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martedì 26 maggio 2015

LA CHIESA DEI SANTI MARTIRI A LEGNANO

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Dedicata ai santi Sisinnio, Martirio ed Alessandro (noti come i "Santi Martiri"). Il territorio della parrocchia potrebbe essere stato teatro della prima fase della battaglia di Legnano.

L'idea di costruire una chiesa parrocchiale nella zona dell'Oltrestazione nacque nel 1890. Tra le varie localizzazioni possibili, alla fine la scelta cadde sul quartiere Mazzafame (il nome deriva dalla fertilità del terreno, che "ammazzava la fame" nei periodi di carestia). All'epoca, questo rione, ad esclusione della zona lungo la via Novara, non era molto abitato, anche se era in costante espansione. I lavori di costruzione iniziarono nel 1904.

Il rione Mazzafame non era ancora molto popolato, come lo erano invece già le due fasce di territorio laterali alla via Novara e l'ubicazione in questa zona era quindi scontata. Nel 1990 l'inaugurazione del monumento di Enrico Butti, celebrativo della battaglia dei lombardi contro il Barbarossa, rinfocolò nei legnanesi l'amore e l'orgoglio di memorie storiche legate al Medioevo. Nacque così l'idea di dedicare ai Santi Martiri cristiani: Sisino, Martirio, Alessandro, le cui reliquie erano custodite nella chiesa milanese di S. Simpliciano, dove era sepolto l'arcivescovo Ariberto da Intimiano, che stando alla leggenda donò ai milanesi la croce lobata del Carroccio, incitandoli alla rivolta contro Federico I. La proposta della dedicazione ai Santi Martiri della nuova chiesa sarà più tardi caldeggiata dallo stesso arcivescovo Cardinale Andrea Ferrari. Nel realizzare l'edificio religioso, ultimato nel 1910, si cercò quindi di legarlo alle memorie connesse con la battaglia contro il Barbarossa.
Fu così che nell'altare di destra il pittore Matteo Meneghini affrescò una pala che raffigura i tre santi martiri con un'ambientazione paesaggistica che richiama la Valle di Non dove furono uccisi e un volo d'angeli in un cielo plumbeo. Questo altare fu inaugurato il 29 maggio 1919, anniversario del martirio dei santi patroni della parrocchia. Ai lati dell'altare spiccano anche due lapidi con i nomi dei parrocchiani morti nelle ultime due grandi guerre e i nomi delle città aderenti all'antica Lega Lombarda.
Sisinio, Martirio e Alessandro erano nati in Cappadocia e, ancora giovinetti nel IV secolo vennero mandati a Milano per essere istruiti nella fede dal vescovo S. Ambrogio. Attratti dall'ideale missionario furono inviati al vescovo di Trento, San Virgilio che li destinò nel 387 ad evangelizzare l'antica regione Anaunia, l'attuale Valle di Non. Dopo dieci anni a servizio della gente della Valle, il 29 maggio del 397, furono trucidati in un rito, detto degli Ambarvali, durante una festa pagana di carattere agreste nella località di Mecla, ora Sanzeno, dove era stata eretta una basilica a loro dedicata. Le reliquie dei tre martiri furono successivamente trasferite a Milano e custodite nella chiesa di S. Simpliciano.
A Sisinio, Martirio e Alessandro è legata una leggenda popolare, nata anche dalla coincidenza della loro morte con la battaglia di Legnano nel 1176. All'intercessione dei Santi Martiri le genti lombarde attribuiscono la vittoria di Legnano. Si narra infatti che nel giorno dello scontro tra le milizie milanesi e quelle del Barbarossa, tre colombe uscirono dalla chiesa di S. Simpliciano, dove erano custodite le loro reliquie, e andarono a posarsi sulla croce del Carroccio rimanendovi fino al termine della battaglia.

La facciata dell'edificio religioso, che è stata completata negli anni cinquanta del XX secolo, è in cotto con elementi in marmo bianco. La chiesa è a tre navate divise da una fila di colonne. Le due navate laterali sono più piccole di quella centrale. Il campanile è in stile moderno.

Di pregevole fattura sono la croce in ferro dell'altare maggiore, il coro e l'organo a canne di stagno. Alla destra del transetto sono presenti dei quadri raffiguranti la Via Crucis. Nell'altare di destra Matteo Meneghini ha affrescato una pala che rappresenta i tre santi collocati su uno sfondo raffigurante un volo di angeli in un cielo nuvoloso. Il paesaggio dello sfondo ricorda la val di Non, dove furono martirizzati i tre santi. Ai fianchi di questo altare altare sono collocate due lastre in pietra dove sono elencati i fedeli della parrocchia deceduti al fronte della prima e della seconda guerra mondiale, oltre che le municipalità coalizzate nella Lega Lombarda.



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lunedì 25 maggio 2015

LA CHIESA DEL BEATO CARDINAL FERRARI A LEGNANO

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La chiesa fu costruita per soddisfare le esigenze del quartiere legnanese di Mazzafame, che era in piena espansione urbanistica. Il 4 settembre 1987 fu posata la prima pietra anche se i lavori partirono speditamente solo nell'aprile 1988. Fu ultimata nell'inverno 1989. L'8 giugno 1991 fu consacrata e dedicata al beato cadinal Ferrari dal cardinale Carlo Maria Martini. Diventò parrocchiale il 1 ° febbraio 1992, con la costituzione della decima parrocchia di Legnano.

Il Centro Pastorale Mazzafame era una comunità operante fin dagli anni Settanta nell'ambito della vasta parrocchia dei Santi Martiri, anche se poteva contare, come luogo di culto, solo sulla chiesetta di Santa Teresa d'Avila, una costruzione settecentesca, parte integrante del complesso rurale dell'antica cascina situata in fondo a via Ciro Menotti. Lo sviluppo del rione, con i suoi numerosi edifici di case popolari, con i nuovi villaggi di villette a schiera e i condomini residenziali ( un complesso di oltre mille nuclei familiari rendeva ormai indispensabile la realizzazione di una chiesa. Nel 1978 il primo punto fisso: l'acquisizione da parte della parrocchia Santi Martiri di un'area in via dei Pioppi, nel cuore del quartiere. Inizia così l'"avventura", che si sviluppa di pari passo con la crescita del rione. E di un'autentica avventura si trattava, dal momento che al di fuori della grande volontà dell'allora parroco don Franco Fusetti e della tenace comunità del Centro Pastorale Mazzafame non c'era altro a disposizione. Il 10 maggio 1987 era stato beatificato il cardinale milanese Andrea Ferrari e la comunità della Mazzafame decise di dedicargli la nuova chiesa. Si fece così coincidere la cerimonia della posa della prima pietra, il 4 settembre, con la sosta a Legnano delle spoglie mortali del beato Presule, in visita itinerante nei maggiori centri della Diocesi. Intervenne il vicario episcopale mons. franco Monticelli. Nella primavera 1988, definito il progetto redatto dall'architetto Antonio Faranda di Milano, si poté dare inizio ai lavori veri e propri di costruzione della nuova chiesa il 28 aprile 1988.Due anni dopo, 1'8 giugno 1991, giorno della festa del beato cardinale Andrea Ferrari, si procedette, presente il cardinale Martini, alla liturgia per la dedicazione e consacrazione del tempio, che diventò parrocchia il 1 ° febbraio 1992, quando il popoloso rione aveva già raggiunto un numero di 1800 nuclei familiari. Primo pastore della comunità religiosa fu nominato don Mario Caccia, che in questa occasione ricevette in dono per la sua nuova chiesa una statua di Maria Ausiliatrice e un antico mobile per la sacrestia, il tutto offerto dalla parrocchia di S. Bernardo di Castellanza, città in cui nacque e si formò alla fede il neo parroco. Una struttura in ferro costituisce il campanile della chiesa sul quale sono state collocate quattro delle cinque campane della Chiesina di Santa Teresa d'Avila in cascina Mazzafame, recuperate dopo l'abbattimento del vecchio campanile, in quanto pericolante. I bronzi erano stati donati da Alberto Sesler con le famiglie Bigatti e Mereghetti, proprietari di questo oratorio. Le opere artistiche della chiesa Poche ma significative le opere artistiche della chiesa del beato Cirdinale Ferrari. Nella parete che sormonta l'altare un grande mosaico in stile pompeiano, realizzato dal pitture Alessandro Nastasio di Milano, raffigura l'ultima cena con un Cristo in gloria. Un gruppo ligneo caratterizza il battistero, opera dell'artigiano Riva di Palazzolo Milanese. Sono realizzati in marmo bianco Botticino il basamento dell'altare e il tabernacolo; quest'ultimo, posto sul lato destro della navata principale, reca effigiati sulla porticina due pavoni, simbolo indiano di immortalità e quindi del rinnovarsi della vita. La pietra d'altare posta all'interno del tabernacolo stesso proviene da Santa Maria di Costantinopoli in Calabritto (Avellino) e fu offerta da quella comunità in occasione di un gemellaggio, essendo residenti nel rione Mazzafame alcuni nuclei familiari originari di quella località. Nella navata laterale, di fianco all'ingresso della sacrestia, è stata collocata una grande pregevole tela di metri 2,50 per 1,50, del pittore Gianfranco Brusegan di Legnano, dedicata al beato cardinale Ferrari. L'artista lo ha ritratto assorto in preghiera in mezzo al popolo operante del quartiere, con la nuova chiesa, lavoratori della campagna, impegnati in un ambiente sano d'altri tempi nella produzione del vino e del pane (simboli anche della mensa eucaristica) e lavoratori di oggi nelle fabbriche in un ambiente inquinato; in alto è ritratto il Duomo di Milano, dove il beato Andrea Ferrari fu elevato alla sede arcivescovile nel 1894 da Leone XIII. Al centro della tela si staglia l'effige del Cristo Redentore. Nella chiesa era stata anche collocata una fedele riproduzione della statua della Madonna della Luce, protettrice di Palermiti in provincia di Catanzaro, dove é venerata fin dal XVIII secolo.




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sabato 23 maggio 2015

PERSONE DI BUSTO ARSIZIO : BEATA GIULIANA PURICELLI



La beata Giuliana Puricelli (Busto Arsizio, 1427 – Varese, 15 agosto 1501) è stata una religiosa italiana, fondatrice dell'Ordine delle Romite Ambrosiane. A lei e a Luigi Gonzaga è intitolata la chiesa parrocchiale del quartiere di San Luigi e Beata Giuliana a Busto Arsizio, oltreché una scuola elementare.

Giuliana nacque nel 1427 da una famiglia di contadini abitanti a Cascina Verghera, tra Busto Arsizio e Gallarate. Il luogo viene identificato da alcuni (ad es. il Bondioli) nella Cascina dei Poveri (Rione Beata Giuliana) nel territorio del comune di Busto Arsizio, da altri con Verghera, frazione del comune di Samarate (ad es. il Sevesi per il quale la beata senz'altro appartenne alla famiglia Puricelli).

Il padre, uomo rozzo e violento, non voleva che la figlia si consacrasse al Signore e la voleva assolutamente maritare. Il 14 ottobre 1454, festa di san Callisto, all'età di ventisette anni Giuliana, recatasi di nascosto al Sacro Monte di Varese, si mise sotto la direzione spirituale della beata Caterina da Pallanza che da qualche anno vi conduceva vita eremitica. Iniziò, con l'autorizzazione di Sisto IV, il 10 agosto 1476 la vita monastica in un convento eretto presso il santuario di Santa Maria del Monte o Sacro Monte di Varese. Giuliana, semplice conversa, essendo analfabeta, visse eroicamente in umiltà, spirito di penitenza, ubbidienza e servizio del prossimo, offrendo, tramite la ruota del monastero, l'acqua fresca ai pellegrini assetati - cosa questa che le Romite Ambrosiane fanno ancor oggi - nutrendo nel suo cuore una devozione profonda a Gesù crocifisso ed alla Beata Vergine Maria, finché la morte non la rapì il 15 agosto 1501 all'età di settantaquattro anni, dopo quarantasette anni di vita religiosa, dei quali ventidue passati in eremitaggio e venticinque in monastero.

Il culto fu confermato, insieme con quello della beata Caterina da Pallanza, la festa di Pentecoste del 1729, dal vescovo di Bobbio in qualità di delegato dell'arcivescovo di Milano, Benedetto Odescalchi; nel 1769 esso venne riconosciuto come esistente ab immemorabili dalla Sacra Congregazione dei Riti e da Clemente XIV.

Il corpo della beata, dapprima sepolto nel cimitero, il 23 ottobre 1650 fu traslato solennemente nel coro del monastero delle Romite Ambrosiane; in seguito, nel 1729, in occasione della conferma diocesana del culto, fu traslato insieme a quello della beata Caterina, in un oratorio appositamente eretto presso il vicino santuario mariano, ove attualmente si trovano, esposti alla venerazione dei fedeli.

Nel 1673 i bustocchi sovvenzionarono con 50 scudi le esigenze edilizie del monastero di Varese e ottennero in cambio la camicia indossata dalla beata nel giorno della sua traslazione all'interno della chiesa interna del monastero avvenuta nel 1650, la seconda reliquia di Giuliana a giungere a Busto Arsizio (la prima fu il velo, ottenuto in seguito ad una richiesta nel 1653).

Il culto tributatole sin dalla morte venne riconosciuto dalla Congregazione dei Riti il 12 settembre 1769 e papa Clemente XIV lo confermò il 16 settembre successivo.

Il 15 ottobre 1762 il prevosto Pietro Borroni fece la ricognizione del velo e della camicia della beata e il canonico Antonio Lavazza, notaio ecclesiastico, stese un attestato che certificava l'originalità delle due reliquie (all'epoca erano molte le false reliquie, tanto che la Chiesa decise di operare questo tipo di indagine critica e selettiva). Nella seconda metà degli anni Settanta del Settecento nacque l'idea di dedicare alla beata Giuliana Puricelli un altare all'interno della Basilica di San Giovanni Battista. Il 5 settembre 1778 si decise che ogni 29 (giorno della celebrazione del martirio di San Giovanni Battista) e 30 agosto si sarebbero esposte all'interno della basilica le reliquie della beata. L'altare all'interno della basilica fu fortemente voluto da un comitato popolare del quale faceva parte anche il pittore e architetto Biagio Bellotti. Fu lo stesso Biagio Bellotti a ridisegnare l'esistente cappella di Sant'Ambrogio e a dipingere il quadro, ornato da marmi, raffigurante Sant'Ambrogio insieme alla beata Giuliana che viene incoronata dalla Madonna; ai loro piedi è dipinto un paesaggio che sale dalla pianura verso la montagna varesina. Nell'angolo della pala Bellotti dipinse un testo che ricorda la propria paternità dell'opera e il contesto culturale in cui fu prodotta:

(LA)
« D.O.M.
B.V. JULIANE CULTU
PROBATO
NATALI PAGULO
PENITUS ADSERTO
NOVISSIMUM
PATRIÆ MON(UMENTUM)
VO(VIT) PIN(XIT) POS(UIT)
CAN(ONICUS) OL(IM)
B(LASIUS) B(ELLOTTUS)
MDCCLXXX »
(IT)
« Nell'anno 1780 Biagio Bellotti, già canonico, promise dipinse e collocò questo ennesimo omaggio dei concittadini ad onore del grande Iddio e della beata Giuliana vergine, dopo che la Chiesa ebbe approvato il culto di lei e che fu irrefutabilmente individuato il cascinale dov'ella era nata. »
(Biagio Bellotti, pala d'altare della cappella si Sant'Ambrogio e Beata Giuliana, Basilica di San Giovanni Battista a Busto Arsizio)
Da quel momento la cappella assunse la doppia denominazione e l'aspetto visibile ancora oggi.

Nel 1951 l'associazione culturale La Famiglia Bustocca scelse la beata Giuliana come sua patrona.

Il Martirologio Romano fissa per la sua memoria la data del 15 agosto.

Nel Santuario di Santa Maria di Piazza, probabilmente su iniziativa del curato e storico Pietro Antonio Crespi Castoldi, nell'ultimo lustro del Cinquecento venne inserita la statua della Beata Iuliana de Busto tra le 32 statue lignee che adornano il tiburio della chiesa, opera dello scultore milanese Fabrizio De Magistris e poi dipinte a biacca nel 1602 in modo che apparissero simili al marmo.
Negli stessi anni venne dipinto alla Cascina dei Poveri un affresco, andato poi perduto, raffigurante la Madonna venerata da Caterina da Pallanza e Giuliana inginocchiate e con la scritta "Hic Juliane natale solum" (qui è nata Giuliana).

Nella Basilica di San Giovanni Battista di Busto Arsizio si trova ancora oggi un affresco risalente alla seconda metà del Seicento e opera del pittore Antonio Crespi Castoldi, il Riposo durante la fuga in Egitto. È collocato nel transetto della basilica, sopra la porta d'ingresso alla sagrestia e raffigura la beata inginocchiata sopra un sasso (che probabilmente simboleggia il Sacro Monte di Varese) che ne riporta il nome e la patria bustese, nell'atto di meditare sulla scena della fuga in Egitto e di ricevere dal Bambino Gesù un giglio, simbolo di purezza.

Nel 1668 un grande quadro, andato poi disperso, probabile opera di Antonio Crespi, fu posto alla Cascina dei Poveri come pala d'altare dell'oratorio di San Bernardino, che era stato costruito dieci anni prima: rappresentava la beata Giuliana insieme a San Bernardino da Siena.

Accanto al campanile della basilica di San Giovanni Battista di Busto Arsizio si trova una statua della santa, opera di Biagio Bellotti del 1782, restaurata nel 2012 dall'associazione La Famiglia Bustocca.

Nel XVII secolo fu realizzata una statua-reliquario, collocato nella basilica di San Giovanni per accogliere una particola della pelle della beata, concessa nel 1837 dal cardinale arcivescovo Karl Kajetan von Gaisruck.

Nel 1908 la fabbriceria della basilica di San Giovanni Battista affidò al pittore Carlo Grossi l'incarico di affrescare la chiesa, specificandogli di includere anche la beata. il pittore dedicò quindi a Giuliana un medaglione nel transetto di destra, Gloria della beata Giuliana.

Una delle leggende che la riguardano afferma che dopo la sua morte Carlo V conquistò la Lombardia. Qualcuno parlò ai soldati di alcuni tesori nascosti nel cimitero delle monache. Questi andarono e scoperchiarono le tombe; ma quando ebbero aperto la tomba della Beata Giuliana la santa levò la mano per poi farla ricadere nella posizione in cui si trova tuttora. Il gesto della santa fu accompagnato da una scossa di terremoto che fece fuggire gli invasori.




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venerdì 22 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN ROCCO A BUSTO ARSIZIO

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La chiesa di San Rocco si trova in via Lualdi in quella che, un tempo, era appunto chiamata contrada San Rocco, in prossimità della porta Sciornago, sita sul lato sud occidentale dell’antico borgo che conduceva verso l’attuale quartiere Sacconago. Originariamente l’edificio constava di un’angusta cappella eretta a fine Quattrocento, sistemata sul lato opposto della strada rispetto alla posizione odierna. La chiesetta si caratterizzava di una struttura piccola e modesta, sprovvista di campanile e addossata a case private. Sembra che fosse stata eretta intorno al 1488 in ricordo al morbo pestilenziale divampato tre anni prima. Tuttavia presto l’opera sacra versò in pessime condizioni di mantenimento, tanto che tra il XVI e il XVII secolo a seguito di ripetute visite pastorali, molti vescovi ne lamentarono lo stato di oblio. Fu così che nel corso del primo Settecento si decise di abbatterla e di ricostruirla sul versante antistante all’antica collocazione. I lavori di edificazione furono completati tra il 1706 e il 1713 dando vita a una chiesa caratterizzata del tipico prolungamento settecentesco: al corpo centrale a pianta quadrata sormontato da volta a vela, seguono e precedono due estensioni con volte a botte. La facciata, effettivamente terminata solo nel 1895, presenta un impianto cinquecentesco caratterizzato da un arco cieco completato ai lati da grandi lesene, in prossimità delle quali sono poste le statue dei Santi Giuseppe e Rocco di Montpellier. Quest’ultimo è rappresentato nella tipica iconografia religiosa a lui attribuita; in abiti poveri è in atto di sollevare la veste per mostrare la ferita lasciata dalla peste sulla sua gamba, con la mano sinistra impugna un bastone alla cui estremità è annodata la zucca del pellegrino - piccola sacca contenente le vivande - mentre ai suoi piedi torna l’immagine del cane che stringe tra le fauci un tozzo di pane.

Tra il 1731 e il 1732 fu affrescata da Salvatore e Francesco Maria Bianchi. Nel 1895 fu compiuta la facciata, di disegno cinquecentesco, con le statue di San Rocco e San Francesco. Nel 1909, grazie al decisivo contributo delle sorelle Bottigelli Pajàscia, la chiesa venne allungata e l'altare retrocesso di 7-8 metri. L’abside fu spostata di circa otto metri verso sud sviluppando un nuovo presbiterio provvisto di due vani laterali e transetto. All’interno l’apparato decorativo, ultimato negli anni ’30 del Settecento, si forma di numerose opere pittoriche frutto della mano degli artisti Salvatore e Francesco Maria Bianchi con la collaborazione del quadraturista Giuseppe Ober. A questi ultimi spetta la paternità delle due cappelle laterali, dedicate rispettivamente all’Angelo Custode e alla Madonna del Carmine. La prima, oltre all’affresco dell’Angelo, contiene il Cristo morto, opera originaria della demolita Chiesa di Sant’Alò sita un tempo lungo la strada per Lonate Pozzolo, sopra la quale è sistemata la settecentesca statua in legno di Sant’Antonio da Padova. La seconda cappella, detta anche della Madonna del Carmelo presenta una scultura lignea e pitture illustranti la consegna dello scapolare a San Simone Stock, due figure di Elia e alcuni episodi della regola dell’ordine carmelitano. Opera dei Bianchi sono anche i due affreschi che propongono vicende della vita di Rocco di Montpellier. Un primo, posto nell’ex presbiterio, racconta del Santo taumaturga che, durante un pellegrinaggio nella città di Roma, si presta alla cura degli appestati; un secondo affresco propone il momento in cui Rocco, contagiato dal morbo, viene curato da un angelo con il tocco di una piuma. Tra le altre opere dei sopra citati pittori, Gloria di San Rocco nella volta centrale, Fede, Umiltà, Carità e Obbedienza nei pennacchi, storie di Raffaele e Tobia nella cappella dell’Angelo. Degna di attenzione è la pala posta sopra l’altare maggiore, raffigurante in colori vivaci San Rocco. Di autore lombardo ignoto, la pala fu realizzata nel primo Settecento.

La chiesa dedicata a San Rocco, Santo protettore della peste e degli animali, tanto che la vicina piazza Manzoni aveva nome originario di piazza della Fiera, è oggi destinata al culto Cristiano Ortodosso.

Un tempo i contadini portavano tutto il bestiame bovino ed equino alla chiesa di San Rocco per la benedizione. La Sagra di San Rocco viene celebrata nel mese di settembre e in tale contesto è possibile assaggiare il tradizionale pane di San Rocco.




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mercoledì 20 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN GIACOMO A SARONNO

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La chiesa di San Giacomo è un edificio di Saronno. Fu costruita grazie al patrizio saronnese Ambrogio Legnani. La chiesa fu dedicata ai santi Ambrogio, Carlo, Filippo e Giacomo, secondo la volontà del donatore (nome dei fratelli del patrizio).

Sulle pareti sono dipinti affreschi di Stefano Maria Legnani di Santagostino ed è presente sull’altare una pala che raffigura la Madonna col bambino, i santi Giacomo e Ambrogio, Carlo Borromeo, circondati da angeli.

La chiesa, con il campanile, è stata edificata da Ambrogio Legnani, “uomo ricco di fede e di censo” che ne gettò le fondamenta nel 1614. Fu dotata della celebrazione di S.Messe e di terreni. Il fondatore nel suo testamento del 1628 affidò la Chiesa e la sua amministrazione al Santuario, nell’anno seguente con un altro testamento la lasciò in eredità al Santuario. Nel 1821 furono accolte presso la Chiesa le salme dei defunti, venne chiamato il Cimitero di S.Giacomo e tale rimase fino al 1847, quando sorse il cimitero nuovo. Nel 1882 sul terreno sorse l’oratorio maschile della Prepositurale e il Salone “Silvio Pellico”.  Nel 1976 in occasione della Visita Pastorale, viene emesso il decreto in cui il Santuario cede alla Prepositurale l’antica Chiesa di S.Giacomo.  il 22 ottobre del 2003 viene decretata la donazione: la Chiesa appartiene alla Prepositurale.

La chiesa, di stile classico tardo-manierista,  ha un’unica navata,  tre finestre (opera di Sandro Carugati) e l’abside nella parte settentrionale.

Sull’altare è presente una copia  della Sacra Conversazione con Madonna e Bambino circondata dagli Angeli ed i Ss. Giacomo Apostolo, Filippo, Ambrogio e Carlo Borromeo di Giulio Cesare Procaccini; l’originale conservato dal 1684 nella Sacrestia del Santuario.Nel presbiterio si notano sono l’arco con l’annunciazione e l’Eterno Padre e due affreschi con la nascita di Gesù e l’Adorazione dei Magi. Sono opera di Stefano Legnani (il Legnanino), della stessa famiglia del fondatore.Nella parte alta del presbiterio in una lunetta è conservata la statua di S. Carlo, voluta per il voto (10 maggio 1625) di celebrare ogni anno la festa del Borromeo con Messa e Vespri in canto.

Nel giardinetto interno (visitabile son in occasioni particolari)  insieme ad alcune lapidi del cimitero vecchio, sono conservate le iscrizioni degli antenati di Teresa Galli, mamma di papa Pio XI.

Dal 1973 al 1992 veniva celebrata annualmente la festa popolare del santo nei giorni attorno al 25 luglio (giorno di S. Giacomo), protraendosi per 3 o 4 giorni, coinvolgendo tutti gli abitanti e i negozianti del quartiere in cui la chiesa è situata (detto degli “Asnitt”). Attorno alla chiesa e sulla piazza antistante venivano organizzati dalla Parrocchia Prepositurale (con don Giorgio Solbiati, mons. Ugo Ronchi e mons. Angelo Centemeri) momenti di preghiera, la S. Messa nel giorno del santo con accensione del pallone al Gloria (secondo la tradizione per i santi martiri) e la presentazione di ricchi cesti offerti dai negozianti della via Padre Monti messi poi all’asta nel corso dei festeggiamenti. A seguire momenti di festa danzante, giochi, corse di asini, oche e carriole, sfilate in costume.

Il ricavato dei giorni di festa veniva impiegato interamente per la manutenzione della chiesa stessa.

Ancora oggi alla sera alle 21 del giorno 25 luglio di ogni anno viene celebrata la Messa in onore del santo.




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lunedì 18 maggio 2015

I PAESI DELLA BRIANZA : VIMERCATE

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«Centro strategico della resistenza della Brianza orientale partecipò coraggiosamente all'insurrezione contro l'oppressore nazifascista. La popolazione, aiutata da gruppi di partigiani, tra cui donne e giovani, si contrappose ad ogni forma di prevaricazione e di violenza, sopportando la perdita di numerose vite umane. Nobile esempio di abnegazione e spirito patriottico. 1943/1945»
 Vimercate, 24 aprile 2009


Vimercate è un comune italiano della provincia di Monza e della Brianza. È al centro del territorio chiamato Vimercatese.

Il nome deriva dal latino Vicus Mercati ("borgo del mercato").

Il luogo è sempre stato centro di scambi commerciali e tuttora ospita un frequentato mercato settimanale al dettaglio.

Vimercate, pur avendo tutte le caratteristiche dell'operosa cittadina brianzola, ha saputo conservare e valorizzare un patrimonio storico artistico di alto valore, sviluppando nuove potenzialità culturali e turistiche e mantenendo un ruolo di riferimento per tutta l'area circostante.
In Piazza Marconi si trova la stazione di interscambio del trasporto pubblico, posta a fianco della Galleria Marconi, edificio a destinazione commerciale progettato dall'architetto Mario Botta. Da sempre centro nevralgico della viabilità cittadina, fino agli anni '70 capolinea della linea tranviaria Milano-Vimercate, oggi è una rinnovata e frequentatissima piazza, centro della vita notturna cittadina, e sede di una galleria commerciale costruita nel 2003, anch'essa su progetto di Mario Botta, e di una stazione di autobus al centro di una fitta rete di trasporto pubblico che collega la cittadina con la metropolitana milanese, con Monza, con varie stazioni ferroviarie e con i paesi limitrofi.
Lasciandosi il grande edificio in mattoni rossi alle spalle, si attraversa via Galbussera per dirigersi verso la centralissima via Vittorio Emanuele II, non senza aver gettato uno sguardo alla propria sinistra per ammirare la nuova area ex Bassetti, riqualificazione di un'area dismessa nella quale le linee liberty dello storico edificio industriale, parzialmente conservato, si fondono con quelle moderne dei nuovi edifici e con il verde che abbellisce la grande piazza del Linificio.
Percorrere via Vittorio Emanuele II, la via principale della Città, è un po' come salire su una macchina del tempo: mentre si ammirano le vetrine dei negozi si incontrano la neoclassica Villa Sottocasa, esempio di "villa di delizia" neoclassica, fu costruita negli ultimi decenni del XVIII secolo. La struttura è ad U, con ampio cortile d'onore affacciato sulla centrale via Vittorio Emanuele II. La facciata anteriore è di stampo neoclassico, semplice e sobria; la fascia marcapiano, le lesene binate e il timpano evidenziano la zona centrale. Le ali laterali sono, come di norma nelle ville neoclassiche brianzole, di altezza dimezzata rispetto al corpo principale.

La facciata posteriore verso il giardino è più elaborata di quella anteriore: presenta infatti una balaustra con vasi sulla sommità, cornici e timpani alle finestre, fasce verticali a sottolineare la parte centrale.

Il grande parco fu sistemato nel XIX secolo secondo la moda del giardino all'inglese, con architetture curiose: una torre neogotica, una Kafehaus, costruzione nel parco dove i nobili si recavano a bere il caffè, le serre.

Attraverso un portone sormontato da una pensilina si accede all'interno. L'atrio d'ingresso presenta pianta quadrata con iscritto uno spazio circolare delimitato da colonne neoclassiche e sormontato da cupola. Decorano l'ambiente statue di un Satiro danzante e di una Venere , oltre a bassorilievi con putti; a metà dello scalone è collocata una copia dell'Apollo del Belvedere dei Musei Vaticani.

Le sale interne, riccamente decorate, presentano affreschi, lampadari in cristallo, fregi e pavimenti originali. La cappella privata, dedicata all' Assunzione della Vergine, ha una grata grazie alla quale anche i contadini potevano assistere alle funzioni religiose. Come pala d'altare è collocata una tela con l' Immacolata (1705), opera di Stefano Maria Legnani detto il Legnanino.

Tra i dipinti ospitati nella villa, sono presenti due ritratti ottocenteschi di Mosè Bianchi oltre a un ritratto equestre di Eleuterio Pagliano.

La facciata posteriore verso il giardino è più elaborata di quella anteriore: presenta infatti una balaustra con vasi sulla sommità, cornici e timpani alle finestre, fasce verticali a sottolineare la parte centrale.

Sul lato nord della villa sono presenti le scuderie e un maneggio coperto, in stile neogotico, edificato intorno agli anni Ottanta dell'Ottocento.

Dagli anni sessanta del Novecento gran parte del parco è proprietà del comune e aperta al pubblico. Nel 2001 il comune ha acquistato l'intera villa compresa la restante parte del parco. L'edificio ospita il Museo del territorio vimercatese, che espone reperti archeologici, opere d'arte, documenti e immagini del territorio compreso tra Monza e Trezzo sull'Adda.

La villa è accessibile al pubblico durante le numerose mostre organizzate lungo l'arco dell'anno e durante la manifestazione Ville Aperte. La medievale Chiesa Plebana di Santo Stefano la cui fondazione  si deve ai Francescani del vicino monastero di Oreno nella seconda metà dell'XI secolo. Gli edifici subirono poi nel tempo diverse trasformazioni ed ampliamenti, tra cui la dotazione, ad opera di Francesco Sforza durante il suo soggiorno vimercatese nel 1450, di una nuova cappella nella chiesa, dedicata a San Giovanni. Soppresso dalla Repubblica Cisalpina nel 1798, il convento venne in seguito acquistato dalla famiglia Banfi (Giuseppe Banfi, Podestà di Vimercate ), che ne è l'attuale proprietaria.

Il complesso conventuale è articolato intorno al chiostro, ristrutturato nel XVI secolo e chiuso a sud dalla chiesa; vi sono collegati inoltre altri edifici ad uso residenziale e una interessante corte rustica, con muro di cinta e portale verso la strada che risalgono al XII-XIII secolo.

La chiesa, a navata unica con tre altari, edificata alla fine del XIII secolo, vide un primo intervento di ristrutturazione a metà del XV secolo. L'edificio venne quindi allungato alla fine del Seicento e dotato di una nuova facciata di mattoni a vista nel Settecento.

Nel convento rimangono interessanti dipinti. Un affresco, ancora bizantineggiante, del quarto decennio del XIV secolo, rappresentante la Madonna della Misericordia, mentre sulle pareti del campanile della ex chiesa sono presenti parti superstiti di un ciclo trecentesco di vasto respiro, illustrante scene della vita di Cristo e immagini di devozione.

L'affresco della Crocefissione e Santi del 1354 è l'unico presente nel convento di San Francesco di cui si conosca la datazione precisa. Si presenta ora diviso in due parti: a destra la Crocefissione, con al centro il crocifisso e ai lati la Vergine e San Giovanni Evangelista; sulla parte sinistra sono invece raffigurati due santi: San Giovanni dei Pellegrini e Santa Francesca Romana. Le due scene sono separate da una sottile colonna tortile policroma. L'opera, una bella composizione caratterizzata da disegno fermo e sapiente uso del colore, è una prova della diffusione dell'arte giottesca in tutta la Lombardia nella prima metà del Trecento.

La Chiesa Anticamente Collegiata Prepositurale Plebana di Santo Stefano, databile intorno al XIII Secolo, era la sede dell'Antica Pieve di Vimercate, soppressa nel 1972 a favore dell'odierno Decanato di Vimercate, di cui è il cuore., il parco Trotti che introduce all'omonimo Palazzo Trotti, che dietro l'ottocentesca facciata nasconde all'interno i propri tesori (preziosi soffitti a cassettoni e affreschi in stile barocchetto).
A metà del proprio percorso, via Vittorio Emanuele incrocia la bellissima via Cavour che, attraverso edifici storici di pregio (fra cui l'Oratorio di Sant'Antonio, con i suoi affreschi quattrocenteschi) ci conduce al Ponte di San Rocco, unico esempio lombardo di ponte fortificato medievale. Fondato sui resti di un preesistente "ponte romano del III secolo, nel XII secolo gli venne sovrapposta una porta difensiva, quella occidentale, citata per la prima volta nel 1153 come "Porta de Moriano" e più bassa della struttura attuale. Nel XIV secolo fu eretta la porta orientale e sopraelevata quella verso il borgo, portando il complesso vicino all'aspetto attuale.

Nel corso dell'Ottocento venne interrata l'ultima arcata orientale, mentre il ponte divenne oggetto di stampe e illustrazioni: da questo periodo l'immagine del ponte fu simbolo di Vimercate.

Il Santuario della Beata Vergine del Rosario, sorge a pochi metri dalla Collegiata. Attualmente è la sede principale della parrocchia e del decanato, visto che la collegiata è utilizzata solo nei giorni di festa o per qualche occasione particolare.

Palazzo Trotti, esempio di "villa di delizia" in Brianza, fu residenza dal XVI secolo dei conti Borella, antichi feudatari di Vimercate, passata quindi insieme al feudo alla famiglia Trotti, dai quali prende il nome, ed è attuale sede del municipio. Presenta un anonimo prospetto ottocentesco su piazza Unità d'Italia, ma ospita all'interno affreschi barocchi.

Gli affreschi sono stati realizzati in tutte le sale quattro scene situate nella fascia alta e sulle intere pareti della sala "Cleopatra". Molte sale presentano soffitti dipinti. Le tre sale centrali del piano terreno ("Ercole", "Cleopatra", "Semiramide") e una sala del primo piano ("Minerva"), furono affrescate da un anonimo pittore del primo Settecento, ancora legato alla pittura accademica seicentesca. La sala di Bacco è opera di Carlo Donelli detto il Vimercati; fu dipinta poco dopo le prime quattro sale e presenta una pittura più decisa e ariosa.

Le sale più importanti sono però quelle dipinte nella seconda metà del Settecento da Giuseppe Antonio Felice Orelli, grande interprete del barocchetto lombardo che si dimostra in grado di articolare il racconto in modo arioso e teatrale.

La torre ovest, verso il centro cittadino, è di pianta trapezoidale e deriva dalla somma di due diversi interventi. Il più antico è costituito dalla porta-torre della fine del XII secolo, con portale concluso da due archi, uno in pietra e l'altro in mattoni. I resti dell'antica porta sono ancora perfettamente conservate e visibili nella parte inferiore, dove su tutti e tre i lati si notano i merli alla guelfa, in laterizio, della Porta de Moriano. Sull'arco in pietra è scolpita una piccola protome umana ad occhi sbarrati, della fine del XII secolo. Questa prima porta venne sopraelevata nella seconda metà del Trecento per svolgere un ruolo difensivo, garantito dai due ordini di feritoie e dagli archi pensili sulla sommità, dai quali era possibile calare liquidi bollenti addosso agli eserciti attaccanti.

La torre orientale, a pianta rettangolare, venne eretta nella seconda metà del XIV secolo. Le forme attuali della parete centrale, in mattoni e completamente prive di aperture, derivano da interventi del tardo Cinquecento. Le due pareti laterali invece presentano la stessa muratura della parte alta dell'altra torre, vale a dire corsi di mattoni alternati a ciottoli di fiume, sulle quali sono presenti quattro feritoie. Il Ponte di San Rocco, unico esempio lombardo di ponte fortificato medioevale, ha acquistato nel tempo una forte valenza simbolica e storica, come provato dal fatto che si tratta dell'unica porta d'accesso al borgo, a differenza delle altre, non abbattuta nell'Ottocento.

Altri monumenti:

Villa Gallarati Scotti, Oreno - Opera di Simone Cantoni (1790)
Chiesetta di Sant'Antonio
Villa Gallarati Scotti nella frazione di Oreno, ristrutturata in stile neoclassico da Simone Cantoni.
Casino di caccia Borromeo
Chiesetta rurale di Santa Maria Assunta
La Morte di Ruginello: due sculture, rappresentanti due interi scheletri, poste ai lati della strada che conduce all'ingresso del cimitero della medesima località.
Il complesso Torri Bianche di Vimercate
Vecchio ospedale civile

Quartiere Torri Bianche è un quartiere direzionale e commerciale che sorge in una posizione strategica rispetto alle grandi arterie di comunicazione, collegato direttamente a Milano dalla Tangenziale Est - Vimercate Sud (preesistente alla costruzione del centro). Costruito negli anni '90 e successivamente più volte ampliato, si compone di 3 grattacieli di 95 metri (due a destinazione direzionale e uno residenziale) e un cinema multisala con annesso centro commerciale, più vari altri edifici minori sempre a carattere commerciale/direzionale.

Eventi:
Sagra di Sant'Antonio abate, si svolge nel mese di gennaio ed ha il suo culmine il 17 con il tradizionale falò, nel letto del torrente Molgora.
Fiera di Santo Stefano, patrono della città, Il 3 agosto.
"Sagra della patata", a metà settembre degli anni pari, nella frazione di Oreno. Vi si svolge un corteo storico e una partita a dama con personaggi in costumi duecenteschi.

La graziosa frazione di Vimercate chiamata Oreno è nota ai più per un suo ortaggio speciale, la patata. Le patate coltivate ad Oreno sono principalmente della varietà Kennebec, Albane, Bianchidea, Daytona.

Alcune fonti storiche accertate riferiscono della comparsa di questo prodotto nella zona individuata nella seconda metà de 1800, in seguito alla diminuzione delle superfici vitate, al punto da caratterizzare il paesaggio rurale locale. Fino agli anni ’30 vi fu una costante richiesta di prodotto, mentre dopo gli anni ’60 la coltivazione subì un forte declino a causa della guerra e dell’industrializzazione che erose spazi all’agricoltura.

A Oreno la semina delle patate avviene in primavera, mentre la raccolta comincia a settembre. Nell’area del Vimercatese tutte le patate prodotte si producono esclusivamente per uso domestico.

Dal settembre 1968 si tiene la Sagra della Patata, intitolata a questo prodotto dagli abitanti di Oreno. Nei paesi vicini infatti questo comune è conosciuto come il “paese delle patate”.

Le caratteristiche di queste patate le rendono particolarmente adatte alla preparazione di purè e gnocchi.

Persone legate a Vimercate:
Gaspare da Vimercate, condottiero
Pinamonte da Vimercate, console di Milano
Alchiero da Vimercate, militare, combatté contro Federico Barbarossa
Benedetta da Vimercate, monaca agostiniana nel Monastero di Santa Marta in Milano
Gian Giacomo Caprotti detto il Salaino, pittore, allievo di Leonardo Da Vinci
Carlo Donelli detto Carlo Vimercati, pittore
Antonio Banfi, senatore della Repubblica e filosofo
Agostino Bonalumi, pittore astrattista
Gian Giacomo Gallarati Scotti, Senatore del Regno d'Italia, Podestà di Milano
Franco Brezzi, matematico
Tiziana Carraro, mezzosoprano
Maria Luisa Cassanmagnago Cerretti, insegnante, politica italiana
Giovanni Moioli, teologo
Enrico Assi, vescovo di Cremona
Lorenzo Maria Balconi, vescovo, missionario e scrittore
Adriano Bernareggi (di Oreno), arcivescovo di Bergamo
Roberto Rampi, deputato della Repubblica, politico e filosofo, già vicesindaco e consigliere comunale
Vittoria Belvedere, attrice italiana
Michael Girasole, calciatore
Emis Killa, rapper italiano
Corrado Colombo, calciatore
Matteo Morandi, ginnasta italiano vincitore della medaglia di bronzo nella specialità degli Anelli alle Olimpiadi di Londra 2012
Thomas Beretta, giocatore professionista di pallavolo, attualmente gioca in serie A1 a Modena: ha partecipato nel 2013 alla WORLD LEAGUE con la nazionale maggiore (terzi classificati) ed è stato confermato da Berruto (ct nazionale) per i Campionati Europei dello stesso anno
Stefanardo da Vimercate, domenicano, nato a Vimercate, morto a Milano nel 1297, scrittore, priore per alcuni anni del convento di S. Eustorgio a Milano, poi insegnante di teologia a Milano (1296-97)



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domenica 26 aprile 2015

BELFORTE

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Belforte è un quartiere della città di Varese situato nella parte orientale del capoluogo lombardo, attraversato dall'omonimo viale che risulta essere una delle arterie principali della città, collegandola con Malnate e dunque il Comasco ed i valichi svizzeri. Il rione è attraversato dal torrente Vellone che, nei pressi di Malnate, sfocia nell'Olona.

La chiesa parrocchiale è intitolata alla Madonna della Speranza e della Pace, ma è più semplicemente conosciuta come chiesa del Lazzaretto, per essere stata utilizzata come luogo di degenza dei contagiati durante la grande peste del Seicento. Nell'edificio troviamo una tela rappresentante la Vergine e San Maderno, con tutta probabilità dipinta nel XVII secolo da Federico Bianchi.

Il castello sorge nell’omonimo rione di Varese, su una collinetta posta in posizione che domina l’area. Un tempo di proprietà dei Biumi, il Castello fu probabilmente eretto nel Quattro-Cinquecento. A quell'epoca sono riconducibili la porzione di casa-torre, e quella contrapposta, che conserva il portale originale con stemma dei Biumi (secolo XVI). II grandioso prospetto di un corpo architettonico innestato tra i due nuclei appartiene, invece, al pieno Seicento e attesta i modi nobili dell'architettura milanese di matrice ricchiniana, costituendo uno dei più vistosi esempi di edilizia civile varesina. Nel Seicento, infatti, modificate e in parte venute meno le funzioni difensive, il Castello fu trasformato in residenza.
La struttura ha avuto un ruolo importante anche nel Risorgimento italiano. Attualmente  è in stato di grave incuria, continua a rappresentare uno dei monumenti più interessanti per la storia della città.



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CASBENO

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Casbeno è un quartiere della città di Varese. Situato nella zona sud della città, affacciato sul lago di Varese, prima della formazione della provincia di Varese, negli anni venti, era il limite inferiore del comune stesso. Confina a nord e ad est con Varese Centro, a sud con Bobbiate e ad ovest con Masnago. Inizialmente frazione contadina della città, vede a partire dagli anni sessanta un periodo di crescita, che continua ai giorni nostri: attualmente Casbeno conta circa 4.000 abitanti, chiamati in dialetto varesino Casbenàt.
Malgrado la ridotta estensione, Casbeno è sede di diversi uffici amministrativi: attorno a piazza Libertà hanno infatti sede la Questura e la Provincia. La questura di Varese e la Provincia, situata a villa Recalcati, con l'annesso parco rappresentano un esempio di architettura dell'800. Artisticamente rilevanti a Casbeno sono anche la chiesa parrocchiale di San Vittore e il santuario della Schiranetta (la cui prima costruzione risale al 1200), sapientemente restaurato negli anni '60 da Giovanni Macchi, dopo che l'incuria degli ultimi secoli lo aveva ridotto in condizioni di rudere. L'architetto Simone Cantoni edificò invece in stile neoclassico la Villa Recalcati nel 1778.

Casbeno è inoltre servita dalla Stazione di Varese-Casbeno, sulla ferrovia Saronno-Laveno.

I rioni storici di Casbeno sono 4: Centro, Ronchi, Mirasole e Schiranetta.

Centro è il rione più popoloso del quartiere, situato nella parte Nord. Comprende al suo interno sia la chiesa parrocchiale di San Vittore e il centro cittadino, costituito da piazza Libertà.
Ronchi è nella zona Sud di Casbeno, comprendente sia il centro storico del rione sia la nota salita dei Ronchi, inclusa anche nel percorso del Mondiale di ciclismo del 2008.
Mirasole è la zona prettamente agricola del rione, situata tra sud e Sud-Ovest. I confini sono spesso contesi coi rione dei Ronchi. Rione che si sviluppa attorno alla via omonima, in cui sono presenti ancora molte fattorie e molte aziende agricole.
Schiranetta è il rione più moderno e residenziale, sviluppatosi soprattutto negli ultimi 40 anni, nella zona Est di Casbeno, ai piedi di Colle Campigli, attorno al santuario omonimo.



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SAN FERMO

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Quartiere situato nella parte orientale di Varese, a confine con Induno Olona.
E' raggiungibile attraverso il quartiere Valle Olona oppure prendendo la strada in direzione Induno Olona.
Il Santuario, edificio religioso di maggior pregio, è visibile tra le abitazioni, ben curato e sagomato.
Dal ridotto sagrato antistante, che costituisce un notevole balcone su Biumo Inferiore e su Varese.
II portale, del sec. XVII, costituisce forse testimonianza dell'edificio precedente.
All'interno si segnala l'altare maggiore, con discreto paliotto in scagliola (sec. XVIII) raffigurante Santa Chiara.
Da notare la bella trave scolpita, sopra l'altare maggiore, del sec. XVII.
Quattro tele (sec. XVII) appese in presbitero e a l'ingresso della navata.
Nell'era moderna San Fermo ha visto un incremento edilizio; questo un po' a discapito della caratteristica del borgo storico.

Da questo borgo si ha la possibilità di godersi uno splendido panorama sia sulla città che sul Monte Rosa. Ai piedi della collina su cui sorge si trova la zona di Valle Olona dove, anche se ormai in disuso o destinate ad altre scopi, sorgono ancora gli storici edifici delle industrie che lungo il corso del fiume Olona hanno portato allo sviluppo della città: le concerie (la Cornelia di Babini Cattaneo, la Cerutti e la Fraschini) e la cartiera (la Sterzi).


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lunedì 2 marzo 2015

QUARTIERI MILANESI : MUSOCCO

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Musocco è un quartiere di Milano, posto nella periferia nord-occidentale della città, appartenente alla zona 8.

Fino al 1923 costituì un comune autonomo.

Musocco sorgeva sulla strada che da Milano portava a Varese, con qualche cascinale sparso in mezzo ad un territorio in parte boscoso. Le prime notizie certe risalgono alla visita pastorale di San Carlo Borromeo nel 1605 con un centinaio di abitanti dediti al lavoro nei campi. Musocco risulta appartenere alla Pieve di Trenno.

Osservando una cartina della metà degli anni dell'Ottocento della parte Nord-Ovest di Milano, si possono distinguere, tra gli altri abitati, Villapizzone, la Cagnola, Boldinasco, Garegnano, e, oltre la ferrovia Musocco, Quarto Oggiaro e Vialba. Questa localizzazione è molto simile, a parte la ferrovia non esistente, a quella del 1700.

Musocco era l'abitato sulla strada per Varese a circa 5 km. dalla cerchia dei bastioni di Milano, con l'oratorio di San Giuseppe, la zona attorno all'attuale Via Mambretti. Quarto Uglerio, era un gruppo di case attorno alla Villa Caimi-Finoli, e alla chiesa dei Santi Nazaro e Celso, ora Via Aldini mentre Vialba o Villa Alba, villaggio bianco, era un comune costituito da un pugno di case abitate da contadini alle spalle della Villa Scheibler, una villa patrizia risalente al XV secolo e terreno di caccia di Ludovico il Moro. Il torrente Pudiga scorreva all'interno del parco dalla Villa passando nel suo corso davanti alla Chiesa di Quarto Uglerio.

Nel 1753, secondo quanto indicato nell’Indice delle Pievi e Comunità dello Stato di Milano, al comune di Musocco risultava aggregato quello di Quarto Oggiaro. Risulta far parte della Pieve di Trenno, compresa nel Ducato di Milano sotto la reggenza di Maria Teresa d'Austria, contando 203 abitanti che salgono a 474 nel 1771. Nel 1791 risulta ancora inserito nella Pieve di Trenno, compresa nel XXVII distretto censuario della provincia di Milano con parrocchiale la chiesa di Santi Nazaro e Celso.

Durante la Repubblica Cisalpina vi è una continuo rimescolamento della organizzazione territoriale del nord Italia.

Nel 1798 viene costituito il Dipartimento d'Olona, del quale il comune di Musocco ne fa parte, prima come appartenente al distretto di Baggio, poi a quello di Bollate. Nel 1801 diventa parte del I distretto Dipartimento d'Olona, con capoluogo Milano, che diventa nel 1805 I distretto di Milano, VI cantone con 503 abitanti. Col decreto del 9 febbraio 1808 il comune di Musocco, come altri 34 comuni con distanza fino a 4 miglia da Milano, venne soppresso e incluso nel Circondario esterno del comune di Milano.

Con notificazione del 12 febbraio 1816 in poi nel Regno Lombardo-Veneto, con la Restaurazione della dominazione austriaca con Francesco II d'Asburgo-Lorena, vengono ripristinati i comuni soppressi durante il periodo della Repubblica Cisalpina. Musocco, così come Vialba, Villapizzone, Garegnano, Boldinasco, sono comuni autonomi del III distretto politico della Provincia di Milano con capoluogo Bollate. Nel 1821 nel censimento parrocchiale Musocco contava 900 abitanti.

Nel 1841, con dispaccio governativo del 2 settembre 1841 sotto Ferdinando I d'Austria, a Musocco fu aggregato il comune soppresso di Vialba. Nel 1853 gli abitanti risultano essere 1097, nel 1859 1192.

Con l'unità d'Italia, nel 1861, l'area del distretto divenne il IX mandamento della Provincia di Milano con capoluogo Bollate. Al 1º censimento della popolazione Musocco ed Uniti, intendo come Uniti le frazioni di Quarto Uglerio e Vialba, risulta avere 1235 abitanti sparsi su 429 ettari coltivati a gelsi, viti, cereali e ortaggi.

Nel 1869 vennero aggregati al comune di Musocco i limitrofi comuni di Boldinasco, Cassina Triulza, Garegnano, Roserio e Villapizzone. Con le nuove 5 frazioni il territorio comunale si amplia da 429 ettari a 1328 ettari, con 165 ettari occupati da strade e fabbricati e 1163 di superficie agraria. L'attività degli abitanti è ancora prevalentemente agricola con presenza di allevamenti di bachi da seta. Dal 1869 al 1873 confina con il comune dei Corpi Santi, il comune al di fuori della cerchia dei bastioni di Milano, fino a quando quest'ultimo viene inglobato in Milano.

Con l'avanzamento della rivoluzione industriale il comune per la sua posizione strategica al confine di Milano e la facilità di collegamento con il resto della regione, diventa il luogo ideale per la dislocazione di insediamenti industriali.

Viene costruita la ferrovia Milano-Torino alla fine degli anni 60 dell'Ottocento con la stazione ferroviaria chiamata Musocco, l'attuale Stazione di Milano Certosa che accelera il processo di industrializzazione del comune che si realizza principalmente nei primi 20 anni del XX secolo.

In Via Mambretti, 9 nel 1875 viene fondata la Smalteria Moneta da Giovanni Moneta, industria fiorente durante l'attività bellica in grado di sfornare 10.000 elmetti al giorno.

Gli abitanti, i musocchesi, crescono dai 5710 di inizio secolo fino agli oltre 15000 del 1923.

Il territorio di Musocco cambia faccia alla fine del secolo quando viene decisa l'edificazione del Cimitero Maggiore di Milano all'interno del comune e la nuova viabilità necessaria. Viene costruito Viale Certosa come prolungamento di Corso Sempione, passando da Piazza del Bersaglio, l'attuale Piazzale Accursio, per arrivare al Cimitero.

Il municipio aveva sede in un edificio nell'attuale Piazzale Santorre di Santarosa, edificio ancora esistente, civico 10.

Nel 1903 viene costituita da 20 soci la Società Edificatrice l'Avvenire di Musocco con lo scopo di acquistare terreno e costruire case d'abitazione per lavoratori e in genere tutte le costruzioni rivolte al benessere e miglioramento della classe lavoratrice. Crescono il numero delle abitazioni anche lungo la Strada della Varesina tra Cagnola e la ferrovia. Viene costruita la scuola elementare General Cantore.

Nel 1923 per Regio Decreto 2 settembre 1923, n. 1912, art. 1 viene decisa l'unificazione di Musocco a Milano, così come per i comuni Affori, Baggio, Chiaravalle Milanese, Crescenzago, Gorla-Precotto, Greco Milanese, Lambrate, Niguarda, Trenno e Vigentino. I vecchi comuni diventano quartieri di Milano.

Il nome Musocco deriva dalla parola musa che significa acquitrino, indicando che la zona era attraversata da numerosi corsi d'acqua e fontanili che straripando formavano degli impaludamenti. Il corso d'acqua principale è il torrente Pudiga.

Il nome di Musocco per indicare la parte di Nord-Ovest di Milano è rimasto anche dopo la cessazione dell'esistenza del comune.

La decisione di costruire il cimitero di Milano nel comune di Musocco ha fatto conoscere il cimitero con il nome del comune di appartenenza, Musocco, che nel tempo è rimasto anche dopo lo scioglimento del comune. Col passare del tempo si è identificato Musocco con il cimitero e le zone immediatamente adiacenti.

L'area originaria del comune di Musocco, quello prima del 1869, cioè l'area indicata come Musocco con Quarto Oggiaro e Vialba, è l'odierno Quartiere Vialba, che era una delle sue frazioni. Le altre frazioni, quelle accorpate nel 1869, sono tornate ad essere Villapizzone, Boldinasco, Garegnano, Roserio come quartieri di Milano. Il Quartiere Varesina sorto dopo la costruzione del viale di accesso per l'Autostrada dei Laghi ha inglobato una parte di Garegnano arrivando fino alla ferrovia.

Tuttora del borgo di Musocco originario rimangono molte tracce attorno alle Via Mambretti, Cinque Maggio e Ameglio. Le case basse lungo Via Mambretti, sono le antiche cascine ristrutturate, il numero 29 porta ancora la scritta Sede Cooperativa La Conquista Musocco, la Scuola Generale Cantore è diventata per lungo tempo Civico Archivio con ingresso al N° 33 ora è vuota, e la stazione dei Carabinieri al 32/A è la Stazione Musocco. L'antico oratorio di San Giuseppe si trova in Via Ameglio ed è stato sconsacrato.

In Piazzale di Santorre di Santarosa proprio quando il comune si scioglie viene eretto il Monumento ai caduti di Musocco durante la prima guerra mondiale.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/02/milano-citta-dell-expo-conosciamola.html

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QUARTIERI MILANESI : MAGGIOLINA

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La Maggiolina (Magiulìna in milanese) è un quartiere della periferia nord-orientale di Milano, nella Zona 2, difficilmente distinguibile dal Villaggio dei Giornalisti.

Originariamente limitato al nucleo compreso fra le vie Emanuele Muzio, Melchiorre Gioia, Stresa e Timavo, il quartiere della Maggiolina deriva il proprio nome dalla Cascina Maggiolina, un'antica cascina che sorgeva lungo il Seveso, all'altezza dell'attuale via della Maggiolina. La presenza della cascina risulta da documenti risalenti al XVI secolo, ma il nome è di origine incerta: secondo le tesi maggiormente accreditare, pare che il nome derivi dalla famiglia dei Maggiolini, antichi proprietari della cascina, setaioli venuti in quel periodo in Lombardia da Firenze; potrebbe anche derivare dal dialetto magiòster, cioè fragole, assumendo che la cascina coltivasse quel particolare frutto.

La cascina venne demolita nel 1920, lasciando come unica traccia di sé il nome alla via della Maggiolina. Al termine della guerra il nome venne riutilizzato da un ristorante (già Gallo d'Oro) che si trovava in via Torelli Viollier 28. Il nome nel corso degli anni sessanta passò pertanto dal demolito ristorante al nuovo complesso residenziale recintato (con ingresso appunto da via Torelli Viollier e da via Dario Papa) che ha preso il nome di Villaggio Maggiolina.

Il quartiere è interamente residenziale, caratterizzato da caratteristiche villette a due piani. Piazza Carbonari, sormontata dalle vie che collegano il quartiere con la circonvallazione esterna di Milano ne rappresenta il centro, da cui inizialmente si dipartiva verso nord-ovest il Villaggio dei Giornalisti. Dalla piazza verso sud si snodano due isolati dedicati al verde, per un'area di oltre 20.000 m²: il Giardino Aldo Protti ed il Giardino Gregor Mendel, divisi da viale Nazario Sauro. Queste due aree furono realizzate sul sedime abbandonato della ferrovia per Monza.

Anche il Mirabello (quartiere di Milano), toponimo che indicava il quartiere sorto attorno all'omonima villa è stato interamente assorbito dalla Maggiolina, al pari dell'attiguo Villaggio dei Giornalisti.

Dal punto di vista storico, è degna di nota la Villa Mirabello. Costruita nella seconda metà del Quattrocento dal Michelozzo, con la collaborazione di Bartolomeo da Prato, è uno degli esempi di maggior interesse per quanto riguarda la tipologia della villa-cascina suburbana quattrocentesca. Perfettamente conservata, si trova in via Villa Mirabello.

Interessante è anche la chiesa di Ss. Carlo e Vitale alle Abbadesse. Essa ricorda come il quartiere una volta costituiva il confine nord della Milano dell'XI secolo: il luogo di culto infatti, eretto nel Seicento, è stato posizionato al centro di quello che erano le Cascine delle Abbadesse del monastero di Sant'Agostino, destinate alla coltivazione di campi, orti e vigneti solcati da fiumi e canali.

Il quartiere della Maggiolina conserva ancor oggi al suo interno architetture interessanti e particolarmente di rilievo. Fra queste meritano una citazione particolare alcune architetture che sorgono a ridosso del Villaggio dei Giornalisti (insistendo proprio sui suoi confini). Queste sono le case a igloo e a fungo (quest'ultime purtroppo demolite), in via Lepanto, dell'ingegnere Mario Cavallè e la Villa Figini, detta "Palafitta", progettata da Luigi Figini come sua personale abitazione, in via Perrone di San Martino.

Le case a igloo.
Approfondendo la storia e la particolarità di queste casette, si può facilmente notare quanto queste costituiscano un forte (o magari semplicemente curioso) punto di riferimento per i residenti del quartiere. La via Lepanto (la parallela della ferrovia, entro la quale sono comprese oggi queste casette) è spesso conosciuta come strada degli gnomi, o addirittura strada delle case a fungo. Queste stravaganti mini-abitazioni risalgono al 1946, realizzate dall’ingegnere Mario Cavallè (che importò questo modello abitativo e la relativa tecnica di realizzazione direttamente dagli Stati Uniti). Dal punto di vista tecnico, queste abitazioni vennero realizzate con un sistema a volta formato da mattoni forati disposti a losanghe convergenti.

La curiosa forma dell’edificio consente un’assoluta libertà nella disposizione degli interni (all’incirca 45 m²): i vari occupanti hanno via via interpretato ed adattato secondo le proprie esigenze gli spazi, andandone a stravolgere la disposizione originaria.

Queste case si sviluppavano su due livelli, quello esterno, al di sopra del piano stradale, e quello seminterrato, accessibile solo dall'esterno (o da una ristretta botola all'interno): quest'ultimo, pur non avendo l'abitabilità, si presta ugualmente a innumerevoli usi. Il seminterrato riceve l'illuminazione da alcuni piccoli lucernai disposti all'altezza della strada.

Tuttora sono forse due le case che hanno mantenuto la disposizione degli spazi originaria, con l'ingresso, il bagno, le due stanzette e la cucina. Le altre hanno subito tutte pesanti interventi di ristrutturazione: per esempio una di queste ha subito una sorta di ampliamento, col bagno ricavato in un nuovo vano aggiunto e accorpato al preesistente edificio circolare, un'altra non ha più pareti al suo interno, ed è strutturata su un unico ambiente.

Inizialmente in numero di 12, ne sono sopravvissute soltanto 8. Al loro posto oggi si possono trovare edifici successivi (tuttora abusivi) realizzati negli anni sessanta all'interno dei piccoli lotti d'origine delle case a igloo, che tuttora appaiono interposti fra queste ultime.

Analogamente alle demolizioni delle unità mancanti fra le case a igloo, nel corso degli anni sessanta vennero demolite anche le due case a fungo (da cui probabilmente la vera origine del soprannome della via Lepanto). Contrariamente alle precedenti, si sviluppavano su due livelli sovrapposti: uno più ristretto (il gambo) ed uno più ampio (la cappella) e sembravano ispirarsi alla Amanita Muscaria, famosa specie di fungo da cui sembravano trarre la forma caratteristica. Vennero demolite nel 1965 dal nipote stesso dell’ingegnere Cavallè che le aveva progettate: al suo posto venne innalzato un edificio che risulta tutt’ora abusivo.

Contro il dilagare di questi abusi tentò di opporsi vanamente l'architetto Luigi Figini, che abitava nella così detta Palafitta da lui stesso progettata, nell'attigua via Perrone di San Martino.

Alcune architetture simili (in numero di tre) si possono tuttavia trovare ancora oggi a Novate Milanese, in via Puccini.

Nel corso degli anni trenta, in un contesto come quello della Maggiolina, a ridosso del Villaggio dei Giornalisti, in cui veniva ampiamente applicato un modello di architettura per così dire classico, il giovane architetto Luigi Figini decise di sperimentare le istanze più avanzate del razionalismo, progettando secondo i relativi canoni la propria abitazione.

L'architetto elabora il proprio progetto prima ancora di acquistare i relativi terreni su cui poi realizzare l'edificio, tanto da consegnare tutta la documentazione relativa l'edificazione di un villino ad uso di abitazione agli uffici competenti del Comune di Milano il 7 luglio 1934, ricevendo il nulla osta alla costruzione subito un mese più tardi. L'atto di vendita del lotto di terreno in via Perrone di San Martino(circa 300 mq) verrà siglato soltanto il 18 ottobre 1934. Cominciano così i cantieri, che verranno conclusi già nell'estate del 1935. L'edificio ricevette l'abitabilità dal Podestà di Milano il 28 aprile 1936.

L'edificio, a pianta rettangolare, poggia su una serie regolare di pilastri, un'esile griglia a pilotis che rimanda agli insegnamenti di Le Corbusier, su modello delle case al Weissenhof di Stoccarda, del 1927 e della Ville Savoie a Poissy, del 1929. A questo particolare va imputato il soprannome di palafitta, che le venne affibbiato fin da principio.

La struttura portante è in cemento armato; il primo livello di abitazione è raggiungibile da una scala interna (anch'essa in cemento armato), che ha origine dal piano terra, parte integrante del giardino. Qui si trovano il salone di soggiorno, aperto sul terrazzo, la cucina e una stanza da letto. Al piano superiore, di dimensioni ridotte, si trova la zona notte, con la camera da letto e il bagno, affacciati su due terrazze attrezzata l'una come palestra, l'altra dotata di vasca marmorea a pavimento.

Le pareti dell'edificio, ad intonaco civile, sono tinteggiate di bianco; le murature delle terrazze, trattate al rustico, erano originariamente verdi. Le facciate sono caratterizzate dalle finestre a nastro del primo piano, dotate di serramenti avvolgibili di colore verde.

Originariamente la casa era circondata da ampi spazi coltivati, del tutto inedificati: la città si limitava al nucleo originale del Villaggio dei Giornalisti. A partire dagli anni successivi tutta la zona verrà interessata da un'edificazione di carattere intensivo, che porterà a un'indistinta fusione del quartiere Maggiolina col Villaggio dei Giornalisti.


LEGGI ANCHE : asiamicky.blogspot.it/2015/02/milano-citta-dell-expo-conosciamola.html

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QUARTIERI MILANESI : COMASINA

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La Comasina è un quartiere della periferia di Milano, a 6 km a nord del centro città. È compreso nella zona di decentramento 9. È considerato esempio emblematico del cosiddetto "quartiere autosufficiente", e uno dei principali interventi realizzati negli anni cinquanta dall'Istituto Autonomo Case Popolari.

Il quartiere Comasina confina coi quartieri di Quarto Oggiaro, Affori, Bruzzano e Bovisa e con il comuni di Cormano e Novate Milanese. È collegata con il centro della città tramite la Linea M3 della Metropolitana di Milano, che ha come capolinea nord proprio la stazione di Comasina. È inoltre collegata con i quartieri circostanti con le linee automobilistiche urbane dell'ATM 40, 41 e 52. Hanno capolinea nel quartiere anche le linee interurbane 83, 89, 705 e 729, che effettuano corse verso i comuni di Bresso, Novate Milanese, Cormano e Sesto San Giovanni; in corrispondenza della stazione metropolitana sorge inoltre il capolinea milanese della Tranvia Milano-Limbiate.

Il quartiere Comasina è, dal punto di vista quantitativo, la più importante realizzazione dello IACP di Milano; le consistenti dimensioni - ottantaquattro edifici e undicimila vani - lo resero «la maggiore realizzazione non solo dello IACP di Milano ma di tutti gli istituti d’Italia» e un caposaldo nella panorama dei quartiere autosufficienti.

Il primo progetto, curato dall'architetto-ingegnere Irenio Diotallevi, prevedeva quattro nuclei insediativi organizzati intorno ad un luogo di centralità destinato ad attrezzature collettive. I corpi di fabbrica erano costituiti da edifici alti di grandi dimensioni che configuravano un insediamento ordinato.

Le elaborazioni successive, posteriori alla scomparsa di Irenio Diotallevi, portarono ad un’organizzazione in quattro ambiti insediativi separati dai percorsi stradali di penetrazione: il più grande, delimitato dalle vie Val Sabbia, Spadini, Teano, Comasina, Madre Merloni Clelia e Esculapio, contiene un nucleo di centralità costituito da un chiesa a pianta centrale, da uno spazio conformato a corte aperta delimitato da edifici bassi destinati a servizi commerciali e ricreativi e da una casa alta, nonché dalle scuole primarie. Gli altri tre, più piccoli, sono attestati sulle vie Salemi e Litta Modignani e chiudono i margini ovest e sud del quartiere. La viabilità è separata dai percorsi pedonali secondo un principio insediativo messo a punto nei CIAM.


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