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venerdì 22 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN ROCCO A BUSTO ARSIZIO

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La chiesa di San Rocco si trova in via Lualdi in quella che, un tempo, era appunto chiamata contrada San Rocco, in prossimità della porta Sciornago, sita sul lato sud occidentale dell’antico borgo che conduceva verso l’attuale quartiere Sacconago. Originariamente l’edificio constava di un’angusta cappella eretta a fine Quattrocento, sistemata sul lato opposto della strada rispetto alla posizione odierna. La chiesetta si caratterizzava di una struttura piccola e modesta, sprovvista di campanile e addossata a case private. Sembra che fosse stata eretta intorno al 1488 in ricordo al morbo pestilenziale divampato tre anni prima. Tuttavia presto l’opera sacra versò in pessime condizioni di mantenimento, tanto che tra il XVI e il XVII secolo a seguito di ripetute visite pastorali, molti vescovi ne lamentarono lo stato di oblio. Fu così che nel corso del primo Settecento si decise di abbatterla e di ricostruirla sul versante antistante all’antica collocazione. I lavori di edificazione furono completati tra il 1706 e il 1713 dando vita a una chiesa caratterizzata del tipico prolungamento settecentesco: al corpo centrale a pianta quadrata sormontato da volta a vela, seguono e precedono due estensioni con volte a botte. La facciata, effettivamente terminata solo nel 1895, presenta un impianto cinquecentesco caratterizzato da un arco cieco completato ai lati da grandi lesene, in prossimità delle quali sono poste le statue dei Santi Giuseppe e Rocco di Montpellier. Quest’ultimo è rappresentato nella tipica iconografia religiosa a lui attribuita; in abiti poveri è in atto di sollevare la veste per mostrare la ferita lasciata dalla peste sulla sua gamba, con la mano sinistra impugna un bastone alla cui estremità è annodata la zucca del pellegrino - piccola sacca contenente le vivande - mentre ai suoi piedi torna l’immagine del cane che stringe tra le fauci un tozzo di pane.

Tra il 1731 e il 1732 fu affrescata da Salvatore e Francesco Maria Bianchi. Nel 1895 fu compiuta la facciata, di disegno cinquecentesco, con le statue di San Rocco e San Francesco. Nel 1909, grazie al decisivo contributo delle sorelle Bottigelli Pajàscia, la chiesa venne allungata e l'altare retrocesso di 7-8 metri. L’abside fu spostata di circa otto metri verso sud sviluppando un nuovo presbiterio provvisto di due vani laterali e transetto. All’interno l’apparato decorativo, ultimato negli anni ’30 del Settecento, si forma di numerose opere pittoriche frutto della mano degli artisti Salvatore e Francesco Maria Bianchi con la collaborazione del quadraturista Giuseppe Ober. A questi ultimi spetta la paternità delle due cappelle laterali, dedicate rispettivamente all’Angelo Custode e alla Madonna del Carmine. La prima, oltre all’affresco dell’Angelo, contiene il Cristo morto, opera originaria della demolita Chiesa di Sant’Alò sita un tempo lungo la strada per Lonate Pozzolo, sopra la quale è sistemata la settecentesca statua in legno di Sant’Antonio da Padova. La seconda cappella, detta anche della Madonna del Carmelo presenta una scultura lignea e pitture illustranti la consegna dello scapolare a San Simone Stock, due figure di Elia e alcuni episodi della regola dell’ordine carmelitano. Opera dei Bianchi sono anche i due affreschi che propongono vicende della vita di Rocco di Montpellier. Un primo, posto nell’ex presbiterio, racconta del Santo taumaturga che, durante un pellegrinaggio nella città di Roma, si presta alla cura degli appestati; un secondo affresco propone il momento in cui Rocco, contagiato dal morbo, viene curato da un angelo con il tocco di una piuma. Tra le altre opere dei sopra citati pittori, Gloria di San Rocco nella volta centrale, Fede, Umiltà, Carità e Obbedienza nei pennacchi, storie di Raffaele e Tobia nella cappella dell’Angelo. Degna di attenzione è la pala posta sopra l’altare maggiore, raffigurante in colori vivaci San Rocco. Di autore lombardo ignoto, la pala fu realizzata nel primo Settecento.

La chiesa dedicata a San Rocco, Santo protettore della peste e degli animali, tanto che la vicina piazza Manzoni aveva nome originario di piazza della Fiera, è oggi destinata al culto Cristiano Ortodosso.

Un tempo i contadini portavano tutto il bestiame bovino ed equino alla chiesa di San Rocco per la benedizione. La Sagra di San Rocco viene celebrata nel mese di settembre e in tale contesto è possibile assaggiare il tradizionale pane di San Rocco.




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lunedì 11 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN ROCCO A BAGOLINO

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La chiesa di San Rocco è una chiesa situata all'ingresso dell'abitato di Bagolino, a fianco della Strada Statale 669 che porta al passo di Crocedomini. Venne eretta dopo la peste del 1478, per ringraziare il santo al quale essa è dedicata per la cessazione del flagello e per porre sotto la sua protezione l'intera comunità. Grande interesse riveste, al suo interno, il ciclo di affreschi realizzato dal pittore camuno Giovanni Pietro da Cemmo, artista che segna nelle valli bresciane il passaggio dalla pittura gotica a quella rinascimentale.

Dopo la metà del XVI secolo la chiesa dovette ormai sembrare troppo angusta e modesta alla ricca comunità bagolinese. Si decise così di innalzare il campanile: i lavori, affidati al comasco Cristoforo di Osten, terminarono nel 1565. Poco dopo, nel 1577, fu ordinato l'ampliamento della navata dandone incarico al "Magister Comino da Sabbio", che modificò la larghezza della navata e vi aggiunse, secondo le prescrizioni ricevute due nuove campate
Al termine dei lavori, nel 1585, la chiesa fu solennemente consacrata dal vescovo di Trento.

Anche l'apparato decorativo della chiesa, con gli affreschi di Giovanni Pietro da Cemmo, dovette sembrare troppo modesto e fu sacrificato nel XVII secolo a vantaggio di grandi altari dorati di gusto barocco, oggi visibili nelle ampie nicchie laterali della navata.

Tra la fine dell'ottocento e gli inizi del novecento furono eseguiti nuovi lavori improntati ad un discutibile gusto neo gotico. Fu giustapposto alla facciata della chiesa un pronao con archi a sesto acuto; venne inoltre realizzata nella navata una falsa volta, sempre in forme goticheggianti, con una pesante tinteggiatura in azzurro, al posto della precedente copertura lignea del tetto a capanna.

L'impianto decorativo che va dall'arco santo, alla parete di fondo ed alla volta del presbiterio stesso, ubbidisce ad un complesso programma iconografico suggerito verosimilmente da qualche dotto religioso. Il visitatore che entra nella chiesa vede per prima cosa la raffigurazione dell' Annunciazione sull'arco santo, con la scena dell' Angelo annunziante sul rinfianco sinistro e quella della Vergine annunziata sul destro; in mezzo, in una mandorla di luce, sta la figura dell' Eterno che ha deciso di inviare il Figlio per la redenzione del genere umano. Se l 'Annunciazione è l'episodio che segna l'inizio della vita terrena di Gesù, la grandiosa scena della Crocifissione, che lo spettatore osserva sulla parete di fondo del presbiterio, ne racconta il tragico epilogo.

Avanzando poi verso l'altare, lo spettatore nota, nel sottarco, le figure di dodici Sibille, nelle quali la mitologia religiosa medievale ha voluto vedere le profetesse che, in ogni luogo della terra, predissero la venuta di Cristo (sono 12 anziché 10, come d'abitudine, per stabilire una stretta simmetria con i 12 "profeti minori").

Alzando poi lo sguardo verso la volta a crociera, lo spettatore vede nelle sue vele le grandi e statuarie figure dei quattro Evangelisti, testimoni della venuta di Cristo e dei suoi insegnamenti. Ad agevolarne la identificazione - identificazione non semplicissima visto che Giovanni si mostra con una solenne barba bianca ed appare come il più vecchio dei quattro – sono raffigurati nei pennacchi della volta, su di un lato, i simboli del tetramorfo; sull'altro lato sono poste invece le figure dei quattro Dottori della chiesa, che diedero forma di dottrina agli insegnamenti di Cristo. Più in basso nei pennacchi, sono posti otto tondi monocromi che corrono tutt'intorno alla volta; in essi si riconoscono scene bibliche che valgono a sottolineare la continuità tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento: narrano – con una iconografia poco consueta – la storia dell'umanità da Adamo a Lamech, il quinto discendente di Caino.

Solo dopo aver meditato su tali scene che parlano della venuta e del sacrificio di Cristo e del ruolo della sua Chiesa, lo spettatore potrà osservare, spostandosi prima sull'uno e poi sull'altro lato del presbiterio, la raffigurazione della vita dei due santi taumaturghi, San Rocco e San Sebastiano, invocati a protezione dalla peste. Il racconto pittorico della edificante vita dei due santi ne ripercorre gli eventi salienti, resi popolari dalla Leggenda Aurea.

Sulla parete di sinistra, quella destinata a San Rocco, trova oggi sistemazione, in una parte ormai rovinata delle pitture, una Madonna col Bambino tra Sant'Antonio Abate e San Giovanni Evangelista, affresco staccato proveniente da una cascina del territorio di Bagolino, attribuito alla scuola del Da Cemmo.

Il linguaggio pittorico di Giovan Pietro palesa, innanzi tutto, nel rigore plastico di derivazione mantegnesca e nell'avvenuta assimilazione dell'uso della prospettiva, il debito artistico verso il bresciano Vincenzo Foppa, padre nobile della pittura rinascimentale lombarda, ancora in piena attività all'altezza degli anni degli affreschi della chiesa di San Rocco.
Si può notare, in particolare, come l'Angelo annunziante ricordi da vicino l'analoga figura che il Foppa, nel 1468, aveva affrescata nella Cappella Portinari.

Si è altresì sottolineato l'eclettismo del pittore camuno, il suo attardarsi sulla poetica del gotico internazionale, il suo affacciarsi sulla grande pittura toscana, il suo interesse per l’arte nordica. Si osserva, sotto questo profilo, come la figura della Vergine annunziata (rovinata nei panneggi della veste azzurra) evochi, nella tenera soavità del volto, l'aspetto delle dame care al gotico internazionale, mentre l'ambientazione e la meticolosa descrizione degli oggetti che popolano la stanza richiamano la cifra stilistica dell'arte nordica.

La scena della Crocifissione, costipata di persone e di cavalli, entra più volte nella produzione del Da Cemmo: la troviamo anche a Borno, nella chiesa dell'Annunciata, e ad Esine, nella chiesa di Santa Maria Assunta. La raffigurazione della Crocifissione richiede all'artista un particolare impegno: nei cicli di affreschi essa deve rappresentare infatti il punto culminante, quello più denso di pathos.

A proposito della versione di Bagolino si è acutamente osservato che:

« ...  appare divisa in due zone:la parte alta, con le tre croci, è immersa in un’atmosfera silenziosa ed immobile ; ai piedi della croce vi è, al contrario, una folla di personaggi,, un vero mare di teste e di corpi in movimento che fa da sfondo ai protagonisti. La capacità del pittore di conferire ai propri personaggi una ben definita personalità è evidentissima anche nell’uso di particolari effetti cromatici: il grande dolore interiore di Maria, avvolta in un manto nero, è sottolineato dall'abbraccio delle pie donne vestite con abiti dalle vivaci tonalità rosse e gialle. »
Un brano del ciclo di affreschi di particolare interesse e di suggestivo sapore gotico cortese, è dato dai ritratti delle dodici Sibille che Giovan Pietro dipinge nel sottarco, ognuna con una scritta che ne palesa il nome e che evidenzia una sentenza profetica a lei associata.
Le dodici Sibille danno luogo ad una gustosa sfilata di vesti e di acconciature del tempo, non priva verve ironica. Troviamo, ad esempio, la Sibilla Cumana che si compiace del suo abito fiorentino, mentre la Sibilla Europa fa sfoggio sul proprio capo di un tipico hennin di forma conica che potrebbe essere uscito dal pennello di un pittore fiammingo.

Se gli affreschi del Da Cemmo costituiscono l'aspetto artistico di maggior interesse, vale la pena prestare attenzione anche ai cinque altari barocchi posti nelle grandi nicchie della navata, se non altro per apprezzare quali drastici cambiamenti di gusto si operarono tra la fine del XVI e poi durante il XVII secolo, e per capire come doveva apparire l'interno della chiesa di San Rocco fino a non molte decadi fa.
Si consideri che il secondo altare di destra, dedicato a San Rocco (composto da elementi di epoche diverse, con cinquecenteschi dipinti su tavola e secentesche statue lignee) ricopriva, nel presbiterio, la scena della Crocifissione. Altri due altari – il terzo ed il quarto di destra – erano posti ai lati dell'arco santo e nascondevano interamente le due figure dell'Annunciazione.

La realizzazione delle soase lignee dorate è verosimilmente opera di intagliatori delle valli bresciane; i dipinti sono opera di artisti minori che, tuttavia, dovevano incontrare il gusto dei committenti. Tra di essi troviamo anche una donna, la pittrice Anna Baldissera vissuta nel '600, autrice della pala con San Carlo Borromeo tra i santi Faustino e Giovita, posta nel primo altare di destra.




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domenica 12 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN ROCCO A LIMONE SUL GARDA

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Situata a nord del centro storico, venne costruita verso la metà del 16° secolo come ringraziamento dei Limonesi scampati alla contagiosa peste che colpì in quegli anni gran parte del Nord-Italia. Sembra prendere il suo nome dal passaggio di San Rocco a Limone proprio durante detta epidemia. La chiesetta venne rifinita nel corso dei due secoli successivi affrescando le pareti e completando la costruzione del campanile. Durante la prima Guerra Mondiale subì ingenti danni, in seguito sommariamente riparati, ma fu soltanto nel 1957 che vennero alla luce alcune pitture del '500 allorchè, all'interno e all'esterno, furono eseguite opere di riparazione, di restauro e di pulitura affreschi. Ben inserita nel contesto paesaggistico tra la roccia, il lago e le limonaie, é uno dei luoghi più amati del paese in quanto vi si accede attraverso una caratteristica scalinata sempre adornata di fiori e piante tipiche del Garda, costituendo uno degli scorci più pittoreschi e fotografati di Limone. Vi si celebra ancor oggi nel giorno di San Rocco (16 agosto) e nel mese di maggio in occasione della recita del Rosario.


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giovedì 2 aprile 2015

IL LAZZARETTO DI SAN ROCCO

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La tradizione ci racconta che San Rocco, appena si accorse di avere la peste, se ne andò spontaneamente in un bosco, vicino a Piacenza, per non contagiare le altre persone e scelse di morire in solitudine.
Un cagnolino però si prese cura di lui, portandogli ogni giorno un pezzo di pane e permettendogli così di resistere e guarire.
S. Rocco presto diventa una figura simbolica: mentre il cagnolino richiama l’intervento dell’autorità sanitaria il santo è l’esempio da seguire, cioè la necessità di ritirarsi nel lazzaretto per affidarsi fiduciosamente alle cure dello Stato.

Il lazzaretto di San Rocco realizzato a seguito di una parte del Consiglio Generale datata 7 giugno 1484 che prevede l’acquisto di una pezza di terra appartenente a Gerolamo Bergamini “ultra lacum prope foramen ab anguanis”.
L’architetto a cui l’edificazione viene affidata è “mastro Batista dei Osei da Bressa, architecto”. Gli operai impegnati nella fabbrica spesso diventano benefattori della stessa; d’altra parte, fra di essi si trovano anche condannati dal provveditore a pene da scontare lavorando uno o due mesi nel lazzaretto. Ciò consente di concludere che quest’opera non solo è commissionata e guidata dal Comune, ma impegna tutta la comunità salodiana come una vera e propria priorità collettiva.
La struttura, in piena efficienza entro la metà del XVI secolo, subì nei secoli successivi diversi interventi di manutenzione, ristrutturazione e restauro; venne poi destinata ad altri usi dal XIX secolo.
Il complesso architettonico si articola in più spazi, che rispondono a differenti e complementari funzioni. Il corpo maggiore dell’edificio è destinato ad ospitare le camere per i ricoverati e le stanze di servizio. Sul lato orientale dell’area si trova quello che potremmo chiamare “lo spazio della speranza”, la piccola chiesa dedicata a San Rocco.
Tra questi due edifici e le pendici della collina si apre un cortile, in cui si depositano e si disinfettano le merci sottoposte a sequestro dai sanitari e, durante l’epidemia, si scavano le grandi fosse comuni, in cui i cadaveri dei morti di peste vengono gettati, ricoperti da uno strato di calce viva per scongiurare la possibile comunicazione del contagio.
L’organico del lazzaretto è costituito innanzitutto da un priore e da un vicepriore; ci sono poi i guardiani, che hanno funzione di sorveglianza e sono responsabili della conservazione e della disinfezione delle merci; infine c’è il personale di servizio, costituito dagli “sboratori”, competenti delle disinfezioni, da coloro che si occupano dei servizi alle persone e dai “nettezini” o “sottradori”, coloro che trasportano e seppelliscono i cadaveri. L’opera di tutte queste persone si svolge sotto la direzione ed il controllo dell’ufficio di sanità del Comune e la supervisione di quello della Riviera.


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