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domenica 14 giugno 2015

IL DUOMO NUOVO DI BRESCIA

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La nuova Cattedrale dedicata all’Assunta, la cui costruzione occupò circa due secoli, venne realizzata sull’area della chiesa paleocristiana di San Pietro de Dom della quale rimangono pochissime testimonianze. La vecchia cattedrale aveva sviluppo longitudinale, divisa in tre navate da ventotto colonne forse provenienti da edifici romani. Quattro di queste colonne furono riutilizzate, dopo la demolizione della chiesa, due per il portale del Broletto che si affaccia sulla piazza e due per il portale della chiesa di Santa Maria della Carità in via Musei. Più volte rimaneggiata durante i secoli la Cattedrale di San Pietro nel XVI secolo minacciava rovina al punto che nel 1599 Brescia ne decretò la demolizione La posa della prima pietra venne compiuta dal vescovo Marino Giorgi (o Zorzi) il 12 maggio 1604. La nuova Cattedrale mutato il titolo in Santa Maria Assunta, fu costruita - cominciando dal pilore est del lato nord - su progetto del bresciano Giovan Battista Lantana, presto sostituito da quello del barnabita milanese Lorenzo Binago che mutò profondamente il disegno primitivo. I lavori procedettero con una certa alacrità nel primo trentennio del Seicento per poi rallentare dalla metà del secolo. Col Settecento un rinnovato impulso viene dato alla fabbrica dal cardinale Angelo Maria Querini che, insieme ai lavori murari, dotò la chiesa di suppellettili e dipinti di grande pregio fatti eseguire a Roma. In questo periodo, in una girandola di consulenze affidate a nomi celebri come Andrea Pozzo, Giorgio Massari e Filippo Juvarra, il tempio fu portato a compimento (ad eccezione della cupola) seguendo i disegni prima di Giovan Battista e Antonio Marchetti, che si succedettero nel corso del secolo alla direzione dei lavori. Il compimento della cupola nel 1825 segna la conclusione della fabbrica che fu consacrata quasi un secolo dopo, il 4 luglio 1914 dal vescovo Giacinto Gaggia. Durante il secondo conflitto mondiale, il 13 luglio 1944, la copertura in rame e la struttura lignea della cupola, colpiti da uno spezzone incendiario, presero fuoco diventando uno dei simboli più drammatici dei bombardamenti che martoriarono la città. I necessari lavori di restauro furono compiuti nell’immediato dopoguerra.

L’esterno in marmo bianco di Botticino, è scandito da alte paraste corinzie che ripropongono lo stesso ritmo dell’interno. La zona dell’abside è decorata con due nicchie entro le quali sono poste le statue dei Santi Faustino e Giovita patroni di Brescia, scolpite da Antonio e Carlo Carra (1673) che hanno eseguito anche la statua di San Giovanni Battista, posta sopra la porta laterale del fianco nord. L’imponente mole della cupola (la terza per grandezza in Italia dopo quella di San Pietro e di Santa Maria del Fiore) fu realizzata su disegno dell’architetto milanese Luigi Cagnola tra il 1815 e il 1825, riprendendo, semplificata nelle sue forme neoclassiche, l’idea già proposta da Antonio Marchetti. Otto alte finestre con timpano triangolare si aprono nel tamburo, scompartito da colonne binate che, avanzando, fungono da punti di forza per i costoloni della calotta. La lanterna presenta la stessa alternanza di finestre (qui arcuate) e di colonne che concludono il movimento ascensionale della struttura nella doppia croce posta all’apice. La realizzazione della facciata occupò gran parte del XVIII secolo. La parte inferiore fu realizzata su disegno di Giovanni Antonio Biasio, mentre il registro superiore, con il coronamento del timpano si deve ad Antonio Marchetti. Il portale, invece, realizzato su disegno di Giovan Battista Marchetti, accoglie nel timpano ricurvo spezzato, entro un ovato, il Busto del cardinale Angelo Maria Querini, opera di Antonio Calegari (Brescia 1699-1777) autore anche delle figure della Fede e della Carità, poste sul frontone della finestra del registro superiore. Le statue che ornano il timpano raffigurano: al centro il gruppo della Vergine portata in cielo dagli Angeli fiancheggiato a sinistra da San Pietro e a destra da San Paolo, opere modellate da Giovan Battista Carboni (Brescia 1723ca-1790) ma eseguite dal bergamasco Pier Giuseppe Possenti (Bergamo 1750- Milano 1828) nel 1792; le due statue estreme, a sinistra San Giovanni evangelista e a destra San Giacomo apostolo, sono invece opera di un non meglio noto Citerio di Como.

L’interno, a pianta quadrata nella quale è iscritta una croce greca che si prolunga in un braccio nel profondo presbiterio, è aggregato attorno all’ampio volume della cupola. Domina un’impressione di spoglia solennità: alti pilastri scanalati in stile corinzio ritmano tutta la struttura della chiesa e otto colonne binate sostengono la cupola, aggiungendo profonde variazioni chiaroscurali al sottile gioco alternato della pietra di Botticino e dei setti murari intonacati di bianco. Sull’alto cornicione con fregio a girali vegetali si impostano le volte a pieno centro marcate da archi in pietra decorati con motivi a cassettoni e si aprono le grandi finestre che conferiscono grande luminosità all’interno del tempio. I pennacchi della cupola sono decorati con medaglioni ovali entro i quali trovano posto le figure dei quattro evangelisti con i loro simboli: Matteo e Marco sono opera di Giovan Battista Carboni, mentre Luca e Giovanni sono opera di Santo Calegari il giovane (Brescia 1722-1780) e furono realizzati nel corso degli anni Settanta del Settecento. Al di sopra del cornicione si imposta il tamburo scompartito da pilastri corinzi binati e da otto grandi finestre.La calotta, infine, è decorata con cassettoni ottagoni centrati da rosette che, degradando verso l’alto, aumentano il senso di verticalità della struttura.
Nella cattedrale si trovano due organi a canne monumentali: l'organo Mascioni Opus 898 (1968) e l'organo Tonoli-Porro (1855), collocati rispettivamente nella cantoria in cornu Evangeli e in cornu Epistulæ, entrambi entro delle casse in stile neoclassico.

L'organo Tonoli fu costruito nel 1855 ad unico manuale (il secondo fu aggiunto nel 1880) in sostituzione di un organo precedente del 1750; lo strumento fu notevolmente ampliato nel 1906 da Diego Porro ed è stato oggetto di un accurato restauro di Gianluca Chiminelli nel 2005-2006.









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sabato 13 giugno 2015

IL DUOMO VECCHIO DI BRESCIA

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Rappresenta un esempio di straordinaria bellezza di architettura romanica in Italia.
E' noto a tutti, in ragione della sua forma, come "La Rotonda".
Venne incominciato dai maestri comacini alla fine dell' XI secolo sopra le rovine di quella che fu la basilica (invernale) di S. Maria Maggiore del VII sec.
La Rotonda in origine era dotata di due ingressi (nord - sud), ora però non più utilizzati;
l'attuale ingresso principale fu invece creato nel 1571.
L'esterno del Duomo Vecchio presenta un corpo a pianta circolare mentre l'interno è caratterizzato da una cupola emisferica appoggiata su otto grandi archi sostenuti da pilastri e sovrastante l'ampio spazio centrale.
Di fronte alla porta d'ingresso è posizionato il sarcofago (in marmo rosso di Verona) di Berardo Maggi, mentre dal presbiterio - attraverso due scale - si accede alla Cripta di S. Filastrio, che faceva parte dell'antica basilica di cui sono rimasti alcuni resti di mosaici.
Il Duomo Vecchio ospita alcune importanti opere del Moretto, tra cui: l'Assunta, gli evangelisti Luca e Marco, la Cena dell'agnello pasquale, Elia e l'Angelo; due tele del Romanino e una di Franco Maffei (pittore vicentino).
Degno di nota è pure il grandioso organo risalente al 1536 realizzato dall'Antegnati.
Nella Rotonda è custodito il Tesoro delle SS. Croci e la Croce del Campo che un tempo veniva issata sul Carroccio.
La storia del Duomo vecchio ha inizio con la demolizione dell'ormai vecchia e inadeguata Basilica di Santa Maria Maggiore de Dom, un edificio paleocristiano costruito forse nel VII secolo e approssimativamente coevo alla Basilica di San Pietro de Dom, oggi sostituita dal Duomo nuovo. La basilica, di pianta longitudinale, senza transetto, coperta da un semplice tetto di capriate a vista e arricchita nell'VIII secolo dalla "Cripta di San Filastrio", doveva inoltre essere uscita verosimilmente distrutta o molto danneggiata dall'incendio che devastò la città nel 1095. Studi compiuti negli ultimi anni del Novecento hanno concluso che il cantiere della nuova cattedrale dovette essere già avviato, più o meno largamente, prima del grande incendio e che quest'ultimo, pertanto, si limitò a confermare definitivamente la sorte della basilica paleocristiana. Nella prima metà del XII secolo la nuova cattedrale doveva essere compiuta, conservando di Santa Maria Maggiore solamente la cripta sottostante.

Verso la fine del Duecento, Berardo Maggi, vescovo e primo signore di Brescia, opera un ampliamento del presbiterio e fa decorare gli interni, ma non si è certi se l'intervento riguardò le sole volte di copertura del deambulatorio oppure anche le pareti e la cupola centrale. Lavori più imponenti vengono messi in pratica nella stessa zona fra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento per mano di Bernardino da Martinengo, che prolunga notevolmente il presbiterio a est (1490), coprendolo con volte a crociera di carattere ancora gotico. Al cantiere partecipa anche Filippo Grassi, futuro direttore del cantiere di palazzo della Loggia. Nella stessa circostanza viene inoltre aggiunto il transetto, completandolo con la cappella delle Sante Croci sul lato sinistro (1495). Il nuovo presbiterio vede la partecipazione di Gasparo Cairano nella realizzazione delle chiavi di volta, mentre Vincenzo Civerchio ne affresca le pareti con le Storie della Vergine, in seguito perdute. All'indomani del tragico sacco di Brescia per opera dell'esercito di Gaston de Foix-Nemours, nel 1512, il Comune di Brescia decide di dedicare maggiori sforzi all'abbellimento della cattedrale: nel 1518 viene installato l'organo di Giovanni da Pinerolo, decorato con ante dipinte da Floriano Ferramola e dal Moretto oggi conservate nella chiesa di Santa Maria in Valvendra a Lovere. Nel 1536 lo strumento è già sostituito da quello ancora presente, opera monumentale di Giangiacomo Antegnati, che viene arricchito da ante realizzate dal Romanino, oggi nel Duomo nuovo.

Dal 1571 ha inizio il riordino degli interni secondo le direttive della Controriforma, affidato all'architetto Giovanni Maria Piantavigna. È stata inoltre appena vinta, il 7 ottobre, la Battaglia di Lepanto dalle forze della Repubblica di Venezia, dominante sulla città: era il giorno dedicato a Santa Giustina di Padova e la costruzione di cappelle a lei dedicate si diffonde velocemente in tutti i territori della Repubblica. Il Piantavigna, per ragioni di simmetria con la già presente cappella delle Sante Croci, posiziona la nuova cappella di Santa Giustina sul lato destro del transetto, che cambierà poi intitolazione come cappella del Santissimo Sacramento. Inoltre, ristruttura la cappella delle Sante Croci e fa ridipingere il transetto da Tommaso Sandrini e Francesco Giugno, la cui opera è giunta fino a noi a tratti. La cappella delle Sante Croci, fra l'altro, subirà un ulteriore e definitivo restauro nei primi anni il Seicento. Infine, sposta l'ingresso originario della cattedrale e lo pone dov'è tuttora.

Gli interni della cattedrale passano indisturbati sia il Settecento, sia l'Ottocento, fino alla fine di quest'ultimo quando, in seguito a preoccupanti problemi statici manifestatisi, il Duomo viene sottoposto a un radicale e generalizzato intervento di restauro e consolidamento delle strutture, diretto da Luigi Arcioni. Il restauro porta all'eliminazione di molte aggiunte e sovrastrutture barocche, ridonando all'imponente mole romanica parte del suo essenziale aspetto originario.

Alla fine del Novecento gli affreschi del transetto vengono ripuliti e restaurati, soprattutto per rimediare ai costanti problemi di umidità che affliggono l'edificio. Nei primi mesi il 2010, inoltre, dopo una serie di piogge abbondanti, il problema ha raggiunto l'apice con l'inondazione della cripta, rimasta sommersa sotto una decina di centimetri d'acqua per alcune settimane. Una certa soluzione sembra essere stata fornita da opere di coibentazione dei muri interrati, messe in pratica durante l'estate del 2010.

Per le sue caratteristiche e per l'altissimo grado di conservazione delle strutture originarie, il Duomo vecchio di Brescia si posiziona fra i più tradizionali e importanti esempi di rotonde romaniche in Italia. L'aspetto attuale è frutto di due ampliamenti: uno della fine del Quattrocento, che aggiunse l'attuale presbiterio e l'abside sul fondo, e uno praticato durante la seconda metà del Cinquecento, che completò il transetto e praticò altri interventi. Di grande importanza è anche la sottostante cripta, risalente al VI secolo ma restaurata nell'VIII secolo.

L'esterno del Duomo vecchio non è pienamente apprezzabile a causa del considerevole innalzamento della Piazza del Duomo. La grande struttura cilindrica di epoca romanica è composta di blocchi regolari di medolo, una pietra biancastra locale, interrotti da monofore con archi a tutto sesto disposte su tre diversi livelli: il primo sulle pareti del deambulatorio, il secondo alla base del cilindro centrale, il terzo, molto fitto, sulla sommità di quest'ultimo, dove le monofore sono sostituite, in direzione nord, sud e est, da oculi circolari. In questa fascia, le monofore presentano anche una tripla strombatura degradante verso l'interno. Il cilindro centrale, inoltre, è decorato da leggere e sottili lesene disposte a intervalli regolari e coronato da un fregio in cotto con archetti, tipico dell'arte decorativa del periodo.

Sul fronte principale, in asse con il presbiterio interno, si trova l'ingresso alla cattedrale, che fu aperto nel 1571 in sostituzione a quello inferiore all'epoca ormai definitivamente interrato, che si può ancora vedere dall'interno. Al di sopra dell'ingresso si alzava il campanile del duomo, ma un malaugurato ingrandimento del portale, effettuato nel Seicento, portò al crollo della torre nel 1708. Il campanile, ad oggi, è ben visibile in solamente due raffigurazioni: un dipinto di Francesco Maffei, conservato all'interno della basilica, e la miniatura in copertina all'Estimo della città di Brescia del 1588, che raffigura il lato est di Piazza del Duomo con il Broletto, la Basilica di San Pietro de Dom e appunto il Duomo vecchio con il campanile. Dalle immagini si evince che si trattasse di una tradizionale torre campanaria romanica, approssimativamente molto simile al campanile della chiesa di San Giorgio, sebbene molto più alta. L'attuale ingresso è decorato da un portale in marmo in moderato gusto barocco, con timpano semicircolare sul portale e cimasa a coronamento del corpo d'ingresso.

Sul lato destro del Duomo si apre un'area dove, attraverso uno sterro, è stato riproposto il livello originario che aveva la piazza al momento della costruzione della cattedrale. In questa zona si può osservare un'arcata decorata da conci di pietra e mattoni alternati: si tratta dell'ingresso destro del nartece originario che fungeva da accesso al Duomo, il quale era, pertanto, privo di ingresso frontale. L'altro ingresso del nartece, posto simmetricamente a quello oggi visibile, rimane attualmente interrato sotto la piazza.

La parte retrostante del duomo, difficile da osservare dall'esterno a causa degli edifici addossati attorno all'edificio, mostra l'evoluzione della fabbrica nel corso dei secoli con i vari ampliamenti praticati, in particolare quelli cinquecenteschi. Dalla Piazza del Duomo, in particolare, è visibile l'intervento del Piantavigna, con il corpo della cappella del Santissimo Sacramento e le due piccole cupole con lanterna, una posta sopra la cappella e una sull'estremità del transetto. Altri particolari del retro del duomo sono visibili dalla retrostante Via Mazzini, sul fondo di una breve rientranza immediatamente di fianco alla parete del Duomo nuovo, dove il profilo murario degli edifici residenziali medievali è assente ed è pertanto possibile vedere molto chiaramente il lato sinistro del transetto, il retro della cappella delle Sante Croci e l'odierno campanile della cattedrale. Quest'ultimo, molto piccolo e quasi incoerente con l'importanza dell'edificio, fu costruito nel Settecento dopo il crollo della torre originaria. L'area non è accessibile al pubblico ma solo visibile dall'esterno, essendo un cortile di servizio alla cattedrale direttamente connesso con la sacrestia interna.

L'aspetto esterno della cattedrale, in più punti, ha un aspetto rabberciato o, comunque, di fattura successiva: è il caso, ad esempio, delle grandi monofore alla base del cilindro centrale, le quali più d'una sono circondate da un "alone" murario visibilmente ricostruito. Si tratta degli interventi di restauro operati alla fine dell'Ottocento da Luigi Arcioni, che si adoperò per ridare alla struttura l'originale aspetto romanico. Gli interventi furono vari e molto diffusi, all'esterno e all'interno: nel caso citato, Arcioni fece ricostruire le originali monofore in sostituzione dei grandi finestroni aperti alla fine del Cinquecento.

L'interno del Duomo vecchio risulta suddiviso in varie zone poste a più livelli. Caratterizzato dalla sobria solennità dell'architettura romanica, deve il suo aspetto attuale ai lavori di restauro ottocenteschi di Luigi Arcioni, che hanno eliminato tutte la stratificazione successiva e riportato alla luce la base originale.

L'attuale ingresso permette ad un unico sguardo di abbracciare la platea inferiore, gli ambulacri e il presbiterio quattrocentesco: questa visuale privilegiata, che non corrisponde a quella originaria, venne aperta nel 1571 da Giovanni Maria Piantavigna, che in quel punto rialzò il pavimento dell'ambulacro sottostante fino al livello del nuovo ingresso, mentre ai due lati del rialzo pose due scalinate che riportano al livello originario.

Ai lati dell'attuale portale si scorgono le due scale che conducevano al campanile crollato nel 1708. Anche queste scalette, con colonne romaniche, sono state riportate alla luce dal restauro ottocentesco.

L'interno del Duomo vecchio si può riassumere nel seguente schema: dall'ingresso rialzato, tramite le scale costruite dal Piantavigna si può scendere, sia da destra sia da sinistra, nell'ambulacro circolare che fa da perimetro esterno alla cattedrale. L'ambulacro è separato dal nucleo centrale, detto "Platea di Santa Maria", da otto imponenti pilastri che, mediante archi a tutto sesto, sostengono la grande cupola superiore. Alla platea si può accedere attraverso scalette in metallo di moderna installazione, poste immediatamente a lato del punto d'arrivo sull'ambulacro delle scale del Piantavigna; procedendo invece sull'ambulacro, si arriva all'intersezione fra questo e il corpo del presbiterio dove, scesa una breve scalinata che conclude sia l'ambulacro destro sia il sinistro, si possono risalire alcuni grandini per raggiungere il presbiterio, oppure scendere nella "Cripta di San Filastrio" attraverso i due cunicoli laterali. Saliti i gradini del presbiterio si arriva nel transetto, prolungato su entrambi i lati, mentre procedendo ancora si salgono nuovamente dei gradini e si arriva nel coro, e da lì all'abside.

La Platea di Santa Maria, nucleo centrale circolare del duomo è posto al livello più basso (non considerando la cripta) e si raggiunge mediante scalette metalliche di moderna installazione; solo da qui si può apprezzare appieno l'imponenza della struttura romanica, con gli otto pilastri di contorno, gli arconi, le dieci monofore che illuminano l'interno e la grande cupola centrale. Nella zona della platea in direzione opposta al presbiterio si nota l'arco dell'ingresso antico, al quale si giungeva attraverso due porte congiunte da un nartece, viste all'esterno. Chiusi i due ingressi, il nartece è stato trasformato in cappella battesimale e vi si trova un fonte in marmo del Quattrocento.

Di particolare interesse nella platea sono i resti della precedente Basilica di Santa Maria Maggiore de Dom, emersi durante gli scavi del 1894. Sul pavimento della platea, utilizzando delle piastrelle nere, è evidenziato il profilo delle fondazioni della basilica, scoperte in quell'occasione: si tratta di muri di modesto spessore e privi di particolari contrafforti, il che, unito al periodo di costruzione della basilica, ha portato a credere che essa fosse di struttura molto semplice, con tetto in capriate a vista e oltretutto a navata unica, poiché non sono state trovate tracce di pilastri interni. Dell'antica basilica, in questa zona, rimangono anche lacerti degli originali mosaici che ricoprivano i pavimenti, posti sotto le due scalette d'accesso in metallo: si tratta di mosaici a motivi geometrici risalenti al V secolo o al VI secolo, periodo di fondazione della basilica.

La cripta del Duomo vecchio, raggiungibile mediante scale ai lati dei gradini che salgono al presbiterio, faceva parte della precedente Basilica di Santa Maria Maggiore de Dom e, in quanto tale, è il luogo più antico a noi giunto riguardante la cristianità bresciana. La cripta è composta da tre navate da quattro campate ciascuna, separate da due colonnati e coperte da una serie di volte a crociera. Il colonnato, sotto forma di lesene, ricorre anche lungo le pareti, dove sostiene l'imposta delle volte. Le tre navate sono concluse, sul fondo, da tre absidi, mentre nicchie rettangolari e rientranze nei muri movimentano i muri laterali, soprattutto nella zona d'ingresso, dove arrivano le due scale provenienti dal presbiterio.

La cripta risale almeno al VI secolo, cioè quando fu costruita la basilica, ma non ha mantenuto l'originale assetto, rivisto forse nell'VIII secolo. La cripta è denominata "di San Filastrio" poiché, il 9 aprile 838, il vescovo San Ramperto collocò qui le reliquie del santo vescovo bresciano vissuto nel IV secolo, traslandole dalla Basilica di Sant'Andrea, prima cattedrale di Brescia e già distrutta a quel tempo. Non è inverosimile, quindi, che la cripta sia stata restaurata, assumendo il nuovo e attuale aspetto, proprio in quell'importante occasione. Dell'ambiente, pertanto, sono originali del VI secolo solamente i muri perimentrali, mentre le volte a crociera delle campate e, comunque, la posizione delle colonne risalgono almeno all'VIII secolo. Quasi tutte le colonne e i capitelli utilizzati nella cripta sono di epoca romana: è tutto materiale di spoglio, tratto da edifici romani ormai abbandonati o in decadenza. Molti capitelli sono invece bizantini, risalenti all'VIII secolo o al IX secolo, posizionati dunque durante il restauro della cripta, e per la maggior parte sono rozze copie dei più raffinati capitelli di ordine corinzio romani. Sebbene gli elementi utilizzati siano in gran parte di spoglio, si può comunque apprezzare un certo ordine nel loro posizionamento: quasi tutte le colonne sono accoppiate e poste simmetricamente, oppure i capitelli fra loro simmetrici, se non uguali, sono simili o con gli stessi motivi decorativi.

A parte i capitelli e le colonne, l'ambiente appare completamente spoglio: di tutto ciò che un tempo, sicuramente, doveva occupare la cripta, nulla è giunto fino a noi quanto ad altari, sculture, sarcofagi o arredi. Ultimo, degradatissimo lacerto di una qualche decorazione resta nell'abside della navatella centrale: qui, molto sbiadito, è posto un affresco raffigurante forse Cristo in gloria fra angeli e i Santi Filastrio e Apollonio. La figura di quello che dovrebbe essere Gesù è posta al centro e se ne distinguono, molto in alto vicino alla cornice della semicalotta di copertura, i tratti del volto. Ai lati di questa figura, si notano in basso due figure umane riccamente vestite, sormontate da un angelo a sinistra e da quella che appare un'aquila a destra. Sui bordi dell'abside appaiono, più conservati, motivi decorativi quali cornici e un vaso contenente vegetali, mentre la fascia di base, alta poco più di mezzo metro, è decorata con un motivo a panneggi, purtroppo anch'esso molto vago. Gli affreschi, resi in questo stato da secoli di umidità, risalgono all'XI o al XII secolo, probabilmente apposti al momento della costruzione del duomo. Della stessa epoca, ma molto meglio conservati, sono Sant'Apollonio, San Gaudenzio, San Filastro e l'Arcangelo Michele raffigurati nelle vele della volta a crociera dell'ultima campata centrale, proprio davanti all'abside.

Nel Duomo vecchio sono custodite numerosissime opere di vario tipo, collocate in più punti nella cattedrale ma concentrate nella zona del transetto e del presbiterio.

La prima opera custodita nel Duomo vecchio che accoglie chiunque vi entri dall'ingresso principale è il grande sarcofago in marmo rosso di Verona dove è sepolto Berardo Maggi, vescovo e primo signore di Brescia, vissuto nella seconda metà del Duecento e vera pietra miliare nella storia della città. Il 25 marzo 1298, Berardo Maggi impone infatti la pace fra le fazioni che dilaniavano la vita del Comune, i tradizionali guelfi e ghibellini, ponendosi come Signore della città e, essendo già vescovo, unificando il potere civile e temporale sotto una sola figura. Si tratta di un grande parallelepipedo monoblocco di marmo rosso di Verona, quasi privo di decorazioni, chiuso da un coperchio a doppio spiovente invece riccamente decorato. L'opera, di finissima fattura ed elevato pregio artistico, risale ai primi anni del Trecento (Berardo Maggi morì nel 1308).
Lo spiovente anteriore, rivolto verso l'ingresso del duomo, è decorato con il Giuramento di pace e fedeltà al vescovo, la cosiddetta "Pace di Berardo Maggi" con la quale fu sancita la concordia fra le fazioni. La scena raffigura due cortei di persone che escono uno dal Broletto, posto all'estremità destra, e dalla Basilica di San Pietro de Dom a sinistra, dunque dai due edifici simbolo delle fazioni, e si incontrano in un'arcata centrale. Qui, ai lati di un altare, i rappresentanti dei due cortei sono raffigurati nell'atto del giuramento con la mano sopra un libro, verosimilmente la Bibbia, mentre Berardo Maggi, in piedi fra i due, tiene fra le mani una lunga pergamena recante gli accordi fra le fazioni. Curiosamente, il corteo dei ghibellini che proviene da destra è più lungo di quello dei guelfi, uscente da sinistra, e pertanto la scena centrale con il Giuramento risulta essere di poco spostata verso sinistra. Evidentemente, la fazione ghibellina contava molti più membri e difatti era proprio così, essendo Brescia fondamentalmente ghibellina. Il fatto è anche testimoniato dal coronamento della scena sul margine superiore dello spiovente, costituito infatti da una merlatura ghibellina.
Sullo spiovente posteriore, invece, è posto Berardo Maggi raffigurato a grandezza naturale, disteso su un lenzuolo fittamente drappeggiato, vestito con la tunica vescovile e la mitria. Nella mano sinistra tiene il pastorale, mentre la destra è in gesto di benedizione. Sullo sfondo è raffigurato il corteo dei Funerali di Berardo Maggi, mentre sui quattro angoli del lenzuolo dove è disteso il vescovo sono posti i quattro animali dell'Apocalisse di Giovanni, simbolo degli Evangelisti. Ai quattro angoli del coperchio, sul fianco di cubi sporgenti dallo spiovente, sono raffigurati i Santi Pietro e Paolo sul lato della Pace e, sul lato dei Funerali, i Santi Filastrio e Gaudenzio a sinistra e i Santi Faustino e Giovita a destra. I due frontoni laterali del coperchio, di forma trapezoidale, recano da un lato una semplice croce greca e dell'altro l'episodio di San Giorgio che trafigge il Drago. L'unica incisione sul sarcofago sottostante, invece, è posta sul lato dei Funerali ed è l'iscrizione dedicatoria del sepolcro: "BERARDI MADII EPISC AC PRINCIP UR BRI", cioè "A Berardo Maggi Vescovo e Principe della Città di Brescia". Il sarcofago, in origine, era collocato dietro o a fianco dell'altare maggiore: da lì, nel 1571, fu trasferito nella testata sinistra del transetto e trasportato nel luogo attuale solo nel 1896.

A destra dell'ingresso, sotto la rampa di scale che anticamente portava al campanile, è posta una lastra marmorea del Duecento scolpita a bassorilievo, recante la figura e l'effigie di Sant'Apollonio. La figura è posta entro un contesto architettonico di colonne e archi e, molto probabilmente, faceva parte di un'opera maggiore, forse un dittico, essendo la colonna scolpita a sinistra troncata a metà.
Il lato sinistro del deambulatorio ospita, in un'arcata ricavata dentro il muro perimetrale, la cappella dell'Angelo Custode, chiusa da un cancello in ferro con bronzi dorati. L'altare della cappella risale al Seicento, è in marmo botticino e breccia rosata ed è caratterizzato da eleganti forme classiche. L'altare è adornato da una tela ottagonale opera di inizio Seicento di Antonio Gandino, raffigurante l'Angelo Custode che indica a un bimbo la via del Cielo.

Accanto alla cappella, entro una nicchia a metà altezza sul muro, è collocato in monumento funebre al vescovo bolognese Balduino Lambertini, che resse la diocesi di Brescia fra il 1344 e il 1349. Il sepolcro è opera di Bonino da Campione, importante scultore nell'arte gotica di fine Trecento. Il fronte è decorato con un altorilievo raffigurante, al centro, la Vergine Maria con il Bambin Gesù: quest'ultimo sta benedicendo il vescovo Lambertini che, inginocchiato, è presentato da San Lorenzo al cospetto di altri santi, fra i quali Sant'Ambrogio che tiene nella destra un flagello. Ai lati della cassa, in due ricettacoli rettangolari aggettanti, sono invece raffigurati San Pietro e San Paolo a mezzo busto. Sopra il sepolcro è posta una struttura a piramide tronca che culmina con la statua del Christus patiens e simula un baldacchino dalle cortine aperte, dietro le quali è distesa la figura del vescovo in abiti pontificali e mani incrociate.

L'odierno presbiterio della cattedrale è il risultato di ben due ampliamenti: il primo consiste dalla grande volta a crociera affrescata che costituisce oggi il centro del transetto, mentre il secondo consiste nel coro che procede lungo l'asse centrale dell'edificio, concluso dall'abside di fondo. Il primo è opera della ricostruzione operata nella seconda metà del Duecento per volontà di Berardo Maggi, mentre il secondo fa parte del più esteso ampliamento di fine Quattrocento. Sul pavimento, invece, proprio come nella Platea di Santa Maria, sono visibili i resti delle pavimentazioni a mosaico della Basilica di Santa Maria Maggiore de Dom. In particolare, proprio in cima ai gradini che salgono al presbiterio, è visibile un mosaico databile al VI secolo che reca la scritta dedicatoria di un diacono di nome Siro il quale, a quanto pare, aveva offerto le decorazioni a mosaico della basilica. La scritta è poi circondata dai Dodici Agnelli, simbolo apostolico. Il mosaico è visibile a un livello più basso dell'odierna pavimento tramite l'utilizzo di un vetro. Nella zona, lungo il transetto, sono visibili altri mosaici dello stesso tipo, visibili allo stesso modo sotto il pavimento, sia appartenuti alla basilica, sia di epoca romana.

La grande volta a crociera che copriva il presbiterio duecentesco, come detto, è ancora completamente affrescata e le pitture, scoperte e restaurate solo nel 1957, si sono ottimamente conservate fino a noi. Nelle quattro vele, entro tondi, sono posti i simboli dei quattro Evangelisti, mentre nelle lunette di imposta sono raffigurati un Arcangelo e l'Albero della Vita. Il resto della volta è fittamente decorato da cornici, rosoni e motivi geometrici, così come i costoloni. Nella chiave di volta è raffigurato l'Agnus Dei. L'immagine della Vergine orante incensata dagli angeli è dipinta sulla lunetta che immette nella platea e, come il Cristo benedicente posto di fronte, presenta caratteri notevolmente bizantini. Frammenti di pitture dello stesso periodo, rappresentanti una Teoria di angeli entro clipei, si scorgono al di sotto della decorazione a racemi quattrocentesca dell'arcone d'ingresso al nuovo presbiterio.

Quest'ultimo, realizzato da Bernardino da Martinengo alla fine del Quattrocento, è composto da una campata quadrata coperta da volta a crociera che costituisce il coro, chiusa sul fondo da un'abside poligonale coperto da una volta a ombrello, il tutto molto sviluppato in altezza e attinente alle direttive dell'architettura gotica, sebbene si fosse già alle soglie del Cinquecento. Le pareti sono illuminate solamente da due alte bifore e le uniche decorazioni presenti sono quelle sui costoloni delle volte, a motivi vegetali. Le due chiavi di volta in marmo policromato sono opera di Gasparo Cairano e raffigurano Sant'Anatalone, primo vescovo di Brescia, e Santa Maria Assunta. Perdute, invece, sono le Storie della Vergine di Vincenzo Civerchio che ornavano le pareti. Al centro del presbiterio si trova il grande altare maggiore in marmo rosso di Verona, costruito forse al tempo di Berardo Maggi, pertanto alla fine del Duecento, ma consacrato solo nel 1342. Al di sopra, come ultimo sfondo di tutta la cattedrale, campeggia l'enorme Assunzione della Vergine, dipinta dal Moretto tra il 1524 e il 1526 e racchiusa entro un'elegante cornice in legno dorato, opera di arte rinascimentale. La tela, dalle raffinate cromie di gusto veneziano, è da considerarsi il vertice della produzione giovanile del pittore.

Sotto la grande pala è posto un busto marmoreo raffigurante Papa Alessandro VIII, che fu cardinale a Brescia dal 1664 al 1674, opera di Orazio Marinali del 1690. Ai lati della pala del Moretto sono poste due tele del Romanino provenienti dalla cappella del Santissimo Sacramento nella Basilica di San Pietro de Dom, che furono qui trasferite alla demolizione della chiesa. Le tele raffigurano la Caduta della manna nel deserto e l'Acqua che sgorga dalla roccia. La loro sistemazione in questo punto deve considerarsi provvisoria. Gli stalli del coro sono opera di più autori che vi hanno lavorato a varie riprese: iniziati da Antonio da Soresina nel 1524, sono stati da lui curati fino al 1529, dopodiché l'incarico è passato a Giovanni Maria Zampedris da Martinengo il quale, operando su disegno di Stefano Lamberti, li completa nel 1534.

Di grande importanza è lo storico organo conservato sulla parete destra del presbiterio, monumentale opera di Giangiacomo Antegnati del 1536. Nel 1826, l'organo viene rimontato e ampliato dalla ditta Serassi, fortunatamente mantenendo tutto il materiale fonico; l'ultimo restauro risale al 1959 per opera di Armando Maccarinelli. Il disegno di gusto rinascimentale e la realizzazione della cassa si devono al bolognese Battista Piantavigna. L'organo possedeva due ante dipinte dal Romanino con le Storie della Vergine, oggi conservate nel Duomo nuovo. La consolle e di tipo a finestra, con unica tastiera di 61 tasti e pedaliera retta di 22 pedali.

Il transetto fa parte dell'ampliamento cinquecentesco del Duomo vecchio, ma l'aspetto attuale è dato dai numerosi restauri praticati nei secoli successivi. Gli affreschi che lo ricoprono, in particolare, sono opera di Tommaso Sandrini e Francesco Giugno e risalgono agli inizi del Seicento. Sulla testata di fondo di questo lato del transetto si trova un altare di legno dorato dalle esuberati forme barocche, probabilmente realizzato alla fine del Seicento. In questa zona, oltretutto, la forte umidità proveniente dalle pareti ha rovinato molto gli affreschi, mettendo alla luce lacerti del sottostante strato decorativo cinquecentesco, purtroppo altrettanto degradato.

Sulla parete destra, di fronte alla cappella del Santissimo Sacramento, è collocato un grande dipinto eseguito nel 1656 dal vicentino Francesco Maffei, raffigurante la Traslazione dei corpi dei vescovi Dominatore, Paolo e Anastasio. L'evento avvenne nel 1581: San Carlo Borromeo, visitando la chiesa di Santo Stefano in Arce (oggi non più esistente), trovò le reliquie in cattivo stato di conservazione e ne ordinò la traslazione in più degna sede. Il dipinto, con grande sfarzo coloristico, raffigura la solenne processione del clero bresciano, presente anche San Carlo Borromeo in abito pontificale rosso, che accompagna il baldacchino contenente un sarcofago con le reliquie dei santi verso il Duomo vecchio, il tutto sovrastato da gruppi di angeli in gloria. Il dipinto, solitamente, è ricordato per il fatto di raffigurare il crollato campanile della cattedrale, visibile all'estrema destra. Poco più in là, seminascosta da un gruppo di angeli, è collocata anche la Basilica di San Pietro de Dom, della quale sono visibili un fianco e, vagamente, il rosone di facciata. Quella basilica, al tempo della realizzazione del dipinto, era già stata abbattuta da più di cinquant'anni (nel 1601), ancora prima della nascita di Francesco Maffei, avvenuta nel 1605 circa. All'epoca della realizzazione del dipinto, però, il cantiere della nuova cattedrale era ben lungi dall'essere completato e neppure si conosceva l'aspetto che avrebbe avuto il nuovo duomo, su cui ancora si discuteva; di conseguenza, non potendo lasciare il vuoto in quel tratto della piazza, Maffei vi dipinse una sommaria riproduzione di San Pietro de Dom, probabilmente ottenuta attraverso le descrizioni di qualche cittadino che era riuscito a vederla, oppure traendo spunto da altre riproduzioni. Non è un caso, quindi, che il profilo sia così vago, nascosto in gran parte dal gruppo di angeli che vi sta davanti: Francesco Maffei non conosceva nulla della basilica ormai demolita e si limitò a tratteggiarne il rosone e il tetto a doppio spiovente, unici tratti distintivi dell'edificio di cui poteva essere certo.

La costruzione della cappella del Santissimo Sacramento risale al 1572 e, come già detto, era inizialmente dedicata a Santa Giustina di Padova, poiché nel giorno a lei dedicato era stata vinta, pochi mesi prima, la Battaglia di Lepanto. Alla demolizione della Basilica di San Pietro de Dom, che avvenne circa trent'anni dopo, tutte le tele presenti nella cappella del Santissimo Sacramento di quella chiesa furono trasferite qui e il titolo della cappella fu cambiato. Le tele erano state commissionate verso la metà del Cinquecento al Romanino e al Moretto per decorarne le pareti. Attualmente, quelle del Moretto sono ancora presenti nella cappella, mentre le due del Romanino sono provvisoriamente poste nell'abside della cattedrale, ai lati della pala centrale. Un'ultima tela del Moretto, facente parte del medesimo ciclo, si trova sulla testata sinistra del transetto.

La struttura della cappella, a pianta quadrata con una piccola cupola di copertura, è dominata dall'altare maggiore in marmi pregiati e decorato da statue in pietra dei Carra, famiglia di importanti scultori rinascimentali del Cinquecento bresciano. Queste opere, in particolare, così come le balaustre poste all'ingresso della cappella, provengono dalla mano dei fratelli Giovanni e Carlo Carra e sono dei primi del Seicento. Serve da pala d'altare un Cristo flagellato, affresco del tardo Quattrocento attribuito a Paolo Caylina il Vecchio, staccato nel 1603 dal passaggio che, dal Duomo vecchio, portava a San Pietro de Dom. I dipinti alle pareti, opera del Moretto, fanno parte della maturità e attività estrema dell'autore e sono Elia confortato dall'angelo sulla parete sinistra, il Convitto dell'agnello pasquale sulla destra, l'Evangelista Marco e l'Evangelista Luca sulla parete di fondo. Ai lati della cancellata, invece, sono posti gli Evangelisti Matteo e Giovanni, opera della metà del Seicento di Francesco Barbieri da Legnago, detto "lo Sfrisato".

Tutta la zona del transetto sinistro, come detto, è stata aggiunta alla cattedrale alla fine del Quattrocento, ma l'assetto attuale della sua metà sinistra è quello conferito da Giovanni Maria Piantavigna nel 1571. Gli affreschi, invece, esattamente come il transetto destro ma molto meglio conservati, sono opera di Tommaso Sandrini e Francesco Giugno e risalgono agli inizi del Seicento. Sulla parete sinistra, davanti alla cappella delle Sante Croci, è posta la tomba monumentale del cardinale Francesco Morosini, vescovo di Brescia dal 1585 al 1596. Il sepolcro, dalle linee imponenti e di gusto tardo-manieristico, è opera di Antonio Carra e risale ai primi del Seicento. Sulla testata del transetto, invece, è addossata una lastra funeraria risalente all'inizio del Cinquecento di un non meglio noto Battista L., mentre in alto è appesa una tela raffigurante Melchisedech offre pane e vino al patriarca Abramo, opera estrema del Moretto con apporto dell'allievo Luca Mombello, già parte del ciclo di tele realizzato per la cappella del Santissimo Sacramento nella Basilica di San Pietro de Dom.

La cappella delle Sante Croci, costruita nel 1495 da Bernardino da Martinengo al posto della vecchia sacrestia della cattedrale, deve l'aspetto attuale ai lavori di ristrutturazione effettuati nel 1596: in quell'anno, il decoratore Andrea Colomba opera gli stucchi della cupola. Nel 1605 si decide di completare il lavoro commissionando a vari autori un ciclo di cinque tele da appendere alle pareti, delle quali solo due vengono realizzate. Quella a sinistra è l'Apparizione della Croce a Costantino, dipinta da Grazio Cossali nel 1606, mentre quella a destra raffigura la Donazione di Namo di Baviera, realizzata da Antonio Gandino nello stesso periodo. La balaustra e l'altare in marmi pregiati, decorati con putti in marmo botticino, sono opera dello scultore Carlo Carra. La cappella contiene il tesoro delle Sante Croci, custodito nel cassone in ferro dorato visibile sulla sommità dell'altare. Si tratta di quattro importanti pezzi, fra i quali spicca la Reliquia Insigne, cioè tre frammenti della Vera Croce. Il tesoro è amministrato e salvaguardato dalla storica compagnia dei Custodi delle Sante Croci, fondata ufficialmente nel 1520.

L'ambulacro sinistro della cattedrale, simmetricamente con il destro, ospita incastonato nella parete il monumento funebre di Domenico de Dominici, che resse la diocesi cittadina fra il 1464 e il 1478, anno della sua morte. Si tratta di uno splendido esempio di scultura rinascimentale quattrocentesca a Brescia, in un'epoca in cui l'arte gotica era ancora assolutamente radicata e utilizzata. Caratterizzata da una forte impronta classicista, l'opera è concepita in forme rigorose e sobrie, con due lesene laterali decorate con candelabre. Festoni e clipei arricchiscono il tutto: in questi ultimi, inoltre, sono effigiati busti di personaggi dell'antichità visti di profilo. Le due lesene sostengono un architrave e come coronamento è posto un timpano triangolare: all'interno del profondo vano centrale è quindi posta la cassa, sulla quale è scolpita la figura del vescovo giacente a mani incrociate. Una lunga iscrizione in latino ricorda e celebra la cultura umanistica, la dottrina e l'attività di politico e di diplomatico che portarono il de Dominici fino alla corte ungherese di Mattia Corvino.

Poco più in là si apre la cappella della Madonna, chiusa da una cancellata in ferro simile a quella dell'opposta altare dell'Angelo Custode. L'altare, in legno dorato molto elaborato, è collocabile tra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento e ripropone elementi classici come le colonne di ordine corinzio scanalate e il doppio timpano arcuato e spezzato, senza risparmiare inserti e motivi tipici dell'arte barocca. Il centro dell'ancona, di linee rococò e databile quindi al Settecento, racchiude la preziosa tela della Madonna col Bambino o Madonna della tenerezza, opera di Pietro Marone, importante artista bresciano fra il Cinquecento e il Seicento.

In prossimità della scala che riconduce all'ingresso, addossata alla parete ma originariamente pavimentale, è collocata la lastra tombale di Aurelio Duranti, arcidiacono del Capitolo della Cattedrale morto nel 1541. La volta a crociera superiore, oltretutto, è l'unica fra tutte quelle che coprono il deambulatorio ad aver mantenuto il manto pittorico apposto nel Duecento, al pari della grande volta del vecchio presbiterio. In questo caso, però, l'affresco è più rovinato e i toni cromatici sono notevolmente più spenti.


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venerdì 12 giugno 2015

LE CHIESE DI BRESCIA

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La basilica di San Salvatore è il cuore dell'antico monastero longobardo, fu edificata nel 753 per volere del duca di Brescia Desiderio, futuro re longobardo, e di sua moglie Ansa. Caratterizzata dal contemporaneo utilizzo di stilemi longobardi e motivi decorativi classici e bizantini, rappresenta uno dei maggiori esempi di architettura religiosa altomedioevale. La basilica si presenta a tre navate ed ha un transetto a tre apsidi. È presente anche una cripta, anch'essa a tre apsidi. Ampliata nei secoli successivi, conserva al suo interno diverse opere d'arte, tra cui le Storie di sant'Obizio dipinte dal Romanino e le Storie della Vergine e dell'infanzia di Cristo di Paolo da Caylina il Giovane.
La chiesa di Santa Maria in Solario è stata costruita verso la metà del XII secolo come sacello interno al monastero, è a base quadrata e si articola su due livelli interni. Il piano inferiore è coperto da quattro volte a crociera sorrette al centro da un'antica ara romana, mentre l'aula superiore è coperta da una cupola emisferica e presenta, scavate nella muratura est, tre piccole absidi. Conserva all'interno pregevoli affreschi di Floriano Ferramola, eseguiti all'inizio del Cinquecento, e due fra i più importanti pezzi del tesoro dell'antico monastero: la Lipsanoteca di Brescia (composta da un piccolo scrigno d'avorio, risalente al IV secolo) e la Croce di Desiderio (realizzata in argento e lamina d‘oro, tempestata da 212 gemme preziose).
Il coro delle monache è compreso tra la basilica di San Salvatore e la chiesa di Santa Giulia, è stato costruito tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento come coro per San Salvatore. L'edificio si sviluppa su due livelli: il piano inferiore costituisce l'antico sagrato coperto previsto per accedere a San Salvatore. Il piano superiore è invece il coro vero e proprio, formato da un ambiente coperto da una volta a botte, collegato a est con San Salvatore tramite tre piccole finestre dotate di grata, a ovest con Santa Giulia tramite un arcone. L'interno del coro è interamente ricoperto da affreschi eseguiti dal Ferramola e dal Caylina, e vi sono esposti diversi monumenti funerari di età veneta, tra cui il Mausoleo Martinengo, uno dei massimi capolavori della scultura rinascimentale bresciana.
La chiesa di Santa Giulia è stata costruita tra il 1593 e il 1599. La facciata è in marmo di Botticino, decorata da un doppio ordine di lesene di ordine corinzio, divisi da un ricco fregio marmoreo e connessi ai fianchi da volute. All'interno, la chiesa presenta una spaziosa navata unica coperta con volta a botte costolonata. Nella chiesa non rimane alcun arredo sacro o decorazione. Gli affreschi che originariamente ricoprivano ogni superficie sono quasi tutti scomparsi e ne rimangono poche tracce sulle pareti delle cappelle laterali e sulla volta. Scomparsi anche tutti gli altari laterali. Benché annessa al monastero, non rientra nel percorso di visita del Museo di Santa Giulia ed è adibita a sala conferenze.

Il Duomo vecchio, ufficialmente concattedrale invernale di Santa Maria Assunta, è la concattedrale di Brescia, titolo che divide con l'adiacente Duomo nuovo. Costruito a partire dall'XI secolo sopra una precedente basilica, ha subito più di un ampliamento nel corso dei secoli ma ha conservato intatta l'originale struttura romanica, che ne fa uno dei più importanti esempi di rotonde romaniche in Italia. La cattedrale contiene anche numerose e importanti opere, fra le quali spiccano un sepolcro di Bonino da Campione, l'organo di Giangiacomo Antegnati, il sarcofago marmoreo di Berardo Maggi e il ciclo di tele del Moretto e del Romanino realizzato per la cappella del Santissimo Sacramento della Basilica di San Pietro de Dom e qui trasferite dopo la sua demolizione. Di grande importanza è anche la cripta, risalente al VI secolo ma restaurata nell'VIII secolo.

La chiesa di San Francesco d’Assisi sorge su un terreno donato dal comune di Brescia ai frati francescani, come ringraziamento per aver pacificato dei dissidi interni al comune. Alla chiesa è affiancato un antico convento francescano risalente al Trecento, da sempre abitato dai Frati Minori Conventuali, e sede del loro Postulato per il Nord Italia.

La chiesa conserva un importante tesoro, non esposto al pubblico, composto da vari oggetti liturgici antichi legati alla storia del monastero. Spicca, all'interno della collezione, la Croce di San Francesco, grande opera di oreficeria di inizio Cinquecento di Giovanni Francesco delle Croci.

La chiesa di San Faustino in Riposo o chiesa di Santa Rita dalla caratteristica forma esterna a cono, fu costruito nel XII secolo come santuario votivo sul luogo dove, per tradizione, avevano sostato, "riposato" le salme dei santi patroni Faustino e Giovita durante la loro traslazione. Il vicoletto sul fondo del quale è visibile l'esterno dell'edificio rappresenta uno dei tanti, affascinanti scorci della Brescia medievale, solitamente poco noto ai più e sempre motivo di meraviglia alla prima veduta.

La struttura originaria dell'edificio si colloca attorno all'VIII-IX secolo, quando era presente la primitiva cappella. Durante il XII secolo l'edificio fu distrutto da un incendio e si procedette quindi alla costruzione del santuario ancora oggi presente.

La chiesa di Santa Maria del Carmine molto importante all'interno del panorama religioso della città, diede il nome al quartiere medievale che la circonda, che ancora oggi è chiamato Quartiere Carmine, forse il più caratteristico e pittoresco della città, sempre sotto accusa per le sue scarse condizioni igieniche e di sicurezza sociale, oggi molto degradato a causa dell'immigrazione. I chiostri del convento ospitano la biblioteca dell'Università degli Studi di Brescia.

La chiesa del Santissimo Corpo di Cristo, nota anche come chiesa del Santo Corpo di Cristo o chiesa di San Cristo fu costruita nella seconda metà del Quattrocento, fa parte del vasto monastero annesso giunto intatto fino a noi, comprendente tre chiostri.

Completamente affrescata nel corso del Cinquecento da Benedetto da Marone e in seguito ampliata e arricchita da Pietro Maria Bagnadore, la chiesa è solitamente definita come la Cappella Sistina di Brescia, viste le affinità scenografiche con l'opera di Michelangelo nella Cappella Sistina romana. Chiesa e monastero sono oggi gestiti dai Padri Saveriani.

La Chiesa di Santa Maria dei Miracoli fu edificata dopo la peste che aveva afflitto la città tra il 1480 e il 1484, si diffuse a Brescia la notizia che un affresco votivo raffigurante una Madonna col Bambino dipinto in facciata a una casa lungo il corso del quartiere di San Nazaro aveva poteri miracolosi. Sull'onda del fervore religioso popolare, il Comune avviò nel 1486 le trattative per l'acquisto della casa. Nel 1488 fu finalmente inaugurato il cantiere del primitivo santuario, costituito da una parte degli interni della chiesa e, soprattutto, dalla maestosa facciata in marmo cesellato, la cui esecuzione è probabilmente da attribuire alla bottega dei Sanmicheli, da poco insediatisi in città, forse proprio in concomitanza con l'ottenimento di questa eccezionale commessa, e all'epoca unica bottega di scultori attiva a Brescia in grado di operare su un manufatto di livello tecnico e culturale così elevato.

La chiesa di San Giuseppe è situata in vicolo San Giuseppe, a nord di piazza della Loggia.
Il 22 febbraio 1515 gli osservanti minori francescani acquisirono due case nel cuore artigianale e commerciale di Brescia, la Curia dei Fabii. Questa era in parte occupata da case degradate, orti, sedimenti, ospizi, nonché dal postribolo pubblico. Brescia e Venezia avevano da tempo avviato l'opera di ristrutturazione abbellimento e risanamento del tessuto urbano: questa vedeva la sua massima espressione nell'apertura della vicina Piazza Grande e nella costruzione dei monumentali edifici che la circondavano. La collaborazione con l'ordine degli Osservanti ed il loro insediamento nella Curia dei Fabii avrebbe favorito l'organizzazione e la normalizzazione della vita sociale e l'allontanamento della prostituzione e delle attività illecite dal centro della città. Contavano inoltre di usufruire della tradizionale predicazione dell'Ordine contro l'usura, piaga contro la quale il Comune aveva istituito fin dal 1490 il Monte di Pietà.

La chiesa dei Santi Faustino e Giovita, nota anche come chiesa di San Faustino Maggiore, è la chiesa patronale della città di Brescia e, per questo motivo, è il più importante edificio di culto cittadino dopo le cattedrali, il Duomo vecchio e il Duomo nuovo.

La chiesa, legata all'attiguo monastero fondato nel IX secolo dal vescovo Ramperto, affonda le proprie origini in un edificio risalente forse all'VIII secolo, che ha visto nel corso dei secoli numerosi ampliamenti e ricostruzioni, in particolare l'intervento seicentesco, che ha comportato un rinnovo radicale della struttura e delle decorazioni.

La chiesa conserva estesi affreschi barocchi, in particolare quello della navata maggiore di Tommaso Sandrino e quello del presbiterio, l'Apoteosi dei santi Faustino, Giovita, Benedetto e Scolastica di Giandomenico Tiepolo. Notevoli opere d'arte pittorica sono poi la Natività di Gesù di Lattanzio Gambara, la Deposizione di Cristo di Sante Cattaneo e lo stendardo del Santissimo Sacramento dipinto dal Romanino. Tra le altre opere artistiche spicca invece l'arca sepolcrale dei due santi titolari. Un tempo nella chiesa e ora al museo di Santa Giulia sono il trittico di sant'Onorio e il celebre gallo di Ramperto.


Il Duomo nuovo, o più correttamente cattedrale estiva di Santa Maria Assunta, è la chiesa principale di Brescia, situata in piazza Paolo VI, già piazza del Duomo. Fu eretta tra il 1604 e il 1825 sull'area in cui sorgeva la basilica paleocristiana di San Pietro de Dom (V-VI secolo).

La storia della cattedrale ha inizio nel 1603, quando Agostino Avanzo rileva l'antica basilica paleocristiana di San Pietro de Dom, per ottenere una visuale completa dell'area disponibile alla realizzazione di un nuovo edificio religioso. La vecchia basilica, ormai in condizioni pericolanti, doveva essere sostituita da una nuova cattedrale, più idonea alle nuove esigenze architettoniche dettate dalla Controriforma e più in linea con le architetture dell'epoca. Agostino Avanzo presenta un primo progetto del Duomo, un ibrido fra il manierismo e il classicismo: pianta a croce latina, con tre navate e transetto, altari laterali sporgenti e grande cupola centrale. Quest'ultima, in particolare, si impose fin dalle primissime idee sul progetto e accompagnerà il cantiere nei secoli come una specie di grande aspirazione comune, voluta e, in fondo, sognata da tutti gli architetti che vi lavoreranno.

La chiesa di Santa Maria della Carità, conosciuta anche come chiesa del Buon Pastore poiché retta fino al 1998 dall'adiacente monastero omonimo, impostata su una caratteristica pianta ottagonale, ospita un notevole apparato decorativo barocco e alcune opere, anche scultoree, degne di nota

La chiesa viene edificata a partire dal 1640 su progetto dell'architetto Agostino Avanzo per volere del sacerdote Pietro Franzoni, superiore del Pio Istituto delle Penitenti, e grazie al contributo economico della popolazione: il cantiere durerà fino al 1655. Il nuovo edificio si sovrappose al precedente, dedicato alla Maria Maddalena, con il ben preciso scopo di accogliere al suo interno una fedele riproduzione della Santa Casa di Nazaret, custodita nel Santuario della Santa Casa a Loreto, riproduzione che vi fu difatti posta nel 1658. Già nel 1654, comunque, la chiesa aveva ricevuto al suo interno il miracoloso affresco della Madonna della Carità, opera della fine del Quattrocento-inizio Cinquecento originariamente posta nel cosiddetto monastero di San Girolamo, retto dalle suore carmelitane, oggi ex Caserma Randaccio in via Lupi di Toscana[1]. Del santuario precedente si mantennero i due altari laterali e le relative pale, che furono ricollocati nella nuova chiesa e che ancora oggi sono presenti.

La chiesa di San Giovanni Evangelista è una delle chiese più antiche della città e fa da prezioso scrigno a prestigiose opere d'arte, soprattutto pittoriche, fra le quali spicca la Cappella del Santissimo Sacramento con affreschi e tele dei pittori Romanino e Moretto.

La chiesa di Santa Maria della Pace appartiene alla Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri.
La fondazione della chiesa di Santa Maria della Pace, nella prima metà del Settecento, si pone al centro di un periodo di grande rinnovo e fervore religioso a Brescia dovuto alla rinascita economica e sociale della città dopo l'epidemia di peste del 1630, in larga parte favorito dall'operato del vescovo Angelo Maria Querini che venne a capo della diocesi di Brescia nel 1728. Nello stesso periodo, anche il cantiere del Duomo nuovo si riapriva, dopo anni di abbandono. La fondazione della chiesa si deve ai Padri Filippini che, nel 1686, lasciano il convento della chiesa di San Gaetano e si trasferiscono in un palazzo vicino alla Torre della Pallata, dove viene aperto un nuovo oratorio. Il primo accenno alla chiesa viene fatto in un verbale della Congregazione Universale datato 10 luglio 1697, dove viene registrata la scelta comune, messa ai voti, di edificare il nuovo luogo di culto.

La chiesa dei Santi Nazaro e Celso, ricostruita integralmente nella seconda metà del Settecento sulla base di un edificio molto più antico, è oggi un grande esempio di architettura neoclassica unitaria a Brescia e una delle più grandi chiese della città. Contiene numerose e preziose opere d'arte, fra le quali spicca il Polittico Averoldi, capolavoro giovanile di Tiziano.

Il cimitero monumentale di Brescia o Vantiniano è il grande cimitero del comune lombardo. Realizzato sul campo santo del 1813, fu l'opera prima di Rodolfo Vantini.





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giovedì 11 giugno 2015

IL DUOMO DI MANTOVA

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La cattedrale di San Pietro apostolo è di origine paleocristiana, ma ricostruita in età medievale (fu riedificata probabilmente da Matilde di Canossa), la chiesa, inizialmente in stile romanico (di quest'epoca è ancora il campanile), venne ampliata agli inizi del XV secolo sotto l'egida di Francesco I Gonzaga. La splendida facciata mistilinea in marmo, dotata di un protiro, rosoni e pinnacoli, progettata da Jacobello e Pierpaolo dalle Masegne è testimoniata da un prezioso dipinto di Domenico Morone. In questi anni il duomo fu affiancato da due file di cappelle gotiche, ornate da guglie e cuspidi in marmo e in cotto, anch'esse progettate da Jacobello dalle Masegne, la cui struttura muraria è ancora visibile nel fianco destro.
Nel 1545 il Duomo fu ristrutturato da Giulio Romano, che lasciò intatte la facciata e le pareti perimetrali ma ne modificò sostanzialmente l'interno, trasformandolo in forma simile all'antica Basilica di San Pietro a Roma in versione paleocristiana, prima dell'intervento su quest'ultima di Bramante e di Michelangelo. Tale scelta può essere messa in rapporto con le simpatie evangeliste del cardinale Ercole Gonzaga, committente dell'opera, in polemica con la politica papale di quegli anni. La morte di Giulio Romano nel 1546 segnò una lunga interruzione dei lavori, che continuarono sotto la guida di Giovan Battista Bertani alterando probabilmente il primo progetto, specialmente nella realizzazione del presbiterio. Su iniziativa del vescovo Antonio Guidi di Bagno l'attuale facciata completamente di marmo, fu realizzata tra il 1756 e il 1761 dal romano Nicolò Baschiera, ingegnere dell'esercito austriaco.

La facciata della cattedrale è a salienti, con la parte centrale, in cui si aprono i tre portali, scandita da quattro paraste corinzie e sormontata da un frontone triangolare. Lungo il fianco destro, si possono ancora vedere le cuspidi e le guglie di coronamento quattrocentesche; il campanile romanico ospita un concerto di sette campane accordate secondo la scala di Si2 maggiore. La più grande è ottima opera dell'insuperato maestro settecentesco Giuseppe Ruffini. Le restanti furono fuse dalla ditta Cavadini di Verona nella prima metà del XIX secolo.

La forte impronta di Giulio Romano si nota soprattutto all’interno. Nel 1546, alla morte di Giulio, l’edificio è già strutturato nelle sette navate attuali, con quelle più esterne scandite da cappelle e le cinque centrali definite da quattro file di colonne marmoree scanalate e rudentate, con capitello corinzio. La navata principale - molto ispirata alla basilica romana di San Pietro - è in due ordini e si chiude in un ricco soffitto di legno a lacunari e rosoni dall'intaglio squisito, dalle dorature delicate. L'architrave, sovrastante una fuga di ricche colonne scannellate, reca festoni in stucco con putti e medaglie del Briziano di bella fattura. II battistero è un tempietto costruito nella parte inferiore della torre e contiene un'antichissima e grandiosa vasca di marmo lavorata ad arabeschi . Le navate adiacenti hanno copertura a botte, con lacunare a stucco dal complesso disegno geometrico, forse dovuto al successore di Giulio, il Bertani. La fabbrica viene completata da G.B. Bertani per quanto riguarda il transetto, già progettato da Giulio Romano, e probabilmente per la cupola centrale. Il vano absidale, di accentuata profondità, fu costruito alla fine del Cinquecento e decorato con affreschi di Antonio Maria Viani.
La navata trasversale è ornata di affreschi dell'Andreasino e del Ghisi che dipinsero pure il magnifico affresco della cupola. La volta del coro è dipinta da Domenico Feti. Meraviglioso nell'insieme armonico il sacello del SS. Sacramento, ottagonale, ad archi, su pilastri arabescati e colonne di marmo scannellate. La Fede affrescata nel centro della volta è opera di Felice Campi, autore anche delle tele che rappresentano i quattro Dottori della Chiesa. La S. Margherita è bellissimo lavoro del Brusasorci. Notevoli il San Gerolamo del Campi, nella cappellina della corsia laterale.
Nella cappella dell'Incoronata, tempietto prezioso, un’iscrizione del 1052 ricorda Bonifacio di Canossa. Il grande sarcofago in marmo istoriato in fondo alla corsia di destra è il monumento più insigne dell'antichità cristiana rimasto in Mantova, lavoro del V o del VI secolo. Nella sagrestia le casse mortuarie murate nelle pareti racchiudono le spoglie del cardinale Ercole Gonzaga e di Ferdinando Gonzaga, principe di Molfetta. Sotto la mensa dell'altar maggiore giace il corpo di S. Anselmo vescovo di Lucca, protettore della diocesi di Mantova.

Sulla cantoria del braccio di destra del transetto, si trova l'organo a canne della cattedrale, costruito dalla ditta organaria cremasca Benzi-Franceschini nel 1915 ed in seguito più volte restaurato ed ampliato.




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mercoledì 10 giugno 2015

LE CHIESE DI MANTOVA

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La Cattedrale di San Pietro, l'attuale Duomo è in stile romanico con aggiunte gotiche, fu costruito tra il 1395 e il 1401 dopo che un incendio, secoli prima, aveva distrutto un precedente tempio paleocristiano. Fu ristrutturato nel 1545 da Giulio Romano, che lasciò intatta la facciata ma modificò le forme, ispirandosi alle basiliche paleocristiane. L'attuale facciata, in marmo di Carrara, risale al 1761. Il fianco presenta inserti gotici come rosoni, cuspidi e pinnacoli, resti dell'antica facciata. All'interno si può ammirare il soffitto a cassettoni che sovrasta le tre navate: la principale è ornata di statue di sibille e profeti risalenti al Cinquecento. Sotto l'altare maggiore è conservato il corpo incorrotto di Sant'Anselmo da Baggio patrono della città. La Cattedrale, ubicata nella monumentale piazza Sordello, è la sede vescovile di Mantova.
La Basilica di Sant'Andrea fu progettata da Leon Battista Alberti e fu edificata a partire dal 1472 e conclusa 328 anni dopo con la costruzione della cupola su disegni di Filippo Juvarra. Nella cripta è custodita all'interno dei Sacri Vasi la reliquia del Preziosissimo Sangue di Cristo portato a Mantova dal centurione romano Longino. In una delle cappelle è conservato il monumento funebre di Andrea Mantegna, sovrastato dall'effigie in bronzo del pittore della corte dei Gonzaga.
La Basilica Palatina di Santa Barbara, chiesa della corte dei Gonzaga fu voluta dal duca Guglielmo che incaricò del progetto l'architetto mantovano Giovan Battista Bertani. Parte integrante del Palazzo Ducale, la edificazione della chiesa fu conclusa nel 1572.
La Rotonda di San Lorenzo è la chiesa più antica della città, fu costruita nell'XI secolo durante la dominazione dei Canossa. A pianta centrale rotonda, la Rotonda di San Lorenzo è posta ad un livello più basso di Piazza delle Erbe e conserva al suo interno un matroneo e tracce di affreschi di scuola bizantina risalenti ai secoli XI-XII. Nel corso dei secoli subì trasformazioni radicali; sconsacrata, divenne magazzino tanto che all'inizio del Novecento risultava inglobata in edifici successivi alla sua costruzione. Espropriati nel 1908, la rotonda di San Lorenzo fu restaurata e riaperta nel 1911 e infine riconsegnata alla sua destinazione religiosa originaria nel 1926.
La Chiesa di San Sebastiano, iniziata nel 1460 da Luca Fancelli su progetto di Leon Battista Alberti, fu completata nel 1529. Sconsacrata nel XVIII secolo fu adibita a diversi usi fino al 1925 quando, dopo un discutibile restauro che ha aggiunto le due scalinate d'ingresso, è stata trasformata in famedio dei caduti mantovani di tutte le guerre.

La Chiesa di Santa Apollonia fu edificata nel XII secolo con intitolazione a Santa Maria in Betlem, acquisendo successivamente, in epoca ignota, l'attuale denominazione. Nel corso dei secoli fu più volte oggetto di lavori di ristrutturazione fino all'ultimo radicale intervento, di fine '700, affidato all'architetto Paolo Pozzo. La facciata del 1834 è in stile neoclassico.

La chiesa di San Barnaba, intitolata al primo vescovo di Milano, si affaccia sulla piccola piazza Bazzani, all'incrocio tra via Giovanni Chiassi e via Carlo Poma.
La prima chiesa di San Barnaba fu costruita intorno all'anno 1263. Costruito successivamente un attiguo convento, la chiesa fu affidata ai Servi di Maria (Serviti) da Francesco I Gonzaga nel 1397. Nel 1546 vi fu sepolto Giulio Romano. La tomba fu profanata e dispersa durante la ristrutturazione conclusasi nel 1737 con il rifacimento della facciata su progetto di Antonio Bibiena. Del periodo gotico è rimasto parte del chiostro del convento che fu soppresso nel 1797 e, all'inizio del Novecento, in parte demolito per far posto al carcere della città.
L'interno presenta un'unica navata con tre cappelle laterali e una profonda abside.
Tra i dipinti conservati si segnalano:
la Via Crucis di Giuseppe Bazzani
sulla parete del presbiterio il Salvator Mundi di Teodoro Ghisi
la Madonna con Bambino e San Filippo Benizzi (fine Cinquecento) di Bernardino Malpizzi
la grande tela della Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci (1582-1583) di Lorenzo Costa il Giovane
pala con l'effigie di San Filippo Benizzi di Giuseppe Orioli (1730)
il grande quadro Le Nozze di Cana di Alessandro Maganza (ultimi decenni del XVI sec.)
la pala d'altare Madonna con Bambino di Girolamo Bonsignori
l'affresco strappato, della fine del Quattrocento, raffigurante la Beata Elisabetta di Mantova (Bartolomea Picenardi)

La chiesa di Sant'Egidio, dedicata a Sant' Egidio abate,fu probabilmente edificata già nel IX sec., è documentata come esistente a partire dall'anno 1151. Evento architettonico importante è stata l'edificazione, nel 1540, della cappella Valenti come da volontà testamentaria di Valente Valenti, cortigiano della reggia gonzaghesca.
Nel Settecento fu necessaria una profonda ristrutturazione a causa della vetustà della chiesa; la prima pietra fu posata il 19 giugno 1721. Importante intervento fu voluto nel 1777 dal cardinale Luigi Valenti che fece ricostruire la cappella di famiglia. La ristrutturazione della chiesa si poté ritenere conclusa nel 1787 con la sistemazione del coro.
Tra i dipinti conservati nella chiesa di Sant'Egidio si segnalano sulle pareti semicircolari dell'abside:
il Martirio di S. Vincenzo Levita (1776), di Giuseppe Bottani, olio su tela, m 5 x 3,50
il Miracolo di San Vincenzo Ferrer (1773), di Giovanni Bottani, olio su tela, m 2,28 x 1,35
la Madonna del Rosario (1777), di Vincenzo Borroni
Altre opere esposte sono da menzionare:
la pala d'altare de L'elemosina di San Guerrino (1736-1742) di Giovanni Cadioli
la pala d'altare con la Madonna, il Bambino, S. Domenico e la Beata Osanna Andreasi, (1593), probabilmente di Teodoro Ghisi

La costruzione della chiesa conventuale di San Francesco risale al 1304.
Gli austriaci soppressero la chiesa nel 1782 e la trasformarono in arsenale nel 1811. Dato l'uso militare dell'edificio, lo stesso fu devastato da un bombardamento aereo nel 1944. Fortunosamente la Cappella Gonzaga si salvò e con essa preziosi affreschi del 1300, recentemente restaurati, raffiguranti le storie di San Ludovico d'Angiò. Conservando lo stile romanico-gotico la chiesa fu comunque ricostruita intorno a quanto si salvò dalla distruzione bellica, la facciata con le tre guglie, il campanile e la Cappella Gonzaga.
Ancora visibili alcuni degli affreschi originali, tra cui San Francesco che riceve le stimmate di Stefano da Verona.

La Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio fu edificata nel XIV secolo. Prima di essere parrocchia della città di Mantova, la chiesa fu adibita a cappella del Lazzaretto. Nel 1610 era una delle 19 parrocchie urbane censite dal vescovo di Mantova Francesco Gonzaga. L'attuale facciata è di stile neoclassico, costruita nel 1836 su disegno dell'architetto Giovan Battista Vergani. Durante la guerra 1940-1945 la chiesa fu seriamente danneggiata a seguito del bombardamento del Ponte dei Mulini.

La chiesa di San Leonardo abate si affaccia sulla omonima piazza all'interno dell'antico quartiere del Corno, così chiamato per la forma che assumeva nell'innestarsi nel Lago di Mezzo; l'attuale denominazione del quartiere è derivata dalla chiesa stessa.
San Leonardo è tra le chiese più antiche della città di Mantova essendo stata fondata nel XII secolo. Sono rilevabili tracce dello stile romanico e del tardo gotico nel campanile (XIII secolo) e nella Cappella Cavriani. Fu ristrutturata diverse volte, all'inizio del Seicento ad opera di Giambattista Possevino, fino all'attuale forma neoclassica dovuta alla ricostruzione del 1793 su progetto dell'architetto Giovanni Battista Marconi. Nella cappella di San Gottardo, edificata tra il 1448 e il 1461, è visibile un affresco di inizio Cinquecento attribuito a Lorenzo Costa il Vecchio, Il Redentore e profeti. Vi sono conservate anche una grande tela attribuita a Lorenzo Costa il Giovane, La predica del Battista, collocabile temporalmente tra il 1566 e il 1570, e una tela di Ippolito Andreasi, Giudizio universale.

La piccola chiesa della Madonna del Terremoto fu edificata nel 1754 a ricordo della protezione data dalla Madonna in occasione del terremoto del 1693. Essa sorge in piazza Canossa una delle più caratteristiche piazze di Mantova.
L'interno barocco è costituito da una piccola navata e da un presbiterio chiuso da una cancellata. Vi erano esposte due pale di Giuseppe Bazzani, l`Adorazione dei Pastori e la Pietà, attualmente conservati nel Museo Diocesano della città.

Santa Maria della Carità ha un'origine remota, la fondazione risale al 984. A volerne la costruzione furono gli orefici della città di Mantova. Fu ricostruita nel 1613 e ristrutturata nella forma attuale nel 1752. Anomala è la facciata rialzata dal piano stradale e affacciantesi su una piccola piazza chiusa su tre lati. Sulle pareti di questa atipica piazzetta sono murate numerose lapidi recuperate dal cimitero che ne occupava lo spazio. L'interno in stile barocco è arricchito da quadri tra i quali un ciclo di ben undici dipinti di Giuseppe Bazzani che qui fu battezzato nel 1690.
Tra i dipinti conservati nella chiesa di Santa Maria della Carità si segnalano:
Le virtù teologali (Sec. XVIII) di Giuseppe Bazzani, affresco sulla volta della navata centrale;
Gesù tra i dottori e Gesù scaccia i mercanti dal tempio, Francesco Maria Raineri detto Schivenoglia;
L`Arcangelo Michele e i Santi Cosma e Damiano, Giovan Francesco Caroto, pala d'altare nell'abside;
Madonna col Bambino e Santi, Giovanni Canti.

La chiesa di Santa Maria del Gradaro fu costruita a Mantova a partire dall'anno 1256 con l'aggiunta del convento nel 1260. Il termine Gradaro è riconducibile alla parola latina cretarium (cumulo di creta) che descriverebbe la particolare caratteristica del terreno dove sorse l'originaria sede di culto.
La tradizione vuole che il luogo della chiesa sia lo stesso dove fu martirizzato, tra altri, S. Longino, il centurione romano che portò a Mantova il Preziosissimo Sangue di Cristo. In età paleocristiana vi fu edificata una chiesa denominata Santa Maria in Campo Santo.
Le notizie certe la danno in costruzione dal 1256 ad opera dei Canonici regolari di San Marco, ordine religioso mantovano. Nel 1454 subentrarono gli Olivetani su richiesta del marchese Ludovico III Gonzaga e della moglie Barbara di Brandeburgo. Vi entrò giovanissimo Girolamo Scolari, padre spirituale e biografo della beata Osanna Andreasi.
Il complesso religioso degli Olivetani subì gli effetti delle soppressioni teresiane a partire dal 1771 per concludersi definitivamente nel 1775 quando divenne magazzino militare. Durante la seconda guerra mondiale gli edifici dell'ex complesso religioso furono trasformati in campo di concentramento e in campo profughi. Da qui furono prelevati i dieci soldati italiani internati dopo l'Armistizio reso pubblico l'8 settembre 1943, che per rappresaglia furono fucilati dai tedeschi alla Valletta dell'Aldriga. Dal 1952 fu affidata alle Oblate dei Poveri di Maria Immacolata, che nel convento annesso hanno istituito la loro casa generalizia.
La chiesa, già di proprietà del ministero della Pubblica Istruzione, nel 1952 fu acquisita dal comune di Mantova che ne promosse il restauro vero e proprio nel 1962. Nel 1966, dopo 191 anni di sconsacrazione, fu infatti istituita la parrocchia dedicata alla Annunciazione della Beata Vergine Maria.

La chiesa di Santa Maria della Vittoria fu fatta edificare dal Marchese Francesco Gonzaga nel 1496 in memoria della vittoria ottenuta contro l'esercito Francese comandato da Carlo VIII, nella battaglia di Fornovo presso il fiume Taro, su richiesta del suo consigliere, frate Girolamo Redini, fondatore della Congregazione degli eremiti di Santa Maria in Gonzaga.
Nel 1495 si scontrarono a Fornovo gli eserciti dei francesi di Carlo VIII e della Lega Antifrancese, sostenuta da papa Alessandro VI, dall'imperatore Massimiliano I, dal re spagnolo Ferdinando II d'Aragona, da Ludovico il Moro e dai Veneziani. La Lega Santa, guidata da Francesco II Gonzaga, riportò la vittoria, cacciando temporaneamente i Francesi dalla penisola.
Durante l'assenza del marchese da Mantova, un banchiere ebreo, Daniele da Norsa, aveva acquistato una casa in borgo San Simone ed aveva sostituito una rappresentazione sacra della Vergine che ne decorava la facciata con il suo stemma personale. L'azione venne considerata sacrilega e Sigismondo Gonzaga intimò l'uomo di ripristinare l'opera pena l'impiccagione. Nonostante l'ebreo avesse accettato, l'ira popolare montò contro di lui e la sua casa venne rasa al suolo. Col ritorno di Francesco la pena venne commutata in un'ingiunzione a pagare una cappella e un dipinto devozionale, che ribadisse la devozione del marchese alla Vergine, soprattutto nell'ottica della fortunata protezione che, secondo loro, aveva permesso la vittoria sul campo di battaglia. Fu così che Mantegna, pittore di corte, venne incaricato di dipingere la pala, che venne solennemente inaugurata nel 1496, in occasione dell'anniversario della vittoria, collocandola nella cappella di Santa Maria della Vittoria, nel frattempo costruita al posto della casa dell'ebreo sacrilego.
Il progetto si doveva a Bernardino Ghisolfo, all'epoca responsabile delle fabbriche dei Gonzaga.
Il dipinto fu poi trafugato dai francesi nel 1797.
Costruita in stile tardo gotico, si affaccia sulla piazzetta di san Simone.
Internamente l'edificio mantiene la suddivisione in due piani del 1877, al piano superiore è ancora possibile distinguere tre volte a crociera.
Il piano inferiore è delimitato da un soffitto ligneo con mensole. La parete interna è ritmata da tre fornici incernierati da paraste decorate con candelabri. La parete di fronte alla porta d’ingresso presenta ancora parti di una raffinata tappezzeria a finto cuoio cordovano ed è contro di essa che si innalzava la pala di Santa Maria della Vittoria, di Mantegna.

La chiesa di San Martino, dedicata al santo vescovo di Tours, è situata in Via Pomponazzo in un quartiere un tempo detto di San Martino. Attualmente è aggregata alla "parrocchia di Santa Maria della Carità".
La chiesa fu edificata in epoca medievale subendo nel corso dei secoli successivi continue ristrutturazioni. La tradizione vuole che abbia avuto origine nell'anno 827, ma la prima datazione certa risale comunque al 1127. Era retta da un priore, titolo di derivazione monastica, in quanto dipendeva dall'Abbazia del Polirone di San Benedetto Po. Nel cinquecento era chiesa ad unica aula con quattro altari. L'attuale impronta barocca è dovuta all'architetto fiammingo Frans Geffels, che vi operò negli anni tra il 1680 e il 1693.
Per quattrocento anni, dalla fine del Cinquecento ai primi del Novecento, furono migliaia i lavoratori stagionali, e non solo, a scendere dalla Val Rendena, in Trentino, per svernare e lavorare come facchini al Porto Catena, come taglialegna e come segantini abilissimi a scolpire il legno proveniente dalle stesse valli trentine. Le donne ricoprivano il ruolo di serve e fantesche. Nel 1604, l'11 novembre, fu stipulato un accordo tra il vescovo di Mantova Francesco Gonzaga e abitanti di Pinzolo, in Val Rendena, ma residenti a Mantova. Fu concesso l'uso di un altare nella chiesa di San Martino, vicino all'altar maggiore, per le celebrazioni e un luogo di sepoltura utilizzato dai membri della comunità trentina fino al 1790. La chiesa di San Martino fu adibita a magazzino negli anni trenta del novecento e fu nuovamente consacrata al culto dopo l'ultima guerra mondiale.
La facciata si sviluppa verticalmente, a ordine unico gigante scandita da quattro lesene con elementi di stile barocco come conchiglie, mascheroni e cartigli. La facciata barocca è caratterizzata da tre nicchie contenenti tre statue in stucco. In quella sopra il portale è raffigurato san Martino nell'atto di donare il mantello al povero, mentre nelle due nicchie laterali ci sono le statue di san Pietro con le chiavi del Paradiso e di san Paolo con la spada. Le statue furono collocate nelle nicchie nel settecento come previsto dall'architetto Geffels, che in questa chiesa volle essere seppellito. L'interno, stuccato in maniera barocca da Michele Costa, è decorato da una preziosa serie di dipinti, tra i quali spicca una tela di Gian Francesco Tura “Madonna col Bambino e santi”. Sono conservate in San Martino numerose altre tele anche provenienti dalle soppressioni napoleoniche di chiese, monasteri e ordini religiosi.
Tra i dipinti conservati nella chiesa di San Martino si segnalano:
Il soldato Martino divide il mantello col mendico di Ippolito Costa
San Martino resuscita un bimbo di Luigi Niccolini
un ciclo di quattro tele dei Santi e Beati Mantovani posti sulle pareti laterali di Luigi Niccolini: Beata Osanna Andreasi, Beata Paola Montaldi, San Giovanni Bono e San Luigi Gonzaga
la Madonna col Bambino e santi di Gian Francesco Tura
la Madonna con Bambino, Sant'Anna e San Giuseppe di Pietro Fabbri (1730)
la tela ovale della Vergine Annunciata di Giovanni Canti
la Sacra Famiglia di Dionisio Mancini
la Santa Barbara di Carlo Mancini, padre di Dionisio
la Santa Maria Maddalena penitente di Teodoro Ghisi

La chiesa di San Maurizio, sussidiaria della parrocchia di San Barnaba fu aperta al pubblico nel 1616. Il progetto e la supervisione dei lavori fu affidata dai Teatini, ordine religioso titolare dell'annesso convento, all'architetto Antonio Maria Viani, prefetto delle fabbriche ducali gonzaghesche. L'attuale facciata è del 1731. Durante l'occupazione francese la chiesa, precedentemente dedicata ai Santi Maurizio e Margherita, divenne, dal 1808 al 1814, parrocchia militare con il titolo non casuale di San Napoleone. Con il ritorno degli austriaci la chiesa acquistò l'intitolazione a San Maurizio e fu aggregata alla parrocchia di San Barnaba, la cui chiesa omonima si trova nella stessa Via Chiassi. Nel 1957, anche in conseguenza dei danni prodotti dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, venne chiusa al culto.
L'interno è a navata unica con tre cappelle per ognuno dei due lati e con una cupola ellittica. Ospita importanti quadri e tele secentesche di autori d'indubbio valore come Giuseppe Bazzani, Ludovico Carracci, Jacob Denys, Frans Geffels, Lorenzo Garbieri. Nella prima cappella a sinistra si trova la lapide che copriva la tomba di Giovanni dalle Bande Nere, morto a Mantova nel 1526.

La chiesa di Ognissanti ,alcuni storici la attribuiscono a Matilde di Canossa la fondazione di Ognissanti nell`anno 1080 circa, fu donata successivamente dalla contessa all'ordine benedettino del monastero del Polirone di San Benedetto Po, prima come ospizio e successivamente come chiesa con convento. Altra versione dei storici fanno ascrivere la donazione al papa Adriano IV nel 1159. Come molti altri della città di Mantova, nel 1797, il monastero benedettino fu soppresso dalla nuova autorità francese. La chiesa proseguì la sua opera con parroco di nomina vescovile, non più designato dall'abate del monastero di Polirone.
L'ultima trasformazione architettonica che ci restituì la chiesa di Ognissanti nella forma attuale, è degli anni dal 1752 ed il 1755. Terminata la costruzione del nuovo edificio, fu demolita l'antica chiesa che risultava perpendicolare all'attuale. Della stessa furono salvate dalla demolizione il campanile, la canonica e la Cappella dei Morti che rappresentano tracce di romanico in un edificio di chiara impronta barocca.
La chiesa è a unica navata con quattro altari laterali di stile neoclassico, senza cupola e una facciata leggermente curvilinea. L'interno in stile barocco contiene opere pittoriche di valore:
San Benedetto e Santa Scolastica Circondati da Santi ed Angeli di Ippolito Andreasi, pala d'altare sulla parete absidale del presbiterio ;
La Presentazione del Battista, pala d'altare, di Ippolito Andreasi;
Madonna col Bambino e Sant`Anna, pala d'altare, di Giuseppe Bazzani;
San Mauro che Guarisce gli Infermi di Giovanni Cadioli;
La Madonna Incoronata col Bambino fra San Benedetto e San Giovanni Battista che Presentano i Due Committenti, dipinto di Nicolò Solimani da Verona del 1463 all'interno della Cappella dei Morti.

La chiesa di Sant'Orsola fu costruita nel 1608 da Antonio Maria Viani, architetto della corte ducale dei Gonzaga a Mantova. L'edificio era incorporato nel complesso monastico omonimo demolito nel 1930. A pianta ottagonale di matrice lombarda, la facciata consta di un unico ordine con mezze colonne aggettanti.
All'origine della chiesa ci fu l'opera di Margherita Gonzaga, che nel 1597 rimasta vedova del duca Alfonso II d'Este, decise di tornare a Mantova. Non volendo rimanere inoperosa alla corte del fratello Vincenzo, istituì un convento in contrada Borre e nel sobborgo di Pradella. Non soddisfatta di un semplice oratorio dedicato a Santa Margherita, diede incarico al prefetto delle fabbriche ducali, Antonio Maria Viani, di costruire un edificio religioso più grande e degno di quello allora esistente. Era l'anno 1608, anno nel quale Margherita decise altresì di prendere definitiva dimora presso il convento da lei fondato e destinato ad essere una corte parallela a quella ducale.
La chiesa viene ultimata in quattro anni e dedicata a Sant'Orsola. Entrò, quindi, a far parte del complesso monastico omonimo composto da edifici alternati a chiostri, cortili, giardini, collegati attraverso portici e corsie. Vi erano ospitate cinquanta monache in ambienti e stanze al loro servizio, così come la duchessa Margherita aveva a disposizione un proprio appartamento con stanze per le nobildonne che desideravano ritirarsi nel monastero per periodi limitati.
Ad onore e merito di Margherita Gonzaga, si deve l'arricchimento iconografico dell'interno della chiesa. Ognuno degli altari sarà corredato da pale e quadri di pittori di grande valore: Domenico Fetti e sua sorella Lucrina, monaca essa stessa, Lodovico Carracci, Carlo Bononi, Antonio Maria Viani.
Tra il 1782 e il 1786 Giuseppe II soppresse, tra gli altri, il convento di Sant'Orsola. Il complesso di edifici, dopo esser stato caserma, venne adattato a ospitare l'ospedale civile cittadino. Quando quest'ultima funzione venne meno con la costruzione del nuovo ospedale in località Pompilio, gli antichi edifici monastici vennero demoliti. Dalla furia demolitrice si salvò sostanzialmente la sola chiesa di sant'Orsola che divenne edificio d'angolo tra l'antico corso Pradella e la nuova e moderna Via Bonomi, tracciata dopo le demolizioni degli anni trenta del XX sec.

La chiesa di Santa Paola con annesso convento intitolato al Corpo di Cristo, fu edificata agli inizi del Quattrocento per volere di Paola Malatesta, moglie di Gianfrancesco Gonzaga, quinto capitano del popolo di Mantova affinché ospitasse le Clarisse Francescane. Alla costruzione partecipò anche l'architetto ducale Luca Fancelli che nel 1460 completò la costruzione del chiostro. Suor Livia Paola Gonzaga, figlia della marchesa Isabella d'Este e priora del convento, fece affrescare la chiesa dopo la tumulazione della madre, grazie all'intervento del fratello Federico II Gonzaga, marchese di Mantova. Giulio Romano intervenne nell'opera, di cui rimangono tracce, dipingendo la scena funebre del funerale di Federico II. Tra la fine del Settecento e la fine degli anni cinquanta ospitò una caserma e una fabbrica. Oggi l'ex-convento ospita una scuola di restauro.

La chiesa dei Santi Simone e Giuda è tra le più antiche di Mantova, essendo stata eretta prima dell'anno 1000.
Fu ricostruita nel 1593, restaurata nel 1775 e nella prima metà dell'Ottocento. Nel frattempo, con decreto del 22 giugno 1805, la parrocchia dei Santi Simone e Giuda fu soppressa e inclusa in quella di Sant'Andrea.
Dopo esser stata chiusa nel 2001 è stata oggetto di restauri e dal 2006 è nuovamente accessibile. L'interno è arricchito da dipinti e affreschi.
Nella chiesa, il 20 maggio 1599, il compositore Claudio Monteverdi si unì in matrimonio con Claudia Cattaneo.

All'interno della chiesa una lapide bilingue, italiano e inglese, ricorda il breve transito mantovano dello scozzese James Crichton of Eliock and Cluny (1560-1582) conosciuto in Italia come l'Ammirabile Critonio. Uomo di grande cultura, tra l'altro parlava dieci lingue, giunse alla corte di Guglielmo Gonzaga, il cui figlio Vincenzo, futuro duca, lo uccise in uno scontro con spada e pugnale.
La lapide fu posta da un discendente, Douglas Crichton, nel 1914.

La chiesa di Santo Spirito probabilmente esistente già nel XIII sec., è appartenuta a diversi ordini religiosi. È stata ristrutturata e annessa a convento nel 1418 per volere di Paola Malatesta Gonzaga e successivamente nel 1534. L'interno è a navata unica con fregio affrescato e tondi con volti di santi. Il presbiterio è affrescato.
Nel 1468 vi fu sepolto Vittorino da Feltre, fondatore dell`esperienza educativa della Casa Giocosa (o Ca' Zoiosa).

La sinagoga Norsa Torrazzo, costruita nel 1513 ma rifatta nel 1751, è monumento nazionale.
Ben sei erano la sinagoghe nell'antico ghetto di Mantova. Quando alla fine dell'Ottocento fu decisa la demolizione del quartiere ebraico, tra il 1899 e il 1902 si procedette al trasferimento e fedele ricostruzione di una di esse nel cortile dell'edificio attuale, che dal 1825 era una casa di riposo. La sinagoga Norsa Torrazzo, di rito italiano, è così l'unica di Mantova ad essere sopravvissuta con i suoi arredi originari settecenteschi. Le altre sinagoghe sono state demolite agli inizi del Novecento e i loro arredi sono andati dispersi o sono stati trasferiti in Israele.
La sala di preghiera è rettagolare. Le pareti e la volta sono ricoperti di stucchi (calchi fedeli degli originari che non si poterono staccare), esaltanti la magnificenza della famiglia Norsa o riproducenti versetti biblici in ebraico. L'aron e la tevah si fronteggiano, l'uno a sinistra, l'altra a destra dell'ingresso, posti in due nicchie monumentali, rialzate su tre gradini e illuminate da finestre. Entrambi sono di legno finemente lavorato e sono impreziosito da tessuti ricamati. Due file parallele di banchi, in legno scuro, accolgono gli oranti sui due lati. Lampadari in ferro battuto pendono dal soffitto.
Il matroneo è collocato sulla parete di ingresso e si affaccia sulla sala con una balaustra aperta su colonne.
Nei locali dell'edificio della sinagoga ha sede la comunità ebraica di Mantova e l'Associazione Culturale Mantova Ebraica. All'ingresso una lapide, posta il 25 aprile 1998, ricorda i "64 cittadini ebrei" deportati da Mantova durante l'Olocausto "nei campi di sterminio nazisti, dai quali non fecero ritorno". L'ultimo piano è occupato dal ricchissimo Archivio storico, che ospita documenti dal 1522 ad oggi, oltre a libri, manoscritti e spartiti musicali.




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