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mercoledì 20 maggio 2015

IL PARCO DELLA LURA

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Il Parco del Lura comprende la valle scavata dal torrente Lura che inizia a sud di Bulgarograsso e si estende fino alle porte di Saronno. Il parco comprende un ambiente caratteristico dei pianalti lombardi.

I boschi sono formati principalmente da farnie e robinie. Circa metà del parco è coltivata a cereali o coperta da prato.

L’ente del parco ha anche fornito alla zona trenta chilometri di fogne che convogliano i reflui dei centri abitati e le portano al depuratore di Caronno Pertusella.

Scendendo nella valle della Lura da Lomazzo, da Bregnano, Cadorago o da alcun altro dei comuni lungo il torrente, la dimensione urbana lascia il posto ad una dimensione agreste, nel verde e nella quiete, che è ormai in via d'estinzione, almeno da queste parti. E si potranno udire persino i grilli, almeno d'estate; di notte, con un po' di fortuna, anche qualche lucciola. Lungo il fiume non vi sono strade, si può passeggiare solo a piedi o andare in bicicletta. Il miracolo del silenzio e della pace può prendere il sopravvento per un attimo, almeno. Ci sono boschi di querce e di robinie, ci sono lembi di pineta silvestre (a Guanzate e Bulgarograsso); ci sono campi coltivati e colline moreniche: c'è una parte dell'alta pianura lombarda che si conserva per le future generazioni, quale corridoio ecologico, trama d'unione, fra il Parco regionale delle Groane e il Parco regionale Pineta di Appiano G.le e Tradate.

Per scorgere lo scoiattolo, individuare il ghiro, il moscardino o il picchio verde, il Consorzio ha recuperato un vecchio, delizioso roccolo nei boschi della Pioda fra Cermenate e Cadorago. Un luogo che era nato per far polenta e uccelli, è oggi dedicato all'educazione ambientale per le giovani generazioni.

Il Parco è per metà boschi e per metà campi seminati; non è una foresta vergine e nemmeno una riserva naturale. E' un territorio interamente coltivato e governato dagli agricoltori e dai boscaioli che vi traggono sostentamento.

Il torrente Lura è troppo spesso un rigagnolo colorato e maleodorante; per contro, quando piove troppo, cambia umore, tracima e allaga quartieri interi e città.

L'idea di fare qualcosa di concreto per difendere la vallata che si trova ai margini del torrente Lura nasce nel 1975, quando le nove amministrazioni comunali per la prima volta si riuniscono in un consorzio di depurazione che, con risorse proprie, finanziamenti regionali e statali, ha provveduto a realizzare trenta chilometri di grandi collettori fognari che raccolgono i reflui delle industrie e dei centri abitati fino ad un grande depuratore, a Caronno Pertusella. L'impegno di risorse economiche e tecniche è gravoso e impegna tempo e uomini.
"L'idea del Parco - dice Giacomo Castiglioni, Amministratore Delegato di Lura Ambiente - nasce negli anni '80 dalla passione degli amministratori impegnati nella realizzazione del progetto di depurazione delle acque. Nei primi anni si operò per rendere omogenei i piani delle singole amministrazioni sul tema ambientale. Definita poi la perimetrazione del territorio a parco, finalmente nel 1995 è avvenuto il riconoscimento da parte della Regione Lombardia. Si iniziò allora a concretizzare l'idea del Parco".
All'inizio del 2000 nasce uno specifico Consorzio per la gestione del Parco e i primi di maggio viene eletta la prima struttura direttiva.
Dal 1997 al 2000 il Parco viene gestito dal Comune di Cadorago, grazie ad una convenzione tra comuni; il Sindaco Renata Romano, Presidente pro - tempore, inizia a strutturare quello che oggi è diventato il Consorzio di gestione.
In tutti questi anni l'area protetta ha avuto comunque modo di farsi conoscere sempre di più grazie a molte associazioni e gruppi di volontari che con manifestazioni o semplici camminate nel parco hanno aiutato la natura a combattere il degrado ambientale che avrebbe potuto rovinare molte delle stupende valenze paesaggistiche che il Parco del Lura intende preservare. Infatti camminando a fianco del Lura si incontrano centinaia di ettari di bosco, tranquillità, animali liberi di correre e volare, cappellette votive e antichi cascinali.
Questa vallata che unisce le provincie di Como e Varese riesce a ripristinare il giusto rapporto tra uomo e natura.

Il torrente Lura, che dà il nome al Parco, nasce nel territorio del Comune di Bizzarrone, ai confini con il Canton Ticino. Il suo corso si snoda da nord a sud per una lunghezza pari a 35 Km confluendo, all'altezza di Rho, nel fiume Olona, che a sua volta si immette nel Lambro. Il Lura attraversa per esteso tutto il Parco, bagnando le zone collinari di modesta pendenza che caratterizzano un territorio fortemente antropizzato. Un corso a meandri con portate medie fiancheggiato da fasce boschive su entrambe le sponde. Al fine di scongiurare o almeno arginare le eventuali esondazioni a valle, la Regione Lombardia ha progettato la realizzazione di un sistema di regimazione delle acque di piena del torrente con la formazione di alcune vasche di "laminazione" per trattenere le ondate di piena nella valle. Si eviterebbero così potenziali allagamenti a Saronno e Rho, già avvenuti in passato.

La copertura vegetale del Parco del Lura, caratterizzata dall'alternanza di fitti boschi, prati e campi ha favorito l'insediamento di molti animali. Un habitat naturale ideale per numerose specie capaci di adattarsi a questo contesto ambientale prossimo ad una zona densamente urbanizzata. Nel Parco risulta particolarmente significativa la presenza degli uccelli. Sono presenti passeri, rondini, pettirossi, cinciallegre ed alcuni rapaci tipici del nostro territorio come la civetta, il gufo, il barbagianni e il gheppio; più comuni risultano essere tortore, zigoli, cornacchie, merli, piccioni e fagiani selvatici.
Ben più difficili da sorprendere sono i mammiferi selvatici che popolano il sottobosco del Parco: carnivori di taglia piccola come la volpe, la faina, la donnola o roditori come il ghiro ed il tasso.
E' possibile invece incrociare la strada del coniglio selvatico, del simpatico riccio, che si muove con circospezione nella boscaglia, scorgere gli scoiattoli saltare da un albero all'altro ed i roditori o i rettili più comuni che vivono nei prati tipici delle zone coltivate, anche in prossimità dei centri abitati.

Passeggiando lungo il corso del torrente Lura ci si accorge di quanto sia rigogliosa e varia la vegetazione che caratterizza la superficie del Parco. L'ambiente forestale, tipico del "climax" delle prealpi lombarde evidenzia l'equa suddivisione tra area boschiva e ambiente agricolo. Serie di formazioni boschive dominate dalla robinia, farnia, carpino, nonché dai filari di ontano nero sono diffusi su entrambe le sponde del torrente da Rovellasca fino a Saronno. Presenti anche le specie autoctone come il pino, il castagno, il ciliegio e la betulla. L'attento osservatore può notare la ricchezza del sottobosco ben rappresentato dal nocciolo, dal sambuco, ma anche da una varietà di funghi, erbe, felci e muschi che disegnano un paesaggio variopinto e caratteristico, godibile in ogni stagione. Sono presenti anche campi a seminativi, coltivati soprattutto a cereali.
Alcune presenze esotiche sono riscontrabili nei boschi: a Guanzate c'è una collina rimboschita con querce rosse. Qua e là si trovano piante di larice e soprattutto ciliegi tardivi; questi ultimi, purtroppo, sono pericolosi infestanti americani che degradano e semplificano l'ecosistema.

Il Parco del Lura si colloca nell'Alta Pianura Lombarda posizionandosi allo sbocco delle grandi valli prealpine, al di sotto della linea insubrica. Il paesaggio geomorfologico si è modellato in seguito agli eventi verificatisi durante l'ultima era glaciale che hanno interessato tutta la Brianza. Infatti il territorio del Parco, come tutta l'area della provincia di Como, è caratterizzato da una successione di strati geologici formatisi in seguito alle ultime glaciazioni note agli esperti del settore con i nomi di Mindel, Riss e Wurm. Emblematici testimoni di queste fasi glaciali sono i caratteristici circoli morenici, che spingendosi fino a Lomazzo e Cermenate evidenziano l'espansione massima raggiunta dalle lingue glaciali presenti fino a 10.000 anni fa, quando le stesse cominciarono a ritirarsi. Segni di questa espansione sono ben visibili nel Parco attraverso massi e tracce rocciose dei cordoni morenici. Proprio dallo scioglimento dei principali ghiacciai "lariani" si sono formati nel corso del tempo i terrazzi alluvionali che caratterizzano, con un'alternanza di pianure e colline la conformazione geomorfologica del territorio. Il torrente Lura nel corso dei secoli ha scavato il suo letto tra le morene glaciali per scendere verso sud, verso l'aperta pianura dove troviamo deposizioni sedimentarie di origine quaternaria. Buona parte del suolo si è poi trasformata, nel corso dei millenni, in argille rosse o "ferretto".

"Mi ricordo ancora quando da piccolo andavo con i miei cugini al torrente per fare il bagno. Ogni volta era una festa, stavamo lì delle ore". Le donne si recavano al "fossato" con i panni sporchi da lavare, i ragazzi , alla domenica, con una canna da pesca, i più piccoli a giocare ed a fare il bagno.
Gli aneddoti delle persone più anziane ci fanno notare quanto una volta il torrente Lura fosse "vissuto".
Tra le due guerre qualche scarico entrava già nel torrente : la capacità di autodepurazione del corso d'acqua era però sufficiente a conservarne le acque pulite.
E' stato il grande boom del dopoguerra a rovinare questo idilliaco rapporto tra il corso d'acqua e gli abitanti dei paesi da esso attraversati.
La mancanza di una coscienza ecologica ha fatto sì che le industrie scaricassero nel torrente senza alcuna precauzione.
E' quindi iniziato il periodo di massimo degrado del nostro corso d'acqua, considerato da privati, amministratori pubblici e industrie una fogna a cielo aperto. Dalle sorgenti all'Olona tutti scaricano senza alcuna preoccupazione.
I danni sono ancora oggi evidenti anche se ormai sono più di vent'anni che i primi depuratori sono stati costruiti, le prime regole applicate e la conoscenza di cosa si può fare contro l'inquinamento appresa.
Un grande lavoro è già stato fatto e quanto ancora possibile fare è stato impostato e iniziato: il processo virtuoso del ripristino ambientale oggi è inarrestabile. Certamente l'ecosistema è profondamente alterato ed il torrente ha bisogno ancora di anni di sforzi per ritornare un corso d'acqua limpido, non inquinato e abitato da una corretta fauna e flora acquatica.
Considerando l'elevata popolazione residente nel bacino idrografico del torrente e l'elevata industrializzazione non siamo certamente arretrati rispetto alla realtà italiana.




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PALAZZO VISCONTI A SARONNO

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Costruito nel XVI secolo fu di proprietà dell'omonima famiglia. Durante il XVIII secolo fu ceduto alla famiglia Rubini, che cambiarono parzialmente l’assetto del complesso, trasformandolo in una tipica villa nobiliare con il tipico cortile lombardo. Il palazzo fu ceduto in seguito alla famiglia Schenardi e poi a Giuseppe Morandine che la trasformò in un collegio nella metà del XIX secolo.

Sul finire del secolo (1882) il Comune divenne il nuovo proprietario e vi insediò il Municipio. Ma, a far capo dal 1926, dopo il trasferimento nella Villa Comunale in via Roma (Villa Gianetti), lo stabile venne utilizzato per uffici della Pretura. E ciò fino al 1985. Da allora, senza che l'Amministrazione Comunale abbia ancora definito la sua ristrutturazione e destinazione, il Palazzo Visconti attende di essere rimesso a nuovo. La struttura è abbellita da alcune colonne di granito di Baveno. Alcuni soffitti del Palazzo sono impreziositi da significativi affreschi attribuiti al pittore Giovanni Antonio Cucchi.

Il 28 settembre 2007, un incendio distrusse gran parte del tetto. Molti locali vennero danneggiati dall'acqua usata per spegnere il fuoco.

L'edificio è stato in seguito messo in sicurezza con una copertura provvisoria. Nel 2011 il Consiglio Comunale ha istituito una Commissione per proporre soluzioni per un recupero di Palazzo Visconti. Non è stato previsto alcun lavoro di manutenzione straordinaria né restauro a causa della crisi economica. L'edificio è attualmente in disuso ed è stato candidato tra i luoghi del cuore del FAI.





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LA CHIESA DI SAN GIACOMO A SARONNO

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La chiesa di San Giacomo è un edificio di Saronno. Fu costruita grazie al patrizio saronnese Ambrogio Legnani. La chiesa fu dedicata ai santi Ambrogio, Carlo, Filippo e Giacomo, secondo la volontà del donatore (nome dei fratelli del patrizio).

Sulle pareti sono dipinti affreschi di Stefano Maria Legnani di Santagostino ed è presente sull’altare una pala che raffigura la Madonna col bambino, i santi Giacomo e Ambrogio, Carlo Borromeo, circondati da angeli.

La chiesa, con il campanile, è stata edificata da Ambrogio Legnani, “uomo ricco di fede e di censo” che ne gettò le fondamenta nel 1614. Fu dotata della celebrazione di S.Messe e di terreni. Il fondatore nel suo testamento del 1628 affidò la Chiesa e la sua amministrazione al Santuario, nell’anno seguente con un altro testamento la lasciò in eredità al Santuario. Nel 1821 furono accolte presso la Chiesa le salme dei defunti, venne chiamato il Cimitero di S.Giacomo e tale rimase fino al 1847, quando sorse il cimitero nuovo. Nel 1882 sul terreno sorse l’oratorio maschile della Prepositurale e il Salone “Silvio Pellico”.  Nel 1976 in occasione della Visita Pastorale, viene emesso il decreto in cui il Santuario cede alla Prepositurale l’antica Chiesa di S.Giacomo.  il 22 ottobre del 2003 viene decretata la donazione: la Chiesa appartiene alla Prepositurale.

La chiesa, di stile classico tardo-manierista,  ha un’unica navata,  tre finestre (opera di Sandro Carugati) e l’abside nella parte settentrionale.

Sull’altare è presente una copia  della Sacra Conversazione con Madonna e Bambino circondata dagli Angeli ed i Ss. Giacomo Apostolo, Filippo, Ambrogio e Carlo Borromeo di Giulio Cesare Procaccini; l’originale conservato dal 1684 nella Sacrestia del Santuario.Nel presbiterio si notano sono l’arco con l’annunciazione e l’Eterno Padre e due affreschi con la nascita di Gesù e l’Adorazione dei Magi. Sono opera di Stefano Legnani (il Legnanino), della stessa famiglia del fondatore.Nella parte alta del presbiterio in una lunetta è conservata la statua di S. Carlo, voluta per il voto (10 maggio 1625) di celebrare ogni anno la festa del Borromeo con Messa e Vespri in canto.

Nel giardinetto interno (visitabile son in occasioni particolari)  insieme ad alcune lapidi del cimitero vecchio, sono conservate le iscrizioni degli antenati di Teresa Galli, mamma di papa Pio XI.

Dal 1973 al 1992 veniva celebrata annualmente la festa popolare del santo nei giorni attorno al 25 luglio (giorno di S. Giacomo), protraendosi per 3 o 4 giorni, coinvolgendo tutti gli abitanti e i negozianti del quartiere in cui la chiesa è situata (detto degli “Asnitt”). Attorno alla chiesa e sulla piazza antistante venivano organizzati dalla Parrocchia Prepositurale (con don Giorgio Solbiati, mons. Ugo Ronchi e mons. Angelo Centemeri) momenti di preghiera, la S. Messa nel giorno del santo con accensione del pallone al Gloria (secondo la tradizione per i santi martiri) e la presentazione di ricchi cesti offerti dai negozianti della via Padre Monti messi poi all’asta nel corso dei festeggiamenti. A seguire momenti di festa danzante, giochi, corse di asini, oche e carriole, sfilate in costume.

Il ricavato dei giorni di festa veniva impiegato interamente per la manutenzione della chiesa stessa.

Ancora oggi alla sera alle 21 del giorno 25 luglio di ogni anno viene celebrata la Messa in onore del santo.




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LA CHIESA SI SAN FRANCESCO A SARONNO

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La chiesa di San Francesco è una chiesa di Saronno. Alle origini era conosciuta come chiesa parrocchiale di San Pietro. L’attuale edificio fu ricostruito nel 1297 con annesso convento. La creazione di questa chiesa è si deve, probabilmente a sant'Antonio di Padova, mentre visitò Saronno sulla strada per Varese per l’insediamento di un monastero di conventuali, datato 1230 e soppresso nel 1797 da Napoleone. È monumento nazionale dal 1931.

La chiesa ha un'adiacente convento, di epoca medioevale, che ospitava frati francescani.

All'esterno della chiesa è conservata un'ara di epoca romana che risale ad un periodo compreso tra il I ed il II secolo. Sull'altare compare un'iscrizione che recita: Quintus Cassius Mercator Deis Deabus.

La presenza dei francescani a Saronno è documentata dal 1286.
Nel 1297 una lettera dell’Arcivescovo Fontana invitava la Diocesi a contribuire alle spese per la “fabbrica” della nuova Chiesa di S.Pietro in Saronno, della cui esistenza si hanno notizie dal 1154. Questa dedicazione rimase alla Chiesa fino al 1570 quando S.Carlo diede il titolo di S.Pietro alla Chiesa parrocchiale e di S.Francesco alla Chiesa dei frati.
Nel 1400 i francescani con Duns Scoto, sostengono il culto dell’immacolata Concezione. Si costruisce una cappella in suo onore. In seguito nel 1712 vi fu collocata la statua che fu portata poi in Prepositurale.  Segue un periodo di grande splendore spirituale, artistico e musicale.
Nel 1797, durante il governo della Repubblica Cisalpina, per ordine del Direttorio, si è giunti alla soppressione del convento. Le chiavi della Chiesa furono consegnate al Parroco. L’ex Convento ha poi ospitato Scuole e Collegi.
Mons. Angelo Ramazzotti, che fu poi Patriarca di Venezia, nel convento, che era diventato proprietà della sua famiglia, ha fondato prima l’Oratorio maschile e un orfanotrofio e poi,
come ricorda una lapide, nel 1850, ha dato inizio al PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere).
Il Cav. Felice Carcano, che era diventato il proprietario della Chiesa e del convento, nel 1898 ha fatto atto di donazione della Chiesa e dell’annessa canonica alla Prepositurale.
Dal 1960  si eseguirono i lavori di restauro della Chiesa che aveva subito tanti danni. La conclusione dei grandi lavori fu nel 1990 ma la Chiesa ha bisogno di continue cure.
Nel 1992 torna a S.Francesco l’antico coro che era stato salvato portandolo in Prepositurale.
Dopo il restauro della facciata nel 2003, vi sono state collocate nel 2004 due nuove statue di S.Francesco e S.Antonio, le precedenti, che erano cadute, sono conservate in Chiesa.

La Chiesa di S.Francesco è mirabile nella semplicità del suo stile romanico lombardo. Ha una armoniosa facciata, un bel campanile, la cupoletta di quella che era la Cappella dell’Immacolata.
È a tre navate, sui due lati vi sono 12 cappelle edificate a cura di famiglie saronnesi.
Sono notevoli: sulla destra la Cappella del Crocifisso e quella di S.Antonio; sulla sinistra l’affresco della Madonna del S.Rosario, che è di Aurelio Luini (figlio di Bernardino) e la Cappella dell’Immacolata che si nota per la sua cupola, qui si trovava la Statua dell’Immacolata.
Particolare importanza assume la Cappella del “Compianto”. Vi si trova un gruppo di statue lignee: la Madonna con il Cristo morto, S.Giovanni e la Maddalena. L’opera è della fine del 400, inizio del 500. Attualmente è attribuita ad Andrea da Milano, che ha lavorato in Santuario.
Anche l’interno della Chiesa è tutto affrescato: sulle colonne e nei medaglioni vediamo figure di Santi e di personaggi che hanno avuto rapporti con i francescani, importante è l’apoteosi francescana che si trova nella navata centrale. Rappresenta storie della vita di S.Antonio e S. Francesco. Il ciclo degli affreschi è stato commissionato dal Maderna ad Ambrogio Legnani nel 1678. In seguito vi lavorò anche il figlio, Stefano Maria Legnani, detto “il Legnanino”.
Nel presbiterio vi sono affreschi del Lanzani e, dietro l’altare, è il coro riportato dalla Prepositurale.
Sono stati tanti gli artisti che hanno prestato la loro opera, la tradizione artistica continua nella raccolta di opere moderne nel museo allestito nelle sale della canonica.
Uscendo sulla via Carcano, inserita nell’abside, troviamo un’ara romana (I-II sec. d.C.) è il mercante Quinto Cassio che la dedica agli dei ed alle dee.



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IL SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DEI MIRACOLI A SARONNO

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Il santuario della Beata Vergine dei Miracoli, venne eretto nel 1498 dal popolo di Saronno per dare degna ospitalità al simulacro della Madonna del miracolo (una statua della seconda metà del XIV secolo, posta allora in una cappella sulla strada Varesina) ritenuta dispensatrice di miracolose guarigioni. Il territorio lombardo si arricchiva così di un nuovo santuario mariano che divenne presto meta importante di devozione e che si arricchì con il tempo di formidabili tesori d'arte.

Nel gennaio 1923 papa Pio XI elevò il santuario al rango di basilica minore.

L'8 maggio 1498, per iniziativa della comunità saronnese, fu avviata la edificazione del Santuario nel sito in cui già sorgeva una cappella (detta "del miracolo") che era divenuta oggetto di speciale devozione in virtù della fede popolare nella "portentosa guarigione" avvenuta nel 1447 ed in altre che la seguirono.

Il Santuario di Saronno sorge a seguito della guarigione miracolosa di un giovane del borgo di nome Pietro Morandi detto "Pedretto", che soffriva da parecchi anni di una grave forma di sciatica che lo immobilizzava sul suo pagliericcio non consentendogli di camminare. Siamo negli anni attorno al 1460 e non oltre il 1462. All'incrocio tra la strada Varesina, chiamata, allora, strada di Lugano perché quivi giungeva la strada che da Monza, attraversando Saronno, portava e porta verso il Ticino per raggiungere il Piemonte, vi era una piccola cappella, una piccola edicola, con una statua della Madonna con in braccio il Bambino Gesù; una statua di terracotta datata nella seconda metà del trecento. Davanti a questa capelletta, in una fredda notte d'inverno, "in una invernata", così sta scritto, avvenne il miracolo. Il povero Pedretto era costretto a letto da circa sei anni quando una notte, mentre si tormenta dal dolore spasimando, la sua cameretta si illumina di un improvviso fulgore, dentro il quale appare una bellissima Donna che per tre volte gli dice:

"Pietro, se brami guarire, va' alla cappella di strada Varesina, edifica un tempio là dove sorge il simulacro della Madonna, i mezzi non mancheranno giammai..."
Chiamati i suoi, manifestò loro il proposito di recarsi alla cappella, mentre un vigore improvviso gli si diffuse per tutta la persona. Giunto sul luogo indicatogli dalla Signora il Pedretto cominciò a pregare e poi, sopraffatto dalla stanchezza, si addormentò. Quando si svegliò era ormai l'alba e si si trovò completamente guarito. Riconoscente alla Madonna, si dette da fare per esaudire il desiderio di Maria: la costruzione del Santuario fu terminata nel 1511. I documenti dell'archivio storico ci dicono che molte altre guarigioni seguirono alla prima.

I saronnesi vollero rendere grazie alla Madonna e, dopo la costruzione di alcune chiesette, andate presto in rovina, soprattutto perché l'afflusso dei devoti di Saronno e dei pellegrini, che giungeva da tutto il contado, era in continuo crescendo, l'8 maggio 1498 iniziarono i lavori di costruzione della prima parte dell'attuale basilica, quella orientale. Il Campanile del Santuario di Saronno è risultato uno dei più belli e più antichi della Lombardia.

L'afflusso dei fedeli e dei pellegrini era ormai così alto da non consentire a tutti di entrare in chiesa durante le funzioni religiose. Ciò è documentato dalle numerose richieste di autorizzazione a celebrare all'aperto inoltrate alla Curia arcivescovile di Milano. Sappiamo che il Concilio di Trento aveva proibito la celebrazione della Messa al di fuori della chiesa, per celebrare all'aperto occorreva la dispensa. Così gli amministratori del Santuario (sei deputati, eletti dalla popolazione saronnese) decisero di ampliare la chiesa, allungandola. Tra il 1560 e il 1578, in due periodi successivi, la chiesa venne allungata con cinque campate su tre navate. Dopo 168 anni dalla fondazione la costruzione, l'abbellimento e la decorazione del Santuario erano finalmente terminati. I saronnesi avevano fatto costruire una chiesa che destava l'ammirazione di tutti.

Il Santuario di Saronno alla fine del 1600 possedeva terreni per 3.000 pertiche milanesi e 14 case. E tutto questo sino all'arrivo in Italia di Napoleone e la costituzione della Repubblica Cisalpina, quando vennero incamerati i beni degli enti ecclesiastici, e tra questi anche quelli del Santuario. A questa rapina, si aggiunga, nel 1817, l'abolizione dei deputati da parte del governo austriaco del Lombardo Veneto; la lenta ripresa si ebbe solo agli inizi del XX° secolo.

Anzitutto è bene sottolineare che la guarigione del giovane Pedretto non è frutto di una invenzione o di una leggenda, è provato da un documento ufficiale della Chiesa: il "Processo informativo canonico sull'origine del Santuario di S.Maria de Miracoli di Saronno". Processo voluto da S.Carlo Borromeo, allora arcivescovo di Milano che, in ottemperanza alle disposizioni del Concilio di Trento, volle testimonianze e verifiche che dimostrassero, senza alcun dubbio, l'origine miracolosa dell'evento straordinario da cui ebbe origine il Santuario. In quel secolo era forte l'irrisione degli eretici per ogni evento soprannaturale attribuito alla Madonna e ai santi.
Il processo canonico si tenne a Saronno il 6 aprile 1578 e vennero raccolte le deposizioni giurate dei testimoni, come si legge nel documento redatto al termine del processo. Il processo venne istruito perché i primi documenti sull'origine del Santuario erano andato perduti. A Saronno dal 23 agosto 1576 al 23 marzo 1577 infierì la peste, che causò tanti morti tra i cittadini. Durante questa infausta evenienza, i monatti, entrati in casa Visconti, dove vi era un appestato, bruciarono suppellettili e incartamenti. Tra questi anche la raccolta fatta da Gio Batta Visconti comprendente molti documenti riguardanti i primi anni di vita del Santuario. Per fortuna non tutto andò perduto, perché gran parte delle carte si trovavano presso la sala del capitolo dei deputati.

Da alcuni passi delle deposizioni dei testimoni possiamo leggere:

"Et così essendo divulgato questo miracolo d'intorno i popoli cominciorno a concorrere alla divozione".

Sono i primi pellegrini che, nella seconda metà del 1400, venivano a venerare la Beata Vergine e a chiederle le grazie e a vedere il miracolato.

Si legge ancora:
"Questa benedetta Madonna ha fatto et continua a fare delli miracoli, et ci sono stati portati di gran voti, come tavolette, scanse et simili, per gratie che là ha fatto".

A dimostrare la continuità dei Miracoli il primo storico del santuario, Luigi Sampietro, accenna alle tavole e ai voti antichi di grande valore che ornavano di gloria l'altare di Nostra Signora, senza indicare il tempo e le persone che ottennero le grazie.

Ecco alcuni miracoli avvenuti lungo i secoli.

Cristoforo Brasca, colpito da tempo da paralisi nelle gambe, invano ricorse ai mezzi suggeriti dalla scienza. Ma, con fervida fede invocata la grazia dalla Madonna di strada Varesina, il 12 marzo 1533 guari per miracolo.
In S.Maria al Pasquirolo di Rho, nel convento degli Agostiniani, frate Daniele da Nudoli, infetto alla gola, restò impossibilitato di proferire parola e di prendere cibo. Dichiarato inguaribile dai medici, implorò la Vergine dei Miracoli di Saronno, ed in tre giorni rimase completamente risanato. Il 27 marzo 1536 scioglieva il suo voto.
Nei vigneti dei conti Pirro e Vitaliano Visconti Borromeo di Lainate, i bruchi infestavano le viti e ne consumavano perfino i tralci: a scampare al flagello, i Visconti Borromeo ricorsero alla Nostra Signora facendo voto di offrire ogni anno due brente di vino bianco. Fatto il voto, i bruchi scomparvero il 17 giugno 1575. Ma l'erede Fabio dimenticò l'esecuzione del voto ed il vigneto venne di nuovo infestato dai bruchi. Allora anch'egli rinnovò il voto, e cessò l'infestazione. Grato alla Vergine, si recò in Santuario con l'offerta, seguendo la processione ed assistendo alla S.Messa di ringraziamento celebrata solennemente dal curato di Lainate. Nel 1610 Giambattista Visconti, notaio di Saronno, delirava per la febbre acutissima. I medici disperavano della sua guarigione. Ma il Visconti si rivolse a Maria con grande fede, e d'improvviso guari e Le offerse un bel voto. Nel 1630, Giampietro Terruzzi, corriere del re cattolico per lo Stato di Milano, dimorando a Madrid per affari, si ammalò con pericolo di morte. Invocando l'aiuto della Madonna di Saronno, guarì perfettamente. Nell'anno seguente, Michelangelo Prevosti, doratore della navata maggiore del Santuario, con altri artisti eseguiva i lavori sull'impalcatura. Quando scoppia un temporale e la folgore gli guizza dinanzi strappandogli di mano gli arnesi. Fu un momento di terrore per lui e per gli altri; ma la Vergine invocata li lasciò tutti incolumi. G.Battista Maestri di Saronno, anno 1633, si infermò a morte per un'ulcera maligna. Nella festa dell'Assunta il Maestri si raccolse in profonda preghiera e nello stesso giorno il tumore scomparve. Fabrizio Pallavicini della Valtellina, diretto a Milano, giunto a Saronno (anno 1634) si ammalò gravemente. Fece ricorso alla Madonna, e guarì miracolosamente. In segno di riconoscenza Le offri un voto e si accostò ai Sacramenti all'altare della Vergine. In una notte del 1635, G.Battista Terragni da Mariano, prestinaio in Saronno, d'improvviso venne assalito da un sicario, che gli scaricò sul petto tre colpi d'archibugiata. Alla scarica fatale il Terragni implorò il patrocinio della Madonna, verso la quale nutriva una grande devozione. Le palle gli forarono la giubba e la camicia senza punto ferirlo. Sull'alba del mattino si prostrò riconoscente all'altare della Vergine e Le offri una tavoletta d'argento. Angelo Chiodi, da molti anni era infestato dagli spiriti maligni. Nel 1644 si fece esorcizzare da un religioso dell'Ordine di S.Agostino. Il Padre agostiniano comandò al demonio in virtù della Madonna dei Miracoli di Saronno di uscire dall'ossesso e lo spirito maligno lo lasciò libero. Nel 1650 Bernardo Soldani, prevosto di Gerenzano, colpito da febbre maligna e spedito dai medici, si preparava alla morte. Un cappellano del Santuario lo consiglia di ricorrere con fiducia alla Beata Vergine. Il Soldani accetta il consiglio con grande fede, e la febbre scompare.

Nicolò Pessina, napoletano, soldato in Como, nel 1656 per la febbre ossea gli si rattrappirono la gambe tanto da non poter più camminare. Una notte, tormentato da atroci dolori, fu ricreato dalla Vergine apparsagli che gli disse: "Se vuoi guarire ricorri con fiducia alla Madonna di Saronno".

Il Pessina con fervida fede a Lei si rivolge e ottiene la guarigione. A ricordo del miracolo portò le sue grucce all'altare della Madonna e fece giurata deposizione dinanzi ai testimoni. Erasmo Caimi, Prevosto di S.Maria della Scala di Milano, il 22 febbraio 1662, da Milano passava per Saronno in pariglia diretto a Turate, quando i destrieri s'impennarono e, liberi dalle briglie, si danno a precipitoso cammino. Il Caimi nell'imminente pericolo di essere travolto dalla vettura, si raccomanda l'anima a Dio e con fervida supplica invoca la Madonna di Saronno, il cui tempio scorgeva da lontano. D'un tratto i cavalli si arrestarono ed Erasmo si porta al tempio per far celebrare la Messa solenne di ringraziamento.

Una tavoletta rievocava, un tempo, il ricordo del fulmine scoppiato il 29 luglio 1715, che, percorrendo la tribuna e l'atrio dell'altare maggiore, strisciò intorno ai fedeli genuflessi, mandando scintille di fuoco. In tanto spavento i devoti invocarono la Madonna e il fulmine scomparve senza lesione di alcuno. Frate Francesco Cavagna, dei Conventuali, residente in S.Francesco di Saronno, sale sul campanile l'8 settembre del 1723. Raggiunto il primo piano, si sfasciano le tavole e precipita a capofitto. Più morto che vivo viene trasportato al Convento. Si dispera di salvarlo; ma frate Francesco si raccomanda alla Beata Vergine e in breve ricupera perfetto vigore.
Un Sacerdote venne colpito da morbo fatale che lo minacciava della vita. Fiducioso implorò la guarigione e la Madonna lo esaudì. La tavoletta della grazia ricevuta segnava il 10 ottobre 1741. Nel 1748 un saronnese venne travolto dalle acque del torrente Lura con pericolo di annegarsi. Invocata la Vergine, restò incolume.

E non si finirebbe più, se si volesse anche solo accennare alle grazie ed ai prodigi che la Madonna dei Miracoli ha operato. Quello che s'è scritto è solo qualche fiore del vastissimo giardino.

Non va passato però sotto silenzio il fatto seguente che è degno di essere tramandato alla grata memoria dei posteri. La cronaca dell'epoca, con la penna di D.Edoardo Benetti, lo narrò cosi:

"Correvano le ardenti giornate della Liberazione in quell'aprile 1945... D'un tratto la nostra Cittadina fu scossa da una sparatoria improvvisa e uomini d'arme passavano per le vie invitando i cittadini a ritirarsi nelle case. "I tedeschi!" si gridava, "I tedeschi! Una colonna vagante sta per entrare in città!".
Il Prevosto Mons.Antonio Benetti era già accorso là donde provenivano gli spari: dal settore del Santuario. Aveva con sé l'Olio Santo... Non si sa mai! Giunse cosi al posto di blocco tenuto dai "rossi" (e proprio da un Comandante Rossi) a cinquanta metri dal Santuario, all'imbocco della strada per Uboldo. Che cos'era accaduto? Qualche cosa di strano certamente, spiegava il Comandante, ancora tutto emozionato... Avvistata una Colonna motorizzata che avanzava sparando a tutto spiano, il Comandante - come era suo dovere - aveva ordinato il fuoco dalle due mitragliatrici di lato... Ma queste - provate egregiamente cinque minuti prima - si rifiutavano di sparare, inceppandosi a un tempo ambedue, come inchiodate da una forza arcana... La temuta e creduta colonna nemica altro non era che una Colonna di "azzurri" di Legnano, venuta in visita amichevole, e che sparava a salve in segno di giubilo, come aveva precedentemente mandato ad avvertire da una staffetta. Ma la staffetta aveva perso la strada!... Tutti vi riconobbero un tratto di particolare assistenza della cara Madonna, che a pochi metri di distanza dal suo bel Santuario, aveva voluto evitare un terribile fatto di sangue.


Nella storia del Santuario vi sono state parecchie occasioni che hanno richiamato grandi folle di pellegrini.

La prima si ebbe come conseguenza della peste che infierì tra il 1576 e il 1577, detta anche peste di S.Carlo. Il morbo era giunto a Saronno da Milano e colpì pesantemente tutta la zona. Del borgo morirono 307 persone, un numero molto elevato corrispondente a un sesto della popolazione. I saronnesi si rivolsero alla loro Madonna, perché facesse cessare il flagello e il 23 marzo 1577 si riunirono i capi famiglia nella chiesa parrocchiale e fecero voto solenne e perpetuo di digiunare la vigilia della festa dell'Annunciazione (25 marzo) e, il giorno della festa, di recarsi processionalmente al Santuario "con le pute vergini et ogni una con una candela in mano come al suo comodo et offrirgli alla Madonna de miracoli et il curato habbi a raccompagnare detta processione et dire la S. Messa". Così si legge nella cronaca dell'epoca: "E perché il voto fosse perpetuo fu rogato un istrumento notarile da notaio Batta Pusterla di Tradate". Da quel giorno la peste cessò. Nei paesi vicini si sparse la notizia del voto e la cessazione del morbo. Corsero allora a frotte gli abitanti dei centri abitati vicini e anche abbastanza lontani con processioni penitenziali per implorare la grazia anche per i loro paesi e ad offrire la cera. Il voto fatto fu sempre rispettato dai saronnesi nei secoli, e ancora oggi viene celebrata la Festa del Voto, non più con la solenne processione e a partire dagli anni cinquanta, con una Messa solenne concelebrata dal prevosto e dai parroci della città. Il concorso di fedeli è sempre molto elevato, che non offrono più la cera, un tempo bene prezioso, ma fanno offerte tante e generose.

Un'altra grande manifestazione religiosa, che interessò l'intera diocesi ambrosiana, fu quella della traslazione del simulacro della Vergine dalla cappella del primo miracolo all'interno del Santuario, il 10 settembre 1581. Traslazione voluta e officiata da S.Carlo Borromeo. La cappelletta era stata abbellita con un piccolo altare e contornata da un portico. San Carlo volle che la statua miracolosa troneggiasse sull'altare maggiore del Santuario. Per l'occasione il santo arcivescovo chiese ed ottenne dal papa Gregorio XIII l'indulgenza plenaria per tutti i fedeli che avessero pregato, in quel giorno, in Santuario. Il 6 settembre indirizzò a tutta la diocesi una lettera pastorale precisando i motivi dell'evento straordinario: spingere ad una maggior devozione mariana, lucrare la indulgenza plenaria, rendere l'onore dovuto alle immagini sacre, in particolare a quella della Madonna di Saronno. Fece affiggere un manifesto in tutta la diocesi. Invitò tutta diocesi a partecipare alla solenne cerimonia. ecco un brano, molto significativo della lettera pastorale: "Et acciochè questa solenne translatione riesca con maggior divotione, ricordiamo che i popoli venghino processionalmente, et che ciascuno Vicario Foraneo, et Curati procurino che dette processioni si faccino da popoli secondo i nostri ricordi, cioè con ogni studio di divotione et pietà, con modestia christiana, con prece, et orationi sante, et con distintione degli uomini, et donne". L'afflusso dei pellegrini e dei devoti fu enorme. Leggiamo nella cronaca della giornata:"... la dominica con numero infinito di tutte le parti et stato non solo (il ducato di Milano) ma di quello di fori dello stato ancora, che in questo borgo non vi era luogo per alloggiarli come ancho di capirli, nonostando le provvisione incredibile di cibarie fate, oltra l'infinità di maleficiati (ammalati) che vi concorsero per l'intercessione della Beata Vergine Maria et presentia del Santo furono liberati".
La processione fu oltremodo solenne e attraversò le vie del borgo e S.Carlo "seguitando sempre esso Santo detta processione pontificalmente vestito con una mano sulla bara" (il carro a quattro ruote su cui troneggiava la statua della Beata Vergine), carro tirato da sei cavalli bianchi. Scrivono ancora i cronisti che il santo arcivescovo era "circondato et quasi assediato d'immemorabile popolo che non si poteva la processione continuare." Fu evento memorabile nella storia del Santuario. La spinta di riforma dei costumi venuta a seguito del Concilio di Trento e, per nostra diocesi, dall'opera di S. Carlo Borromeo prima e del card. Federico Borromeo poi, ha portato anche al Santuario di Saronno un fervore spirituale di grande importanza, che ha segnato profondamente la sua vita anche nei secoli futuri.

Nel 1652, Luigi Sanpietro, che per trent'anni fu prefetto del Santuario, ci ha lasciato scritto che i saronnesi si recavano al Santuario per ben quindici volte in processione. Queste iniziavano il 25 marzo per la festa del voto, si susseguivano sino all'8 di settembre, festa della Natività di Maria SS. Le processioni solenni venivano fatte nelle festività della Madonna, mentre le altre processioni o erano organizzate dalle varie confraternite o in anniversari particolari, come ad esempio il giorno di S.Vittore con la processione nella campagne che si concludeva al Santuario. Tra queste la più suggestiva era certo quella che si svolgeva la notte del Giovedì Santo.

In verità non si è ancora ritrovato il documento che rechi il nome dell'architetto che concepì il progetto iniziale del santuario con una pianta a croce latina, formata dai locali dell'abside, del presbiterio, dell'antipresbiterio, dell'aula sormontata dal tiburio e dalla cupola e dalle due cappelle laterali. La fruizione dell'edificio era tuttavia pensata in senso inverso rispetto alle tradizionali chiese medievali a croce latina, in modo da sottolineare la centralità della volta come struttura circolare sotto la quale si raccoglieva idealmente la comunità ecclesiale.

La planimetria ed i suoi rapporti proporzionali attentamente studiati (con riferimenti espliciti alla sezione aurea) mostra, per il progetto, la paternità di un architetto di profonda cultura umanistica e stilisticamente legato a modelli già diffusi in Lombardia: si è formulata l'ipotesi che possa trattarsi di Giovanni Antonio Amadeo (impegnato in quegli anni nella fabbrica del Duomo di Milano).

Accanto al santuario fu costruita (entro il 1507) la casa dei "deputati" (che componevano un organismo elettivo incaricato di sovrintendere all'amministrazione dei beni ed alla "fabbrica" dell'edificio sacro); pochi anni dopo (1511-16) venne innalzato il campanile, alto 47 metri, progettato dall’architetto Paolo della Porta, ritenuto tra i più belli della Lombardia e preso a modello per numerosi altre chiese.

L'ipotesi è avvalorata dal fatto che dalla documentazione superstite si apprende con certezza che Amadeo fu il progettista dell'elegante tiburio (ultimato nel 1508) che conferisce all'intero edificio l'impronta inconfondibile del rinascimento lombardo. Il tiburio presenta esteriormente 24 eleganti finestre, determinate da 12 bifore corrispondenti al tamburo dodecagonale che copre una cupola di 8 lati generati dall'inserimento di quattro spicchi angolari su un alzato fondato su 4 piloni d'angolo, secondo il tradizionale schema costruttivo ad quadratum, secondo una semplice progressione aritmetica (4+8+12 = 24) che si sviluppo dal basso verso l'alto, dal quadrato dell'aula al cerchio della cupola, dalla Terra al Cielo.

Il crescente afflusso dei fedeli, dopo alcuni anni, portò i deputati del Santuario ad intraprendere un progetto di ampliamento con la costruzione di un edificio a tre navate che si sviluppano su cinque campate. I nuovi lavori iniziarono nel 1556, ma proseguirono con relativa lentezza, visto che nel 1566 erano costruite solo tre delle cinque campate previste e che la facciata aveva una sistemazione del tutto provvisoria.

Fu san Carlo Borromeo – di cui va ricordato l'attaccamento al santuario della Beata Vergine dei Miracoli – a dare impulso alla ripresa dei lavori. Per completare i lavori si doveva, tra l'altro, demolire la superstite "cappelletta del Miracolo", persistente ai primi lavori del 1498. San Carlo officiò personalmente il rito solenne – avvenuto il 19 settembre 1581 – della traslazione all’interno del santuario dell'antica statua trecentesca della Madonna.

Alla progettazione della facciata fu chiamato l'architetto Pellegrino Tibaldi, più noto come il Pellegrini. La costruzione iniziò nel 1596 e durò sino al 1613. Lo stile adottato dal Pellegrini si ispira a canoni classici, tardo rinascimentali, ed è fortemente teso a sottolineare la maestosità dell'edificio sacro. La ricchezza dei motivi ornamentali (con colonne, lesene, due grandi cariatidi che affiancano il portale di ingresso, fregi, balaustre, le statue nelle alte nicchie laterali, ecc.) produce un complesso architettonico di grande solennità.

Furono avanzati, subito dopo il completamento della facciata, rilievi critici da parte di quei deputati che la giudicavano "alquanto tozza", in contrasto con l'armoniosa eleganza del tiburio. Nel 1630, per ovviare alla supposta pesantezza della facciata, Carlo Buzzi progettò il rialzo della balaustra mistilinea che regge la statua dell'Assunta e quelle di due coppie di angeli che suonano la tromba. Il progetto rimase a lungo sulla carta e fu realizzato solo nel 1666.

Completate le eleganti architetture rinascimentali del primo santuario, si iniziò quasi subito a convocare una serie di artisti, tra i migliori attivi in quel tempo nel ducato lombardo, per i lavori di decorazione interna.

Si alternarono o si trovarono a collaborare tra loro pittori quali Bernardino Luini (1525 – 1532), Cesare Magni (1533), Gaudenzio Ferrari (1535 – 1545), Bernardino Lanino (1547); scultori del legno quali Andrea da Milano -detto anche Andrea da Saronno (1527 – 1536)-, Giulio Oggioni (1539); ma anche valenti plasticatori, battitori del ferro ed altro ancora.

Il primo grande artefice che legò il proprio nome al santuario di Saronno fu Bernardino Luini: a lui si deve il complesso degli affreschi che ornano le pareti dell'abside, del presbiterio, dell'antipresbiterio e di quelle sottostanti la cupola; sue sono anche le figure sulla volta della cappella del Cenacolo, ed un Natività posta nel chiostro.

Le principali opere eseguite per il santuario mariano riguardano doverosamente la vita della Madonna. Nell'antipresbiterio sono poste le scene dello Sposalizio della Vergine e di Gesù tra i Dottori; mentre nel presbiterio (o Cappella Maggiore) troviamo le scene dell'Adorazione dei Magi e della Presentazione di Gesù al Tempio: esse costituiscono uno dei punti più alto raggiunti da Luini come autore di opere a fresco.

Riconosciamo, nell'impaginazione di queste scene, la grande vena narrativa di Bernardino, con una moltitudine di personaggi, disposti su piani diversi, che si mostrano nei loro coloratissimi abbigliamenti; hanno volti di vivace espressività e paiono muoversi in un'atmosfera calma e suadente. Se, ad esempio, si osserva lo Sposalizio della Vergine, si rimane colpiti dall'epressione dei pretendenti delusi: non c'è in essi nessun segno di rancore, anzi si palesa un accenno di sorriso ottenuto utilizzando ad affresco la tecnica dello "sfumato" ideata da Leonardo. Il pittore milanese dimostra qui quello stile delicatissimo, vago ed onesto nelle figure sue che il Vasari gli riconosce proprio in relazione agli affreschi di Saronno.
È stata sottolineata la grande padronanza delle tecniche prospettiche che il Luini dimostra di saper applicare nelle scene citate. In particolare, un sapiente uso dell'illusionismo prospettico fa sì che lo spettatore, percorrendo in un senso e nell'altro i due ambienti, abbia l'impressione che le figure dipinte sulle scene gli vengano incontro.

La Cappella Maggiore risponde ad un progetto iconografico ed artistico unitario che non conosce cedimenti e che lega strettamente tra loro soluzioni pittoriche ed architettoniche. I due grandi dipinti dell’Adorazione dei Magi e della Presentazione di Gesù al Tempio sono delimitati da paraste aggettanti, con capitelli in pietra grigio-azzurra, che reggono archi in cotto: adagiate su tali archi, Bernardino ha dipinto le quattro figure aeree delle Sibille (considerate profetesse dell’annuncio evangelico) con i loro cartigli.

Tra le finestre, nelle lunette della volta a botte sono collocati in coppie — secondo una iconografia molto diffusa — i Quattro evangelisti ed i Quattro Dottori della Chiesa. Completano il complesso programma decorativo otto figure monocrome (o "seppie") poste sulle lesene della cappella: sono le rappresentazioni allegoriche Virtù teologali e cardinali alle quali si aggiunge l'allegoria della Pace.

Scomparso Bernardino Luini (1532), a continuare la sua opera negli impegnativi affreschi della cupola, fu chiamato Gaudenzio Ferrari (1534), che stava allora ultimando gli affreschi in San Cristoforo a Vercelli.

Il 28 settembre 1534 Gaudenzio Ferrari firma il contratto per i lavori nella cupola di Santa Maria dei Miracoli di Saronno. Inizia gli affreschi nel 1535 e li termina nel luglio dell'anno dopo, ma continuerà ad operare anche negli anni successivi, per le sculture lignee di Dio Padre, della Vergine Assunta, dei Profeti e delle Sibille, ed infine per i tondi sotto la cupola che potè solo cominciare; li finì il suo allievo Bernardino Lanino. Come nel Sacro Monte di Varallo, Gaudenzio opera sia come pittore che come scultore; al Sacro Monte prevale la scultura, qui la pittura. Il numero delle "giornate" necessarie a realizzare l'affresco erano state contate durante un restauro di diversi anni fa: settantanove; ma durante un restauro più recente ne sono state contate cento. Poche comunque, a dimostrazione sia della attenta preparazione iniziale, sia della velocità di esecuzione: la tecnica dell'affresco gli era assolutamente congeniale, e nel restauro più recente sono state scoperte nei panni degli angeli delle finiture in stucco rivestite di oro zecchino.
Nell'interno della cupola c'è un grande coro angelico disposto su quattro cerchi concentrici. E' il concerto di angeli più affollato che si conosca; gli strumenti musicali presenti sono oltre cinquanta, e ci sono persino degli strumenti musicali provenienti dal Nuovo Mondo, ed altri di pura invenzione, che, a detta di qualche esperto musicale potrebbero anche suonare, e non c'è da stupirsi: la cultura musicale era in quell'epoca assai diffusa fra gli artisti: Leonardo venne a Milano anche perché era famoso per la maestria nel suonare il liuto.
In Gaudenzio c'è, come sempre, grande chiarezza narrativa, perché si era abituato al Sacro Monte di Varallo ad organizzare scene in pittura e scultura comprensibili ai pellegrini. "Meglio dei corpi ritraeva gli animi", disse bene di lui il Lanzi, anche se forse voleva essere una critica. Al suo modo di dipingere ma soprattutto di raccontare è sensibile Lorenzo Lotto, nei suoi anni lombardi, i più felici della sua vita. Gaudenzio opera quasi sempre in provincia, fra il Piemonte e la Lombardia, continuando ad essere attento alle novità di Leonardo, Raffaello e Durer, ma senza mettere in crisi la sua vera natura.
Il nome più appropriato per la rappresentazione nella cupola di Saronno sarebbe "L'Assunzione della Vergine", ma è in fondo giusto che sia nota come "Concerto d'Angeli", anche per motivi legati all'utilizzo della chiesa, che all'origine era a pianta centrale. I fedeli si radunavano quasi tutti sotto la cupola, ed erano molto frequenti le messe cantate, in cui il canto terrestre dei fedeli era in sintonia con l'orchestra angelica della cupola. Inoltre, era un Santuario "dei Miracoli", quindi la liturgia seguiva l'entusiasmo e le aspettative dei fedeli, che erano spesso pellegrini che venivano da lontano, fiduciosi in un miracolo, proprio come al Sacro Monte.
Circa dieci anni prima il Correggio aveva affrescato la cupola del Duomo di Parma con lo stesso tema, "L'Assunzione della Vergine". Il raffronto è interessante, specie dopo che le due cupole sono state entrambe restaurate; nel Correggio prevale il movimento turbinoso, danzante, degli angeli, ed i cerchi divengono delle spirali ascendenti verso lo spazio infinito; in Gaudenzio l'attenzione è sempre rivolta al popolo sottostante: prevale la sodezza terrestre, anche l'arguzia narrativa, la curiosità nella rappresentazione.




Il principale intagliatore che lavorò al Santuario fu Andrea da Milano (che, proprio in virtù dell’ampia attività qui svolta, è anche detto "Andrea da Saronno"); a lui si devono innanzi tutto i due gruppi scultorei — pesantemente ridipinti — che occupano le cappelle laterali, a fianco dell'aula della cupola.

In accordo con la spiritualità francescana che condizionò vivamente i lavori al santuario (si tenga presente che i deputati avevano affidato ai frati minori la celebrazione delle funzioni religiose) le statue dovevano favorire la immedesimazione dei fedeli con la vita di Cristo.

Nella cappella sinistra — sulla cui volta il Luini aveva dipinto figure di Angeli con i simboli della Passione — è raffigurato, con potente teatralità, il Cenacolo (1531). L'ambientazione della scena è fortemente suggestiva, con gli apostoli – colti, secondo il modello di Leonardo, nel preciso momento in cui Gesù annuncia che sarà tradito – intenti a discutere tra loro od a guardare increduli il Maestro. Risulta evidente, dalla postura delle figure scolpite, dalla scelta dei colori e dai panneggi delle vesti, come Andrea si collochi nella vasta schiera degli emuli del Cenacolo vinciano cercando, per quanto gli è possibile, di catturare la vibrante drammaticità presente del dipinto.

Alle spalle del gruppo, lungo i tre lati della cappella, si trovano grandi tele di Camillo Procaccini (1598): quelle laterali raffigurano gli episodi dell'Orazione nell'orto e del Bacio di Giuda, quella di fondo presenta una suntuosa scena di Servitori e vasellame che contrasta in modo disturbante con la semplicità della mensa del Cenacolo.

Il gruppo del Compianto sul Cristo morto (o della Deposizione dalla Croce) occupa la cappella destra. Andrea da Milano riprende un tema a quei tempi assai diffuso nei gruppi scultorei ispirandosi verosimilmente al modello di Agostino de Fondulis nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro a Milano. Il gruppo appare oggi, in alcune sue parti, poco coerente (ad esempio nelle figure, più piccole, degli angeli che portano i simboli della Passione). Esso ha subito infatti varie risistemazioni; inizialmente comprendeva un numero molto più ampio di statue che componevano scene diverse della Passione: oltre al Compianto, la scena del Calvario (con i ladroni sulla Croce) e quella della Discesa al Limbo.Nel "Museo del Santuario" si possono ammirare le statue superstiti di una Figura maschile dolente e della Gitana.

Dopo il suo arrivo al santuario (1535), è Gaudenzio Ferrari a guidare il lavoro degli intagliatori nella decorazione della cupola. Andrea da Milano realizza la figura del Padre Eterno al centro della cupola, ed inizia ad intagliare quella della Madonna Assunta, posta all'altezza del tamburo (essa è poi completata da Battista da Milano, 1537).

La realizzazione (1539) delle 22 statue di Profeti e Sibille poste nelle nicchie del tamburo della cupola viene invece affidata ad un altro abile intagliatore, Guido Oggioni, allievo di Andrea.

Per completare il resoconto delle opere che Andrea da Milano ha realizzato per il santuario, si devono citare anche le statue delle Sante Lucia, Agata, Maria Maddalena, Liberata, Marta e quella di San Giovanni poste nell'abside con i busti di Re Davide, Salomone, Abacuc e Isaia.

Il campanile fu concluso nel 1516 e venne dotato di due campane. Agli inizi del 1555 la primitiva campana maggiore si ruppe e venne rifusa nello stesso anno. Nel 1567 risultano esserci sul campanile ben tre campane, la mezzana delle quali si ruppe alla fine dello stesso anno. Questa venne rifusa il 28 febbraio 1568. Le tre campane vennero rifuse per farne due più grosse, fusione che avvenne il 13 gennaio 1585. Non è noto il nome del fonditore, ma è lo stesso che fuse nel 1582 la campana posta nella torre dei monaci della basilica di Sant'Ambrogio a Milano. Nel 1617, per dar maggior decoro e per differenziare maggiormente le suonate, si decise per la fusione di una nuova campana, più grande delle due esistenti. La fusione avvenne in loco dal fonditore Nicola Bonavilla. Contemporaneamente venne fusa una campanella, da usare come richiamo. Queste due vennero posizionate nella lanterna, una sopra l’altra. Ma la campana maggiore già nel 1619 si crepò, e venne rifusa, questa volta a Milano, sempre da Nicola Bonavilla. Questa campana durò poco, infatti nel 1639 risultava stonata a causa di una crepa e vennero interpellati diversi fonditori, tra cui ancora Nicola Bonavilla, che venne subito scartato. Vennero scelti invece i fonditori milanesi Lorenzo e Pietro Paolo Mirri, che rifusero la campana a Milano nel 1640.

Nel 1903 vennero sostituiti i ceppi lignei con ceppi in ghisa e nel 1922, nel corso del restauro della torre, venne rifatto il castello, portando la campana maggiore dalla lanterna alla cella inferiore con le altre due. La campana usata come richiamo rimase nella lanterna fino all’ottobre 2010, quando, essendo in disuso, venne calata dal campanile e posta nel chiostro del santuario. L’intonazione del concerto risulta similare a Mib3 Maggiore anche se vi sono delle evidenti discrepanze tonali tra le tre campane, dovute al fatto che il concetto di “concerto” secondo una scala musicale in Italia nasce circa un secolo dopo la fusione di queste campane.

Il concerto è montato a sistema ambrosiano ed è composto di tre campane in Mib3 Maggiore:

la campana minore (nota Sol3), è stata fusa in loco nel 1585 dai maestri locali e suona per difendere il popolo dai mali (diametro 987 mm)
la campana mezzana (nota Fa3), è stata fusa in loco nel 1585 dai maestri locali e suona per render lode alla Madonna dei Miracoli, patrona (diametro 1097 mm)
la campana maggiore (nota Mi♭3), è stata rifusa più volte a seguito di crepe e porta come data 1640, e suona a lode di Cristo Risorto (diametro 1257 mm)
Nel chiostro vi è una campana montata a mezzo ambrosiano, fusa insieme al vecchio campanone Bonavilla nel 1617, suonante un Fa♯4 (diametro 513 mm)

Nel 1594 si decise di dotare il Santuario di una piccola torretta per ospitare l’orologio. Questa era dotata di una campanella per il battito delle ore, anch’essa fusa nel 1594. Nel 1650, in seguito ad un sopralzo del portico, per ragioni di estetica si decise di ampliare la torre dell’orologio, con le stesse fattezze della prima, lo stesso orologio e la stessa campana. Nel 1668, nel corso di una riparazione dell’orologio, venne rifatta la cella campanaria.

Nel 1757, siccome l’orologio continuava ad essere irregolare e la sua riparazione era costosa e non poteva essere garantita, si decise di costruire un nuovo orologio, da posizionare però sul campanile del santuario, quindi la torre dell’orologio venne abbattuta e della campana non si hanno più notizie. Ma nel 1769, allo scadere del contratto di manutenzione del nuovo orologio, si decise per la ricostruzione di una nuova torre apposita e il trasferimento dell’orologio su questa. La nuova torre venne costruita dov’era la precedente. Nell’agosto 1769 venne comprata una campana, che però venne subito consegnata ai fratelli Francesco ed Innocenzo Bonavilla di Milano, che la rifusero con l’aggiunta di altro bronzo per ottenere le due nuove campane per le ore:
Campana delle mezzore, suonante un Mi♭4 crescente, fusa dai fratelli Bonavilla di Milano nel 1769 (diametro 551,5 mm)
Campana delle ore, suonante un Re♭4, fusa dai fratelli Bonavilla di Milano nel 1769 (diametro 639 mm).




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martedì 19 maggio 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : SARONNO

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Saronno è un comune italiano della provincia di Varese in Lombardia. Tra i grandi comuni della provincia, è quello più densamente popolato.
La città è situata nel territorio dell'Altomilanese, all'intersezione tra le province di Milano, Como, Varese e Monza e Brianza, senza essere strettamente legata a nessuno dei capoluoghi. Una parte considerevole della popolazione gravita, per motivi di lavoro o di studio, su Milano, ma la città gode anche di una vita propria, cui partecipano anche gli abitanti dei comuni limitrofi (Gerenzano, Turate, Uboldo, Rovello Porro, Origgio, Caronno Pertusella, Solaro, Cogliate, Lazzate, Misinto, Rovellasca, Ceriano Laghetto), alla quale contribuisce anche la ricca scelta di scuole superiori.

Saronno è attraversata dal torrente Lura, che nasce nel territorio del Comune di Bizzarone e sfocia nell'Olona, alle porte di Milano. Il suo colore cangiante nero/violaceo è dovuto agli scarichi industriali della bassa comasca. Il corso d'acqua del Lura che scorre nel territorio cittadino è ormai in gran parte coperto. Alcune aree verdi costituiscono la parte più meridionale del Parco del Lura, una collezione sfrangiata di aree protette nate da recenti interventi di riqualificazione e ripopolamento arboreo.

Il primo e più antico documento in cui il vico di Saronno appare menzionato, rimonta all'epoca dei re Franchi. Si tratta di una carta notarile del 796, con la quale "Johannes de Vico Salomno filius quondam Aretheo qui fuit notarius" dichiara di avere ricevuto da un certo Erminaldo la somma di novanta denari d'argento a titolo di prestito oneroso, dandogli in pegno tutti i suoi beni esistenti in Vico Solomno. Solomno, dunque, è la più antica delle forme a noi note, dalle quali Saronno è derivato".

Prima di giungere alla definitiva denominazione di Saronno, nel corso dei secoli la città ha assunto varie denominazioni riscontrabili attraverso documentazioni storiografiche. In ordine di tempo, Saronno veniva chiamata Solomno (anno 903), Serogno (anno 1150), Sorogno (XII secolo), Serono (XIII secolo) e subito dopo Sarono.

Questi cambiamenti di nome sono una perfetta testimonianza di un fenomeno che si riscontra con grande frequenza nei dialetti lombardi a occidente dell'Adda, fra cui si annovera il dialetto saronnese: il rotacismo, ossia il cambiamento della /l/, soprattutto se intervocalica, in /r/, indicato dal grande linguista Clemente Merlo come uno degli effetti più caratteristici del profondo e antico sostrato ligure.

Nell’àmbito del territorio saronnese vi sono almeno tre testimonianze che suggellano a Saronno il periodo romano:

la prima è rappresentata da un rinvenimento di alcune urne funerarie in terracotta contenenti ossa, ampolle, vasetti (anno 1832), durante i lavori di estirpazione di un bosco di casa Brasca, in prossimità del torrente Lura,la seconda quella del ritrovamento di una tomba (anno 1746), in un’area di proprietà del conte Rubini, contenente una lucerna con il marchio Fortis e unguenti balsamari che si pensa possa risalire al periodo che va dalla fine I secolo d.C. prima metà del II secolo d.C.; infine la terza, certamente la più importante e significativa del periodo romano, è rappresentata dalla presenza di un’ara pagana in granito, situata nelle mura della chiesa di San Francesco ben visibile sul lato di via Carcano, a nord-est, nella quale è incisa la scritta: QVINTVS CASSIVS MERCATOR DEIS DEABUS. L’epigrafe, risalente al I-II secolo d.C., testimoniava la fede del mercante Quinto Cassio agli dei e alle dee.

Ritrovamenti in epoche più recenti di tombe a Turate e a Cislago, nonché nella Stra’ Favia, in zona nord-ovest di Saronno (vasi e tegoloni romani), confermerebbero la presenza romana anche nel III-IV Secolo d.C. nel territorio saronnese.

Nelle lotte che scaturivano tra le famiglie nobili milanesi dei Torriani e dei Visconti, Saronno parteggiò per questi ultimi e nel 1284 truppe viscontee si mossero per una spedizione contro Como. La guerra, durata due anni, si concluse con l'accordo di pace del 2 aprile 1286 tra Lomazzo e Rodello (Rovello), alla presenza di due frati del convento di San Francesco di Saronno.L'era viscontea in Milano si consolidò sempre più nel Secolo XII ed estese la propria influenza in quasi tutta la Lombardia col volgere del secolo successivo.

In tale contesto di eventi anche Saronno venne direttamente coinvolta nelle vicende dei Visconti i quali, acquisendo progressivamente numerose proprietà sul territorio saronnese, scrissero un capitolo importante della storia del borgo che, nell'anno 1361, fu circondato da mura come una grande città nelle quali si aprivano quattro porte: porta di Carambari, porta di Cantono Cidrascho, porta di S. Ambrogio e porta di Vico.
Nello stesso anno Saronno ebbe il privilegio di tenere il mercato tre volte la settimana. Matteo II Visconti, vicario imperiale, signore di Milano, innamoratosi del borgo di Saronno, eresse nell'anno 1355 un castello con una rocca, stabilendovi la sua Corte. Castello abbattuto nell'anno 1362, nelle cui rovine è oggi rimasta, su un pezzo di muro, la biscia divorante il fanciullo (simbolo dei Visconti), luogo meglio conosciuto con l'appellativo "il Castellaccio". Matteo II, fuori un miglio dal borgo, vi realizzò pure un palazzo merlato per il suo soggiorno (alla periferia di Rovello Porro) denominato casa Imperiale.

Nel 1845, nell'eseguire alcuni scavi in quel luogo, fu scoperto un profondo pozzo fatto di pietre sassose, con lo stemma dei Visconti scolpito nella pietra, colmo di vasellami da tavola, terraglie color argento e i resti di uno scheletro mancante della testa, vicino al quale vi stava un'arma da taglio con pugnale di bronzo accuratamente lavorato. Vicino al pozzo furono rinvenuti alcuni vasi di terracotta, con coperchio, artisticamente lavorati.

In questo palazzo vi morì Matteo II Visconti, non senza il sospetto di essere stato avvelenato dai fratelli Bernabò e Galeazzo, i quali regnarono insieme dopo la morte dell'Arcivescovo Giovanni, avvenuta nel 1354.

Le cronache di allora ricordano che "fu trasportato il cadavere nella chiesa di S. Eustorgio di Milano, con l'intervento di tutto il clero secolare e regolare e delle confraternite, e fu così strepitosa questa funzione che già i primi vessilli erano entrati in Milano, quando ancora a Saronno non era alzato ancora il cadavere. Galeazzo II Visconti poi, nellanno 1362, fece smantellare dalle fondamenta il castello, le mura e la Rocca di Saronno. Temeva che gli avventurieri inglesi cherano nello stato di Milano vi si stabilissero".

Nell’anno 1450, dopo il breve periodo della Repubblica Ambrosiana, ai Visconti di Milano succedettero gli Sforza. Saronno, passata sotto il dominio di questa famiglia e governata dal podestà, godette di un certo periodo di tranquillità che durò sino alle dominazioni straniere sul Ducato di Milano.

Il borgo di Saronno, sul finire del secolo, passò sotto il padrone del Ducato, Ludovico Maria Sforza detto il Moro il quale, appassionato di caccia, trascorreva parte del suo tempo presso la Cascina Imperiale, in compagnia di milanesi d’alto rango e Cecilia Gallerani, figlia del nobile Fazio.

Ludovico donò alla giovanissima Cecilia il feudo di Saronno firmando il decreto il 18 maggio 1491. Con questo atto Cecilia Gallerani, di cui Leonardo da Vinci, da tempo ospite degli Sforza, dipinse il suo delicato profilo su una tavola (la famosa Dama con l’ermellino), ora preziosamente custodita al Museo Czartorisky di Cracovia (Polonia), assunse il titolo nobiliare di "domina comitissa Burgi Seroni".

L’impegno per il Ducato di Ludovico il Moro lo portarono ad allontanarsi progressivamente da Cecilia Gallerani alla quale aveva imposto la dimora fra le stanze del palazzo che le aveva donato, mentre sposatosi con Beatrice abitò in Milano. Ma le attenzioni per le nobildonne non si placò: Ludovico il Moro scoprì un nuovo amore in Lucrezia Crivelli e di lì a pochi anni giunse il suo tramonto. Ludovico venne sconfitto da Luigi XII re di Francia e il feudo di Saronno, con diploma dello stesso re, fu confermato al conte Stefano Castiglioni al quale Cecilia Gallerani già l’aveva ceduto nel 1499.

Nell'anno 1499, Saronno assieme alla città di Milano, subì la dominazione francese. Nei due anni successivi, 1510 e 1511, l'esercito svizzero si mosse contro i francesi scatenando una furiosa offensiva contro il Ducato di Milano e quindi contro Saronno, saccheggiandola e prelevando ingenti somme di denaro. Una nuova portentosa azione da parte dell’esercito della Lega Santa sul Ducato di Milano (1512), riportò al potere il primogenito di Ludovico il Moro, Massimiliano Sforza il quale, però, dovette gratificare gli eserciti svizzero, tedesco, spagnolo, mettendo a dura prova, in termini di sacrifici economici, l’intera popolazione che, al già pesante tasso di povertà, dovette aggiungere la calamità della peste (1512-1514).

Dopo la morte di Luigi XII, cui succedette Francesco I, la Francia si prese la rivincita sugli Sforza con la riconquista del Ducato sancita con la vittoriosa battaglia di Melegnano. Il trionfale ingresso in Milano avvenne l’11 ottobre 1515. Durò cinque anni il periodo di tregua, vale a dire sino al 1521, anno in cui Francesco II Sforza riprese in mano il potere sul territorio milanese scacciando nuovamente i francesi. Le guerre fra i due eserciti non si placarono ma, anzi, continuarono sino al 1529 con rovesciamenti di fronte, sia da un lato che dall’altro. Ma ciò che decimò e impoverì all’inverosimile il milanese, al di là dei conflitti, fu il sopraggiungere della carestia e soprattutto della peste che disseminò morte e desolazione sull’intero territorio del Ducato.

Nell’anno 1525 Francesco II Sforza, Duca di Milano, infeudò il borgo di Saronno a Giovanni Antonio Biglia, che fu governatore d’Asti, titolo confermato dall’imperatore Carlo V, i cui discendenti beneficiarono del feudo sino al 1805, anno del tramonto della famiglia.

Sotto il governo spagnolo, che ebbe il sopravvento dalla metà del ‘500 sino ai primi anni del secolo XVIII, scoppiò una peste spaventosa (agosto 1576 - maggio 1577) che provocò in Saronno la morte di circa 3000 persone.

Il Lazzaretto saronnese fu la piccola chiesa di S. Antonio Abate che accolse la fiumana di appestati. I sopravvissuti dal flagello, dopo il voto di digiuno espresso nella piccola chiesa della parrocchia, si recarono in processione al Santuario della Beata Vergine dei Miracoli con offerta di candele, tradizione e voto che ancora oggi, nel mese di marzo, la comunità saronnese esterna con fede e devozione.

La calata in Italia dei Lanzichenecchi, provenienti dal suolo germanico, avvenuta nel periodo 1629-1630, lasciò ancora una volta un pesante segno tra la popolazione del borgo. Oltre ai saccheggi questi portarono altra peste e carestia. L’insediamento dei soldati procurò terrore fra gli abitanti che si videro costretti a cedere ogni cosa agli invasori. Crebbe la miseria e la povertà fra la gente degenerò a tal punto che i titolari delle botteghe andarono in rovina, assieme ai contadini che giunsero a patire la fame per i debiti contratti. Pure il noto mercato del luogo giunse a subire un durissimo contraccolpo a seguito del tracollo dell’economia. Il dato che più d’ogni altro significò nel 1673 la tragicità sulla fu questo: circa 700 abitanti morirono nel volgere di qualche anno. La gravissima situazione venne solo in parte arginata attraverso una moratoria di sette anni proposta da Bartolomeo Visconti a beneficio degli operatori di commercio saronnesi.

Subentrato il governo austriaco a quello spagnolo, la situazione migliorò progressivamente, tant'è che nel censimento del 1708 la popolazione raggiunse il dato di 2038 abitanti. I saronnesi ripresero a coltivare la terra, a ristrutturare e a costruire le case, ad operare nei vari mercati e ad incrementare l'attività economica e produttiva in genere. Saronno raggiunse un livello sempre più importante e strategico, sia sotto l'assetto amministrativo che ecclesiale. Prova ne è che a far capo dal 1721 venne elevato a Prepositura, quando sino ad allora dipese dalla pieve di Nerviano.

Fondamentale per Saronno fu il biennio 1722-1723, periodo nel quale, sotto il regno di Maria Teresa d'Austria, si ebbero la riforma dell'amministrazione stabile e la creazione del Catasto immobiliare. Attorno a questa nuova configurazione amministrativa feudale, Saronno ebbe come feudatario il Conte Gaspare Biglia, mentre figure di patrizi possedenti (Serbelloni, Reina, Brasca, Stampa Soncino) si insediarono sul territorio.

Fu questo il periodo di splendore e di rilancio del mercato, tradizione ed orgoglio degli abitanti del posto perché adunava nelle contrattazioni una marea di forestieri.

Con la campagna d’Italia (1796-1797) del giovane generale Napoleone Bonaparte, condotta da 38000 uomini indisciplinati e male armati, la Francia conquistò tutta l’Italia Settentrionale. Vinse l’esercito austriaco a Lodi ed entrò in Milano il 15 maggio. Sconfisse ancora gli austriaci a Castiglione delle Stiviere (il 15 agosto) e a Rivoli (14 gennaio 1797), puntando poi su Vienna. Mombello divenne quartiere generale dei soldati francesi che fluttuarono ripetutamente su Saronno. La Lombardia divenne parte della Repubblica Cisalpina e il territorio di Saronno fu aggregato al dipartimento dell’Olona.

Nel 1799 fu costituita una forte coalizione anti francese composta da Inghilterra, Austria, Russia e Turchia ma, all’inizio del secolo (1800), Bonaparte sbaragliò gli austriaci a Marengo (14 giugno) e due anni dopo (1802) divenne presidente della Repubblica Italiana (26 maggio). Il dominio francese si consolidò il 26 maggio 1805 allorchè, Napoleone Bonaparte, fu incoronato re d’Italia.

Con la dominazione francese venne abolito il sistema feudale con la nomina in ogni comune di amministratori locali, dipendenti di prefetti dipartimentali. Il Comune di Saronno fu intitolato: Regno d’Italia – Comune di Saronno - Dipartimento dell’Olona – Distretto di Gallarate - Cantone II.

E’ in questo periodo che le bellissime chiese di San Francesco e il Santuario, vennero spogliate dei preziosi arredi. Il convento di San Francesco, addirittura, fu soppresso e incamerato dal demanio, i beni messi all’asta e il fabbricato trasformato in abitazioni poi cedute a privati. La grossa proprietà venne frazionata e ceduta a più famiglie per incrementare e incentivare l’attività contadina. Ci fu un positivo rilancio del settore agricolo e commerciale, con particolare "boom" del mercato locale e dell’allevamento del bestiame.

Con la famosa sconfitta francese di Waterloo (18 giugno), tramontò pure in Italia il dominio napoleonico, col suo artefice di tante conquiste relegato in esilio nell’isola di Sant’Elena. In quell’anno Saronno annoverava all’anagrafe 3527 abitanti, mentre cominciava a registrare nuove presenze dell’esercito austriaco, tornato a galla dopo la sconfitta finale di Napoleone Bonaparte.

Di lì in poi Saronno sarà influenzata dalle vicende legate alla storia del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1827, e precisamente il giorno 18 marzo, il borgo fu devastato da uno spaventoso incendio che bruciò 36 case, abitate da 118 famiglie, circa 800 persone che in, conseguenza di ciò, finirono in miseria. Il fuoco aiutato dal vento si propagò velocemente tra le case, da nord verso sud. La popolazione assistette impotente al disastroso evento.

Con il tempestivo interessamento del maestro di posta, Giuseppe Morandi, furono fatti intervenire i pompieri di Milano che, con due macchine idrauliche, raggiunsero Saronno immediatamente. Una terza macchina venne messa a disposizione dal Duca Litta di Lainate. Solo dopo parecchi giorni il fuoco fu domato definitivamente.

Nella desolazione di quel luogo rimasero pianto, ruderi e povertà. Il rione colpito fu quello di San Cristoforo, nel cuore della vecchia Saronno. In aiuto di Saronno e delle famiglie disastrate ci fu una commovente gara di solidarietà con generose elargizioni da parte di molte città lombarde, in particolar modo di Milano che più d’ogni altra si distinse in tal senso.

La cantante lirica saronnese Giuditta Negri Pasta, grazie alla sua imponente figura di artista di quel tempo, sensibilizzò non poco l’opinione pubblica a solidarizzare per Saronno. I saronnesi in segno di gratitudine, innalzarono (1830) in Piazza Grande un monumento (volgarmente detto della "Ciocchina", da Marta Campi, moglie di Antonio Porro detto "Ciocchin": fu lei involontariamente ad appiccare il fuoco, con delle scintille rapite dal vento, uscite da un braciere), denominato monumento della "Riconoscenza" che conserva le seguenti epigrafi: "all’inclita Milano, che distrutte in questo Comune, oltre XXX abitazioni per ferale incendio, del XVIII marzo MDCCCXXVII, con largizioni magnifiche, confortò, sottrasse all’infortunio CL famiglie, i Saronnesi ponevano, di gratitudine, di amore, monumento perenne". "L’anno 1827 al 18 marzo, la violenza delle fiamme, forsennata per il vento aquilonare che soffiava, più di 800 borghigiani, dalle sconquassate e arse abitazioni, cacciò fuori all’aperto, la pietà dei milanesi, con moltissimo denaro nello spazio d’un mese raccolto, pressochè tutto ricostruì, apprenda ogni futura generazione, alla metropoli benefica, degli antenati la riconoscenza e il pegno d’amore a serbare fin quando sarà possibile".

Il monumento della Riconoscenza fu poi traslato nella vicina omonima piazza nel 1924.

Il periodo Lombardo-Veneto fu in pratica un possedimento della corona austriaca, assegnato dal 1818 al 1848 all’arciduca Ranieri, fratello dell’imperatore Francesco I. In questo tragitto storico pure i saronnesi fecero sentire il loro peso contro la dominazione austriaca partecipando ai moti insurrezionali ( la diffusione della "Giovane Italia" a Milano tra il 1832 e il 1833 ) nel 1848 con la esplosione delle "cinque giornate milanesi", in cui ebbe particolare rilievo la figura del saronnese Paolo Reina.

Dopo la prima guerra d’Indipendenza, il 16 ottobre 1849, a reggere il regno fu chiamato il generale Radetzky nel ruolo di governatore che esercitò il suo potere in termini perentori e assoluti, reprimendo il tentativo di insurrezione milanese del 6 febbraio 1853.

Il rapporto tra l’Austria e il regno Lombardo-Veneto migliorò allorquando al risoluto generale Radetzky subentrò l’Arciduca Massimiliano d’Asburgo, il quale si mosse per ridurre le distanze fra la stessa Austria e l’aristocrazia lombarda, senza tuttavia ottenere significativi risultati.

Il regno, dopo la terza guerra d’Indipendenza, cessò di esistere (1866) perché il Veneto entrò a far parte del nuovo Regno d’Italia, nel frattempo arricchitosi della Lombardia a seguito della guerra del 1859 vinta sugli austriaci.

Con il raggiungimento dell’Unità d’Italia Saronno entrò a far parte dei capitoli più recenti e conosciuti della sua storia costellata però, insieme al resto dell’intera nostra Penisola, dalle due rovinose guerre mondiali fortunatamente messe alle spalle con la Liberazione "del 25 aprile 1945".

Superata la seconda, Saronno si è trasformata da centro di antico mercato e borgo agricolo ad importante centro commerciale e industriale.
Lo stemma di Saronno, ornato di corona, assurta con decreto del Presidente della Repubblica nell’anno 1960 al grado di città, consiste in una lettera "S" nera in capo bianco ed un’altra lettera "S" bianca in campo azzurro.

Il più recente stemma è rappresentato da un castello color mattone, in campo argentato, sovrastato da un disco nero e corona metallica, perimetrato da ampia corona d’alloro.

Nell'anno 1545 il Borgo di Saronno contava 12 Chiese.  Due furono soppresse, verso la fine del 700, dall’Imperatore Giuseppe II a causa di discordie. Una, dedicata a S.Marta era dei confratelli della Sacra Cintura. Un’altra dedicata a S. Cristoforo, eretta il 3 maggio 1586, fu soppressa nel 1783. In essa si trovava uno splendido altare del 1714 davanti al venerato Crocifisso che attualmente si trova in Prepositurale e viene portato per le vie di Saronno nella Festa del Trasporto. Nella Chiesa si trovavano anche pregevoli affreschi dell’Agrati e del Bellotti andati distrutti con la demolizione della Chiesa.
Tra gli scritti lasciati da S.Carlo si legge che nella Contrada di S.Marta si trovava la Chiesa di S.Michele Arcangelo soppressa nel 1583 per volere dello stesso S. Carlo, in conformità alla riforma voluta da Gregorio XXIII. Essa esisteva prima del 1289 ed era di Patronato Zerbi.
Si ha pure notizia della presenza di una Chiesa dedicata a S. Ambrogio, demolita nel 1596, della quale era rimasto, quale ultimo ricordo, l’omonimo vicolo scomparso poi con l’abbattimento, avvenuto negli anni sessanta, del nucleo di case che vi si affacciavano.
Altra Chiesa demolita, di cui si hanno notizie, è quella di S.Solutore situata nella zona di campagna della Stra’ Colombara. Fu il Card. Federico Borromeo, nel 1633, a chiederne la demolizione.
Nella zona Santuario si hanno notizie certe di una Chiesa dedicata al Redentore e affrescata da Bernardino Lanino (1530 – 1583) demolita per consentire il prolungamento del Santuario.

La chiesa e la cultura cattolica hanno un peso rilevante nel definire le vicende socio-politiche del saronnese, tanto che l'asse principale dell'urbanistica saronnese è caratterizzato come il "percorso delle tre chiese". Di queste, il Santuario della Beata Vergine dei Miracoli e la Chiesa di S. Francesco rivestono un notevole interesse artistico.
La Chiesa Prepositurale, dedicata ai Santi Pietro e Paolo è sita in Piazza Libertà, all'interno dell'ampia area pedonale di Saronno. Fu costruita nell'anno 1783 a sostituzione della preesistente chiesa, demolita, di Santa Maria. La chiesa ospita, dal 1783, il Crocefisso che viene ogni anno portato in processione in occasione della festa del Trasporto.
Della Chiesa di Sant'Antonio Abate si hanno notizie di questa chiesetta a partire dal 1385. Durante i periodi della peste (1576 e 1630) svolse un ruolo importante l'annesso lazzaretto. L'edificio è stato restaurato negli anni sessanta. Al suo interno sono presenti tre nicchie contenenti una teca con alcune ossa di appestati ed una scultura di S. Antonio, una statua dedicata a San Rocco e da ultimo una statua in marmo raffigurante San Giovanni. L'abside ospita due scultura raffiguranti la Madonna e Sant'Ambrogio. Un mosaico che raffigura Sant'Antonio è posto sulla facciata al di sopra dell'ingresso.
La chiesa di San Giacomo fu ultimata nel 1612 (progettata nel 1578) su ordine nel nobile saronnese Ambrogio Legnani. Al suo interno sono degni di nota alcuni affreschi di Stefano Maria Legnani e del pittore milanese Santagostino. Sull'altare spicca una pala, copia del "Seicento" di Procaccini, con rappresentati la Madonna col Bambino, i Santi Giacomo e Ambrogio, Carlo Borromeo e alcuni Angeli.
Il Palazzo Visconti fu costruito nel XVI secolo fu di proprietà dell'omonima famiglia. Durante il XVIII secolo fu ceduto alla famiglia Rubini, che cambiò parzialmente l'assetto del complesso, trasformandolo in una tipica villa nobiliare con il tipico cortile lombardo. Nel 1882 divenne prima sede del Municipio e dal 1926 al 1985 sede della Pretura. È stato sede di varie associazioni fin quando, nel 2007, un incendio danneggiò gran parte dell'edificio per il quale - a tutt'oggi - non è stato ancora disposto un piano di restauro definitivo.

La villa Gianetti è situata in via Roma, a poca distanza dal centro storico della città. Fu costruita, con lo stile tipico del Rinascimento lombardo, negli anni 1919-1920 dalla famiglia Gianetti. È inserita, con un colonnato ed un patio, in un parco (aperto alla cittadinanza) di discrete dimensioni, sulle sponde del torrente Lura. Al suo interno vi sono diversi graffiti, decori e qualche tela di un certo valore artistico. Nel 1926 la villa è stata ceduta al Comune di Saronno per adibirla a Municipio.
Villa Koelliker di costruzione seicentesca, prende il nome dalla famiglia proprietaria dell'immobile fino al 1952. Oltre alla villa vera e propria la proprietà comprende numerosi edifici una volta destinati ai contadini che coltivavano i terreni limitrofi. Nel 1952 la villa venne acquistata dalla famiglia Gianetti e dedicata a casa di riposo per anziani.

Il monumento alla "Riconoscenza" è stato eretto in Saronno in Piazza Grande (l’attuale Piazza della Libertà) nel 1830, a seguito dell’incendio divampato nel Borgo il 18 marzo del 1827, nel rione di S. Cristoforo. Una donna, comunemente soprannominata la "Ciocchina", causò quel disastroso incendio mentre trasportava delle braci. Il vento, di quella domenica di marzo, trasportò alcune faville che appiccarono il fuoco alle case e alle cascine del vecchio rione saronnese, molte delle quali andarono distrutte, con gravi danni alla popolazione che lì vi abitava.
Ci fu una grandiosa gara di solidarietà, soprattutto da parte dei milanesi ai quali Saronno espresse, con la realizzazione di un monumento, la sua gratitudine. Nell’anno 1924 il monumento venne trasportato da Piazza Grande a Piazza della Riconoscenza, nel vecchio rione di S. Cristoforo, luogo ove avvenne il disastro.
Due sono le epigrafi scolpite alla base del monumento marmoreo, già richiamate nella parte storica. Il monumento e rappresentato dalla figura di una donna con accanto il pellicano, simbolo della riconoscenza.
Curiosa la storia che accompagna l'attribuzione dell'opera che si pensava, grazie ai riscontri delle cronache dell'epoca, fosse dello scultore milanese Pompeo Marchesi. Da una rilevazione effettuata sul monumento, il 16 maggio 1984, da due saronnesi, il pittore Giovanni Rossi e il maestro Vittorio Pini, si stabilì che l'opera fu eseguita dallo scultore milanese Gaetano Motelli. Un lapis sfregato su una velina mise in luce il gran segreto del nome dell'autore.

Il monumento dei Caduti fu realizzato dallo scultore Libero Andreotti nel 1925, in seguito a un concorso indetto dall'amministrazione comunale. L'opera era collocata in Piazza Cadorna, davanti alla stazione cittadina. Nel 1932 venne spostata lungo il viale che collega la città al Santuario, in seguito alla realizzazione del sottopasso ferroviario. Il monumento è costituito da un basamento cementizio su cui poggia un imponente gruppo bronzeo. La statua raffigura una donna, la Madre Patria che, con un arco, difende dal nemico; ai suoi piedi vi è un soldato caduto in combattimento. Ai lati del basamento sono collocati due pannelli, anch'essi in bronzo, che raccontano le scene della partenza e della morte dei soldati. La frase che venne incisa sul monumento è la seguente: "A rimembranza dei Prodi Saronnesi che per una madre, l'Italia, lasciarono le Madri".
Il monumento dei caduti della resistenza è il frutto della collaborazione di due artisti contemporanei, l'architetto Giorgio Grando e lo scultore Virgilio Cimnaghi. Il monumento vuole raffigurare lo spargimento di sangue per la Patria, l'immolazione della vita per gli ideali e l'incontro alla morte in circostanze eroiche. Lo stile è moderno, lineare, senza la presenza di figure tristi o struggenti come avviene in analoghi casi. La sua realizzazione è stata frutto di un concorso ed è stato inaugurato nel 1968, dando il nome alla piazza in cui si trova (Piazzale Caduti Saronnesi).
Il monumento a Giuseppe Garibaldi è costituito da un bassorilievo bronzeo realizzato dallo scultore milanese Metello Motelli. È situato sulla facciata di una casa di proprietà Zerbi, attualmente in via Mazzini (ex via del Littorio). L'inaugurazione dell'opera risale al 14 ottobre 1883, mentre la targa commemorativa, posta sotto la figura bronzea, venne collocata in occasione del Centenario della nascita di Garibaldi, il 7 luglio 1907.
Una parte del territorio della città, nella zona settentrionale, è inserito all'interno del Parco del Lura, parco locale di interesse sovraccomunale che si estende lungo la valle del torrente Lura, da Bulgarograsso fino a Lainate.

Tra le attrattive, si possono citare un centro storico a traffico limitato, il più ampio della Provincia di Varese, un sistema scolastico statale e non statale completo, dalle scuole dell'infanzia sino ad un corso universitario (Scienze Motorie dell'Università dell'Insubria), il C.D.D. "B. Teresa di Calcutta", la Comunità Alloggio per Disabili "Giovanni Paolo II", il collegamento ferroviario con Milano, Como, Varese, Laveno, Novara e Malpensa, una piscina coperta con vasca all'aperto e pista di pattinaggio sul ghiaccio (stagionale), stadio e palazzetto dello sport, unico in Lombardia con piste per sport indoor, mercato all'aperto il mercoledì mattina (con oltre 300 bancarelle, riguardo al mercato c'è un detto che dice: tri don mercà da Saron- tre donne che chiacchierano fanno il mercato di Saronno)  tre case di riposo, tre cinema più arena estiva, il civico Teatro "Giuditta Pasta", la biblioteca civica, esistente da oltre cinquanta anni e intitolata ad Oriana Fallaci nel 2006, l'Auditorium Aldo Moro, Villa Gianetti con plurime funzioni, una rete di piccoli musei, con notevoli collezioni: Museo Gianetti per le porcellane e ceramiche; Quadreria ed Archivio del Santuario; Museo del beato Luigi Maria Monti; M.I.L.S Museo delle Industrie e del Lavoro del Saronnese; Collezione De Rocchi a Villa Gianetti, una fortissima presenza di associazioni (circa duecento, incluse quelle sportive) e anche un spazio occupato (il TeLOS Squat). Sono pure presenti importanti Uffici Pubblici (Tribunale, Giudice di Pace, Agenzia delle Entrate, INAIL, C.C.I.A.A., Saronno Servizi s.p.a.). Come caratteristiche negative vanno ricordati l'elevato tasso di urbanizzazione, i pesanti ingorghi giornalieri determinati dal traffico in attraversamento della città, con il conseguente problema dell'inquinamento dell'aria (la città è inserita nella zona di attenzione del Sempione), e presenta importanti livelli di inquinamento, in particolare per quanto riguarda il PM10.

La città di Saronno offre un sistema scolastico statale e non statale completo, dalle scuole dell'infanzia sino ad un corso universitario (Scienze Motorie dell'Università dell'Insubria). Per questo motivo Saronno è il polo scolastico di riferimento per i paesi dell'area del Saronnese.

Il MILS - Museo delle Industrie e del Lavoro del Saronnese mette in luce l'importanza delle industrie e del lavoro nell'area del Saronnese. Il museo è composto da uno spazio espositivo aperto di 1400 m². e di uno spazio interno di 800 m². Sorge nelle aree adiacenti la stazione ferroviaria ed occupa alcuni vecchi capannoni delle Ferrovienord, in cui venivano, ai tempi, revisionate le locomotive a vapore. Gli spazi all'aperto sono interamente dedicati all'esposizione di veicoli ferroviari storici, tutti appartenenti al parco treni delle Ferrovie Nord Milano. Alcune opere che si possono ammirare sono una storica tettoia Liberty (vecchia copertura della stazione), una carrozza d'epoca di 1ª e 2ª classe con, all'interno, i classici velluti rossi, alcuni carri merci e veicoli di servizio, il primo locomotore elettrico del 1928 e una delle prime elettromotrici del 1929 che, con l'adiacente carrozza pilota, costituivano i primi convogli bidirezionali. La zona interna del museo si articola in varie sale, tutte ricavate in un tipico edificio industriale. Gli oggetti che si possono ammirare, tutti provenienti dalle Aziende del Territorio o da collezioni private, sono macchinari, prodotti e documenti relativi ad un periodo che va da fine Ottocento fino al boom economico degli anni sessanta.
Il Museo Giuseppe Gianetti è uno spazio espositivo e didattico e centro di documentazione e ricerca nel campo delle arti visive e plastiche, il museo espone la collezione di ceramiche del XVIII secolo raccolta da Giuseppe Gianetti a partire dal 1933, inserite nel contesto dell’abitazione di famiglia, in cui si possono ammirare anche mobili e quadri d’epoca. Il nucleo più cospicuo delle ceramiche è costituito da porcellane di Meissen, a cui si affiancano porcellane orientali cinesi e giapponesi, produzioni di importanti manifatture europee ed italiane, tra cui porcellane Ginori a Doccia, e un’ampia selezione di maioliche settecentesche italiane, soprattutto milanesi. A partire dagli anni novanta, il Museo Gianetti ha raccolto opere d’arte ceramica donate da importanti artisti contemporanei, inaugurando così una nuova sezione dedicata al ‘900 e al contemporaneo.

Anche Saronno, come altri centri della provincia di Varese, è stato al centro di un'importante creatività editoriale radiotelevisiva. Nel 1976 qui nacque una delle prime emittenti della provincia: Radio Saronno Continental FM 88,000 MHz, emittente molto organizzata e dal grande seguito, che, dopo l'esordio sperimentale nel 1976, si sviluppò fortemente nei primi anni ottanta, rilevando altre stazioni, quali Radio Studio 4 di Caronno Pertusella e Radio AC 11 di Seregno, dando il via (grazie ad una certa lungimiranza del proprio editore, il mobiliere Marco Cervi) nel dicembre 1982 al mininetwork interprovinciale Nuova Rete, attivo su 88,0 MHz, 90,0 MHz e 104,9 MHz nelle province di Milano, Varese e Como. Purtroppo l'iniziativa non ebbe però il seguito sperato (quantomeno paragonabile a quello di Radio Saronno Continental) e l'emittente chiuse i battenti cedendo le frequenze nel 1987. Sulle sue ceneri, e segnatamente sulla storica frequenza 88,000 MHz, sorse l'attuale Radio Orizzonti di matrice cattolica. Proveniente da Cermenate, si radicò a Saronno negli anni ottanta anche Happy Radio una delle più seguite emittenti commerciali del nord della Lombardia. Anche in questo caso, tuttavia, l'avvicendarsi nel gradimento del pubblico dei network nazionali portò alla chiusura dell'emittente, che cedette la frequenza (94,500 MHz) da Brunate (Co) all'emittente nazionale RDS. In tempi più recenti hanno poi operato a Saronno una street tv ed una street radio, emittenti dichiaratamente pirata illuminanti una ristrettissima area di servizio sfruttando i coni d'ombra di altre trasmittenti. Dal maggio 2005 opera la WebTV Pierodasaronno. La realtà saronnese è coperta anche dai quotidiani online varesenews.it e  il saronno.it.

Ci sono diverse manifestazioni che caratterizzano la città; le più antiche, di origine religiosa, sono: la festa del Trasporto del S. Crocifisso, dal 1734, la quarta domenica di ottobre, con la solenne processione; la festa del Voto alla Beata Vergine Maria del Santuario della Madonna dei Miracoli, dal 1577, a fine marzo, con l'offerta della cera da parte del Sindaco, come adempimento dell'antico voto mariano; la sagra di Sant'Antonio abate, il 17 gennaio, con la benedizione degli animali e dei veicoli.

Da un decennio, ha preso respiro la domenica delle associazioni in piazza, la festa di primavera dell'inizio di maggio, in cui oltre cento associazioni si presentano con bancarelle e stand nel centro pedonale; dal 2008, la festa ha assunto il nome di "Saronno una volta", in occasione dell'esibizione di costumi, veicoli e strumenti del primo Novecento. In estate, è organizzata anche la "notte bianca".

Altrettanto importante, la Civica Benemerenza della Ciocchina, che viene conferita ogni anno alla vigilia della festa del Trasporto ai cittadini benemeriti. Dopo la fine dell'anno scolastico, il secondo fine settimana di giugno, si organizza una manifestazione denominata "Musica e sport" la quale attira molti giovani sia a giocare che ad ascoltare della musica. Successivamente, nel primo o secondo fine settimana di settembre, la manifestazione musicale "Festoria" richiama giovani e meno giovani dal circondario, al suono di gruppi musicali, salutando la stagione estiva. Dall'autunno all'estate una ricca stagione di musica, con concerti la domenica mattina a Villa Gianetti o, in altre date e luoghi.

Del passato industriale, ormai quasi completamente estinto ed in buona parte documentato dalla collezione del Museo delle Industrie e del Lavoro del Saronnese, sono degni di nota gli stabilimenti della Isotta Fraschini (multinazionale dei motori per aerei, treni, barche e macchinari vari) e della Lazzaroni (biscotti). Delle ultime due attività, i marchi sono ancora utilizzati, ma la produzione è stata spostata in altre sedi; va comunque citata la Parma Antonio e figli spa che è tuttora una delle aziende leader a livello mondiale nella costruzione di impianti corazzati di sicurezza e mantiene a Saronno la sede legale, mentre la sede produttiva è stata spostata a Solaro. Un'azienda storica che rimane nel saronnese e continua a svolgere la sua attività è la ILLVA Saronno S.P.A. che produce il noto "Amaretto di Saronno" (ora commercializzato con la marca "Di Saronno"), e molti altri marchi italiani come "Artic vodka", "Rabarbaro Zucca". Produce anche diversi vini siciliani come il "Marsala Florio" e i vini "Corvo" oltre ad altre attività anche al di fuori del settore vini e superalcolici. L'economia attuale è basata sull'estesissima rete del commercio e una miriade di piccole imprese artigiane di ogni settore, oltre che su una pluralità di servizi amministrativi.

L'FBC Saronno 1910 è una delle sessanta società di calcio più antiche d'Italia e, prima del crac economico dei primi anni 2000, giocava in Serie C. Ha fornito nel 1922 un giocatore alla nazionale, Attilio Marcora, ed altri giocatori passati dall'FBC Saronno 1910 sono arrivati a vestire la maglia della nazionale maggiore, Massimo Crippa, Tonino Asta, Tommaso Rocchi. l'FBC Saronno 1910, è attualmente inattivo, dopo il passaggio nel 2010 del titolo sportivo della serie D alla Gallaratese. Sempre nel calcio, sono presenti in città le squadre dilettantistiche della Robur Saronno (fondata nel 1919) con circa 300 atleti nelle squadre giovanili e una prima squadra in seconda categoria provinciale, e l'AMOR Sportiva, fondata nel 1948. Quest'ultima, gemellata con il Milan, conta più di duecento atleti e disputa le sue partite casalinghe presso il Campo Comunale "Cassina Ferrara" sito in via Trento e presso il Centro Giovanile di via Larga.

Per quanto riguarda il ciclismo bisogna ricordare la competizione annuale "Gran Premio Città di Saronno", gara ciclistica in notturna, su circuito cittadino, organizzata dal Pedale Saronnese con il patrocinio dell'Amministrazione Comunale. La gara è riservata ai corridori ciclisti dilettanti, allievi e ed esordienti e si svolge per le vie della città alternativamente nei mesi di luglio o settembre.

Molto seguito è anche il basket: l'A.S.D. Robur Basket Saronno milita in Divisione Nazionale C, dopo lunga militanza in serie B. Il settore giovanile è uno dei migliori e più floridi della provincia; la prima squadra è seguita da un cospicuo numero di tifosi che seguono con passione la squadra biancoazzurra. L'impianto di gioco è sito nel Centro Giovanile Mons. Ugo Ronchi di via Cristoforo Colombo, 44.

Da alcuni anni, a Saronno, è praticato il tchoukball, di cui la città è la culla italiana. Il Saronno Castor è infatti il primo club di tchoukball creato in Italia. Il primo campionato nazionale di questo sport ha avuto inizio il 14 gennaio 2007 a Saronno, dove ha anche sede la Federazione Italiana Tchoukball (F.T.B.I.) e si è concluso con una finale di play-off tutta saronnese tra Saronno Castor e Saronno Pollux, conclusasi sul 52-44 per i Castor, che si sono così laureati primi campioni d'Italia. Il 13 aprile 2008, a Saronno, si sono tenute anche le finali del secondo campionato italiano, vinto ancora una volta dai Saronno Castor, che hanno sconfitto 63-60 i Limbiate Crazy Frogs dopo un tempo supplementare. Il 19 aprile 2009, a Cislago, al termine del terzo campionato nazionale, la squadra dei Saronno Castor si è confermata per la terza volta campione d'Italia, dopo la finale vinta 52 a 49 contro i Ferrara Allnuts. Il 28 febbraio 2010 i Saronno Castor si sono laureati per la prima volta Campioni d'Europa sconfiggendo in finale i Ferrara Allnuts per 55-49 dopo una due giorni di torneo che ha visto partecipare numerosi club europei provenienti dalla Svizzera, dall'Austria, dal Belgio e infine dall'Italia. Il 23 maggio 2010, ad Asti, i Saronno Castor hanno conquistato per la quarta volta consecutiva lo scudetto di campioni d'Italia, battendo la prima squadra di Ferrara 57 a 55. In seguito i Saronno Castor vincono altri due campionati italiani nel 2012 e nel 2013 prima di lasciare lo scettro alla Rovello Sgavisc nel 2014.

L’Atletica Leggera ha fatto la sua apparizione a Saronno qualche anno prima della Seconda guerra mondiale. L’atletica leggera veniva praticata dalla Viribus Unitis e dalla Unione e Forza, ma solo come estensione della loro attività principale che era la ginnastica artistica. Essa si manifestava con modeste gare locali ed era conosciuta soprattutto in virtù delle prestazioni di alcuni marciatori saronnesi tra i quali primeggiava Carlo Volonteri, protagonista di alcune memorabili 100 Km di marcia. Solo nel 1954, per merito di Francesco Ceriani, che sarebbe poi divenuto Sindaco di Saronno, si è dato vita ad una Società di Atletica Leggera che faceva parte di una Polisportiva comprendente tennis, nuoto ed altre attività minori. Francesco Ceriani fu quindi il promotore ed assieme primo presidente ed atleta della nascente Libertas Atletica Saronno la quale, nel breve volgere di qualche anno, si portava ad un livello di tutto rispetto in campo regionale. Agli atleti locali si affiancarono altri provenienti dalle vicine province e quindi si diede vita ad una squadra competitiva che è pervenuta in breve tempo a risultati prestigiosi quali il titolo di Campione d’Italia Libertas conseguito nel 1959 allo Stadio delle Terme a Roma, titolo poi confermato nel 1960 e nel 1961. Tra i primi atleti a raggiungere le vette della categoria, gli “azzurri” Luigi Castiglioni, Luigi Beretta, Alessandro Castelli, Enrico Banfi e Bruno Poserina. Oggi la OSA Saronno Libertas con più di 400 iscritti e centinaia di partecipazioni all'anno a gare di ogni livello (provinciale, regionale, nazionale e internazionale) Dal 2007, inoltre, si è affermata l'ASD Running Saronno, che si è distinta nello scenario sportivo locale con atleti impegnati tutto l'anno in gare sulla lunghissima distanza su strada e di Trail Running. L'associazione realizza inoltre l'unica competizione agonistica omologata FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera) sulla distanza dei 10 km presente sul territorio, il Running Day.

È poi presente l'A.D. T.T. Saronno, società di tennis tavolo fondata nel 1975 ed esordiente proprio in quell'anno in serie D1 regionale. Dal 1975, dopo fasi alterne, tra le quali un secondo posto nel ranking delle società italiane, e con l'avvicendarsi di diversi pongisti, il traguardo massimo raggiunto è stata la serie B1 Nazionale. Dalla stagione agonistica 2002/2003 arriva la possibilità economica di poter accedere alle categorie superiori, con annesso acquisizione di un giocatore di primo livello, quale Xu Fang. Nello stesso anno il Saronno vince il campionato Nazionale di serie C1 e partecipa con ottimi risultati alle categorie C2, D1, D2, A2 Veterani e B Veterani. Si susseguono varie vicende, fra le quali è doveroso menzionare il titolo che nel 2005 il TT Saronno si aggiudica: Campioni Italiani Veterani. In seguito si assiste ad un lento ma inesorabile declino, dovuto al depauperamento della generazione di giocatori che tanto avevano dato al TT Saronno. Le ultime vittorie di un campionato (regionale D1) risalgono alle stagioni 2006/2007 e 2007/2008. Nel momento più disagiato della recente storia dell' AD TT Saronno e con il numero di associati al minimo storico, arriva la svolta sportivo-societaria nella stagione 2010-2011. Si partecipa al campionato provinciale di D2 con 3 squadre, puntando su giocatori nuovi e prevalentemente giovani. Arriva così, al termine dell'avvincente finale play-off del 14 maggio 2011, l'importantissima promozione in serie D1 regionale. Oggi l'AD TT Saronno “Cattaneo & Garini” è una moderna associazione sportiva, con un ampio staff di collaboratori, che opera secondo un programma di sviluppo pluriennale ben definito. Il numero di associati per la stagione 2011-2012 ha già superato le 60 unità ed è in costante crescita.

Importante anche la partecipazione alla pallavolo che con la società sportiva Pallavolo Saronno, che gioca al Paladozio, ha visto la scalata di questo comune fino alla serie B1. Con softball e nell'atletica (Osa Saronno Libertas) varie squadre saronnesi militano in campionati di notevole importanza.

Dal gennaio del 2006 la città è dotata di uno spazio polisportivo chiuso, intitolato a Felice Dozio o detto Paladozio ,comprendente campo da basket e polivalente, tribune e, soprattutto, una pista coperta per diverse discipline atletiche (salto in lungo, salto in alto, salto con l'asta, 60 m, etc.), unica in Lombardia, già usata per gli allenamenti anche da squadre ed atleti nazionali. È inoltre presente un ampio stadio di calcio, situato in via Biffi 1, denominato "Stadio Colombo-Gianetti" nel quale vengono disputate le partite casalinghe del Saronno FBC.

Notevole è anche il patrimonio di palestre presenti nella città.

Persone legate a Saronno:
Giovanni Antonio Amadeo, scultore e architetto del tiburio del santuario della Beata Vergine.
Sergio Zampetti, flautista.
Giulio Balestrini, calciatore.
Emilio Banfi, atleta olimpico.
Silvio Berlusconi, politico e imprenditore, ha trascorso parte della sua infanzia a Saronno.
Enrico Boniforti, calciatore.
Paolo Brera, cantante.
Paride Brunetti, ufficiale di carriera e comandante partigiano.
Roberto Colciago, pilota automobilistico.
Emilio Colombo, giornalista sportivo.
Gino Cortellezzi, calciatore.
Francesco De Rocchi, pittore.
Erminio De Scalzi, vescovo ausiliario di Milano.
Alessandro Fei, giocatore di pallavolo.
Giorgio Fontana, scrittore.
Laura Frigo, pallavolista.
Dario Frigo, ciclista.
Giovanni Battista Migliori, avvocato e uomo politico cattolico (FUCI, PPI e DC).
Cinzia Molena, attrice, modella.
Luigi Maria Monti, beato, fondatore della Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione.
Raf Montrasio, musicista.
Leonardo Natale, ciclista.
Giulio Paggio, partigiano.
Antonio Parma, industriale della sicurezza, Cavaliere del Lavoro nel 1922.
Giuditta Pasta Negri, cantante lirica.
Lorenzo Perini, atleta.
Massimo Picozzi, psichiatra, criminologo, personaggio televisivo.
Elisabetta Preziosa, ginnasta.
Angelo Ramazzotti, patriarca di Venezia e fondatore del PIME.
Ghazy Randa, scrittrice.
Giorgio Tavecchio, giocatore di football americano nella NFL.
Lorenzo Vismara, nuotatore.
Luca Volontè, politico.
Alberto Volpi, ciclista.
Tranquillo Zerbi, ingegnere meccanico direttore dei dipartimenti di progettazione FIAT del periodo interbellico.
Giovanni Lattuada, olimpionico. medaglia di bronzo agli anelli olimpiadi di Los Angeles 1932.
Gian Maria Volonté, attore. Il padre era originario di Saronno.
Augusto Rezzonico, politico, senatore e sindaco della città.
Lara Comi, europarlamentare di Forza Italia.



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