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venerdì 22 aprile 2016

LA GIORNATA DELLA TERRA

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La Giornata della Terra è oggi, ogni 22 aprile, ed è legata strettamente a una biologa Rachel Carson, la donna a cui il governo degli Stati Uniti chiese a cavallo tra negli Anni 50 un rapporto sullo stato di salute delle coste, e che lanciò per prima l’allarme sull’inquinamento da pesticidi. Nel 1962 uscì il suo “Primavera Silenziosa”, un libro atto di accusa e rapporto su come l’agricoltura intensiva e l’uso della chimica stavano uccidendo il mare e l’ambiente. Il libro fu venduto in milioni di copie e fu il manifesto degli ambientalisti americani che decisero poi nel 1970 di sancire il 22 aprile come Giornata della Terra, l’idea fu del senatore democratico del Wisconsin, Gaylord Nelson, dopo aver visto i grandi movimenti anti guerra nel Vietnam decise che era la stessa strada da seguire per il movimento ambientalista: una grande manifestazione nazionale. Ma a convincerlo fu un fatto di cronaca, un disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di petrolio da un pozzo della Union Oil.

Tutti, a prescindere dall'etnia, dal sesso, da quanto guadagnino o in che parte del mondo vivano, hanno il diritto etico a un ambiente sano, equilibrato e sostenibile. La Giornata della Terra si basa saldamente su questo principio. Il 22 aprile del 1970, 20 milioni di cittadini americani, rispondendo a un appello del senatore democratico Gaylord Nelson, si mobilitarono in una storica manifestazione a difesa del nostro pianeta. Oggi, su questo principio quanto mai d'attualità ci si mobiliterà ancora, in 175 paesi del mondo.

Giornata della Terra 2009 ha segnato l'inizio di una grande campagna di sensibilizzazione denominata dagli organizzatori “Green Generation Campaign” i cui punti principali sono la ricerca di un futuro basato sulle energie rinnovabili, che ponga fine alla nostra comune dipendenza dai combustibili fossili, incluso il carbone. Un impegno personale a un consumo responsabile e sostenibile. La creazione di una “economia verde” che tolga la gente dalla povertà con la creazione di milioni di “posti di lavoro verdi” e trasformi anche il sistema educativo globale in un sistema educativo “verde”.

Il 22 aprile 2009, giorno della ricorrenza, è l'occasione per migliaia di eventi organizzati in scuole, comunità, villaggi e città in tutto il mondo. In Italia, per il terzo anno consecutivo, a promuovere la manifestazione sarà Nat Geo Music, il canale musicale di National Geographic.

A Roma, in serata, ci fu un grande concerto a Piazza del Popolo, con Ben Harper e altri artisti internazionali e italiani. Nelle sale cinematografiche anteprima del film Earth - La nostra Terra prodotto da DisneyNature, un inno alla Terra e alla sua bellezza.

Il 22 aprile 2010 a Roma si tenne un concerto al Circo Massimo a cui presero parte Pino Daniele e i Morcheeba.

Dopo la campagna del 2010 per il 40º anniversario della Giornata Mondiale della Terra l'edizione del 2011 sarà organizzata attorno alle “Billion Acts of Green” (Miliardo di azioni verdi). Le “Billion Acts of Green” sono impegni di singoli cittadini, associazioni, aziende, Enti e Governi che puntano a migliorare la vita in maniera sostenibile. L'obiettivo è di far registrare un miliardo di azioni prima del Summit della Terra che si terrà dal 14 al 16 maggio 2012 a Rio de Janeiro in Brasile per sensibilizzare i Governi che parteciperanno a questo fondamentale appuntamento. In Italia è stata avviata una campagna similare chiamata “Azioni del Buon Senso“. Chiunque può registrare la propria azione direttamente dal sito della Giornata Mondiale della Terra prendendo un impegno concreto che permetta di migliorare l'ambiente. Tutte le azioni registrate saranno inviate all'EDN e contribuiranno ad incrementare le “Billion Acts of Green”.

Il 20 aprile 2011 a Roma il concerto si è tenuto a villa Borghese con ospiti del calibro di Patty Smith e Carmen Consoli.

Il 22 aprile 2012 il concerto si è tenuto al Palapartenope di Napoli, al quale hanno partecipato Anggun, Enrico Ruggeri, Mario Riso, i Sud Sound System, Pino Scotto ed altri artisti del progetto Rezophonic; è stato presentato da Serena Dandini. L'obiettivo per la Giornata Mondiale della Terra 2012 era "Mobilitare il Pianeta", ovvero una mobilitazione locale di tutti coloro che intendevano aiutare il pianeta. Centinaia le iniziative locali che hanno provveduto alla partecipazione di migliaia di cittadini italiani.

Durante la Giornata della Terra di oggi nella sede delle Nazioni Unite a New York si svolgerà una cerimonia che darà inizio alla firma del nuovo accordo globale sul clima approvato nell’ultima COP 21 della Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico a Parigi: i rappresentanti dei Paesi dovrebbero anche annunciare i propri programmi per una rapida ratifica e iniziative nuove e più incisive per mantenere il riscaldamento al di sotto di 1,5°C. L’evento avviene con una coincidenza: il 2015 è stato confermato l’anno più caldo mai registrato e i primi tre mesi del 2016 sono stati caratterizzati da temperature record. Saranno presenti oltre 165 leader del mondo all’Onu per la cerimonia di firma dell’accordo raggiunto a Parigi lo scorso 12 dicembre, compreso il premier italiano Matteo Renzi. È un record assoluto per il numero dei Paesi che siglano nella stessa giornata un’intesa internazionale. Non accadeva dal 1982 quando 119 stati firmarono la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare. L’evento coincide, e non a caso, con la Giornata mondiale della Terra. Per il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, l’accordo Parigi, insieme all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, «ha il potere di trasformare in mondo». L’intesa dovrà essere ratificata dei singoli stati ed entrerà in vigore 30 giorni dopo che almeno 55 Paesi che rappresentano il 55% delle emissioni globali di gas serra avranno depositato la ratifica all’Onu.
 
Come accade ogni anno le principali associazioni a tutela dell’Ambiente organizzano eventi e manifestazioni in tutto il mondo, dal Wwf alla Legambiente, tutte propongono celebrazioni e rapporti sulla salute del Pianeta, quasi sempre con dati e percentuali da brivido, tra le temperature sempre in salita e la deforestazione che non si ferma. L’attenzione quest’anno è puntata anche sugli sprechi alimentari, si produce troppo cibo che poi finisce nelle discariche, la produzione implica consumo di energia che così diventa un consumo inutile e dannoso. Nei Paesi industrializzati la maggior parte delle perdite avviene nelle fasi di vendita e consumo, in quelli in via di sviluppo si verifica dopo la raccolta o durante la lavorazione. Ma il risultato alla fine non cambia, perché sia le economie mature che quelle in crescita dissipano all’incirca la stessa quantità di prodotti alimentari, rispettivamente 670 e 630 milioni di tonnellate. È quanto sottolinea, alla vigilia della Giornata Mondiale della Terra, la Fondazione Barilla Center for Food&Nutrition (Bcfn), think tank. La sfida è contrastare le perdite nella fase di produzione agricola, ossia dopo la raccolta nei campi e nella trasformazione degli alimenti. Lo spreco di cibo da parte dei consumatori è in media tra i 95 e i 115 kg pro capite all’anno in Europa e nel Nord America , mentre i consumatori di Africa sub-sahariana, sud e sud-est asiatico, ne buttano via circa 6-11 kg all’anno. Diversa la situazione nei Paesi in via di sviluppo, dove il 40% delle perdite avviene dopo la raccolta o durante la lavorazione, mentre in quelli industrializzati più del 40% degli sprechi si verifica nelle fasi di vendita al dettaglio e consumo finale. «Un terzo del cibo viene buttato l’Italia è in prima fila nella battaglia agli sprechi. Nel nostro Paese recuperiamo ogni anno 550mila tonnellate di cibo che viene distribuito a milioni di persone in difficoltà, ma possiamo e dobbiamo fare di più, arrivando entro il 2016 a 1 milione di tonnellate, con il nostro piano SprecoZero, insieme al Ministero dell’economia, siamo intervenuti per rendere più conveniente per le imprese donare che sprecare» lo ha detto il ministro alle politiche agricole Maurizio Martina


Quest’anno i satelliti Sentinel del sistema europeo Copernicus ci regalano anche le immagini della Terra, immagini magnifiche che dovrebbero convincere tutti ad avere più rispetto per la Terra. Il blu degli oceani, l’ocra dei deserti, il verde dei campi coltivati: ci sono tutte le sfumature dei colori, nei ritratti del Pianeta che i satelliti portano in dono per l’Earth Day. Le nuove immagini, che riguardano deserti, acqua, ghiacci e atmosfera terrestre, vanno ad arricchire la mostra «Il mio Pianeta dallo Spazio - Fragilità e Bellezza», ospitata al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano. Il progetto promosso e organizzato dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa) in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e la Commissione Europea, guida il visitatore nei luoghi più belli e remoti della Terra. Immagini di rara bellezza invitano a riflettere sulla fragilità del nostro Pianeta, minacciato dal cambiamento climatico a livello globale, e su come i satelliti possano contribuire a gestirne gli effetti. Il loro occhio dallo spazio cattura ogni giorno ghiacciai che si sciolgono, oceani che si innalzano, foreste pluviali minacciate dalla deforestazione, terre coltivate che si inaridiscono e megalopoli che crescono in modo incontrollato.
Due promesse per il Pianeta segnano la 46esima edizione della Giornata della Terra: la prima è l'annuncio dell'imminente ratifica, in questo appuntamento simbolico, dell'accordo raggiunto alla Conferenza sul clima di Parigi, la COP21; la seconda è l'impegno, lanciato nella campagna dell'Earth Day 2016, di riempire la Terra con tanti alberi quanti sono i suoi abitanti. Iniziamo dagli alberi.

Trees for the Earth ("alberi per la Terra") è lo slogan scelto quest'anno per lo storico appuntamento dedicato alla salvaguardia del pianeta. L'impegno e l'invito è quello di piantare 7,8 miliardi di alberi da qui al 2020, anno in cui ricorrerà la 50esima edizione dell'Earth Day e in cui dovrebbe entrare in vigore il l'accordo raggiunto a Parigi lo scorso dicembre. Le piante rappresentano un impegno, simbolico e non solo, a limitare le emissioni dannose, ma anche una fonte di aria pulita e sostentamento per le comunità locali.
Dopo la Conferenza di Parigi, i 196 Paesi del mondo che partecipano alla Convenzione Onu per i cambiamenti climatici (UNFCCC) devono formalizzare gli accordi. Il Segretario Generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha voluto far coincidere l'evento con l'International Mother Earth Day (Giornata internazionale della Madre Terra), e alla cerimonia parteciperanno anche rappresentanti della società civile e del settore privato, per discutere impegni economici e strategie per interventi mirati sulle questioni ambientali.
Perché gli accordi abbiano valore legale, però, devono essere sottoscritti da almeno 55 Paesi che, nell'insieme, siano responsabili per almeno il 55 per cento delle emissioni globali. Gli accordi iniziano ad avere valore 30 giorni dopo la firma della 55esima nazione, sempre che sia soddisfatta la condizione del volume globale delle emissioni.
A tutt'oggi circa 155 Paesi hanno confermato l'adesione, ma pur con i volonterosi proclami delle nazioni che hanno partecipato, il processo, simile a quello del Protocollo di Kyoto, potrebbe richiedere molto tempo. Perché nonostante la presenza e la disponibilità di tanti Paesi firmatari, il volume minimo necessario richiesto - ossia quel 55% delle emissioni - è ancora lontano. Mancano infatti i grandi emettitori, come la Cina e gli Stati Uniti, e anche l'Unione Europea. I primi due hanno promesso di firmare entro l'anno (il presidente uscente degli Stati Uniti, Obama, ha interesse a firmare per obbligare il prossimo presidente a rispettare gli accordi). Per quanto riguarda l'Unione Europea, è necessario che i suoi 28 membri raggiungano innanzi tutto un'intesa globale: ma l'adesione rapida della UE è messa in discussione dagli interessi contrastanti degli Stati membri (in particolare quelli dell'Est, ma in parte anche dalla Gran Bretagna) e anche da governi che non si sono mai impegnati troppo in materia ambientale.
Dunque molti firmeranno oggi, per onorare la "Madre Terra".
Ma non sarà sufficiente.



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sabato 13 giugno 2015

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sabato 21 marzo 2015

LE VILLE DI COMO : VILLA ERBA

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Villa Erba, a Cernobbio rappresenta una delle più importanti ville di lago italiane dell'Ottocento.

Inizialmente voluta dalla famiglia Peluso, che già possedeva la confinante Villa d'Este, passò poi a Luigi Erba, fratello ed erede di Carlo Erba, uno dei maggiori industriali farmaceutici dell'epoca, che fece costruire una villa che doveva rappresentare la manifestazione della ricchezza e dell'importanza della famiglia. La realizzazione fu affidata ai due architetti più in auge del momento: Angelo Savoldi e Giambattista Borsani.

In quegli anni gli Erba ospitarono spesso artisti nella villa dove si svolse una intensa vita culturale e mondana.

La villa fu poi ereditata dalla figlia Carla, che sposò a Cernobbio il duca Giuseppe Visconti di Modrone. Fu la dimora nei mesi estivi anche del noto regista Luchino Visconti, figlio, appunto di Carla. A villa Erba, ormai non più di sua proprietà, Luchino Visconti tornò negli ultimi anni e lì ultimò il montaggio del film Ludwig.

L'attuale villa sorge sui terreni dell'antico convento benedettino di Santa Maria Assunta che, secondo gli atti della visita pastorale del Vescovo di Como Feliciano Niguarda fra il 1589 e il 1593, ospitava 25 monache che vi avevano organizzato un educandato ed amministravano le proprietà agricole. Chiuso per disposizione dell'autorità austriaca nel 1784, il convento fu scorporato e rivenduto nel 1816 alla contessa Vittoria Peluso che lo trasformò in una sontuosa residenza aristocratica circondata da un vasto giardino all'inglese. Alla morte della contessa, la proprietà passò nella mani dei nipoti, una delle quali, Giuseppa Peluso, maritata Cima, rilevò le quote degli altri eredi e cedette l'intero complesso al marito, dal quale, per successione, passò al figlio Cesare.
Nel 1882 Anna Brivio e Luigi Erba, figlio di Carlo, fondatore dell'omonima casa farmaceutica milanese, rilevarono la proprietà e decisero di far costruire, fra il 1898 e il 1901, su progetto di Gian Battista Borsani e Angelo Savoldi. una nuova villa a lago, più ricca rispetto alla villa già esistente, a dimostrazione della potenza economica e della nobiltà della famiglia. Gli Erba dimorarono spesso a Cernobbio, ricevendo illustri ospiti, artisti e personalità del mondo politico e industriale. Convegni, concerti e feste vivacizzavano l'atmosfera della villa ai primi del secolo.
Alla morte dei genitori la proprietà passò alla figlia Carla, la quale sposò a Cernobbio il duca Giuseppe Visconti di Modrone. Nei mesi estivi la famiglia, accresciuta dalla nascita di sette figli - tra i quali il noto regista Luchino Visconti -, vi trascorreva una buona parte delle vacanze e, quando donna Carla ed il marito si separarono, i periodi di permanenza a Villa Erba si allungarono. "Villa Erba è una casa che noi amiamo molto - scriveva proprio Luchino Visconti -, una vera villa lombarda, tanto cara. Ci riuniremo tutti là, fratelli e sorelle e sarà come al tempo in cui eravamo bambini e vivevamo all'ombra di nostra madre". Donna Carla morì nel 1936.
Durante la guerra la villa fu requisita dal Commissariato alloggi del comando germanico. Al termine del conflitto, suddivisa tra i fratelli Visconti, tornò ad essere un luogo di svaghi dove la famiglia era solita organizzare feste e incontri mondani. Luchino, ammalatosi all'apice della sua carriera, vi trascorse un lungo periodo di riabilitazione e trascorse qui gli ultimi anni nella sua vita.
Nel 1986 gli eredi Visconti cedettero la villa ottocentesca con gran parte dei terreni ad un consorzio pubblico che l'acquistò con l'intento di realizzarvi il complesso espositivo congressuale attuale. I nuovi padiglioni espositivi sono stati progettati dall'architetto Mario Bellini e sono stati costruiti all'interno del parco nel corso degli anni successivi.

Negli ultimi anni, nei mesi primaverili, presso le aree della villa e quelle dell'adiacente Villa d'Este viene organizzato il Concorso d'eleganza Villa d'Este; un'importante rassegna espositiva internazionale in cui partecipano vetture d'epoca di tutto il mondo e innovativi concept automobilistici.

Il complesso, inserito in una vasta conca pianeggiante, si articola nella casa padronale, nell'abitazione di servizio e foresteria, e in un complesso di portinerie, oltre alla serra, alla darsena e alle scuderie. Gli spazi esterni non coperti adiacenti alla villa sono costellati di opere a carattere mitologico e storico dello scultore Mazzuchelli, come i due leoni posti ai lati dell'ingresso delle carrozze sul lato ovest, verso il giardino. Il vasto parco è impreziosito da alberi esotici.

La villa nella sua veste attuale, concepita secondo l'ispirazione di tipo manierista alessiano dagli architetti Borsani e Savoldi, ha un carattere sfarzoso e imponente ed è edificata in riva al lago, circondata da una vasta conca pianeggiante.
Si articola in un complesso di portinerie (quella nei pressi dell'imbarcadero di Cernobbio è a pianta quadrata e in pietra di Viggiù ed ha un carattere vagamente liberty), casa padronale, abitazione di servizio e foresteria, serra, darsena e scuderie. L'edificio centrale si sviluppa su pianta quadrata, con ampie scalinate digradanti verso il lago, portico di ingresso ed una torretta panoramica, tipica di questo periodo, che unisce la parte nobile all'ala di servizio, costruzione caratterizzata da una veste architettonica ben distinta dall'edificio principale. Ciascun locale dell'edificio a due piani, è riccamente decorato dalle opere di Angelo Lorenzoli, il quale ideò e coordinò, coadiuvato per gli affreschi da Ernesto Fontana, l'insieme dei fregi variopinti, gli stucchi, le dorature, le pavimentazioni in ceramiche colorate, i legni pregiati e l'inserimento nell'architettura di particolari soluzioni di arredo e il riutilizzo di opere d'arte antiche nell'allestimento di pareti e soffitti. Gli affreschi di carattere figurativo sono opera del pittore Ernesto Fontana. Di un certo interesse sono anche alcuni elementi di arredo, tra i quali la doppia serie di scanni di coro seicentesco in sala biblioteca e il prezioso rivestimento in "Cuoio di Cordova", finemente lavorato e sormontato da un fregio di coronamento a putti dipinti ad olio su tela (di origine settecentesca e proveniente da altra sede) che caratterizza il cosiddetto salottino giapponese o del the. Numerosi sono i dipinti inseriti nelle decorazioni di pareti e soffitti tra i quali i celeberrimi strappi della sala feste, attribuiti a Johann Christoph Storer, attivo in Lombardia nel 1600, e i decori di Angiolo D'Andrea, noto pittore della Bèlle Epoque milanese.I due grandi ritratti dei primi proprietari della villa, Luigi Erba e Anna Brivio, entrambi di Cesare Tallone, sono collocati alla base dello scalone che porta al primo piano, dove le sale, sebbene con toni più domestici e meno imponenti rispetto agli sfarzi del piano terra, hanno comunque raffinate decorazioni a parete, pavimenti e soffitti ospitano importanti dipinti come il tondo ad olio con Madonna settecentesca, inserito nella pannellatura della parete.
Gli spazi esterni non coperti, immediatamente adiacenti alla villa, sono costellati di opere a carattere mitologico e storico dello scultore Mazzuchelli, come i due leoni posti ai lati dell'ingresso delle carrozze sul lato ovest, verso il giardino.
Attualmente, le ampie sale al pian terreno sono disponibili per la realizzazione di galà, banchetti, concerti ed eventi esclusivi, mentre le sale al primo piano sono oggi in parte sede degli uffici della società che gestisce il centro fieristico e congressuale internazionale e in parte ospitano il percorso museale e multimediale dedicato a Luchino Visconti.
Il vasto parco che circonda l'edificio è frutto delle cure dei passati proprietari che vi si dedicarono appassionatamente impreziosendolo con alberi esotici.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/laghi-lombardi-il-lago-di-como.html



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venerdì 20 marzo 2015

BUONGIORNO PRIMAVERA

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Il sole, batte con le dita d'oro
alle finestre. Uno squittio sottile
è sui tetti. Nell'orto la fontana .
ricomincia a cantare. E’ primavera.
Le chiese, i alto, con le croci accese,
i monti immensi con le cime rosa,
le strade bianche con gli sfondi blu.
E primavera. E’ primavera. Il cielo
spiega gli arazzi delle nubi al vento,
l'albero gemma, verzica la terra.
Nel cortile la pergola è fiorita.
Ai balconi, le donne in vesti chiare. E il mare
ha un riso azzurro e un brivido di seta.


Nell'originale calendario giuliano, promulgato da Giulio Cesare, l'equinozio di primavera cadeva il 25 marzo. La ragione dell'odierno spostamento al 21 marzo si lega alle motivazioni stesse della messa in essere del calendario gregoriano. Gregorio XIII, infatti, intendeva ripristinare l'allineamento fra date del calendario ed eventi astronomici esistente al tempo del Concilio di Nicea, svoltosi quasi quattro secoli dopo la vita del famoso politico. La riforma gregoriana, quindi, non recuperò i tre giorni del 29 febbraio degli anni 100, 200 e 300 né il quarto giorno, che si era già aggiunto a causa del caos nell'applicazione del giorno bisestile intervenuta fra l'omicidio di Cesare e il definitivo decreto di riordino di Augusto dell'anno 8. Fu così che l'equinozio fu stabilmente spostato di quattro giorni rispetto alla sua data originaria.

L'equinozio (dal latino æquinoctium, ovvero «notte uguale» in riferimento alla durata del periodo notturno uguale a quello diurno) è quel momento della rivoluzione terrestre intorno al Sole in cui quest'ultimo si trova allo zenit, ovvero esattamente perpendicolare al terreno, all'equatore. Esso avviene due volte durante l'anno solare e, in tale momento, il periodo diurno (ovvero quello di esposizione alla luce del Sole) e quello notturno sono uguali, giungendo i raggi solari perpendicolarmente all'asse di rotazione della Terra.

Gli equinozi occorrono a circa sei mesi di distanza l'uno dall'altro, più precisamente a marzo e a settembre del calendario civile; analogamente ai solstizi, essi sono convenzionalmente assunti come momento di avvicendamento delle stagioni astronomiche sulla Terra. Nell'emisfero boreale l'equinozio di marzo segna la fine dell'inverno e l'inizio della primavera, mentre quello di settembre termina l'estate e introduce l'autunno. Viceversa accade nell'emisfero australe, dove l'autunno entra all'equinozio di marzo e la primavera in quello di settembre.

La festa del Nuovo Anno, nell'antica Mesopotamia, fa riferimento all'equinozio primaverile. In quanto la data di tale avvento, coincide con il segno zodiacale dell'Ariete, simbolo del Dio nazionale Marduk.
Sham El Nessim era un'antica festività egiziana le cui tracce risalgono a circa 4700 anni fa. Resta una delle feste pubbliche Egiziane, cade il lunedì e coincide con l'equinozio di primavera.
I calcoli per il giorno di Pasqua nella Chiesa Cristiana (la prima domenica dopo la prima luna piena contemporanea o successiva all'equinozio di marzo), usa la sua definizione specifica dell'equinozio - che capita sempre il 21 marzo. Il giorno di Pasqua può capitare al più presto il 22 marzo, ma mai oltre il 25 aprile.
All'equinozio si collega anche la festività cristiana dell'Annunciazione e i vari capodanni ad essa legati come quello toscano e quello veneto, in uso fino al XVIII secolo.
L'equinozio di marzo segna il primo giorno dell'anno per una varietà di calendari, inclusi il calendario Iraniano, il calendario Bahá'í. Il festival Persiano (Iraniano) del Naw-Ruz viene celebrato in questo giorno. Nell'antica mitologia persiana Jamshid, il re mitico della Persia, ascese al trono in questo giorno e ogni anno quest'evento viene commemorato con feste per due settimane. Queste feste rievocano la storia della creazione e l'antica cosmologia del popolo Iraniano e Persiano. È un giorno di festa anche per l'Azarbaijan, l'Afghanistan, l'India, la Turchia, Zanzibar, l'Albania e diversi paesi dell'Asia Centrale, è festa anche per i Kurdi. È inoltre una festività Zoroastrina, è anche un giorno sacro per i seguaci della Fede Bahá'í e per i musulmani Ismaili Nizari comunemente chiamati come gli Aga Khanis.

Durante l'equinozio di primavera si celebra il Sabbat Wiccan di Ostara (o Eostar) mentre durante l'equinozio di autunno si celebra il Sabbat Wiccan di Mabon.
In Giappone il giorno dell'equinozio di primavera (marzo) (春分の日 Shunbun no hi) è una festa nazionale ufficiale che si trascorre visitando le tombe di famiglia e celebrando le riunioni di famiglia. In modo del tutto simile a settembre c'è un giorno dell'equinozio d'autunno (秋分の日 Shūbun no hi).
Il primo giorno dell'anno per i Tamil e i Bengali segue lo zodiaco Hindu ed è celebrato rispetto all'equinozio di primavera siderale (14 aprile). Quello Tamil viene festeggiato nello Stato Tamil Nadu nell'India del Sud, l'altro viene festeggiato in Bangladesh e nello Stato del Bengala Ovest nell'India dell'est.
Il giorno del Pianeta Terra venne celebrato inizialmente il 21 marzo 1970, giorno dell'equinozio. Attualmente è celebrato in diversi Stati il 22 aprile.
In molti Paesi arabi il Giorno della Madre viene celebrato nell'equinozio di marzo.
La Giornata Mondiale della Narrazione è una celebrazione globale dell'arte orale della narrazione che viene celebrata ogni anno durante l'equinozio di primavera nell'emisfero nord, mentre il primo giorno dell'equinozio di autunno nell'emisfero sud.

Nelle culture pagane l'arrivo della primavera viene festeggiato ogni anno, poiché questa stagione viene vista quale periodo di rinnovamento e di fertilità e viene rappresentata tramite l'allegoria del ritorno di Persefone alla madre Demetra dopo il suo soggiorno con Ade negli inferi.

Secondo alcune tradizioni viene rappresentata anche come l'avvento della vita e la resurrezione della natura dopo il lungo inverno. La festa di primavera prevede cerimonie che comprendono riti che vanno ad onorare il ritorno del sole dopo il freddo dell'inverno, fatto di brevi ore di luce, neve e notti tempestose. Per le tradizioni pagane la primavera porta la promessa di giornate più lunghe e più calde che offrono vivificante forza e calore.


Tra le festività pagane dell'equinozio di primavera troviamo la "Festa degli alberi" legata al culto della divinità romana "Anna Perenna" e i Misteri Eleusini.




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giovedì 19 marzo 2015

IL PARCO REGIONALE DEL SERIO

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Il Parco del Serio è un parco naturale che si sviluppa da Seriate lungo il fiume Serio fino alla sua foce nell'Adda.

La sua istituzione risale al 1973 quando le province interessate espressero la loro volontà di tutelare l'ambiente fluviale seriano. Questa proposta si concretizzò nel 1985 con la costituzione del Parco regionale.

Il corso del fiume segue un andamento nord-sud e presenta caratteristiche diverse a seconda dei tratti. Nella zona più a nord infatti il fiume è suddiviso in vari rami che vengono continuamente modificati a causa delle piene; questa zona è caratterizzata da una notevole permeabilità che spesso provoca l'infiltrazione delle acque nel sottosuolo. Nella parte più meridionale del corso del fiume si può notare la presenza di ambienti umidi che presentano spesso caratteristiche di grande interesse naturalistico.

La morfologia del fiume Serio che attraversa il parco coprendone circa 7.750 ettari, varia da nord a sud. A nord,in alta pianura, il fiume presenta un alveo molto ampio con diversi rami delimitati da banchi alluvionali; poiché questi depositi alluvionali sono permeabili, le acque penetrano completamente nel sottosuolo, dando luogo ai caratteristici fontanili, tra i quali è degna di nota la Fontana del Campino.Un mare poco profondo sostituiva ,durante il Pliocene, l’alta pianura che si è quindi formata successivamente grazie ai materiali depositati dai fiumi.

A sud, il fiume presenta un unico alveo stretto ed inciso (valle a cassetta), perché i depositi sono costituiti da argilla e limo, poco permeabili. Sopravvivono ancora in questa zona ambienti umidi come le lanche e le morte.
I materiali dei fiumi e dei ghiacciai hanno creato un importante tipo di deposito,ilCeppo, che per la sua compattezza è in grado di resistere all’erosione e di dare quindi origine alle forre.
Le rocce intrusive, come graniti e dioriti, le rocce effusive(porfidi quarziferi), le rocce metamorfiche come gneiss e quarziti, le rocce sedimentarie (arenacee tipiche dei rilievi prealpini), costituiscono il luogo di provenienza dei materiali.
Il territorio del fiume Serio presenta una rada vegetazione boschiva, con prevalenza di robinia e di altre specie esotiche che hanno sostituito la flora originaria,mutando profondamente il paesaggio botanico del fiume.

Tra le cento specie di alberi e arbusti presenti, si ricordano gli aceri, i salici, i pioppi e le querce; il biancospino, il sambuco e la rosa selvatica.
Le erbacee come il mughetto, la rosa di natale e il bucaneve,  sono la testimonianza dell’antico patrimonio boschivo
La vegetazione palustre (giunchi e tife) è scarsa.

Tra i prati troviamo un'avifauna del tutto particolare con specie rare come l'occhiocotto, il succiacapre, la bigia padovana, l'ortolano. Ai lati del fiume rare risorgive, i fontanili, arricchiscono la campagna con le loro acque ancora limpide e ci parlano della storia di questo territorio. Più a sud, all'altezza di Mozzanica, l'alveo si stringe e gli ambienti di maggior interesse sono i piccoli boschi umidi che crescono sulle rive delle lanche ai lati del fiume, tra le quali ricordiamo le due che costituiscono la Riserva Naturale della Palata Menasciutto nei comuni di Ricengo e Pianengo.

La fauna del parco presenta ancora significative presenze, nonostante si possa notare un notevole deterioramento dell'ambiente naturale.

È comunque da annoverare la presenza di una trentina di specie acquatiche che vanno dai temoli alle trote marmorate, dai tritoni ai rospi, dalle salamandre alle raganelle.

Tra i mammiferi sono presenti ricci, talpe, lepri e conigli selvatici, donnole, tassi, faine e volpi, queste ultime segnalate in forte aumento.

Tra i rettili sono molto diffusi il ramarro, le lucertole, il biacco, le bisce dal collare e le vipere comuni.

La fauna ittica ,presente in ben trenta specie, si diversifica a seconda del regime idrologico: acque poco profonde e fondo ciottoloso a nord, acque più profonde con corrente più lenta nella parte centrale e a sud.
Sono numerose e in aumento anche le specie di uccelli, sebbene il degrado ambientale sia inarrestabile; tra questi ricordiamo il pendolino e la pavoncella, simbolo del parco.
Rischiano invece di scomparire gli anfibi come rospi, salamandre, la rana di Lataste, e i rettili.
Gli invertebrati sono rappresentati da libellule e farfalle, mentre i mammiferi, poco numerosi, vedono un significativo incremento della volpe e una modesta diffusione di conigli,lepri,ricci e talpe; più rari ghiro,moscardino, faina e tasso.


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lunedì 16 marzo 2015

I GIARDINI REALI DI MONZA

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I Giardini della Villa Reale di Monza sono i giardini che si trovano dietro alla Villa Reale a Monza. Sono separati dal Parco da una recinzione.

I giardini reali furono realizzati da Giuseppe Piermarini.
Il giardino piermariniano prese forma, tra il 1778 e il 1783, dapprima ispirandosi ai principi della moda francese, secondo un grande disegno geometrico e regolare impostato sull'asse prospettico in direzione est-ovest, e successivamente con l'ampliamento proposto nel disegno conservato alla Biblioteca Nazionale di Vienna, che registra la volontà di collegare aulicamente il palazzo a Milano, mediante un viale a doppio filare di alberi, e il desiderio di proporre una percezione unitaria del giardino, impostato nella prospettiva centrale, con le potenzialità del paesaggio circostante. Se nella scelta del giardino formale contribuì la consapevolezza che la palese appropriazione dello spazio avrebbe costituito la soluzione più idonea a esaltare il potere e la magnificenza del principe, la decisione di rendere apparentemente naturale parte del giardino monzese, anche se frutto di una precisa progettazione, dovette invece essere condizionata dall'atteggiamento intellettuale dei circoli letterari milanesi, di cui certamente Piermarini era a conoscenza, dalla disponibilità all'architetto della ricca biblioteca del Ministro Firmian, che contemplava anche alcuni testi di giardinaggio particolarmente inclini alla moda del giardino paesaggistico, e dall'opportunità di aggiornarsi sulla realtà internazionale attraverso il ricordo manoscritto del viaggio intrapreso tra il 1783 e il 1786 da Ferdinando d'Asburgo, in compagnia di Ercole Silva, attraverso Francia, Svizzera, Olanda, Inghilterra e Germania.
Anche se tutto questo non avrebbe avuto alcun esito se il Piermarini non fosse stato personalità di cultura poliedrica, aperta a nuove suggestioni provenienti d'Oltralpe. Sebbene innovativo nella sezione settentrionale, dove la realizzazione del laghetto con grotta, il tempietto d'ispirazione classicista e l'organizzazione libera degli spazi verdi rispecchiavano i caratteri dello stile inglese, i limiti del progetto di Piermarini si colgono nella rottura tra l'impianto geometrico del verde direttamente connesso alla villa (ove erano previsti un giardino botanico, un giardino dei fiori, un frutteto e un orto, con le serre per l'esibizione di specie esotiche) e la naturalità del giardino di piacere.

Il particolare estratto dalle dieci tavole acquerellate conservate a Vienna registra la situazione nel primo decennio del XIX secolo, con la sapiente distribuzione degli elementi architettonici, aderenti al Gothic Revival o d'ispirazione classica, e della componente vegetale, esemplificata dalla realizzazione del cannocchiale ottico ancora oggi percepibile. Il disegno conferma inoltre l'importanza assegnata dall'architetto all'elemento acqua, palese fin dalla prima sistemazione formale. L'intervento progettuale secondo lo stile naturalistico non poteva quindi che confermare tale scelta, espressa attraverso la realizzazione di un ruscello dal percorso tortuoso tra la vegetazione, la presenza di una cascatella ritratta nelle celebri tavole pubblicate a corredo del trattato del Silva e la funzione scenografica del lago all'interno dell'impianto complessivo: tutti elementi fondanti della cultura sottesa al nuovo giardino "all'inglese".

Tra gli elementi promossi dalla nuova cultura ispirata ai paesi anglosassoni è da annoverare anche il gusto per la chinoeserie e per l'esotico, attestata dalla presenza dei padiglioni di gusto orientale per il ricovero delle barche, situati alla foce della roggia sul laghetto, i cui pinnacoli sono un esplicito riferimento stilistico arabeggiante. La pregevolezza dei giardini e il loro immenso valore culturale, motivati dall''intervento di un professionista d'eccezione coadiuvato da giardinieri inviati da Vienna per volere di Maria Teresa d'Austria, e dal significato assegnato da studiosi ed estimatori e dalla cittadinanza, che tuttora li percepisce come motivo d'orgoglio al pari della villa attorno alla quale sono sorti, è attestata dalla loro fortuna iconografica. Le restituzioni di particolari elementi dei giardini, o le vedute d'insieme realizzate da pittori ed incisori fin dall'epoca della loro realizzazione, trovò particolare impulso grazie all'azione sinergica di un compiacimento estetico per tali beni e dalla consapevolezza della loro importanza quale caposaldo italiano di nuovo stile, supportati dalla politica culturale promossa dagli Asburgo e dalla committenza del Beauharnais. Nella resa iconografica dei giardini, un ruolo fondamentale ebbe infatti la restituzione dei caratteri e degli elementi architettonici propri dell'area sistemata "all'inglese". Basti ricordare i celebri dipinti di Martino Knoller, ritraenti la cascata con laghetto e la grotta con ninfeo, o le incisioni tratte dai disegni di Gaetano Ribaldi e pubblicate nel trattato del Silva, la cui attenzione si era focalizzata sulla cascatella, sulla grotta o Antro di Polifemo, sulla pregevolezza del "quadro di paesaggio" offerto da una veduta sul lago con il tempietto classicheggiante sullo sfondo. Non meno affascinanti sono le incisioni di Federico Lose, pubblicate nella Promenade dans le Pare I. R. et les Jardins de Monza a corredo dell'almanacco per l'anno 1827, o le vedute realizzate da Carlo Sanquirico, entrambe in grado di restituire la bellezza di un luogo in cui il tempo ha apparentemente cessato di scorrere.

La caratteristica che l'ha reso più famoso nel mondo nei suoi duecento anni di vita è costituita dalla grande varietà di alberi ultrasecolari: i giganti verdi.

Le due querce sono presenti nell'elenco degli alberi monumentali d'Italia.
Nel prato all'inglese si incontra uno splendido esemplare di ginkgo, tipica essenza giapponese. Si compie un salto al di là dell'oceano e voltandosi si incrocia con lo sguardo la sequoia americana, dal tronco rossiccio. Seguendo il vialetto, che prende l'avvio dallo spigolo sud-est della Villa, si scende in zona ombreggiata e si costeggia per un tratto il muro di cinta passando in prossimità del gigantesco cedro del Libano, impareggiabile campione degli alberi dei Giardini della Villa Reale. Non un tronco ma quattro si dipartono verso il cielo; questa caratteristica fa di questo albero un autentico monumento botanico.

E ancora tra le tante piante alcuni esemplari di faggi, platani, ippocastani, liriodendri, farnie, sofore.

Il roseto venne inaugurato ufficialmente nel 1970 alla presenza di una Madrina d'eccezione: S.A.S. la principessa Grace di Monaco, la quale consegnò personalmente i premi ai rosaisti vincitori.

Il tempietto rappresentava il primo e più importante ingresso nei Giardini Reali dalla città di Monza. La letteratura vuole che alcune parti di esso provengano dal Duomo di Milano, con il cui apparato decorativo presenta puntuali corrispondenze formali. La scelta di adottare lo stile gotico per uno degli ingressi al Parco conferma inoltre la volontà di aderire al gusto ottocentesco dei revival. Il portale monumentale presenta una raffinata decorazione a traforo nella parte sommitale, con delicate realizzazioni in marmo, guglie e pinnacoli. L'arco a sesto acuto è invece impreziosito da capitelli goticheggianti, modanature a torciglioni", finte finestre chiuse da arco flesso con pinnacoli superiori e archi trilobati.

Architettura d'ispirazione classica che, nell'intento progettuale di Giuseppe Piermarini, si qualifica come elemento decorativo dello stile paesaggistico, o all'inglese, caratterizzante quest'area dei Giardini della Villa Reale: precoce realizzazione in terra italiana. Il tempietto piermariniano, oltre a costituire il fulcro del pittoresco "quadro di paesaggio"che si offre a chi giunge dal palazzo, coincide con uno dei punti focali dei Giardini reali e serve da belvedere collegato alla passeggiata che, attraverso sentieri ascendenti e discendenti, conduce al laghetto. Già nella sistemazione originaria, documentata nelle numerose vedute incise e nelle descrizioni ottocentesche, a partire da quella pubblicata nel 1801 nel Trattato dell'arte de' giardini Inglesi di Ercole Silva, la vegetazione lascia intravedere il manufatto che si specchia sul bacino lacustre. Riparato più volte fin dal XIX secolo e attualmente in fase di recupero, il manufatto è stato oggetto d'interesse anche dell'architetto ticinese Luigi Canonica, che ne avrebbe voluto ripristinare La copertura originale in rame.

La torretta è un edificio in stile medioevale, edificato all'interno dei Giardini Reali dall'architetto Luigi Canonica con materiali di recupero, presenta un apparato decorativo assegnabile al gusto delle rovine e alla moda del revival gotico.
Il fabbricato, a pianta rettangolare e sviluppato su due piani, è completato da una torre alta 30 metri con un belvedere superiore. La torretta, che vanta una certa fortuna iconografica nelle stampe e nelle fotografie storiche, presenta gli stemmi dei Visconti e un bassorilievo in cotto con scene di caccia.

La Cascina Fornasetta,così chiamata per la presenza di un antico forno con camino in uno quattro locali principali posti a pianterreno, durante la seconda metà del XIX secolo subisce consistenti modifiche che, pur non alterandone la pianta quadrangolare, interessano la suddivisione degli spazi interni, disposti su due piani, determinando una variazione di pendenza del tetto. La facciata è caratterizzata da un grande portale d'ingresso sormontato da frontone triangolare in pietra grigia, mentre l'ingresso posteriore è impostato su portico a due colonne in pietra fluviale con soffitto a travature lignee. La destinazione d'uso è stata, fin da subito, abitativa e funzionale alla gestione del Parco. Il caseggiato, progettato per ospitare il Direttore dei Reali Giardini con camere da letto, guardaroba, portico e annessi locali di magazzino, deposito sementi e attrezzi, nonché stanza per l'aiutante del capo-giardiniere, mantiene un'analoga distribuzione dei locali e conserva le caratteristiche stilistiche principali, come il portale in pietra della facciata e la successione delle finestre con nicchia semicircolare tamponata.


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sabato 21 febbraio 2015

PARCO RAVIZZA UNO DEI PARCHI PIU' ANTICHI



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Il Parco Alessandrina Ravizza è un parco pubblico di Milano, dedicato alla memoria di Alessandrina Ravizza.

È il primo a essere progettato lungo la circonvallazione esterna, a sudest della città.

L'area del parco Ravizza fu prevista in uno dei primi tentativi di espansione della città di Milano avvenuti sul finire dell'Ottocento. L'area venne già destinata a parco pubblico dal piano regolatore Beruto del 1889, ma venne realizzato solo nel 1902, quando venne completata la demolizione della cascina Camporicco che ne occupava lo spazio.

Il progetto definitivo fu steso dall'architetto Tettamanzi il quale articolò il parco Ravizza come l'area verde per il quartiere destinato a sorgervi attorno.

Il parco venne successivamente intitolato ad Alessandrina Ravizza, anticipatrice di molti temi femministi e benefattrice della città dove si dedicò all'infanzia abbandonata e al problema del diritto allo studio delle donne. Il parco divenne molto popolare come ritrovo diurno di studenti a partire dagli anni quaranta dopo che venne costruita nei suoi pressi la nuova sede dell'Università Bocconi (1938-1941).

Negli anni successivi all'entrata in vigore della legge Merlin la prostituzione invase progressivamente le strade di molte città e il parco Ravizza nottetempo era frequentato soprattutto da travestiti e transessuali cui si aggiunsero ben presto sistematici atti di vandalismo e fenomeni legati allo spaccio e al consumo di stupefacenti. Non era l'unico parco milanese a essere in condizioni disastrose per le frequentazioni notturne. La stampa quotidiana si faceva eco del disagio e delle proteste dei cittadini e sottolineava l'inadeguatezza dei provvedimenti delle autorità. Si giunse fino alla pubblicazione di vere e proprie "mappe cittadine" dei luoghi maggiormente colpiti dal fenomeno e la "singolarità" del parco Ravizza suscitò evidentemente una risonanza che andò ben oltre i confini milanesi, suscitando anche morbose e sinergiche curiosità.

La cattiva nomina del luogo è rimasta a lungo, anche quando più frequenti controlli, un'illuminazione efficace e soprattutto un diverso modo di affrontare il fenomeno hanno riportato la situazione a non essere diversa da quella di tanti altri luoghi cittadini.

Il parco è, in pianta, un grande rettangolo affacciato sul viale Toscana, fronteggiato dal parco ex OM; gli altri lati sono disegnati dalle vie Ferdinando Bocconi, Vignola e Vittadini. Il viale Giovanni Sebastiano Bach, chiuso al traffico dagli anni sessanta lo taglia in due proseguendo la viabilità esterna, mentre il largo viale Giovanni Brahms ha andamento sinuoso e si raccorda, attraverso viali minori, al largo Ludovico Beethoven: i viali, secondo il gusto del tempo, sono affiancati da numerosi alberi di alto fusto, di cui è ricco l'intero parco. Tra le essenze ricordiamo: l'acero americano, l'ailanto, il cedro deodara, il cedro dell'Atlante, il platano, varie specie di quercia, la sophora, il tiglio, il pioppo nero, il bagolaro, il carpino, l'olmo e lo spino di Giuda.

Le attrezzature sono scarne: è presente un solo campo gioco e tre sono le aree cintate per i cani; per il resto, il parco è soltanto l'ombroso riposo progettato dal suo ideatore.


PARCO SEMPIONE : UN POLMONE VERDE DI MILANO

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Il Parco Sempione è una zona verde della città di Milano. Realizzato a fine Ottocento sull'area già occupata dalla piazza d'armi, occupa un'area di 386 000 m², completamente cintata e videosorvegliata.

Il nome deriva dal corso Sempione, il monumentale asse stradale realizzato in epoca napoleonica sul tracciato della storica via del Seprio, con la nuova porta Sempione erede dell'antica porta Giovia.

Il Parco Sempione sorge dove un tempo si trovava il parco ducale visconteo chiamato "Barcho" e situato vicino al Castello Sforzesco, esso venne ingrandito e cintato degli Sforza fino a diventare ampio oltre 3 milioni di metri quadri. Il parco era un bosco composto prevalentemente da querce e castagneti e abitato anche da animali esotici introdotti dall'uomo.

Con la caduta degli Sforza e la dominazione spagnola il parco venne abbandonato e nel 1861 in parte venne destinato all'agricoltura, l'area dove attualmente sorge il Parco Sempione invece venne usata come piazza d'armi per i militari che stazionavano vicino al Castello Sforzesco. Il castello venne adibito a caserma, con conseguente degrado delle strutture.

Durante l'età napoleonica l'architetto Giovanni Antonio Antolini progettò la costruzione di un grande complesso edilizio intorno al castello, battezzato "Foro Buonaparte" in onore di Napoleone; il progetto non venne mai realizzato, e al suo posto si trasformò la piazza d'armi in un grande prato per usi civici, ornato sul lato nord-orientale dall'Arena, e sul lato nord-occidentale dall'Arco della Pace, punto d'inizio dell'asse del Sempione.

Dopo l'Unità d'Italia cessò l'utilizzo militare dell'area, e contemporaneamente iniziò per la città un fenomeno di incremento demografico che richiese la costruzione di nuovi quartieri. Una società immobiliare propose di lottizzare l'area del castello (di cui era previsto l'abbattimento) e della piazza d'armi, similmente a quanto fatto sull'area del lazzaretto, ma la proposta causò forti proteste della cittadinanza, che condussero alla redazione del primo piano regolatore cittadino, redatto dall'ingegner Cesare Beruto (il Piano Beruto, appunto). Tale piano, che inizialmente recepiva parzialmente le mire edificatorie sull'area, venne più volte modificato fino a destinare l'intera piazza d'armi a giardino pubblico. Per il castello si prevedeva un restauro e la sua destinazione ad usi culturali.

Il parco, denominato "Parco Sempione", venne realizzato tra il 1888 e il 1894 secondo il progetto dell'architetto Emilio Alemagna, che prevedeva viali percorribili da carrozze, un laghetto e un belvedere dove attualmente sorge la Biblioteca del Parco Sempione, il verde venne progettato secondo il modello romantico dei parchi all'inglese.

Tra i numerosi progetti di risistemazione della zona, da segnalare le proposte di ampliamento del secondo dopoguerra ad opera di Porcinai e Viganò con la pedonalizzazione della piazza dell'Arco della Pace e dell'ultimo tratto di corso Sempione, con riqualificazione anche delle zone limitrofe tra via Canova e via Melzi d'Eril.

Sin dalla sua realizzazione, il parco si è distinto per la sua funzione centrale nel tempo libero dei milanesi e per il suo stretto legame con l'arte: nel parco hanno infatti trovato sede numerose esposizioni tra cui le Esposizioni Riunite del 1894, l'Esposizione internazionale del 1906 e le esposizioni triennali a partire dal 1933 con la realizzazione del Palazzo dell'Arte di Giovanni Muzio, oggi sede della Triennale di Milano.

Tra gli edifici significativi presenti nel parco, oltre al Palazzo dell'Arte, spiccano l'Arena Civica, il padiglione dell'Acquario civico di Milano di Locati, e la Torre Littoria (oggi Torre Branca) costruita nel 1932-33 su progetto di Giò Ponti, Cesare Chiodi ed Ettore Ferrari. Degno di nota è anche l'ex padiglione per la X triennale, oggi Biblioteca del parco Sempione, realizzato da Longhi e Parisi.

Diverse le sculture, tra cui il monumento equestre di Napoleone III dello scultore Francesco Barzaghi e le opere Storia della Terra di Antonio Paradiso, Accumulazione musicale di Armand Pierre Fernandez e i Bagni misteriosi di Giorgio De Chirico. Infine, il Ponte delle Sirenette di Francesco Tettamanzi,[11] un tempo sul naviglio in via San Damiano (oggi Visconti di Modrone) e risparmiato in occasione della copertura della Cerchia nel 1930.

Nel 1954, in occasione della X Triennale, vennero eretti all'interno del parco due padiglioni, adibiti al termine della manifestazione a biblioteca e a "Bar Bianco".

Dal 1954 al 1969 l'architetto Vittoriano Viganò elaborò un progetto di ridisegno del parco, che nelle intenzioni dell'autore si sarebbe ampliato fino ad inglobare piazza Castello e il primo tratto del corso Sempione, interrando tutte le strade carrabili. Di tale progetto venne realizzata solo la pedonalizzazione dell'area intorno all'Arco della Pace e del primo tratto di corso Sempione.

Nel 1996 l'amministrazione comunale decise di intraprendere un restauro complessivo del parco, del castello e di piazza Sempione, dove è situato l'Arco della Pace. Il restauro prevedeva una nuova recinzione del parco, il rifacimento delle strade e un restauro botanico e vegetale della flora del parco.

Negli ultimi anni lo spiazzo tra il Castello Sforzesco e il Parco Sempione (piazza del Cannone) è diventato sede di continui allestimenti di varia natura. Per carnevale ospita un luna park che, in qualche modo, rappresenta la continuità con la vecchia Fiera di porta Genova, che per anni ha radunato giostre e attrazioni lungo le sponde della Darsena. Nel gennaio 2011, il Parco è stato l'inconsueto scenario di una prova della Coppa del mondo di sci di fondo, l'ultima prova sprint in calendario (individuale e staffetta maschile e femminile), cui hanno preso parte centoquaranta atleti.

Al parco è dedicato un brano musicale scritto dal gruppo Elio e le Storie Tese e pubblicato come singolo nel 2008.

Nel 2014 il comune di Milano ha pedonalizzato l'area di Piazza Castello, modificandone i percorsi ciclo-pedonali. Questo ha consentito la pubblicazione di un bando per la riqualificazione dell'area, con certa annessione al contesto di Parco Sempione.

La flora del parco Sempione è molto ricca e varia e le guardie ecologiche volontarie vi hanno organizzato due percorsi botanici con il riconoscimento di cinquanta specie a uso delle scolaresche, cui viene consegnata anche una piccola guida illustrata gratuita.

Sul belvedere, di fronte alla statua di Napoleone III, vi è un vecchio olmo monumentale e un grande ippocastano cresce nei pressi del "Ponte delle Sirenette". Tra gli altri alberi degni di nota un curioso platano sulla sponda della propaggine del laghetto, due grandi noci del Caucaso che si riflettono nello specchio d’acqua e faggi penduli vicino al giardino della Triennale. Diverse varietà di cedro: dell'Atlante, dell'Himalaya e della California, poi bei gruppi di querce rosse, di tassi, di cipressi calvi e di tigli. Molte le varietà di aceri: zuccherino, americano, campestre, montano e riccio. Sempre tra le piante ad alto fusto, ricordiamo ancora pini, faggi, pioppi, ippocastani, lecci e magnolie e, infine, l'ontano nero, il noce nero, il ginkgo e il liquidambar.

La riqualificazione e il restauro del parco tra il 1999 e il 2003 hanno arricchito le presenze della vagetazione arbustiva e le sue funzioni decorative; tra l'altro sono state inserite anche alcune specie a fioritura invernale o precoce come la Sarcococca confusa, l'amamelide, il loropetalum, il calicanto e alcune varietà di mahonia e di camelia. Tra le specie primaverili ed estive, ricordiamo la vasta gamma di cornioli, di viburni, di ortensie, camelie, rododendri, azalee e rose antiche.

Nel recinto del parco si trovano otto percorsi vita attrezzati, un campo per il basket (affiancato, fino al 1998, da un campo di pallavolo) oltre a un'unica grande area gioco per bambini. Quattro gli spazi cintati riservati ai cani.


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