piccoli animali in Torbiera si è rivelata modesta tranne che per il surmolotto o ratto delle chiaviche (Rattus norvegicus). Questo dato è piuttosto preoccupante perchè la specie in questione è molto invadente ed aggressiva nei confronti di tutte le altre specie di micromammiferi.
Dalla ricerca è emerso che la maggior parte dei piccoli mammiferi è concentrata nelle piccolissime zone a bosco e nelle aree agricole nelle zone B e C della Riserva, oltre che nei fossi e nei campi della campagna limitrofa. In totale sono state trovate 3 specie di Insettivori: il toporagno comune (Sorex araneus), la crocidura minore (Crocidura suaveolens) e la crocidura ventre bianco (Crocidura leucodon); 5 Roditori: il topo selvatico (Apodemus sylvaticus), l’arvicola di Savi (Microtus savii), il moscardino (Moscardinus avellanarius), il topolino delle risaie (Micromys minutus) e l’arvicola terrestre (Arvicola terrestris). La presenza di queste ultime due specie è particolarmente significativa, dato che si tratta di animali strettamente legati alle zone umide. Il topolino delle risaie è una specie tipica del canneto, che poi si è adattata a vivere anche nelle colture cerealicole. È il più piccolo roditore europeo e misura circa 5 cm per il corpo, mentre altri 5 cm sono costituiti dalla coda, prensile, con la quale è in grado di arrampicarsi agilmente sui fili d’erba. Il Topolino delle risaie costruisce il suo nido proprio fra i ciuffi di erbe palustri, a poche decine di centimetri da terra, dove alleva da 4 a 6 piccoli per volta.

La popolazione ittica presente nella Riserva comprende sia specie autoctone di interesse comunitario (Direttiva “Habitat”) o protette dalle leggi regionali, come la tinca (Tinca tinca), il vairone (Telestes muticellus), il luccio (Esox cisalpinus), l’anguilla (Anguilla anguilla), il persico reale (Perca fluviatilis), il persico sole (Lepomis gibbosus), la scardola (Scardinius hesperidicus) e l’alborella (Alburnus arborella), sia specie introdotte in tempi più o meno recenti come la carpa (Cyprinus carpio), introdotta molti secoli fa dagli antichi Romani, il persico trota (Micropterus salmoides), introdotto più di 35 anni fa’, il pesce gatto (Ictalurus melas), introdotto più di 15 anni fa’, e il carassio (Carassius carassius).
Dopo l’introduzione del pesce gatto, pesce molto vorace e prolifico che una volta adulto ha ben pochi rivali, la struttura dell’ittiofauna si è profondamente modificata: ora essa è composta per metà da tale pesce, mentre le altre specie sono diminuite e presentano processi di senescenza.
Recentemente però è e stata rilevata la presenza in Torbiera di un altro superpredatore, ancora più invadente del pesce gatto: il siluro (Silurus glanis). Questa specie, introdotta nelle acque della Riserva in modo del tutto illegale, è originaria dei grandi fiumi dell’est europeo, può raggiungere dimensioni enormi ed è decisamente dannosa per l’equilibrio di qualsiasi ecosistema italiano, a maggior ragione se si tratta di un ambiente così ristretto come quello della Riserva, pertanto si spera di poterne limitare al massimo la diffusione.
Un altro dato emerso dalle ultime indagini è l’aumento del carassio, di cui si trovano anche esemplari di grosse dimensioni (fino a 2 Kg), e l’incremento del numero delle carpe legato al notevole aumento delle specie vegetali che vivono immerse nelle acque delle Lame.




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domenica 22 marzo 2015

L' OASI NATURALE DEL PIAN DI SPAGNA

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La Riserva naturale Pian di Spagna e Lago di Mezzola è un'area naturale protetta della Lombardia che comprende il lago di Mezzola e la zona tra questo ed il lago di Como detta Pian di Spagna.

La zona è un'area umida molto frequentata dalla fauna migratoria comprendente porzioni di territorio dei comuni di Sorico e Gera Lario nella provincia di Como, Verceia, Novate Mezzola e Dubino nella provincia di Sondrio. La sede ufficiale della Riserva si trova in Via La Torre a Sorico in un moderno e polifunzionale edificio.

Il Piano di Spagna è una pianura alluvionale, formatasi per l'apporto di materiale detrìtico da parte del fiume Adda. Migliaia di anni fa il Lago di Como era quindi tutt'uno con il Lago di Mezzola. Il toponimo di Samolaco ("Summus Lacus") lo sta ancora oggi a testimoniare. Abitato fin in epoca romana, come confermato dai ritrovamenti archeologici nella zona di Sant'Agata (dove un tempo sorgeva la romana Aneunia), il Piano di Spagna deve il suo nome al dominio spagnolo (sec. XVI-XVIII). Per la sua posizione strategica, questa pianura ospitò, a partire dal Medioevo, diverse fortificazioni, che vennero poi ampliate dagli spagnoli. Da qui infatti passava il confine tra i Grigioni, che controllavano la Valtellina, e il Ducato di Milano, allora sotto la corona di Spagna. Per questo motivo, il conte di Fuentes, governatore di Milano, decise di costruirvi un forte. Situato sulla collina settentrionale di Montecchio, il Forte di Fuentes fu in collegamento con altre postazioni difensive, come la Torre di Sorico, il Forte d'Adda (oggi stalla e quindi detto lo "Stallone"), la Torre di Curcio e quella di Fontanedo. Il Forte resistette ad attacchi di diversi eserciti e fu smantellato solo nel 1796, da parte di Napoleone Bonaparte per accondiscendere alle richieste dei vicini Grigioni. Nel 1916, durante la prima guerra mondiale, il Forte, fu inserito nell'ambito della Frontiera Nord, il sistema difensivo italiano verso la Svizzera, e per questo vide la realizzazione di una strada militare e di due appostamenti d'artiglieria blindati destinati a tirare sulle provenienze di Valtellina e Val Chiavenna, per compensare il disarmo del vicino Forte Montecchio Nord, avvenuto nel 1915. Oltre ai manufatti della Frontiera Nord oggi, del Forte di Fuentes, rimangono imponenti resti degli edifici e delle mura perimetrali, oggetto di recupero da parte degli operatori del Museo della Guerra Bianca che dal 2012 ne ha assunto la gestione in accordo con la Provincia di Lecco.

La Riserva Naturale si estende su un territorio da sempre conteso fra terra ferma e acqua; la peculiarità della sua posizione geografica, rende l’area ricca di interessanti spunti di osservazione, sia dal punto di vista naturalistico, sia da quello storico-culturale. Alla confluenza di due vallate, la Val Chiavenna a percorrenza nord-sud e la Valtellina, a percorrenza est-ovest, si è formata un’area pianeggiante di origine alluvionale, i cui confini sono delimitati dal Lago di Como, nella sua parte più settentrionale e dal Lago di Mezzola; i monti circostanti, che si raccordano con il piano, fanno da pittoresca cornice a questo lembo di pianura.

Gli interventi di recupero e bonifica di gran parte del territorio vennero effettuati dagli Austriaci nel corso del XIX ed ebbero come risultato la rettificazione dell’ultimo tratto del corso dell’Adda e lo scavo del canale Borgofrancone, le cui acque provengono dalle pendici del Monte Legnone. Gli interventi antropici volti a modificare il territorio, sono stati affiancati dai cambiamenti dovuti ai processi naturali di interramento del Lago di Mezzola, che non hanno mai avuto sosta, grazie anche al proliferare della tipica vegetazione di canneto.

La Riserva è popolata da numerosissimi invertebrati.Il regno di farfalle dalle tinte sgargianti come la Podalirio, scattanti e variopinte libellule, vespe, calabroni e una miriade di insetti acquatici. Sotto il livello dell’acqua, al riparo delle grandi foglie di ninfee e nannufari che compongono il lamineto, le larve degli insetti intrecciano furibonde lotte per la sopravvivenza.

Sulla superficie del lago e degli stagni pattinano agilmente gli Emitteri Gerridi, sotto la superficie dell’acqua, con altrettanta agilità si muovono le Notonette, i Ditischi e l’Idrometra. Per sfuggire ai voraci predatori del mondo sommerso, molti invertebrati adulti o allo stadio larvale sfruttano la vegetazione acquatica per nascondersi; altri invece, i Tricotteri (conosciuti come ‘portasassi’ o ‘portalegna’), si costruiscono, allo stadio di larva, un fodero di forma pressoché cilindrica, assemblando pezzettini di legna, conchiglie e sassi dell’ambiente circostante: una volta nascosti lì dentro, sono totalmente invisibili alle potenziali prede che, ignare, passano davanti all’apertura del fodero del Tricottero e ne subiscono l’agguato. Sulle rive sabbiose invece si rinvengono spesso le conchiglie spiaggiate di Molluschi bivalvi. Sotto i sassi o nel fango di alcune rogge e dei canali che confluiscono nel Pozzo di Riva si nasconde invece un ospite ormai raro ovunque: il gambero di fiume, crostaceo molto sensibile all’inquinamento la cui presenza è pertanto indice di buona qualità delle acque.

Sono in numero significativo anche le presenze ittiche, che nella riserva hanno trovato il loro habitat e rispecchiano sostanzialmente le presenze censite tipiche dei Laghi Prealpini: la trota fario, la trota iridea, l’agone, il lavarello, l’alborella, la carpa, il cavedano, il vairone, il pigo, il trotto, la scardola, la tinca, la bottatrice, l’anguilla, il luccio, il persico; molti di questi rientrano nel ricettario tipico della cucina del lago. La diversa profondità delle acque determina una differente distribuzione delle specie ittiche. In presenza di acque profonde, come quelle della porzione occidentale del Lago di Mezzola, si trova l’alborella, il lavarello, l’agone, il cavedano, la trota fario e lacustre. la parte orientale del bacino, caratterizzata da acque più basse, ricche di vegetazione , offre maggiori disponibilità di cibo a specie erbivore quali la scardola e la savetta. Ma anche alla bottatrice e al pigo che si nutrono rispettivamente di crostacei e di molluschi. Le acque a corso lento, con fondo fangoso e abbondante presenza di vegetazione, come quelle dei fossi, costituiscono l’habitat ideale della carpa e della tinca.

Vanno segnalati la Rana verde minore, la Raganella, il Tritone punteggiato e il Tritone crestato e il Rospo comune che in primavera compie lunghi e rischiosi spostamenti (sulle strade muoiono ogni anno centinaia di individui) per raggiungere i siti riproduttivi costituiti da pozze o piccoli corsi d’acqua. qui la femmina, le cui dimensioni sono notevolmente superiori a quelle del maschio, depone fino a 5 mila piccole uova, racchiuse in un lungo cordone trasparente, che viene ancorato alla vegetazione acquatica. Poco legata all’ambiente acquatico è anche la raganella, una minuscola rana dal colore verde brillante come quello delle foglie primaverili, che trascorre gran parte della sua esistenza perfettamente mimetizzata sui rami degli alberi, allontanandosi alla ricerca di piccole pozze solo per la breve parentesi riproduttiva. Posti alle estremità delle dita, la raganella è dotata di dischi adesivi che le consentono di arrampicarsi e saltare da un ramo all’altro con estrema facilità e le permettono quindi un particolare adattamento alla vita arboricola. Gli anfibi costituiscono un gruppo molto importante per la conservazione dell’ecosistema della riserva. Avendo fasi vitali che interessano sia gli ambienti umidi sia quelli terrestri, sono importanti indicatori ambientali dello stato di salute di habitat complessi dove costituiscono degli interessanti elementi di diversificazione e di biodiversità. Inoltre grazie al loro ruolo nella catena alimentare possono svolgere un importante azione di controllo nei confronti di vari insetti antropodi anche nocivi, oltre ad essere un’ottima fonte di cibo per varie specie di uccelli.
La Riserva è l’habitat naturale anche per la specie dei rettili. In particolare la Natrice tassellata e la Natrice dal collare, comunemente chiamata biscia d’acqua che preda essenzialmente anfibi. amanti degli ambienti secchi sono invece la Lucertola muraiola, il Ramarro,  il Biacco, che può raggiungere eccezionalmente i due metri di lunghezza. Presente anche la specie dell’’Orbettino.

Si possono osservare generalmente varie specie di Anatre tuffatrici (Moretta, Moriglione, Moretta Tabaccata, Quattrocchi) oppure Anatre di superficie (Germano reale, Alzavola, Marzaiola, Fischione), Cigni, Rallidi (Folaga), qualche rara anatra di mare (Orco Marino), Svassi, Strolaghe, Cormorani, Smerghi, Gabbiani e Mignattini; sui fiumi è facile osservare Anatre di superficie e tuffatrici, Cigni, Folaghe, Svassi, Cormorani, Gabbiani e Mignattini.

Sono comuni il Merlo acquaiolo, il Martin Pescatore e la Ballerina gialla; mentre lungo i canali colatori si possono osservare Anatre di Superfice, Rallidi  (Folaga, Gallinella d’ acqua, Voltolino, Porciglione, Schiribilla) e qualche Limicolo come il Piro Piro piccolo, Piro Piro culbianco, Piro Piro boschereccio, Beccaccino, Aironi, Tarabuso, Ballerina bianca, Ballerina gialla, Svasso maggiore e Tuffetto); nei canaletti si trovano Airone Cenerino, Beccaccino e Ballerine.
Le spiagge sono frequentate da Limicoli,  Charadridae  (Beccaccini, Corrieri, Pivieri) e Scolopacidae (Chiurli, Pittime, Pavoncelle, Piro Piro), Gabbiani e Cormorani.
I canneti sono l’habitat idoneo per Rallidi,  Tarabusi, qualche rapace, Migliarini, Cinciarelle, Storni, Pendolini, Rondini, Topini e Anatre di superficie.
Filari e siepi offrono cibo ad Averle, Tordi, Fringuelli, Cornacchie, Cince, Picchi e Capinere.
Si può confermare la nidificazione certa di almeno una coppia di Airone rosso, Re di Quaglie, Salciaiola, Bigia Padovana, Rigogolo, Upupa, Gufo comune, Cutrettola, Tarabusino e Voltolino.
Più facili da avvistare sono i rapaci magari quando volteggiano con ampie volute sfruttando abilmente le correnti ascensionali, come nel caso della poiana o del nibbio bruno, che raggiunge la Riserva in estate proveniente dai quartieri di svernamento africani. Si posono scorgere anche coppie di falchi, il comune gheppio e il falco cuculo. Sulle pareti rocciose che delimitano al sponda occidentale del Lago di Mezzola nidifica il falco pellegrino. Si ripetono poi i voli di caccia maestosi del falco pescatore e del falco di palude oltre che dell’albanella reale. Le pareti montuose che circondano la Riserva ospitano alcuni rapaci, quali: Nibbio bruno, Barbagianni, Gufo reale, Allocco, Astore e Poiana.

Troviamo il Tasso, la Faina, la Lepre, la Volpe, il più grande tra i predatori che si riproduce in tane scavate sui dossi sabbiosi al riparo da eventuali allagamenti. Presenti in Riserva anche numerosissimi micromammiferi, che vivono celati nell’erba o nella fitta rete di tane sotterranee. Fra tutti vi è il comune topo selvatico, ma anche l’arvicola terrestre, il toporagno comune. I Cervi e più raramente i Caprioli, scesi dalle pendici montuose circostanti occupano ormai da anni il Pian di Spagna e si muovono al suo interno in piccoli branchi. Piuttosto facile da individuare è la presenza della talpa per la sua abitudine di scavare complesse reti di gallerie sotterranee spingendo la terra in superficie a formare caratteristici cumuli. Infine, la Lontra, mustelide strettamente legato agli ambienti acquatici: presente fino a qualche decennio fa, ora è totalmente scomparsa.

Alcune delle specie floristiche caratteristiche delle acque libere vivono ancorate al fondale, formando estese praterie sommerse e ondeggiando nelle colonna d’acqua grazie all’elasticità dei tessuti che compongono il fusto, fra le più note vi sono Potamogeton e Helodea canadensis.
Altre, invece, galleggiano sulla superficie dell’acqua e presentano foglie a lamina espansa: le più conosciute sono sicuramente la ninfea bianca (Nymphaea alba) e il nannufaro (Nuphar lutea) che in primavera ornano l’intero corso di alcuni canali a lento scorrimento.
Il canneto è costituito quasi interamente da Phragmites australis, meglio conosciuta come ‘cannuccia di palude’: forma dei popolamenti molto fitti, in particolare lungo le sponde meridionali del Lago e spesso la si trova accompagnata da Typha latifolia, Typha angustifolia, Rorippa amphibia e Myosotis scorpioides. L’importanza del canneto è dovuta principalmente al ruolo di rifugio e habitat idoneo all’avifauna selvatica durante il periodo riproduttivo, oltre all’azione di progressivo interramento del corpo idrico in seguito all’avanzamento della copertura vegetazionale. Le specie floristiche più comuni che si possono trovare lungo i canali e i fossi sono Filipendula ulmaria, Stachys palustris, Calystegia sepium, Juncus effusus, Iris pseudacorus e Alisma plantago-aquatica.

E’ il regno della bella ninfea bianca che vive spesso associata a altre specie lungo l’area del canale di Borgofrancone. sono accompagnate anche dall’erba-vescica, singolare specie carnivora natante dotata di miriadi di vescicolette che catturano e digeriscono minuscoli animali acquatici.

Procedendo dalle zone a canneto verso l’interno si rinvengono praterie igrofile principalmente costituite da specie del genere Carex, che assumono una diversa densità e conformazione in relazione alla durata e alla frequenza dei periodi di immersione; dai cespi rigogliosi e isolati fra loro costituiti da Carex elata, tipica delle aree in cui il ristagno idrico è molto frequente e abbondante, si passa ai prati meno lungamente sommersi, più omogenei e compatti, caratterizzati da Carex vesicaria, Carex acutiformis, Carex hirta e Carex distans.
I cariceti sono spesso ricchi di altre specie tendenzialmente igrofile, quali Caltha palustris, Galium palustre, Eleocharis palustris e Lysimachia vulgaris,mentre alcune fra le specie che si rinvengono nei prati più interni, talvolta tenuti a sfalcio sono Molinia coerulea, Ranunculus acris, Poa palustris, Agrostis stolonifera, Lychnis flos-cuculi ed Equisetum palustre.

L’agricoltura, nel corso dei secoli, ha modificato profondamente la copertura arborea ed erbacea del Pian di Spagna e attualmente le tipologie di coltivi sono essenzialmente il mais, il prato stabile, la patata, l’erba medica e gli estesi pascoli per bovini ed equini.

I boschi di limitata estensione, sono costituiti da specie arboree igrofile com e Salix purpurea, Salix eleagnos, Salix alba, Alnus incana, Alnus glutinosa, Fraxinus excelsior e da specie arbustive fruttifere come Frangula alnus, Viburnum opulus, Sambucus nigra, Prunus spinosa, Euonymus europaeus, Cornus sanguinea e Rubus caesius, importanti per il sostentamento dei Passeriformi durante l’autunno. La farnia (Quercus robur), tipica quercia di pianura, trova un’espressione limitata rispetto all’espansione potenziale di queste latitudini ed è relegata, con individui per lo più isolati o piccoli boschi  sui suoli asciutti e profondi.
Negli ultimi anni è stato possibile confermare la presenza di Ophioglossum vulgatum, Ranunculus reptans, Cardamine pratensis, Littorella uniflora, Valeriana dioica, per segnalarne sono qualcuna.

Tra le piante acquatiche, più che la ninfea, pianta sicuramente a rischio, ma robusta, si segnala soprattutto la Utricularia vulgaris.


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lunedì 16 marzo 2015

L' OASI DEL BOSCO DI MONTOFANO

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L'Oasi del Bosco di Montorfano è un'oasi WWF di 4 ettari che si sviluppa lungo l'alveo del fiume nel territorio del comune di Montorfano. L'oasi è composta di alberi scelti tra le specie autoctone e messi a dimora in un'area prima degradata.

A partire dal 1990 sono iniziati i lavori di rinaturazione dell'area, con la messa a dimora di piante tipiche della Pianura Padana, quali ontano nero (Alnus glutinosa), salice bianco (Salix alba), sanguinello (Cornus sanguinea), biancospino (Crataegus monogyna). All'interno dell'oasi sono stati creati tre stagni che ospitano una ricca vegetazione costituita da tifa (Typha latifolia), menta acquatica (Menta aquatica), iris giallo (Iris pseudacorus) non ti scordar di me palustre (Myosotis pasustris), nannufero (Nuphar lutea), ninfea (Nymphaea alba).

Molti sono gli animali che popolano l'oasi. Nelle zone umide trovano rifugio rane e rospi, oltre ad un elevato numero di macroinvertebrati quali, scorpione d'acqua (Nepa cinerea), ditisco (Dytiscus marginalis), larve di libellula che, una volta raggiunto lo stadio adulto, rallegrano con i loro vivaci colori l'area protetta. Fra gli insetti è da segnalare l'avvistamento dell'ormai rara farfalla licena delle paludi (Lycaena dispar), che è possibile osservare sulle fioriture della salcerella (Lytrum salicaria). Non mancano gli uccelli, che utilizzano l'area come luogo di alimentazione e di nidificazione. In particolare, si segnalano l'airone cenerino (Ardea cinerea), il merlo (Turdus merula), l'usignolo (Luscinia megarhynchos), l'usignolo di fiume (Cettia cetti), il fringuello (Fringilla coelebs), la gallinella d'acqua (Gallinula chloropus), il germano reale (Anas platyrhynchos) e il picchio rosso maggiore (Dendrocopos major) che, con il forte becco, pratica fori negli alberi morti alla ricerca di cibo. Fra i mammiferi, oltre al riccio, (Erinaceus europaeus) e alla talpa (Talpa europaea) è presente anche il ghiro (Myoxus glis).

Il Bosco di Montorfano, che rientra nel territorio del Parco Agricolo Sud Milano, costituisce il punto di partenza del Sentiero dei Giganti, un percorso ciclo-pedonale che si snoda fra Melegnano e San Giuliano Milanese, toccando cascine, rocche e aree naturali.


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