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lunedì 15 giugno 2015

IL MUSEO DEL RISORGIMENTO

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Istituito nel 1887 riunisce documenti ed oggetti riguardanti il periodo tra il 1789 (Rivoluzione francese) e il 1870 (presa di Roma).
La sede del Museo cambiò più volte nel corso degli anni fino a quando, nel 1959, venne spostata definitivamente nell'edificio del grande Miglio in Castello. Quest'ultimo, risalente al 1597, aveva originariamente la funzione di magazzino per le granaglie. Nel Museo numerosi sono i documenti e i cimeli che testimoniano del periodo della Rivoluzione francese data l'importanza della sua influenza su Brescia: armi d'epoca, monete, stampe.

Il rinnovato Museo del Risorgimento è stato inaugurato nell’ottobre 2005 negli spazi superiori del Grande Miglio, in Castello, edificio che prende il nome dal deposito di granaglie per le guarnigioni venete costruito in Castello alla fine del Cinquecento.
I criteri espositivi, coerenti con le più attuali interpretazioni dei fatti storici, propongono una selezione ragionata delle raccolte eterogenee vantate dal Museo, fra cui ritratti, cimeli, proclami e stampe d’epoca che documentano l’epopea risorgimentale e i moti patriottici per l’unità nazionale.
Attraverso un originale patrimonio iconografico, infatti, i principali avvenimenti storici vengono svelati seguendo una metodica ispirata alla micro-storia, dove sono gli oggetti e il lessico della quotidianità, giustapposti ai cimeli e ai documenti, a spiegare gli eventi della grande storia.
Particolare attenzione è dedicata alle vicende storiche del territorio locale, che fu il fulcro della Repubblica bresciana del 1797, delle Dieci Giornate e successivamente crocevia delle guerre d’Indipendenza e teatro di celebri battaglie.

Un itinerario a ritroso nella storia d’Italia, che si ferma al 1859, per ripercorrere gli eventi della Seconda Guerra d’Indipendenza e conoscere i suoi protagonisti, da Napoleone III a Cavour, da Vittorio Emanuele II a Garibaldi, fissando l’indagine su uno degli episodi fondanti del Risorgimento, la battaglia di San Martino e Solferino, che toccò da vicino e segnò profondamente la terra bresciana, e che portò alla sconfitta degli austriaci da parte dei franco-piemontesi e allo storico passaggio della Lombardia al Regno di Sardegna.
Il Museo apre lo sguardo su una documentazione variegata, fatta di carte geografiche che seguono il movimento delle truppe, bandiere, stampe, quadri, sculture e oggetti diversi, oltre agli strumenti di propaganda e celebrazione della memoria, per restituire i volti, insieme ai luoghi e ai contesti fisici di una lotta che fu durissima e sanguinosa.
Da un diverso punto di vista, l’allestimento allarga l’attenzione anche sulla città di Brescia, trasformata in quei giorni in “immenso ospedale”, dove i sentimenti di carità si fusero col fervore patriottico, ispirando a Henry Dunant, testimone diretto della battaglia, i principi fondativi della Croce Rossa Internazionale.
Una sezione particolare, invece, è dedicata alle Dieci giornate di Brescia del marzo 1849, rivolta popolare che fu prologo ideale degli avvenimenti narrati e scansione fondamentale del tortuoso cammino verso l’unità d’Italia.
In tale contesto, lo stesso allestimento museale diventa spazio che favorisce l’immedesimazione del visitatore, grazie alle atmosfere create dal contrasto fra pareti bianche, pavimenti in lastre di ferro naturale e un grande fondale continuo, rosso e ad andamento sinusoidale, su cui si imprime il racconto degli eventi.
Oltre alla prospettiva di indagine storica, peraltro, il Museo si presenta agli spettatori anche come una interessante proposta artistica apprezzabile nei dipinti, disegni, stampe, ceramiche e sculture che testimoniano la vivacità delle arti figurative del XIX secolo, offrendo una inedita panoramica sui costumi e gli stili di vita del passato più recente.



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martedì 28 aprile 2015

PERSONE DI VARESE : EMILIO MOROSINI

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Morosini Emilio nacque a Milano il 26 giugno 1830, unico figlio maschio di Giovanni Battista e di Emilia de Zeltner, entrambi di estrazione nobiliare.
Dal 1836 al 1842 frequentò l’istituto fondato e diretto da Antonio Boselli, dove, in anticipo sui tempi, nei programmi, oltre alle materie letterarie, erano incluse anche le lingue straniere, la ginnastica, il nuoto e la scherma. Studiò poi nel ginnasio di Brera, avendo come insegnante il patriota e scrittore Achille Mauri, e infine (1847) nell’I.R. liceo di Porta Nuova (poi liceo Parini).

Fin dalla tenera età strinse un’amicizia profondissima con i fratelli Emilio ed Enrico Dandolo e con Luciano Manara, i quali nutrirono un affetto speciale anche per il resto della famiglia Morosini. Già coinvolto nelle manifestazioni antiaustriache del 30 dicembre 1846 (giorno dei funerali di Federico Confalonieri) e del 21 febbraio 1848, Morosini si distinse in vari momenti delle Cinque Giornate (18-22 marzo 1848), militando nel gruppo di volontari che ebbe nell’amico Manara una guida sempre più autorevole. Cacciati gli Austriaci da Milano, Morosini prese parte all’inseguimento delle milizie nemiche in ritirata, entrando nel primo nucleo di quel battaglione dei volontari lombardi, comandato da Manara, che si sarebbe estinto soltanto nel luglio 1849 a Roma. Morosini fu tra i protagonisti (come attesta un’intensa lettera alla sorella Carolina) del primo vero scontro con l’esercito austriaco, avvenuto a Castelnuovo (tra Peschiera e Verona) l’11 aprile 1848 e risoltosi in una completa disfatta. Sebbene un successivo consiglio di guerra ne avesse decretato l’assoluta mancanza di responsabilità, Morosini fu richiamato a Milano (insieme a Enrico Dandolo) dal generale comandante delle milizie volontarie Michele Napoleone Allemandi: energiche pressioni in quella direzione aveva svolto Angelo Fava (che fu una figura cardine nella sua formazione), estremamente preoccupato per la sorte del giovane discepolo. Morosini entrò quindi con il grado di sottotenente nello stato maggiore del generale Ettore Perrone di San Martino, comandante della divisione lombarda, prendendo parte nel luglio 1848 alle sterili operazioni intorno alla fortezza di Mantova. Dopo la netta vittoria degli Austriaci sui Piemontesi avvenuta a Custoza, Morosini accompagnò Perrone a Bozzolo (28 luglio 1848), dove il re Carlo Alberto si era nel frattempo ritirato: in quel concitato frangente, il giovane milanese espresse, in una vibrante missiva indirizzata alla sorella Giuseppina, profondo sdegno per la discutibile condotta di guerra dell’esercito piemontese. Congedato dal generale Perrone con grandi attestazioni di stima, si diresse (insieme a Enrico Dandolo) dapprima a Vezia, presso Lugano, nella vasta tenuta di famiglia, per poi ricongiungersi finalmente (settembre 1848) all’amico Manara, che aveva costituito un corpo scelto inquadrato nell’esercito piemontese. Morosini entrò così come ufficiale nella 2a compagnia del battaglione dei bersaglieri lombardi (poi inserito nella divisione lombarda, comandata dal generale Girolamo Ramorino), con la quale, dopo interminabili mesi di attesa, visse la ripresa della guerra all’Austria (marzo 1849), sfociata in una terribile delusione.

Dopo l’armistizio di Vignale, che decretava lo scioglimento della divisione lombarda senza offrire garanzie ai sudditi dell’imperatore d’Austria, Morosini appoggiò senza esitazioni la scelta di Manara di portare il proprio battaglione in soccorso della Repubblica Romana, assediata dalle milizie francesi comandate dal generale Nicolas-Charles-Victor Oudinot.

Alla madre Emilia, fortemente contraria all’intervento in favore di una «massa di ostinati utopisti incorreggibili» (Capasso, 1914, p. 202), Morosini rispose da Roma il 1° maggio 1849 con le seguenti parole: «Del resto ora si tratta di difendere una città italiana da un’invasione straniera qualunque, si tratta dell’onore delle armi italiane così vilipeso, si tratta di agire in conformità alla riconoscenza che noi dobbiamo alla nazione Romana, che ci accolse così splendidamente...Della Repubblica non me ne importa un fico, ma dell’Italia e del suo onore penso diversamente. Credetelo, se foste qui, capireste che il nostro posto è in Roma e ci applaudireste» (ibid., pp. 204 s.).

Promosso tenente e distintosi nella campagna contro l’esercito napoletano (in particolare nello scontro di Rocca d’Arce del 27 maggio 1849), Morosini combattè valorosamente nella sanguinosa e decisiva giornata del 3 giugno 1849, nella quale, durante uno dei ripetuti assalti alla posizione di villa Corsini, vide cadere al proprio fianco Enrico Dandolo. Sebbene Emilio Dandolo e Manara avessero cercato nei giorni successivi di esporlo il meno possibile ai pericoli, Morosini, divenuto comandante interinale della 2a compagnia, dovette affrontare nella notte fra il 29 e il 30 giugno presso il bastione del Merluzzo un soverchiante attacco francese: gravemente ferito e fatto prigioniero, si spense all’alba del 1° luglio 1849. La salma fu tumulata a Roma nella cappella dei Cento Preti della chiesa di S. Francesco a ponte Sisto, ove erano già quelle di Manara, caduto il 30 giugno a villa Spada, e di Enrico Dandolo.

In seguito, alcuni commilitoni curarono il trasporto delle salme dei tre patrioti fino a Vezia, ove quelle di Morosini e di Enrico Dandolo poterono essere deposte in una cappella del giardino di villa Morosini. Alcuni anni più tardi Emilia Morosini de Zeltner trascrisse in un volume denominato Lettere dei ragazzi (non destinato alla pubblicazione) tutte le missive che dall’autunno 1847 al giugno 1849 erano state indirizzate a lei, al marito e alle cinque figlie da Emilio, dai fratelli Dandolo e da Manara.




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PERSONE DI VARESE : ENRICO DANDOLO

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Dandolo Enrico fu un patriota (Varese 1827-Roma 1849). Con il fratello Emilio partecipò alle Cinque giornate di Milano e alle operazioni del battaglione dei bersaglieri lombardi di L. Manara nel Bresciano, nel Trentino, alla battaglia di Novara. Durante la difesa di Roma (1849), cadde nell’assalto di Villa Corsini.

Avendo maturato una buona esperienza nelle tattiche di guerriglia, prese parte coi volontari lombardi della Legione Manara alla campagna del Bresciano e del Trentino della prima guerra d'indipendenza, e partecipò alla costituzione della Repubblica Romana, nel 1849. Durante la battaglia contro i Francesi, che infine occuparono Roma annientando la Repubblica Romana, Dandolo militava con il grado di capitano nel Battaglione Bersaglieri Lombardi, al comando di Luciano Manara.

Egli morì nella notte del 3 giugno 1849, durante lo scontro che ebbe luogo nei pressi di Villa Corsini. Fu sepolto a Vezia, piccolo comune vicino a Lugano (Canton Ticino) dove la famiglia dell'amico Morosini aveva una villa. Il conte Tullio Dandolo, padre di Enrico ed Emilio, aveva cercato di ottenere il permesso dal governo austriaco di seppellire il figlio nella tomba di famiglia ad Adro (Bs), ma le condizioni erano troppo umilianti per la famiglia per cui il corpo di Enrico rimase in terra straniera. Centoventi anni dopo gli abitanti di Adro, venuti a conoscenza che la cappella di Vezia era ormai caduta nell'abbandono, chiesero ed ottennero di riportare le spoglie di Enrico nella tomba di famiglia. La traslazione, a spese della comunità adrense, avvenne con cerimonia solenne nel settembre del 1968, in concomitanza con un raduno nazionale del corpo dei Bersaglieri che vennero ad Adro ad onorare il loro eroico commilitone.



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PERSONE DI VARESE : EMILIO DANDOLO

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Dandolo Emilio è nato a Varese il 4 aprile 1830 dal conte Tullio e da Giulietta Bargnani, dopo esser stato tre anni, fino al 1843, nel collegio di Monza diretto dal barnabita padre Piantoni, insieme col fratello Enrico frequentò con profitto le scuole ginnasiali di Brera, legandosi di stretta amicizia con  Morosini, Manara ed altri giovani che con lui partecipavano agli entusiasmi patriottici.
Così ricorda Dandolo stesso la situazione politica di Milano verso la fine del '47, il fervore dei giovani, l'attesa di grandi eventi: "Le lezioni scolastiche erano trascurate fino dai più diligenti; i pazzi discorsi, le ardenti speranze assorbivano la nostra mente esaltata. Riunitici in piccole brigate, noi passavamo le ore apprendendo i militari esercizi: la notte ci trovava raccolti in qualche remota cameretta a fonder palle e preparare cartucce. Ogni nostro cortile, ogni giardino racchiudeva nelle mal dissimulate fosse casse d'armi e di munizioni" (I volontari ed i bersaglieri lombardi. Annotazioni storiche, Milano 1860, 2 ed., p. 3). Da molti compagni riconosciuto come capo, Dandolo partecipò alle collette a scopo benefico, alle dimostrazioni, ai preparativi della sommossa, poco curandosi delle esortazioni alla prudenza che gli venivano dal padre, specie dopo la proclamazione dello stato d'assedio.

Dall'inizio della rivoluzione milanese fece parte col fratello del drappello di studenti guidato da Anfossi e da Manara, lottando a Porta Nuova e negli scontri più importanti per poi combattere, subito dopo la liberazione, nelle file della colonna Manara, del quale divenne secondo aiutante. Con la colonna liberò Crema, Brescia e Salò, giungendo al lago di Garda; proseguì poi la campagna verso il Trentino nelle file del corpo d'osservazione del Tirolo (guidato prima da Allemandi e poi da Durando), cui apparteneva anche il riorganizzato battaglione Manara, dislocato dapprima a Montesuello e poi a Idro.

Di questi mesi di fazioni militari e di sacrifici, di sconforto e di fiducia, così Dandolo, dall'11 giugno sottotenente alfiere del battaglione, verso la fine di luglio scriveva al padre: "Io vedo l'avvenire così scuro, io prevedo tanto sangue e tante lacrime da spargersi, prima di meritare la libertà che non posso essere allegro e neppure sereno confortatore d'altrui. Che vuoi? Soffriamo, sperando in Dio che non abbandonerà la santissima causa. Io mi distraggo colle occupazioni, colla speranza e il desiderio dei pericoli e della gloria... Verrà giorno, io lo spero in Dio, in cui riuniti tutti, celebreremo lietamente la gloriosa fine della nostra servitù" (in Capasso, Dandolo, Morosini, Manara..., pp. 93 s.).

Alla conclusione della guerra, nella quale il battaglione fu impegnato in combattimenti di retroguardia (a Carzago-Lonate) per coprire Brescia, poi nella ritirata della divisione lombarda verso Bergamo, Monza e il Ticino, Dandolo seguì le vicende del battaglione Manara in Piemonte: scioglimento, ricostituzione in accordo col governo piemontese, esercitazioni militari nei pressi di Alessandria.

Ufficiale della 4ª compagnia, Dandolo non riusciva a calmare la inquietudine né a tacere il desiderio di riprendere la lotta: "Noi qui secondo il solito non stiamo male, ma vi assicuro che tutti i giorni cresce quello stato di inquietudine e di svogliatezza portato dal non saper mai nulla di positivo sui fatti nostri, e del nostro povero paese .... I soldati sono frementi e noi vi assicuro che non ne possiamo proprio più. Basta poi verrà questo benedetto ordine di marciare. Oh allora sì che sarà una gioia per tutti! E verrà presto perché tutti pare che siano d'accordo nel far subito la guerra... . Intanto noi se non altro approfittiamo del tempo studiando, facendo esercizi, ed istruendo i soldati, i quali speriamo si faranno onore, e ne faranno a noi. È un gran piacere vi assicuro aver a che fare con dei soldati disciplinati e vogliosi di battersi come sono questi. Vedrete che dei Bersaglieri Lombardi si parlerà, ma basta che non ci lascino qui a languire per un pezzo..." (in Capasso, Dandolo, Morosini, Manara..., pp. 154 s.).

Durante la breve campagna del '49, nelle file del battaglione Manara, inquadrato nella divisione lombarda comandata dal gen. G. Ramorino, Dandolo partecipò il 20 marzo al combattimento della Cava guidando l'avanguardia sull'alto Gravellona; dopo la sconfitta di Novara, seguì le sorti del battaglione che, in vista dello scioglimento della divisione lombarda, passò alla fine di aprile dalla Liguria allo Stato pontificio, sbarcando a Porto d'Anzio, per continuare a lottare per la libertà d'Italia. Promosso tenente, dal 30 aprile partecipò ai combattimenti per la difesa della Repubblica romana, lottando contro i Napoletani a Velletri e contro i Francesi a Roma, guidando il 3 giugno per ordine di Garibaldi un drappello di una ventina di uomini in un disperato assalto a Villa Corsini e rimanendovi ferito, mentre veniva colpito a morte il fratello Enrico.

Prese poi parte alle ultime fasi della difesa di Roma, a Villa Spada, dove assistette alla morte di  Manara, preoccupandosi infine del trasporto in patria delle salme del fratello e degli amici Morosini e Manara.

Ottenute le dimissioni dal servizio il giorno medesimo in cui l'Assemblea romana deliberò la cessazione di ogni ulteriore difesa (1° luglio), qualche giorno dopo s'imbarcò a Civitavecchia per Genova. Qui, atteso dal padre Tullio e dalla di lui seconda moglie Ermellina Maselli, non fu autorizzato a scendere, sicché dovette sbarcare a Marsiglia, e per Ginevra e il Canton Ticino raggiungere Vezia presso Lugano verso la metà del mese, dove, ai primi di settembre, giunsero e furono tumulate le salme del fratello e del Morosini. Spinto dal desiderio di onorare i compagni caduti e i superstiti, e senza entrar nel vivo del dibattito politico tra moderati e democratici, si mise a scrivere un volume di memorie sulle vicende eroiche dei bersaglieri lombardi (I volontari e i bersaglieri lombardi, Torino 1849; trad. inglese, London 1851, con pref. di  Capponi).

Aureo libretto, secondo Croce, il volume si inserisce nella memorialistica del Risorgimento, più che nella storiografia o nella pubblicistica, per la schiettezza della narrazione, il taglio dei dialoghi e dei ritratti, la freschezza delle immagini, non senza critiche verso le autorità di governo in Lombardia e Piemonte, o verso l'operato del Mazzini durante la Repubblica romana. Lodato da Pellico per il candore e l'onestà, da Capponi per il senno, i moderati pensieri e lo spirito religioso, venne definito da Tommaseo "libro, che, se lo stile ci fosse, sarebbe opera d'antica bellezza e bontà" (Mazzoni, pp. 1231 s.), e da Capasso (Dandolo, Morosini, Manara..., p. 266) libro pervaso di "accenti tenerissimi e forme e colori vivissimi per descrivere gli episodi principali e la tragica fine dei suoi". Secondo Pieri (Storia militare del Risorgimento..., p. 846) "è dimostrato come Dandolo ritenesse opportuno, anzi necessario, immettere le schiere volontarie nell'esercito regolare, sia facendone nuovi reparti, sia ingrossando quelli esistenti".

Nel successivo decennio, non riuscendo a riprendere il posto di ufficiale nell'esercito piemontese o a iniziare una qualche carriera nell'amministrazione sarda, Dandolo attese ad accrescere la propria cultura, ma non in vista dell'esercizio di una libera professione, volgendosi invece alle pratiche agricole, all'amministrazione del patrimonio, alle meditazioni ed ai viaggi che tuttavia non lo aiutarono a vincere lo sconforto per le passate sventure (ed una recente delusione amorosa per Peppina Morosini). Di un lungo viaggio in Oriente, compiuto insieme con l'amico marchese Trotti (ottobre 1850-agosto 1851), pubblicò una relazione assai apprezzata (Viaggio in Egitto, nel Sudan, Siria e in Palestina, Milano 1854). Essendogli stato concesso dal governo nel '55, in occasione della guerra di Crimea, di essere addetto al quartier generale sardo come sottotenente dei bersaglieri, non attese l'imbarco del corpo di spedizione e ai primi di aprile era già dinanzi a Sebastopoli nel quartier generale francese. Le autorità austriache, valutando il significato "patriottico" della presenza del Dandolo in Crimea, col pretesto che il passaporto gli era stato concesso per un viaggio di svago e non per partecipare alla guerra arruolato in un esercito straniero, gli ingiunsero di rientrare in Lombardia, pena la perdita della cittadinanza, l'espulsione dallo Stato e il sequestro dei beni. Tornato a Milano nel maggio del medesimo anno, fu sottoposto a sorveglianza (e venne relegato nella sua villa di Adro vicino Brescia alla fine del '56, mentre l'imperatore visitava Milano). Nonostante l'aggravarsi della tisi che lo minava, continuava nel lavoro segreto, insieme con Giulini e altri esponenti della nobiltà e borghesia lombarda, per promuovere l'agitazione e la propaganda nel Lombardo-Veneto secondo l'orientamento liberale impresso dal Cavour in Piemonte. Consumato dalla tisi, si spense a Milano il 20 febbraio 1859, assistito dai genitori e da amici e compagni d'armi.

I funerali diedero luogo ad una grandiosa manifestazione patriottica, con una folla enorme di fronte alla quale fu impotente la polizia, e inutile lo schieramento delle truppe al cimitero. Qui espressero il loro dolore di amici e di italiani il conte Bargnani e  Allievi, che volle citare le ultime parole dello stesso Dandolo: "Desidero e spero di spendere la vita al servizio della patria e di morire per lei, a cui ho consacrato da vari anni tutti i miei affetti e la mia esistenza". A Milano effetti immediati dei funerali furono perquisizioni, arresti e dimostrazioni patriottiche dinanzi al teatro alla Scala il 23 febbraio, mentre anche a Torino si tenevano solenni esequie in memoria del Dandolo, alla presenza di esponenti dell'emigrazione italiana, e venivano ricordate nei giornali la sua figura e la sua opera.




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domenica 26 aprile 2015

BELFORTE

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Belforte è un quartiere della città di Varese situato nella parte orientale del capoluogo lombardo, attraversato dall'omonimo viale che risulta essere una delle arterie principali della città, collegandola con Malnate e dunque il Comasco ed i valichi svizzeri. Il rione è attraversato dal torrente Vellone che, nei pressi di Malnate, sfocia nell'Olona.

La chiesa parrocchiale è intitolata alla Madonna della Speranza e della Pace, ma è più semplicemente conosciuta come chiesa del Lazzaretto, per essere stata utilizzata come luogo di degenza dei contagiati durante la grande peste del Seicento. Nell'edificio troviamo una tela rappresentante la Vergine e San Maderno, con tutta probabilità dipinta nel XVII secolo da Federico Bianchi.

Il castello sorge nell’omonimo rione di Varese, su una collinetta posta in posizione che domina l’area. Un tempo di proprietà dei Biumi, il Castello fu probabilmente eretto nel Quattro-Cinquecento. A quell'epoca sono riconducibili la porzione di casa-torre, e quella contrapposta, che conserva il portale originale con stemma dei Biumi (secolo XVI). II grandioso prospetto di un corpo architettonico innestato tra i due nuclei appartiene, invece, al pieno Seicento e attesta i modi nobili dell'architettura milanese di matrice ricchiniana, costituendo uno dei più vistosi esempi di edilizia civile varesina. Nel Seicento, infatti, modificate e in parte venute meno le funzioni difensive, il Castello fu trasformato in residenza.
La struttura ha avuto un ruolo importante anche nel Risorgimento italiano. Attualmente  è in stato di grave incuria, continua a rappresentare uno dei monumenti più interessanti per la storia della città.



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giovedì 23 aprile 2015

PERSONE DI LUINO : GIUSEPPE FERRARI

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Giuseppe Ferrari nacque a Milano il 7 marzo 1811 e si spense a Roma nella notte tra l’1 e il 2 luglio 1876. Prima avvocato, passò poi completamente agli studi filosofici, considerando come proprio maestro Romagnosi. Per alcuni anni studiò Vico, delle cui opere fu anche editore; spirito irrequieto, proteso verso l'azione, le lotte e i contrasti ideali, Ferrari trovò in Francia, ove si recò nel 1838, un ambiente consono al suo spirito. Il pensiero e l'atteggiamento politico di Ferrari ruotavano attorno al principio di libertà ed uguaglianza sociale e all'idea di federalismo repubblicano e democratico come unica forma di soluzione del problema italiano del Risorgimento. Il federalismo per Ferrari si doveva manifestare nell'assetto da dare all'Italia libera, ma per raggiungere questo era necessario che vi fosse un'unione rivoluzionaria. Egli fu però contrario al principio dell'"Italia farà da sè", perché ritenne necessario l'intervento francese in Italia: le delusioni del 1848 esasperarono le sue idee federaliste, repubblicane e radicali e dal 1852 al 1859 si raccolse negli studi. Nel problema dei rapporti tra Stato e Chiesa, come non partecipò dell'entusiasmo per Pio IX, così non approvò né la formula di Cavour, né il pensiero di Mazzini, e auspicava una completa indipendenza del moderno stato italiano da ogni legame religioso. Non fu nemmeno un uomo di governo; ebbe però un grande interesse per la vita politica, così che rientrato in Italia nel 1859 ed eletto deputato per il collegio di Luino, partecipò per molti anni ai dibattiti parlamentari. Sedeva sui banchi della sinistra, in realtà fu un isolato della tenace idea del federalismo. Cavour, Minghetti, Crispi, riconoscendone il valore e l'onesta sincerità lo stimavano, ma in fondo vedevano in lui il superstite di una corrente politica sconfitta. Fu però favorevole a una Roma capitale e, nonostante il suo federalismo, votò per la convenzione di Settembre; nel maggio del 1873 propose che la soppressione delle corporazioni non si restringesse entro i confini della legge. Prese parte soprattutto alle discussioni economiche, sociali ed amministrative e i meriti scientifici di Ferrari ottennero ampi riconoscimenti ufficiali: ebbe una cattedra universitaria a Milano e tenne corsi liberi a Torino e a Pisa.



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