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giovedì 3 dicembre 2015

LA BASILICA DI SAN PIETRO

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La Basilica di San Pietro in Vaticano sorge nel luogo dove secondo la tradizione era stato sepolto l'apostolo Pietro (un cimitero a breve distanza dal circo di Nerone in cui era avvenuto il martirio): qui l'imperatore Costantino fece erigere intorno al 320 la primitiva Basilica di San Pietro, un edificio di dimensioni paragonabili all'attuale, costituito da cinque navate precedute da un grande atrio con quadriportico e cantharos per le abluzioni.
Con il pontificato di Niccolò V Parentucelli (1447-1455) ebbe inizio quel lungo processo che, in circa duecento anni e con il concorso di moltissimi artisti, avrebbe portato al completo rifacimento della vetusta basilica costantiniana. La svolta si ebbe con Giulio II Della Rovere (1503-1513), che nel 1505 decise la ricostruzione completa del tempio affidandone i lavori a Donato Bramante; questi progettò, ed iniziò, un grandioso edificio a croce greca con cupola rimasto tuttavia incompiuto per la scomparsa tanto del papa committente che del Bramante stesso (1514).
Seguì un periodo di incertezze e ripensamenti in cui alla guida del cantiere si succedettero Raffaello, Baldassarre Peruzzi e Antonio da San Gallo. Quest'ultimo in particolare si discostò dal progetto originario proponendo una più tradizionale pianta a croce latina. Nel 1547 Paolo III Farnese dette l'incarico di proseguire i lavori a Michelangelo.
L'anziano maestro - aveva più di settant'anni - recuperò subito la centralità del progetto bramantesco proiettandola però verso l'alto con la possente eppur slanciata cupola, eseguita dal Buonarroti fino al tamburo e  portata a termine, con qualche variante, da Giacomo della Porta tra il 1588 eil 1590. Sotto il pontificato di Paolo V Borghese (1605-1621), Carlo Maderno, incaricato del completamento dei lavori, aggiunse tre cappelle laterali -reintroducendo in tal modo la pianta a croce latina - ed eseguì la tanto discussa facciata, terminata nel 1614. Nel 1626 la basilica fu finalmente consacrata da papa Urbano VIII Barberini (1623-1644).
A partire dal 1629 la direzione del cantiere fu affidata a Gian Lorenzo Bernini, che realizzò gran parte dell'apparato decorativo e, tra il 1656 e il 1665, sistemò definitivamente la piazza antistante la basilica erigendo il celeberrimo colonnato.
L’imponente facciata, lunga 115 metri e preceduta dalla scalinata a tre ripiani progettata dal Bernini, presenta lesene e colonne corinzie ed è sormontata da un attico coronato da tredici colossali statue. Al centro si trova la Loggia delle Benedizioni: da qui il papa benedice i fedeli nelle occasioni più solenni e viene annunciata al mondo l’elezione di ogni nuovo pontefice. Entrando nel grande atrio progettato dal Maderno si può ammirare sulla destra, dietro una porta a vetri, la statua equestre diCostantino opera del Bernini. Delle cinque porte d’accesso notevole è quella mediana, i cui battenti sono opera quattrocentesca del Filarete (già nella vecchia basilica). La Porta Santa, la cui apertura dà ufficialmente inizio all’Anno Santo, è l’ultima sulla destra. L’interno, di dimensioni davvero grandiose, presenta una navata centrale e due navate laterali minori. Sul pavimento della navata mediana, a pochi metri dall’ingresso, c’è la Rota Porphyretica, un disco di porfido (già presso l’altare dell’antica basilica) su cui Carlo Magno s’inginocchiò, per ricevere da Leone III la corona imperiale, nella notte di Natale dell’anno 800. Procedendo verso l’altare si possono notare, sempre sul pavimento, le lettere bronzee con cui sono segnate le lunghezze delle più grandi chiese del mondo. Sull’ultimo pilastro di destra, una celebre statua di bronzo raffigurante San Pietro seduto e benedicente - a lungo creduta del V secolo ma ora assegnata con certezza al XIII secolo e forse ad Arnolfo di Cambio - introduce alla cupola, il cui luminoso interno fu decorato a mosaico dal Cavalier d’Arpino nel 1605. Sotto la cupola, sorretta dai quattro colossali pilastri bramanteschi decorati alla base con statue di santi (notevole, sotto il primo pilastro di destra, il San Longino del Bernini), spiccano le colonne tortili del grande baldacchino bronzeo eseguito tra il 1624 ed il 1633 da Gian Lorenzo Bernini in collaborazione con altri esecutori tra cui Francesco Borromini. Sotto al baldacchino è l’altare papale, che si affaccia sulla confessione edificata dal Maderno sull’asse della sottostante tomba di San Pietro. Sempre del Bernini è la scenografica Cattedra di San Pietro al centro dell’abside, fiancheggiata dai monumenti funerari ad Urbano VIII, anch’esso del Bernini, e a Paolo III, opera insigne di Guglielmo della Porta. Nella prima cappella della navata destra, dietro un cristallo di protezione, si può ammirare la Pietà, famosissimo gruppo marmoreo firmato da Michelangelo, che lo eseguì appena ventitreenne (1498-99) per un cardinale francese. Proseguendo lungo la navata destra si oltrepassano altre cappelle tutte con decorazioni ed opere di altissimo livello (nella terza, detta"del Sacramento", inferriata disegnata dal Borromini e ciborio del Bernini ispirato a S. Pietro in Montorio); nel transetto destro monumento di Clemente XIII, una delle opere più celebri di Antonio Canova (1784-92). Nella navata sinistra si segnalano la tomba di Innocenzo VIII del Pollaiolo (1498), il più antico dei monumenti funebri presenti nella basilica, e la stele funeraria nota come monumento Stuart, di Antonio Canova.




La basilica di San Pietro è uno dei più grandi edifici del mondo: lunga ben 218 metri e alta fino alla cupola 133,30 metri, la superficie totale è di circa 23 000 metri quadrati e può contenere 60.000 fedeli (secondo altre fonti 20.000).

L'edificio è interamente percorribile lungo il suo perimetro, benché sia collegato ai Palazzi Vaticani mediante un corridoio sopraelevato disposto lungo la navata destra e dalla Scala Regia a margine della facciata su Piazza San Pietro; due corridoi invece lo uniscono all'adiacente Sacrestia. Nonostante questo aspetto tradisca l'idea di una costruzione isolata al centro di una vasta piazza, come probabilmente l'aveva pensata Michelangelo Buonarroti, la presenza di passaggi sopraelevati, che non interferiscono con il perimetro della basilica, permette ugualmente di cogliere la complessa articolazione del tempio. L'esterno, in travertino, è caratterizzato dall'uso di un ordine gigante oltre il quale è impostato l'attico. Questa configurazione si deve sostanzialmente a Michelangelo Buonarroti e fu mantenuta anche nel corpo longitudinale aggiunto da Carlo Maderno.

Invece, lungo le navate, presso i 45 altari e nelle 11 cappelle che si aprono all'interno della basilica, sono ospitati diversi capolavori di inestimabile valore storico e artistico, come diverse opere di Gian Lorenzo Bernini e altre provenienti dalla chiesa paleocristiana, come la statua bronzea di san Pietro, attribuita ad Arnolfo di Cambio.

La facciata larga circa 114,69 metri e alta 45,44 metri, venne innalzata da Carlo Maderno fra il 1607 e il 1614, ed è articolata mediante l'uso di colonne d'ordine gigante che inquadrano gli ingressi e la Loggia delle Benedizioni, il luogo dove viene annunziata ai fedeli l'elezione del nuovo papa; al di sotto si trova un altorilievo di Ambrogio Buonvicino, intitolato Consegna delle Chiavi, del 1614 circa. Nella trabeazione, al di sotto del frontone centrale, è impressa l'iscrizione

« IN HONOREM PRINCIPIS APOST PAVLVS V BVRGHESIVS ROMANVS PONT MAX AN MDCXII PONT VII »

(In onore del principe degli apostoli; Paolo V Borghese Pontefice Massimo Romano anno 1612 settimo anno del pontificato )
La facciata è preceduta da due statue raffiguranti san Pietro e san Paolo, scolpite rispettivamente da Giuseppe De Fabris e Adamo Tadolini nel 1847 per sostituire quelle precedenti, compiute da Paolo Taccone e Mino del Reame nel 1461. Sulla sommità sono disposte le statue, alte anche oltre 5,7 m, di Gesù, Giovanni Battista e di undici dei dodici apostoli (manca san Pietro). Ai lati della medesima sono collocati due orologi realizzati nel 1785 da Giuseppe Valadier.

Sotto l'orologio di sinistra si trova la cella campanaria al cui interno sono ospitate le 6 campane: al centro del finestrone la campana maggiore realizzata dal Valadier nel 1785, ai lati superiori le due campane minori; all'interno, dietro al campanone, il "Campanoncino" del 1725 e dietro la "Rota" del XIII secolo; sopra a queste la "Predica" del XIX sececolo.

La facciata è stata restaurata in occasione del giubileo del 2000, e riportata ai colori originariamente voluti da Maderno.

Varcato il cancello centrale, si accede a un portico che si estende per tutta la larghezza della facciata e sul quale si aprono i cinque accessi alla basilica.

L'atrio è fiancheggiato da due statue equestri: Carlo Magno, a sinistra, di Agostino Cornacchini (1725) e, sul lato opposto, Costantino, creata dal Bernini nel 1670 e che sottolinea l'ingresso ai Palazzi Vaticani attraverso la Scala Regia. Alcuni stucchi arricchiscono tutta la volta sovrastante, ideati da Martino Ferrabosco ma realizzati da Ambrogio Buonvicino, a cui appartengono anche le trentadue statue di papi collocate ai lati delle lunette.

Sulla parete sopra l'accesso principale alla basilica è riportato un importante frammento del mosaico della Navicella degli Apostoli, eseguito da Giotto per la primitiva basilica e collocato nell'attuale sede solo nel 1674.

Per entrare nella basilica, oltrepassata la facciata principale, vi sono cinque porte.

La porta all'estrema sinistra è stata realizzata da Giacomo Manzù nel 1964, ed è nota come Porta della Morte: venne commissionata da Giovanni XXIII e prende questo nome poiché da questa porta escono i cortei funebri dei Pontefici. È strutturata in quattro riquadri; nel principale vi è la raffigurazione della deposizione di Cristo e della assunzione al cielo di Maria. Nel secondo sono rappresentati i simboli dell'Eucaristia: pane e vino, richiamati simbolicamente da tralci di vite e da spighe tagliate. Nel terzo riquadro viene richiamato il tema della morte. Sono raffigurati l'uccisione di Abele, la morte di Giuseppe, il martirio di san Pietro, la morte dello stesso Giovanni XXIII che non visse abbastanza per vederla (in un angolo è richiamata l'enciclica "Pacem in Terris"), la morte in esilio di Gregorio VII e sei animali nell'atto della morte. Dal lato interno alla basilica vi è l'impronta della mano dello scultore e un momento del Concilio Vaticano II, quello in cui il cardinale Rugambwa, primo cardinale africano, rende omaggio al papa.

Segue la Porta del Bene e del Male, opera di Luciano Minguzzi che vi ha lavorato dal 1970 al 1977.

La Porta Centrale, o Porta del Filarete, fu ordinata da papa Eugenio IV ad Antonio Averulino detto appunto il Filarete e venne eseguita tra il 1439 e il 1445 per l'accesso alla basilica costantiniana. È realizzata in due battenti di bronzo e ogni battente è diviso in tre riquadri sovrapposti. Nei riquadri in alto sono rappresentati a sinistra Cristo in trono a destra Madonna in trono; nei riquadri centrali sono rappresentati san Pietro e san Paolo, il primo mentre consegna le chiavi a papa Eugenio IV, il secondo rappresentato con la spada e un vaso di fiori. I riquadri inferiori rappresentano il martirio dei due santi. A sinistra la decapitazione di san Paolo, a destra la crocifissione capovolta di san Pietro. I riquadri sono incorniciati da girali animati con profili di imperatori e nell'intercapedine fra questi vi sono fregi con episodi del pontificato di Eugenio IV. Dal lato interno vi è l'insolita firma dell'artista. Questo ha rappresentato i suoi allievi al seguito di un mulo che lui stesso cavalca.

A destra rispetto alla precedente si trova la Porta dei Sacramenti. È stata realizzata da Venanzo Crocetti e inaugurata da papa Paolo VI il 12 settembre 1965. Sulla porta è rappresentato un angelo che annuncia i sette sacramenti.

La porta più a destra è la Porta Santa realizzata da Vico Consorti, fusa in bronzo dalla Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli nel 1950 e donata a papa Pio XII. Nelle sedici formelle che la costituiscono si può vedere lo stesso Pio XII e la bolla di Bonifacio VIII che indisse il primo Giubileo nel 1300. Al di sopra sono presenti alcune iscrizioni: PAVLVS V PONT MAX ANNO XIII, mentre quella appena sopra la porta recita GREGORIVS XIII PONT MAX. In mezzo a queste due scritte sono presenti alcune lastre che commemorano le recenti aperture.

Nel giubileo dell'anno 1983 - 1984 dall'umana redenzione, Giovanni Paolo II, Pontefice Massimo, aprì e chiuse la porta santa, chiusa e sigillata da papa Paolo VI nel 1976. Giovanni Paolo II, Pontefice Massimo, nuovamente aprì e chiuse la porta santa nell'anno del Grande Giubileo dall'incarnazione del Signore 2000 - 2001. Paolo VI, Pontefice Massimo, aprì e chiuse la porta santa di questa basilica patriarcale vaticana nell'anno del Giubileo del 1975.



L'immenso spazio interno, lungo 187,36 metri (la scritta all'ingresso riporta 837 P.R. che sta per palmi romani), è articolato in tre navate per mezzo di robusti pilastri sui quali si aprono grandi archi a tutto sesto, alti 23 metri e larghi 13. La superficie calpestabile è di 15 160 metri quadrati. La navata centrale è lunga 90 metri (dalla controfacciata ai primi pilastri della cupola), larga 26 metri e alta circa 45 metri e da sola copre circa 2 500 metri quadrati di superficie. È coperta da un'ampia volta a botte e culmina, dietro al colossale Baldacchino di San Pietro, nella monumentale Cattedra.

Particolarmente ricercato è il disegno del pavimento marmoreo, in cui sono presenti elementi provenienti dalla precedente basilica, come il disco in porfido rosso egiziano sul quale si inginocchiò Carlo Magno il giorno della sua incoronazione (la cosiddetta Rota Porphyretica). Il pavimento marmoreo sostituisce quello precedenti in mattoni (quest'ultimo inizialmente presente solo nel corpo aggiunto da Maderno) e fu realizzato da Gian Lorenzo Bernini per il giubileo del 1650, assieme alle decorazioni della navata. Diecimila metri quadrati di mosaici rivestono poi le superfici interne e si devono all'opera di numerosi artisti che operarono soprattutto tra il Seicento e il Settecento, come Pietro da Cortona, Giovanni De Vecchi, Cavalier d'Arpino e Francesco Trevisani.

Fino all'intersezione col transetto, nelle nicchie ricavate nei pilastri posti sulla destra dell'ingresso, si trovano le statue di: Santa Teresa di Gesù (1754), Santa Maddalena Sofia Barat (1934), San Vincenzo de' Paoli (di Pietro Bracci, 1754), San Giovanni Eudes (1932), San Filippo Neri (di Giovanni Battista Maino, 1737), San Giovanni Battista de La Salle (1904), l'antica statua bronzea di san Pietro (Arnolfo di Cambio) e San Giovanni Bosco (1936). Sui pilastri di sinistra: San Pietro d'Alcántara (1713), Santa Lucia Filippini (1949), San Camillo de Lellis (1753), San Luigi Maria Grignion de Montfort (1948), Sant'Ignazio di Loyola (1733, di Camillo Rusconi), Sant'Antonio Maria Zaccaria (1909), San Francesco di Paola (di Giovanni Battista Maino, 1732) e San Pietro Fourier (1899).

Le acquasantiere, alte quasi due metri, furono realizzate tra il 1722 e il 1725 su disegno di Agostino Cornacchini. Constano di due conche in giallo di Siena, opera di Giuseppe Lironi, e due coppie di putti di Francesco Moderati e Giovanni Battista de Rossi.

Nella prima cappella a destra è collocata la celebre Pietà di Michelangelo, opera degli anni giovanili del maestro (1499) e che colpisce per l'armonia e il candore delle superfici; la scultura è protetta da una teca di cristallo a seguito dei danneggiamenti subiti nel 1972, quando un folle vi si avventò contro, colpendola in più punti con un martello.

Oltrepassati il monumento a Leone XII (1835-36) e il seicentesco monumento a Cristina di Svezia, rispettivamente di Giuseppe de Fabris e Carlo Fontana, segue quindi la Cappella di San Sebastiano, ove è collocato il grande mosaico del Martirio di san Sebastiano, realizzato sulla base di un dipinto del Domenichino da Pier Paolo Cristofari; nella cappella, coperta da una volta decorata con mosaici di Pietro da Cortona, sono conservati anche i monumenti realizzati nel corso del Novecento per Pio XI e Pio XII. Nell'altare della cappella è collocata la tomba del santo Giovanni Paolo II, ivi posta dopo l'esposizione in occasione della Beatificazione.

Procedendo oltre, si trovano i monumenti a Innocenzo XII (di Filippo della Valle, 1746) e a Matilde di Canossa (di Gian Lorenzo Bernini, 1633-37), che precedono l'ingresso alla Cappella del Santissimo Sacramento, schermata da una cancellata ideata da Francesco Borromini. La cappella fu progettata da Carlo Maderno per raccordare la basilica michelangiolesca con il corpo longitudinale seicentesco. All'interno si trova il tabernacolo del Santissimo Sacramento, realizzato in bronzo dorato da Gian Lorenzo Bernini nel 1674, prendendo a modello il tempietto bramantesco di San Pietro in Montorio. La pala d'altare, raffigurante la Trinità, è opera di Pietro da Cortona. All'esterno, la cappella, caratterizzata da un soffitto più basso rispetto al corpo della basilica, è chiusa da un alto attico, così da celare, a una vista dal basso, la differenza di quota della copertura. Nella cappella del Santissimo Sacramento avveniva il rituale del "bacio del piede" della salma del papa defunto, vale a dire l'ostensione ai fedeli delle spoglie mortali dei pontefici defunti, prima delle esequie. Tale prassi sarà interrotta da Pio XII, per il quale l'ostensione avvenne nella navata centrale.

Due monumenti, rispettivamente a Gregorio XIII (Camillo Rusconi, 1723) e a Gregorio XIV , chiudono la navata destra prima dell'ambulacro che corre intorno alla cupola.

La navata di sinistra si apre con la Cappella del Battesimo, progetta da Carlo Fontana e decorata con mosaici del Baciccio completati poi da Francesco Trevisani; il mosaico che troneggia dietro l'altare fu composto a imitazione di un dipinto di Carlo Maratta, ora collocato nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.

Subito oltre è situata la tomba di Maria Clementina Sobieski (Pietro Bracci, 1742) e quindi il Monumento agli Stuart (Antonio Canova, 1829). Nell'adiacente Cappella della Presentazione  è conservato il corpo di Pio X, mentre lungo le pareti sono sistemati i monumenti a Giovanni XXIII e Benedetto XV, realizzati nel corso del XX secolo.

Nello spazio delimitato dal pilastro della navata si trovano quindi il monumento a Pio X (1923) e la tomba di Innocenzo VIII, eseguita da Antonio Pollaiolo (XV secolo).

Un'altra cancellata del Borromini delimita la Cappella del Coro, speculare proprio a quella del Santissimo Sacramento, di cui riprende anche la suddetta configurazione esterna. In corrispondenza dell'ultimo pilastro che precede l'ambulacro sono situati i monumenti a Leone XI (Alessandro Algardi, 1644) e a papa Innocenzo XI.



L'ambulacro, ovvero lo spazio che circonda i quattro pilastri che sorreggono la cupola, introduce verso il cuore della basilica così come l'aveva pensata Michelangelo Buonarroti.

Sul pilastro posto in corrispondenza con la navata destra si erge l'altare di San Girolamo, con la tomba di papa Giovanni XXIII posta alla base di un grande mosaico riproducente un dipinto del Domenichino.

La cappella compresa tra quella del Santissimo Sacramento e il transetto è quella Gregoriana. Essa è chiusa da una cupola incastonata all'interno della cortina muraria della basilica, ma all'esterno è sormontata da una delle due cupole ornamentali che circondano quella maggiore. Qui è situata la tomba di Gregorio XVI (Luigi Amici, 1848-57). La parete nord è delimitata dall'altare della Madonna del Soccorso , accanto al quale si trovano la tomba di Benedetto XIV e l'altare di San Basilio, impreziosito da un mosaico settecentesco.

Oltrepassando il transetto si trova il monumento a Clemente XIII (Antonio Canova (1787-92), di fronte al quale è posto l'altare della Navicella. Seguono gli altari di San Michele Arcangelo, Santa Petronilla e San Pietro che risuscita Tabita; la parete ovest ospita il monumento a Clemente X, opera tardoseicentesca di Mattia de Rossi.

Il lato sud dell'ambulacro è caratterizzato da una riproduzione in mosaico della celebre Trasfigurazione di Raffaello Sanzio, collocata sul pilastro posto a chiusura della navata sinistra. L'adiacente cappella, analoga alla Gregoriana, è detta Clementina, e qui riposano i resti di Gregorio Magno e Pio VII (Bertel Thorvaldsen, 1831, unico artista non cattolico ad aver lavorato per la basilica). L'altare della Bugia, ornato ancora con un mosaico settecentesco, si trova dinnanzi al monumento a Pio VIII (Pietro Tenerani, 1866); da qui, un corridoio conduce alla grande Sacrestia della basilica vaticana, posta all'esterno della chiesa stessa.

Invece, oltrepassato il transetto meridionale, si osserva il monumento a papa Alessandro VII, notevole opera di Gian Lorenzo Bernini, in cui il papa è mostrato assorto in preghiera, con la morte, raffigurata da uno scheletro che sorregge una clessidra, che precede una porta, il simbolico passaggio verso all'aldilà.

Seguono l'altare del Sacro Cuore di Gesù ( con il suo mosaico risalente solo agli anni trenta del XX secolo) e quindi la Cappella della Vergine della Colonna, ove si trovano l'omonimo altare e quello dedicato a san Leone Magno, con una grandiosa pala d'altare marmorea di Alessandro Algardi (1645-53) L'ambulacro si chiude con il settecentesco altare di San Pietro che guarisce un paralitico e il monumento a papa Alessandro VIII.

Il transetto settentrionale, verso i Palazzi Vaticani, fu costruito su progetto di Michelangelo Buonarroti, che eliminò il deambulatorio previsto dai suoi predecessori, murando gli accessi al corridoio esterno, non realizzato, e ricavandovi alcune nicchie sormontate da ampi finestroni rettangolari. Le nicchie ospitano tre altari, dedicati a san Venceslao, sant'Erasmo e, al centro, ai santi Processo e Martiniano.

Il transetto meridionale, analogo al precedente, è caratterizzato da altrettanti altari, intitolati a san Giuseppe (al centro), alla crocefissione di Pietro e a san Tommaso.

Lungo il transetto, nelle nicchie ricavate nei pilastri, sono collocate statue di santi; nel transetto destro: San Bonfiglio Monaldi (1906), San Giuseppe Calasanzio (1755), San Paolo della Croce (1876) e San Bruno (1744); nel transetto sinistro: San Guglielmo da Vercelli (1878), San Norberto (1767), Sant'Angela Merici (1866) e Santa Giuliana Falconieri (1740).

Con oltre 133 metri di altezza, 41,50 metri di diametro (di poco inferiore però a quello del Pantheon di Roma) e 537 scalini dalla base dell'edificio fino alla lanterna, la cupola è l'emblema della stessa basilica e uno dei simboli dell'intera città di Roma.

Poggia su un alto tamburo (costruito sotto la direzione di Michelangelo), definito all'esterno da una teoria di colonne binate e aperto da sedici finestroni rettangolari, separati da altrettanti costoloni. Quattro immensi pilastri, di 71 metri di perimetro, sorreggono l'intera struttura, il cui peso è stimato in 14 000 tonnellate.
La cupola fu costruita in soli due anni da Giacomo Della Porta, seguendo i disegni di Michelangelo, il quale però forse aveva previsto una cupola perfettamente sferica, almeno secondo quanto attestato dalle incisioni di Stefano Dupérac pubblicate poco dopo la morte dell'artista. Neanche il modello ligneo della cupola, conservato all'interno della basilica, aiuta a rivelare le vere intenzioni di Michelangelo. Il modello fu realizzato tra il 1558 e il 1561, quando i lavori del tamburo erano già stati cominciati, ma fu successivamente modificato e presenta alcune sostanziali differenze nella concezione della calotta e degli altri dettagli ornamentali. Del resto, Michelangelo si era riservato per sé il diritto di apportare modifiche alla struttura dell'intera basilica, per la quale non è giunto sino a noi nessun progetto definitivo, quindi la presenza di un modello non era da considerarsi strettamente vincolante ai fini della realizzazione dell'opera. Lo dimostrano, ad esempio, i timpani dei sedici finestroni che segnano il perimetro del tamburo: nel modello sono tutti di forma triangolare, mentre nella cupola vera e propria presentano forme curve e triangolari alternate.

In ogni caso, l'attuale configurazione della cupola si deve a Della Porta, che per prevenire dissesti strutturali la realizzò, tra il 1588 e il 1593, a sesto rialzato, circa 7 metri più alta rispetto a quella michelangiolesca, e cinse la base con catene di ferro. Ciò nonostante, nel corso dei secoli, a causa del manifestarsi di pericolose lesioni, soprattutto nel tamburo, si resero necessari altri interventi di consolidamento, a opera dell'ingegnere Giovanni Poleni, con l'inserimento nella struttura del tamburo e della cupola di altre catene.

Dal punto di vista strutturale è costituita da due calotte sovrapposte, secondo quanto già realizzato a Firenze dal Brunelleschi: la calotta interna, più spessa, è quella portante, mentre quella esterna, rivestita in lastre di piombo ed esposta agli agenti atmosferici, è di protezione alla prima. Ottocento uomini lavorarono al completamento della cupola che, nel 1593, fu chiusa con la svettante lanterna dotata di colonne binate.

Secondo l'incisione di Dupérac, altre quattro cupole minori, puramente ornamentali, avrebbero dovuto sorgere attorno alla maggiore per esaltarne la centralità, tuttavia furono portate a termine solo quelle sovrastanti le cappelle Gregoriana e Clementina.

La decorazione interna fu realizzata secondo la tecnica del mosaico, come la maggior parte delle raffigurazioni presenti in basilica: eseguita dai citati Cavalier d'Arpino e Giovanni De Vecchi per volontà di papa Clemente VIII, presenta scene col Cristo, gli apostoli e busti di papi e santi. La scalinata che permette di salire in cima alla cupola ha un particolare disegno a listoni a sbalzo ed è realizzata in cotto ferentinate.

Lo spazio sottostante la cupola è segnato dal monumentale Baldacchino di San Pietro, ideato dal genio di Gian Lorenzo Bernini e innalzato tra il 1624 e il 1633. Realizzato col bronzo prelevato dal Pantheon, è alto quasi 30 metri ed è sorretto da quattro colonne tortili a imitazione del Tempio di Salomone e del ciborio della vecchia basilica costantiniana, le cui colonne erano state recuperate e inserite come ornamento nei pilastri della cupola michelangiolesca. Al centro, all'ombra del Baldacchino, avvolto dall'immenso spazio della cupola, sorge l'Altare papale, detto di Clemente VIII (che lo consacrò nel 1594), collocato sulla verticale esatta del Sepolcro di San Pietro.

Lungo i quattro immensi pilastri che circondano l'invaso della cupola si trovano le sculture ordinate da Urbano VIII: sono San Longino di Gian Lorenzo Bernini (1639), Sant'Elena realizzata da Andrea Bolgi nel 1646, Santa Veronica di Francesco Mochi (1632), e infine Sant'Andrea di François Duquesnoy (1640).

La struttura del coro è analoga a quella del transetto ed è dominata, al centro della parete che chiude la basilica, la Cattedra di San Pietro, un monumentale reliquiario opera di Gian Lorenzo Bernini e contenente la cattedra dell'epoca paleocristiana, sorretta dalle statue dei quattro Padri della Chiesa e illuminata dalla sfolgorante apparizione della colomba.



A sinistra della cattedra si trova il monumento a Paolo III, realizzato da Guglielmo Della Porta. Alla destra invece sorge il Sepolcro di Urbano VIII, eseguito ancora dal Bernini, che vi lavorò a partire dal 1627: il complesso è dominato dalla statua del papa in atto di benedire, con ai lati del sarcofago le figure allegoriche della Carità e della Giustizia. Al centro uno scheletro scrive l'epitaffio.

Sui pilastri sono collocate le statue di San Domenico (1706), San Francesco Caracciolo (1834), San Francesco d'Assisi (1727) e Sant'Alfonso Maria de' Liguori (1839).

Le cosiddette Grotte Vaticane, ricavate nel dislivello tra la nuova e la vecchia basilica e attraversate dalle fondazioni di sostegno delle strutture superiori, hanno forma di una chiesa sotterranea a tre navate, e sono usate per luogo di sepoltura di molti pontefici. Dal piano della basilica superiore, proprio di fronte all’altare papale che è sovrastato dal Baldacchino del Bernini, scende al piano inferiore una doppia scalinata, recinta da un’elegante balaustra sulla quale ardono 99 lampade votive. Ci si trova così nella cosiddetta Confessione di San Pietro, opera di Carlo Maderno. Qui si trova la nicchia dei pallii, splendente per il mosaico del Cristo Pantocratore. Sotto l'icona, la preziosa cassetta contiene i pallii (ossia stole di lana con ricami di croci) che il papa conferisce ai neoeletti vescovi metropoliti per segnare il loro legame con lo stesso apostolo. Dietro la cassetta, si vede un residuo della parete marmorea del sepolcro eretto dall’imperatore Costantino per il Principe degli Apostoli. Infatti sul fondo della nicchia dei Pallii si apre la botola bronzea (cataracta o billicus confessionis) che, fin dalla costruzione della prima basilica, dava accesso alla sepoltura di Pietro. Normalmente si scende alle Grotte non dalla scalinata centrale, ma da scale a chiocciola ricavate nello spessore dei quattro pilastri che sorreggono la cupola. Nelle ore di maggiore affluenza, l'accesso avviene dall'esterno, lungo il fianco destro della basilica.

Il papa Pio XII, appena eletto (1939), promosse la ricerca archeologica con i nuovi scavi, che nell'arco di dieci anni, dapprima, riportarono alla luce il pavimento dell'antica basilica costantiniana e, successivamente, i resti di una necropoli romana, che occupava il pendio del colle Vaticano, e che fu interrata (come solo l’imperatore poteva ordinare) dai costruttori della prima basilica. La presenza di questo spazio cimiteriale confermerebbe così la convinzione che il luogo di sepoltura di San Pietro si trovasse proprio nel luogo in cui gli fu eretto dapprima un sepolcro e poi la basilica.

A seguito della campagna di scavi, nel 1953 furono rinvenute alcune ossa avvolte in un prezioso panno di porpora; esse provenivano con attendibilità da un loculo della stessa necropoli in cui si riconosceva una scritta incompleta in greco con il nome di Pietro. Questo ritrovamento dette al papa Paolo VI la convinzione che doveva trattarsi con ogni probabilità dei resti del corpo di san Pietro; i resti furono quindi ricollocati nella posizione sotterranea originaria, la quale corrisponde esattamente alla verticale dei tre successivi altari papali, del baldacchino bronzeo che li sovrasta, e della cupola che tutti li avvolge.

Nello spazio compreso tra le volte delle navate minori e il tetto si aprono una serie di vasti locali. Quelli situati sulla verticale del nucleo cinquecentesco sono a pianta ottagonale e gravitano al di sopra degli archi che separano l'ambulacro dalla navata principale. Sono denominati: ottagono di Sant'Andrea, di Simon Mago (oggi altare del Sacro Cuore), dello Storpio, della Navicella, di San Basilio, di San Girolamo, di San Sebastiano e della Trasfigurazione. Furono realizzati sotto la direzione di Antonio da Sangallo il Giovane, ma un disegno conservato alla Galleria degli Uffizi di Firenze lascia supporre la presenza sul cantiere dell'architetto Guidetto Guidetti. Nell'ottagono di Simon Mago, che si apre a margine della cupola della Madonna della Colonna, sul lato sud-ovest della basilica, è ospitato l'archivio storico della Fabbrica di San Pietro. Le altre sale conservano numerosi modelli dei progetti allestiti per la basilica: si ricordano il celebre modello ligneo per il completamento del tempio vaticano costruito dal Sangallo in scala 1:30, quello della cupola di Michelangelo, quello della sagrestia progettata da Filippo Juvarra e quello in scala 1:10 dell'imponente organo, mai realizzato, ideato da Aristide Cavaillé-Coll.

Lungo il corpo longitudinale della basilica si trovano invece alcuni ambienti a pianta rettangolare. Quelli posti lungo il lato meridionale sono denominati uno "Stanza degli Architetti" e l'altro "Stanza dei Vetri"; occupano un volume di oltre mille metri cubi e la loro altezza originaria variava rispettivamente da 11,50 a 15,50 metri. Erano utilizzati come ambiente di lavoro dal Vanvitelli e i suoi collaboratori, chiamati a decidere sul restauro della cupola di Michelangelo. Le due sale furono restaurate alla fine degli anni ottanta del Novecento, con la realizzazione di solai intermedi in ferro; questo permise di aumentare lo spazio a disposizione (da 135 a oltre 400 metri quadri), al fine di soddisfare le crescenti necessità della Fabbrica di San Pietro.

L'organo maggiore della basilica, che trova posto tra il baldacchino e la cattedra di San Pietro, è stato costruito da Tamburini nel 1962. I corpi d'organo sono due, situati nei transetti di coro della basilica rispettivamente in Cornu Epistulae e in Cornu Evangelii, e corrispondono ai due organi costruiti all'inizio del XX secolo dagli organari Carlo Vegezzi Bossi e Walcker. Il primo corpo d'organo comprende i registri della seconda e terza tastiera, il secondo quelli della prima e della quarta. I registri di pedale sono ripartiti nei due corpi come da necessità foniche. La consolle è posta accanto al corpo d'organo di sinistra all'interno degli stalli destinati alle cantorie. Un'altra consolle, utilizzata per le celebrazioni che si svolgono in piazza San Pietro, è stata costruita nel 1999 dall'organaro Mascioni. La trasmissione è elettrica.

La disposizione fonica rivela che si tratta di un normale, e neppur tanto grande, organo sinfonico tipico dell'epoca in cui è stato concepito.

Nella basilica, oltre a questo strumento, ce ne sono altri tre:

l'organo Morettini della cappella del Coro (1887), a due tastiere e pedaliera;
l'organo Tamburini della cappella del Coro (1974), a due tastiere e pedaliera;
l'organo Morettini della cappella del Santissimo Sacramento (1914), a unica tastiera e pedaliera, con cassa riccamente intagliata di Giacomo della Porta.

La Basilica possiede un concerto di sei campane fuse in epoche e fonditori differenti incastellate con sistema a slancio veloce su un castello ligneo risalente alla fine del XVIII secolo.

Dal conclave del 2005 le campane di San Pietro hanno un importante ruolo: il loro suono è il segnale definitivo dell'esito positivo del conclave. Questo provvedimento è stato attuato per fugare ogni dubbio sul colore della fumata che precede l'Habemus Papam.

Originariamente la sagrestia era situata presso la Rotonda di Sant'Andrea (o chiesa di Santa Maria della Febbre), un edificio a pianta centrale posto sul lato sud della basilica; esso era sorto come mausoleo funebre d'epoca imperiale e sopravvisse fino alla seconda metà del XVIII secolo.

Dopo vari tentativi non concretizzati, il concorso per la costruzione della nuova sagrestia fu indetto intorno al 1715 e tra i vari partecipanti primeggiò il progetto di Filippo Juvara, che presentò un modello ligneo oggi conservato presso i depositi della basilica. Tuttavia, i costi elevati dell'opera ne impedirono la realizzazione.

Solo nel 1776, papa Pio VI commissionò a Carlo Marchionni l'attuale edificio, i cui lavori furono conclusi nel 1784. La Sagrestia disegnata da Marchionni si inserisce tra le principali architetture romane di fine Settecento, ma non risulta particolarmente innovativa, tentando di armonizzarsi con lo stile della basilica. All'epoca della costruzione essa fu criticata persino dallo studioso Francesco Milizia (1725 - 1798), che per questo motivo fu costretto ad abbandonare la città.

Si tratta di un edificio esterno alla basilica, posto sulla sinistra della medesima; due corridoi sostenuti da arcate a sesto ribassato, la collegano alla navata di San Pietro, in corrispondenza della tomba di Pio VIII e della Cappella del Coro. All'interno di questo articolato volume, che in pianta e in alzato si presenta come l'aggregazione di diversi corpi di fabbrica, si apre la sala ottagonale della Sagrestia Comune, coperta da una grande cupola e affiancata dalle sacrestie dei Canonici e dei Beneficiati, dalla Sala del Capitolo e dalle stanze del Tesoro di San Pietro, dove sono conservati numerosi oggetti sacri. Nella sagrestia dei Beneficiati si trovava il Tabernacolo del Sacramento di Donatello e Michelozzo (1432-1433), ora esposto nell'adiacente Museo del Tesoro.

All'insieme delle opere necessarie per la sua realizzazione edile e artistica, fu preposto un ente, la Reverenda Fabrica Sancti Petri, del quale recentemente il Vaticano ha aperto gli archivi agli studiosi: fra i preziosi documenti catalogati vi sono migliaia di note, progetti, contratti, ricevute, corrispondenze (ad esempio fra Michelangelo e la Curia), che costituiscono una documentazione del tutto sui generis sulla quotidianità pratica degli artisti coinvolti. L'ente è tuttora operante per la gestione del complesso.

È da segnalare che l'immenso cantiere della basilica non passò inosservato alla cultura popolare romana: per far passare i materiali per il cantiere alle dogane senza che essi pagassero il dazio si incideva su ogni singolo collo l'acronimo A.U.FA. (Ad Usum FAbricae: destinato ad essere utilizzato nella fabbrica di San Pietro). Nella tradizione popolare romana nacque subito la forma verbale "auffo" o "auffa", tuttora utilizzata a Roma, per indicare qualcuno che vuole ottenere servigi o beni in modo gratuito. Sempre a Roma, ancora oggi, quando si parla di un lavoro perennemente in cantiere si è soliti paragonarlo alla Fabbrica di San Pietro.

La basilica di San Pietro è la più grande chiesa cattolica. Sul pavimento della navata centrale, muovendo dall'ingresso verso l'abside, si vedono inserite nel marmo delle stelle dorate: esse indicano la lunghezza totale (misurata dall'abside di San Pietro) di parecchie grandi chiese sparse nel mondo.

Il primato solo apparentemente le era stato tolto nel 1989 dalla basilica di Nostra Signora della Pace di Yamoussoukro, nella Costa d'Avorio, edificio ispirato proprio alle forme della basilica romana e propagandisticamente definito la "basilica più grande del mondo": in realtà si tratta solo della "basilica più alta del mondo" (158 m), mentre l'edificio è notevolmente più piccolo di quello di San Pietro.

Le forme della basilica di San Pietro, e in particolare quella della sua cupola, hanno fortemente influenzato l'architettura delle chiese cristiane occidentali. Ad esempio, il modello di San Pietro fu ripreso, già nel corso del Seicento, nella cupola della basilica romana di Sant'Andrea della Valle. Si ritiene che da San Pietro, oltre che dalla cupola di Santa Maria della Salute a Venezia, derivino anche le cupole a calotte separate che trovano nella cattedrale di St. Paul a Londra (1675) e nel Pantheon di Parigi (di Jacques-Germain Soufflot) due dei massimi esempi, e anche se costruita in modo tecnicamente diverso, la cupola di Les Invalides a Parigi (1680-1691). Il revival dell'architettura, che caratterizzò il periodo compreso tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, portarono alla costruzione di un gran numero di chiese ispirate, in maniera più o meno consistente, alla basilica petrina, tra cui la chiesa di Santa Maria degli Angeli a Chicago (dal 1899), la basilica di San Giosafat a Milwaukee (1901), la chiesa del Cuore Immacolato di Maria a Pittsburgh (1904), la basilica di Oudenbosch (1865-1892), e la Cattedrale di Maria Regina del Mondo di Montreal (1875-1894), che replica molti aspetti di San Pietro su una scala più piccola. La seconda metà del Novecento ha visto adattamenti liberi di San Pietro nella Basilica di Nostra Signora di Lichen, la Basilica di Nostra Signora della Pace di Yamoussoukro e la Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio a Napoli.

L'arciprete è il decano fra i presbiteri di una parrocchia, responsabile per la corretta esecuzione dei doveri ecclesiastici e per lo stile di vita dei curati a lui sottoposti.

Nel caso della Basilica Vaticana è il massimo responsabile dell'attività cultuale e pastorale della basilica. La carica dell'arciprete è antichissima ed è riservata ad un cardinale; attualmente mantiene l'incarico, dal 31 ottobre 2006, il cardinale Angelo Comastri.

Dal 1991, abolita la figura del Vescovo Sacrista di Sua Santità, che dalla creazione dello Stato Vaticano nel febbraio del 1929 era anche Vicario Generale dello Stato della Città del Vaticano, i suoi compiti sono stati assegnati all'arciprete della Basilica Vaticana.
L’imponenza della facciata seicentesca di Carlo Maderno rende l’idea delle mastodontiche dimensioni della Basilica di San Pietro, ancora oggi una delle chiese più grandi al mondo.
La primitiva Basilica di San Pietro, un edificio di dimensioni paragonabili all’attuale, fu eretta intorno al 320 dall’imperatore Costantino nel luogo dove, secondo la tradizione, era stato sepolto l’apostolo Pietro.
Nel corso dei secoli e sotto svariati pontificati ebbe inizio quel lungo processo che, in circa duecento anni e con il concorso di moltissimi artisti (Bramante, Michelangelo, Bernini), avrebbe portato al completo rifacimento della primitiva basilica costantiniana.
La cupola ideata da Michelangelo sorprende per dimensioni e armonia, caratteristiche che si apprezzano nell’impegnativa ma gratificante salita che permette di ammirarne da vicino sia l’interno che l’esterno.
Tra i tanti capolavori, assolutamente da non perdere la Pietà di Michelangelo, l’opera che stupisce da secoli per tecnica ed emotività.

Uno splendido colonnato di 284 colonne di ordine dorico e ottantotto pilastri in travertino di Tivoli circonda la Basilica di San Pietro, come volesse accogliere in un simbolico abbraccio i fedeli in visita.

La splendida architettura del colonnato fu commissionata da Papa Alessandro VII Chigi a Bernini, il quale dispose radialmente le quattro file di 284 colonne, di cui aumentò gradualmente il diametro, riuscendo così a mantenere invariate le relazioni proporzionali tra gli spazi e le colonne anche nelle file esterne.

Grazie a questo accorgimento, lo spettatore raggiungendo i dischi di porfido ai lati dell’obelisco vede il colonnato come composto da un’unica fila di colonne.


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sabato 20 giugno 2015

LA CHIESA DI SAN LORENZO A VEROLANUOVA

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La Parrocchiale di San Lorenzo Martire custodisce un importante tesoro d'arte. Nel 1580 il cardinale Borromeo raccomandò ai Gambara di ingrandire la chiesa esistente e fu consacrata nel 1647, anche se l'alta cupola (sormontata da un grande Angelo in rame) fu completata solo all'inizio dell'700. E' a croce latina e sorse dov'era precedentemente una chiesa dei Disciplini.
La volta all'interno è a botte liscia, sostenuta da larghe lesene corinzie sormontate da un elaborato cornicione con fregio rinascimentale in rilievo, che gira per tutta la chiesa. Tra le opere d'arte due tele, Caduta della manna e Sacrificio di Melchisedech, eseguite in grandi dimensioni nel 1740-41 da Giambattista Tiepolo.
Inoltre dipinti di Andrea Celesti (Assunta, Natività di Maria e Martirio di San Lorenzo, di Pietro Ricchi detto il Lucchese (San Francesco Saverio), di Andrea Bertanza, di Francesco Maffei (Angelo custode e Ultima Cena), di Giovan Battista Trotti detto il Malosso (Madonna e Santi) e del Ciavichino. Tale concorso di grandi artisti è dovuto al munifico mecenatismo dei Gambara.

Opera dei maestri di fabbrica Antonio e Domenico Comino, sorge nella parte più elevata del centro del paese, al posto di un preesistente oratorio dei Disciplini. La posa della prima pietra, secondo una annotazione del "Libro Cronologico" dei Cappuccini di Verolanuova, avvenne il 10 agosto 1633, deliberata collegialmente nel precedente gennaio dai rappresentanti del popolo, dal clero e dai maggiorenti della famiglia dei Conti Gambara.
Con l'inizio della costruzione, architettonicamente interessante per la sua singolare concezione, si compiva il voto solenne espresso dalla popolazione verolese durante la drammatica esperienza della peste del 1630 e si esaudivano anche le più antiche sollecitazioni del Cardinale Borromeo (San Carlo), da lui espresse al cugino Gambara durante la visita pastorale del 1580 per le crescenti necessità di culto e di decoro della dignità prepositurale.
L'impegno di mezzi e di uomini, veramente cospicuo, sostenuto dalla comunità, dalle Confraternite, dai Vicari, dai singoli e dalla famiglia Gambara, a cui si devono senz'altro gli orientamenti artistici, si protraeva per diversi anni, ostacolato da guerre e carestie.La chiesa veniva consacrata il 30 giugno 1647 dal Vescovo di Brescia Marco Morosini.
Mentre quasi tutte le chiese parrocchiali costruite in provincia di Brescia durante il 1600 (circa una quarantina) seguono lo schema compositivo e strutturale delle chiese del tardo '500, risultanti come un unico vano voltato a botte, che comprende nave e presbiterio, quella di Verolanuova, come poche altre, costituisce un'eccezione: infatti si stacca dall'architettura locale e dall'ambito degli artisti locali, portando nelle sue linee compositive e strutturali apporti e contributi diversi e notevoli. Gli artisti, che qui lavorarono, vennero certamente scelti dai Gambara fra i migliori, a Venezia, a Roma od altrove, dove ampi ed umanistici erano i loro legami.

La facciata rimasta incompleta, accenna motivi ornamentali a testimonianza di un preciso intento decorativo. L'ampio ed alto frontone, a timpano triangolare, è completato da due torricelle, impostate sugli angoli della facciata: un impianto architettonico di non facile riscontro in territorio bresciano. La semplicità delle linee di ordine toscano sottolineano l'essenzialità dell'intero organismo, rendendo, unicamente alla cupola, senso di grande spazialità. Di stile composito, a doppio ordine, è il pregevole portale.

L'imponente composizione spaziale interna a croce latina, di tipica concezione controriformista, voltata a botte liscia, trovasi costantemente cadenzata da larghe ed alte lesene corinzie, sormontate da un elaborato cornicione a fregio rinascimentale in rilievo, dalla costante e continua linea d'ornato, che si sviluppa per tutto l'intero contorno. L'ampia, unica navata si presenta ritmata dalle laterali cappelle (tre per parte), interposte alla portante struttura, aperte da alti archi e sottolineate dalle corinzie lesene. In relazione alle sottostanti cappelle, il grande vaso presenta la volta alleggerita da sei semicircolari lunette sovrastanti altrettanti finestroni a tutto sesto, separati da intercapedine muraria rispetto agli ampi varchi esterni. Il transetto trovasi delineato dallo spazio di intervallo fra i quattro archi trionfali a tutto sesto, anch'essi impostati su lesene corinzie, che sorreggono, al centro della pianta cruciforme, l'alto tamburo della cupola. Nei pennacchi angolari d'incrocio degli archi del transetto trovano luogo quattro altorilievi a medaglione. Così concepita, la composizione basilicale sottolinea le due grandi cappelle poste all'estremità del transetto, approfondendo maggiormente il presbiterio, già di per sé allungato, in cui la curva dell'abside si richiude superiormente a catino, seguendo la pianta semicircolare del coro. Il pavimento della sala in lastre di pietra, ribassato rispetto al pavimento policromo del presbiterio e delle laterali cappelle, sottolinea anch'esso le linee della composizione. La luce, oltre che dalle finestre del tamburo, entra anche dalle due alte ed ampie finestre poste in corrispondenza del timpano della parete di fondo delle cappelle laterali del transetto e dalle due grandi finestre laterali del presbiterio. L'effetto complessivo‚ è veramente di grande suggestione.

La cupola sopra i pennacchi d'incrocio degli archi del transetto, impostato su di un primo cornicione rinascimentale, munito di elegante ringhiera, si innalza un alto tamburo, coronato da un secondo cornicione, su cui poggia la cupola: altro elemento di rarità nell'architettura bresciana del Seicento. La struttura muraria del tamburo, ad andamento interno circolare, assume all'esterno forma prismatica ottagonale, con una snella finestra per lato. La soprastante cupola, in struttura muraria dal profilo interno sferoidale, risulta coerentemente risolta all'esterno in forma di calotta ad otto spicchi, su complessa ed indipendente struttura lignea centinata, rivestita da lastre di piombo. Il profilo esterno è poi coronato da una lanterna ottagonale, aperta a belvedere, che porta al culmine un angelo in rame sbalzato, girevole sul proprio asse, recante sul petto lo stemma cardinalizio dei Conti Gambara e la data del 30 novembre 1674 con il nome di Lucrezio Gambara, prevosto pro-tempore. Ai primi del'700 la chiesa, anche se disadorna, si presentava completa nelle sue strutture murarie.

Nel frattempo avevano trovato collocazione al suo interno alcune opere di artisti della fine del'500, che probabilmente provenivano dalla precedente parrocchiale. Vi troviamo, infatti, importanti opere del Trotti detto il Malosso, del Mainardi detto il Chiavechino riferibili alla fine del '500 e di Pietro Ricchi detto il Lucchese della prima metà del'600. Alcuni pregevoli altari in legno intarsiato di scuola bresciana e cremonese, iniziati nella seconda metà del XVII secolo, ed ormai compiuti, si arricchivano poi, specialmente durante il XVIII secolo, di opere d'arte di immenso valore. Il merito dei Gambara mecenati fu quello di aver scelto fra i migliori artisti del tempo, incominciando da Francesco Maffei (1625-1660) il cui momento verolese coincide forse con la fase più forte della sua creazione, ad Andrea Celesti (1637-1712) i cui grandiosi teleri si montarono nel primo decennio del '700, continuando con Giovanni Battista Tiepolo (1696- 1770) con le sue ariose scene bibliche di rilevanza estrema, per arrivare a Ludovico Gallina (1752-1787) che con ampiezza di respiro venne a compiere la sua ultima opera, finita dallo scolaro Tantin. Si può tranquillamente affermare che la scuola pittorica veneta è qui presente in tutta la sua evoluzione, riassunta nei suoi contenuti più grandi ed espressivi. Nel tempo, l'interno andava poi completandosi con altre preziose opere, come le marmoree balaustre di varia tonalità ad incastri floreali (1683), le cantorie di scuola cremonese, il settecentesco coro, l'altare maggiore in marmo striato verde (1832) ed il prezioso organo dei fratelli Lingiardi (1875). Per le decorazioni, volute dal Prevosto Don Francesco Manfredi, bisogna arrivare ai primi del '900. L'architetto Antonio Tagliaferri ne segui i lavori, ispirandosi per l'ornamentazione al Gesù di Roma, chiamando a compiere le decorazioni d'omato i manerbiesi fratelli Cominelli e con essi altri pregevolissimi pittori, quali i verolesi Roberto Galperti e Benedetto Lò. Il lavoro d'ornato della cupola è opera di Angelo Cominelli, il medaglione della volta e gli Apostoli sono opera del valente pittore bresciano Gaetano Cresseri (morto il 17 luglio 1933), gli Angeli della cupola sono del Galperti. Mentre l'interno della chiesa veniva così completato, l'architettura esterna del fabbricato rimaneva incompiuta nella sua maestosa solidità, nella semplicità delle sue linee di ordine toscano piane e severe, nonostante la facciata accenni a qualche motivo ornamentale. Nel 1901 l'architetto Antonio Tagliaferri ebbe a ridisegnare la facciata, cercando di legare con lo stile del portale ed abbondando in fregi ed ornati: il progetto, contrastante con le linee e le robuste partiture architettoniche esistenti, non ebbe seguito, rappresentando così una semplice esercitazione accademica.


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sabato 13 giugno 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DEI MIRACOLI A BRESCIA



Il santuario di S. Maria dei Miracoli si presenta oggi come un edificio dalla configurazione assai originale, di complessa lettura a causa di una lunga vicenda di
stratificazioni e aggiunte successive, costantemente limitate dai vincoli del preesistente, fitto tessuto urbano e sostanzialmente prive di un progetto unitario di base. In borgo S. Nazaro, sul muro esterno della casa di un certo Federico Pelaboschi, esisteva nel Quattrocento un'immagine della Vergine ritenuta miracolosa; intorno a essa era sorta un'edicola votiva, probabilmente a contenere un altare e a ricovero delle offerte sollecitate dalla devozione popolare. Il luogo doveva tuttavia rivelarsi assai interessante sotto il rispetto economico, oltre che sotto il profilo devozionale, se nel 1486 il Consiglio comunale di Brescia deliberava di acquistare casa Pelaboschi e tre anni più tardi acquisiva altre case adiacenti. Nacque così l'idea di creare una prima cappella, concepita probabilmente come semplice stabilizzazione degli apparati provvisori e verosimilmente strutturata come un protiro a due ordini formato dalla sovrapposizione di due arcosolii voltati a lacunari, il superiore a protezione dell'immagine miracolosa, l'inferiore con accesso a un locale retrostante adibito a sagrestia, ricavato dalla stessa casa Pelaboschi.
Ben presto si manifestò l'esigenza di progettare un organismo più ampio; anche il vescovo della città e il doge veneziano si interessarono alla questione e il ruolo di procuratori della fabbrica spettò a due figure di spicco nella vita culturale bresciana del tempo come il nobile Giovan Pietro Averoldi, padre del mecenate Altobello e legato al governo della Serenissima, e l'umanista 'antiquario' Giovanni Maria Tiberino.
(I lavori per la costruzione della chiesa furono ultimati solo nel 1581, quando l'immagine sacra venne condotta all'interno,sull'altare maggiore).

Gioiello di scultura rinascimentale, fu edificata a partire dal 1488 per onorare l'immagine miracolosa della Madonna col Bambino affrescata all'esterno di una abitazione che sorgeva in questo luogo: la parte centrale della facciata (1488) ne era in origine il sacello. La facciata presenta accanto a questo nucleo centrale più antico, il protiro a quattro colonne aggiunto verso la fine del XVI secolo e il coronamento superiore del 1560; le parti laterali sono invece del Seicento. Tutta bianca in pietra di Botticino è finemente decorata dalle maestranze che lavorarono contemporaneamente alla Loggia e che scolpirono capitelli, lesene e fregi con motivi sacri e profani. Nelle nicchie sovrastanti le porte laterali le due statue sono opera del Calegari.
La facciata dei Sanmicheli, corrispondente al livello più basso e raffinato della facciata attuale, viene compiuta entro l'anno 1500. Nel frattempo, l'edificio religioso subisce un rapido sviluppo, anche grazie al crescere del numero di fedeli e delle elemosine e, probabilmente a cantieri ancora aperti, viene deciso per il suo ampliamento, portando il santuario alla dimensione definitiva. Le partiture architettoniche interne, connotate da caratteri decorativi elaborati e raffinati, vengono forse realizzati da Gasparo Cairano e bottega. Lo stesso scultore realizza inoltre il ciclo di Apostoli per la prima cupola, interposto al ciclo di Angeli del Tamagnino, entrambi consegnati e pagati nel 1489.
L'interno, quasi interamente distrutto dal bombardamento del 2 marzo 1945 ed in seguito restaurato, ha pianta quadrata e abside pentagonale; pilastri e colonne dividono lo spazio in tre navate, sovrastate da quattro cupole. Fra i dipinti cinquecenteschi, si segnala la copia del quadro del Moretto conservato oggi alla pinacoteca Tosio Martinengo e, nel presbiterio, le opere di Pier Maria Bagnadore, Tommaso Bona, Pietro Marone, Grazio Cossali. Nell'abside si conserva l'immagine miracolosa della Madonna che, dalla facciata ove si trovava, venne qui trasportata nel 1581.



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LA CHIESA DI SAN FRANCESCO A BRESCIA



All'inizio del XV secolo la navata centrale venne innalzata, permettendo l'inserimento del rosone in facciata, e dotata di copertura a carena lignea. Le trasformazioni più radicali si ebbero però a partire dal 1463 quando, su commissione del padre generale Francesco de Seni detto Sanson, l'architetto Antonio Zurlengo ampliò il precedente vano presbiteriale, edificando il nuovo coro chiuso dall'abside poligonale ad ombrello costolonato. Nel nuovo tessuto murario ai primitivi conci in medolo si aggiunsero i mattoni, creando un motivo a corsi dall'armonioso effetto chiaroscurale. Al 1477 risale la costruzione della cappella dell'Immacolata Concezione (quarta a sinistra), caratterizzata dal grande tiburio ingentilito da una decorazione ad archetti lobati di gusto tardogotico. Alcuni anni dopo lo stesso Zurlengo, coadiuvato in alcuni casi dall'architetto Filippo da Caravaggio, edifica diverse cappelle lungo la navata sinistra (prima, seconda e settima), mentre è esclusivamente di sua mano l'ampliamento della sacrestia (1483), la costruzione del refettorio (1488) e di alcuni altari addossati alla parete occidentale. Alla fine del secolo, ormai con caratteristiche rinascimentali, vengono edificate le cappelle Calzaveglia e Brunelli (quinta e sesta navata a sinistra), coronate da cupolette ottagonali. Al periodo barocco risalgono affreschi, dorature e stucchi sia nelle cappelle che vennero anche modificate, che nella volta rifatta con copertura a botte. A partire dalla seconda metà del XVII secolo si intervenne anche all'esterno dell'edificio, abbattendo il protiro gotico che proteggeva le arche funebri di molte nobili famiglie bresciane. Questi cambiamenti strutturali proseguirono anche nel secolo successivo, con particolare riferimento alla cappella dell'Immacolata Concezione che assunse fattezze barocchette. In seguito all'invasione francese la chiesa venne chiusa al culto e i chiostri utilizzati come depositi e forneria (impiego che si protrarrà fino al 1926), finché nel 1838 si decise di intraprendere i restauri di tutto il complesso affidandoli all'architetto Vantini che aveva appena operato nella chiesa domenicana di S. Clemente. Anche per il S. Francesco attuò una trasformazione neoclassica che comportò il cambiamento delle volte nel coro, l'apertura di nuove finestre semicircolari nelle navate e la stesura di un chiaro intonaco su tutta la superficie muraria e sui piloni. Dopo la restituzione del complesso ai Francescani (1926), si procedette ad un accurato restauro teso a recuperare le originarie strutture architettoniche dell'abside e delle navate e quanto rimaneva delle testimonianze pittoriche. Durante la seconda guerra mondiale la chiesa venne bombardata, subendo gravi danni. Si procedette così a imponenti interventi di consolidamento che si protrassero fino al 1954 e le ridiedero il suo aspetto originario, essendo stato ripristinato l'antico piano di calpestio e la volta a carena.

La severa facciata dai regolari conci in medolo è a capanna, scandita in tre specchiature da sottili paraste e coronata dal fregio ad archetti pensili che prosegue anche lungo la navata principale. Particolarmente ricco è lo scomparto centrale caratterizzato dal portale strombato con capitello a crochet a fascia unica che continua anche ai lati, sormontato dal rosone policromo. Negli scomparti laterali si aprono due oculi a giorno, soluzione che verrà successivamente adottata in diverse chiese lodigiane e cremonesi, e due lunghe monofore trilobate. L'interno a tre navate, divise da slanciati piloni con capitelli fogliati che sostengono archi a sesto acuto, presenta nella centrale una copertura di gusto veneziano a carena trilobata, mentre le laterali sono a cassettoni. Al termine delle navate, in origine erano chiuse dal transetto di cui oggi non si scorge più traccia, si staglia il coro con volte a costoloni, fiancheggiato da una cappella sul lato sinistro e da due su quello destro. La più esterna costituisce la base del campanile, contemporaneo alla chiesa e arricchito da due ordini di bifore sovrapposte: a tutto sesto nell'inferiore, ogivali e lobate nel superiore. Le pareti della chiesa, affrescate a partire dall'ultimo decennio del Duecento, subirono diverse modifiche per l'apertura di cappelle e la costruzione di altari, e costituiscono oggi un variegato palinsesto. La testimonianza più antica risalente al 1280 è una Santa circondata da quattro bambini, generalmente identificata come Santa Elisabetta d'Ungheria, affrescata sulla parete presso il quinto altare. Nel registro superiore della navata destra tra il secondo e il terzo e tra il terzo e il quarto altare, è affrescata una Teoria di Angeli e Santi. Nel registro mediano è conservato un affresco comunemente indicato come Scuola francescana, anche se l'identificazione risulta difficile per la perdita di gran parte della superficie pittorica. Sulla scena, delimitata da alberelli fioriti, si accalcano un folto numero di frati appartenenti ad ordini diversi e giovani studenti. L'opera denota una rigorosa resa spaziale unita ad una ricerca di naturalismo nell'attenta resa degli abiti e dei volti. La gamma cromatica dai toni smorzati, unita all'allungamento delle figure, da ricondurre ad influssi della miniatura bolognese, concorrono ad una datazione attorno al 1320. Nel registro inferiore, di poco posteriore e di diversa mano è la Deposizione di Cristo, affresco staccato ma ricollocato nella posizione originale. Messo tradizionalmente in correlazione con lo stesso soggetto dipinto a Padova da Giotto, denota una minor complessità d'impaginazione e una resa più statica delle figure che suggerirebbero una paternità in ambito veronese. La volumetria delle figure e la levità del panneggio del sudario che avvolge Cristo costituiscono un importante termine di confronto con il prezioso Crocifisso ligneo conservato nella seconda cappella a sinistra. La rappresentazione del volto dolente e del corpo teso nello spasimo rivelano un naturalismo tipico dell'area lombarda, che ha suggerito una datazione entro il 1320 e strette affinità con il Maestro di S. Abondio e di S. Margherita a Como.
Addossato al fianco occidentale della chiesa si eleva il bel chiostro eretto nel 1394 da Guglielmo da Frisone da Campione, come riportato nell'iscrizione scolpita sulla colonna angolare di nord-ovest. La struttura è costituita da robuste colonne in marmo rosso di Verona, appoggiate su basi fogliate, che contrastano con i capitelli in marmo bianco dalla varia decorazione floreale o antropomorfa. Il cornicione in cotto è arricchito da una doppia fascia a dente di sega che riequilibra orizzontalmente lo slancio verticale degli archi ogivali. Un altro chiostro dalle dimensioni notevolmente ridotte, con copertura a volte sostenuta da possenti colonne, venne costruito nel XV sec. dietro il campanile.




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giovedì 11 giugno 2015

IL DUOMO DI MANTOVA

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La cattedrale di San Pietro apostolo è di origine paleocristiana, ma ricostruita in età medievale (fu riedificata probabilmente da Matilde di Canossa), la chiesa, inizialmente in stile romanico (di quest'epoca è ancora il campanile), venne ampliata agli inizi del XV secolo sotto l'egida di Francesco I Gonzaga. La splendida facciata mistilinea in marmo, dotata di un protiro, rosoni e pinnacoli, progettata da Jacobello e Pierpaolo dalle Masegne è testimoniata da un prezioso dipinto di Domenico Morone. In questi anni il duomo fu affiancato da due file di cappelle gotiche, ornate da guglie e cuspidi in marmo e in cotto, anch'esse progettate da Jacobello dalle Masegne, la cui struttura muraria è ancora visibile nel fianco destro.
Nel 1545 il Duomo fu ristrutturato da Giulio Romano, che lasciò intatte la facciata e le pareti perimetrali ma ne modificò sostanzialmente l'interno, trasformandolo in forma simile all'antica Basilica di San Pietro a Roma in versione paleocristiana, prima dell'intervento su quest'ultima di Bramante e di Michelangelo. Tale scelta può essere messa in rapporto con le simpatie evangeliste del cardinale Ercole Gonzaga, committente dell'opera, in polemica con la politica papale di quegli anni. La morte di Giulio Romano nel 1546 segnò una lunga interruzione dei lavori, che continuarono sotto la guida di Giovan Battista Bertani alterando probabilmente il primo progetto, specialmente nella realizzazione del presbiterio. Su iniziativa del vescovo Antonio Guidi di Bagno l'attuale facciata completamente di marmo, fu realizzata tra il 1756 e il 1761 dal romano Nicolò Baschiera, ingegnere dell'esercito austriaco.

La facciata della cattedrale è a salienti, con la parte centrale, in cui si aprono i tre portali, scandita da quattro paraste corinzie e sormontata da un frontone triangolare. Lungo il fianco destro, si possono ancora vedere le cuspidi e le guglie di coronamento quattrocentesche; il campanile romanico ospita un concerto di sette campane accordate secondo la scala di Si2 maggiore. La più grande è ottima opera dell'insuperato maestro settecentesco Giuseppe Ruffini. Le restanti furono fuse dalla ditta Cavadini di Verona nella prima metà del XIX secolo.

La forte impronta di Giulio Romano si nota soprattutto all’interno. Nel 1546, alla morte di Giulio, l’edificio è già strutturato nelle sette navate attuali, con quelle più esterne scandite da cappelle e le cinque centrali definite da quattro file di colonne marmoree scanalate e rudentate, con capitello corinzio. La navata principale - molto ispirata alla basilica romana di San Pietro - è in due ordini e si chiude in un ricco soffitto di legno a lacunari e rosoni dall'intaglio squisito, dalle dorature delicate. L'architrave, sovrastante una fuga di ricche colonne scannellate, reca festoni in stucco con putti e medaglie del Briziano di bella fattura. II battistero è un tempietto costruito nella parte inferiore della torre e contiene un'antichissima e grandiosa vasca di marmo lavorata ad arabeschi . Le navate adiacenti hanno copertura a botte, con lacunare a stucco dal complesso disegno geometrico, forse dovuto al successore di Giulio, il Bertani. La fabbrica viene completata da G.B. Bertani per quanto riguarda il transetto, già progettato da Giulio Romano, e probabilmente per la cupola centrale. Il vano absidale, di accentuata profondità, fu costruito alla fine del Cinquecento e decorato con affreschi di Antonio Maria Viani.
La navata trasversale è ornata di affreschi dell'Andreasino e del Ghisi che dipinsero pure il magnifico affresco della cupola. La volta del coro è dipinta da Domenico Feti. Meraviglioso nell'insieme armonico il sacello del SS. Sacramento, ottagonale, ad archi, su pilastri arabescati e colonne di marmo scannellate. La Fede affrescata nel centro della volta è opera di Felice Campi, autore anche delle tele che rappresentano i quattro Dottori della Chiesa. La S. Margherita è bellissimo lavoro del Brusasorci. Notevoli il San Gerolamo del Campi, nella cappellina della corsia laterale.
Nella cappella dell'Incoronata, tempietto prezioso, un’iscrizione del 1052 ricorda Bonifacio di Canossa. Il grande sarcofago in marmo istoriato in fondo alla corsia di destra è il monumento più insigne dell'antichità cristiana rimasto in Mantova, lavoro del V o del VI secolo. Nella sagrestia le casse mortuarie murate nelle pareti racchiudono le spoglie del cardinale Ercole Gonzaga e di Ferdinando Gonzaga, principe di Molfetta. Sotto la mensa dell'altar maggiore giace il corpo di S. Anselmo vescovo di Lucca, protettore della diocesi di Mantova.

Sulla cantoria del braccio di destra del transetto, si trova l'organo a canne della cattedrale, costruito dalla ditta organaria cremasca Benzi-Franceschini nel 1915 ed in seguito più volte restaurato ed ampliato.




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sabato 6 giugno 2015

LA CHIESA DI SAN FRANCESCO A LODI

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La rossa facciata della medievale chiesa di S. Francesco (sec.XIII), costruita dalla nobile famiglia guelfa dei Fissiraga, con protiro ogivale, grande rosone marmoreo e due emozionanti bifore a cielo aperto danno leggerezza all'insieme.

L'edificio venne innalzato tra il 1280 e i primi anni del Trecento laddove precedentemente sorgeva una piccola chiesa dell'Ordine dei Frati Minori dedicata a San Nicolò. Su iniziativa del vescovo di Lodi Bongiovanni Fissiraga, i religiosi intrapresero la costruzione dell'attuale corpo di fabbrica sostenuti dalle donazioni del nobile Antonio Fissiraga.

Nel 1527 la gestione del tempio venne affidata ai Francescani Riformati di San Bernardino, cui nel 1840 subentrarono i Padri Barnabiti, i quali avevano già occupato nel 1834 il convento adiacente trasformandolo in collegio; i primi anni della loro attività furono interamente dedicati ad un profondo lavoro di restauro del complesso, che ebbe termine nel 1842. Benché i Barnabiti abbiano ottenuto il ministero apostolico della chiesa di San Francesco "ad uso perpetuo", la proprietà dell'edificio è sempre rimasta appannaggio della parrocchia della Cattedrale di Lodi, da cui tuttora dipende.

Le notizie più antiche attestanti la presenza in città dei frati minori risalgono al 1224, anche se solo vent'anni dopo questi furono costretti ad allontanarsi in seguito agli scontri tra le autorità comunali, schierate con lo scomunicato imperatore Federico ii, e il clero. Soltanto nel 1252, quando papa Innocenzo iv ripristina la sede vescovile, possono rientrare in città e viene loro concessa dal vescovo Bongiovanni Fissiraga la chiesa di S. Nicolò con le annesse proprietà già della famiglia Pocalodi. Probabilmente a partire dagli anni Ottanta, grazie all'intervento del capo della lega guelfa Antonio Fissiraga (forse nipote del vescovo), si iniziano i lavori per la costruzione della nuova chiesa, essendo ormai il S. Nicolò troppo piccolo per l'elevato numero dei frati presenti. La costruzione doveva già essere a buon punto nel 1290 se vi fu sepolto il vescovo Bongiovanni e pressoché terminata agli inizi del Trecento, come suggerito dalla data 1304 presente in un'iscrizione scolpita sul rilievo raffigurante sant'Antonio collocato nel pilastro centrale del transetto di destra che, insieme al corrispettivo di sinistra con san Francesco, fu eseguito da fra' Delay de Brellanis da Lodi. Numerose nobili famiglie lodigiane posero le loro sepolture in S. Francesco, ottenendo il patronato delle varie cappelle aperte sul fianco sinistro a partire dal XIV fino al XVIII secolo, divenendo così i committenti dei numerosi affreschi e tele che ne ornano le pareti e gli altari. Costituisce un esempio particolare la seconda, o di san Bernardino, ricavata nel 1477 dalla demolizione del campanile già costituito dalla torre dei Pocalodi, precedentemente inglobata nell'edificio religioso. Gli interventi più sostanziali si ebbero però nel xvii secolo, quando si chiusero le bifore absidali e si rifece la decorazione di alcune cappelle, arricchite con stucchi e dorature. La trasformazione barocca della chiesa proseguì ancora per tutto il Settecento, in particolare con il rifacimento del coro con decorazioni architettoniche illusionistiche nel 1740. Con la soppressione del convento nel 1810, la chiesa divenne sussidiaria della parrocchia del Carmine, e così rimase fino al 1842, quando fu ceduta ai padri barnabiti che già dieci anni prima si erano stabiliti nel convento. Trovandosi l'edificio in precarie condizioni, fu necessario un imponente restauro affidato agli architetti milanesi Ambrogio Nava e Carlo Maciachini e ai pittori Martino Knoller e Giuseppe Bertini, che comportò il rifacimento del tetto, la chiusura di alcune cappelle e l'integrazione di brani pittorici tre-quattrocenteschi. Sugli affreschi si intervenne nuovamente a partire dal 1960 con una vasta campagna quasi ventennale, che prendendo il via dalla navata di destra ha successivamente interessato tutte le altre superfici dipinte.

La facciata in cotto rosato, rimasta incompiuta, è caratterizzata da un alto protiro ogivale con colonne in cotto su plinti di pietra, da due lesene semi-cilindriche e da un grande rosone in marmo bianco; ai lati, due singolari bifore a sesto acuto si aprono al cielo donando leggerezza alla struttura frontale.

La facciata, incompleta nella parte superiore, venne aggiunta al corpo dell'edificio forse dopo il 1312, data dell'ultima donazione effettuata da Antonio Fissiraga prima del suo arresto ad opera dei Visconti nel 1316. Costruita interamente in cotto, è scandita in tre campi da due possenti semicolonne addossate. In quello centrale, oltre al rosone marmoreo aperto quasi due secoli dopo, si staglia il portale archiacuto, con semicolonnine a fascio, cui si addossa il protiro, anch'esso frutto di aggiunta posteriore. Nei campi laterali, sopra gli ingressi, si apre una monofora a tutto sesto sormontata da una bifora archiacuta "a vento", che lascia cioè intravedere il cielo (la parete della facciata supera infatti il colmo delle navate).
L'interno, dalla pianta a croce latina, richiamo del pavese S. Francesco, è a tre navate, costituite da quattro campate (di cui la prima più stretta) ad andamento alternato, in maniera tale cioè che alla centrale ne corrispondono due laterali. Massicci piloni cilindrici in cotto (simili a quelli del duomo cittadino), terminanti con capitelli in pietra dalla decorazione vegetale o antropomorfa, sostengono le volte costolonate a sesto acuto. Il transetto è costituito da tre campate quadrate, ciascuna di misura identica a quelle della navata centrale. Lo stesso modulo si ripresenta nel coro, mentre ognuna delle quattro cappelle che lo fiancheggiano ha le medesime dimensioni di ciascuna campata nelle navate laterali.
La chiesa è giustamente celebrata anche per il suo ricco corredo pittorico che si snoda quasi ininterrottamente su pareti, volte e piloni. Le testimonianze più antiche, databili verosimilmente entro il secondo decennio del Trecento, si estendono sulle volte della terza campata nella navata centrale e sulla crociera mediana del transetto. Riecheggiano nei motivi decorativi la miniatura bolognese e la pittura veneta di fine XIII secolo mentre, nella volumetria delle figure e nell'attenta resa spaziale e prospettica, traspare la lezione giottesca che è interpretata secondo un realismo tipicamente lombardo.
Parallelamente al Maestro della tomba Fissiraga opera un altro pittore d'estrazione lodigiana, attivo soprattutto nel S. Bassiano di Lodi Vecchio (per cui ne deduce il nome di Maestro di S. Bassiano), a cui si devono numerosi affreschi votivi: il San Nicola sul quarto pilone di destra, il Battesimo di Cristo sul sesto della medesima navata, la Madonna in trono con Bambino sul settimo pilone sinistro. A queste testimonianze, dall'impianto compositivo maggiormente semplificato e dai modi più arcaicizzanti, è stato recentemente aggiunto il semplice affresco con i Funerali di Antonio Fissiraga in cui il protagonista indossa l'abito francescano. Da queste opere si svilupperà, per tutto il Trecento, una scuola locale che riproporrà le innovazioni dei due Maestri.
Alla fine del secolo si collocano invece alcune testimonianze di elevata qualità, che risentono fortemente dell'operato di Giovannino de' Grassi e del gusto proprio del Gotico Internazionale, diffusosi ampiamente nel ducato di Milano. Sull'arco d'ingresso della cappella di S. Bernardino (terza a destra) lo Sposalizio mistico di santa Caterina anche se mutilo, rivela un'estrema ricercatezza formale, che si attua in forme esili e allungate e in una stesura cromatica modulata e impreziosita da un copioso impiego di oro. Contemporaneo e culturalmente affine è il Maestro di Ada Negri, a cui si devono la Madonna col Bambino sul secondo pilone a destra, e la Visitazione sul terzo, sempre di destra. Nel primo esempio istanze miniaturistiche si esplicitano nell'incorniciatura e nel raffinato decorativismo degli abiti, mentre nel secondo si unisce anche una stesura cromatica piatta che riduce la volumetria dei singoli personaggi.





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giovedì 21 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO A BUSTO ARSIZIO

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Il canonico Antonio Crespi Castoldi, nel 1614 realizzò una “storia di Busto Arsizio” basata sulla tradizione dell’epoca e su documenti allora consultabili ed oggi andati perduti. Egli racconta che sull’area ove oggi sorge la chiesa di San Michele, vi era un castello e che in esso, nell’anno 1242 si svolse un atto ufficiale alla presenza del console milanese. Nel 1276 il castello venne distrutto per vendetta da Napo Torriani a causa della partecipazione di Busto alla guerra fra Visconti e Torriani, ovviamente, a detta del Crespi Castoldi, dalla parte dei Visconti. Saranno poi i Visconti a ricostruire le mura ed il fossato del borgo, ma non il castello che, pertanto, rimase diroccato per secoli. Una primitiva piccola cappella, forse adiacente il castello, forse inserita in esso, era stata eretta certamente sin dall’epoca longobarda. Presumibilmente, con la distruzione del castello nel 1200 andò perenta anche questa cappella. Sulle rovine del castello venne edificata una nuova chiesa, e venne recuperata la base della torre del castello stesso per sopraelevarci il campanile, di cui diremo in seguito. La prima ricostruzione della chiesa in forma basilicale, a navata unica con tre absidi semicircolari e tetto a capriate, è pertanto da far risalire alla fine del ’200 o inizio del ‘300. Nel Liber notitiae sanctorum Mediolani, compilato fra il 1290 e il 1310 viene elencata anche la chiesa di San Michele a Busto. Nel 1343 venne eretto un beneficio curato, ossia l’assegnazione di beni sufficienti per garantire la “cura” di un sacerdote fisso.
Crespi Castoldi ci informa che nel 1494 la chiesa venne ornata con pitture e nel 1512 venne eretto un secondo beneficio “curato”.
Risale al 1566 una descrizione dettagliata della chiesa, con un altare principale, 4 altari minori, pavimentata. Adiacente vi era il cimitero. Nel 1580 venne redatta una nuova descrizione con piantina, e si disse che la chiesa era in buono stato. Dal disegno emerge come il fosso e i bastioni delle mura cingessero di fatto la chiesa stessa, il cimitero e le case dei curati.
Ancora agli inizi del ‘600 vi erano dieci sepolcri interni, ridotti ad otto nel 1622.
Nel 1641 la chiesa viene detta pericolante in diversi punti, e così si darà corso alla realizzazione della nuova.

Il Campanile è certamente, almeno nella parte inferiore, l’edificio più antico tuttora esistente a Busto. Già basamento di torre del castello longobardo, o comunque basamento di parte del castello stesso, fu “riciclato” per realizzare la torre campanaria della chiesa. Si tratta di un basamento di pietre e ciotoli, del IX-X secolo.
La parte intermedia ha lesene angolari di mattoni, quattro campi sovrapposti, rientranti, in ciottoli con archetti e finestre a tutto sesto, e si concludeva con le quattro bifore con colonnina intermedia, dapprima murate e solo recentissimamente riportate alla luce. Nel 1559 venne realizzata una ulteriore elevazione coincidente con l’attuale cella campanaria, alta 11 cubiti. Ne deriva che in epoca imprecisata venne realizzata una ulteriore sopraelevazione intermedia corrispondente all’attuale alloggiamento dell’orologio.
A fine ‘700 verrà dotato di tre campane provenienti da San Giovanni, mentre nel 1889 accolse ben 12 campane su un castello in ghisa.
Pur essendo stato realizzato in almeno quattro fasi separate, questo campanile ha un fascino ed una omogeneità tutte proprie. Solo il campanile di San Giovanni, terminato nel 1418, supererà questa torre, che, pertanto, coi suoi “100 cubiti” (40 metri) resterà un elemento fondamentale fino al XX secolo dello “skyline” cittadino.

L’edificio attuale venne realizzato, nella sua struttura di base, nel periodo fa il 1653 ed il 1679 su un disegno dell’arch. Francesco Maria Richino (o Richini), ad unica navata. La prima visita pastorale nel nuovo edificio risale al 1656 ad opera di mons. Filippo Maria Visconti che data l’inizio dei lavori al 1653. La prima grande novità è data dal rovesciamento del tradizionale orientamento delle chiese con abside ad Ovest. Poiché lasciare quell’orientamento avrebbe costretto a realizzare la facciata a ridosso dei bastioni delle fortificazioni del borgo, si decise di posizionare la facciata laddove la vediamo oggi.
La volta era a botte, il pavimento era di marmo e conteneva 30 sepolcri. Solo nel 1785 il coro, dietro all’altare, accolse degli stalli, provenienti dalla chiesa di santa Maria di Abbiategrasso. L’altare maggiore fu per oltre un secolo lo stesso della chiesa precedente in legno, e venne sostituito da uno nuovo solo nel 1753, probabilmente realizzato da Biagio Bellotti. Interessante notare la scritta la latina “quis ut deus” (chi come Dio ?) che corrisponde alla traduzione dell’ebraico “mi cha el” (da cui Michele). Il nome Michele, pertanto, fa espresso riferimento al ruolo avuto dall’Arcangelo nello sconfiggere gli angeli ribelli che ritenevano, appunto, di essere come Dio. Il nome Michele, dunque, è un monito continuo anche alla arroganza degli uomini, affinchè ricordino di non essere come Dio.
Il Battistero venne realizzato nel 1884.
Nel 1931 la volta della chiesa, fatta di incannucciato, viene sostituita con una nuova di mattoni.
Negli anni 1937-39 il presbiterio e l’abside vengono demoliti e ampliati, su progetto dell’architetto Giovanni Maggi, con l’aggiunta del transetto, della cupola, di una nuova sagrestia, della cosiddetta penitenzieria (oggi cappella invernale), con la realizzazione della controfacciata che guarda su piazza Manzoni, la cosiddetta grotta della Madonna di Lourdes con stalattiti di cemento dipinto. Queste modifiche sono state assoggettate a notevoli critiche in quanto no rispetterebbero le valenze formali dell’edificio preesistente e ne avrebbero pertanto stravolto l’immagine complessiva.
L’attuale organo di oltre tremila canne è del 1945.
Di grande pregio le opere custodite nell’adiacente museo di arte sacra.

Gran parte delle decorazioni pittoriche sono piuttosto recenti anche se nel loro insieme forniscono una sensazione di grandiosità. Risalgono infatti agli anni fra il 1932 ed il 1950 la grandiosa decorazione pittorica della controfacciata (Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Mosè, Aronne), della volta (al centro Dio creatore, l’arcangelo Michele sconfigge gli angeli ribelli, Annunciazione, ai lati Michea, Abdia, Gioele, Osea, Malachia, Zaccaria, Aggeo, Abacuc) del transetto destro (alle pareti Elia confortato dall’angelo, Il miracolo di Torino, Ultima cena, sulla volta del transetto: gloria di san Felice), nel transetto sinistro (alle pareti martirio di san Tarcisio, miracolo di sant’Antonio, moltiplicazione dei pani e dei pesci, sulla volta del transetto: Assunzione), della cupola (Cristo vincitore della morte), dei pennacchi (Evangelisti), dell’abside (primato di Pietro, Spirito Santo, Fede, Speranza, Carità, Giustizia, santa Cecilia, san Gregorio), del battistero (alle pareti battesimo di Gesù, mandato di Gesù agli Apostoli, nella volta del battistero: Spirito Santo tra angeli). Sono opere di Mario Chiodo Grandi, Angelo Galloni, Gerolamo Polloni e A. Bonfanti,
La vetrata sopra l’ingresso principale (Madonna con Bambino e san Giovannino) è del 1949. Tele di rilievo: nei primi due vani laterali si trovano: a destra il battesimo di Cristo (fine’600), vita del Battista; a sinistra la guarigione di Tobia di Pietro Antonio Magatti (1731 circa) proveniente dalla chiesa di San Rocco.
La chiesa di San Michele Arcangelo si trova nel centro di Busto Arsizio, in piazzetta Don Pio Chieppi.

L'esterno dell'edificio è caratterizzato dalla facciata barocca. Questa è a capanna ed è suddivisa in due fasce orizzontali da un alto cornicione. La fascia inferiore, con paraste ioniche, presenta al centro il grande portale, posto fra due semicolonne marmoree e sormontato da un tondo a bassorilievo raffigurante la Madonna con il Bambino. La fascia superiore, invece, è con lesene corinzie e al centro di essa vi è un finestrone rettangolare con semplice cornice marmorea. La facciata è coronata da un timpano triangolare sormontato da quattro statue di Angeli (ai lati) e di San Michele Arcangelo (al centro).

Alla sinistra della chiesa sorge il campanile, unica struttura della fortificazione preesistente longobarda e costruzione più antica di Busto Arsizio. La torre, costruita in pietra e ciottoli, viene fatta risalire al IX secolo o al X secolo. La parte superiore presenta lesene angolari di mattoni e quattro campi rientranti in ciottoli con archetti e finestre a tutto sesto. Il campanile si conclude con quattro bifore, di cui due murate.

La torre venne sopraelevata in un primo momento del segmento corrispondente all'orologio e successivamente (nel 1559) della cella campanaria. Inizialmente le campane erano tre e diventarono dodici nel 1889, per mano della fonderia Barigozzi di Milano.

L'indagine sulla tenuta della fondazioni del 1997 ha portato alla conclusione che esse sono solide e quindi le fessure presenti nella parte superiore del campanile devono essere imputate a problemi delle strutture sovrastanti, relazionati anche con le vibrazioni indotte dal movimento delle campane.

Nel 2007 sono iniziati i conseguenti lavori di restauro della torre campanaria, che si sono conclusi l'anno successivo. Dopo questo restauro, le campane non poggiano più sulle mura del campanile ma su una struttura metallica interna che scarica direttamente sulle fondazioni.

Internamente, la chiesa è a pianta a croce latina, con navata unica coperta con volta a botte lunettata lungo la quale si aprono dieci cappelle laterali, cinque per lato.

Sul lato destro della navata si trovano:

La Cappella del Crocefisso situata presso la terza arcata. In essa è presente un crocefisso ligneo risalente al XVI secolo e una tela della fine del secolo XV attribuibile alla scuola di Ambrogio da Fossano detto il Borgognone (1481-1522) raffigurante la Vergine con il Cristo deposto e gli angeli. All'interno della cappella è inoltre presente una croce cesellata in argento attribuita a Biagio Bellotti che conserva una reliquia della Santa Croce. Ai lati dell'altare si trovano invece gli affreschi della Maria Maddalena e della Veronica.
La Cappella di San Felice e delle Reliquie situata presso la quarta arcata. In essa sono presenti l'urna di San Felice e, conservati in una nicchia sopra l'altare, i reliquiari risalenti ai secoli XVI e XVII. Uno è a forma di croce, due a forma di busti di santi e altri di lavorazioni diverse. Si trova inoltre una tela di Giovan Mauro della Rovere detto il Fiammenghino (1575-1640) raffigurante San Carlo in adorazione del Santo Chiodo. Ai lati dell'altare vi sono gli affreschi dei primi martiri cristiani e delle catacombe.
Cappella di San Francesco di Paola: realizzata nel 1738, è situata presso la quinta arcata. In essa si trovano due dipinti, entrambi con autore ignoto: uno, di forma rettangolare, rappresenta l’apparizione di San Michele Arcangelo a San Francesco di Paola, l’altro, ovale, mostra un miracolo di quest’ultimo. Ai lati dell’altare vi sono affrescate le immagini di Sant'Agostino e di San Giovanni Battista.
Sul lato sinistro della navata centrale si trovano:

La Cappella di San Giuseppe situata presso la terza arcata. In essa è presente un gruppo ligneo che venne ordinato nel 1903 alla ditta Mayer di Monaco di Baviera. Sulla volta della cappella è raffigurata la gloria dei Santi Cosma e Damiano. Ai lati dell'altare, due affreschi mostrano Giuseppe l'Ebreo e Davide.
La Cappella del Sacro Cuore situata presso la quarta arcata. Fino al 1882 era dedicata ai Santi Innocenti martiri, il cui ricordo rimane nel cartiglio presente sulla volta della cappella. La statua del Sacro Cuore è della ditta Mayer di Monaco di Baviera e venne posta nella nicchia nel 1882. Ai lati dell'altare sono raffigurati San Tommaso d'Aquino e Santa Margherita Maria Alacoque.
La Cappella della Madonna situata presso la quinta arcata. Oltre alla statua dell'Immacolata, nella lunetta sovrastante l'altare è raffigurato un angelo con le parole tratte dal versetto alleluiatico del Tota pulcra: et macula originalis non est in te.
Gli affreschi della cupola, che illustrano il trionfo di Cristo sulla morte su una superficie di cinquecento metri quadrati, furono iniziati nel 1942 e portati a termine l'anno successivo da Angelo Galloni ed Ettore Chiodo Grandi. Quest'ultimo pittore è figlio di Mario Chiodo Grandi, che tra il 1932 ed il 1934 decorò la grande volta della chiesa con le rappresentazioni della creazione, della battaglia degli angeli in cielo e dell'Annunciazione, oltre alla serie dei dodici profeti sui fianchi e sulla controfacciata.

Gli affreschi dell'abside (con la missione del Salvatore), del catino (con il primato di San Pietro) e delle volte dei transetti (in quello di sinistra con la gloria della Vergine ed in quello di destra con il trionfo di San Felice) vennero invece eseguiti tra il 1945 e il 1946 sempre da Angelo Galloni e da Enrico Chiodo Grandi. Nel transetto di destra è presente un grande affresco dedicato a L'Ultima Cena, e nel transetto di sinistra un altro grande affresco dedicato al Miracolo dell'Eucaristia di Torino, opere del pittore Gerolamo Poloni di Martinengo (1948).

Alle spalle dell'altare maggiore, a ridosso della parete fondale dell'abside, si trova l'organo a canne Mascioni opus 603, costruito nel 1945.

Lo strumento è a trasmissione elettrica e la sua consolle, indipendente, dispone di due tastiere e pedaliera concavo-radiale. La mostra, del tipo ceciliano, è fuori cassa ed è composta da canne di Principale disposte a palizzata.

Edificato entro l'area cimiteriale tra il 1761 e il 1764 su progetto di Biagio Bellotti, il mortorio, con una struttura originalissima che si ispira al barocchetto teresiano, collega i due volumi della chiesa e delle case parrocchiali e, allo stesso tempo, permetteva l'attraversamento dell'antico cimitero (oggi piazzetta don Pio Chieppi, primo parroco di San Michele).

Il passaggio centrale è sovrastato da una cupoletta semiellissoidale su pennacchi sferici. Ai lati di questo vi sono due vani quadrati coperti con volta a botte destinati all'esposizione delle ossa. Nei due prospetti di est e di ovest si trovano finestre ellittiche (unico esempio negli edifici del Bellotti di questa forma), mentre sull'andito sono quasi rettangolari, ma con architravi molto elaborati.

Di pregevole fattura sono inoltre le inferriate, realizzate con esili ferri battuti a sezione quadra e foglie (un tempo dorate). Se sulle finestre rettangolari le volute sono sovrapposte ad una serie di barre verticali, su quelle ellittiche la cancellata perde ogni rigidità essendo costituita dalle sole volute, che divergono in fasci dall'asse verticale avvolgendosi in prossimità della cornice e cambiando frequentemente direzione con guizzi improvvisi.

Delle decorazioni originarie realizzate sia sulle pareti esterne che su quelle interne dallo stesso Biagio Bellotti, a causa delle intemperie e dell'incuria degli uomini, sono rimaste soltanto quelle del voltino che raffigurano la Giustizia (sotto forma di donna recante in mano una bilancia) circondata da angioletti. Grazie ai disegni del Bellotti, all'interno delle due cappelle laterali il pittore Carlo Farioli ha potuto realizzare nel 1978 due dipinti che ripropongono le antiche raffigurazioni.

La reliquia più importante presente all'interno della chiesa prepositurale è il corpo intero del martire romano San Felice, estratto dalle catacombe di Priscilla e concesso da papa Innocenzo X con atto di donazione del 5 aprile 1650 al padre gesuita Giovanni Battista Crespi, con facoltà di trasportarlo ed esporlo alla pubblica venerazione dei fedeli nella chiesa di San Michele Arcangelo.

Rivestito da una tunica bianca e da un manto rosso, per volere del Cardinale Schuster, dal 1938 il minuto corpo del martire è conservato in un'urna vetrata sotto l'altare della cappella a lui dedicata, sul lato destro della navata.

San Felice è, insieme all'Arcangelo, compatrono della chiesa di San Michele.



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