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giovedì 4 giugno 2015

LE VILLE DI SESTO SAN GIOVANNI : VILLA VISCONTI D'ARAGONA

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La villa si trova nel cuore del centro storico di Sesto, in vicolo De Ponti, vicino alla piccola chiesa barocca dedicata a Santo Stefano. Il cancello in ferro battuto introduce al portico con colonne di ordine dorico. Sulla sinistra il cortile si apre verso un basso edificio, attualmente chiamato il teatrino e un tempo adibito a rimessa e magazzino. Di fronte, allineato al vicolo di accesso e non al centro del cortile, è collocato il portico aperto dell'antica casa padronale. A destra, sotto il portico una piccola scala conduce ai piani superiori. La corte è completa nei quattro lati. Gli interni si componevano di un grande salone e tre stanze più piccole al piano terreno, mentre al primo piano si trovavano nove stanze e sopra il portico la galleria di rappresentanza.

Gli affreschi che adornano la galleria vennero eseguiti in occasione delle nozze di Giovanni Antonio Parravicini con Francesca Castiglioni, nel 1680 e al loro interno sono rappresentati gli stemmi degli sposi, il cigno dei Parravicini e il leone dei Castiglioni. Altri affreschi rappresentano la Liberalità o Lussuria, che tiene in mano da una parte un dado e dall'altra ori e denari, la Sapienza con bilancia e libro, la Ricchezza con una corona in una mano e uno scettro nell'altra e la Fortezza o Guerra armata di lancia e scudo. Altri affreschi raffigurano putti e decorazioni floreali, paesaggi con vedute e figure mitologiche. Le opere sono attribuite ad Agostino Santagostino, per le analogie con il ciclo allegorico profano della villa Casati Stampa di Balsamo, risalente allo stesso periodo. La decorazione dell'alcova adiacente la galleria è opera di diversi artisti.

Nel giardino della villa, la cui buona parte è stata trasformata in giardino pubblico, sono collocati resti marmorei di un certo interesse: una colonna risalente al periodo romano e un piccolo fonte battesimale del periodo paleocristiano. Come questi reperti siano giunti sino al giardino della villa non è dato saperlo. Sempre nel giardino è presente un piccolo pozzo del seicento con carrucola, risalente al periodo di costruzione della villa.

Non esistono notizie certe riguardo l'esatta data di costruzione della villa: da notizie del 1532 si possono trarre delle testimonianze della presenza, dove oggi sorge la villa, di una casa padronale con corte, orto e pozzo. Dal 1601 la proprietà della villa passa alla famiglia Selvini e in seguito alla famiglia Malombra e nel 1654 viene ceduta al conte Carlo di Belgiojoso che la adibisce a residenza di campagna e tenuta agricola; all'epoca la villa ospitava un allevamento di bachi da seta e un torchio. A metà del Seicento la villa passa alla famiglia Parravicini; è in questo periodo che avviene la svolta culturale della villa Visconti d'Aragona: gli interni del complesso si arricchiscono di affreschi di pregio al piano nobile e parallelamente viene allestita una pinacoteca, per volere di Giovanni Antonio Parravicini. Un inventario del 1721 registra come nella pinacoteca fossero raccolte tele raffiguranti paesaggi, nature morte o soggetti di genere, opere di pittori fiamminghi, olandesi, ma anche di noti pittori italiani: Cesare Da Sesto, Guglielmo il Borgognone e Caravaggio. La ricca pinacoteca del Parravicini andò definitivamente dispersa e venduta, a coprire i debiti delle famiglie che si sono succedute come proprietarie della villa.

All'inizio del XVIII Secolo la villa risulta di proprietà dei Visconti d'Aragona, il secolo successivo passerà ai Visconti-Borromeo per poi tornare ai Visconti d'Aragona. Questi ultimi sono costretti a cederla, nel 1873, ai propri fattori, la famiglia borghese De Ponti. I De Ponti ripartiscono la villa in tre corpi principali: uno dato in affitto, un’abitazione padronale e una filanda, una delle prime di Sesto, precoce manifestazione della sua imminente industrializzazione. Nel 1964 la Villa Visconti d'Aragona De Ponti viene acquistata dal Comune che nel 1980 la restaura su progetto dell’architetto Amedeo Bellini: all'epoca l'intero complesso versava in condizioni statiche precarie; l'intonaco interno appariva compromesso dall'umidità e gli affreschi furono strappati e ricollocati in sito su nuovi supporti. I locali vennero svuotati e adattati per ospitare il peso dei volumi della biblioteca.

Oggi la villa è sede di alcuni uffici comunali.




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venerdì 29 maggio 2015

IL CASTELLO DI PANDINO

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Il castello venne fatto erigere dal signore di Milano Bernabò Visconti e dalla moglie Beatrice Regina Della Scala, intorno al 1355-1370 come residenza di campagna per la caccia, grande passione di Bernabò.

Intorno al 1355, il signore di Milano Bernabò Visconti, grande appassionato di caccia, scelse Pandino per farvi costruire un castello per poter comodamente  risiedere in questi luoghi  e dedicarsi alla sua attività prediletta; il territorio infatti, in quell’epoca era ancora ricco di boschi abitati e selvaggina. La costruzione ha la forma tipica dei castelli viscontei di pianura dell'epoca: pianta quadrata con quattro torri quadrate angolari, cortile interno con porticato ad archi acuti al piano terra e loggiato superiore con pilastrini quadrati. All'esterno sono visibili le numerose finestre, monofore al piano terra, in origine destinato alla servitù, bifore al piano superiore, riservato ai nobili. Il lato est del piano inferiore era originariamente aperto come una sorta di secondo porticato ed era adibito a salone per i banchetti estivi (attualmente, corsi e ricorsi storici, è utilizzata dalla mensa della scuola agraria).

Il castello al momento della realizzazione venne completamente affrescato persino nella zona delle stalle, ora utilizzate come biblioteca comunale. Le pitture del castello erano realizzate da svariate forme geometriche, tarsie a imitazione del marmo e alcune figure umane, variando vano per vano. Nelle forme geometriche vennero rappresentati gli stemmi araldici dei Visconti e Della Scala.

Alla morte di Beatrice Regina Della Scala sposò una Savoia ed in suo onore fece ridipingere gli stemmi scaligeri con lo stemma della casata Savoia.

Passato agli Sforza ed in seguito ad altre nobili famiglie, è attualmente di proprietà del Comune.
Grazie alla ricchezza dell'impianto originario e alla sua integrità, il castello di Pandino è sempre stato considerato come uno degli esempi più importanti dell'architettura fortificata viscontea trecentesca, in cui esigenze difensive e residenziali si sono perfettamente armonizzate. Costruito a nordest dell'abitato, all'interno dell'antica cerchia muraria fortificata, circondato da un profondo fossato prosciugato, ha uno schema architettonico semplice costituito da un quadrato di 66 m per lato, con quattro torri angolari sempre a base quadrata. Edificato totalmente in mattoni presenta una cornice marcapiano che divide in due la parete muraria, scandita a sua volta da monofore e bifore. Le torri sono invece tripartite, con una monofora al primo piano e una bifora negli altri due. I due ingressi sui lati sud e nord sono sottolineati dalla presenza dei rivellini che anche se hanno interrotto l'omogeneità delle facciate, sono stati ingentiliti con l'aggiunta dello stesso motivo decorativo di mattoni a scaletta che corre lungo tutta la restante parete muraria.
All'interno il cortile è caratterizzato da portici a sesto acuto, mentre al piano superiore da un loggiato con copertura a capriate. La destinazione originaria degli spazi non è nota, anche se non doveva essere molto differente da quella che è documentata per i secoli XVI e XVII, con al piano terra i servizi e ad oriente un ampio salone destinato ai banchetti. Si accedeva al piano superiore tramite una piccola scala in legno, oggi sostituita da quelle costruite nei torrioni.
Il castello, rara e preziosa testimonianza, conserva ancora quasi interamente le decorazioni che ne ornavano le pareti del portico, del loggiato e delle stanze, gli arconi delle finestre e i pilastri. In quasi tutte le stanze la decorazione segue uno sviluppo comune che prevede a partire dal pavimento uno zoccolo con specchiature marmoree riquadrate. Nella fascia superiore trova posto il motivo decorativo principale, che si sviluppa adattandosi ai particolari architettonici della stanza stessa. I motivi, a carattere fondamentalmente geometrico si succedono con diverse varianti e sono alternati a figure araldiche o vegetali.
Nella sala superiore dell'ala meridionale si conserva la testimonianza più integra di tutto l'apparato decorativo: sopra al consueto zoccolo marmoreo si sviluppa un finto loggiato con archi carenati ornati esternamente da fiori. Lo spazio tra un arco e l'altro è occupato da medaglioni con lo stemma dei Visconti e dei Della Scala; nella fascia superiore i motivi geometrici sono alternati a finte bifore.
Sulle superfici esterne del portico e del loggiato, pur se con delle varianti, si presentano gli stessi motivi che ornano le sale interne, mentre è più impegnativo fare delle ipotesi sulla decorazione esterna del castello perché scarse sono le tracce di colore riscontrate. Gli unici elementi figurativi si trovano sulle pareti del portico presso il salone dell'ala ovest e rappresentano San Cristoforo e Sant'Antonio abate. Il riquadro che contorna la figura è sormontato da una lunetta ogivale in cui è raffigurato a monocromo Cristo in pietà, affiancato da un angelo con i simboli della passione. Di fronte al salone sopra ogni pilastro del portico si intravede un tondo con un'immagine figurata. Solo due sono chiaramente distinguibili e rappresentano delle figure mostruose, composte dell'unione di un uomo e di un animale, intente a suonare uno strumento musicale. Se per i motivi decorativi di tipo geometrico parallelismi si possono riscontrare nella Rocca di Angera o nel castello di Legnano, questi ultimi soggetti sono particolarmente inconsueti.
A Pandino infatti, probabilmente per il tipo di soggetto rappresentato, pur se con delle diversità dovute al numero di frescanti presenti, e alle loro specifiche abilità, sono pochi i brani di particolare maestria, che potrebbero riferirsi ad un unico artista di buon livello che forse sovrintendeva a tutta la decorazione.

L'architettura dell'edificio risponde a quel tipo ideale di "palazzo fortificato" che i Visconti portarono a compiutezza di forme nella seconda metà del Trecento e che ha trovato qualche anno più tardi la sua più limpida e grandiosa affermazione nel castello di Pavia.
Delle quattro torri dell'organismo originario si sono conservate intatte solo quelle dell'ala orientale, mentre le corrispondenti due torri dell'ala occidentale vennero mozzate nell'Ottocento in quanto pericolanti. Del fossato circostante, interrato, restano attualmente solo i contorni. I corpi di fabbrica si presentano oggi privi di merlature, probabilmente demolite nel corso del Settecento quando il castello, decaduto al rango di edificio rurale, ebbe una nuova sistemazione delle coperture; le ricerche effettuate in questi anni da studiosi locali e dal Cavalieri ne hanno infatti accertato l'esistenza e hanno pure fatto luce sull'originaria disposizione delle falde del tetto, analoga a quella del castello di Pavia.
Ognuna delle quattro facciate è regolarmente scandita dalla presenza di sei monofore al piano terreno e da bifore al primo piano, mentre fasce di mattoni disposti a scaletta avvolgono, come festoni, le nude pareti dei corpi di fabbrica e delle torri.
Il cortile è circondato al piano terreno da un portico ad archi acuti di sei campate per lato e da un'aerea loggia soprastante, suddivisa in dodici campatelle per lato e spartita da snelli pilastrini che sostengono architravi in legno sui quali si appoggiano le falde del tetto. Sede del Comune e di uffici comunali, della biblioteca e del convitto della locale Scuola Casearia Professionale, lo stato di manutenzione del castello è buono per merito soprattutto dell'attenzione che l'Amministrazione comunale vi dedica ormai da un cinquantennio, con il costante obiettivo di un suo utilizzo sempre più orientato a valorizzare gli aspetti di storia, di cultura e di arte.
Nonostante le manomissioni sopra descritte il castello gode tuttora di una buona consistenza e costituisce una della maggiori e più apprezzabili architetture fortificate della Lombardia.

Adagiato nella bassa pianura lombarda, nel territorio compreso tra il corso dell'Adda e del Serio, il borgo di Pandino ha sempre ricoperto una posizione di rilievo. Per tradizione si riteneva che il castello fosse stato costruito a partire dal 1379, per volere di Regina della Scala moglie di Bernabò Visconti, che apprezzava notevolmente questi luoghi vicini alle terre venete di cui era originaria. Un'attenta rilettura dei documenti ha invece fatto anticipare la datazione di circa un ventennio, riconducendola agli anni compresi tra il 1354 (salita al potere di Bernabò), e il 1361, data del primo documento in cui si fa chiaro riferimento al castello. Nel 1385 Gian Galeazzo si impadronì del castello, che vendette dieci anni dopo al lucchese Niccolò de Diversis. Dopo aver recuperato il maniero i Visconti lo cedettero in feudo prima a Giorgio Benzone, signore di Crema (1414-1423), poi a Luigi Sanseverino (1434-1440). Nel 1469 il castello e i terreni circostanti furono concessi a Ludovico il Moro che irrobustì l'apparato difensivo con la costruzione dei rivellini. A partire dal 1479, essendo stati confiscati a Ludovico Maria Sforza tutti i beni, la fortezza fu nuovamente affidata ai Sanseverino, fino all'estinzione del ramo maschile della famiglia, per cui passò ai Landriani. Nel 1552 divenne di Pagano d'Adda e rimase a questo marchesato fino al 1862, quando fu completamente trasformato in azienda agricola, anche se era stato relegato a quest'uso già nel xviii secolo. Nel dopoguerra il corpo ovest fu acquistato dal Comune che ne intraprese i restauri negli anni '50, mentre le restanti ali rimasero, parcellizzate, a proprietari privati. Oggi vi hanno sede gli Uffici Comunali, il Convitto della Scuola casearia e la Biblioteca. L'esterno e il cortile sono visitabili tutti i giorni, mentre l'interno previo appuntamento.
Grazie alla ricchezza dell'impianto originario e alla sua integrità, il castello di Pandino è sempre stato considerato come uno degli esempi più importanti dell'architettura fortificata viscontea trecentesca, in cui esigenze difensive e residenziali si sono perfettamente armonizzate.

Il castello, uno dei più importanti e significativi esempi realizzati dalla dinastia viscontea, che pure fu una grande realizzatrice di architetture fortificate, fu fatto innalzare, secondo le approfondite ricerche storiche condotte da Giuliana Albini e Federico Cavalieri, da Regina della Scala, moglie di Bernabò Visconti, tra il 1354 e il 1361.
Nella seconda metà del Quattrocento gli Sforza, nel quadro di un esteso aggiornamento delle difese dello scacchiere dell'Adda, minacciato dalla presenza della Repubblica Veneta, rafforzarono le mura del borgo di Pandino e il castello stesso, al quale vennero addossati, in corrispondenza dei rispettivi ingressi, due torrioni muniti di apparato a sporgere e di ponti levatoi.
Dopo essere giunto nell'Ottocento e nella prima metà del Novecento a uno stato di grave decadenza per trascuratezza di manutenzione e per utilizzi incompatibili, il castello è stato acquistato nel 1947 dall'Amministrazione comunale di Pandino, che ha poi dato subito avvio a importanti lavori di restauro, scongiurandone la rovina che sembrava imminente. Successivamente è stato dato corso al restauro dei pregevoli dipinti trecenteschi, basati sul motivo geometrico del quadrilobo entro il quale sono raffigurati, in posizioni alterne, a gloria dei due proprietari, gli stemmi dinastici del biscione visconteo e della scala, che adornano, come un grande tappeto, le facciate verso il cortile e le pareti di fondo dei portici e delle logge.



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mercoledì 20 maggio 2015

PALAZZO VISCONTI A SARONNO

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Costruito nel XVI secolo fu di proprietà dell'omonima famiglia. Durante il XVIII secolo fu ceduto alla famiglia Rubini, che cambiarono parzialmente l’assetto del complesso, trasformandolo in una tipica villa nobiliare con il tipico cortile lombardo. Il palazzo fu ceduto in seguito alla famiglia Schenardi e poi a Giuseppe Morandine che la trasformò in un collegio nella metà del XIX secolo.

Sul finire del secolo (1882) il Comune divenne il nuovo proprietario e vi insediò il Municipio. Ma, a far capo dal 1926, dopo il trasferimento nella Villa Comunale in via Roma (Villa Gianetti), lo stabile venne utilizzato per uffici della Pretura. E ciò fino al 1985. Da allora, senza che l'Amministrazione Comunale abbia ancora definito la sua ristrutturazione e destinazione, il Palazzo Visconti attende di essere rimesso a nuovo. La struttura è abbellita da alcune colonne di granito di Baveno. Alcuni soffitti del Palazzo sono impreziositi da significativi affreschi attribuiti al pittore Giovanni Antonio Cucchi.

Il 28 settembre 2007, un incendio distrusse gran parte del tetto. Molti locali vennero danneggiati dall'acqua usata per spegnere il fuoco.

L'edificio è stato in seguito messo in sicurezza con una copertura provvisoria. Nel 2011 il Consiglio Comunale ha istituito una Commissione per proporre soluzioni per un recupero di Palazzo Visconti. Non è stato previsto alcun lavoro di manutenzione straordinaria né restauro a causa della crisi economica. L'edificio è attualmente in disuso ed è stato candidato tra i luoghi del cuore del FAI.





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martedì 21 aprile 2015

IL CASTELLO DI BESOZZO

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Il complesso dell’antico castello di Besozzo, situato nella parte sopraelevata del borgo in una posizione che domina la parte bassa e più moderna del paese, è attualmente occupato da abitazioni private ed è composto da due edifici distinti, palazzo Cadario e palazzo Adamoli, che nel corso del XV secolo furono sovrapposti al nucleo fortificato originario. Ciò che resta di questo primitivo castello medievale è visibile nel giardino interno: si tratta di una torre datata al Duecento in massiccia muratura in pietra a vista. Posto a settentrione, il palazzo Cadario è contraddistinto da una torre d’ingresso rinascimentale coronata da beccatelli e da una leggera loggia, e presenta una portale fiancheggiato da due colonne e profilato da una decorazione a bugnato che caratterizza l’intero edificio. Accedendo al cortile, è possibile osservare un elegante portico cinquecentesco formato da colonne in pietra d’Angera. In posizione contigua si trova il palazzo Adamoli, i cui elementi di maggior richiamo sono rappresentati dal portale in serizzo di fattura rinascimentale, ornato di fiori stilizzati, e dal cortile interno aperto sul lato orientale, che reca tracce di decorazioni a graffito di età rinascimentale e balconcini risalenti con probabilità a modifiche settecentesche.

Il castello di Besozzo rappresenta la testimonianza più significativa del nucleo antico del borgo di Besozzo, sorto nei secoli centrali del Medioevo sulla sommità della collina che domina la valle del fiume Bardello. Lo sviluppo dell’abitato fu legato indissolubilmente all’affermazione del casato nobiliare dei Besozzi, radicato nel territorio fin dall’età precomunale. L’area dell’attuale Besozzo superiore reca infatti numerose tracce architettoniche, inserite nel tessuto abitativo odierno, delle decorazioni che caratterizzavano gli edifici di pregio abitati nel corso del Medioevo e del Rinascimento dai diversi rami nobiliari della famiglia Besozzi. In questo contesto, il castello che ospitò la dimora principale dei Besozzi documenta nella sua attuale configurazione sia la fase più antica della storia di Besozzo, con la torre di epoca duecentesca che era parte della fortificazione originaria, sia il momento della maggiore affermazione politica dei Besozzi. I due edifici principali della costruzione sono infatti di impianto quattrocentesco, e risalgono all’età in cui i Besozzi, anche grazie a una rete di relazioni parentali strette con altre importanti famiglie aristocratiche del territorio, ottennero direttamente dai Visconti di Milano l’investitura feudale su Besozzo e l’intera circoscrizione pievana di Brebbia. Secoli più tardi il castello, divenuto proprietà della famiglia Adamoli, ospitò a distanza di breve tempo sia Giuseppe Garibaldi che Giuseppe Mazzini, ospiti del generale e uomo politico Giulio Adamoli, che si distinse per la sua partecipazione alle vicende del Risorgimento.


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giovedì 9 aprile 2015

LE CITTA' DEL GARDA : GARDONE RIVIERA

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Gardone Riviera  è un comune italiano  della provincia di Brescia, in Lombardia. Ha una superficie territoriale con un'altimetria che varia dai 65 m s.l.m. ai 1.100 m s.l.m.

È una delle principali località turistiche del Lago di Garda, caratterizzata dalla sua tipicità " mitteleuropea".

Il ritrovamento nella frazione di Fasano (il nucleo più antico) di alcune lapidi, conferma che Gardone Riviera era già abitata in epoca romana. Successivamente il territorio fu occupato dai Longobardi, il nome stesso sembra derivare dal termine tedesco warda, ovvero fortezza o presidio militare.

Dagli inizi del Duecento il comune appartenne al vescovo di Brescia con gli Ugoni come feudatari.

Nel 1334 si confedera con altri trentaquattro comuni del lago e parte della Valle Sabbia nella comunità della Riviera di Salò. Per fronteggiare le incursioni dei Visconti, signori di Milano, la Comunità chiede l'intervento di Venezia e nel XVI secolo ne diventa parte integrante e le venne riconosciuto il titolo di Magnifica Patria.

Dal 1815 fece parte del Regno lombardo-veneto. Con la fine della Seconda guerra d'indipendenza italiana entrò a far parte del Regno d'Italia (1861-1946).

L'agricoltura, con la coltivazione di olivi e limoni, e la pesca rappresentarono per molti anni la principale risorsa economica.

Alla fine dell'Ottocento con l'ingegner Luigi Wimmer, che era venuto in Italia per curarsi i polmoni, ebbe inizio grazie al clima mite ed alla bellezza del lago l'attività turistica, che rappresenta una delle principali fonti di reddito. Nel dopoguerra Winston Churchill soggiornò a Gardone Riviera.

Dal 1943 al 1945, durante la Repubblica Sociale Italiana (RSI) più nota come Repubblica di Salò, numerosi edifici ospitarono sedi di Ministeri e Ambasciate.

Città in cui Gabriele D'Annunzio trascorse un lungo periodo della sua vita fino alla sua morte nel 1 marzo 1938.

Il Vittoriale degli Italiani è un complesso di edifici, vie, teatri e corsi d'acqua edificato dal 1921 al 1938. Fu costruita dal poeta Gabriele D'Annunzio e dall'architetto Giancarlo Maroni.

Otto sono le frazioni che compongono il Comune di Gardone Riviera: Fasano (al confine con Toscolano Maderno) e Gardone Sotto stanno direttamente sul lago di Garda, Gardone Sopra, Montecucco, Supiane, Morgnaga e Tresnico sorgono lungo i fianchi della collina. San Michele è più in alto di tutte, allo sbocco della Val di Sur. Il territorio, che lungo il litorale è compreso tra le foci dei torrenti Bornìco (ad est) e Barbarano (ad ovest), è denominato dai monti Lavino (m.907) e Fornaretto (m.1240) e Spino (m.1488); l'entroterra verso la Valsabbia, selvaggio e coperto di boschi, presenta numerosi sentieri e mulattiere.
Notevole è la varietà della vegetazione esotica: cedri, magnolie, canfore, palme, etc. fanno di Gardone Riviera una "città - giardino", conosciuta a livello internazionale. Ville e alberghi, immersi nei vasti parchi lungo il litorale, conservano le caratteristiche originarie dello stile liberty di fine Ottocento.

La Villa Alba di Gardone Riviera fu progettata nei primi anni del Novecento dall'architetto tedesco Schaefer ad imitazione dei monumenti dell'acropoli di Atene e fu la villa della famiglia Langensiepen. In stile neoclassico, presenta una maestosa facciata con colonnati, una loggia sostenuta da cariatidi, il frontone decorato con bassorilievi ed una monumentale gradinata.
Negli anni '60 la villa ed il parco furono acquistati dal Comune che vi ricavo' successivamente il primo Centro Congressi del Lago di Garda.
Villa Fiordaliso ubicata proprio in riva al lago di Garda, circondata da un bel parco con piante secolari, fu propietà di Otto Vèzin, di origine tedesca ma di nazionalità americana. Espropriata nel 1915-18 fu acquistata nel 1928 da Emilio e Paola Botturi-Polenghi, che la fecero ristrutturare ed affrescare nello stile del Cinquecento toscano. Fu testimone dell'amore tra Mussolini, ormai alla fine della sua avventura politica, e Claretta Petacci, che quì soggiornò dall'autunno 1943, ospite della "stanza rossa" al secondo piano.
Nel 1901 giunse a Gardone Riviera il prof. Arturo Hruska, medico dentista e naturalista di grande fama, che apprezzò la particolarità del clima gardonese. Intorno alla sua residenza, tra il 1910 e il 1971 realizzò un giardino botanico, esteso per poco più di un ettaro e mezzo, in cui raggruppò più di 500 specie di flora provenienti da tutti i continenti e delle più diverse zone climatiche: magnolie, primule del Tibet, canne di ogni misura, iris e verdeggianti felci, tra cui spicca l'Osmunda regalis. Vasta è la gamma di piante succulente e subtropicali, molte le piante acquatiche in piccoli stagni, tra giochi d'acqua tipici dell'architettura paesaggistica giapponese; fitta è la foresta di bambù. Rocce, crepacci e gole incastonano i fiori dell'area alpina.
Il Giardino, che dal 1988 è di proprietà della Fondazione "Andrè Heller", famoso artista multimediale austriaco.
La Chiesa di S. Nicolò eretta su un edificio preesistente che risaliva al 1391, la chiesa è opera dell'architetto lonatese Paolo Soratini. Ultimata nel 1740 conserva due tele (la Pietà e Pentecoste) di Zenon Veronese (1484-1553) un dipinto di Plama il Giovane (1570-1596) con la Madonna Gesù, S.Michele S.Nicolò e S.Antonio Abate, una tela di Andrea Celesti (1637-1712) con S.Nicolò, S.Antonio Abate e i SS. Faustino e Giovita, affreschi di Francesco Monti (1683-1768) tra cui "l'Assunzione di Maria" (1750 ca) i quattordici quadri della Via Crucis di Augusto Lozzia.
Oggetto di particolare devozione è l'immagine della Madonna di Fraole (al primo altare a sinistra) in onore al quale si celebra una grande festa con processione all'inizio di ottobre.
L'abside rivolta al lago di Garda, è circondata da una caratteristica balconata che permette un ampio giro d'orizzonte sul medio lago da Punta S.Vigilio a Peschiera del Garda, Sirmione, la Rocca di Manerba e l'Isola del Garda.


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giovedì 2 aprile 2015

LA RIVIERA DI SALO'

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La Riviera di Salò, ufficialmente nata come «Comunità della Riviera bresciana del lago di Garda», fu una confederazione di 34 comuni della riviera bresciana del lago di Garda e di parte della Valle Sabbia. Durante la dominazione veneziana il senato veneto elargì alla Patria il titolo di Magnifica e di Figlia primogenita della Serenissima, tanto da essere ricordata ancora oggi come la Magnifica Patria della Riviera di Salò. I suoi abitanti furono indicati come "Quelli di Salò". Venne sciolta nel maggio 1797.

Il 4 novembre del 1334 le 34 comunità della riviera e di parte della val Sabbia fondarono la comunità della Riperiae lacus Gardae Brixiensis con capoluogo Maderno. Essa era una sorta di federazione con a capo un podestà. Non volendosi alleare né con Brescia, né con Verona, decidono di dedicarsi a Venezia che manderà un provveditore.

Nel 1350 la riviera cadrà nelle mani dei Visconti, visto l'impossibilità per Venezia di proteggere un così lontano territorio. Nel 1362 Salò è cinta d'assedio da parte delle truppe scaligere e la resistenza dei cittadini, unita alla grande accoglienza per Beatrice Visconti, faranno sì che il capoluogo della riviera passi da Maderno a Salò. Con la salita al potere di Gian Galeazzo Visconti Maderno tornerà ad essere la capitale per un breve periodo per poi perdere nuovamente, durante la stesura degli statuti, il titolo. Alla morte del duca i rappresentanti di Salò e della Riviera occuparono il quinto posto nella processione funebre, ben più avanti di città quali Brescia o Verona.

Nel 1428 Salò e la Riviera tornano ad essere dominio della Serenissima, per motu proprio della Comunità, che abbandona i Visconti poco prima dell'assedio di Brescia. Nei successivi anni la Riviera si schiera più volte a favore dei Visconti, mentre Brescia rimane fedele alla Dominante, pertanto Venezia porrà la Riviera nella giurisdizione di Brescia.

Solo nel 1443 la riviera otterrà di essere indipendente, almeno parzialmente, da Brescia e a poter nuovamente accogliere sul Garda il Capitano della Riviera e Provveditore di Salò mandato dal Senato veneziano.

Durante questi anni Venezia elargirà alla Patria il titolo di Magnifica e di Figlia primogenita della Serenissima, insieme ad innumerevoli autonomie, tale da renderla quasi uno stato a sé stante. Con la guerra della Lega di Cambrai la Magnifica Patria è conquistata da Francesi e Spagnoli, mal voluti dalla popolazione, tornando poi ad innalzare le bandiere di San Marco.

Dalla riviera, il 23 aprile 1570, parte una nave di armigeri per combattere contro il turco. Questi si fanno onore durante la battaglia di Lepanto.

Nel 1580 il futuro santo Carlo Borromeo arriva in visita pastorale a Salò, dirimendo questioni e fondando un Monte di Pietà spirituale per pagare degli insegnanti che educhino i giovinetti e i fanciulli poveri di Salò.

Con l'arrivo delle truppe di Napoleone a Salò il 17 agosto 1796, inizia la fine della Magnifica Patria. Il 25 marzo dei messaggeri da Brescia, insorta contro la dominante, porta l'annuncio della rivoluzione; i Salodiani in principio accolgono la notizia, poi, allontanatisi i bresciani, decidono per rimanere fedeli alla Serenissima: ha inizio la contro-rivoluzione, l'unica ufficialmente appoggiata da Venezia.

Le truppe Bresciane e Bergamasche che attaccano il golfo vengono respinte e arrestate, grazie all'intervento degli abitanti della valle Sabbia. Il 20 maggio la città di Salò è costretta ad arrendersi ai francesi, che gli toglieranno il titolo di capitale, il nome e l'indipendenza da Brescia. Nelle successive dominazioni non verrà più restaurata una provincia, dipartimento o cantone simile alla Riviera, ma sarà sempre smembrata.

La rivera era governata da un consiglio della comunità composta da 36 consiglieri che entrano in carica metà a gennaio e metà a luglio. Ogni quadra mandava 6 consiglieri. Tra questi venivano eletti trimestralmente 6 deputati, uno per quadra, incaricati di governare effettivamente la patria. Tutti i consiglieri non potevano essere imparentati direttamente (padri, figli o fratelli) o indirettamente (cognati, suoceri, nuori) con altri in carica e neppure con il sindico speciale. Al termine del loro mandato non possono essere rieletti per almeno un anno. Alla prima riunione di gennaio e di luglio sono presenti sia i consiglieri uscenti che quelli entranti, per un totale di 56 consiglieri. Il sindico speciale deve essere laureato e deve presenziare tutti i consigli di comunità per poter contrastare tutte le parti (leggi) presentate dai deputati, non può votare.

Dal punto di vista giuridico-amministrativo la Comunità benacense già con gli statuti del 1476 fra i primi testi ad avere l'onore della stampa - appare composta da trentaquattro comuni raggruppati in sei quadre - Gargnano, Montagna, Maderno, Salò, Valtenesi e Campagna - ai quali se ne aggregarono altri otto. Tali unità rimasero invariate per il Sei e Settecento e le stesse Anagrafi assegneranno alla Riviera 42 comuni con 56 parrocchie". Il rappresentante di Venezia risiedette sempre a Salò, malgrado le reiterate istanze di Maderno (sino al 1377 capoluogo della comunità) che vi fosse almeno alternanza fra i due centri quale residenza del rettore veneto. Il quale si intitolava appunto provveditore di Salò e capitano della Riviera, amministrava la giustizia criminale (quella civile era di spettanza di un patrizio bresciano, con il titolo di podestà), aveva potere di convocare il consiglio generale della comunità, in cui però non aveva diritto di voto; nella sua cancelleria criminale il coadiutore originario era nominato dalla comunità, di cui era fiduciario. Il consiglio generale della comunità (presieduto dal sindaco, affiancato da sei deputati con compiti esecutivi e di controllo) si radunava dunque a Salò, che a pieno titolo può considerarsi la capitale di questa provincia autonoma di Terraferma. Capitale talora contestata, come risulta dalle unità inventariate in questa sottoserie, nella quale sono stati inclusi i pezzi relativi non solo ai rapporti del comune di Salò con la comunità di Riviera, ma altresi quelli concernenti rapporti con quadre e comuni della stessa, a meno che la materia di tali rapporti non fosse materia specifica di altre serie, come ad es. "Estimi" o "Gravezze e dazi".



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sabato 21 marzo 2015

PAESI INCANTATI : BELLAGIO

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Pochi posti sono più romantici del lago di Como e più belli di Bellagio. Conosciuto come “la Perla del Lago”, Bellagio offre alberghi e ristoranti di gran classe, eleganti e caratteristici; luoghi ideali dai quali ammirare incantevoli panorami.

Il vecchio Borgo, dove si susseguono antiche e suggestive abitazioni, è percorso da misteriosi vicoli e da caratteristiche scalinate acciottolate sulle quali si affacciano variopinti negozi con prodotti di ottima qualità.
Il territorio di Bellagio è molto vasto ed oltre alla zona costiera comprende aree collinari e montane. Nella parte montana si trova la frazione di Monte San Primo.

I primi abitatori del territorio bellagino dei quali la storia è in grado di ammettere l'esistenza furono gli Insubri, che avevano stabile dimora in una parte dell'attuale Lombardia, e quindi del Lago di Como, fino all'altezza del centro lago, dove confinavano con i Reti (riva occidentale del Lago di Como) e con gli Orobi (riva orientale).

Gli Insubri vissero liberi e indipendenti fino all'arrivo dei Galli, capitanati da Belloveso, i quali, intorno all'anno 600 a.C., disfatti gli Insubri, si installarono a Milano e a Como, e, occupate le rive del lago, crearono un presidio nel punto estremo della loro conquista, Bellagio (Bellasium, dal nome del loro comandante Belloveso).

I Galli divennero Gallo-Insubri; si fusero con gli abitanti primitivi e introdussero usi e costumi propri; si radicarono talmente da lasciare impronte anche nella toponomastica del territorio bellagino: Crux Galli (oggi Grosgalla), dalla parte di Lezzeno, e "il Gallo", piccola cappella lungo la vecchia strada di Limonta, che segna ancor oggi il confine tra i due comuni.

Nell'anno 196 a.C. al dominio del Gallo-Insubri subentra quello dei Romani, nella loro graduale espansione verso nord. I Romani, capitanati dal console Marco Claudio Marcello, disfatti i Gallo-Insubri in una violenta battaglia nei pressi di Camerlata, occupano Como e le rive del lago.

Da allora Bellagio diventò, oltre che presidio romano, anche un punto di passaggio e di svernamento degli eserciti romani che si recavano nella Rezia, attraverso il valico dello Spluga. La località di svernamento era ai piedi dell'odierna Villa Serbelloni, riparata dai venti del nord e dal clima mediterraneo.

Negli ultimi anni della Repubblica, ricevette in visita di ispezione Gaio Giulio Cesare, allora governatore della Gallia Cisalpina, il quale dai paesi del lago trasse soldati per le sue legioni, che condusse in seguito nella Gallia Transalpina. Giulio Cesare introdusse alcune migliaia di coloni greci, che si stabilirono in molti paesi del lago, compreso Bellagio, i nomi dei quali ricordano ancora la loro origine ellenica.

Con queste popolazioni sovrapposte l'una all'altra, Bellagio divenne un miscuglio di razze, che diventerà sempre più complesso nei secoli successivi. Aumentò anche la sua importanza strategica, perché, oltre che a luogo di svernamento, serviva come posto di riparo per le navi militari, specialmente nella località di Loppia, dove l'insenatura naturale si adattava sin da allora a riparare le navi. Attorno a Loppia sorse poi uno dei primi nuclei abitati da bellagini.
L'avvento dei Romani nel territorio lariano segna l'introduzione di molte colture mediterranee, tra cui l'olivo e l'alloro; proprio dal nome di quest'ultimo (laurus) deriva la denominazione latina del Lago di Como (Larius). Fra le altre specie vegetali introdotte, il castagno, già diffuso nel Sud Italia, il cipresso, così ben naturalizzato da ritenersi oggi spontaneo, e molti generi di piante erbacee domestiche.

Nei primi decenni dell'Impero, due grandi personaggi collegarono la loro fama al lago e a Bellagio: Virgilio e Plinio il Giovane. Virgilio, il grande poeta latino, visitò Bellagio, e ricordò il lago nel II libro delle Georgiche, al verso 155 ("o grandissimo Lario"). Plinio il Giovane, residente a Como per la maggior parte dell'anno, possedeva, fra le altre, anche una villa per il soggiorno estivo situata sulla sommità del colle di Bellagio, denominata Villa Tragoedia.

Da Bellagio passarono, nell'anno 9 d.C., le legioni romane, guidate da Quintilio Varo, che, attraverso il valico dello Spluga, dovevano recarsi in Germania contro Arminio (le legioni, composte anche da militi tratti dal presidio di Bellagio, vennero poi completamente disfatte nella battaglia della foresta di Teutoburgo).

Al tempo delle invasioni barbariche, Narsete, generale di Giustiniano, nel suo lungo peregrinare guerreggiando attraverso l'Italia, creò lungo il Lago di Como una linea fortificata per fronteggiare in special modo i Goti, comprendente anche la rocca di Bellagio, l'Isola Comacina, il castel Baradello.

Nonostante ciò, verso il 568 i Longobardi, guidati da Alboino, si riversarono nella Pianura Padana e si stabilirono in vari luoghi della Lombardia, nelle vallate alpine e lungo i laghi. Anche la rocca di Bellagio venne occupata.

Con l'arrivo in Italia dei Franchi di Carlo Magno, discesi in Piemonte, e quindi in Lombardia, attraverso le Alpi Cozie, e vittoriosi sui Longobardi con la battaglia di Pavia del 773, il territorio lombardo venne diviso in contee — dando con ciò inizio al Feudalesimo. Bellagio venne a trovarsi nella contea di Milano, sotto la sovranità dei re franchi.

Il nipote di Carlo Magno, Lotario, con suo diploma risalente all'anno 835, investì feudatari del territorio di Limonta e Civenna i monaci di Sant'Ambrogio di Milano (unitamente al territorio di Campione d'Italia). Gli abitanti di questi due paesi, che più tardi appartennero ecclesiasticamente alla pieve di Bellagio (San Giovanni), avevano l'obbligo di consegnare una parte dei loro prodotti (olio d'oliva, castagne…) ai monaci di Sant'Ambrogio — diritto conservato per diversi secoli.

Seguì poi la dominazione degli Ottoni di Germania. Durante l'impero di Enrico V, per la successione vescovile nella Diocesi di Como, si accese una lunga guerra tra Milano, fautrice del vescovo imposto dall'imperatore, e Como, che aveva già designato il vescovo in Guido Grimoldi, consacrato dal pontefice.

La guerra durò dieci anni (1117–1127), con una serie di piccole vittorie e disfatte, in terra e sul lago. Bellagio partecipò con la sua flotta (scorribiesse e ganzerre) come alleata di Milano, dell'Isola Comacina e di Gravedona. La guerra si concluse con la distruzione di Como e il suo assoggettamento a Milano — fatto da cui si risollevò soltanto dopo alcuni decenni.

Nel 1169, dopo la distruzione di Milano da parte di Federico Barbarossa (1162), Como assalì l'Isola Comacina, devastandola, e obbligando gli abitanti a rifugiarsi a Varenna e a Bellagio, rocche a quel tempo considerate inespugnabili.

Nel frattempo, si formava la Lega Lombarda, alla quale anche Bellagio partecipò come alleata di Milano — intervenendo anche nella Battaglia di Legnano (1176), contro Barbarossa e Como.

Nel 1440, durante la signoria dei Visconti, alcuni Cernobbiesi assalirono il carcere di Bellagio, dove erano reclusi dei prigionieri politici. Liberatili con la forza, questi presero la fuga sui monti di Bellagio, stabilendosi nella località che assunse il nome di Cernobbio, in ricordo del paese di origine dei loro liberatori.

Con la morte di Filippo Maria, la casata dei Visconti si estinse, e per breve tempo il territorio si trasformò nella Repubblica Ambrosiana (1447), istituzione che si resse fino al 1450, finché Milano non capitolò e Francesco Sforza divenne signore di Milano e della Lombardia.

Bellagio, il cui territorio (e specialmente la rocca) era stato occupato dalle truppe di Francesco Sforza nel 1449, durante la guerra per la successione allo stato di Milano, fu uno dei primi Comuni del lago che parteggiò e aderì alla nuova signoria degli Sforza.

Nel 1508 — durante il ducato di Ludovico il Moro (1479–1508) — il feudo di Bellagio, tolto alla signoria del vescovo di Como, fu assegnato al marchese Stanga ("Marchesino"), amico del Moro, che fu aiutato anche a costruire, verso la sommità del colle di Bellagio, una villa — che venne in seguito distrutta, durante un'incursione di Cavargnoni.

Lungo le rive del promontorio di Bellagio si trovano molte antiche dimore nobiliari, circondate ciascuna da parchi e giardini secolari.

Luchino Visconti gira a Bellagio una scena del suo Rocco e i suoi fratelli (1960) nella zona dell'attuale Lungolago Europa, tra l'imbarcadero e l'allora funzionante Hotel Grande Bretagne. Guardando proprio questo albergo, la protagonista della scena, Nadia, dice al suo amato:

« Come che cos'è, è un albergo. Ma un albergo al bacio, caro mio. Guarda si chiama Gran Bretagna: vedi, una volta ci venivano molti turisti inglesi a Bellagio, adesso non ci viene più nessuno. Sì, oggi c'è gente perché è il giorno di Pasqua, sennò... deve avere sulle cento, centocinquanta stanze. »
(Nadia, in Rocco e i suoi fratelli, di Luchino Visconti, Italia 1960)
Sempre sul lungolago viene girata nel 1984 una scena del film di Sergio Leone C'era una volta in America, la passeggiata di Robert De Niro (Noodles) con la sua amata Deborah.

Nel giardino e negli interni di Villa Melzi, oltre che in altre località del Lago di Como, furono girate numerose parti del film "Haunted Summer" (Stati Uniti, 1988, regia di Ivan Passer) tratto da un romanzo della scrittrice Anne Edward. Il racconto e il film sono ambientati nel 1816 in riva al lago di Ginevra, dove si riunisce una bella compagnia per discutere di letteratura e filosofia: George G. Byron con il suo segretario John Polidori, Percy B. Shelley con l'amante Mary Godwin, scrittrice, di lì a poco anche moglie e la sorellastra Claire. Ben presto la situazione degenera in un gioco di sesso, droga e elucubrazioni intellettuali. Per passare le serate si raccontano storie di paura e di orrore (come quella di "Frankenstein" e de "Il vampiro").

È ambientata invece nel giardino e al piano nobile di Villa Melzi la sequenza di Frankenstein oltre le frontiere del tempo ("Frankenstein Unbound", Stati Uniti, 1990, regia di Roger Corman) che rappresenta la dimora di Percy Bysshe Shelley e di sua moglie Mary Wollstonecraft (autrice del romanzo Frankenstein).

Bellagio è sede della Corale Bilacus, coro maschile, fondato nel 1963, che canta un repertorio popolare, religioso e alpino.

Il piatto tradizionale tipico di Bellagio è il tóch, una polenta cotta con burro e formaggio locale – consumato specialmente nelle occasioni di festa.

Sono numerose le personalità che sono legate a Bellagio e alla sua storia, per vari motivi: musicisti, pittori, architetti, politici, scultori, poeti, giornalisti, militari e sportivi che, alcuni vi sono nati, altri hanno solo vissuto e/o operato significativamente, altri ancora vi sono deceduti ma stabilendo comunque, un legame con il territorio.



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LE VILLE DI COMO : VILLA ERBA

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Villa Erba, a Cernobbio rappresenta una delle più importanti ville di lago italiane dell'Ottocento.

Inizialmente voluta dalla famiglia Peluso, che già possedeva la confinante Villa d'Este, passò poi a Luigi Erba, fratello ed erede di Carlo Erba, uno dei maggiori industriali farmaceutici dell'epoca, che fece costruire una villa che doveva rappresentare la manifestazione della ricchezza e dell'importanza della famiglia. La realizzazione fu affidata ai due architetti più in auge del momento: Angelo Savoldi e Giambattista Borsani.

In quegli anni gli Erba ospitarono spesso artisti nella villa dove si svolse una intensa vita culturale e mondana.

La villa fu poi ereditata dalla figlia Carla, che sposò a Cernobbio il duca Giuseppe Visconti di Modrone. Fu la dimora nei mesi estivi anche del noto regista Luchino Visconti, figlio, appunto di Carla. A villa Erba, ormai non più di sua proprietà, Luchino Visconti tornò negli ultimi anni e lì ultimò il montaggio del film Ludwig.

L'attuale villa sorge sui terreni dell'antico convento benedettino di Santa Maria Assunta che, secondo gli atti della visita pastorale del Vescovo di Como Feliciano Niguarda fra il 1589 e il 1593, ospitava 25 monache che vi avevano organizzato un educandato ed amministravano le proprietà agricole. Chiuso per disposizione dell'autorità austriaca nel 1784, il convento fu scorporato e rivenduto nel 1816 alla contessa Vittoria Peluso che lo trasformò in una sontuosa residenza aristocratica circondata da un vasto giardino all'inglese. Alla morte della contessa, la proprietà passò nella mani dei nipoti, una delle quali, Giuseppa Peluso, maritata Cima, rilevò le quote degli altri eredi e cedette l'intero complesso al marito, dal quale, per successione, passò al figlio Cesare.
Nel 1882 Anna Brivio e Luigi Erba, figlio di Carlo, fondatore dell'omonima casa farmaceutica milanese, rilevarono la proprietà e decisero di far costruire, fra il 1898 e il 1901, su progetto di Gian Battista Borsani e Angelo Savoldi. una nuova villa a lago, più ricca rispetto alla villa già esistente, a dimostrazione della potenza economica e della nobiltà della famiglia. Gli Erba dimorarono spesso a Cernobbio, ricevendo illustri ospiti, artisti e personalità del mondo politico e industriale. Convegni, concerti e feste vivacizzavano l'atmosfera della villa ai primi del secolo.
Alla morte dei genitori la proprietà passò alla figlia Carla, la quale sposò a Cernobbio il duca Giuseppe Visconti di Modrone. Nei mesi estivi la famiglia, accresciuta dalla nascita di sette figli - tra i quali il noto regista Luchino Visconti -, vi trascorreva una buona parte delle vacanze e, quando donna Carla ed il marito si separarono, i periodi di permanenza a Villa Erba si allungarono. "Villa Erba è una casa che noi amiamo molto - scriveva proprio Luchino Visconti -, una vera villa lombarda, tanto cara. Ci riuniremo tutti là, fratelli e sorelle e sarà come al tempo in cui eravamo bambini e vivevamo all'ombra di nostra madre". Donna Carla morì nel 1936.
Durante la guerra la villa fu requisita dal Commissariato alloggi del comando germanico. Al termine del conflitto, suddivisa tra i fratelli Visconti, tornò ad essere un luogo di svaghi dove la famiglia era solita organizzare feste e incontri mondani. Luchino, ammalatosi all'apice della sua carriera, vi trascorse un lungo periodo di riabilitazione e trascorse qui gli ultimi anni nella sua vita.
Nel 1986 gli eredi Visconti cedettero la villa ottocentesca con gran parte dei terreni ad un consorzio pubblico che l'acquistò con l'intento di realizzarvi il complesso espositivo congressuale attuale. I nuovi padiglioni espositivi sono stati progettati dall'architetto Mario Bellini e sono stati costruiti all'interno del parco nel corso degli anni successivi.

Negli ultimi anni, nei mesi primaverili, presso le aree della villa e quelle dell'adiacente Villa d'Este viene organizzato il Concorso d'eleganza Villa d'Este; un'importante rassegna espositiva internazionale in cui partecipano vetture d'epoca di tutto il mondo e innovativi concept automobilistici.

Il complesso, inserito in una vasta conca pianeggiante, si articola nella casa padronale, nell'abitazione di servizio e foresteria, e in un complesso di portinerie, oltre alla serra, alla darsena e alle scuderie. Gli spazi esterni non coperti adiacenti alla villa sono costellati di opere a carattere mitologico e storico dello scultore Mazzuchelli, come i due leoni posti ai lati dell'ingresso delle carrozze sul lato ovest, verso il giardino. Il vasto parco è impreziosito da alberi esotici.

La villa nella sua veste attuale, concepita secondo l'ispirazione di tipo manierista alessiano dagli architetti Borsani e Savoldi, ha un carattere sfarzoso e imponente ed è edificata in riva al lago, circondata da una vasta conca pianeggiante.
Si articola in un complesso di portinerie (quella nei pressi dell'imbarcadero di Cernobbio è a pianta quadrata e in pietra di Viggiù ed ha un carattere vagamente liberty), casa padronale, abitazione di servizio e foresteria, serra, darsena e scuderie. L'edificio centrale si sviluppa su pianta quadrata, con ampie scalinate digradanti verso il lago, portico di ingresso ed una torretta panoramica, tipica di questo periodo, che unisce la parte nobile all'ala di servizio, costruzione caratterizzata da una veste architettonica ben distinta dall'edificio principale. Ciascun locale dell'edificio a due piani, è riccamente decorato dalle opere di Angelo Lorenzoli, il quale ideò e coordinò, coadiuvato per gli affreschi da Ernesto Fontana, l'insieme dei fregi variopinti, gli stucchi, le dorature, le pavimentazioni in ceramiche colorate, i legni pregiati e l'inserimento nell'architettura di particolari soluzioni di arredo e il riutilizzo di opere d'arte antiche nell'allestimento di pareti e soffitti. Gli affreschi di carattere figurativo sono opera del pittore Ernesto Fontana. Di un certo interesse sono anche alcuni elementi di arredo, tra i quali la doppia serie di scanni di coro seicentesco in sala biblioteca e il prezioso rivestimento in "Cuoio di Cordova", finemente lavorato e sormontato da un fregio di coronamento a putti dipinti ad olio su tela (di origine settecentesca e proveniente da altra sede) che caratterizza il cosiddetto salottino giapponese o del the. Numerosi sono i dipinti inseriti nelle decorazioni di pareti e soffitti tra i quali i celeberrimi strappi della sala feste, attribuiti a Johann Christoph Storer, attivo in Lombardia nel 1600, e i decori di Angiolo D'Andrea, noto pittore della Bèlle Epoque milanese.I due grandi ritratti dei primi proprietari della villa, Luigi Erba e Anna Brivio, entrambi di Cesare Tallone, sono collocati alla base dello scalone che porta al primo piano, dove le sale, sebbene con toni più domestici e meno imponenti rispetto agli sfarzi del piano terra, hanno comunque raffinate decorazioni a parete, pavimenti e soffitti ospitano importanti dipinti come il tondo ad olio con Madonna settecentesca, inserito nella pannellatura della parete.
Gli spazi esterni non coperti, immediatamente adiacenti alla villa, sono costellati di opere a carattere mitologico e storico dello scultore Mazzuchelli, come i due leoni posti ai lati dell'ingresso delle carrozze sul lato ovest, verso il giardino.
Attualmente, le ampie sale al pian terreno sono disponibili per la realizzazione di galà, banchetti, concerti ed eventi esclusivi, mentre le sale al primo piano sono oggi in parte sede degli uffici della società che gestisce il centro fieristico e congressuale internazionale e in parte ospitano il percorso museale e multimediale dedicato a Luchino Visconti.
Il vasto parco che circonda l'edificio è frutto delle cure dei passati proprietari che vi si dedicarono appassionatamente impreziosendolo con alberi esotici.


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giovedì 19 marzo 2015

LA VALLE SERIANA

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La Val Seriana è la valle del fiume Serio, in provincia di Bergamo, nelle Alpi Orobie.

I primi insediamenti in Val Seriana risalgono al VII millennio a.C., quando l'uomo inizia a stanziarsi anche nelle zone di alta quota precedentemente inaccessibili a causa delle glaciazioni. Le presenze umane aumentano nel III millennio a.C. durante la cosiddetta età del rame quando l'uomo vive in grotte e ripari presenti ancora oggi sul territorio; ne sono esempio le grotte ad Aviatico il "Bus de la Scabla" e "Corna Altezza".

Con l'età del ferro le presenze si intensificano maggiormente nei territori di Castione della Presolana, Colzate, Gazzaniga, Clusone, Casnigo e Parre dove vengono creati veri e propri insediamenti. Proprio a questo periodo risale la dominazione Gallica che contribuisce alla modifica del territorio e introduce nuovi metodi di costruzione dei villaggi. Nel II secolo a.C. il nord Italia viene conquistato dai Romani che avviano il processo di romanizzazione dando al territorio bergamasco una ben definita configurazione giuridico-politica: il territorio viene suddiviso in pagi e vici e si verifica lo spostamento della maggior parte della popolazione dalle zone di alta montagna verso il fondovalle dove si sviluppano i primi centri romani di Albino, Nembro e Alzano Lombardo.

Con il sopraggiungere delle invasioni barbariche nella Valle si verificano distruzioni e razzie mentre la vita politica e sociale non viene modificata in quanto gli eserciti barbari non si stanziano nei territori bergamaschi e non li sottomettono. Nel 568 il nord Italia subisce l'invasione da parte dei Longobardi che occupano anche la Valle Seriana e fondano numerosi accampamenti militari e villaggi, mentre nel 774 il territorio diventa di dominio dei Franchi capeggiati da Carlo Magno, di questo periodo non restano comunque grandi testimonianze.

I primi documenti recanti i toponimi della Val Seriana risalgono a periodi compresi tra l'VIII ed il X secolo.

Durante l'età comunale, dalla fine dell'XI fino al XIII secolo, la Val Seriana conosce un periodo di grande splendore soprattutto dal punto di vista commerciale e politico; nascono nuove forme di vita culturale, religiosa ed artistica. Anche il paesaggio naturale subisce profonde modifiche a causa della diffusione dei dissodamenti delle colline lungo il fiume Serio e nelle valli laterali e si avvia una vera e propria "agrarizzazione" del territorio, ampliando la coltivazione di prodotti, quali il miglio, il frumento, la segale, fave e rape. Questa agrarizzazione del territorio, fu resa necessaria per soddisfare le richieste alimentari della popolazione in forte crescita.

Nacquero numerosi villaggi detti burgi (potestas comunis burgi de Nimbro et de Alzano, 1303), ma anche villaggi fortificati detti castra, (a Gandino, Cene ed Albino).

Un'ulteriore evoluzione, questa volta a livello sociale, si ebbe tra il XII ed il XIII secolo: documenti attestano la creazione e l'esistenza di numerosi statuti civili. Esempi in tal senso sono conservati a Vertova, Leffe, Gandino, Albino e Casnigo. Ma la vita del tempo era resa particolarmente turbolenta dai violenti scontri tra schieramenti ghibellini e guelfi. I primi, che appoggiavano l'imperatore del Sacro Romano Impero, avevano come riferimento le famiglie Suardi, Mozzi, Lanzi e, ad intermittenza, i Colleoni. I secondi invece, con capo le famiglie dei Rivola, dei Comenduni e dei Borghi, con posizioni filo-papali. Gli scontri fra queste fazioni si verificarono con un'intensità tale da avere pochi eguali nelle altre zone della regione intera. Le cronache infatti ricordano tragici eventi, accaduti nel 1315 e raccontati da Alberto Mussato, in cui persero la vita centinaia, forse migliaia, di persone. Si racconta che i guelfi assaltarono il paese di Nembro, perpetrando saccheggi ed efferati delitti. Di conseguenza i ghibellini andarono alla riscossa, provocando ulteriori carneficine. La guerra era pressoché continua, con attacchi e contrattacchi, agguati e rappresaglie, sconvolgendo tutto il territorio della valle. Nonostante questo, il commercio della zona crebbe, grazie soprattutto all'industria laniera: Albino, Gandino e Vertova, risultavano essere piazze importanti per il settore, anche grazie ad un prodotto denominato panno bergamasco, che, pur non essendo di grande qualità, era estremamente competitivo sul mercato di tutto il nord Italia. Oltre all'industria laniera si svilupparono altri arti e mestieri, in qualche modo ad essa legati: i fabbri (ferarius) per la costruzione e manutenzione di telai, gli arrotini (cortelarius), i calzolai (caligarius), i sarti (sartor), i tessitori (textor) e le ricamatrici (recamatrix).

Nel periodo visconteo la Val Seriana migliorò la propria economia, grazie ai provvedimenti presi dalla nuova signoria in favore dei commerci. Si ebbe anche un miglioramento della produzione di tessuti, tanto che questi vennero richiesti da esponenti della nobiltà e della politica. Nonostante questo l'economia ebbe gravi ripercussioni a causa del protrarsi degli scontri tra fazioni guelfe e ghibelline, ma anche a causa di una crisi generale che colpì, nel XIV secolo, gran parte dell'Europa, a causa di pestilenze e carestie. Numerose ondate di peste, concentrate nella seconda metà del secolo, provocarono perdite umane stimate attorno alle ventimila unità, come riportato dal Chronicon bergomense. Nel 1365 un editto visconteo concesse alla valle Seriana un'autonomia amministrativa e fiscale dalla città di Bergamo, fino ad allora mai posseduta. Queste parole sancirono gli accordi

Con il XV secolo si verifica la fine delle signorie, ed il territorio viene assoggettato alla repubblica di Venezia nel 1428.

L'arrivo della Serenissima portò alla valle notevoli cambiamenti. In primo luogo si verificò il disfacimento delle truppe ghibelline e la conseguente espulsione delle relative famiglie dalla provincia, che non volevano accettare la nuova dominazione. La Val Seriana, ormai considerata terra di San Marco, possedeva centri urbani in piena espansione economica e demografica: Gandino, Alzano, Nembro ed Albino ne sono un esempio. Un'espansione dovuta alla lungimirante politica attuata dai veneti in queste terre, dato che mantennero i privilegi fiscali che la zona possedeva, ma crearono un accentramento economico che faceva capo a Venezia stessa, garantendo un florido scambio di prodotti.

Le attività che risentirono positivamente della nuova rete commerciale furono l'attività manifatturiera, che esportava merci, uomini ed alta professionalità. Casi importanti erano i paesi di Leffe e Gandino, dove la produzione di coperte è tuttora importantissima.
Lo sviluppo di questo settore crebbe al punto da entrare in competizione con tessuti prodotti nella città più importanti d'Italia.

Nel XVII secolo però cominciò il declino per questa attività. Le cause furono la concorrenza straniera, la chiusura dei tradizionali mercati e l'avvento di nuove pestilenze. La peste, arrivata nel 1630, ebbe effetti devastanti sull'intera popolazione che in alcuni paesi venne addirittura dimezzata. Ma l'economia della valle poté risollevarsi grazie a nuove innovazioni, tra cui i filatoi. Questi permisero la nascita dell'industria della filatura della seta, che utilizzava l'acqua prelevata dal Serio, e soppiantò i lanifici.

Il volto della Val Seriana, dal termine della dominazione veneta, avvenuta nel 1797, all'avvento dell'industrializzazione fino ad arrivare ai giorni nostri, è cambiato radicalmente. Dall'inizio del XIX secolo la popolazione cominciò a crescere a dismisura, modificando di conseguenza l'aspetto dei borghi e dei paesi. Questo fu dovuto al miglioramento delle condizioni igieniche, sociali ed economiche della valle. Vi fu un incremento notevole dello sfruttamento minerario della zona, ricca di pietre coti (Pradalunga, Albino e Nembro), marmo (Cene, Albino e Gazzaniga), argilla e lignite (Leffe e Gandino), e mercurio (Val Gandino). Ma la “rivoluzione industriale” della valle avvenne grazie all'arrivo di investitori stranieri (in prevalenza svizzeri): Zopfi a Ranica, Widmer-Walty a Cene, Blumer a Nembro, Spoerry e Honegger ad Albino, che portarono l'intera valle a livelli d'eccellenza nel mondo del tessile.

Anche l'industria della produzione della carta ha avuto un ruolo importante, con le Cartiere Paolo Pigna Spa, sorte, nel 1856 ad Alzano, le cartiere Pesenti a Nembro e le cartiere Olivati.

Numerosi sorsero anche i cementifici ad Alzano, Albino e Nembro: l'unione di queste aziende portò alla costituzione delle Società Italiana dei Cementi, oggi chiamata Italcementi.

In una prima fase dell'industrializzazione la presenza della forza motrice tratta dal fiume Serio (caratterizzata da un pendenza continua) veniva utilizzata localmente, perché non era stato ancora trovato il modo di trasferire l'energia elettrica sulle grandi distanze. Questo favorì il sorgere di una attività industriale diffusa lungo l'asse del fiume.

Tutto questo fervore industriale portò l'esigenza di trasporti più veloci: il 21 aprile 1884 venne quindi inaugurata la ferrovia Bergamo-Albino; il 23 agosto la tratta Albino-Vertova ed il 23 marzo 1885 venne completata con l'ultimo pezzo Vertova–Ponte Selva. In poco più di quaranta minuti da Albino si poteva raggiungere Bergamo. Questa linea ferroviaria fu soppressa nel 1967, per favorire il trasporto su gomma.

Nel XX secolo, la valle subì cambiamenti sostanziali, a volte quasi traumatici. Alla crescita industriale del dopoguerra, si è infatti associata una crescita edilizia, a dir la verità alquanto disordinata, che ha portato i paesi ad unirsi tra loro, creando una “città lineare” che va da Bergamo ad Albino, facendo perdere l'anima rurale che era stata mantenuta nei secoli.

La Val Seriana può essere divisa in tre zone. La prima, più a nord, presenta i caratteri alpini; la zona intermedia è caratterizzata da estesi pianori; la parte finale si distingue per la presenza di un ampio territorio limitato da morbidi fianchi.

Le cittadine di Nembro, Albino e Alzano Lombardo sono i centri principali della bassa valle.

Dopo una quindicina di chilometri troviamo la Val Gandino, polo turistico, industriale e artistico da secoli. Menzione particolare merita Selvino che si trova sull'altopiano che separa le valli Seriana e Brembana.

Prima di giungere in Alta Val Seriana, sulla sinistra vi è la Val del Riso, sede in passato di miniere di zinco.

Dell'Alta Val Seriana nucleo principale è Clusone, che si trova a un'altitudine di 650 m sul livello del mare.

Altri paesi: Gromo, con il suo borgo medioevale; Valcanale, da dove partono molti dei sentieri per le Orobie; Valbondione che offre la possibilità di vedere le cascate del Serio, le seconde cascate più alte in Europa, con un tuffo di 315 m.

Infine abbiamo, tra gli altri, i paesi montani di Castione della Presolana e Onore.

La valle si può percorrere grazie alla strada provinciale che collega Bergamo e Valbondione (lunghezza: 55 km).

Tra le componenti più caratteristiche del paesaggio naturale si ritrovano le aree naturalistiche e faunistiche come la catena delle alpi Orobie, il pizzo della Presolana (confine naturale tra la Val Seriana e la Valle di Scalve), il pizzo Formico che troneggia sulla cittadina di Clusone e la Val Vertova.

Ad arricchire il già articolato paesaggio naturale, vi sono elementi storico-culturali di grande interesse come sentieri di montagna e mulattiere, sedimi di ex ferrovie locali, ville e residenze nobiliari, miniere e cave, centrali elettriche e santuari religiosi isolati.

Tra i centri storico-artistici più noti vanno certamente citati Clusone, per i suoi antichi e prestigiosi affreschi, Ardesio, Gromo, Vertova e Oneta.

Precedentemente l'economia della valle si basava sull'agricoltura. Le colture più diffuse erano quelle del castagno (eccettuata l'Alta Valle), del granturco e della patata (soprattutto a Selvino e Rovetta). Era importante anche l'allevamento di bovini, caprini e ovini. Dopo la Seconda Guerra Mondiale l'agricoltura si ridimensionò lasciando spazio all'industria. Le principali attività manifatturiere della valle hanno storicamente gravitato attorno al comparto dell'industria tessile, meccanotessile e della chimica delle fibre tessili; anche la valle è stata soggetta ad un ridimensionamento delle proprie attività industriali durante gli anni ottanta.

In Val Seriana si possono effettuare numerosi itinerari tematici sia culturali che artistici. Uno dei più importanti è il percorso dedicato ai Santuari Mariani, e non solo, che ogni anno attira migliaia di fedeli. Ciò che lega la maggior parte di questi santuari è il fatto che in ognuno dei paesi nei quali sorgono è apparsa la Madonna e questo evento è spesso legato ad una leggenda che è stata tramandata di generazione in generazione.

Altro aspetto che lega la storia di questi santuari è la presenza di opere di Andrea Fantoni e di alcuni tra i maggiori artisti nella zona.

Altri interessanti itinerari che in questi ultimi anni sono stati istituiti sono:

La zona delle miniere in località Riso di Gorno e Gorno, dove si possono visitare le vecchie miniere ristrutturate.
Il Museo dei Magli ad acqua a Ponte Nossa con visite guidate e dimostrazioni, frequentate soprattutto dalle scolaresche. Vicino ai Magli, sgorga la Sorgente Nossana che con la sua portata di acqua di ottima qualità, serve i bacini idrici della zona e della città di Bergamo, nonché alcune zone di pianura.
Monumenti degni di interesse a Clusone sono i seguenti:

l'orologio planetario dei Fanzago
il complesso della Danza Macabra e dell'oratorio dei Disciplini
la basilica di Santa Maria Assunta.


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martedì 17 marzo 2015

L' OMICIDIO DI BEATRICE DI TENDA

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Beatrice Cane, detta Beatrice di Tenda (Casale Monferrato, 1372 – Binasco, 13 settembre 1418), erroneamente indicata quale figlia del conte di Tenda Pietro Lascaris e di donna Poligena, era in realtà figlia del condottiero Ruggero Cane, lontano parente di Facino Cane.
Seppe anche rivestire il ruolo di pacata consigliera durante la lotta di Cane per la conquista del potere sul ducato di Milano.

Dopo essere rimasta vedova, nel 1412, si risposò con il duca di Milano Filippo Maria Visconti, portando in dote quattromila ducati d'oro e alcuni importanti territori piemontesi.

Il matrimonio era stato imposto da Cane, che, lasciando il proprio patrimonio al Visconti, aveva posto come condizione che questi ne sposasse la vedova.

Nel 1418, probabilmente allo scopo di sottrarle gli ingenti beni, fu accusata dal marito di adulterio con un domestico, tale Michele Orombelli. Dopo aver confessato sotto tortura venne condannata a morte e decapitata nel castello di Binasco, insieme al suo presunto amante, il 13 settembre 1418. Il piano fu ordito, secondo alcuni, con la complicità della nobildonna Agnese del Maino, dama di compagnia di Beatrice e amante del marito Filippo.
Sembra inoltre che il marito non sopportasse Beatrice a causa del carattere forte ed invasivo della donna, che trattava il duca quasi alla stregua di un precettore.

Secondo la tradizione popolare Beatrice non si era resa responsabile di alcun tradimento, ma questo non impedì a Filippo di essere salutato con grande cortesia dal papa Martino V - allora suo alleato nell'interesse reciproco di espandere i propri domini nell'Italia centrosettentrionale - quando il pontefice passò da Milano quell'anno stesso.

Alla sua vita si ispira il melodramma di Vincenzo Bellini del 1833 Beatrice di Tenda, tratto a sua volta dal libro omonimo del 1825 di Carlo Tedaldi Fores.

« Quando suo marito Facino Cane morì, Filippo Maria Visconti, che era 20 anni più giovane di lei, la sposò per impadronirsi delle ricchezze dei Cane. Ben presto però fu pretestuosamente accusata ingiustamente di adulterio e decapitata, assieme al presunto amante. Questa drammatica vicenda venne portata in musica da Vincenzo Bellini »
(Piero Cocconi)
Il 13 giugno 1869 il comune di Binasco ha dedicato questa lapide monumentale in memoria di Beatrice di Tenda nel proprio Castello:

CON TURPE SCONOSCENZA
RICAMBIANDO
LA ILLIBATA FEDE L'ASSECURATO TRONO
FILIPPO MARIA VISCONTI
SPEGNEVA NELLA NOTTE DEL 13 SETTEMBRE 1418
IN QUESTE MURA
L'ONORANDA CONSORTE BEATRICE DI TENDA
L'ORRORE DEL FATTO
FECONDI E RITEMPRI NE' FIGLI D'ITALIA
GLI AFFETTI PIÙ PURI I DOVERI PIÙ SACRI
AUSPICE IL MUNICIPIO
ALCUNI OBLATORI POSERO
IL 13 GIUGNO 1869
Lo Storico del Comune Damiano Muoni

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martedì 10 marzo 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA NASCENTE - ABBIATEGRASSO -

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La pieve di Santa Maria Nuova di Abbiategrasso (plebis sanctae mariae novae abbiatensis) era il nome di un'antica pieve dell'arcidiocesi di Milano con capoluogo Abbiategrasso. Oggi il suo territorio ricade sotto il decanato di Abbiategrasso e comprende 5 parrocchie.

Il santo patrono è la Madonna, alla quale è dedicata la chiesa prepositurale di Abbiategrasso.

l più importante edificio religioso della città di Abbiategrasso venne edificato per volontà della Confraternita di Santa Maria della Misericordia a partire dal 1365 e nell’arco di soli cinque anni la stessa congregazione laicale poteva già riunirsi al suo interno.
Tale Confraternita, fondata nel 1317, prestava il proprio servizio aiutando gli indigenti e procurando una dote alla fanciulle povere; per la solerzia con cui operava, sia l’Arcivescovo di Milano, sia la Signoria concessero alla Confraternita dei privilegi, e molti abbiatensi donarono beni ed elargirono offerte alla stessa.
La Confraternita, nel 1365, ottenne dall’Arcivescovo il permesso di costruire, sulla piazza di Porta Nuova, una chiesa da dedicare alla Beata Vergine Maria della Misericordia.
Nel 1388, a seguito della nascita nel Castello di Abbiategrasso di Gian Maria Visconti, primogenito di Gian Galeazzo e Caterina Visconti, venne cambiata la dedicazione della chiesa a Santa Maria Nascente.
La chiesa fu eretta in stile gotico-lombardo con facciata monocuspidale di mattoni a vista terminante con una cornice di mattoni lavorati ed archetti acuti, con un unico portale sormontato da un rosone centrale a cui si affiancavano due oculi laterali; sopra la cornice si elevavano cinque pinnacoli in cotto terminati con una croce in ferro.
L’interno a tre navate si presentava con colonne in mattoni che sorreggevano archi acuti e copertura a carpiate a vista. Le navate terminavano con il presbiterio e due cappelle di cui quella di destra dedicata a Sant’Antonio e quella di sinistra dedicata a Santa Caterina.
Con la chiesa venne realizzato anche il campanile.
Dopo che la chiesa fu terminata, alcuni nobili e Confraternite chiesero il permesso di avere altari privilegiati per far celebrare le S.Messe; nel secolo successivo si formarono così sul lato sinistro le cappelle mentre sul lato destro si costruirono degli altari addossati alla parete

Originariamente la struttura era molto diversa dalle fattezze rinascimentali odierne. Lo stile della chiesa infatti era quello allora maggiormente diffuso in questa zona: il gotico lombardo. La facciata era a capanna, in mattoni a vista, decorata con archetti pensili tipici della tradizione lombarda e visibili ancora oggi. La basilica aveva un unico portale centrale e due oculi laterali, sostituiti nel XV sec. da due finestre che ancora si intravedono dietro il pronao, una architravata, l'altra archiacuta. Il pronao stesso e il quadriportico non esistevano ancora.

Nel '400 la confraternita decide di acquistare il caseggiato di fronte alla basilica per avere a disposizione uno spazio per il cimitero. Le case acquistate vengono quindi abbattute e in quel momento è aggiunto il quadriportico rinascimentale che possiamo ammirare oggi. Il perimetro irregolare del quadriportico testimonia già l'esistenza delle vie adiacenti.

Nel sagrato veniva data sepoltura ai cittadini, sotto i portici venivano sepolti i borghesi mentre i nobili riposavano all'interno della chiesa, ragione per la quale vengono aggiunte, sempre in questo periodo, le cappelle laterali sulla sinistra, mentre a destra, non essendoci spazio laterale sufficiente a causa della via adiacente, gli altari delle cappelle vengono addossati alle pareti.

I tondi in cotto del quadriportico sono ornati con busti di santi e profeti, fra questi solo quattro sono originali, gli altri sono distrutti durante lo stanziamento delle truppe napoleoniche, a fine '700, che utilizzano i busti per esercitazioni militari. Questi sono stati sostituiti con copie in cemento dipinto.

Alla fine del 1500 viene costruito il trionfale pronao che vediamo davanti alla facciata. Lo scopo di questo elemento architettonico era quello di proteggere dalle intemperie l'affresco dellaMadonna con il Bambino (databile al ‘400 e attribuito ai fratelli Zavattari) ritenuto miracoloso. La data incisa su una colonna alla sinistra dell'entrata, 1497, unitamente allo stile del quadriportico e del pronao, fa ipotizzare per molto tempo l'intervento diretto del Bramante, proprio in quegli anni attivo alla corte del Moro tra Milano e Vigevano.

Recentemente uno storico locale ha però rinvenuto la documentazione relativa alla costruzione del pronao che dà per conclusa l'opera nel 1595 a cura dell'architetto Tolomeo Rinaldi, il quale lo costruisce probabilmente sui resti di un antico vestibolo di forma ignota. La data del 1497 è dunque riferibile all'ultimazione del quadriportico e non alla costruzione del pronao, eretto cento anni dopo.

Infine un ultimo accenno sul nome della basilica. Gli abbiatensi la chiamano Santa Maria nuovaper distinguerla da Santa Maria vecchia, la chiesa, oggi sconsacrata, del borgo antico in via Santa Maria. Originariamente era intitolata a Santa Maria della Misericordia, dal nome dell'omonima confraternita. Nel 1388 nel castello di Abbiategrasso nasce Giovanni Maria, figlio del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti. Una leggenda narra che in quel tempo le madri milanesi avessero difficoltà a concepire figli maschi e, a quei tempi, gli eredi erano attesi con ansia per avere la certezza della trasmissione del patrimonio di famiglia.

Forse Gian Galeazzo fece un voto alla Madonna chiedendole di esaudirgli questo desiderio tant'è che quando il maschietto venne alla luce, come ringraziamento, decise di cambiare la titolazione della chiesa più importante del suo ducato, il Duomo di Milano, da Basilica di Santa Maria Maggiore a Basilica Maggiore di Santa Maria Nascente. Allo stesso modo la chiesa del borgo dove nacque il figlio divenne Basilica Minore di Santa Maria Nascente. In seguito sia la famiglia Visconti che i loro successori Sforza tennero viva la devozione alla Madonna dando sempre il secondo nome Maria ai loro figli.


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