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venerdì 17 luglio 2015

VILMINORE



Vilminore di Scalve è un comune situato sulla destra orografica del torrente Dezzo, in Valle di Scalve, dista circa 61 chilometri a nord-est dal capoluogo orobico. Con il Palazzo pretorio è da sempre il centro di riferimento della Valle di Scalve.

L’origine del borgo risale al periodo della dominazione romana, quando venivano utilizzate le grandi risorse minerarie di ferro e zinco della zona.

Qui venne istituito un Vicus, a cui il paese deve l’origine del proprio toponimo: Vicus Minor sta difatti ad indicare l’esistenza di un piccolo agglomerato urbano ( idem Vicus Maior per Vilmaggiore ).

I secoli successivi videro il borgo passare sotto il controllo del Sacro Romano Impero guidato da Carlo Magno, che donò l’intera zona ai monaci di Tours. Questi successivamente la permutarono in favore del Vescovo di Bergamo, il quale diede investitura feudale ai Capitani di Scalve.

Questi ultimi furono di fatto esautorati dalla costituzione dell’Universitas di Scalve, una piccola istituzione feudale molto simile ad una repubblica, che garantiva grandi privilegi agli abitanti ed un’autonomia al limite dell’indipendenza. Questa garantiva l’esenzione del servizio militare, libertà di caccia e pesca, nonché sgravi fiscali e la possibilità di sfruttamento delle miniere presenti in zona. Grazie a queste ultime si sviluppò il commercio, favorito anche dagli scambi con la val Seriana che avvenivano mediante il Passo della Manina, posto a monte delle frazioni di Nona e Teveno.

Con il passaggio alla Repubblica di Venezia, avvenuto nel XV secolo, Vilminore mantenne i privilegi conquistati precedentemente, e venne aggregato nella Comunità grande di Scalve, di cui fu capoluogo.

Soltanto nel 1797, con la fine della Serenissima e l’avvento della Repubblica Cisalpina, acquisì la propria autonomia comunale.

Seguenti modifiche, operate dai vari regimi che si susseguivano nella valle, modificarono i confini territoriali, ma non intaccarono l’autonomia comunale di Vilminore, che restò centro di riferimento per la zona.

La storia recente è stata caratterizzata dal disastro causato dal crollo della Diga del Gleno, posta a monte dell’abitato. Il cedimento, avvenuto il 1º dicembre 1923, riversò una grandissima quantità d’acqua sui piccoli centri abitati sottostanti, provocando la morte di centinaia di persone e causando ingentissimi danni all’intera zona. A seguito di questo tragico evento, per parecchi anni l’economia della valle fu messa in ginocchio, causando un processo di emigrazione dalla valle.

Ha ospitato sino al termine del XVII° secolo l'antichissima ed ora distrutta Pieve, sostituita dalla splendida settecentesca Arcipresbiterale interamente restaurata nel corso degli ultimi anni.
Annovera tra i suoi monumenti l'antico Palazzo Pretorio (sec.XIV°-XVI°-XVII°) ed offre suggestivi scorci molto ben conservati del Borgo Franco detto un tempo "Vicus Minor". Il primo nucleo del Palazzo Pretorio risale al secolo XIV, che fu ampliato nel 1563 e successivamente nel 1675. Il Palazzo fu il centro amministrativo fino all’epoca Napoleonica.

La monumentale chiesa parrocchiale Vilminore fu ultimata sul finire del ‘600 e aperta al culto nel 1702 ma consacrata solo nel 1874 e dedicata sia S. Pietro che a S. Maria.
Ideata dai Maestri Comacini è veramente imponente per la facciata due ordini raccordati da eleganti modiglioni. In quello inferiore, al centro si apre il portale d’ingresso, con colonne a tutto tondo che reggono una trabeazione barocca, al centro della quale, entro un’edicoletta, è collocata la statua di Maria Assunta, opera attribuita ai Callegari di Brescia (1700).
Belle anche le porte laterali ed il possente campanile alto 67 m, che si compone di tre ordini su basamento bugnato. La struttura è costituita da un paramento esterno in grossi blocchi monolitici in pietra locale e da una muratura in pietra di grande spessore.
Fu costruito dal 1792 al 1803 su disegno di Girolamo Luchini di Bergamo dopo il crollo in fase di realizzazione.

All’interno tele dell’Albrici di Vilminore, oltre ad opere di Quarena, Cifrondi, Ceresa, Lavagna, Carpinoni e Orelli.
Fantoniano l’altare maggiore, purtroppo mancante della maggior parte dei puttini che lo decoravano.
Degno di attenzione anche il pulpito seicentesco del Colombo che proveniva forse dalla vecchia Pieve.

Il Palazzo Pretorio in Vilminore, attualmente sede della Comunità Montana di Scalve, è il simbolo della ricca storia di questa valle.
Il 9 gennaio 1375 i rappresentanti di tutte le famiglie della Valle si riunirono nell'antica e Pieve di Scalve e deliberarono la costruzione di una casa prospiciente la Piazza del Malconsiglio da adibire a nuova residenza del Podestà.
Il primo nucleo del Palazzo Pretorio sorse in pochi anni ed era una sorta di ubicato all'estrema sinistra dell'attuale costruzione: al pianterreno vi era la mentre ai piani superiori furono realizzate le stanze del Podestà, fabbricate "tutte a volta" come avevano espressamente voluto i delegati.

Il primo ampliamento del Palazzo Pretorio risale all'anno 1563: la Comunità di Scalve acquistò dalla famiglia Capitanio una casa a destra del voltone e venne immediatamente decisa la costruzione delle nuove prigioni, ottimamente conservate, che sono un eloquente esempio della severità con la quale veniva amministrata la giustizia. Le carceri sono interamente foderate con spesse travi in larice, fermate da spranghe in ferro ed enormi chiodi. La luce filtra da una finestrella da doppie inferriate che hanno intrecci orizzontali e verticali tali da togliere al prigioniero qualsiasi possibilità di fuga.
Sulla facciata principale del Palazzo si possono tuttora osservare altri due simboli della giustizia veneta: il primo è l’anello al quale venivano fissate le catene della berlina, dove il prigioniero incatenato poteva essere schernito da ogni passante, mentre una tetra è scolpita sulla lapide in pietra infissa sopra una mensola “siste viator - lege et disce - funest (orum) sub lapide -bannito- rum capita reponuntur” (fermati viandanti, leggi ed impara, sotto questa lapide vengono deposte le teste dei banditi).

Dall’entrata al Palazzo, per una scala in pietra, si accede allo stupendo salone delle udienze ultimato al termine del XVI secolo; le pareti sono decorate da affreschi, recentemente restaurati, rappresentanti gli stemmi di famiglia di alcuni dei numerosi Pretori che prestarono servizio in valle e da tele di ritratti di alcuni dei Pretori. Sul fondo del salone troneggia un imponente camino in pietra di Sarnico.

L'ultimo ampliamento del Palazzo Pretorio fu realizzato nel 1675 mediante l'accorpamento di una casa appartenente alla famiglia Ronchis e l'acquisto dell'antichissimo portico detto “del Malconsiglio”.
Il restauro della facciata principale ha messo in luce l'esistenza di tre strati di intonaco, il più recente dei quali risaliva ai primi anni del '900 e presentava elementi decorativi a secco in pessime condizioni; è stato così ricostruita l'identità visiva dell'edificio con il recupero degli intonaci sottostanti decorati con fregi, dipinti e stemmi.

Il comune comprende numerose frazioni, ossia Vilmaggiore, Adenasso, Bueggio, Nona, Teveno, Pianezza, Meto, Pezzolo e Dezzolo Sant’Andrea.

Il comune di Vilminore di Scalve, inteso come entità con l'attuale estensione e denominazione, è nato soltanto nel 1927 dall'unione di Vilminore e Oltrepovo. Il primo comune comprendeva soltanto l'attuale censuario di Vilminore stesso, mentre il secondo raggruppava i borghi di Bueggio, Nona, Pezzolo e Teveno, divisi dall'attuale capoluogo dal torrente Povo.

Da notare che nel 1797, anno in cui sulla scena politica della zona irruppe la Repubblica Cisalpina, gran parte dei borghi che ora compongono il comune di Vilminore di Scalve ottennero la propria autonomia a seguito dalla disgregazione della Comunità Grande di Scalve. Bueggio, Dezzolo, Nona, Teveno, Pezzolo e Vilmaggiore (che comprendeva anche Barzesto, ora appartenente a Schilpario) tuttavia mantennero la loro condizione soltanto per otto anni, dal momento che nel 1805 vennero fusi nell'entità comunale denominata Oltrepovo, pur mantenendo l'autonomia a livello parrocchiale.

Meritano menzione anche alcune chiese delle varie frazioni, tra cui quella della Santissima Trinità a Vilmaggiore, le parrocchiali di Teveno e Pezzolo che presentano strutture ed opere scultoree di grande impatto e quella di Nona che, intitolata alla Natività di Maria, risale al XVII secolo.

La Latteria Montana di Scalve inizia la sua attività nel 1964 grazie ad una ventina di soci fondatori.
La sede di Vilmaggiore che ospita, ancora oggi, il caseificio e lo spaccio, è stata costruita nel 1970. Attualmente i soci sono quasi una cinquantina, per un totale di 500 vacche da latte, che permettono di lavorare giornalmente tra i 40 e i 50 quintali di latte.
Raccolto la sera, il latte, viene conservato nei locali della latteria in vasche a temperatura controllata, e quindi lavorato insieme a quello munto la mattina successiva; il processo di lavorazione si protrae in pratica per tutta la mattina, garantendo una produzione giornaliera di circa 7-8 quintali di formaggi finiti.

Nel museo faunistico sono raccolti e presentati tutti gli animali che vivono sulle Alpi e Prealpi Orobiche nelle quattro stagioni.
Il museo occupa tre locali che riproducono l'habitat naturale in cui vivono gli animali: nel primo, seguendo il percorso di visita, sono presenti la fauna tipica alpina e la stanziale che popolano la Val di scalve; nel secondo è visibile la piccola fauna alpina migratoria e nel terzo, a conclusione della visita, si possono ammirare gli anatidi europei.

Lungo la valle del Gleno, a ridosso di un percorso rurale, in un'area dominata dalla imponente mole del massiccio della Presolana, è stato realizzato un cammino naturalistico ed uno spazio espositivo coperto che ospita le schede descrittive delle specie botaniche (circa 90) presenti nell'arboreto. Nei pressi dell'azienda si snoda il sentiero che porta ai resti della Diga del Gleno, sul percorso il Comune di Vilminore di Scalve ha installato degli osservatori faunistici-naturalistici.






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giovedì 16 luglio 2015

SCHILPARIO



Schilpario è un comune della provincia di Bergamo, situato in cima alla Valle di Scalve, fa parte della Comunità Montana di Scalve.

Inserito in un contesto naturalistico di grande livello, il paese sta sempre più sfruttando questa sua posizione per trarne i benefici dati dal turismo. Il tutto senza snaturare le peculiarità ambientali che hanno caratterizzato la sua esistenza. In tal senso si sta addirittura cercando di rivalutare la storia, ed offrirla ai visitatori.

La magnifica valle dei Campelli, con le sue cime rocciose, permette di godere di panorami mozzafiato, grazie alla fitta rete di sentieri adatti ad ogni tipo di escursionista, che conducono sulle vette dei monti; la superba abetaia, all’interno della quale  si estendono i dieci chilometri della Pista di fondo degli Abeti, che da sempre ospita di alto livello agonistico e grazie all’ottima posizione garantisce un buon innevamento da Dicembre ad Aprile; la valle di Epolo, con il suo Pizzo Camino e la Corna Busa oltre che offrire la possibilità di fare delle belle escursioni estive, nei mesi invernali si trasforma in una pista di discesa.

L’origine del borgo, intesa come insediamento stabile, risale al periodo della dominazione romana, quando venivano utilizzate le grandi risorse minerarie di ferro e zinco presenti nella zona.

Tuttavia pare che nella zona fossero già presenti piccole tribù di Galli Cenomani, come testimonia un masso, sito in località Pià Sèrsegn, che si pensa fosse utilizzato dai druidi per i riti magici. Non è però dato sapere se vi fossero insediamenti stabili o se la zona venisse utilizzata solo occasionalmente per tali riti.

I secoli successivi videro il borgo passare sotto il controllo del Sacro Romano Impero guidato da Carlo Magno, che donò l’intera zona ai monaci di Tours. Questi successivamente la permutarono in favore del Vescovo di Bergamo, il quale diede investitura feudale ai Capitani di Scalve.

Questi ultimi furono di fatto esautorati dalla costituzione dell’Universitas di Scalve, una piccola istituzione feudale molto simile ad una repubblica, che garantiva grandi privilegi agli abitanti ed un’autonomia al limite dell’indipendenza. Questa garantiva l’esenzione del servizio militare, libertà di caccia e pesca, nonché sgravi fiscali e la possibilità di sfruttamento delle miniere presenti in zona.

Con il passaggio alla Repubblica di Venezia, avvenuto nel XV secolo, Schilpario mantenne i privilegi conquistati precedentemente, ma venne aggregato nella Comunità grande di Scalve.

Soltanto nel 1797, con la fine della Serenissima e l’avvento della Repubblica Cisalpina, acquisì la propria autonomia comunale.

Barzesto e Pradella con la circoscrizione territoriale corrispondente alle rispettive parrocchie, le due comunità sono registrate distintamente solo nel Prospetto di divisione del territorio bergamasco del 1797. Nel marzo 1798 vengono aggregate a Vilmaggiore e con la compartimentazione territoriale del 1805 vengono accorpate a Schilpario.

L’economia di Schilpario, fin dai tempi antichi si è basata su due attività: l’estrazione mineraria e lo sfruttamento della terra e del bestiame. Le caratteristiche di questi due ambiti lavorativi sono custodite all’interno del Museo della miniera e del Museo Etnografico, quest’ultimo ricavato nell’edificio del vecchio mulino, che conserva sul fiume , la ruota della macina, ancora funzionante.

La Val di Scalve fu in passato uno dei principali poli minerari per l’estrazione di siderite (carbonato di ferro); l’attività estrattiva si sviluppò per molti secoli segnando la storia, la cultura e l’economia della valle.
La vena del minerale era individuata negli affioramenti che erano posti a oltre 2000 metri di quota, si scavava scendendo nel cuore della montagna attraverso stretti accessi chiamati “bocche”. Da lì i “purtì”, ragazzi dagli 11 ai 15 anni, scendevano sino all’interno della miniera, dove il minerale, scavato e scelto, veniva caricato dentro le caratteristiche gerle.
L’attività di fusione del minerale, prodotta con carbone di legna, avveniva nei forni fusori; questa lavorazione, iniziata molti secoli addietro, si perfezionò nel tempo e durò sino al 1953. negli anni seguenti, l’attività mineraria fu di sola estrazione e nel 1972 anche questa cessò definitivamente, segnando la fine di un’epoca e di una tradizione economico mineraria.

La cooperativa Ski Mine, con lo scopo di trasmettere la memoria di ciò che è stato del passato, ha realizzato un percorso museale all’interno della miniera Berbera, la cui galleria è posta a 1374 metri di quota.
Questo primo percorso, inserito nell’ambito del Parco Minerario A. Bonicelli, è attrezzato con illuminazione elettrica, oggetti e utensili usati nella miniera, ferrovia originale con vagonetti e documentazione fotografica d’epoca.

Il Centro Minerario, ubicato in località Fondi a circa 3 Km da Schilpario, nel cuore dell’Abetaia, consente di visitare alcuni tratti dei 60 Km di gallerie che caratterizzano l’esistenza dell’antico centro minerario.
Visitare questi percorsi messi in sicurezza e accompagnati da guide competenti offre la possibilità di verificare direttamente la cruda realtà che riporta alla fatica e al rischio di questo duro lavoro, nel quale si sono cimentate intere generazioni di scalvini.
Le tematiche sviluppate nell’ambito delle visite guidate sono le seguenti: Geologia, valenza della miniera per l’umanità, vicende storiche e umane dell’economia mineraria della Valle di Scalve, metodi di estrazione, elementi e minerali, lavoro minorile, l’illuminazione del lavoro in miniera, l’arricchimento e la fusione dei minerali, il ferro e l’acciaio nella storia, i colori e le peculiarità della miniera.

Le visite guidate si svolgono sia in sotterraneo che in superficie. Esistono attualmente tre percorsi visitabili in sotterraneo parte a mezzo di trenini minerari, parte a piedi: il gruppo di miniere denominate “Stentada-Bèrbera”, “Spiazzo-Gaffione” e il cantiere “Gaffiona” individuata per laboratorio mineralogico. Queste cave sono percorribili sia a piedi che a bordo di trenini minerari. Il percorso esterno è denominato “Sentiero delle miniere”.
L’escursione al Parco Minerario non si esaurisce con la visita ai sotterranei, ma da’ la possibilità di vedere all’opera il lavoro prodotto da un maglio dell’Ottocento. In un edificio recentemente ristrutturato ed adibitto a museo è possibile osservare la collezione di lampade da miniera risalenti all’epoca romana oltre a quelle di più recente utilizzo.
Per i più atletici c’è anche la possibilità di risalire il sentiero delle miniere che da’ l’opportunità di scoprire alcuni importanti reperti archeologici legati alla politica estrattiva.

Il principale scopo del museo etnografico è di conservare il patrimonio storico e culturale della realtà della Valle di Scalve. Nel contempo esso ha la sua ragion d’essere nella volontà di tramandare alle nuove generazioni la memoria storica relativa agli usi e costumi degli abitanti dello stesso luogo. L’attenzione è quella di non sganciare i reperti  dall’ambiente di riferimento ma di mantenere con questo uno stretto legame, di lanciare ponti e collegamenti tra il museo e le altre realtà presenti sul territorio atte alla trasmissione di ciò che è stato. Lo stesso è stato allestito nel 1986 ma già negli anni ’70 era stata espressa la volontà da parte del Comune di rilevarne la struttura per poi realizzarlo. Le attrezzature, i documenti e gli oggetti custoditi al suo interno sono stati raccolti da volontari e riguardano attività lavorative antecedenti gli anni ’50 e ’60.

Vi sono poi riferimenti all’emigrazione, fenomeno particolarmente acuto in Valle negli anni che  vanno dal 1890 al 1920, e reperti relativi alla vita quotidiana e familiare.

Importante è sottolineare la presenza di un telaio con cui un tempo si tesseva la tela, di un mulino con cui si produceva la farina, di una macina e di un torchio per la produzione dell’olio di lino, utilizzato come combustibile nelle lampade, come alimento e come medicinale.

Sul fianco sud-ovest della parrocchiale di Schilpario è presente la chiesa di S. Rocco, mai consacrata, che ospita il Museo di arte sacra, voluto in tempi recenti da Don Stefano Ravasio. I due ambienti, un tempo, erano in comunicazione e, solo successivamente, la porta che li collegava venne murata, con il restauro voluto da don Antonio Zucchelli di Ardesio nel 1981, affidato al Gervasoni di Zogno.
All’interno si conserva una pregevole statua in legno collocata in una nicchia, opera della bottega Fantoni di Rovetta.  All’esterno vi è una lapide con un’iscrizione dedicata a Simon Pietro Grassi, grande sacerdote di Schilpario, vescovo di Tortona, sepolto a Verdello che è stata collocata lì sempre con il restauro degli anni ’80.

L’allestimento raggruppa numerosi oggetti risalenti agli ultimi quattro secoli e in massima parte ancora utilizzati nella liturgia odierna e permette di cogliere la continuità con i nostri avi grazie al cambiamento delle usanze liturgiche, consentendo al visitatore di cogliere il cammino percorso dalla Chiesa.

Innanzitutto notiamo gli ex-voto (quadretti fatti realizzare come ringraziamento per una grazia ricevuta), poi il catafalco, i paramenti, dei calici e i primi lavori di Tomaso Pizio rappresentanti dei chierichetti.

Tra gli oggetti custoditi, molto importanti, soprattutto dal punto di vista affettivo, sono quelli appartenuti ad alcuni grandi teologi nativi di Schilpario. Il più illustre è il Cardinal Angelo Maj, lo "scopritor famoso", sommo paleografo al quale è stata dedicata una poesia da Giacomo Leopardi ed il cui nome è legato alla piazza centrale del paese.

Il museo dei minerali e dei fossili ha sede presso l’hotel San Marco nella frazione di Pradella a 2 km da Schilpario ed è il frutto della passione del ricercatore. In Questo interessante percorso espositivo, allestito in un unico grande locale, il visitatore ha la possibilità di vedere in ordinate bacheche tutti i minerali e fossili esistenti in Valle e di Ripercorrere la vita della vallata e della montagna nel corso della loro formazione.
La Collezione Pizio non offre solo campioni pregiati trovati in Val di Scalve, ma anche in altre realtà minerarie come la Svizzera, La Valle d’Aosta, la zona del Monte Bianco, L’Isola d’Elba e la Sardegna, e consente di ammirare minerali provenienti da tutto il mondo, acquisitia anche grazie ad un intenso lavoro di scambio effettuato con altri ricercatori.

Particolarmente interessanti per rarità e bellezza sono i cristalli di aragonite di Schilpario, la fluorite di Zogno, la malachite, l’azzurrite, e la cuprite con rame nativo dei Campellie suggestivo è il modo con il quale l’espositore è riuscito a valorizzare, grazie ad effetti ottici, la bellezza di aluni minerali fluorescenti. Tra i fossili raccolti soprattutto in Presolana e nella zona di Schilpario arricchisce la mostra la presenza di un nautiloide, unico del suo genere, di 240 milioni di anni fa.

La parrocchiale di Schilpario dedicata a Sant'Antonio da Padova sorge nello stesso luogo in cui fu costruita, nel 1338, la prima chiesa parrocchiale di Schilpario, anch’essa dedicata a S. Antonio da Padova. L’imponente chiese attuale è il risultato delle varie opere realizzate tra il 1664 e il 1682.
La facciata, rivolta ad ovest, con timpano sopraelevato, è abbellita da una finestra trifora e da un portale in marmo occhialino.
La costruzione del campanile iniziò nel 1664, data incisa sull’architrave della piccola porta d’ingresso al campanile sulla cui sommità, a circa 42 metri di altezza, è stata collocata la statua di S. Antonio da Padova.

All’interno sei cappelle laterali sono impreziosite da dipinti dei pittori clusonesi Carpinoni, Cifrondi e Querela.
L’altare maggiore ha intarsi marmorei raffinati e sculture di scuola fantoniana. Nella navata maggiore è collocato il monumento al celebre cittadino schilapariese Cardinale Angelo May, opera del Benzoni.

Schilpario nel tempo ha dato alla luce diversi personaggi illustri. La conformazione paesaggistica è stata la palestra naturale dei diversi sciatori che hanno portato in alto il nome del paese, ma un ricordo speciale va a Mons. Andrea Spada, famoso e storico direttore dell’Eco di Bergamo, e al Cardinal Angelo Maj, cantato da Giacomo Leopardi e al quale sono stati intitolati edifici e vie.

Famoso per gli sport invernali, primo fra tutti, lo sci nordico, Schilpario offre agli appassionati del fondo il complesso della Pista degli Abeti, una serie di tracciati nel cuore della pineta e che in estate si trasforma in una deliziosa passeggiata attrezzata con un percorso vita.

La pista di sci di fondo si snoda lungo la pineta appena fuori dal paese; l'anello totale di 10 Km è ricco di ponticelli in legno che attraversano il fiume Dezzo e presenta caratteristiche che non temono confronti con altre piste sia per l'aspetto competitivo-agonistico sia per coloro che affronteranno in modo turistico questa emozionante disciplina sportiva.

Nei boschi adiacenti il Comune di Schilpario, si snoda un percorso di ben 34 km con un dislivello di circa 1250 m che potrà essere percorsa da tutti gli appassionati di Mountain Bike.

Questo percorso ricalca per intero il tracciato della ormai nota gara di “Ruote Grasse”  che si svolge a Settembre ormai da alcuni anni.

Un’escursione di grande effetto è quella che vi porterà alla “Corna Busa".

Un agglomerato granitico scavato dalle intemperie e dalla forza della natura situato in cima a un dosso dal quale si può godere di una vista mozzafiato il massiccio del Pizzo Camino e la catena dei Campelli, una parte della Valle di Scalve e  la parte montuosa che guarda nella Valle di Lozio.

Si può giungere alla Corna Busa tramite il sentiero che attraversa la Malga di Epolo, oppure attraverso la strada che porta alla malga di Val di Voglia.

Nella foresta che circonda Schilpario si possono scoprire meraviglie naturalistiche. Una di queste è la Cascata del Vò, a pochi passi dall’abitato. Un tuffo di 25 metri del torrente Vò che si butta nel fiume Dezzo.

Si parte dalla località Vò e si sale lungo il sentiero che porta alla malga di Venano, dopo circa 20 minuti di cammino si giunge alla bellissima cascata.

Se si vuole fare un percorso alternativo, si può partire dalla mulattiera che sale dalla frazione di Ronco, si passa attraverso una radura nella quale è posizionato l’antico altare druidico, e si giunge anche da qui alla cascata.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/la-valle-di-scalve.html



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mercoledì 15 luglio 2015

COLERE

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Colere è composto da numerose frazioni e situato sulla destra orografica del torrente Dezzo, in Val di Scalve.

L’origine del borgo origine risale al periodo della dominazione romana, quando venivano utilizzate le grandi risorse minerarie di ferro e zinco della zona. Tale tesi è suffragata da ritrovamenti avvenuti nella contrada Carbonera, che attestano l’esistenza di piccoli insediamenti.

Alcune leggende narrano di una cruenta battaglia avvenuta in queste zone, sulle pendici della Presolana, tra i Romani stessi ed il popolo degli Alani per il controllo della zona.

I secoli successivi videro il borgo passare sotto il controllo del Sacro Romano Impero guidato da Carlo Magno, che donò l’intera zona ai monaci di Tours. Questi successivamente la permutarono in favore del Vescovo di Bergamo, il quale diede investitura feudale ai Capitani di Scalve.

Questi ultimi furono di fatto esautorati dalla costituzione dell'Universitas di Scalve, una piccola istituzione feudale molto simile ad una repubblica, che garantiva grandi privilegi agli abitanti ed un’autonomia al limite dell’indipendenza. Questa garantiva l’esenzione del servizio militare, libertà di caccia e pesca, nonché sgravi fiscali e la possibilità di sfruttamento delle miniere presenti in zona.

Con il passaggio alla Repubblica di Venezia, avvenuto nel XV secolo, Colere mantenne i privilegi conquistati precedentemente, ma venne aggregato nella Comunità grande di Scalve.

Soltanto nel 1797, con la fine della Serenissima e l’avvento della Repubblica Cisalpina, acquisì la propria autonomia comunale, inglobando nei propri confini anche la parte della contrada di Dezzo posta alla destra dell’omonimo torrente ed il borgo di Teveno.

Lo status di comune durò poco più di un decennio, dopodiché venne nuovamente accorpato alla Repubblica di Scalve con sede di Vilminore, unitamente al vicino borgo di Azzone.

La fine della dominazione francese ebbe ripercussioni anche sulle piccole comunità scalvine che riaquisirono la propria autonomia, anche con le nuove delimitazioni territoriali: Colere perse Teveno.

Con l'attivazione dei comuni della provincia di Bergamo, in base al compartimento territoriale del regno lombardo-veneto, venne collocato, con 417 abitanti, nel distretto XIV di Clusone; fu confermato nel medesimo distretto in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde. Nel 1853 fu inserito nel distretto XVI; a quella data era comune, con convocato generale, di 588 abitanti.

In seguito all'unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Colere con 584 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri fu incluso nel mandamento I di Clusone, circondario III di Clusone, provincia di Bergamo. Alla costituzione nel 1861 del Regno d'Italia, il comune aveva una popolazione residente di 677 abitanti (Censimento 1861). In base alla legge sull'ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Nel 1867 il comune risultava incluso nel mandamento di Vilminore, circondario di Clusone e provincia di Bergamo. Popolazione residente nel comune: abitanti 711 (Censimento 1871); abitanti 787 (Censimento 1881); abitanti 766 (Censimento 1901); abitanti 964 (Censimento 1911); abitanti 1.008 (Censimento 1921). Nel 1924 il comune risultava incluso nel circondario di Clusone della provincia di Bergamo. In seguito alla riforma dell'ordinamento comunale disposta nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestà.

Questa situazione durò fino al 1927, anno in cui il regime fascista fece una grande opera di accorpamento tra parecchi comuni del regno d’Italia. Fu il caso anche di Colere, che si trovò nuovamente unito ad Azzone, con la denominazione di Dezzo di Scalve.

Soltanto nell’immediato dopoguerra, precisamente nel 1947, i comuni si separarono definitivamente, con Dezzo nuovamente relegato a ruolo di frazione, diviso a metà tra Colere ed Azzone.

Attualmente Colere fa parte della Comunità Montana di Scalve, composta dai Comuni di Azzone, Colere, Schilpario e Vilminore di Scalve.

Il Comune abbraccia le frazioni di Cantoniera della Presolana, Albarete, Valle Sponda, Castello, Valle Richetti, Carbonera, Valzella, Dezzo di Scalve.

L’origine del nome Colere è avvolto da un alone di mistero.
Diverse sono infatti le ipotesi sulla genesi della sua denominazione:
Correnti di pensiero sostengono che il nome Colere derivi dalla radice Indoeuropea KWEL che significa coltivazione, proprio perchè i primi abitanti basavano la loro sussistenza sulle attività connesse all’agricoltura prettamente montana.
Un’altra interpretazione è strettamente legata all’attività di estrazione mineraria da dove deriverebbe il nome CARBONERA.
La terza è sostenuta dal geografo Nangeroni il quale legherebbe il nome Colere alla denominazione scientifica delle piante di nocciolo ovvero CORYLUSAVELLANA di cui i boschi circostanti son particolarmente ricchi.

Le miniere erano molto importanti perchè rappresentavano l’unico posto di lavoro dal quale i residenti guadagnavano un modesto salario per sfamare le famiglie. Nelle miniere di Schilpario si estraeva la siderite, mentre nelle miniere di Colere si estraeva la flourite. Oggi, quest’ultime non sono più in funzione, ma prossima sarà la loro apertura, grazie alla società che gestisce il parco minerario “A.Bonicelli” di Schilpario.
Possono essere visitate da chi vuol rivivere quella drammatica situazione di lavoro caratterizzata da moltissimi minatori morti di silicosi (malattia che colpisce i polmoni a causa della continua esalazione di polvere).

A Colere ogni angolo, anche nelle frazioni, parla di un profondo amore dei suoi abitanti per la montagna: a Magnone, per esempio, oltre all'antico idolo pagano si può ammirare il panorama incantevole di tutta la Valle di Scalve, immersa nella sua verde conca alpina; l'ambiente è incontaminato e la prorompente bellezza della natura è sempre la caratteristica principale di ogni veduta. La frazione Magnone sembra aver preso il nome dal passaggio in loco di Carlo Magno con le sue truppe. Nella zona del Gromo, dove esiste un piccolo pittoresco borgo storico, si trova anche il Cesulì, antica parrocchiale del paese risalente al 1600 circa, posta su una piccola altura panoramica. Da Colere si può partire per moltissime escursioni trekking: il Rifugio Albani, posto a 1939 mt., oltre ad una vista incantevole, offre un valido punto di arrivo o di partenza per chi ama scoprire le Orobie; per gli appassionati della corda, si possono fare ascensioni in parete di varie difficoltà, sulle numerosissime vie della parete nord della Presolana. Gli impianti sciistici sono rinomati da diversi anni non solo per le kilometriche piste innevate fino a primavera inoltrata, ma anche per l'incomparabile bellezza del paesaggio in quota: cime rocciose e ripidi pendii fanno di Colere uno dei paesi più attraenti di tutto l'arco alpino bergamasco. Sopra il paese, inserita nella cresta della Presolana Orientale, spicca la composizione rocciosa delle quattro Matte a cui è legata un'antichissima leggenda che ancora affascina e sorprende. Una ricca flora montana, impreziosita anche da parecchie specie rare e una notevole varietà di piante e arbusti caratterizzano da sempre la Valle di Scalve, la cui vita economica del passato è stata strettamente legata alla presenza massiccia di aree boschive che ancora oggi conferiscono un aspetto affascinante alla Valle di Scalve. Ogni cosa in questa piccola valle parla esplicitamente dello stretto legame che unisce la  vita della gente scalvina alla montagna,  e che  ancora si manifesta nel rispetto quasi integrale dei ritmi naturali che qui si impongono.

Sul luogo dove si trova il celeberrimo Santuario della Madonnina, a 500 metri dal Dezzo salendo verso Schilpario, pare esistesse fin dal Quattrocento una modesta cappella molto venerata.

Un povero pastore di Borno, Bartolomeo Burat, era giunto faticosamente con il suo gregge in Val di Scalve. Il povero uomo, ammalato di tubercolosi, la mattina del 2 luglio 1654 si era spinto, camminando faticosamente, sino al Dezzo, in località Fontane, dove si trovavano una sorgente e una piccola cappella dedicata alla Madonna.
Mentre le pecore si abbeveravano, il pastore fissò l'immagine della Vergine pregando e cercando la forza per continuare. Fu colpito da un forte attacco tanto che credette di morire. Improvvisamente apparve, avvolta da una forte luce, una maestosa Signora che, immersa la mano nella fontana, toccò la fronte di Bartolomeo e scomparve. Il pastore si sentì subito perfettamente guarito e per la gioia gridò al miracolo. La notizia dell'apparizione prodigiosa si velocemente. I pellegrini vennero alla santella da ogni parte per pregare e chiedere grazie.

Il Cesuli piccolo gioiello quattrocentesco, reca inciso nel portale la data 1585, mentre il campanile sembra risalire al 1619. Presenta nell'abside tracce di affreschi del tardo '400. Il terreno circostante all'antica chiesa parrocchiale posta su una piccola altura, fu destinato, secoli fa, anche a luogo di sepoltura. Abilmente restaurata nel 1980 dal Gruppo Alpini locale, si presenta oggi con tutta la sua straordinaria semplicità, quale unico significativo monumento architettonico locale giunto fino a noi.

La Chiesa di San Michele in Valle Sponda è piuttosto antica: ci sono tracce della sua esistenza già nel 1576. Dedicata al'Arcangelo San Michele, è stata accuratamente restaurata e può essere considerata un piccolo gioiello locale.

La nuova parrocchia di Colere dedicata a San Bartolomeo venne costruita nel 1788, data incisa nell’architrave della porta centrale, dopo circa mezzo secolo di dispute e liti tra gli abitanti delle varie contrade per decidere se ristrutturare la vecchia chiesa o procedere ad una nuova costruzione.

Il Campanile venne completato tra il 1870 e il 1879 grazie alla tenacia del parroco Don Zaverio Cesari che dovette scontrarsi con non poche contraddizioni. Resta a testimonianza di ciò la pietra incastonata nel primo tratto del campanile riportante l’incisione I.M.A.C. “IN MEZZO ALLE CONTRADDIZIONI”

La Parrocchiale sorge praticamente nel centro del Paese ed è una delle più belle chiese di tutta la Valle per linee e temperanza degli stucchi.

La festa patronale in onore di San Bartolomeo è ancora oggi molto sentita. Celebrazioni solenni, la processione con la statua del santo per le vie del paese, i tradizionali botti e la fiera la rendono una giornata “speciale”.

Il nome – via Mala – dice già molto. E ripercorrendo questo antico tracciato (esisteva già nell’Alto Medioevo e venne rifatto tra il 1473 e il 1827) che collega la valle di Scalve alla Valcamonica, lungo la valle del Dezzo, la conferma arriva puntuale: i vertiginosi precipizi che terrorizzavano i viaggiatori del passato lasciano tuttora senza fiato, e anche se le auto utilizzano una nuova strada, quasi interamente in galleria, il vecchio itinerario può essere tranquillamente ripercorso. Si può, volendo, affrontare anche dal basso e cioè lungo il sentiero sul fondo della gola. Qui i precipizi si trasformano in pareti alte fino a 500 metri. E lo spettacolo è ugualmente suggestivo con un ponte osservatorio sulla stessa gola che ne è diventato il simbolo.

Tra le arterie panoramiche delle Alpi la Via Mala bergamasca detiene infatti un primato di spettacolarità che la colloca quasi alla pari con un’altra Via Mala molto più celebre. Si tratta della strada che collega Zillis, nel cantone svizzero dei Grigioni, capoluogo della valle dello Schons, e la cittadina di Thusis. Arteria antichissima, esisteva già nell’Alto Medioevo e venne rifatta nel 1473 e nel 1827.

La suggestiva grotta del ghiaccio, è così chiamata per la presenza, in ogni periodo dell’anno, di uno strato di ghiaccio che ne ostruisce l’ingresso.

Tutto il territorio fa parte del parco delle Orobie Bergamasche e vigono rigide normative per la salvaguardia della flora e della fauna.

Rinomato per le piste da sci in inverno e per le innumerevoli escursioni in estate, il borgo è stato recentemente interessato da un boom del turismo che ha di fatto modificato la vita degli abitanti stessi, da sempre dediti alla pastorizia ed all’agricoltura.

Le pendici della Presolana e del Monte Ferrante, esposte a nord, garantiscono un innevamento duraturo, permettendo talvolta la pratica di sport invernali (pattinaggio su ghiaccio, sci alpino e nordico) fino all’inizio della primavera, mentre nei mesi più caldi sono un’ottima palestra per arrampicatori ed appassionati di trekking.

Dal paese si può giungere, attraverso vari sentieri, abbastanza facili, al Rifugio Luigi Albani, inserito nel Sentiero delle Orobie orientali.

Fino agli anni 1970 la principale attività era quella estrattiva, con miniere di blenda e fluorite, risalente ai romani. Si insediarono aziende italiane e francesi, fino all'arrivo della Montedison e poi dell'EGAM (ente minerario dell'Eni).

Negli anni '70 del secolo XX l'Amministrazione Comunale realizzò una piccola area industriale, la prima della Lombardia in area montana, con indediamento di attività artigianali nel settore della meccanica e di collanti. Furono altresì ristrutturate le vecchie laverie del minerale, ricavandone locali per l'insediamento di Cooperative del settore dell'abbigliamento. Nel 2010 fu realizzato anche un Ecomuseo della Presolana, con una raccolta di reperti minerari e della montagna locale.

Tra i principali eventi sportivi che hanno interessato il paese, è d'obbligo segnalare l'arrivo della 19ª tappa del Giro d'Italia 2004,il 29 maggio 2004. L'arrivo, posto al Passo della Presolana, ha visto la vittoria di Stefano Garzelli.

Colere è la principale località sciistica della Val di Scalve. Le piste di sci di Colere, situate sotto la parete nord della Presolana, si affacciano sulla Val di Scalve ed il Pizzo Camino, coprendo un dislivello di ben 1200 metri e godono di un'esposizione che permette alla neve di mantenere un'ottima qualità durante tutta la stagione. L'auspicato collegamento con la val Seriana (stazione sciistica di Lizzola) potrebbe portare alla creazione di un unico polo turistico con evidenti vantaggi sull'economia di entrambe le valli. Le piste hanno ospitato varie edizioni dei Campionati Italiani Assoluti di Sci Alpino.

Colere ha ospitato anche alcune edizioni dei campionati italiani di sci alpinismo.

Inoltre, dal 22 al 25 marzo 2006, si sono svolti i Campionati Italiani di Snow-Board.

Dal 2007 tutti gli anni verso la fine di giugno viene organizzata una gara podistica in salita verso il Rifugio Luigi Albani di circa 5,2 km ma con 900 metri di dislivello.

La parete nord della Presolana è meta ambita e molto conosciuta da chi pratica l'arrampicata.



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AZZONE

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Azzone è un comune posto sulla sinistra orografica del torrente Dezzo, in Valle di Scalve, si trova a circa 47 chilometri a nord-est del capoluogo orobico. Il comune fa parte della Comunità Montana di Scalve.
Il territorio si compone, oltre che del capoluogo, anche delle frazioni di Dezzo (nella sua porzione posta sulla sinistra orografica del fiume omonimo) e Dosso.
Delimitato a nord-est dal pizzo Camino e dalle alture denominate le Pale (i cui profili compaiono sullo stemma comunale) che lo dividono dalla Val Camonica, comprende la Riserva Naturale Regionale Boschi del Giovetto, luogo di alto interesse naturalistico, anche per la presenza di formiche autoctone appartenenti alla specie della formica rufa.
Il verde lussureggiante invita i numerosi turisti ad escursioni adatte ad ogni tipo di esigenza: da quella più semplice, adatta a bambini e famiglie, a quelle più impegnative, per gli amanti del trekking e dello sky-race.

Indizi fanno supporre che questa contrada sia uno degli insediamenti stabili più antichi della Valle di Scalve. Non si conoscono però dati certi circa l’epoca della sua fondazione: si può comunque ipotizzare che la contrada fosse abitata in epoca pre-romana. Già allora erano sfruttate, in maniera rudimentale, le grandi risorse minerarie della zona.
I secoli successivi videro il borgo passare sotto il controllo del Sacro Romano Impero guidato da Carlo Magno, che donò l’intera zona ai monaci di Tours. Questi successivamente la permutarono in favore del Vescovo di Bergamo, il quale diede investitura feudale ai Capitani di Scalve.
Questi ultimi furono di fatto esautorati dalla costituzione dell’Universitas di Scalve, una piccola istituzione feudale molto simile ad una repubblica, che garantiva grandi privilegi agli abitanti ed un’autonomia al limite dell’indipendenza. Questa garantiva l’esenzione del servizio militare, libertà di caccia e pesca, nonché sgravi fiscali e la possibilità di sfruttamento delle miniere presenti in zona.
Con il passaggio alla Repubblica di Venezia, avvenuto nel XV secolo, Azzone mantenne i privilegi conquistati precedentemente, andando a costituire con le altre contrade scalvine la Comunità grande di Scalve.
Soltanto verso la fine del XVII secolo si dotò di un proprio statuto, venendo riconosciuto come contrada e, con il termine della dominazione veneta e l’avvento della Repubblica Cisalpina, acquisì la propria autonomia comunale, inglobando nei propri confini anche la contrada di Dezzo (nella sua porzione posta sulla sponda orografica sinistra).
Lo status di comune durò poco più di un decennio, dopodiché venne nuovamente accorpato al comune di Vilminore, unitamente al vicino borgo di Colere.
La fine della dominazione francese ebbe ripercussioni anche sulle piccole comunità scalvine che riacquistarono la propria autonomia, ritornando ai confini precedentemente stabiliti.
Il tutto durò fino al 1927, anno in cui il regime fascista fece una grande opera di accorpamento tra parecchi comuni del regno d’Italia. Fu il caso anche di Azzone, che si trovò nuovamente unito a Colere, con la denominazione di Dezzo di Scalve. Soltanto nell’immediato dopoguerra, precisamente nel 1947, i comuni si separarono definitivamente, con Dezzo nuovamente relegato a ruolo di frazione di Azzone.

Il toponimo deriva dal vocabolo "home", che sta ad indicare un antico luogo abitato. Tutt’ora è presente una località, sempre nel territorio comunale, che ha mantenuto la denominazione "Some". Successive modifiche hanno portato la trasformazione prima in Zono (documenti riferiscono difatti di "Zono Antico"), fino all’attuale Azzone.

Il centro abitato si presenta con una struttura tipica dei paesi montani: spiccano la chiesa parrocchiale, dedicata a San Filippo e San Giacomo che, riedificata nel periodo 1724 - 1733 ed ampliata nel 1860, presenta opere di Antonio Cifrondi, e la Torre civica, di origine medievale (XIV secolo), utilizzata anche nello stemma del comune stesso. In frazione Dezzo merita una menzione la chiesa di Santa Maria Maddalena, che conserva anch'essa dipinti del Cifrondi, tra cui spicca una Madonna Addolorata.


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LA VALLE DI SCALVE



La Valle di Scalve è la valle del torrente Dezzo, tributaria laterale occidentale della Valle Camonica.

È situata nella parte nord-orientale della Provincia di Bergamo (comuni di Azzone, Colere, Schilpario e Vilminore di Scalve) ed in quella nord-occidentale di quella di Brescia (comune di Angolo Terme). A nord essa confina con la Provincia di Sondrio.

Vilminore è il centro principale della Valle. Colere e Schilpario sono famose stazioni di sport invernali.

La valle del Dezzo è un catino a cui è stato realizzato un beccuccio per far fuoriuscire l'acqua. I fianchi rocciosi delle montagne creano le pareti di questa "bacinella" che, quindi, formando una barriera naturale modificano le correnti che interessano le vallate limitrofe contribuendo a formare un clima particolare .Al contempo , questa barriera, limita il passaggio di grossi mammiferi, quali il cervo, e impedisce l'insediarsi di altri che, nella preistoria, hanno costituito fonte di sostentamento. I valichi che si aprono fra le cime della barriera calcarea meridionale sono difficilmente praticabili,se sfruttati nel senso dell'entrata in valle di Scalve. Si passa da pendii moderati ed erbosi, sul versante camuno, a ripidi avvallamenti rocciosi o addirittura canaloni, sul versante scalvino.
Sul versante opposto, verso nord e la Valtellina, pur avendo montagne con quote più elevate la situazione cambia. I passi sono più "morbidi" sul versante della val di Scalve dove, tra l'altro, restano sgombri dalla neve per più tempo. La presenza di abbondante acqua e, conseguentemente una copertura arborea più ricca e appetibile, consente a grossi mammiferi, quali ad es. i camosci, di trovare un terreno idoneo per il pascolo e la riproduzione.
Ai lati est ed ovest fra la balze rocciose di splendide montagne, come la Presolana o la conca dei Campelli troviamo due valichi tra i più comodi da percorrere, naturalmente a piedi: passo dei Campelli e passo dello Scagnello.
Il greto del torrente Dezzo contrariamente ad altri alvei di fiumi, non può essere considerata un mezzo utilizzato per la comunicazione o il passaggio ne animale ne umano. Percorrendo quello che è stato definito l'Orrido della Via Mala per capire che era impossibile risalire questa via d'acqua.

La Valle di Scalve è interamente percorsa dalla Strada statale 294 della Valle di Scalve, che parte da Darfo Boario Terme, in Val Camonica, e risale il corso del torrente Dezzo fino ad arrivare al Passo del Vivione, che la mette in comunicazione con il comune di Paisco Loveno, situato in un'altra valle laterale della Val Camonica; di questa strada è particolarmente notevole la cosiddetta Via Mala bergamasca, ovvero un tratto di circa 8 chilometri (fra Angolo Terme e la località Dezzo di Scalve) in cui essa è stata scavata nella viva roccia di una forra, percorsa da un impetuoso torrente e serrata tra due pareti rocciose dalle quali scendono numerose cascate.

Alla valle si accede anche da Borno (SP 59, che porta nuovamente in Val Camonica) e dal Passo della Presolana (SS 671, che porta in Val Seriana e che costituisce la via più rapida per Bergamo).

Il settore facente parte del comune di Angolo Terme era segnalato anche col nome di "Val d'Angolo".

La valle venne colonizzata anticamente dagli antichi Camuni, dai quali deriva l'attuale nome.

Come asserito infatti da studiosi quali Daniele Raineri e Michele Grammatica, il termine Scalve deriverebbe dal celtico Skalf, traducibile in fessura, caratteristica riconducibile alla natura della valle stessa che si presenta, a chi risale dalla valle Camonica tramite il corso del torrente Dezzo, come un'angusta fessura tra i monti. A suffragare tale ipotesi vi è il dialetto locale, nel quale la valle è detta Al de Scalf.

Dai romani era conosciuta come Vallis Decia (nome derivante dal torrente che la solca, il Dezzo, che nella parlata locale viene chiamato Decc) e veniva sfruttata per le numerose miniere di ferro.

I secoli successivi videro la zona passare sotto il controllo del Sacro Romano Impero guidato da Carlo Magno, che donò l’intera zona ai monaci di Tours.

La Val di Scalve storicamente fu guelfa grazie a due nobili famiglie locali: i Capitanei e gli Albrici.

Nel VII secolo inizia la contesa del monte Negrino contro i vicini di Borno. Si concluderà nel XVII secolo.

Nel 1026 i terreni della val di Scalve erano del Vescovo di Bergamo.

Nel 1047 Enrico III elegge Darfo a Corte Regia, e permette che gli abitanti della Val di Scalve continuino l'antica usanza di commerciare il ferro dietro pagamento annuale alla corte reale di Darfo di 1000 libbre di ferro, con la pena per i trasgressori di 100 libbre di oro. In tal modo dovette essere residenza di un rappresentante o vicario imperiale.

Nel 1109 imperversava in Val di Scalve una banda di saccheggiatori guidata da Alboino degli Alboini di Lozio.

Nel 1179 gli uomini di Scalve ottengono dal vescovo di Bergamo Guala la libertà di ricerca e di estrazione dalle miniere.

Nel 1195 il console di Scalve e il rappresentante delle vicinie, nominati per la prima volta, si recano a Bergamo per richiedere ad un console della città di trasferirsi a Scalve (Vilmaggiore e Vilminore) per delinearne i confini.

Il 6 novembre 1222 la valle è ceduta dal vescovo di Bergamo Giovanni Tornielli e affidata ai Capitanei. Gli scalvini non accettano l'infeudazione e si ribellano. Il 29 marzo 1231 si ha un accordo nel quale i Capitanei avrebbero ceduto i diritti feudali alla Valle (con alcune eccezioni) la quale non avrebbe imposto fodro, gabelle o dazi ai signori e ai loro discendenti, e avrebbe versato un riscatto di 2.400 lire imperiali, più il canone che i Capitanei dovevano al vescovo di Bergamo.

La Comunità di Scalve aveva due consigli, quello Generale e quello di Credenza, più tutte le vicinie dei vari abitati.

Nel 1372 vennero stilati per ordine dei Visconti di Milano degli statuti di valle.

Nel 1428 la Comunità di Scalve chiese ed ottenne l'annessione alla Repubblica di Venezia. Per questo ottenne come ricompensa una grande autonomia amministrativa e l'esenzione dalla milizia.

Nel 1586 si riporta che la valle fosse abitata da 13.000 "anime" in 778 famiglie (fuochi), ma le cifre si ritengono gonfiate.

Soltanto nel 1797, con la fine della Serenissima e l’avvento della Repubblica Cisalpina, la comunità venne di fatto smembrata, ed i borghi principali acquisirono la propria autonomia comunale. Successive modifiche, operate dai vari regimi che si susseguivano nella valle, cambiarono i confini territoriali, ma non intaccarono l’autonomia comunale dei paesi.

Nel 1858 si contavano circa 4000 abitanti.

In epoca recente la prosperità della zona fu garantita dalle sopra citate miniere (le ultime furono chiuse negli anni sessanta del XX secolo e sono oggi visitabili dai turisti): basti dire che nel 1586 la popolazione della Comunità grande di Scalve era stimata in 13000 persone, ovvero oltre il doppio di quella attuale.

Nella storia recente il fatto più importante della storia scalvina è sicuramente il crollo della Diga del Gleno, una tragedia avvenuta il 1º dicembre 1923 e che uccise un gran numero degli abitanti dei comuni della valle.

All'inizio i roccoli scalvini erano più di trenta.
Costituiscono la testimonianza di un'antica tradizione, che si perde negli anni. Di alcuni sono visibili soltanto i ruderi (Busmino, Basulì, Pierì, Maj, Oselandina della pieve di Vilminore); altri sono ancor bene conservati, mentre di taluni rimane solo il casello. In passato esisteva un roccolo (temporaneo) al Passo della Manina, con casello in legno, da anni scomparso. Molti appartenevano alla parrocchia, come quelli situati nel comune di Azzone. Il "sentiero lungo" permette di visitarne alcuni, rappresentando un notevole spunto per osservare questi impianti arborei, effettuando nel contempo una magnifica escursione in ambiente alpino. Un tempo situati in posizioni strategiche per il passaggio degli uccelli migratori e, perciò, bene in vista, attualmente, con l'avanzare della vegetazione quasi tutti questi roccoli si trovano ormai nascosti dal bosco e, quindi, risultano difficili da scoprire. Sono per lo più situati a quote comprese tra i 1500 ed i 1900 m. e la maggior parte di essi si trova sulla bastionata calcarea meridionale, nei comuni di Schilpario e Azzone. Il più in alto è quello di Cimalbosco, situato sopra al bivio tra la strada che va al Passo del Vivione e quella in terra battuta che si dirige verso il Passo dei Campelli. Ha un casello piuttosto piccolo ed un breve giro di piante, come erano i tipici roccoli di alta montagna.
Del roccolo del Pizzo (del Pis) e di Busmino (1683 m.) rimangono solo i ruderi, situati uno tra Epolo e la Val Voja, e l'altro tra le valli di S. Elisabetta e quella di Sopracroce, sopra la strada che da Schilpario porta alle miniere di ferro.
Poco rimane del roccolo di Ezendola (1676 m.) vicino a Epolo.
Pure del roccolo del Basulì, situato a circa 1625 m. sopra Barzesto rimane quasi solo il ricordo o poco altro.
Sicuramente si tratta di impianti che funzionavano nell' Ottocento o agli inizi del Novecento.
Il roccolo della Clusorina sorge a 1510 m. sul versante sinistro orografico della Valle di Scalve, posto su un promontorio che guarda verso Schilpario, situato in mezzo al bosco e ancora funzionante. Lo si scorge bene da Vilmaggiore. La sua "armada" o "sigaler" è abbastanza visibile lungo il profilo della costa di bosco davanti alla vetta del Pizzo Camino.
Molto caratteristico il roccolo delle Streghe, situato su di un colletto sopra Azzone. E' piccolo, abbastanza ben conservato e molto caratteristico, in mezzo ad un prato, con una vista magnifica sulla valle e verso il massiccio della Presolana. Lo si scorge in lontananza scendendo dal Passo della Presolana prima di giungere all' abitato di Dezzo.
In fila uno sopra all' altro lungo una costa di bosco si trovano i tre roccoli di Monte Nuovo, ben riconoscibili, anche se la vegetazione li ha quasi del tutto inglobati. Incontriamo in successione, salendo dal basso, il roccolo di Giacomo Bettoni (Nuare), il roccolo della parrocchia di Azzone ed il roccolo di Modesto Lenzi. Si tratta di impianti di dimensioni modeste, tipici dell' alta montagna. Nella zona situata tra Azzone ed il Giovetto si incontrano alcuni altri impianti: il roccolo di Stenterello (Carlo Lenzi), lungo una costa di bosco che scende sopra Azzone ed il roccolo della Stadera (Romolo Bettoni) a quota 1629 m., sopra le Some, o meglio, sopra le malghe del Negrino, situato sulla costa della Stadera.
Più in basso è situato il roccolo in località Plan del Sec.
Poco lontano dall' abitato di Azzone, in località Castelletti,si trova il roccolo della parrocchia, ormai con un casello ristrutturato e mal riconoscibile in mezzo ad un bosco invadente.
Sopra Vilminore di Scalve si trova il roccolo di Cricoi, un tempo noto per le abbondanti catture di cesene; attualmente, ne rimane il casello di recente ristrutturato e situato su di un ripiano del fitto bosco. Dall'abitato di Pianezza si segue un sentiero in piano tra i prati e, poi nel bosco verso Est; si cammina per una trentina di minuti e, poi, lo si incontra su di una dorsale del bosco in una posizione molto bella. Le caratteristiche del casello sono ben conservate. E' un tipico roccolo di montagna, con un casello piccolo e molto essenziale. Godeva, in passato, della vista sul Pizzo Camino e sul versante settentrionale della Presolana. Attualmente, le piante ne hanno ridotto la visuale.
Da non dimenticare i roccoli situati sopra il Passo del Giovetto : il roccolo de Mes a 1309 m. nel mezzo del bosco, il roccolo del Passo del Giovetto (1275 m.), trasformato in abitazione, il roccolo del Planes, con le piante che si confondono con il sottostante bosco, in mezzo ad una magnifica radura con vista stupenda sulla Presolana specie di primo mattino, non lontano dalla malga Freisa ed il roccolo del Tone Gat, il più alto a 1707 m., ora trasformato in abitazione di quota.
Situati in provincia di Brescia, ma vicini alla Val di Scalve i tre roccoli di Prave sono posti in una posizione magnifica, quasi di fronte al Passo della Presolana, ormai sopraffatti dal bosco che li circonda.
Ancora ben conservato il casello del roccolo del Polzone (1500 m.) sopra Colere, funzionante fino agli anni '70 situato al limite del bosco, mentre si ricorda un vecchio roccolo situato sulla costa di Valnotte, di cui non rimane più nulla.
Sulla strada che porta da Vilminore a Teveno si incontrano il roccolo di S. Carlo, sopra l'omonima chiesetta (a dieci minuti dalla strada), e quello di Pezzolo, con un casello cadente ma molto grande, importante e con alberi secolari.
A Vilminore si incontra l’importante casello del roccolo della Pieve, altro bell' impianto datato, funzionante fino agli anni '70 e di proprietà degli eredi della signora Matilde Bonicelli.
A Vilminore si trovava in passato pure un altro impianto di cattura, posto vicino al paese, noto ai tempi con il nome di "Oselandina".
Due i roccoli che si incontrano al Passo della Presolana: il roccolo Imberti situato sui pendii che salgono verso la Presolana, un tempo isolato, ed ora stritolato dalle abitazioni che sorgono in parte, ed un altro roccolo, situato sotto il passo scendendo verso il Dezzo, un tempo impianto di cattura per studio degli uccelli migratori. Attualmente i due roccoli sono stati trasformati in abitazioni.
L'unico roccolo al momento in funzione in Val di Scalve, è quello della Clusorina (1510 m.). Gli altri costituiscono un piccolo patrimonio architettonico, che vale la pena conservare e proteggere, per non dimenticare un'antica ed importante tradizione bergamasca.

Di effetto spettacolare sono qui i popolamenti dei tigli e dei tassi che rivestono, abbarbicandosi, la verticalità delle rupi.
Nella parte mediana della Valle le condizioni climatiche favoriscono il costituirsi di boschi in cui prevalgono latifoglie che richiedono umidità e freschezza persistenti ma moderate ed escursioni termiche non eccessive: faggi, aceri, frassini. Gradualmente salendo, tra le latifoglie sempre più si inseriscono le conifere: abete rosso, larice, abete bianco, finché, avvicinandoci ai limiti superiori della vegetazione arborea, le conifere tendono a divenire esclusive componendo boschi puri o quasi puri.
In alto, il bosco dirada, diventa luminoso ed aperto sfumando nel pascolo. Con gli ultimi esemplari nani di abete rosso e di larice convivono il pino mugo l'ontano verde, il ginepro e numerosi altri arbusti che compongono la tormentata boscaglia efficacemente chiamata degli "arbusti contorti", espressione estrema della vegetazione arboreo-arbustiva.

I boschi in generale ed il legno in particolare sono stati uno dei fattori che hanno fatto la fortuna della valle o che, comunque, ne hanno consentito lo sviluppo economico nel passato.
Il legno, di provenienza esclusivamente locale, era la materia prima fondamentale per la costruzione di tutti gli attrezzi in uso nella vita quotidiana, di buona parte delle abitazioni, dei mezzi di trasporto, per le attività produttive. Oggi abbiamo dimenticato, ma per rendersene conto è sufficiente visitare il Museo Etnografico di Schilpario e guardare con attenzione tutti gli oggetti esposti. Anche gli attrezzi metallici, molto numerosi, indirettamente dipendevano dal legno, perché era con il legno che si puntellavano e rinforzavano le volte pericolanti delle numerosissime miniere, ed era con il carbone di legna che si tostava il minerale di ferro e successivamente lo si fondeva nei forni e lo si lavorava nelle fucine.Gli alberi ed il legno erano altresì' fondamentali nelle attività agricole, basti pensare a tutti gli attrezzi utilizzati, allo strame per il bestiame, al fuoco necessario per le attività casearie.
Il fuoco del legno era ovviamente indispensabile anche per sopravvivere ai freddi intensi dell'inverno, quando ancora non c'erano metano, gasolio e nemmeno case ben coibentate. Insomma, la foresta e le piante erano un patrimonio fondamentale per la popolazione, e per questo i nostri antenati avevano nel corso dei secoli imparato a conoscere il bosco, a rispettarlo, ad utilizzarlo con raziocinio, codificando regole di coltivazione ben precise.
A differenza che nelle vallate vicine, grazie anche al clima particolarmente umido che consente notevoli accrescimenti, gli scalvini non esercitavano il taglio a raso, cioè completo su una superficie, ma il taglio a scelta, cioè utilizzando solo alcuni degli alberi maturi del bosco, rilasciando gli altri per un nuovo prossimo taglio.
In tal modo, il suolo non s'impoveriva, i paesi venivano protetti dalla caduta di frane e di valanghe ed il bosco poteva rinnovarsi naturalmente, senza la necessità di piantagioni artificiali come nel caso del taglio a raso. Ciò nonostante, secoli di sfruttamento hanno ovviamente modificato la composizione e la struttura delle foreste originarie, comprimendone le superfici forestali più rustiche, più amanti della luce, in generale, più utili alle attività umane, quali l'abete rosso ed il larice, a scapito soprattutto dell'abete bianco e del faggio.
Dal dopoguerra tutto è cambiato. Lo spopolamento, il venir meno delle pratiche agricole e della presenza dell'uomo sul territorio hanno comportato anche il progressivo abbandono del bosco.
Questo da un lato ha avuto riflessi positivi, perché ne ha consentito la parziale rinaturalizzazione, ne ha aumentato notevolmente le superfici, ha permesso un grosso incremento della densità che garantisce maggiore protezione nei confronti dell'azione erosiva delle acque.
Dall'altro lato, i boschi abbandonati repentinamente sono squilibrati dal punto di vista strutturale ed ecologico, e pertanto a rischio di malattie, di danni da neve e da vento, oltre al fatto che non sono sicuramente un bel biglietto da visita per il turista che vuole passeggiare o raccogliere funghi al loro interno, essendo, come si usa dire, "sporchi".
Questi fenomeni negativi sono stati accentuati dall'estrema frammentazione della proprietà, in Val di Scalve per l'85% privata, a differenza delle vicine vallate, dove prevalgono i boschi comunali, in genere più curati perché attingono a finanziamenti pubblici per le ripuliture, nonché a causa del pauroso calo del valore economico del legname, che non rende più conveniente i tagli.

La Via Mala è una tra le arterie montane più panoramiche e spettacolari d’Europa, un emozionante “portale” di ingresso alla vasta area del Parco delle Orobie. Si tratta della Strada Provinciale ex SS n. 294 che, a cavallo delle province di Brescia e Bergamo, attraversa i comuni di Angolo Terme, Azzone, Colere, Vilminore di Scalve e Schilpario. La strada, di costruzione relativamente recente (il progetto risale infatti al 1861) è caratterizzata da due elementi d’eccezione: l’ubicazione e la modalità costruttiva: si snoda, infatti, a mezza costa lungo la forra della valle, una forra di origine glaciale molto profonda e stretta, incisa dallo scorrere costante delle acque del fiume Dezzo. Qui si può ammirare la grande varietà di rocce, la complessità delle strutture tettoniche e l’evoluzione geomorfologica del paesaggio montano.

Il tracciato stradale, portato a termine nel 1864 ed in alcuni punti coraggiosamente scavato nella roccia, rappresentava la nuova e più moderna alternativa al precedente sentiero, largo appena 80 cm, utilizzato fino al 1860 con le slitte per il trasporto a valle dei minerali ferrosi cavati dalle miniere scalvine.
Per godersi al meglio lo spettacolo di questa rara bellezza della natura si suggerisce un’escursione lungo il tratto messo in sicurezza e riqualificato di recente con strutture volte alla valorizzazione e alla fruizione di diversi punti panoramici
L’accesso a questo interessante itinerario è situato in località Casa Cantoniera, provenendo dalla Val di Scalve l’ingresso è subito dopo la terza galleria a sinistra.

Il primo progetto fu presentato nel 1838, ma per varie cause esso non venne messo in cantiere, nonostante avesse ottenuto tutte le approvazioni necessarie. Il secondo progetto, datato 1857, venne definitivamente approvato nel 1861, dando così il via l'anno successivo alla costruzione della strada. L'opera venne completata nella primavera del 1865, e ufficialmente inaugurata il giorno di Capodanno del 1866.
La strada prese il nome di via Mala, ispirandosi all'omonima strada svizzera che scende dal passo dello Spluga e raggiunge Coira, che presenta caratteristiche simili. Infatti, la strada della Val di Scalve è stata scavata nella viva roccia di una forra, percorsa da un impetuoso torrente (il fiume Dezzo) e serrata tra due pareti rocciose dalle quali scendono numerose cascate.
Nonostante l'importanza che questa arteria rivestiva (e riveste tuttora) nella viabilità della valle, pare che l'amministrazione pubblica non ne avesse particolare cura. A prova di ciò basti ricordare che la strada venne chiusa per diversi mesi nel 1960 a causa di cedimenti strutturali causati dal disgelo, con conseguente blocco delle comunicazioni e ingenti danni economici. I vari interventi, necessari per la manutenzione ordinaria e straordinaria della strada, venivano effettuati solo dopo reiterati solleciti da parte degli amministratori locali all'autorità competente, che nel frattempo era diventata l'ANAS, subentrata alla Provincia di Bergamo.
Con l'aumento del volume del traffico e del numero dei veicoli circolanti, SS 294 si rivelò, nel tratto tra Angolo Terme e Dezzo di Scalve (fraz. di Colere), carente dal punto di vista della capacità e palesemente insicura. Allo scopo di renderla più scorrevole e conformarla agli standard di sicurezza, venne interessata da una serie di lavori tra il 1985 e il 1990. In queste occasioni molti tratti furono allargati, e vennero realizzate ex novo delle varianti in galleria per aggirare i tratti che non potevano essere ampliati per mancanza di spazio. Oggi la SS 294, da Boario Terme a Schilpario, pur restando una strada di montagna è funzionale e sicura.

In seguito al decreto legislativo n. 112 del 1998, dal 2001 la gestione è passata dall'ANAS alla Regione Lombardia che ha provveduto al trasferimento dell'infrastruttura al demanio della Provincia di Bergamo e della Provincia di Brescia per le tratte territorialmente competenti.

La strada statale 294 inizia a Boario Terme (221 m) staccandosi dal vecchio tracciato della strada statale 42; tocca le frazioni Sciano (325 m) e Gorzone (353 m); oltrepassa il Dezzo, attraversandolo per l'unica volta in tutto il percorso, prima di entrare nel centro di Angolo Terme (411 m). Dopo averlo attraversato, in falsopiano percorre a mezza costa un tratto di valle ancora piuttosto aperto, prima di immettersi nella gola scavata dal Dezzo, che inizia al chilometro 6,500.
Il percorso attraverso la gola (via Mala Bergamasca) è lungo circa 8 chilometri, durante i quali la strada corre a tratti parallela al fiume, a tratti alta sopra di esso, comunque sempre in leggera salita (pendenza media 2,5%). In alcuni punti essa è scavata nella viva roccia. Ai lati dell'imbocco di alcune delle gallerie che caratterizzano questa tratta, è possibile scorgere i vecchi tronchi di strada, stretti e pericolosi, che era necessario percorrere prima della realizzazione delle varianti in tunnel. Questi tronchi dismessi stanno per essere riaperti al traffico, ma solo come piste ciclopedonali e itinerari naturalistici.
L'ambiente, severo ma al tempo stesso spettacolare, è reso ancora più suggestivo dalla presenza di numerose cascate che si gettano dall'alto delle pareti che rinserrano la gola.
Al chilometro 10,500 si abbandona il territorio camuno (provincia di Brescia) per entrare in provincia di Bergamo della quale fa parte l'alta Val di Scalve.

Al termine della gola (chilometro 14,500 circa, a una quota di 730 metri sopra il livello del mare) inizia un tratto in falsopiano; in località Dezzo di Scalve (frazione divisa tra i comuni di Colere e Azzone posta a 750 m) si staccano, sulla destra rispetto alla direzione di salita, le strade provinciali SP 59 diretta a Borno e SP 60 diretta ad Azzone, entrambe particolarmente ripide, mentre sulla sinistra confluisce la strada statale 671 della Val Seriana per il passo della Presolana, che consente, tra l'altro, di raggiungere la località sciistica di Colere.
La strada lambisce il Dezzo, transitando accanto al Santuario della Madonna di Colere (ricostruito dopo il disastro del Gleno del 1923), e inizia a salire con pendenze piuttosto accentuate; si supera Sant'Andrea (843 m), dove si stacca sulla sinistra la provinciale per Vilminore di Scalve, e Dezzolo (890 m), poco oltre il quale un ulteriore bivio permette di raggiungere Vilmaggiore di Scalve.
La valle piega decisamente verso est, permettendo la vista dei massicci montuosi del Pizzo Camino e del Cimone della Bagozza che dominano l'alta valle, mentre voltando le spalle alla direzione di salita la scena è dominata dal Pizzo della Presolana che prima era nascosto alla vista.
Si superano Barzesto (1077 m), e Ronco (1075 m), raggiungendo quindi Schilpario, centro di villeggiatura estiva e di sci nordico adagiato nel fondovalle, a 1124 metri di quota. Fino a non moltissimi anni or sono, la strada principale ne attraversava il centro storico: oggi esiste una sorta di circonvallazione.

Superato Schilpario la strada, più stretta, inizia a risalire l'alta valle, verso il passo del Vivione. Tra boschi di conifere, passando dinnanzi agli ingressi di vecchie miniere di ferro oggi dismesse, perviene a Fondi di Scalve (m 1265), dove ha inizio l'ascesa vera e propria al passo, circa 8 chilometri, caratterizzati da sede stradale particolarmente ristretta, alcune serie di tornanti, pendenze non trascurabili (media 7%, massima oltre il 12%).
Tra scenari alpestri, dominati dalle pareti calcaree del Pizzo Camino e del Cimone della Bagozza si perviene al valico, posto a 1828 m sullo spartiacque tra la Val di Scalve e la Val Paisco, tributaria della Val Camonica.

Il primo tratto della Val Paisco è amministrativamente ancora bergamasco; la strada oltrepassa il confine, rientrando nella provincia di Brescia, al chilometro 41,300, in corrispondenza del ponte sul torrente Sellero che scende dalla cima omonima e che forma una suggestiva cascata ben visibile dalla strada stessa.
La discesa lungo la valle percorsa dal torrente Allione è lunga circa 15 chilometri, nei quali la sede stradale si mantiene piuttosto ridotta come dimensioni ma comunque abbastanza larga per potervi transitare con qualsiasi autovettura; gran parte del percorso è immerso in boschi di conifere. Si supera il bivio per Grumello e Loveno, due piccole frazioni del comune di Paisco Loveno, la cui sede è Paisco (843 m) a cui si perviene circa 4 km più avanti.

Gli ultimi 6 chilometri di strada sono in netta discesa, attraverso boschi di castagno; al termine del suo percorso la SS 294 si immette di nuovo nella strada statale 42 del Tonale e della Mendola in località Forno d'Allione (515 m), nel comune di Berzo Demo.

Il tratto che va da Schilpario al bivio per Grumello e Loveno, in Val Paisco, è normalmente chiuso nel periodo invernale (da dicembre ad aprile), ma può accadere che abbondanti nevicate in periodo autunnale o primaverile avanzato possano far anticipare la chiusura o posticipare l'apertura della strada.




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