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giovedì 16 luglio 2015

SCHILPARIO



Schilpario è un comune della provincia di Bergamo, situato in cima alla Valle di Scalve, fa parte della Comunità Montana di Scalve.

Inserito in un contesto naturalistico di grande livello, il paese sta sempre più sfruttando questa sua posizione per trarne i benefici dati dal turismo. Il tutto senza snaturare le peculiarità ambientali che hanno caratterizzato la sua esistenza. In tal senso si sta addirittura cercando di rivalutare la storia, ed offrirla ai visitatori.

La magnifica valle dei Campelli, con le sue cime rocciose, permette di godere di panorami mozzafiato, grazie alla fitta rete di sentieri adatti ad ogni tipo di escursionista, che conducono sulle vette dei monti; la superba abetaia, all’interno della quale  si estendono i dieci chilometri della Pista di fondo degli Abeti, che da sempre ospita di alto livello agonistico e grazie all’ottima posizione garantisce un buon innevamento da Dicembre ad Aprile; la valle di Epolo, con il suo Pizzo Camino e la Corna Busa oltre che offrire la possibilità di fare delle belle escursioni estive, nei mesi invernali si trasforma in una pista di discesa.

L’origine del borgo, intesa come insediamento stabile, risale al periodo della dominazione romana, quando venivano utilizzate le grandi risorse minerarie di ferro e zinco presenti nella zona.

Tuttavia pare che nella zona fossero già presenti piccole tribù di Galli Cenomani, come testimonia un masso, sito in località Pià Sèrsegn, che si pensa fosse utilizzato dai druidi per i riti magici. Non è però dato sapere se vi fossero insediamenti stabili o se la zona venisse utilizzata solo occasionalmente per tali riti.

I secoli successivi videro il borgo passare sotto il controllo del Sacro Romano Impero guidato da Carlo Magno, che donò l’intera zona ai monaci di Tours. Questi successivamente la permutarono in favore del Vescovo di Bergamo, il quale diede investitura feudale ai Capitani di Scalve.

Questi ultimi furono di fatto esautorati dalla costituzione dell’Universitas di Scalve, una piccola istituzione feudale molto simile ad una repubblica, che garantiva grandi privilegi agli abitanti ed un’autonomia al limite dell’indipendenza. Questa garantiva l’esenzione del servizio militare, libertà di caccia e pesca, nonché sgravi fiscali e la possibilità di sfruttamento delle miniere presenti in zona.

Con il passaggio alla Repubblica di Venezia, avvenuto nel XV secolo, Schilpario mantenne i privilegi conquistati precedentemente, ma venne aggregato nella Comunità grande di Scalve.

Soltanto nel 1797, con la fine della Serenissima e l’avvento della Repubblica Cisalpina, acquisì la propria autonomia comunale.

Barzesto e Pradella con la circoscrizione territoriale corrispondente alle rispettive parrocchie, le due comunità sono registrate distintamente solo nel Prospetto di divisione del territorio bergamasco del 1797. Nel marzo 1798 vengono aggregate a Vilmaggiore e con la compartimentazione territoriale del 1805 vengono accorpate a Schilpario.

L’economia di Schilpario, fin dai tempi antichi si è basata su due attività: l’estrazione mineraria e lo sfruttamento della terra e del bestiame. Le caratteristiche di questi due ambiti lavorativi sono custodite all’interno del Museo della miniera e del Museo Etnografico, quest’ultimo ricavato nell’edificio del vecchio mulino, che conserva sul fiume , la ruota della macina, ancora funzionante.

La Val di Scalve fu in passato uno dei principali poli minerari per l’estrazione di siderite (carbonato di ferro); l’attività estrattiva si sviluppò per molti secoli segnando la storia, la cultura e l’economia della valle.
La vena del minerale era individuata negli affioramenti che erano posti a oltre 2000 metri di quota, si scavava scendendo nel cuore della montagna attraverso stretti accessi chiamati “bocche”. Da lì i “purtì”, ragazzi dagli 11 ai 15 anni, scendevano sino all’interno della miniera, dove il minerale, scavato e scelto, veniva caricato dentro le caratteristiche gerle.
L’attività di fusione del minerale, prodotta con carbone di legna, avveniva nei forni fusori; questa lavorazione, iniziata molti secoli addietro, si perfezionò nel tempo e durò sino al 1953. negli anni seguenti, l’attività mineraria fu di sola estrazione e nel 1972 anche questa cessò definitivamente, segnando la fine di un’epoca e di una tradizione economico mineraria.

La cooperativa Ski Mine, con lo scopo di trasmettere la memoria di ciò che è stato del passato, ha realizzato un percorso museale all’interno della miniera Berbera, la cui galleria è posta a 1374 metri di quota.
Questo primo percorso, inserito nell’ambito del Parco Minerario A. Bonicelli, è attrezzato con illuminazione elettrica, oggetti e utensili usati nella miniera, ferrovia originale con vagonetti e documentazione fotografica d’epoca.

Il Centro Minerario, ubicato in località Fondi a circa 3 Km da Schilpario, nel cuore dell’Abetaia, consente di visitare alcuni tratti dei 60 Km di gallerie che caratterizzano l’esistenza dell’antico centro minerario.
Visitare questi percorsi messi in sicurezza e accompagnati da guide competenti offre la possibilità di verificare direttamente la cruda realtà che riporta alla fatica e al rischio di questo duro lavoro, nel quale si sono cimentate intere generazioni di scalvini.
Le tematiche sviluppate nell’ambito delle visite guidate sono le seguenti: Geologia, valenza della miniera per l’umanità, vicende storiche e umane dell’economia mineraria della Valle di Scalve, metodi di estrazione, elementi e minerali, lavoro minorile, l’illuminazione del lavoro in miniera, l’arricchimento e la fusione dei minerali, il ferro e l’acciaio nella storia, i colori e le peculiarità della miniera.

Le visite guidate si svolgono sia in sotterraneo che in superficie. Esistono attualmente tre percorsi visitabili in sotterraneo parte a mezzo di trenini minerari, parte a piedi: il gruppo di miniere denominate “Stentada-Bèrbera”, “Spiazzo-Gaffione” e il cantiere “Gaffiona” individuata per laboratorio mineralogico. Queste cave sono percorribili sia a piedi che a bordo di trenini minerari. Il percorso esterno è denominato “Sentiero delle miniere”.
L’escursione al Parco Minerario non si esaurisce con la visita ai sotterranei, ma da’ la possibilità di vedere all’opera il lavoro prodotto da un maglio dell’Ottocento. In un edificio recentemente ristrutturato ed adibitto a museo è possibile osservare la collezione di lampade da miniera risalenti all’epoca romana oltre a quelle di più recente utilizzo.
Per i più atletici c’è anche la possibilità di risalire il sentiero delle miniere che da’ l’opportunità di scoprire alcuni importanti reperti archeologici legati alla politica estrattiva.

Il principale scopo del museo etnografico è di conservare il patrimonio storico e culturale della realtà della Valle di Scalve. Nel contempo esso ha la sua ragion d’essere nella volontà di tramandare alle nuove generazioni la memoria storica relativa agli usi e costumi degli abitanti dello stesso luogo. L’attenzione è quella di non sganciare i reperti  dall’ambiente di riferimento ma di mantenere con questo uno stretto legame, di lanciare ponti e collegamenti tra il museo e le altre realtà presenti sul territorio atte alla trasmissione di ciò che è stato. Lo stesso è stato allestito nel 1986 ma già negli anni ’70 era stata espressa la volontà da parte del Comune di rilevarne la struttura per poi realizzarlo. Le attrezzature, i documenti e gli oggetti custoditi al suo interno sono stati raccolti da volontari e riguardano attività lavorative antecedenti gli anni ’50 e ’60.

Vi sono poi riferimenti all’emigrazione, fenomeno particolarmente acuto in Valle negli anni che  vanno dal 1890 al 1920, e reperti relativi alla vita quotidiana e familiare.

Importante è sottolineare la presenza di un telaio con cui un tempo si tesseva la tela, di un mulino con cui si produceva la farina, di una macina e di un torchio per la produzione dell’olio di lino, utilizzato come combustibile nelle lampade, come alimento e come medicinale.

Sul fianco sud-ovest della parrocchiale di Schilpario è presente la chiesa di S. Rocco, mai consacrata, che ospita il Museo di arte sacra, voluto in tempi recenti da Don Stefano Ravasio. I due ambienti, un tempo, erano in comunicazione e, solo successivamente, la porta che li collegava venne murata, con il restauro voluto da don Antonio Zucchelli di Ardesio nel 1981, affidato al Gervasoni di Zogno.
All’interno si conserva una pregevole statua in legno collocata in una nicchia, opera della bottega Fantoni di Rovetta.  All’esterno vi è una lapide con un’iscrizione dedicata a Simon Pietro Grassi, grande sacerdote di Schilpario, vescovo di Tortona, sepolto a Verdello che è stata collocata lì sempre con il restauro degli anni ’80.

L’allestimento raggruppa numerosi oggetti risalenti agli ultimi quattro secoli e in massima parte ancora utilizzati nella liturgia odierna e permette di cogliere la continuità con i nostri avi grazie al cambiamento delle usanze liturgiche, consentendo al visitatore di cogliere il cammino percorso dalla Chiesa.

Innanzitutto notiamo gli ex-voto (quadretti fatti realizzare come ringraziamento per una grazia ricevuta), poi il catafalco, i paramenti, dei calici e i primi lavori di Tomaso Pizio rappresentanti dei chierichetti.

Tra gli oggetti custoditi, molto importanti, soprattutto dal punto di vista affettivo, sono quelli appartenuti ad alcuni grandi teologi nativi di Schilpario. Il più illustre è il Cardinal Angelo Maj, lo "scopritor famoso", sommo paleografo al quale è stata dedicata una poesia da Giacomo Leopardi ed il cui nome è legato alla piazza centrale del paese.

Il museo dei minerali e dei fossili ha sede presso l’hotel San Marco nella frazione di Pradella a 2 km da Schilpario ed è il frutto della passione del ricercatore. In Questo interessante percorso espositivo, allestito in un unico grande locale, il visitatore ha la possibilità di vedere in ordinate bacheche tutti i minerali e fossili esistenti in Valle e di Ripercorrere la vita della vallata e della montagna nel corso della loro formazione.
La Collezione Pizio non offre solo campioni pregiati trovati in Val di Scalve, ma anche in altre realtà minerarie come la Svizzera, La Valle d’Aosta, la zona del Monte Bianco, L’Isola d’Elba e la Sardegna, e consente di ammirare minerali provenienti da tutto il mondo, acquisitia anche grazie ad un intenso lavoro di scambio effettuato con altri ricercatori.

Particolarmente interessanti per rarità e bellezza sono i cristalli di aragonite di Schilpario, la fluorite di Zogno, la malachite, l’azzurrite, e la cuprite con rame nativo dei Campellie suggestivo è il modo con il quale l’espositore è riuscito a valorizzare, grazie ad effetti ottici, la bellezza di aluni minerali fluorescenti. Tra i fossili raccolti soprattutto in Presolana e nella zona di Schilpario arricchisce la mostra la presenza di un nautiloide, unico del suo genere, di 240 milioni di anni fa.

La parrocchiale di Schilpario dedicata a Sant'Antonio da Padova sorge nello stesso luogo in cui fu costruita, nel 1338, la prima chiesa parrocchiale di Schilpario, anch’essa dedicata a S. Antonio da Padova. L’imponente chiese attuale è il risultato delle varie opere realizzate tra il 1664 e il 1682.
La facciata, rivolta ad ovest, con timpano sopraelevato, è abbellita da una finestra trifora e da un portale in marmo occhialino.
La costruzione del campanile iniziò nel 1664, data incisa sull’architrave della piccola porta d’ingresso al campanile sulla cui sommità, a circa 42 metri di altezza, è stata collocata la statua di S. Antonio da Padova.

All’interno sei cappelle laterali sono impreziosite da dipinti dei pittori clusonesi Carpinoni, Cifrondi e Querela.
L’altare maggiore ha intarsi marmorei raffinati e sculture di scuola fantoniana. Nella navata maggiore è collocato il monumento al celebre cittadino schilapariese Cardinale Angelo May, opera del Benzoni.

Schilpario nel tempo ha dato alla luce diversi personaggi illustri. La conformazione paesaggistica è stata la palestra naturale dei diversi sciatori che hanno portato in alto il nome del paese, ma un ricordo speciale va a Mons. Andrea Spada, famoso e storico direttore dell’Eco di Bergamo, e al Cardinal Angelo Maj, cantato da Giacomo Leopardi e al quale sono stati intitolati edifici e vie.

Famoso per gli sport invernali, primo fra tutti, lo sci nordico, Schilpario offre agli appassionati del fondo il complesso della Pista degli Abeti, una serie di tracciati nel cuore della pineta e che in estate si trasforma in una deliziosa passeggiata attrezzata con un percorso vita.

La pista di sci di fondo si snoda lungo la pineta appena fuori dal paese; l'anello totale di 10 Km è ricco di ponticelli in legno che attraversano il fiume Dezzo e presenta caratteristiche che non temono confronti con altre piste sia per l'aspetto competitivo-agonistico sia per coloro che affronteranno in modo turistico questa emozionante disciplina sportiva.

Nei boschi adiacenti il Comune di Schilpario, si snoda un percorso di ben 34 km con un dislivello di circa 1250 m che potrà essere percorsa da tutti gli appassionati di Mountain Bike.

Questo percorso ricalca per intero il tracciato della ormai nota gara di “Ruote Grasse”  che si svolge a Settembre ormai da alcuni anni.

Un’escursione di grande effetto è quella che vi porterà alla “Corna Busa".

Un agglomerato granitico scavato dalle intemperie e dalla forza della natura situato in cima a un dosso dal quale si può godere di una vista mozzafiato il massiccio del Pizzo Camino e la catena dei Campelli, una parte della Valle di Scalve e  la parte montuosa che guarda nella Valle di Lozio.

Si può giungere alla Corna Busa tramite il sentiero che attraversa la Malga di Epolo, oppure attraverso la strada che porta alla malga di Val di Voglia.

Nella foresta che circonda Schilpario si possono scoprire meraviglie naturalistiche. Una di queste è la Cascata del Vò, a pochi passi dall’abitato. Un tuffo di 25 metri del torrente Vò che si butta nel fiume Dezzo.

Si parte dalla località Vò e si sale lungo il sentiero che porta alla malga di Venano, dopo circa 20 minuti di cammino si giunge alla bellissima cascata.

Se si vuole fare un percorso alternativo, si può partire dalla mulattiera che sale dalla frazione di Ronco, si passa attraverso una radura nella quale è posizionato l’antico altare druidico, e si giunge anche da qui alla cascata.



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venerdì 1 maggio 2015

LE SABBIE D' ORO DI BREBBIA

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La "Sabbie d'Oro" è una bella spiaggia sul Lago Maggiore ricca di canneti che ospitano specie arboree rare come l'ontano nero e diverse specie di anfibi, come il tritone crestato.

Le Sabbie d’Oro sono collocate sulla sponda lombarda del Lago Maggiore tra la foce del Fiume Bardello e quella del Torrente Acquanegra, in località Bozza (Comune di Brebbia). Il confine orientale corrisponde alla SP 69, quello occidentale coincide con le sponde del Lago Maggiore, mentre a ridosso dei confini settentrionale e meridionale sono presenti alcune abitazioni. Il territorio di questo SIC coincide con quello di una delle quattro porzioni che costituiscono la ZPS “Canneti del Lago Maggiore”. Sito di notevole rilevanza naturalistica per la presenza di habitat strettamente collegati tra di loro e appartenenti alla stessa serie evolutiva. Si osservano, infatti, vegetazioni palustri comprendenti canneti, boscaglie dense a Salix cinerea e boschi igrofili a dominanza di Populus alba, Salix alba e Alnus glutinosa. Il canneto presente è uno dei pochi rimasti nel Lago Maggiore. Il sito ospita una ricca e significativa componente avifaunistica. Tutta l’area è compressa dell’avanzata degli insediamenti antropici ed è esposta a rischio di colmature. L’impatto principale sul sito è quello legato alla fruizione turistico-ricreativa e all’espansione delle zone residenziali limitrofe. L’area è caratterizzata da una successione vegetazionale igrofila che si instaura a partire dalle sponde del lago e in funzione delle diverse condizioni di disponibilità di acqua. In prossimità delle sponde lacustri, si può osservare la presenza del lamineto e del fragmiteto a dominanza di Phragmites australis, seguiti da formazioni igrofile a Salix cinerea e quindi da boschi igrofili a dominanza di Alnus glutinosa.  Le formazioni forestali risultano concentrate soprattutto nella porzione nordorientale del luogo. Il cariceto è altresì ben rappresentato.




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giovedì 2 aprile 2015

IL PARCO ALTO GARDA BRESCIANO

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Il Parco regionale dell'Alto Garda Bresciano è un parco naturale istituito con legge Regionale nel 1989.

Il suo territorio si estende dalle sponde del Lago di Garda sino al lungo crinale montuoso che a Nord coincide con il confine fra Lombardia e Provincia di Trento (Valle di Ledro) e ad est con la Valle Sabbia, comprendendo nove comuni per un totale di circa 27.000 abitanti. La popolazione all'interno del parco non è omogenea; infatti, più della metà della popolazione vive nei comuni di Salò (la "capitale" del parco) e di Toscolano Maderno, i paesi più abitati. Al suo interno, nella valle principale, il Parco accoglie il Lago di Valvestino, invaso artificiale degli anni sessanta, sede di pesca sportiva. Il punto più alto del parco è il Monte Caplone che raggiunge i 1.976 metri s.l.m.

La riserva naturale dell'ex Lago di Bondo è compresa nel parco. Nel parco si svolgono attività agricole e zootecniche, con la presenza di un caseificio. Caratteristici sono i fienili di Cima Rest (1.200 m) nel comune di Magasa, con i tetti in paglia assai appuntiti (secondo alcuni di derivazione longobarda, secondo altri austro-ungarica), e la strada militare scavata lungo le creste di confine durante la prima guerra mondiale.

Il Parco Alto Garda Bresciano, con le rocce strapiombanti nel lago, gli ampi terrazzati, i sentieri e le strade panoramiche che si srotolano fra le valli, le montagne, i boschi ed i paesi dell'entroterra e della riviera è tra gli ambienti più incantevoli che la natura ha voluto regalarci. E' un dono di cui bisogna essere consapevoli, da preservare, da curare, ma anche da apprezzare meglio, scoprendo più nei dettagli l'infinità di risorse ambientali che ci offre.

Per millenni l'albero, il bosco, la vegetazione in generale, ha accompagnato l'uomo: per produrre il fuoco con cui scaldarsi, con cui cucinare e con cui fondere i metalli è necessaria la legna; con il legno si costruiscono dighe, città, mezzi di trasporto, utensili, mobili; la vegetazione distrutta regala all'agricoltore il suolo fertile per le sue colture; l'albero, i vegetali, producono l'ossigeno a noi necessario utilizzando l'anidride carbonica, tossica per noi; la vegetazione consolida il suolo, lo protegge dal ruscellamento erosivo delle acque e dall'azione di asportazione del vento, offre riparo agli animali.

Metà del territorio è coperto da boschi di querce, faggi, carpini, pini silvestri, abeti rossi e da mugheti. Gli habitat variano da quello alpino a quello sub-mediterraneo in prossimità del lago. In sintesi è possibile così tratteggiare la fisionomia vegetazionale: variante sub-mediterranea dell'Oleo-lentiscetum, Leccetum, Orno-ostryetum e Querco-carpinetum, Fagetum, Peccetum - Laricetum, Mugo-ericetum, Caricetum variae. Notevoli gli endemismi d'altura, dovuti all'isolamento delle cime durante la glaciazione würmiana. Fra tutti la Saxifraga tombeanensis, che prende il nome dal Monte Tombea, seconda cima del Parco (1.950 m). Discreta presenza di fossili. Nel Parco sono compresi 11.000 ha di foresta demaniale regionale (la maggiore estensione in Lombardia).

La flora è molto legata alla fauna: dal tipo di vegetazione dipende la presenza di una certa specie animale; ad esempio, dalla rocca del Garda fino a Desenzano è possibile distinguere una zona di canneto dove le canne emergono tra giunchi e carici costituendo la dimora ideale di insetti, molluschi acquatici ed alcuni tipi di pesci.

All'interno del parco ci sono circa 250 specie animali tra cui spicca il capriolo, il cervo, il camoscio, il muflone, il cinghiale e lo stambecco, quest'ultimo reintrodotto nel 1979. Numerosissimi anche gli uccelli tra cui vi è l'aquila reale. Fino al 1975 vi era anche la lontra.


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domenica 22 marzo 2015

L' OASI NATURALE DEL PIAN DI SPAGNA

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La Riserva naturale Pian di Spagna e Lago di Mezzola è un'area naturale protetta della Lombardia che comprende il lago di Mezzola e la zona tra questo ed il lago di Como detta Pian di Spagna.

La zona è un'area umida molto frequentata dalla fauna migratoria comprendente porzioni di territorio dei comuni di Sorico e Gera Lario nella provincia di Como, Verceia, Novate Mezzola e Dubino nella provincia di Sondrio. La sede ufficiale della Riserva si trova in Via La Torre a Sorico in un moderno e polifunzionale edificio.

Il Piano di Spagna è una pianura alluvionale, formatasi per l'apporto di materiale detrìtico da parte del fiume Adda. Migliaia di anni fa il Lago di Como era quindi tutt'uno con il Lago di Mezzola. Il toponimo di Samolaco ("Summus Lacus") lo sta ancora oggi a testimoniare. Abitato fin in epoca romana, come confermato dai ritrovamenti archeologici nella zona di Sant'Agata (dove un tempo sorgeva la romana Aneunia), il Piano di Spagna deve il suo nome al dominio spagnolo (sec. XVI-XVIII). Per la sua posizione strategica, questa pianura ospitò, a partire dal Medioevo, diverse fortificazioni, che vennero poi ampliate dagli spagnoli. Da qui infatti passava il confine tra i Grigioni, che controllavano la Valtellina, e il Ducato di Milano, allora sotto la corona di Spagna. Per questo motivo, il conte di Fuentes, governatore di Milano, decise di costruirvi un forte. Situato sulla collina settentrionale di Montecchio, il Forte di Fuentes fu in collegamento con altre postazioni difensive, come la Torre di Sorico, il Forte d'Adda (oggi stalla e quindi detto lo "Stallone"), la Torre di Curcio e quella di Fontanedo. Il Forte resistette ad attacchi di diversi eserciti e fu smantellato solo nel 1796, da parte di Napoleone Bonaparte per accondiscendere alle richieste dei vicini Grigioni. Nel 1916, durante la prima guerra mondiale, il Forte, fu inserito nell'ambito della Frontiera Nord, il sistema difensivo italiano verso la Svizzera, e per questo vide la realizzazione di una strada militare e di due appostamenti d'artiglieria blindati destinati a tirare sulle provenienze di Valtellina e Val Chiavenna, per compensare il disarmo del vicino Forte Montecchio Nord, avvenuto nel 1915. Oltre ai manufatti della Frontiera Nord oggi, del Forte di Fuentes, rimangono imponenti resti degli edifici e delle mura perimetrali, oggetto di recupero da parte degli operatori del Museo della Guerra Bianca che dal 2012 ne ha assunto la gestione in accordo con la Provincia di Lecco.

La Riserva Naturale si estende su un territorio da sempre conteso fra terra ferma e acqua; la peculiarità della sua posizione geografica, rende l’area ricca di interessanti spunti di osservazione, sia dal punto di vista naturalistico, sia da quello storico-culturale. Alla confluenza di due vallate, la Val Chiavenna a percorrenza nord-sud e la Valtellina, a percorrenza est-ovest, si è formata un’area pianeggiante di origine alluvionale, i cui confini sono delimitati dal Lago di Como, nella sua parte più settentrionale e dal Lago di Mezzola; i monti circostanti, che si raccordano con il piano, fanno da pittoresca cornice a questo lembo di pianura.

Gli interventi di recupero e bonifica di gran parte del territorio vennero effettuati dagli Austriaci nel corso del XIX ed ebbero come risultato la rettificazione dell’ultimo tratto del corso dell’Adda e lo scavo del canale Borgofrancone, le cui acque provengono dalle pendici del Monte Legnone. Gli interventi antropici volti a modificare il territorio, sono stati affiancati dai cambiamenti dovuti ai processi naturali di interramento del Lago di Mezzola, che non hanno mai avuto sosta, grazie anche al proliferare della tipica vegetazione di canneto.

La Riserva è popolata da numerosissimi invertebrati.Il regno di farfalle dalle tinte sgargianti come la Podalirio, scattanti e variopinte libellule, vespe, calabroni e una miriade di insetti acquatici. Sotto il livello dell’acqua, al riparo delle grandi foglie di ninfee e nannufari che compongono il lamineto, le larve degli insetti intrecciano furibonde lotte per la sopravvivenza.

Sulla superficie del lago e degli stagni pattinano agilmente gli Emitteri Gerridi, sotto la superficie dell’acqua, con altrettanta agilità si muovono le Notonette, i Ditischi e l’Idrometra. Per sfuggire ai voraci predatori del mondo sommerso, molti invertebrati adulti o allo stadio larvale sfruttano la vegetazione acquatica per nascondersi; altri invece, i Tricotteri (conosciuti come ‘portasassi’ o ‘portalegna’), si costruiscono, allo stadio di larva, un fodero di forma pressoché cilindrica, assemblando pezzettini di legna, conchiglie e sassi dell’ambiente circostante: una volta nascosti lì dentro, sono totalmente invisibili alle potenziali prede che, ignare, passano davanti all’apertura del fodero del Tricottero e ne subiscono l’agguato. Sulle rive sabbiose invece si rinvengono spesso le conchiglie spiaggiate di Molluschi bivalvi. Sotto i sassi o nel fango di alcune rogge e dei canali che confluiscono nel Pozzo di Riva si nasconde invece un ospite ormai raro ovunque: il gambero di fiume, crostaceo molto sensibile all’inquinamento la cui presenza è pertanto indice di buona qualità delle acque.

Sono in numero significativo anche le presenze ittiche, che nella riserva hanno trovato il loro habitat e rispecchiano sostanzialmente le presenze censite tipiche dei Laghi Prealpini: la trota fario, la trota iridea, l’agone, il lavarello, l’alborella, la carpa, il cavedano, il vairone, il pigo, il trotto, la scardola, la tinca, la bottatrice, l’anguilla, il luccio, il persico; molti di questi rientrano nel ricettario tipico della cucina del lago. La diversa profondità delle acque determina una differente distribuzione delle specie ittiche. In presenza di acque profonde, come quelle della porzione occidentale del Lago di Mezzola, si trova l’alborella, il lavarello, l’agone, il cavedano, la trota fario e lacustre. la parte orientale del bacino, caratterizzata da acque più basse, ricche di vegetazione , offre maggiori disponibilità di cibo a specie erbivore quali la scardola e la savetta. Ma anche alla bottatrice e al pigo che si nutrono rispettivamente di crostacei e di molluschi. Le acque a corso lento, con fondo fangoso e abbondante presenza di vegetazione, come quelle dei fossi, costituiscono l’habitat ideale della carpa e della tinca.

Vanno segnalati la Rana verde minore, la Raganella, il Tritone punteggiato e il Tritone crestato e il Rospo comune che in primavera compie lunghi e rischiosi spostamenti (sulle strade muoiono ogni anno centinaia di individui) per raggiungere i siti riproduttivi costituiti da pozze o piccoli corsi d’acqua. qui la femmina, le cui dimensioni sono notevolmente superiori a quelle del maschio, depone fino a 5 mila piccole uova, racchiuse in un lungo cordone trasparente, che viene ancorato alla vegetazione acquatica. Poco legata all’ambiente acquatico è anche la raganella, una minuscola rana dal colore verde brillante come quello delle foglie primaverili, che trascorre gran parte della sua esistenza perfettamente mimetizzata sui rami degli alberi, allontanandosi alla ricerca di piccole pozze solo per la breve parentesi riproduttiva. Posti alle estremità delle dita, la raganella è dotata di dischi adesivi che le consentono di arrampicarsi e saltare da un ramo all’altro con estrema facilità e le permettono quindi un particolare adattamento alla vita arboricola. Gli anfibi costituiscono un gruppo molto importante per la conservazione dell’ecosistema della riserva. Avendo fasi vitali che interessano sia gli ambienti umidi sia quelli terrestri, sono importanti indicatori ambientali dello stato di salute di habitat complessi dove costituiscono degli interessanti elementi di diversificazione e di biodiversità. Inoltre grazie al loro ruolo nella catena alimentare possono svolgere un importante azione di controllo nei confronti di vari insetti antropodi anche nocivi, oltre ad essere un’ottima fonte di cibo per varie specie di uccelli.
La Riserva è l’habitat naturale anche per la specie dei rettili. In particolare la Natrice tassellata e la Natrice dal collare, comunemente chiamata biscia d’acqua che preda essenzialmente anfibi. amanti degli ambienti secchi sono invece la Lucertola muraiola, il Ramarro,  il Biacco, che può raggiungere eccezionalmente i due metri di lunghezza. Presente anche la specie dell’’Orbettino.

Si possono osservare generalmente varie specie di Anatre tuffatrici (Moretta, Moriglione, Moretta Tabaccata, Quattrocchi) oppure Anatre di superficie (Germano reale, Alzavola, Marzaiola, Fischione), Cigni, Rallidi (Folaga), qualche rara anatra di mare (Orco Marino), Svassi, Strolaghe, Cormorani, Smerghi, Gabbiani e Mignattini; sui fiumi è facile osservare Anatre di superficie e tuffatrici, Cigni, Folaghe, Svassi, Cormorani, Gabbiani e Mignattini.

Sono comuni il Merlo acquaiolo, il Martin Pescatore e la Ballerina gialla; mentre lungo i canali colatori si possono osservare Anatre di Superfice, Rallidi  (Folaga, Gallinella d’ acqua, Voltolino, Porciglione, Schiribilla) e qualche Limicolo come il Piro Piro piccolo, Piro Piro culbianco, Piro Piro boschereccio, Beccaccino, Aironi, Tarabuso, Ballerina bianca, Ballerina gialla, Svasso maggiore e Tuffetto); nei canaletti si trovano Airone Cenerino, Beccaccino e Ballerine.
Le spiagge sono frequentate da Limicoli,  Charadridae  (Beccaccini, Corrieri, Pivieri) e Scolopacidae (Chiurli, Pittime, Pavoncelle, Piro Piro), Gabbiani e Cormorani.
I canneti sono l’habitat idoneo per Rallidi,  Tarabusi, qualche rapace, Migliarini, Cinciarelle, Storni, Pendolini, Rondini, Topini e Anatre di superficie.
Filari e siepi offrono cibo ad Averle, Tordi, Fringuelli, Cornacchie, Cince, Picchi e Capinere.
Si può confermare la nidificazione certa di almeno una coppia di Airone rosso, Re di Quaglie, Salciaiola, Bigia Padovana, Rigogolo, Upupa, Gufo comune, Cutrettola, Tarabusino e Voltolino.
Più facili da avvistare sono i rapaci magari quando volteggiano con ampie volute sfruttando abilmente le correnti ascensionali, come nel caso della poiana o del nibbio bruno, che raggiunge la Riserva in estate proveniente dai quartieri di svernamento africani. Si posono scorgere anche coppie di falchi, il comune gheppio e il falco cuculo. Sulle pareti rocciose che delimitano al sponda occidentale del Lago di Mezzola nidifica il falco pellegrino. Si ripetono poi i voli di caccia maestosi del falco pescatore e del falco di palude oltre che dell’albanella reale. Le pareti montuose che circondano la Riserva ospitano alcuni rapaci, quali: Nibbio bruno, Barbagianni, Gufo reale, Allocco, Astore e Poiana.

Troviamo il Tasso, la Faina, la Lepre, la Volpe, il più grande tra i predatori che si riproduce in tane scavate sui dossi sabbiosi al riparo da eventuali allagamenti. Presenti in Riserva anche numerosissimi micromammiferi, che vivono celati nell’erba o nella fitta rete di tane sotterranee. Fra tutti vi è il comune topo selvatico, ma anche l’arvicola terrestre, il toporagno comune. I Cervi e più raramente i Caprioli, scesi dalle pendici montuose circostanti occupano ormai da anni il Pian di Spagna e si muovono al suo interno in piccoli branchi. Piuttosto facile da individuare è la presenza della talpa per la sua abitudine di scavare complesse reti di gallerie sotterranee spingendo la terra in superficie a formare caratteristici cumuli. Infine, la Lontra, mustelide strettamente legato agli ambienti acquatici: presente fino a qualche decennio fa, ora è totalmente scomparsa.

Alcune delle specie floristiche caratteristiche delle acque libere vivono ancorate al fondale, formando estese praterie sommerse e ondeggiando nelle colonna d’acqua grazie all’elasticità dei tessuti che compongono il fusto, fra le più note vi sono Potamogeton e Helodea canadensis.
Altre, invece, galleggiano sulla superficie dell’acqua e presentano foglie a lamina espansa: le più conosciute sono sicuramente la ninfea bianca (Nymphaea alba) e il nannufaro (Nuphar lutea) che in primavera ornano l’intero corso di alcuni canali a lento scorrimento.
Il canneto è costituito quasi interamente da Phragmites australis, meglio conosciuta come ‘cannuccia di palude’: forma dei popolamenti molto fitti, in particolare lungo le sponde meridionali del Lago e spesso la si trova accompagnata da Typha latifolia, Typha angustifolia, Rorippa amphibia e Myosotis scorpioides. L’importanza del canneto è dovuta principalmente al ruolo di rifugio e habitat idoneo all’avifauna selvatica durante il periodo riproduttivo, oltre all’azione di progressivo interramento del corpo idrico in seguito all’avanzamento della copertura vegetazionale. Le specie floristiche più comuni che si possono trovare lungo i canali e i fossi sono Filipendula ulmaria, Stachys palustris, Calystegia sepium, Juncus effusus, Iris pseudacorus e Alisma plantago-aquatica.

E’ il regno della bella ninfea bianca che vive spesso associata a altre specie lungo l’area del canale di Borgofrancone. sono accompagnate anche dall’erba-vescica, singolare specie carnivora natante dotata di miriadi di vescicolette che catturano e digeriscono minuscoli animali acquatici.

Procedendo dalle zone a canneto verso l’interno si rinvengono praterie igrofile principalmente costituite da specie del genere Carex, che assumono una diversa densità e conformazione in relazione alla durata e alla frequenza dei periodi di immersione; dai cespi rigogliosi e isolati fra loro costituiti da Carex elata, tipica delle aree in cui il ristagno idrico è molto frequente e abbondante, si passa ai prati meno lungamente sommersi, più omogenei e compatti, caratterizzati da Carex vesicaria, Carex acutiformis, Carex hirta e Carex distans.
I cariceti sono spesso ricchi di altre specie tendenzialmente igrofile, quali Caltha palustris, Galium palustre, Eleocharis palustris e Lysimachia vulgaris,mentre alcune fra le specie che si rinvengono nei prati più interni, talvolta tenuti a sfalcio sono Molinia coerulea, Ranunculus acris, Poa palustris, Agrostis stolonifera, Lychnis flos-cuculi ed Equisetum palustre.

L’agricoltura, nel corso dei secoli, ha modificato profondamente la copertura arborea ed erbacea del Pian di Spagna e attualmente le tipologie di coltivi sono essenzialmente il mais, il prato stabile, la patata, l’erba medica e gli estesi pascoli per bovini ed equini.

I boschi di limitata estensione, sono costituiti da specie arboree igrofile com e Salix purpurea, Salix eleagnos, Salix alba, Alnus incana, Alnus glutinosa, Fraxinus excelsior e da specie arbustive fruttifere come Frangula alnus, Viburnum opulus, Sambucus nigra, Prunus spinosa, Euonymus europaeus, Cornus sanguinea e Rubus caesius, importanti per il sostentamento dei Passeriformi durante l’autunno. La farnia (Quercus robur), tipica quercia di pianura, trova un’espressione limitata rispetto all’espansione potenziale di queste latitudini ed è relegata, con individui per lo più isolati o piccoli boschi  sui suoli asciutti e profondi.
Negli ultimi anni è stato possibile confermare la presenza di Ophioglossum vulgatum, Ranunculus reptans, Cardamine pratensis, Littorella uniflora, Valeriana dioica, per segnalarne sono qualcuna.

Tra le piante acquatiche, più che la ninfea, pianta sicuramente a rischio, ma robusta, si segnala soprattutto la Utricularia vulgaris.


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lunedì 16 marzo 2015

IL PARCO REGIONALE DELLA VALLE DEL LAMBRO

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Il parco regionale della Valle del Lambro è un'area naturale protetta della Lombardia istituita nel 1983. È in gestione a un consorzio costituito da 35 comuni delle province di Como, Lecco e Monza e della Brianza.

Il Parco comprende un territorio che si estende da nord a sud per circa 25 km; occupa una superficie di 4.080,93 ettari nella Valle del Lambro ed ha un'altitudine che varia da 167 a 376 m s.l.m. Include numerose aree urbane, ma soprattutto zone boschive che affiorano lungo il Lambro.

A nord del Parco regionale si trovano due laghi compresi per tutta la loro superficie all'interno parco: il lago di Alserio e il lago di Pusiano, nel quale il Lambro, prima si getta col nome di Lambrone, poi esce e continua il suo percorso fino ad incontrare il Po presso Orio Litta.

La parte sud del parco è compresa nel Parco di Monza.

L'avifauna del parco è molto varia, troviamo rapaci quali il gufo, la civetta, i falchi e le poiane, e piccoli uccelli come pettirossi, fringuelli, cardellini.

Sono anche presenti rettili e anfibi: rane, rospi, salamandre, orbettini, ramarri, natrici, biacchi e bisce.

Tra i mammiferi vi sono le volpi, lo scoiattolo, il tasso, le donnole, i ricci, i topi e altri roditori.

L'ambiente del parco è caratterizzato da ambienti floreali differenti tra loro, accomunati dalla forte impronta lasciata dall'uomo nelle sue svariate attività. Rilevanti sono i boschi di Robinia, carpini, farnie, ontani e frassini.


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venerdì 13 marzo 2015

CASTELLO CABAGLIO

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Castello Cabaglio è un comune situato in provincia di Varese.

L'area di Castello Cabiaglio era colonizzata già in epoca romana, come si desume dal ritrovamento, avvenuto nel 1889, di una decina di tombe con struttura a "cassetta di beole", il cui contenuto (vasi fittili, oggetti in vetro, ferro e monete imperiali di bronzo) consentì una loro datazione al I secolo d.C. Tuttavia è verosimile che la valle in cui si trova il paese fosse abitata già dal II millennio a.C.

Il centro abitato si sviluppa quasi parallelamente alla summenzionata strada provinciale che attraversa il paese; il nucleo storico conserva le caratteristiche dei borghi rurali dell'Alto Varesotto: in esso si trovano case in pietra, spesso collegate da androni coperti, strette vie porticate e pavimentazioni selciate.

Il territorio comunale è coperto in prevalenza da boschi, dove predominano alberi di castagno e faggio. Nella parte settentrionale del territorio permangono dei terrazzamenti, storicamente utilizzati per le coltivazioni agricole a ronco e per i vigneti, ma poi progressivamente abbandonati ed invasi dal bosco.

Il nome "Cabiaglio" deriverebbe dalle caratteristiche del paese, che per la sua posizione in epoca medievale era considerato il "castello della valle" adiacente (cioè la Valcuvia). Tale denominazione in latino verrebbe resa come Castrum Vallis. Tale denominazione sarebbe stata via via semplificata nel corso del tempo, diventando Ca' Vallis (o "Viallis"), poi Ca' biallis, poi Cabialij (o "Cabialy"), e infine Cabiaglio.

Fino al 27 novembre 1939 il comune portò semplicemente il nome di Cabiaglio; in quella data, il rettorato comunale deliberò all'unanimità di adottare il toponimo Castel Cabiaglio, ritenendolo più storicamente corretto, in ossequio alla posizione del borgo all'imboccatura della Valcuvia. Sebbene tale nome non si riscontri in quasi nessun documento storico e il borgo sia sempre indicato col solo nome di Cabiaglio, una lapide risalente al XIX secolo, sita su un edificio del centro storico, riporta la seguente epigrafe: Castel Cabiaglio, provincia di Como, Distretto di Cuvio. Ciò comproverebbe che in quel tempo il comune fosse effettivamente conosciuto col toponimo di Castel Cabiaglio. L'ipotesi è rafforzata da un documento manoscritto datato 1821, ove è impresso un sigillo recante la scritta Comune di Castello Cabiaglio.

Al momento dell'insediamento di Pietro Cotta come feudatario della Val Cuvia (1450), egli manifestò la volontà di governare in accordo con le realtà preesistenti sul territorio da lui amministrato, sollecitando alleanze con le famiglie più potenti della valle, con particolare riguardo per quelle composte da notai, avvocati o giurisperiti. A Cabiaglio vi era una famiglia che rispondeva a tali requisiti: i Leoni, ivi residenti dal XIII secolo. Essi divennero pertanto l'emanazione nel borgo del potere feudale di riferimento tra la popolazione ed il feudatario della Valle.

Nell’archivio parrocchiale di Castello Cabiaglio si conserva un documento datato 1700, consistente in un’immagine a stampa nella quale sullo sfondo è raffigurato un borgo (Cabiaglio) in fiamme, mentre il primo piano è rappresentata la figura di Sant'Appiano, patrono del borgo. A lato del santo è raffigurato proprio lo stemma dei Leoni, a certificare il ruolo rilevante della famiglia. L'immagine mostra quindi come i Leoni rappresentino Cabiaglio nell'ambito civile, al pari di Sant'Appiano nella sfera spirituale.

Lo stemma della famiglia Leoni è presente in due varianti, aventi come punto in comune la presenza di un leone. La versione più antica dell'emblema (raffigurata nell'immagine a lato) risale al 1692, come si desume da un documento dell’archivio parrocchiale di Cabiaglio. Lo scudo è troncato in due campi: in quello inferiore sono raffigurati sulla destra un leone rampante, sulla sinistra un edificio imponente (un palazzo o un castello). Al centro del campo superiore è raffigurata l’immagine della Vergine Maria; più sopra, oltre il bordo superiore dello scudo, campeggia una croce. Il tutto è sormontato da un cappello cardinalizio.

La versione laica dello stesso stemma è raffigurata nel summenzionato foglio a stampa; a differenza di quella religiosa, il cantone superiore dello stemma, in luogo della figura della Vergine, mostra un’aquila; la croce sovrastante è sostituita da un sole.

Da queste due versioni trasse origine lo stemma araldico della comunità di Cabiaglio. A metà del XIX secolo, quando Cabiaglio assunse lo status di comune (dapprima con convocato, poi con consiglio comunale), mantenne nel suo emblema le figure del castello e del leone.

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