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domenica 26 luglio 2015

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLE GRAZIE A ARDESIO



Il santuario della Madonna delle Grazie, situato nel centro di Ardesio, risale al XVII secolo.

Il santuario fu edificato nel luogo in cui la tradizione vuole essere avvenuta, il 23 giugno 1607, un'apparizione mariana.

La sera del venerdì 23 giugno si era scatenato sul paese un furioso temporale che lasciava prevedere una tempesta distruttrice d'ogni coltivazione. Di fronte all'imminente pericolo la madre chiamò le due figlie e le mandò nella stanza delle immagini a pregare affinchè venisse scongiurata la bufera. Infatti l'Apparizione avvenne mentre era in pieno ritmo la stagione della raccolta del fieno e l'invito alle bambine era in rispondenza alle necessità di quella famiglia contadina e di tutta la popolazione. Mentre pregavano le bambine videro ai piedi del Crocifisso uno splendore con accanto un trono d'oro dove era seduta la Vergine Maria con in braccio il Figlio. Il fatto rimane isolato e non si ripetè in successive apparizioni della Vergine.
Ella si mostrò una sola volta ai piedi del quadro nella stanza dei Santi, seguirono invece fenomeni inspiegabili per tutto il mese di giugno, luglio e parte di agosto del 1607. La notizia si diffuse in un baleno e fu un accorrere di gente nel luogo privilegiato. Ci si invitava a vicenda dicendo: " E' comparsa la Madonna nella casa dei Salera in Ardesio, andiamo a vedere".
Propagandosi sempre più la fama della prodigiosa apparizione ed accorrendo da varie parti molta gente a visitare quelle immagini, il Parroco di Ardesio, don Giacomo Gaffuri, stimò suo dovere fare relazione alla Curia di Bergamo e per questo scopo mandò due persone di piena fiducia con lettera accompagnatoria al Vicario Generale della diocesi Mons. Giacomo Carrara. Questi diede ordine che si chiudesse la stanza e venisse vietato l'ingresso.
Intanto i fatti prodigiosi si rinnovavano per cui il Parroco sollecitò con lettera Mons. Vicario perché si volesse decidere sul da farsi. Mons. Carrara delegò con lettera del 25 agosto 1607 l'Arciprete di Clusone, don Decio Berlendis, perché si portasse sul luogo per prendere tutte le informazioni ed istruisse un processo giuridico in merito all'avvenimento accaduto. L'Arciprete venne immediatamente ad Ardesio e con il Parroco del paese si recò nella casa di Marco Salera ed esaminò ogni cosa. Nello stesso ambiente costituì il tribunale canonico composto, oltre che dai due Sacerdoti, da un pubblico Notaio Sig. Marco Maria Gaffuri ed altre ragguardevoli persone in funzione di giurati.
Furono interrogati diciannove testimoni che rilasciarono deposizioni giurate sulla autenticità della Apparizione. (Testimonianze conservate nell'archivio del Santuario).
Accertata la verità dei fatti, il Vicario Generale ordinò di coprire con un velo le Sacre Immagini e permise il libero accesso alla stanza.
Nel frattempo, in Ardesio cominciarono a verificarsi guarigioni improvvise e inspiegabili. Di questi fatti furono ascoltati altri diciotto testimoni del paese e cinque di Songavazzo. La lettura di questi atti convinse Mons. Carrara a portarsi in Ardesio per un sopralluogo personale. Giunse in Ardesio l'11 novembre e lì interrogò sia i primi che i secondi testimoni. Constatata la realtà dei fatti, il continuo flusso di pellegrini e l'ardente brama della popolazione, permise che si fabbricasse un Santuario con il titolo di Madonna delle Grazie.

L'apparizione di Ardesio avvenne in un periodo in cui l'eresia protestante, giunta dalla Svizzera e penetrata in Valtellina, zone con le quali molti valligiani avevano rapporti commerciali o professionali, stava tentando di propagarsi anche nelle valli orobiche, in parte facilitata dal governo della Serenissima che all'epoca era in contrasto con il papa e aveva espresso toni di condanna nei confronti dell'editto del cardinale Borromeo contro le dottrine "erronee".



La delibera per la costruzione della chiesa risale al 13 gennaio 1608, mentre la posa della prima pietra è del 24 giugno dello stesso anno. Successiva è invece la costruzione del campanile, iniziato nel 1645.
Il 24 giugno 1608, in solenne processione , con il Parroco don Gaffuri, fu collocata la prima pietra.
Incorporata ad essa, una lastra di piombo recava questa iscrizione latina:
« nel giorno 24 giugno 1608, essendo Papa Paolo V e Doge in Venezia Leonardo Donati , Vescovo di Bergamo Giovanni Battista Milani, la prima pietra di questa Chiesa è posta per mano del Sacerdote Andrea Gaffuri, Parroco ».
I lavori di costruzione procedettero con solerzia. Il Comune mise a disposizione i suoi boschi ed altre somme per pagare la manodopera degli operai. A più riprese si susseguirono delibere consiliari per molteplici concessioni. La motivazione era sempre all'unanimità , così formulata:
« à questo acciò detta Vergine Maria interceda presso Dio per questo Comune ».
La popolazione prestò la sua collaborazione offrendo una giornata a turno per lavorare. La fabbrica fu accelerata in modo tale che il 5 agosto 1608, finita la cappella dell'altare maggiore, vi fu celebrata la prima Messa e quindi con solennità una seconda dall'Arciprete di Clusone. Tale ricorrenza fu la solennità più grande del Santuario fino al 1691, anno in cui con pubblica delibera, si stabilì di festeggiare la data del 23 giugno di ogni anno, anniversario dell'Apparizione, essendo tra l'altro terminati i lavori di costruzione. Il Sommo Pontefice Paolo V con Breve del 27 gennaio 1609 concesse l'indulgenza plenaria a chi visitava il Santuario nel giorno dell'Annunciazione della Beata Vergine Maria (non era ancora fissata la celebrazione per il 23 giugno) e pregava per la concordia dei principi cristiani, l'estinzione delle eresie e l'esaltazione della Santa madre Chiesa. Con un altro Breve del 29 luglio 1617 lo stesso Pontefice Paolo V ordinò che la Chiesa del miracolo avesse una sua amministrazione autonoma, non venisse mai vincolata a commenda o beneficio ecclesiastico alcuno; l'amministrazione di tutti i beni, di qualunque natura e da qualsiasi parte provenissero, rimanesse sempre in mano agli uomini di quella terra. Solo ne dovevano rendere conto al Vescovo Ordinario ogni anno. (i due brevi sono conservati, in originale , nell’archivio del Santuario). Questi documenti non solo dimostrano il sollecito intervento dell'autorità ecclesiastica, ma sono anche la prova della veridicità storica dei fatti narrati.

Nel 1645 iniziò la costruzione del campanile conclusasi circa vent'anni dopo con la spesa di ventimila scudi. Si adoperò marmo locale fornito dalla cava che ancor oggi è chiamata la «Corna della Madonna». Raggiunge l'altezza di 68 metri con una elegante linea architettonica che lo rende uno dei più ammirati della diocesi.La costruzione della struttura venne affidata all'Arch. Giovmaria Bettera da Gandino che era anche l'autore del disegno approvato all'unanimità.
Si assicura che il Card. Carrara alla vista del campanile, affermasse alla presenza del Vescovo di Bergamo Mons. Paolo Dolfin: « non ho visto cosa più solida né più elegante fuori delle porte di Roma». Le otto campane in-Re Bemolle maggiore classico che salutano i pellegrini furono fuse nella Fonderia Crespi da Crema nel 1780.

L'organo, opera di sommo rilievo, fu eseguito dal Sig. Giovanni Rogantino da Morbegno che con contratto autenticato dal notaio Bernardino Baldi di Clusone, nell'anno 1636 si obbligava a « costruirlo perfettissimo quanto sia possibile, con peltro del più fino ».

Nello stesso anno i tre intagliatori Battista Chinetti da Gandino, Paolo Luino e Andrea Facchinetti di Bergamo approntavano la grandiosa cassa e la Cantoria con pregevoli rilievi.
Fino alla metà del secolo scorso l'organo occupava gran parte della parete laterale sud del Santuario e la sua mole, avanzando nell'interno della navata centrale, impediva la linea architettonica e quindi la visuale armoniosa del tempio. Nel 1862 si pensa di collocarlo sulla facciata di fondo. La sistemazione con il rifacimento di tutta la meccanica, mantenendo le antiche canne, fu affidata ai fratelli Carlo e Francesco Perolini di Bergamo e lo spostamento della cassa al Sig. Giacomo Angelini detto Cristina sotto la direzione dell'architetto Cattò, pure di Bergamo. L'opera fu ultimata per il giugno 1863. Nel frattempo i pittori Maironi procedevano con gli affreschi in genere e il Bergametti ricavava leggeri dipinti nel 1864 e il Dolcini, più tardi nel 1884 rivestiva la volta di vivaci e abbondanti stucchi. Inizialmente il Santuario risultava di solamente 3 arcate; in seguito ne fu aggiunta una quarta nel 1718 e questo permise più tardi lo spostamento, come s'è detto, dell'organo e della cantoria.

Venne conservata la parete di fondo ovest e gli affreschi vennero incorniciati da una grande ancona in legno scolpito, dorato e dipinto, suddivisa in quattro scomparti. In alto sempre in legno scolpito dorato e dipinto, in rilievo cartelle raffiguranti: la Visitazione, lo Sposalizio e la fuga in Egitto. Dette opere sono dei Fantoni. Nella volta campeggia la tela dell'Immacolata tra un coro di Angeli, dipinta da Domenico Carpinoni. Negli angoli e nei vani intermedi ci sono opere affrescate dal pittore Cesare Maironi. Sulle pareti di fianco sono due ovali molto belli con la deposizione della Croce e la reposizione al sepolcro. Le due opere sono attribuite ad Antonio Guadagnini. Ci sono poi due cappelle laterali una dedicata a S. Anna e l’altra a S. Giuseppe con i rispettivi altari abbelliti da quadri del Guadagnini. Le volte abbellite dagli stucchi sono completate da numerosi ovali che glorificano la Madonna.

Ai piedi della stupenda ancona dell'affresco è collocato l'Altare Maggiore. Si presenta in bella armonia di marmi policromi con sculture e intarsi. La mensa è arricchita sulla fronte di un bel paliotto decorato da formella in marmo bianco ad alto rilievo che rappresenta il fatto dell'Apparizione, coronata da due angioletti quasi a tutto tondo. Seduti sui modiglioni ai lati del palio altri due angioletti. I gradini per i candelieri sono due con intarsi di marmi a girali, uccelletti e madreperle coronano ai lati il tabernacolo a tempietto ottagonale riccamente decorato. Tutto il lavoro delle opere descritte è dei Fantoni.

Sull'arco trionfale che chiude il presbiterio è il grande affresco della scena dell'Apparizione eseguito da Cesare Maironi.
Al centro della volta quattro belle grandi tele di autore ignoto. Sui fianchi della volta una bella sequenza di 6 affreschi che commentano le varie invocazioni contenute nella " Salve Regina ". L'autore più probabile è Francesco Bergametti discepolo del Guadagnini. Lungo la navata, sui due lati sono state affrescate dal pittore Cesare Maironi figure dell'antico testamento. Nella volta sono riportate in quattro lunette scene di altre quattro apparizioni, tra le più ricordate, della Vergine Santa: Quella della Madonna del miracolo di Desenzano, quella del Santuario di Tirano in Valtellina, quella della Madonna della fontana in Caravaggio, e quella di Lourdes. Lungo le navate laterali sono raffigurati nelle volte due teorie di Santi. Sono opera di Alberto Maironi , fratello di Cesare. Le due navate sono arricchite da due dipinti ad olio su tela del pittore Antonio Guadagnini raffiguranti una l'adorazione dei Magi e l'altro le Nozze di Cana. Sono grandiosi e molto belli, vengono ritenuti tra le opere migliori di questo pittore. Sul lato della navata laterale è stato posto un affresco del XV secolo donato da un privato di Ardesio al Santuario. Rappresenta il Mistero dell'Annunciazione di Maria Vergine. Tra i quadri e dipinti del Santuario, non va dimenticato L'incoronazione della Vergine con S. Carlo Borromeo in preghiera, un dipinto ad olio, del XVII secolo. La maniera dell'esecuzione è quella di Palma il Giovane.

La volta è sorretta da cornicione con aggetto decorato, appoggiato a sua volta su archi in muratura, sostenuti da colonne in marmo grigio locale in stile composito classico. Le navate laterali sono coperte da serie di volte a botte in muratura, gravati su piattabande, sorrette da colonne e paraste in marmo, in stile composito, incastonate nelle mura esterne. Il presbiterio, diviso dalle navate da un poderoso arco trionfale, sorretto da paraste scanalate in stile composito, rialzato da quattro gradini rispetto alla quota delle navate (non ha il coro), coperto da cupola a tazza sorretta da mensole arcuate. Completano il transetto due edifici coperti da cupola a tazza e lunotto a lanterna.La cripta, sotto il presbiterio è a pianta quadrata, coperta da cupola in muratura a tazza, ampliata dalla parte sotto la Sacrestia, a pianta rettangolare, su due possenti pilastri che ergono una serie di volte a crociera. La facciata est, è una struttura architettonica eseguita in pietra locale e marmo rosso a fronte in stile ionico settecentesco, riproduce la forma interna dell'edificio a tre navate. Le parti laterali sono ornate da due grandi paraste in stile ionico con sovrastante ricco cornicione marmoreo. Nella parte centrale, alla base ha sede l'entrata principale, affiancata da due ampie finestre con abbondanti decorazioni marmoree. In alto vi sono due finestre cieche a forma di edicola. La parte centrale termina con decoroso cornicione marmoreo. La parete sud è ornata da un elegante portichetto, eseguito a ricordo della Consacrazione del Santuario del 1919. E' costituito da una serie di archi a tutto sesto, sorretti da colonne in pietra locale in stile tuscano classico. Tra queste ed il muro della Chiesa si ergono leggere volte a vela in muratura. Il campanile nell'imponenza dei suoi 68 metri di altezza, eseguito in pietra locale a base quadrata fino alla cella campanaria, è completato in forma ottagonale ed arricchito da decorazioni in marmo rosso con capitelli e mascheroni stile barocco e cupola a cipolla.

Il pulpito, proveniente dalla bottega dei Fantoni, I due Angeli con Crocifisso donati dallo Scultore Andrea Fantoni.
Nello scurolo del Santuario è stato allocato il cosiddetto Sepolcro Fantoniano, composto da sette statue a grandezza più che naturale: il Cristo Morto posto sul trono-letto, la Vergine Addolorata seduta ai piedi della Croce, la Maddalena, Giovanni Evangelista, Maria di Cleofa, Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. Nel Santuario esiste anche una ricca raccolta di quadri/tavolette "ex voto".



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giovedì 11 giugno 2015

IL DUOMO DI MANTOVA

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La cattedrale di San Pietro apostolo è di origine paleocristiana, ma ricostruita in età medievale (fu riedificata probabilmente da Matilde di Canossa), la chiesa, inizialmente in stile romanico (di quest'epoca è ancora il campanile), venne ampliata agli inizi del XV secolo sotto l'egida di Francesco I Gonzaga. La splendida facciata mistilinea in marmo, dotata di un protiro, rosoni e pinnacoli, progettata da Jacobello e Pierpaolo dalle Masegne è testimoniata da un prezioso dipinto di Domenico Morone. In questi anni il duomo fu affiancato da due file di cappelle gotiche, ornate da guglie e cuspidi in marmo e in cotto, anch'esse progettate da Jacobello dalle Masegne, la cui struttura muraria è ancora visibile nel fianco destro.
Nel 1545 il Duomo fu ristrutturato da Giulio Romano, che lasciò intatte la facciata e le pareti perimetrali ma ne modificò sostanzialmente l'interno, trasformandolo in forma simile all'antica Basilica di San Pietro a Roma in versione paleocristiana, prima dell'intervento su quest'ultima di Bramante e di Michelangelo. Tale scelta può essere messa in rapporto con le simpatie evangeliste del cardinale Ercole Gonzaga, committente dell'opera, in polemica con la politica papale di quegli anni. La morte di Giulio Romano nel 1546 segnò una lunga interruzione dei lavori, che continuarono sotto la guida di Giovan Battista Bertani alterando probabilmente il primo progetto, specialmente nella realizzazione del presbiterio. Su iniziativa del vescovo Antonio Guidi di Bagno l'attuale facciata completamente di marmo, fu realizzata tra il 1756 e il 1761 dal romano Nicolò Baschiera, ingegnere dell'esercito austriaco.

La facciata della cattedrale è a salienti, con la parte centrale, in cui si aprono i tre portali, scandita da quattro paraste corinzie e sormontata da un frontone triangolare. Lungo il fianco destro, si possono ancora vedere le cuspidi e le guglie di coronamento quattrocentesche; il campanile romanico ospita un concerto di sette campane accordate secondo la scala di Si2 maggiore. La più grande è ottima opera dell'insuperato maestro settecentesco Giuseppe Ruffini. Le restanti furono fuse dalla ditta Cavadini di Verona nella prima metà del XIX secolo.

La forte impronta di Giulio Romano si nota soprattutto all’interno. Nel 1546, alla morte di Giulio, l’edificio è già strutturato nelle sette navate attuali, con quelle più esterne scandite da cappelle e le cinque centrali definite da quattro file di colonne marmoree scanalate e rudentate, con capitello corinzio. La navata principale - molto ispirata alla basilica romana di San Pietro - è in due ordini e si chiude in un ricco soffitto di legno a lacunari e rosoni dall'intaglio squisito, dalle dorature delicate. L'architrave, sovrastante una fuga di ricche colonne scannellate, reca festoni in stucco con putti e medaglie del Briziano di bella fattura. II battistero è un tempietto costruito nella parte inferiore della torre e contiene un'antichissima e grandiosa vasca di marmo lavorata ad arabeschi . Le navate adiacenti hanno copertura a botte, con lacunare a stucco dal complesso disegno geometrico, forse dovuto al successore di Giulio, il Bertani. La fabbrica viene completata da G.B. Bertani per quanto riguarda il transetto, già progettato da Giulio Romano, e probabilmente per la cupola centrale. Il vano absidale, di accentuata profondità, fu costruito alla fine del Cinquecento e decorato con affreschi di Antonio Maria Viani.
La navata trasversale è ornata di affreschi dell'Andreasino e del Ghisi che dipinsero pure il magnifico affresco della cupola. La volta del coro è dipinta da Domenico Feti. Meraviglioso nell'insieme armonico il sacello del SS. Sacramento, ottagonale, ad archi, su pilastri arabescati e colonne di marmo scannellate. La Fede affrescata nel centro della volta è opera di Felice Campi, autore anche delle tele che rappresentano i quattro Dottori della Chiesa. La S. Margherita è bellissimo lavoro del Brusasorci. Notevoli il San Gerolamo del Campi, nella cappellina della corsia laterale.
Nella cappella dell'Incoronata, tempietto prezioso, un’iscrizione del 1052 ricorda Bonifacio di Canossa. Il grande sarcofago in marmo istoriato in fondo alla corsia di destra è il monumento più insigne dell'antichità cristiana rimasto in Mantova, lavoro del V o del VI secolo. Nella sagrestia le casse mortuarie murate nelle pareti racchiudono le spoglie del cardinale Ercole Gonzaga e di Ferdinando Gonzaga, principe di Molfetta. Sotto la mensa dell'altar maggiore giace il corpo di S. Anselmo vescovo di Lucca, protettore della diocesi di Mantova.

Sulla cantoria del braccio di destra del transetto, si trova l'organo a canne della cattedrale, costruito dalla ditta organaria cremasca Benzi-Franceschini nel 1915 ed in seguito più volte restaurato ed ampliato.




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mercoledì 27 maggio 2015

IL DUOMO DI CREMA

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Secondo la tradizione nel luogo in cui sorse Crema era presente fin da tempi paleocristiani una chiesetta dedicata a Santa Maria della Mosa: ciò non può essere verificato ma è assai verosimile: ci troviamo sopra un dosso in antico protetto a nord e a sud da corsi d'acqua naturali (poi chiamati roggia Crema, roggia Rino, Cresmiero o Travacone) colatori della palude del Moso che lo circondava a nord ovest. Inoltre a est il terreno scendeva verso le divagazioni del Serio. Un luogo facilmente difendibile e quindi ideale per accogliere gli esuli della città di Parasso (Palazzo Pignano); se poi attorno alla chiesetta vi fosse già un villaggio o lo fondarono essi stessi, ciò non è verificabile.

Nell'XI secolo troviamo una grande chiesa, dalle dimensioni pressoché uguali a quella attuale: i resti sono rintracciabili sotto il pavimento dell'attuale edificio. È citata in due documenti del 1098 e del 1143 come Ecclesia Sancte Mariae e aveva tre navate con pilastri compositi terminanti sul fondo con tre absidi semicircolari. Probabilmente, come la maggior parte delle chiese del tempo, aveva una navata centrale più elevata con capriate a vista e le navate laterali con volte a crociera. Sotto la base del campanile, tuttavia, sorgono i resti di un piccolo altare con una base che sprofonda di 40 cm dal pavimento dell'antico duomo; qui si trovano tracce di un affresco con le estremità inferiori di tre figure realizzate da una mano arcaica, forse ancor più antica di questa chiesa romanica.

Dopo lo storico assedio del 1159-1160, gran parte del duomo romanico andò distrutto; ma fu lo stesso Barbarossa a inaugurarne la ricostruzione il 7 maggio 1185; in questa fase ci si concentrò sulla zona absidale, sull'arco trionfale e sulla nuova sacrestia. A quell'epoca il centro fortificato era sotto la giurisdizione del vescovo di Piacenza, ma nel 1212 passò sotto la diocesi di Cremona che bloccò ogni forma di finanziamento e i lavori furono interrotti. Con il ritorno alla diocesi di Piacenza, nel 1284, la ricostruzione riprese. L'elevazione della nuova chiesa nella sua interezza durò 57 anni essendovi state numerose interruzioni a causa delle guerre tra guelfi e ghibellini. Tra il XII e il XIII secolo fu innalzato sull'abside meridionale il campanile, che ebbe successivamente anche la funzione di torre di vedetta sia sotto la breve signoria locale dei Benzoni sia sotto il dominio della Repubblica di Venezia.

Nel 1410 fu demolita l'antica chiesetta di San Giovanni: era addossata al lato settentrionale del duomo ed era sopravvissuta alla distruzione dell'antica chiesa romanica avendo anche la funzione di battistero. Con bolla di papa Pio II nel 1459 la prepositura fu spostata da Palazzo Pignano a Crema e ciò comportò l'allargamento del coro. Nel corso del XV secolo fu allestito l'altare di Sant'Ambrogio, poi intitolato e San Marco, titolazione quest'ultima significativa perché avvenuta nel 1456, solo sette anni dopo il passaggio di Crema sotto il dominio veneto. Nell'occasione fu spostato il Crocifisso miracoloso, qui collocato, sostituito da un'ancona in terracotta di Agostino de Fondutis oggi scomparsa. Un altro altare fu aggiunto per decisione del Consiglio generale nel 1456 e dedicato a San Sebastiano. Tra '400 e '500 fu scavata la cripta con conseguente elevazione del piano del presbiterio. Risale al 1520 l'allestimento dell'altare della Madonna della Misericordia, mentre nel 1522 fu rifatto l'organo (da parte di Gian Battista Facchetti) in sostituzione di uno precedente risalente al 1477.

Uno dei pinnacoli apicali della facciata crollò a terra nel 1578 uccidendo il sagrestano; la conseguenza fu la loro demolizione.

Nel 1580 papa Gregorio XIII elevò Crema a sede di diocesi e il duomo divenne cattedrale.

Nel 1709 fu sfondata la cappella absidale sinistra aumentandone il volume e dotandola di cupoletta: il progetto fu di Giacomo Avanzini e la decorazione fu eseguita da Giacomo Parravicini detto il Gianolo con l'ausilio dei fratelli Grandi; infine, vi fu collocato definitivamente il Crocifisso miracoloso.

Tra il 1776 ed il 1780 avvenne una radicale trasformazione degli interni, analogamente a quando si fece in numerose altre chiese medievali; il gusto dell'epoca mal tollerava la semplicità dello stile gotico lombardo e l'architetto Giacomo Zaninelli (in collaborazione con l'architetto barnabita Ermenegildo Pini ed il decoratore trevigliese Orlando Bencetti) trasformò l'aspetto interno della chiesa in forme barocche. Tra gli interventi eseguiti: l'innalzamento del pavimento, la costruzione di plinti per ridurre l'altezza delle semicolonne, l'eliminazione dei capitelli in pietra, lo sfondamento del muro perimetrale destro per l'allestimento di nuovi altari e l'apertura di finestre dalla forma “a fagiolo”; finirono distrutti gli affreschi tre-quattocenteschi; s'intervenne anche sulla cappella del Crocifisso, rifatta da soli pochi decenni, che fu ridecorata.

L'arcivescovo di Milano cardinale Giovan Battista Montini tra il Vescovo di Crema mons. Placido Maria Cambiaghi ed il Sindaco di Crema Giacomo Cabrini durante l'inaugurazione del termine dei restauri del duomo di Crema. Foto Marinoni dal quotidiano "La Provincia" di martedì 28 aprile 1959.
Già alla fine del XIX secolo venne intrapresa una discussione volta a verificare la possibilità di togliere le sovrastrutture barocche; fu consultato anche l'architetto Luca Beltrami, ma non se ne fece nulla.

Tra il 1913 ed il 1916 sotto la direzione dell'architetto Cecilio Arpesani e dell'ingegner Emilio Gussalli vi fu un intervento sulla facciata col fine di sostituire alcune colonnette e ripristinare alcune terrecotte. Soprattutto, furono ripristinati i tre pinnacoli apicali. Nel 1935 fu demolita l'ala del palazzo vescovile addossata alla chiesa e costruita nel 1587.

Grandi lavori furono compiuti tra il 1952 ed il 1958: con l'intento di eliminare le aggiunte settecentesche: il complesso lavoro fu affidato all'architetto Amos Edallo. Il professionista, che si avvalse della collaborazione di Corrado Verga, affrontò il problema a metà tra restauro conservativo e rifacimento in stile, affrontando i ritrovamenti emergenti di volta in volta senza decisioni preventive; per esempio: si era sempre dibattuto fino all'epoca dei restauri se le absidi antiche fossero semicircolari o piane; il ritrovamento delle fondamenta fu inequivocabile e l'abside fu ricostruita piana. Furono usati mattoni antichi provenienti dallo stesso progetto oppure rifatti a mano secondo tecniche antiche dall'artigiano Emilio Jachetti di Castelleone usando terra di Ombriano, il cui impasto permetteva di ottenere mattoni vicini alla colorazione di quelli antichi. Furono eliminate le finestre “a fagiolo” e ripristinate le monofore; la volta della cripta fu abbassata e rifatta in cemento armato; il presbiterio fu ricoperto con marmo di Carrara e fu collocato un nuovo altare in marmo di Candoglia. Si intervenne anche sul pavimento ripristinando quello in cocciopesto risalente al XV o al XVI secolo (con alcune parti rifatte con lo stesso stile e tecnica). L'inaugurazione ufficiale avvenne il 26 aprile 1959 alla presenza del cardinale di Milano Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI).

Un intervento fu approntato nel 1979 per ottemperare ai dettami conciliari; nell'occasione fu posto un nuovo altare opera di Mario Toffetti.

Tra il 1983 ed il 1984 fu eseguito un restauro della torre campanaria secondo un progetto degli architetti Ermentini.

Una visita illustre la cattedrale l'ebbe nel 1992 allorché vi fece visita papa Giovanni Paolo II.

Tra il 2004 ed il 2005 fu allestita una nuova cappella dietro l'antica cripta del duomo al fine di raccogliere le tombe dei vescovi qui sepolti: fu voluta da monsignor Angelo Paravisi (che non vide l'opera completata) e fu inaugurata il 2 settembre 2005.

Nel 2010 è stato avviato un complesso restauro conservativo concluso nel 2014.

La cattedrale, costruita con il caldo cotto delle terre padane ha una facciata “a vento”, notevolmente slanciata, terminante a capanna con galleria. Il portale è arricchito da un lunettone, probabilmente del precedente duomo, con le statue della Madonna con Bambino, affiancata da San Pantaleone e da San Giovanni Battista. Nell’architrave cinque plutei con volti di personaggi enigmatici: al centro L’Agnello pasquale. Sopra il portale, affiancato da due bifore strombate, un bel rosone in marmo di Candoglia e due splendide finestre aperte sul cielo.

Particolarmente rilevante è il concerto di campane del duomo di Crema. I bronzi che sono montati sul campanile risalgono al 1753, fusi dalla fonderia Domenico Crespi e sono sopravvissuti alle requisizioni della seconda guerra mondiale che risparmiavano le campane delle cattedrali. Il castello è composto da sei campane in tonalità Reb3, Fa3, Lab3, Reb4, Mib4, Fa4. A queste si aggiunge una settima piccola campana in Mi4 molto crescente (del 1828 fusa da Andrea Crespi), che serve a richiamo del Capitolo e suona ogni giorno da sola alle ore 8. Le campane sono tutte perfettamente intonate tra di loro, con timbro uniforme e morbido. Tuttavia, solo nelle solennità maggiori vengono impiegate tutte le sei campane a distesa per la cosiddetta scampanàda dal Dòm.

Il campanile risale al periodo a cavallo tra XIII e XIV secolo e pur essendo parte integrante della chiesa, innestandosi sulla cappella di san Pantaleone, appare quasi come elemento architettonico e sé.

Ha una base ideale di forma quadrata di circa 6,5 metri per lato ed è diviso in sei ordini con marcapiani e lesene agli angoli. Alla base stanno due piloni di differenti dimensioni rispetto ai contrafforti della fiancata, e con altezza diversa.

Il primo ordine raggiunge la quota del tetto della navata laterale e presenta sul lato meridionale una finestra a sgualcio con elaborata decorazione. Lo divide dall'ordine superiore una serie di archetti. Sul lato orientale si apre un'altra finestra e, a mezz'altezza, una porticina. Si trovava qui, infatti, fino ai restauri novecenteschi, una costruzione posticcia che fungeva da abitazione del campanaro e che entrava nella torre attraverso questa apertura.

Il secondo ordine è cieco, ma con la specchiatura divisa da un costolone verticale.

Sulla parete meridionale del terzo ordine è presente l'orologio e sulla parete occidentale due piccole feritoie.

Il quarto ordine è per tre lati cieco (col solito costolone centrale) ma si differenzia sul lato meridionale: sulla parte sinistra vi si apre una piccola monofora mentre a destra, all'interno di un'elaborata cornice in cotto, vi è murata una lapide con un bassorilievo raffigurante un liocorno rampante.

Al quinto ordine per ogni lato vi sono aperte due finestre con arco a tutto sesto. A differenza degli ordini inferiori, gli archetti di questo ordine proseguono anche sulle lesene.

L'ultimo ordine è la cella campanaria con una trifora per lato composta da colonnette binate unite; un fregio ad archetti intrecciati precede la cornice che supporta una balaustra con dodici pinnacoli.

Il coronamento finale è una lanterna a forma di ottagono divisa in tre parti: il lato inferiore è un ottagono con fornici ciechi; la zona centrale è una galleria praticabile, con due archi per lato, che sostiene il solito fregio ad archetti intrecciati e cornice superiore, sovrastata da una balaustra con otto torrioncini; termina il campanile la copertura a cono con ringhiera.

In totale il campanile è alto 58 metri.
L’interno è a tre navate di cinque campate (slanciata quella centrale, basse le laterali) più la parte absidale a terminazione piatta secondo l’uso cistercense. Le volte a vela sono sorrette da pilastri. In alto, le pareti della navata centrale sono traforate con monofore e bifore.

Il presbiterio è organizzato secondo le regole del Concilio. Dopo gli ultimi restauri risulta così organizzato: l’altare maggiore al centro della crociera, l’ambone sulla sinistra e la cattedra del vescovo sulla destra, tutti monolitici, in rosso di Asiago, opera dello scultore Mario Toffetti (l’altare del 1979, gli altri due manufatti del 2012). Le tre opere presentano immagini simboliche che richiamano la predicazione della parola, il magistero del vescovo-pastore, l’Eucarestia. Il pavimento è in palissandro venato, tagliato con volute libere sempre da Toffetti (2012).

Al centro della parete absidale è stata collocata una grande tela dell’Assunta (patrona della cattedrale) di Vincenzio Civerchio (1470-1544), in parte ridipinta da Mauro Picenardi (1735-1809).

Il cuore della cattedrale, nell’abside della navata sinistra, è il Crocifisso miracoloso, salvato dalle fiamme nelle quali l’aveva gettato il soldato ghibellino Giovanni Alchini nel 1448. Da allora è veneratissimo dai cremaschi.
L'origine della devozione per questo Crocifisso risale al 1448 nel pieno delle contese tra guelfi e ghibellini; quest'ultimi avevano cacciato dalla città i devoti al papa ed un bergamasco, tale Giovanni Alchini, raccolto in bivacco all'interno del duomo con alcuni soldati, prese il Crocifisso - ritenendolo guelfo perché aveva il capo reclinato a destra - e lo gettò nel fuoco. Immediata la reazione di alcuni presenti che estrassero dalle fiamme l'opera e che poi notarono che il Signore avesse come ritratto le gambe. L'atto sacrilego ha sicuramente radici di verità: durante i restauri del 1999 vennero alla luce i segni di quelle antiche bruciature. Da quel gesto venne affibbiato ai cremaschi il triste appellativo di brusacristi, per la verità assai inclemente visto che fu un insano gesto compiuto da uno “straniero”.
La cappella del Crocifisso si trova a sinistra dell'altare maggiore e si presenta con un impianto decorativo prevalentemente settecentesco. Alle pareti si trovano due dipinti ottocenteschi di Sante Legnani raffiguranti Il Crocifisso dato alle fiamme e la Supplica al Crocifisso. Ma l'elemento di maggior interesse è il grande e venerato Crocifisso ligneo scolpito tra il 1250 ed il 1275 probabilmente in Francia. Presenta un'espressione molto intensa e dolorosa, quasi in contrasto con il resto del corpo scolpito in maniera più primitiva. Nel 1999 fu avviato un restauro che eliminò lo sporco e le sovradipinture e che mise in luce anche le bruciature del rogo che subì nel 1448.
Il duomo è dedicato all’Assunta. Immagini della Vergine sono sulla facciata interna, una Maestà bizantineggiante; nel primo altare a sinistra, un affresco della Madonna con Bambino di Rinaldo da Spino (sec. XV), completato dal Civerchio (1523) e restaurato da Mauro Picenardi (1780).

A destra dell’altare maggiore, la cappella di San Pantaleone, medico di Nicomedia, martire sotto Diocleziano (305-313), patrono della diocesi. I Cremaschi gli attribuiscono la liberazione dalla peste nel 1361. Sull’arco trionfale, tela composita della Passione di San Pantaleone, di Carlo Urbino (sec. XVI); sull’altare, Statua lignea attribuita al Civerchio; sulla parete sinistra, Santi Pantaleone, Vittoriano e Bellino, di Mauro Picenardi (1779-81).

La cattedrale contiene molte altre opere d’arte: nella seconda campata sinistra Santi Sebastiano, Cristoforo e Rocco, tavola del Civerchio (1518). All’altezza del presbiterio, sulle pareti delle due navate, quattro tele raffiguranti i Miracoli dell’Eucarestia di Giovanni Battista Lucini (1639-86). Nella quarta campata della navata destra, una Sacra Famiglia, tempera di allievi del Civerchio (XVI sec.); accanto, Cristo appare a San Marco in carcere, capolavoro di Guido Reni (1575-1642). Nella seconda campata una Sacra Conversazione attribuita al veneziano Francesco Bissolo (1470-1540); sotto, Monumento a Pio IX di Quintilio Corbellini (1878); di fianco, una Santa Lucia di Mauro Picenardi. Nella prima (un tempo altare di san Marco) sarcofago barocco di san Giacinto e bella la Madonna con Bimbo in un’edicola tardotrecentesca.

Sulla parete fondale dell'abside, dietro l'altare maggiore, si trovava l'organo a canne, costruito nel 1963 dalla ditta Tamburini e dalla stessa ampliato con l'aggiunta di alcuni registri nel 1966. Lo strumento, che riutilizzava il materiale fonico e parte dei somieri (opportunamente riadattati) del precedente organo Inzoli del 1908, era a trasmissione integralmente elettrica con consolle mobile indipendente con tre tastiere di 61 note ciascuna ed una pedaliera concavo-radiale di 32.

L'organo è stato smontato durante i lavori di restauro complessivo della cattedrale nel 2011. Necessitando di interventi, anche a seguito di operazioni effettuate negli anni ottanta e considerate poco felici, ma non avendo sufficienti risorse economiche la diocesi provvedeva ad acquisire, grazie ad una donazione, un organo di origine olandese, poi ceduto alla parrocchia di Capergnanica. L'organo originale ha subito molti interventi di restauro e manutenzione e si è pensato di trasformarlo da trasmissione elettrica a trasmissione meccanica. Alcuni, tra cui Alessandro Lupo Pasini, un concertista d'organo cremasco, hanno espresso le loro perplessità a riguardo della costosa trasformazione dell'organo, e hanno fatto notare che il vecchio strumento Tamburini potrebbe ancora assolvere la sua funzione con gli interventi di normale manutenzione.A favore del ripristino dell'organo storico sono intervenute anche associazioni come Italia Nostra al fine di salvaguardare un esempio di arte organaria cremasca di rilevanza storica e artistica. Dal momento della riapertura, la cattedrale è dotata di un organo positivo provvisorio, offerto in comodato dall'organista titolare del duomo, Alberto Dossena.

Interessanti le sacrestie. In quella dei canonici, una serie di notevoli tele; nell’attigua penitenzieria, dipinti a tempera di Rosario Folcini, artista cremasco vivente (1962).

La sacrestia principale è un’elegante struttura che sembra risalire al periodo di riedificazione della città (1185 circa): il vano è coperto da quattro voltine a crociera, sorrette da una colonna centrale con bel capitello.




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domenica 24 maggio 2015

LA CHIESA MATER ORPHANORUM A LEGNANO

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La chiesa della Mater Orphanorum si trova  nel rione di Mazzafame e contiene opere d'arte ispirate al Mater Orphanorum e a S. Girolamo Emiliani, fondatore dell'ordine dei Somaschi.
La donazione da parte del commendatore Augusto Barlocco di un vasto terreno di oltre diecimila metri quadrati nel rione di Mazzafame, sul lato destro di via Ciro Menotti, rese possibile il decollo di una grande istituzione religiosa e sociale. Il 20 settembre 1951 poteva infatti essere inaugurata la prima costruzione del villaggio dell'Opera Mater Orphanorum istituita, in una casa presa in affitto a Castelletto di Cuggiono, l'8 settembre 1945 dal padre somasco don Antonio Rocco. Il sacerdote, nello spirito del fondatore della congregazione, san Girolamo Emiliani, si prefiggeva l'accoglienza e l'assistenza di povere fanciulle orfane. Accanto all'istituto si pensò così di realizzare un santuario che potesse servire a questa comunità ma anche gli abitanti del territorio circostante. Fu incaricato del progetto l'architetto milanese Emilio Tenca. La prima pietra fu posta il 26 settembre 1954 dal vicario arcivescovile mons. Giuseppe Schiavini e si decise di dedicare il tempio , primo in Italia, alla Beata Vergine madre degli orfani. I lavori procedettero spediti, tanto che il 4 dicembre 1955 il cardinale Montini, arcivescovo di Milano, benedisse il santuario. Il 1° maggio 1958 il vescovo di Lourdes mons. Pietro Maria Thèas donò alla Mater Orphanorum un frammento di roccia della grotta in occasione del centenario delle gloriose apparizioni il santuario fu consacrato con una solenne cerimonia il 29 ottobre 1995 dal cardinale Carlo Maria Martini nel 50° anniversario della pia associazione laicale religiosa Mater Orphanorum, che nel frattempo aveva ampliato il suo villaggio accogliendo, oltre alle orfanelle, anche anziane nella casa di riposo Padre Pio. La benemerita Opera, oltre alla Procura Generale a Roma e la direzione a Milano, attualmente ha 8 istituti in Italia, 6 nel centro e Sud America e una in Africa. La congregazione delle oblate della Mater Orphanorum ebbe nel 1985 il decreto di riconoscimento di ente di diritto pontificio. La chiesa presenta linee architettoniche sobrie con mattoni a vista e una originale facciata con pronao movimentato da tre archi.L'interno è una sola navata che termina con una grande nicchia absidale in mosaico che fa sfondo all'altare e richiama un cielo stellato. Nella fascia interna dell'arco che delimita la nicchia sono raffigurati in quindici scene i misteri del Santo Rosario affrescati dal pittore comasco Conconi.



La pala d'altare è costituita da un dipinto su tela, suggerito da Padre Rocca fin dal 1942 e realizzato tre anni dopo dal pittore Bonaventura Veneziani; raffigura la Madonna circondata da orfani con San Girolamo Emiliani inginocchiato in atto di preghiera. Dello stesso autore è un altro pregevole dipinto posto nella prima cappella di sinistra per chi entra. Nella duplice simbologia esso rappresenta, nella parte superiore, la chiesa portante con al centro la Madonna, mediatrice universale di tutte le grazie, circondata da angeli e santi; nella parte inferiore le chiesa militante guidata da Papa Pio XII, l'autore ha inserito nella tela, oltre a padre Rocco, anche alcuni personaggi laici di Legnano, benefattori dell'Opera Mater Orphanorum. Nelle altre due cappelle di destra, rispetto all'altare, sono collocate tele che ritraggono San Giuseppe e San Antonio, eseguite nel 1958 da Mosè Turri junior. Un altro dipinto di questo autore (la Vergine col Bambino) si trova in sacrestia. Sulla parte posta a destra dell'altare a lato della porta della sacrestia, si può ammirare anche una tela del '600 di ignoto, pervenuta in dono al santuario che raffigura la Regina del Santo Rosario con Santa Caterina, San Domenico e Pio V. Sulla parete di fondo ai due lati dell'ingrasso si trovano dipinti dei pittori Ardinghi (1961) e del greco Kiorens (1928). Il soffitto della chiesa è decorato, con la tecnica a graffito, e raffigura un maestoso trionfo di angeli. Di un certo pregio artistico è anche il portale in bronzo, opera dello scultore Alberto Ceppi di Meda, inaugurato il 29 settembre 1996.Sul battente di destra la Vergine degli orfani con un gruppo di bimbi e in alto lo stemma dei padri somaschi; sull'altro battente San Girolamo Emiliani, fondatore nel 1528, dell'Ordine dei servi dei poveri, poi chiamati somaschi. Di epoca più recente(giugno 1976) rispetto alla costruzione del tempio e di linee ardite che ben si armonizzano col santuario, è il maestoso campanile di 42 metri in cemento a vista. Volutamente il progettista, architetto della chiesa Emilio Tenca, lo stesso autore della chiesa, non volle inglobarlo nell'edificio sacro, ma lo ha fatto innalzare isolato a ovest. La croce di ferro e rame che sovrasta il campanile, alta due metri e 20, fu eseguita su disegno dello scultore Ezio Asnaghi di Milano. Ai piedi del campanile è collocato un gruppo di bronzo "Madonna con San Girolamo", opera dello stesso Asnaghi. Nel 1977 sono state fuse per la cella campanaria sette campane, opere artistiche dello scultore Ettore Marinelli, titolare anche dell'omonima pontificia fonderia. Ciascuna campana è corredata di immagini e simboli pertinenti. Il campanone riproduce il quadro del Veneziani che domina l'altare maggiore, le altre campane rispettivamente sono dedicate a San Girolamo Emiliani, al Concilio Vaticano II, all'Anno Santo 1975, a San Giuseppe, a Santa Teresa del Bambino Gesù e l'ultima ai Santi angeli custodi. La consacrazione delle campane è avvenuta il 16 marzo 1979 da parte del cardinale monsignor.Giovanni Colombo. Questo tempio (il solo della città di Legnano in cui le Messe si celebrano in rito romano) ha assolto per 35 anni il ruolo di unico ruolo di culto per il vasto quartiere Mazzafame, prima che fosse ultimata nel 1990, la chiesa della nuova parrocchia dedicata al beato Cardinale Ferrari.
Un caro saluto a tutte le suore e i bimbi ospitati che la Mater Orphanorum li protegga.




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LA BASILICA DI SAN MAGNO A LEGNANO

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La chiesa ha una pianta quadrata d’ispirazione bramantesca e fu costruita tra il 1504 e il 1513 in sostituzione della chiesa romanica di S. Salvatore. Il campanile è del 1752.È intitolata a San Magno dei Trincheri.
Prima della basilica di San Magno, la comunità legnanese faceva riferimento alla chiesa di San Salvatore, la cui costruzione risalirebbe, secondo alcuni studi, al X oppure all'XI secolo. L'ingresso, che era situato a nord, era prospiciente ad una stradina che portava alla "Braida Arcivescovile" grazie ad un ponte sull'Olonella. Già nel XV secolo la chiesa di San Salvatore era minata da alcuni problemi di stabilità che erano originati dalla vetustà delle strutture e dalle infiltrazioni dell'acqua dell'Olonella che scorreva poco distante. A peggiorare la situazione c'erano anche le frequenti inondazioni del fiume.

La chiesa di San Salvatore crollò parzialmente alla fine del Quattrocento ed quindi i legnanesi ottennero dall'Arcivescovo di Milano e da Ludovico il Moro il permesso di demolire i resti del vecchio tempio e di costruire una nuova chiesa. L'aspetto generale della chiesa di San Salvatore era piuttosto morigerato e quindi i legnanesi del XVI secolo decisero di edificare una chiesa che fosse più sontuosa della precedente. La Legnano del XVI secolo, infatti, non era più il modesto borgo agricolo dell'epoca medioevale, ma era diventata un centro abitato benestante sede di molte famiglie nobiliari, che si era arricchito di diverse dimore gentilizie.

Della vecchia chiesa di San Salvatore furono conservate le fondamenta dell'abside ed il campanile. Tale torre campanaria diventò poi il campanile della basilica di San Magno. Mantenne questa funzione fino al 1752, quando crollò per due terzi e fu sostituito dall'attuale. I suoi resti furono trasformati in una cappella, che è ancora visibile dietro al campanile attuale in corrispondenza del lato sud della basilica, vicino ad un passaggio coperto. Tali resti sono riconoscibili per la presenza di una piccola porta e di sassi a vista.

Il progetto della basilica di San Magno venne realizzato probabilmente da Giovanni Antonio Amadeo o dal suo seguace Tommaso Rodari su disegno di Donato Bramante. La prova che assegna la paternità dei disegni al celebre artista è contenuta in uno scritto del 1650 di Agostino Pozzo, prevosto di San Magno, che recita: "questa fabbrica è dissegno per quello si tiene Bramante architetto de' più famosi habbi hauto la cristianità ". La chiesa fu poi realizzata grazie al sostegno delle famiglie Lampugnani e Vismara.

La prima pietra fu posata il 4 maggio 1504, mentre l'edificazione si protrasse fino al 6 giugno 1513 con il completamento delle opere murarie. Fu consacrata il 15 dicembre 1529 dopo una sospensione dei lavori che durò dal 1516 al 1523 per mancanza di fondi. I progetti originali sono andati perduti ed il lavori di costruzione furono eseguiti sotto la supervisione dell'artista più importante della Legnano dell'epoca, Gian Giacomo Lampugnani, e di un capomastro dal nome sconosciuto. Il complesso della basilica di San Magno presenta gli stessi elementi architettonici riscontrabili più tardi in alcune chiese di Lodi, Saronno, Pavia e Crema. Ispirato al disegno architettonico della basilica di San Magno è il santuario di Santa Maria di Piazza di Busto Arsizio.

Un'ipotesi che spiega l'intitolazione della basilica a San Magno dei Trincheri si riallaccia ad alcuni avvenimenti accaduti poco dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente. Nel 523 l'imperatore bizantino Giustino I promulgò un editto contro gli ariani. Come risposta a questo provvedimento, il re degli Ostrogoti Teodorico, che era di fede ariana, iniziò a perseguitare i cattolici uccidendo e imprigionando anche personalità religiose di rilievo. Alla morte di Teodorico, sul trono degli Ostrogoti si sedette il più tollerante Atalarico, e grazie anche all'intercessione di San Magno, Arcivescovo di Milano, molti prigionieri furono liberati. Dato che queste persecuzioni toccarono anche Legnano, i suoi abitanti decisero di intitolare a San Magno prima l'abside centrale dell'antica chiesa di San Salvatore, e poi la nuova basilica.

Fino al 1610 l'ingresso alla basilica era situato verso palazzo Malinverni e quindi, rispetto all'odierno, era ruotato di 90° verso nord. Poi l'ingresso fu spostato nella posizione attuale. Nell'occasione, furono aperte anche due nuove porte laterali. Questa modifica fu opera del Richini. Nel 1611 vennero invece consacrate due nuove campane dal cardinale Federico Borromeo.

Fin dal medioevo, in corrispondenza dell'attuale piazza San Magno, era ubicato il cimitero principale di Legnano, che era utilizzato per seppellire le salme della gente comune. I nobili, infatti, inumavano i propri defunti all'interno delle chiese, mentre le salme del popolo venivano seppellite nei pressi dei templi. Il camposanto citato fu utilizzato già da prima della costruzione della basilica di San Magno. Successivamente, per il medesimo scopo, fu realizzata una grande stanza sotterranea. Questo cimitero era conosciuto come "il foppone" e venne utilizzato fino al 1808.

Durante la sua storia, la basilica di San Magno non fu mai oggetto di modifiche sostanziali. Nel 1840 fu realizzata l'attuale porta principale. Nell'occasione vennero eseguiti anche dei lavori di consolidamento e fu demolita la casa del sacrestano, che era situata verso l'attuale municipio. Nel 1888 fu realizzato un primo restauro, che venne seguito da un'altra restaurazione che durò dal 1911 al 1914. Durante quest'ultima risistemazione, che fu necessaria per rimediare ai danni causati da un ciclone che colpì Legnano il 20 luglio 1910, vennero realizzati dei lavori importanti che coinvolsero l'intera della basilica. Fu allungato l'atrio principale, vennero rifatti il tetto e la facciata, e furono realizzati i timpani sulle porte. Nell'occasione, furono anche realizzati i graffiti della facciata. Nel 1909 fu invece edificata la nuova sacrestia. La basilica fu restaurata nuovamente dal 1963 al 1964.

La piazza di fronte alla basilica, intitolata in un primo momento ad Umberto I (re d'Italia dal 1878 al 1900), fu dedicata a San Magno dopo la seconda guerra mondiale.

Il 29 marzo 1950, con una bolla, Papa Pio XII elevò la chiesa a basilica romana minore.

La pianta della basilica è tipicamente rinascimentale. Essa non ricalca più la tipica forma rettangolare allungata verso l'altare delle chiese medioevali, ma presenta una pianta centrale ad ottagono che permette una visione prospettica verso tutte le direzioni. Il visitatore, in ogni posizione, può infatti trovare angoli prospettici, scorci e spazi architettonici che appagano la visuale. Nel medioevo, invece, la prospettiva era tutta incentrata sull'altare maggiore. Le chiese bramantesche non possiedono una facciata principale attorno la quale "ruotano" dei volumi secondari, ma hanno una serie di simmetrie e di spazi prospettici dotati circa della stessa importanza che formano, nel complesso, l'insieme della struttura. La pianta ad ottagono della basilica di San Magno presenta un corto transetto che fornisce alla chiesa una forma a croce. Sugli angoli di quest'ultimo sono poi presenti quattro piccole cappelle.

Il campanile originario che serviva la basilica era quello dell'antica chiesa di San Salvatore. Non avendo problemi strutturali, si salvò infatti dalla demolizione. Tale torre campanaria fu allungata nel 1542, mentre nel 1611 fu ristrutturata e irrobustita per poter permettere la collocazione delle campane consacrate da Federico Borromeo, che erano più grandi e pesanti. Nel 1638 venne eseguita un'altra opera di rafforzamento della torre. A metà del Settecento l'antico campanile crollò per due terzi, e quindi il 2 dicembre 1752 iniziarono i lavori di costruzione di una nuova torre campanaria.I resti di quella vecchia furono trasformati in una cappella, che è ancora visibile dietro al campanile della basilica di San Magno in corrispondenza del lato sud dell'edificio, nei pressi di un passaggio coperto. Il progetto del nuovo campanile fu opera di Bartolomeo Gazzone. Il nuovo campanile venne realizzato con una struttura in mattoni che sostituì quella in sassi della torre campanaria precedente. L'altezza supera i 40 metri. Vennero previste, lungo le pareti, delle lesene.

Sul lato destro della basilica era presente, fino al 1967, un'antica canonica cinquecentesca. Tale edificio fu ingrandito nel Seicento per volere di Federico Borromeo, e nuovamente nel Settecento in occasione della costruzione del nuovo campanile. Già alla fine dell'Ottocento parte della struttura fu demolita. Il resto degli edifici, come già accennato, sono stati abbattuti nel 1967 per poter permettere la costruzione del nuovo centro parrocchiale, che è stato inaugurato nel 1972 dall'arcivescovo di Milano Giovanni Colombo. La nuova canonica fu fabbricata in stile moderno.

Inizialmente la facciata e le altre pareti esterne della basilica erano in mattoni a vista. L'aspetto cambiò radicalmente nel 1914, quando furono realizzati gli intonaci a graffiti. Nell'occasione, furono sostituite anche le finestre.

Le tre porte in bronzo vennero invece donate alla basilica in occasione del settimo centenario della battaglia di Legnano grazie ad una sottoscrizione popolare. Furono benedette il 30 maggio 1976 dall'arcivescovo Giovanni Colombo. Le raffigurazioni delle tre porte sono ispirate alla battaglia di Legnano ed alle tradizioni culturali della città.
Il pavimento, in marmo rosso, bianco e nero, fu posato nel Settecento. I cori in legno di noce vennero realizzati nel Cinquecento e furono opera dei fratelli Coiro. L'organo venne invece realizzato nel 1542 dalla famiglia Antegnati e fu oggetto di restauri in due occasioni (una nell'Ottocento e l'altra nel XX secolo). Venne collocato nell'attuale posizione nel 1640.

La prima opera decorativa realizzata nelle basilica fu eseguita nel 1515 da Gian Giacomo Lampugnani, che affrescò la volta della chiesa a grottesca. Lo storico dell'arte Eugène Müntz definì tale decorazione "la più bella grottesca della Lombardia". Dietro l'altare maggiore è conservato un polittico di Bernardino Luini del 1523 raffigurante la Madonna col Bambino, sette angeli musicanti e quattro santi (San Giovanni Battista, San Pietro, San Magno e Sant'Ambrogio). Tale opera è affiancata da un Padre Eterno raffigurato in un timpano.

La volta e le pareti della cappella maggiore furono dipinti da Bernardino Lanino tra il 1562 ed il 1564. Il pittore raffigurò sull'arco trionfale Gesù Cristo e San Magno accostati da San Rocco e San Sebastiano. Sul cornicione dipinse invece i quattro evangelisti ed i primi quattro dottori della Chiesa, cioè Sant'Ambrogio, Sant'Agostino, San Girolamo e San Gregorio.

La cappella di San Pietro Martire, che situata vicino all'entrata, è stata affrescata nel 1556 da Evangelista Luini, figlio di Bernardino. Rappresentavano il martirio di San Pietro attorniato da Dio benedicente (sulla lunetta) e da alcuni santi (sui pilastri). In seguito questi dipinti furono perduti e vennero rifatti tra il XIX ed il XX secolo da Beniamino e Gersam Turri.

La cappella grande laterale di sinistra è dedicata al Santo Crocifisso. È stata affrescata nel 1925 con alcune raffigurazioni di scene bibliche. La cappella contiene un prezioso Cristo ligneo deposto, un crocifisso e due statue di cartapesta raffiguranti l'Addolorata e la Maddalena. Gli affreschi sono invece del 1925. La cappella situata sul lato opposto, che è chiamata dell'Assunta o dell'Immacolata, ospita la già citata pala del Giampietrino del 1490. Gli affreschi presenti sono invece del Seicento e raffigurano l'Assunzione di Maria ed alcuni santi.

La cappella di San Carlo e San Magno, che è la terza sulla sinistra, è stata invece affrescata nel 1924 con la raffigurazione di figure varie di puttini. Contiene una reliquia di San Magno e due quadri del XVII secolo che raffigurano San Carlo. Gli stucchi sono dello stesso periodo. La cappella dell'Andito, che si trova di fronte, non è stata decorata da quasi nessuna pittura per dare l'idea di come fosse disadorna la basilica prima della realizzazione delle opere pittoriche dell'inizio del XX secolo. L'unico affresco presente è una raffigurazione Secentesca della Madonna.

La cappella del Sacro Cuore si trova invece sulla sinistra dell'altare maggiore. Tale cappella presenta degli affreschi del 1862 di Mosè Turri e delle decorazioni del medesimo pittore che sono state eseguite nel 1853. È anche conservato un prezioso quadro del Seicento raffigurante la deposizione di Cristo, che è opera di Giovanni Battista Lampugnani. Nella cappella è anche presente un'antica fonte battesimale in marmo rosso della metà del Seicento.

La cappella del Santissimo Sacramento, che è dedicata a San Pietro e San Paolo, si trova invece a destra dell'altare maggiore. Sono presenti degli affreschi del 1603 opera di Giovan Pietro Luini (detto "il Gnocco") che raffigurano degli angeli e delle decorazioni del 1925 di Gersam Turri. La cappella contiene anche una tela del Seicento opera dei fratelli Lampugnani che raffigura la crocifissione di Gesù Cristo ed un quadro del 1940 rappresentante Santa Teresa del Bambin Gesù.

All'entrata, sulla sinistra, è presente la cappella di Sant'Agnese. I due affreschi che la decorano sono Cinquecenteschi e sono opera di Giangiacomo Lampugnani. Uno raffigura la Madonna con il Bambino, Sant'Agnese, Sant'Ambrogio, San Magno e Sant'Orsola, mentre l'altro rappresenta la Natività. Sulle colonne sono invece raffigurati San Gerolamo ed Origene.



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giovedì 21 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO A BUSTO ARSIZIO

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Il canonico Antonio Crespi Castoldi, nel 1614 realizzò una “storia di Busto Arsizio” basata sulla tradizione dell’epoca e su documenti allora consultabili ed oggi andati perduti. Egli racconta che sull’area ove oggi sorge la chiesa di San Michele, vi era un castello e che in esso, nell’anno 1242 si svolse un atto ufficiale alla presenza del console milanese. Nel 1276 il castello venne distrutto per vendetta da Napo Torriani a causa della partecipazione di Busto alla guerra fra Visconti e Torriani, ovviamente, a detta del Crespi Castoldi, dalla parte dei Visconti. Saranno poi i Visconti a ricostruire le mura ed il fossato del borgo, ma non il castello che, pertanto, rimase diroccato per secoli. Una primitiva piccola cappella, forse adiacente il castello, forse inserita in esso, era stata eretta certamente sin dall’epoca longobarda. Presumibilmente, con la distruzione del castello nel 1200 andò perenta anche questa cappella. Sulle rovine del castello venne edificata una nuova chiesa, e venne recuperata la base della torre del castello stesso per sopraelevarci il campanile, di cui diremo in seguito. La prima ricostruzione della chiesa in forma basilicale, a navata unica con tre absidi semicircolari e tetto a capriate, è pertanto da far risalire alla fine del ’200 o inizio del ‘300. Nel Liber notitiae sanctorum Mediolani, compilato fra il 1290 e il 1310 viene elencata anche la chiesa di San Michele a Busto. Nel 1343 venne eretto un beneficio curato, ossia l’assegnazione di beni sufficienti per garantire la “cura” di un sacerdote fisso.
Crespi Castoldi ci informa che nel 1494 la chiesa venne ornata con pitture e nel 1512 venne eretto un secondo beneficio “curato”.
Risale al 1566 una descrizione dettagliata della chiesa, con un altare principale, 4 altari minori, pavimentata. Adiacente vi era il cimitero. Nel 1580 venne redatta una nuova descrizione con piantina, e si disse che la chiesa era in buono stato. Dal disegno emerge come il fosso e i bastioni delle mura cingessero di fatto la chiesa stessa, il cimitero e le case dei curati.
Ancora agli inizi del ‘600 vi erano dieci sepolcri interni, ridotti ad otto nel 1622.
Nel 1641 la chiesa viene detta pericolante in diversi punti, e così si darà corso alla realizzazione della nuova.

Il Campanile è certamente, almeno nella parte inferiore, l’edificio più antico tuttora esistente a Busto. Già basamento di torre del castello longobardo, o comunque basamento di parte del castello stesso, fu “riciclato” per realizzare la torre campanaria della chiesa. Si tratta di un basamento di pietre e ciotoli, del IX-X secolo.
La parte intermedia ha lesene angolari di mattoni, quattro campi sovrapposti, rientranti, in ciottoli con archetti e finestre a tutto sesto, e si concludeva con le quattro bifore con colonnina intermedia, dapprima murate e solo recentissimamente riportate alla luce. Nel 1559 venne realizzata una ulteriore elevazione coincidente con l’attuale cella campanaria, alta 11 cubiti. Ne deriva che in epoca imprecisata venne realizzata una ulteriore sopraelevazione intermedia corrispondente all’attuale alloggiamento dell’orologio.
A fine ‘700 verrà dotato di tre campane provenienti da San Giovanni, mentre nel 1889 accolse ben 12 campane su un castello in ghisa.
Pur essendo stato realizzato in almeno quattro fasi separate, questo campanile ha un fascino ed una omogeneità tutte proprie. Solo il campanile di San Giovanni, terminato nel 1418, supererà questa torre, che, pertanto, coi suoi “100 cubiti” (40 metri) resterà un elemento fondamentale fino al XX secolo dello “skyline” cittadino.

L’edificio attuale venne realizzato, nella sua struttura di base, nel periodo fa il 1653 ed il 1679 su un disegno dell’arch. Francesco Maria Richino (o Richini), ad unica navata. La prima visita pastorale nel nuovo edificio risale al 1656 ad opera di mons. Filippo Maria Visconti che data l’inizio dei lavori al 1653. La prima grande novità è data dal rovesciamento del tradizionale orientamento delle chiese con abside ad Ovest. Poiché lasciare quell’orientamento avrebbe costretto a realizzare la facciata a ridosso dei bastioni delle fortificazioni del borgo, si decise di posizionare la facciata laddove la vediamo oggi.
La volta era a botte, il pavimento era di marmo e conteneva 30 sepolcri. Solo nel 1785 il coro, dietro all’altare, accolse degli stalli, provenienti dalla chiesa di santa Maria di Abbiategrasso. L’altare maggiore fu per oltre un secolo lo stesso della chiesa precedente in legno, e venne sostituito da uno nuovo solo nel 1753, probabilmente realizzato da Biagio Bellotti. Interessante notare la scritta la latina “quis ut deus” (chi come Dio ?) che corrisponde alla traduzione dell’ebraico “mi cha el” (da cui Michele). Il nome Michele, pertanto, fa espresso riferimento al ruolo avuto dall’Arcangelo nello sconfiggere gli angeli ribelli che ritenevano, appunto, di essere come Dio. Il nome Michele, dunque, è un monito continuo anche alla arroganza degli uomini, affinchè ricordino di non essere come Dio.
Il Battistero venne realizzato nel 1884.
Nel 1931 la volta della chiesa, fatta di incannucciato, viene sostituita con una nuova di mattoni.
Negli anni 1937-39 il presbiterio e l’abside vengono demoliti e ampliati, su progetto dell’architetto Giovanni Maggi, con l’aggiunta del transetto, della cupola, di una nuova sagrestia, della cosiddetta penitenzieria (oggi cappella invernale), con la realizzazione della controfacciata che guarda su piazza Manzoni, la cosiddetta grotta della Madonna di Lourdes con stalattiti di cemento dipinto. Queste modifiche sono state assoggettate a notevoli critiche in quanto no rispetterebbero le valenze formali dell’edificio preesistente e ne avrebbero pertanto stravolto l’immagine complessiva.
L’attuale organo di oltre tremila canne è del 1945.
Di grande pregio le opere custodite nell’adiacente museo di arte sacra.

Gran parte delle decorazioni pittoriche sono piuttosto recenti anche se nel loro insieme forniscono una sensazione di grandiosità. Risalgono infatti agli anni fra il 1932 ed il 1950 la grandiosa decorazione pittorica della controfacciata (Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Mosè, Aronne), della volta (al centro Dio creatore, l’arcangelo Michele sconfigge gli angeli ribelli, Annunciazione, ai lati Michea, Abdia, Gioele, Osea, Malachia, Zaccaria, Aggeo, Abacuc) del transetto destro (alle pareti Elia confortato dall’angelo, Il miracolo di Torino, Ultima cena, sulla volta del transetto: gloria di san Felice), nel transetto sinistro (alle pareti martirio di san Tarcisio, miracolo di sant’Antonio, moltiplicazione dei pani e dei pesci, sulla volta del transetto: Assunzione), della cupola (Cristo vincitore della morte), dei pennacchi (Evangelisti), dell’abside (primato di Pietro, Spirito Santo, Fede, Speranza, Carità, Giustizia, santa Cecilia, san Gregorio), del battistero (alle pareti battesimo di Gesù, mandato di Gesù agli Apostoli, nella volta del battistero: Spirito Santo tra angeli). Sono opere di Mario Chiodo Grandi, Angelo Galloni, Gerolamo Polloni e A. Bonfanti,
La vetrata sopra l’ingresso principale (Madonna con Bambino e san Giovannino) è del 1949. Tele di rilievo: nei primi due vani laterali si trovano: a destra il battesimo di Cristo (fine’600), vita del Battista; a sinistra la guarigione di Tobia di Pietro Antonio Magatti (1731 circa) proveniente dalla chiesa di San Rocco.
La chiesa di San Michele Arcangelo si trova nel centro di Busto Arsizio, in piazzetta Don Pio Chieppi.

L'esterno dell'edificio è caratterizzato dalla facciata barocca. Questa è a capanna ed è suddivisa in due fasce orizzontali da un alto cornicione. La fascia inferiore, con paraste ioniche, presenta al centro il grande portale, posto fra due semicolonne marmoree e sormontato da un tondo a bassorilievo raffigurante la Madonna con il Bambino. La fascia superiore, invece, è con lesene corinzie e al centro di essa vi è un finestrone rettangolare con semplice cornice marmorea. La facciata è coronata da un timpano triangolare sormontato da quattro statue di Angeli (ai lati) e di San Michele Arcangelo (al centro).

Alla sinistra della chiesa sorge il campanile, unica struttura della fortificazione preesistente longobarda e costruzione più antica di Busto Arsizio. La torre, costruita in pietra e ciottoli, viene fatta risalire al IX secolo o al X secolo. La parte superiore presenta lesene angolari di mattoni e quattro campi rientranti in ciottoli con archetti e finestre a tutto sesto. Il campanile si conclude con quattro bifore, di cui due murate.

La torre venne sopraelevata in un primo momento del segmento corrispondente all'orologio e successivamente (nel 1559) della cella campanaria. Inizialmente le campane erano tre e diventarono dodici nel 1889, per mano della fonderia Barigozzi di Milano.

L'indagine sulla tenuta della fondazioni del 1997 ha portato alla conclusione che esse sono solide e quindi le fessure presenti nella parte superiore del campanile devono essere imputate a problemi delle strutture sovrastanti, relazionati anche con le vibrazioni indotte dal movimento delle campane.

Nel 2007 sono iniziati i conseguenti lavori di restauro della torre campanaria, che si sono conclusi l'anno successivo. Dopo questo restauro, le campane non poggiano più sulle mura del campanile ma su una struttura metallica interna che scarica direttamente sulle fondazioni.

Internamente, la chiesa è a pianta a croce latina, con navata unica coperta con volta a botte lunettata lungo la quale si aprono dieci cappelle laterali, cinque per lato.

Sul lato destro della navata si trovano:

La Cappella del Crocefisso situata presso la terza arcata. In essa è presente un crocefisso ligneo risalente al XVI secolo e una tela della fine del secolo XV attribuibile alla scuola di Ambrogio da Fossano detto il Borgognone (1481-1522) raffigurante la Vergine con il Cristo deposto e gli angeli. All'interno della cappella è inoltre presente una croce cesellata in argento attribuita a Biagio Bellotti che conserva una reliquia della Santa Croce. Ai lati dell'altare si trovano invece gli affreschi della Maria Maddalena e della Veronica.
La Cappella di San Felice e delle Reliquie situata presso la quarta arcata. In essa sono presenti l'urna di San Felice e, conservati in una nicchia sopra l'altare, i reliquiari risalenti ai secoli XVI e XVII. Uno è a forma di croce, due a forma di busti di santi e altri di lavorazioni diverse. Si trova inoltre una tela di Giovan Mauro della Rovere detto il Fiammenghino (1575-1640) raffigurante San Carlo in adorazione del Santo Chiodo. Ai lati dell'altare vi sono gli affreschi dei primi martiri cristiani e delle catacombe.
Cappella di San Francesco di Paola: realizzata nel 1738, è situata presso la quinta arcata. In essa si trovano due dipinti, entrambi con autore ignoto: uno, di forma rettangolare, rappresenta l’apparizione di San Michele Arcangelo a San Francesco di Paola, l’altro, ovale, mostra un miracolo di quest’ultimo. Ai lati dell’altare vi sono affrescate le immagini di Sant'Agostino e di San Giovanni Battista.
Sul lato sinistro della navata centrale si trovano:

La Cappella di San Giuseppe situata presso la terza arcata. In essa è presente un gruppo ligneo che venne ordinato nel 1903 alla ditta Mayer di Monaco di Baviera. Sulla volta della cappella è raffigurata la gloria dei Santi Cosma e Damiano. Ai lati dell'altare, due affreschi mostrano Giuseppe l'Ebreo e Davide.
La Cappella del Sacro Cuore situata presso la quarta arcata. Fino al 1882 era dedicata ai Santi Innocenti martiri, il cui ricordo rimane nel cartiglio presente sulla volta della cappella. La statua del Sacro Cuore è della ditta Mayer di Monaco di Baviera e venne posta nella nicchia nel 1882. Ai lati dell'altare sono raffigurati San Tommaso d'Aquino e Santa Margherita Maria Alacoque.
La Cappella della Madonna situata presso la quinta arcata. Oltre alla statua dell'Immacolata, nella lunetta sovrastante l'altare è raffigurato un angelo con le parole tratte dal versetto alleluiatico del Tota pulcra: et macula originalis non est in te.
Gli affreschi della cupola, che illustrano il trionfo di Cristo sulla morte su una superficie di cinquecento metri quadrati, furono iniziati nel 1942 e portati a termine l'anno successivo da Angelo Galloni ed Ettore Chiodo Grandi. Quest'ultimo pittore è figlio di Mario Chiodo Grandi, che tra il 1932 ed il 1934 decorò la grande volta della chiesa con le rappresentazioni della creazione, della battaglia degli angeli in cielo e dell'Annunciazione, oltre alla serie dei dodici profeti sui fianchi e sulla controfacciata.

Gli affreschi dell'abside (con la missione del Salvatore), del catino (con il primato di San Pietro) e delle volte dei transetti (in quello di sinistra con la gloria della Vergine ed in quello di destra con il trionfo di San Felice) vennero invece eseguiti tra il 1945 e il 1946 sempre da Angelo Galloni e da Enrico Chiodo Grandi. Nel transetto di destra è presente un grande affresco dedicato a L'Ultima Cena, e nel transetto di sinistra un altro grande affresco dedicato al Miracolo dell'Eucaristia di Torino, opere del pittore Gerolamo Poloni di Martinengo (1948).

Alle spalle dell'altare maggiore, a ridosso della parete fondale dell'abside, si trova l'organo a canne Mascioni opus 603, costruito nel 1945.

Lo strumento è a trasmissione elettrica e la sua consolle, indipendente, dispone di due tastiere e pedaliera concavo-radiale. La mostra, del tipo ceciliano, è fuori cassa ed è composta da canne di Principale disposte a palizzata.

Edificato entro l'area cimiteriale tra il 1761 e il 1764 su progetto di Biagio Bellotti, il mortorio, con una struttura originalissima che si ispira al barocchetto teresiano, collega i due volumi della chiesa e delle case parrocchiali e, allo stesso tempo, permetteva l'attraversamento dell'antico cimitero (oggi piazzetta don Pio Chieppi, primo parroco di San Michele).

Il passaggio centrale è sovrastato da una cupoletta semiellissoidale su pennacchi sferici. Ai lati di questo vi sono due vani quadrati coperti con volta a botte destinati all'esposizione delle ossa. Nei due prospetti di est e di ovest si trovano finestre ellittiche (unico esempio negli edifici del Bellotti di questa forma), mentre sull'andito sono quasi rettangolari, ma con architravi molto elaborati.

Di pregevole fattura sono inoltre le inferriate, realizzate con esili ferri battuti a sezione quadra e foglie (un tempo dorate). Se sulle finestre rettangolari le volute sono sovrapposte ad una serie di barre verticali, su quelle ellittiche la cancellata perde ogni rigidità essendo costituita dalle sole volute, che divergono in fasci dall'asse verticale avvolgendosi in prossimità della cornice e cambiando frequentemente direzione con guizzi improvvisi.

Delle decorazioni originarie realizzate sia sulle pareti esterne che su quelle interne dallo stesso Biagio Bellotti, a causa delle intemperie e dell'incuria degli uomini, sono rimaste soltanto quelle del voltino che raffigurano la Giustizia (sotto forma di donna recante in mano una bilancia) circondata da angioletti. Grazie ai disegni del Bellotti, all'interno delle due cappelle laterali il pittore Carlo Farioli ha potuto realizzare nel 1978 due dipinti che ripropongono le antiche raffigurazioni.

La reliquia più importante presente all'interno della chiesa prepositurale è il corpo intero del martire romano San Felice, estratto dalle catacombe di Priscilla e concesso da papa Innocenzo X con atto di donazione del 5 aprile 1650 al padre gesuita Giovanni Battista Crespi, con facoltà di trasportarlo ed esporlo alla pubblica venerazione dei fedeli nella chiesa di San Michele Arcangelo.

Rivestito da una tunica bianca e da un manto rosso, per volere del Cardinale Schuster, dal 1938 il minuto corpo del martire è conservato in un'urna vetrata sotto l'altare della cappella a lui dedicata, sul lato destro della navata.

San Felice è, insieme all'Arcangelo, compatrono della chiesa di San Michele.



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IL SANTUARIO DI SANTA MARIA A BUSTO ARSIZIO

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Il santuario di Santa Maria di Piazza (detto anche santuario della Beata Vergine dell'Aiuto) è situato nel centro storico di Busto Arsizio dove sorgeva una precedente chiesa dedicata alla Madonna, che a sua volta aveva sostituito una cappella risalente all'epoca della cristianizzazione. Questo splendido santuario fu costruito rapidamente tra il 1515 e il 1522.

La devozione degli abitanti di Busto Arsizio per la Madonna dell’Aiuto risale ai tempi del Medio Evo. Nella primitiva chiesa di Santa Maria di Piazza, sui resti della quale è stato costruito nel 1517 l’attuale grandioso Santuario, era venerata un’Immagine rappresentante la Vergine, che si era miracolosamente manifestata il 30 gennaio 1346.
Le caratteristiche di questa immagine sono riconoscibili in un affresco della fine del Quattrocento che si trovava nel cortile di una casa della zona.
Il dipinto, trasportato su tela, andò distrutto nel 1943 durante un bombardamento di Milano, mentre si trovava nello studio del restauratore. Fortunatamente ne è rimasta un’ottima e fedele fotografia.
La Madonna, seduta in trono, tiene in grembo il Bambino nudo, avvolto da un lembo del mantello della Madre, con in mano un oggetto rotondo, forse una mela, come nelle delicate Madonne delle rose di Luca della Robbia, o una palla che potrebbe significare il globo del mondo. Alla sinistra è raffigurato l’Arcangelo San Michele, e alla destra San Giovanni Battista, secondo la disposizione topografica delle tre principali chiese di Busto: «A levante sta San Giovanni, ad occidente l’arcangelo San Michele e in mezzo della piazza la Beata Vergine».
La «Chiesa piccolina» era molto cara ai borghigiani ai quali ricordava la continua protezione della Madonna, come la cessazione dell’assedio posto a Busto da Francesco Sforza nel dicembre del 1448. Ma il tempo e soprattutto le tristi vicende storiche la ridussero a rudere cadente, per cui si rese necessario un rifacimento iniziato nel 1517.
Per opera di valenti architetti della scuola del Bramante, in soli cinque anni, sorge il maestoso tempio che noi ammiriamo, vanto di Busto Arsizio. Sul portale di ponente è riportata la gioia della ricostruzione con i versi del poeta: «O Vergine, fa’ che fiorisca con tutta la sua posterità questo popolo che ti ha elevato la splendida chiesa».

L’antica statua della Madonna dell’Aiuto che si venera nel Santuario di Santa Maria di Piazza presenta alcune varianti rispetto alla raffigurazione dell’affresco primitivo. Il Bambino non sostiene più la palla sulla palma della mano, rivolta verso l’alto, ma la impugna e l’abbassa verso il manto della Madre.
La Madonna solleva la mano destra, prima appoggiata in grembo, nel gesto caratteristico di chi vuole arrestare qualche cosa. La tradizione, passata di generazione in generazione, vuole che l’Immagine della Madonna, portata in processione per le vie del borgo durante la terribile peste di San Carlo del 1576, abbia improvvisamente fatto cessare il contagio, alzando la mano destra. In ricordo del miracolo, i fedeli di Busto Arsizio avrebbero fatto scolpire la statua della Madonna con la destra alzata.
Così pure, nell’antica Immagine, la Madonna ed il Bambino non portano la corona. Dopo la protezione sperimentata durante la terribile peste del 1630, la peste descritta dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”, gli abitanti di Busto pensarono ad incoronare la Vergine ed il Bambino.
La sera della festa dell’Ascensione, il 9 maggio 1632, come scrive il cronista del tempo, «si cantò il Vespro solennemente et musicalmente, finito che fu si portò la Beatissima Signora nostra intorno intorno a tutta la piazza processionalmente cantando l’Hinno Misterium Ecclesiae, e poi fu riposta al suo luogo di prima, avendola incoronata con figliolo di due Corone d’Argento assai Magnifiche, avendo zoiellata (ingioiellata) la santissima Vergine, il figlio insieme di preziosi anelli, coralli, agnus Dei, et Crocette non poche»




Escluso Bramante per ragioni di data, due nomi compaiono nei documenti, se pur citati in modo generico, quello di un Antonio da Lonate (autore del modello per il duomo di Vigevano) e quello di "magistro Tomaxio ingeniero", probabilmente Tommaso Rodari, il noto scultore e architetto attivo nel duomo di Como, allievo di Giovanni Antonio Amadeo. Il primo avrebbe impostato la pianta centrale, per la quale si è ipotizzata l'esistenza di un disegno bramantesco, "Bramanti secutus exemplar"; il secondo avrebbe eseguito i due portali a ovest e a sud, e forse l'elegante loggiato nel tamburo sotto la cupola simile al tiburio del santuario della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno.

Internamente, la parte bassa, quadrata, che è tagliata negli angoli da archi diagonali formanti nicchie e cuffie, rimanda ai numerosi studi di chiese a pianta centrale compiuti da Leonardo mentre il tamburo ottagonale con una ghiera di nicchie (la corona dei 12 santi) e le otto unghie della volta di copertura riecheggiano gli esempi di Santa Maria Incoronata di Canepanova a Pavia e dell'Incoronata a Lodi e di Santa Maria della Croce a Crema).

All'esterno, il rigoroso volume cubico scandito da lesene è sormontato da un tiburio con gugliotti e lanterna che interpreta in forme più leggere ed eleganti la tipologia della tradizione lombarda.

All'interno si possono ammirare opere di scultura e dipinti di Gaudenzio Ferrari (come l'Ultima cena, nell'altare di destra), Bernardino Luini ed una copia della perduta Madonna delle Vittorie di Giovan Paolo Lomazzo. La cupola fu affrescata nel 1531 da Giovan Pietro Crespi, nonno di Giovan Battista Crespi detto Il Cerano.
Della statua della Madonna esiste una copia esatta in Uruguay a Montevideo, nella chiesa del quartiere popolare del Cerro.

Dipinto tra il 1539 e il 1540 da Gaudenzio Ferrari, il grande polittico dell'Assunta fu offerto nel 1541 al santuario da Donato Prandoni, consigliere della comunità bustese. Originariamente esso fu collocato sulla parete di fondo del presbiterio, dove copriva un oculo, per poi essere trasferito nella posizione odierna (sulla parete settentrionale) in occasione dei lavori di restauro compiuti tra il 1939 e il 1943.

Il polittico è dominato dal Padre Eterno, raffigurato con le braccia aperte per accogliere Maria, portata in cielo da angeli che accompagnano il nimbo su cui siede e la incoronano regina.

Negli scomparti laterali vi sono i santi maggiormente venerati in quel tempo a Busto Arsizio. A sinistra si trovano le immagini di san Giovanni Battista con l'Agnus Dei e di san Gerolamo, titolare del convento femminile che sorgeva presso la chiesa di San Giovanni Battista; a destra vi sono invece san Michele Arcangelo che alza la spada contro il demonio e san Francesco d'Assisi. La ricca cornice dorata appoggia le quattro colonne, fasciate di rami e di foglie, su una predella con dipinti ed è divisa in tre parti da due piedritti: a sinistra è raffigurata la natività di Maria, al centro la presentazione al tempio e lo sposalizio, a destra si vede invece la Sacra Famiglia.

Gli affreschi della cupola: “cielo stellato”, opera di scuola pittorica locale databile 1531. In particolare, sarebbero opera di Giovanni Piero e Raffaele Crespi.
A Giovanni Battista della Cerva sono tradizionalmente attribuiti, nel presbiterio, l’Annunciazione, e l’Adorazione dei Magi e l’Adorazione dei pastori e nella cuffia d’angolo di destra un Concerto di angeli, opere databili 1542.
L’opera pittorica considerata unanimemente di maggior prestigio è il polittico dell’Assunta di Gaudenzio Ferrari (1475-1546) realizzato nel 1541, con figure di Santi e scene della vita di Maria, opera che diede il titolo alla chiesa. Il polittico oggi è collocato sulla parete nord ma fino al 1940 nell’abside.
Vi è poi il dipinto di Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1600) raffigurante la Madonna col Bambino fra s. Paolo e s. Michele, realizzato nel 1571 (altare di Sinistra), una “ultima cena” realizzata in collaborazione fra G. Ferrari e G.B. della Cerva (altare - cappella a destra del presbiterio). l’Annunciazione, affresco strappato (1664) e Madonna con Bambino forse di Francesco Melzi (primo 500) sulla parete destra; Madonna con Bambino, santi Gervaso, Protaso, Caterina Giustina, quattro monache di Giacomo Raibolini detto il Francia (1554) sulla parete sinistra.
Sopra l’altare sinistro, dedicato una volta a santa Caterina, sono visibili tracce di decori vegetali dipinti da Biagio Bellotti.
In sagrestia si trovano i dipinti: Madonna adorante il Bambino e san Paolo in lettura ( Geminiano Benzoni).

Il campanile era in origine una torre civica, tanto è vero che tuttoggi, unitamente a parte delle campane, è di proprietà comunale. Doveva essere la residua delle sette torri originarie, posto che l’antico nome della chiesa precedente l’attuale era “Santa Maria delle sette torri” (secondo le cronache dei primi del 1600 del canonico Crespi Castoldi). Si ipotizza che – a difesa del nucleo centrale del villaggio, attorno all’attuale quadrilatero racchiuso da via Solferino e via Cavour – fossero state erette, appunto, sette torri che servissero da avvistamento. L’unica chiesa, pertanto, venne chiamata Santa Maria delle sette torri.
Sta di fatto che la torre è crollata il 25 marzo 1578, colpita da un fulmine.
Nel 1584, quando l’attuale santuario era ormai da tempo completato, venne ricostruita la nuova torre in mattoni. Nel 1884 si demolirono i fabbricati addensati fra il santuario e la vicina chiesa di sant’Antonio abate, in cui avevano anticamente trovato sede anche la Scuola dei Poveri ed il Comune. Così facendo si isolarono sia il campanile che la chiesa di Sant’Antonio. La torre in mattoni del 1584, piuttosto bassa rispetto alla chiesa, venne pressoché raddoppiata in altezza da Carlo Maciachini nel 1886-88, il quale riprese nella parte alta del campanile i medesimi motivi di cui alla cupola e del lucernario del santuario.
L’orologio solare è stato disegnato nel 1942.




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