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martedì 14 marzo 2017

PONTI CHE CROLLANO

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Due viadotti e due cavalcavia crollati negli ultimi due anni: i primi due nel 2014 su altrettanti strade statali in Sicilia - uno addirittura inaugurato due giorni prima -, il terzo a fine ottobre sulla superstrada Milano-Lecco, con un morto, l'ultimo a Camerano di Ancona sull'autostrada A14, con due vittime.

Tra il 2008 e il 2016 i pedaggi sono aumentati di circa il 25%, a fronte di un crescita dell'inflazione nello stesso periodo inferiore al 10%. Secondo un recente studio della Banca d'Italia, ogni chilometro di autostrada a pedaggio rende mediamente ai concessionari oltre 1,1 milioni di euro l'anno. Di questi, 300 mila euro vanno allo Stato e 850 mila alle società di gestione. Il contratto di concessione con Autostrade per l'Italia è stato stipulato nel 2007 ed è valido sino al 2038. Dal 2008 al 2015 la società ha incassato ai caselli 27,3 miliardi di euro, realizzando 6,3 miliardi di utile netto contro i 3,5 miliardi previsti dal piano finanziario della convenzione. Stesso discorso per il gruppo Sias, con aumenti percentuali record della redditività.

Di converso, gli investimenti per le manutenzioni, l'ammodernamento e le nuove opere sono diminuiti nello stesso periodo del 40%. Sia perché dal 2008, complice la crisi economica e finanziaria dell'Italia, si è progressivamente ampliato il divario tra gli investimenti programmati e quelli effettivamente realizzati, sia perché le convenzioni prevedono che i concessionari debbano reinvestire fino al 75% degli introiti solo se il traffico sulle autostrade che gestiscono è aumentato più del previsto rispetto ai piani di sviluppo. Così, dal momento che molti degli investimenti previsti per le nuove opere sono rimasti sulla carta e che il traffico su gran parte della rete autostradale non è aumentato, il surplus dei pedaggi è finito quasi tutto nelle tasche degli azionisti delle società lasciandoci una rete autostradale sempre più obsoleta e meno sicura.



Nell’Italia di oggi manca una politica delle infrastrutture. Nel senso che, se alcune opere vengono realizzate, la loro qualità si rivela poi quanto meno discutibile, mentre l’incuria nella manutenzione peggiora la condizione di strade, ponti, trasporto locale e così via. Così, si citano con una punta di orgoglio i risultati raggiunti nella creazione dei collegamenti ferroviari ad alta velocità, ma si trascura di garantire alle linee regionali (proprio quelle che utilizzano ogni giorno milioni di pendolari) un grado di efficienza e di qualità minimamente accettabile. Sembra che ogni volta il nostro Paese riveli la propria insufficienza di fronte a ciò che, nel mondo odierno e soprattutto fuori dei nostri confini, viene considerato uno standard decente di civiltà.

Eppure, nella nostra storia ci sono testimonianze indubitabili della nostra capacità di realizzare infrastrutture. Non è il caso di chiamare in causa le strade e gli acquedotti dei nostri antenati romani di due millenni fa; basta ricordarsi dell’Italia che nel periodo del boom seppe costruire in tempi rapidi, con efficienza e buona qualità di esecuzione, l’Autostrada del Sole.

Questioni che ci riportano continuamente a un nucleo di fondo, quella della inefficacia del nostro sistema amministrativo. Di solito, la nostra attenzione viene catturata dal quadro politico che condiziona il funzionamento amministrativo e tendiamo a focalizzare il nostro interesse sui fenomeni più degenerativi, a cominciare da quello della corruzione. Posto che il rapporto tra politica e amministrazione costituisce uno dei più delicati, bisognerebbe cominciare a scavare nelle ragioni che hanno prodotto il degrado della vita amministrativa all’origine delle tante manifestazioni di malfunzionamento dell’apparato pubblico e delle opere che da esso dipendono. Probabilmente, la strada giusta è quella che conduce a responsabilizzare l’amministrazione, restituendo ad essa la dignità e l’autonomia che l’invadenza della politica in tutti i versanti della vita collettiva le ha sottratto.
Guardando ancora alla storia, viene da pensare che se un uomo come Giovanni Giolitti, un secolo fa, fu così efficace nell’indirizzare lo sviluppo del Paese fu forse perché era giunto alla politica relativamente tardi. Prima di entrare in parlamento era stato segretario generale della Corte dei conti: seppe governare bene perché conosceva bene il modo d’essere della pubblica amministrazione e quindi si sapeva rapportare ad essa, considerandone l’autonomia e valorizzando le qualità professionali della burocrazia.

Ma se l'Italia vanta di essere il Paese dove ancora si possono osservare le meraviglie architettoniche di romani, bisogna chiedersi perché viadotti moderni e ponteggi ultra-ingegneristici collassino su se stessi così spesso.

La risposta è nel calcestruzzo che è stato inventato a metà del XIX secolo e ancora non sappiamo quanto a lungo possa durare. Un secolo e mezzo non basta per essere certi che sia un materiale eterno, come gli inventori fecero credere. I ponti moderni sono costruiti in calcestruzzo armato, una miscela di cemento, acqua, sabbia e ghiaia che viene 'armata' con sbarre di ferro e acciaio. A indebolirlo sono l’azione dell’acqua e dei sali corrosivi che possono aggredire l’armatura di ferro e comprometterne la resistenza alla trazione, principale motivo per cui è stata inventata l’armatura. Spesso i costruttori italiani riducono la sezione dei tondini in ferro e inseriscono quelli lisci anziché "costati". Inoltre usano sabbia di mare al posto di quella di fiume, anche se la salinità della prima corrode i tondini già indeboliti dalla sezione ridotta. E così, aggiungendoci una lunga sequela di errori umani, i ponti italiani crollano.



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lunedì 21 marzo 2016

ALDA MERINI



Alda Merini è stata una poetessa, aforista e scrittrice italiana.
Alda Giuseppina Angela Merini nasce il 21 marzo 1931 a Milano in viale Papiniano 57 in una famiglia di condizioni economiche modeste. Il padre, Nemo Merini, era dipendente presso le assicurazioni la "Vecchia Mutua Grandine ed Eguaglianza il Duomo" , la madre, Emilia Painelli, casalinga. Alda era secondogenita di tre figli, tra Anna, nata il 26 novembre 1926 ed Ezio, nato il 23 gennaio 1943, che la scrittrice fa comparire, sia pure con un certo distacco, nelle sue poesie. Della sua infanzia si conosce quel poco che lei stessa scrisse in brevi note autobiografiche in occasione della seconda edizione dell'Antologia dello Spagnoletti: "ragazza sensibile e dal carattere malinconico, piuttosto isolata e poco compresa dai suoi genitori ma molto brava ai corsi elementari: ... perché lo studio fu sempre una mia parte vitale".

Dopo aver terminato il ciclo elementare con voti molto alti, frequenta i tre anni di avviamento al lavoro presso l'Istituto "Laura Solera Mantegazza" in via Ariberto a Milano tentando di essere ammessa al Liceo Manzoni, ma non riesce in quanto non supera la prova di italiano. Nello stesso periodo si dedica allo studio del pianoforte, strumento da lei particolarmente amato. Esordisce come autrice giovanissima, a soli quindici anni, sotto la guida di Giacinto Spagnoletti che scoprì il suo talento artistico. Nel 1947, la Merini incontra "le prime ombre della sua mente" e viene internata per un mese nella clinica Villa Turro a Milano. Quando ne esce alcuni amici le sono vicini e Giorgio Manganelli, conosciuto a casa di Spagnoletti insieme a Luciano Erba e David Maria Turoldo, la indirizza dagli psicoanalisti Fornari e Musatti.

Giacinto Spagnoletti sarà il primo a pubblicarla nel 1950, nell’Antologia della poesia italiana contemporanea 1909-1949, con le liriche Il gobbo, datata 22 dicembre 1948, e Luce, del 22 dicembre 1949, dedicata a Giacinto Spagnoletti. Nel 1951, su suggerimento di Eugenio Montale e di Maria Luisa Spaziani, l'editore Giovanni Scheiwiller pubblica due poesie inedite dell'autrice in, Poetesse del Novecento. Dal 1950 al 1953 frequenta per lavoro e per amicizia Salvatore Quasimodo. Terminata la difficile relazione con Giorgio Manganelli, il 9 agosto 1953 sposa Ettore Carniti, proprietario di alcune panetterie di Milano. Nello stesso anno esce, presso l'editore Schwarz, il primo volume di versi intitolato La presenza di Orfeo. Nel 1955 esce la seconda raccolta di versi intitolata, Paura di Dio con le poesie scritte dal 1947 al 1953, alla quale fa seguito Nozze romane e, nello stesso anno, edita da Bompiani, viene pubblicata l'opera in prosa, La pazza della porta accanto.

Nasce in quello stesso anno la prima figlia, Emanuela, e al medico curante della bambina, Pietro De Pascale, Alda Merini dedica la raccolta di versi Tu sei Pietro, pubblicata nel 1962 dall'editore Scheiwiller. Dopo,Tu sei Pietro inizia un difficile periodo di silenzio e di isolamento, dovuto all'internamento al "Paolo Pini", che dura fino al 1972, con alcuni ritorni in famiglia durante i quali nascono altre tre figlie. Si alterneranno in seguito periodi di salute e malattia, probabilmente dovuti al disturbo bipolare, della quale hanno patito anche altri grandi poeti ed artisti quali Charles Baudelaire, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, George Gordon Byron, August Strindberg e Virginia Woolf. Nel 2007 con Alda e Io – Favole, scritto a quattro mani con il favolista Sabatino Scia, vince il premio Elsa Morante Ragazzi. Il 17 ottobre 2007 la poetessa ottiene la laurea honoris causa in, "Teorie della comunicazione e dei linguaggi" presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Messina, tenendo una lectio magistralis sui meandri tortuosi del suo vissuto.

Nel 1979 la Merini ritorna a scrivere, dando il via ai suoi testi più intensi sulla drammatica e sconvolgente esperienza dell'ospedale psichiatrico, testi contenuti in quello che può essere inteso, come scrive Maria Corti "il suo capolavoro": La Terra Santa con la quale vincerà nel 1993 il Premio Librex Montale. Ma le pene della scrittrice continuano: il 7 luglio 1983 muore il marito, ed Alda, rimasta sola e ignorata dal mondo letterario, cerca inutilmente di diffondere i propri versi. Racconta Maria Corti che lei stessa si era recata presso i maggiori editori italiani senza alcun successo fintanto che, nel 1982, dopo aver raccontato a Paolo Mauri la sua amarezza, le offrì uno spazio sulla sua rivista per trenta poesie da pubblicare sul nº 4, inverno 1982 - primavera 1983, che, insieme a lei, aveva scelto da un dattiloscritto di un centinaio di testi; in seguito, insieme all'editore Scheiwiller, avrebbero aggiunto altre dieci liriche, e nel 1984 veniva dato alla stampa La Terra Santa.

In quel periodo la Merini affitta una camera della propria abitazione ad un pittore di nome Charles, iniziando a comunicare telefonicamente con l'anziano poeta Michele Pierri, che, in quel difficile periodo di ritorno nel mondo letterario, aveva dimostrato di apprezzare la sue poesie. Nell'ottobre del 1983 Alda e Michele si sposano e vanno a vivere a Taranto. Alda è curata e protetta dal marito, che prima di andare in pensione era un medico, ex primario di Cardiologia all'ospedale SS. Annunziata. In questo periodo, scrive venti poesie-ritratti de, La gazza ladra, probabilmente risalenti al 1985, inedite fino al volume Vuoto d'amore, oltre alcuni testi per Pierri. Sempre a Taranto porta a termine L'altra verità. Diario di una diversa.

Nel luglio del 1986, dopo aver sperimentato nuovamente gli orrori dell'Ospedale Psichiatrico di Taranto, fa ritorno a Milano ed inizia una terapia con la dottoressa Marcella Rizzo, alla quale dedica più di una poesia. Nello stesso anno riprende a scrivere e ad incontrare i vecchi amici, tra cui Vanni Scheiwiller, che le pubblica "L'altra verità. Diario di una diversa", il suo primo libro in prosa che, come scrive Giorgio Manganelli nella prefazione al testo, "... non è un documento, né una testimonianza sui dieci anni trascorsi dalla scrittrice in manicomio. È una ricognizione, per epifanie, deliri, nenie, canzoni, disvelamenti e apparizioni, di uno spazio - non un luogo - in cui, venendo meno ogni consuetudine e accortezza quotidiana, irrompe il naturale inferno e il naturale numinoso dell'essere umano" al quale seguiranno Fogli bianchi nel 1987, La volpe e il sipario (1997) e Testamento (1988). Nel 1987 è finalista nel premio letterario Premio Bergamo.
Sono questi, per la Merini, anni fecondi dal punto di vista letterario e di conquista di una certa serenità. Nell'inverno del 1989 la poetessa frequenta il caffè-libreria Chimera, situato poco lontano dalla sua abitazione sui Navigli, e offre agli amici del caffè i suoi dattiloscritti. Sarà in questo periodo che nasceranno libri come, Delirio amoroso (1989) e Il tormento delle figure (1990). Negli anni seguenti diverse pubblicazioni consolidano il ritorno sulla scena letteraria. Nel 1991 escono Le parole di Alda Merini e Vuoto d'amore a cui fa seguito nel 1992 Ipotenusa d'amore; nel 1993 viene dato alle stampe La palude di Manganelli o il monarca del re, il volumetto Aforismi, con fotografie di Giuliano Grittini e Titano amori intorno . È questo l'anno in cui le viene assegnato il Premio Librex Montale per la Poesia, premio che la consacra tra i grandi letterati contemporanei e la accosta a scrittori come Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Franco Fortini.

Nel 1994 vede la luce il volume Sogno e Poesia, da L'incisione di Corbetta, con venti incisioni di altrettanti artisti contemporanei. Nel 1995 viene pubblicato da Bompiani il volume, La pazza della porta accanto e da Einaudi Ballate non pagate. Il musicista pugliese Vincenzo Mastropirro musica alcune liriche tratte da "Ballate non pagate" (Einaudi editore). Sempre nel 1994 esce nelle Edizioni Melusine Reato di vita, autobiografia e poesia. Nel 1996, con il volume La vita facile, le viene assegnato il Premio Viareggio e nel 1997 il Premio Procida - Elsa Morante.

Risale al 1996 anche la pubblicazione di una libretto edito da La Vita Felice intitolato Un'anima indocile, composto da poesie vecchie e nuove, da un diario-confessione, da brevi racconti e da un'intervista fatta all'autrice. Nello stesso anno conosce l'artista bergamasco Giovanni Bonaldi col quale stringe una forte e sincera amicizia e una stretta collaborazione per la pubblicazione di diversi libri d'artista. Nel 1997 viene pubblicata dall'editore Girardi la raccolta di poesie, La volpe e il sipario, con illustrazioni di Gianni Casari, dove è più che mai evidente la tecnica della poesia spontanea in forma orale e che altri trascrivono.

Fenomeno, questo, che «pur essendo tipicamente contemporaneo, di una scelta dell'oralità a svantaggio della scrittura, è per ora unico dentro all'universo della poesia contemporanea...». Si assiste pertanto, nell'autrice, al fenomeno di un'oralità che conduce sempre più verso testi assai brevi e, infine, all'aforisma. Nel novembre dello stesso anno viene pubblicato, con le edizioni dell'Ariete, il libro, Curva di fuga e presentato da Alda Merini presso il Castello Sforzesco di Soncino, in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria alla poetessa milanese. Sempre nel 1997 Bonaldi illustra con cinque disegni una raccolta di poesie ed epigrammi della Merini dal titolo, Salmi della gelosia, stampata dalle edizioni dell'Ariete.

Un altro libro d'artista con copertina in metallo, accompagna, nel giugno del 1997, i lavori di Giovanni Bonaldi, esposti alla Galleria ArsMedia di Bergamo, in occasione della prima mostra personale dal titolo, Certificazioni d'esistenza, presentata da Riccardo Barletta, dalla stessa Alda Merini e Lucio Del Pezzo. Dal 1997 al 1999 è ospite per tre edizioni consecutive al Premio Città di Recanati in occasione del quale legge alcuni versi di Giacomo Leopardi da L'infinito. Nel 1999 le edizioni Pulcinoelefante pubblicano 21 febbraio contenente una poesia di Alda Merini e una incisione di Bonaldi con intervento tattile.



Sono questi gli anni in cui la produzione aforistica della Merini diventa molto ricca, come testimonia nel 1997 "Il Catalogo Generale delle Edizioni Pulcinoelefante", edito da Scheiwiller. I minitesti di Alda Merini risultano essere più di cinquecento. Nel 1999 in Aforismi e magie, pubblicato da Rizzoli, viene raccolto per la prima volta il meglio di quel genere. Il volume viene illustrato dai disegni di Alberto Casiraghi, amico, poeta ed editore della Merini che ha sollecitato, raccolto e accompagnato con i suoi piccoli libri "Pulcinoelefante", questa nuova vocazione. È questo il periodo in cui viene insignita del titolo di vincitrice honoris causa del Concorso Nazionale Garzanti. La collaborazione con i piccoli editori - che comprendono, oltre Pulcinoelefante, lo Zanetto, La Vita Felice, il Melangolo e altri - ha portato ad altri "minitesti" come, tra gli ultimi pubblicati, Lettera ai figli, edito da Michelangelo Camilliti per l'edizione Lietocollelibri e illustrato da otto disegni onirici e surreali di Alberto Casiraghi. Da ricordare il volume edito da l'Incisione, Alda Merini, che contiene poesie inedite della poetessa e disegni dell'artista Aligi Sassu, opere stampate su torchio in litografia e serigrafia.

Nel 2000 esce nell'edizione Einaudi, Superba è la notte, un volume risultato di un lavoro minuzioso compiuto su numerose poesie inviate all'editore Einaudi e ad Ambrogio Borsani. I versi che compongono la raccolta sono stati scritti dal 1996 al 1999. Non essendo stato possibile dare al materiale un ordine cronologico i curatori si sono basati sull'omogeneità tematica e stilistica complessiva dell'opera. Per l'editore Gabriele Mazzotta, insieme con Alberto Fiz, cura il catalogo della mostra di Giovanni Bonaldi dal titolo Il peso non dorme. Sempre in questo anno le edizioni Il dodecaedro di Leonardo di Milano pubblicano una poesia inedita di Alda Merini con una incisione di Bonaldi dal titolo Splenduisti et vocasti. Tra il 2001 e il 2002 viene pubblicato in quaranta esemplari, dalle edizioni Lo Sciamano, un ulteriore libro d'artista dal titolo Amore di carta che raccoglie cinque incisioni di Giovanni Bonaldi e nove poesie inedite di Alda Merini. Nel 2001 posa seminuda per la copertina dell'album Canto di Spine del complesso degli Altera, nel quale sono messe in musica composizioni sue e di altri poeti e poetesse del Novecento.

Nel 2002 viene stampato dall'editore Salani un volumetto dal titolo Folle, folle, folle d'amore per te, con un pensiero di Roberto Vecchioni e nel 2003 la Einaudi Stile Libero pubblica un cofanetto con videocassetta e testo dal titolo Più bella della poesia è stata la mia vita. Nel mese di giugno, presso la Galleria ArsMedia di Bergamo vengono presentati gli ultimi lavori dell'artista serinese Bonaldi Giovanni; la mostra, introdotta da Alda Merini, è accompagnata da un catalogo curato da Sara Fontana. Nel 2003, a seguito dell'inaugurazione delle opere d'arte realizzate da Bonaldi Giovanni per la Cappella dell'Oratorio della Parrocchia di Mozzo, viene presentato il catalogo delle opere dal titolo L'ospitalità dell'Arca edito da Silvana Editoriale con contributi del Cardinale, Gianfranco Ravasi, del monsignor, Carlo Chenis, Giuseppe Laras, del mons, Pierangelo Sequeri, Silvia Gervasoni, la stessa Alda Merini e Franco Bonilauri.

Nel 2009 esce il documentario, Alda Merini, una donna sul palcoscenico, del regista Cosimo Damiano Damato, presentato alle Giornate degli Autori della 66ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. Il film, prodotto da Angelo Tumminelli per la Star Dust International srl di Roma, vede la partecipazione di Mariangela Melato e le fotografie di Giuliano Grittini. Dall'incontro del regista con la poetessa nasce una grande amicizia e tante poesie inedite inserite nel documentario.

Molto importante è il carattere mistico della più recente poetica di Alda Merini, che è connessa alla prima vena creativa con cui esordì e che aveva in sé una forte componente di misticismo. Ambrogio Borsani, nel volume, Il suono dell'ombra, edito da Mondadori e che rappresenta la raccolta più completa dell'opera della Merini, cita una lettera indirizzata alla giovanissima Alda da una suora in cui quest'ultima risponde a una richiesta di Alda Merini di poter entrare in convento e prendere i voti. È dall'incontro e dall'amicizia tra Alda Merini e Arnoldo Mosca Mondadori che questa «vena» viene di nuovo stimolata, e nascono una serie di libri editi da Frassinelli che hanno come filo conduttore la mistica della poetessa. Mosca Mondadori propone a Merini una serie di temi di carattere spirituale, ne raccoglie e cura i versi: il primo libro pubblicato è L'anima innamorata (2000), cui seguono testi sempre di carattere religioso, tre dei quali (Corpo d'amore, Poema della croce, Francesco, canto di una creatura), introdotti da Monsignor Gianfranco Ravasi.

Nel 2002 viene pubblicato Magnificat, un incontro con Maria, corredato da disegni di Ugo Nespolo e rappresentato nel 2006 con Valentina Cortese al Teatro Lauri Rossi di Macerata per lo Sferisterio Opera Festival, nel 2003 La carne degli Angeli, con venti opere inedite di Domenico Paladino; poi Corpo d'amore (2004) con le opere di Luca Pignatelli, Poema della Croce(2005), Cantico dei Vangeli (2006), Francesco, canto di una creatura (2007), Mistica d'amore (2008), Padre mio (2009). Di questo lavoro avvenuto tra il 1997 e il 2009 sono viva testimonianza le registrazioni, raccolte nel libro e nel documentario Eternamente vivo (Frassinelli editore, regia di Daniele Pignatelli, a cura di Arnoldo Mosca Mondadori), grazie a cui è possibile ascoltare la voce di Alda Merini mentre crea i propri versi.

Nel 2003 e 2004 viene pubblicato da Einaudi Clinica dell'abbandono con l'introduzione di Ambrogio Borsani e con uno scritto di Vincenzo Mollica. Il libro è diviso in due sezioni: la prima, Poemi eroici, che comprende versi scritti alla fine degli anni novanta, la seconda, Clinica dell'abbandono, che raccoglie i versi degli ultimi anni. Questo volume riproduce, con alcune aggiunte, il testo del cofanetto con videocassetta Più bella della poesia è stata la mia vita. Nel febbraio del 2004 la Merini viene ricoverata all'Ospedale San Paolo di Milano per problemi di salute. Da tutta Italia vengono inviate e-mail a sostegno di un appello lanciato da un amico della scrittrice che richiede aiuto economico. Sorgono numerosi blog telematici e siti internet nei quali viene richiesto l'intervento del sindaco di Milano Gabriele Albertini. La scrittrice ritorna successivamente nella propria casa di Porta Ticinese.

Nel marzo del 2004 esce l'album, intitolato Milva canta Merini, che contiene undici motivi cantati da Milva tratti dalle poesie di Alda Merini, più una traccia cd rom. L'autore delle musiche è Giovanni Nuti. Il 21 marzo, presente la stessa Merini, in occasione del suo settantatreesimo compleanno, viene eseguito un recital al Teatro Strehler di Milano, in occasione della presentazione del disco; il disco venne riproposto poi con successo nello stesso teatro per un ciclo di serate musicali nel maggio 2005, sempre con la presenza della poetessa sul palco. Durante l'estate 2004 molte sono state le iniziative sorte per far conoscere in maniera più diffusa la poesia di Alda Merini.

Muore il 1º novembre 2009 a causa di un tumore osseo (sarcoma) all'Ospedale San Paolo di Milano. Dopo l'allestimento della camera ardente, aperta il 2 e il 3 del mese, i funerali di stato sono stati celebrati nel pomeriggio del 4 novembre nel Duomo di Milano. Nel 2010 esce postumo l'album Una piccola ape furibonda – Giovanni Nuti canta Alda Merini, contenente undici brani (otto poesie inedite) e una "traccia fantasma" con Alda Merini che canta con Giovanni Nuti Prima di venire. Nel marzo 2010 il Comune di Milano appone una targa sul muro dell'abitazione della poetessa sui Navigli. Nel 2013 è omaggiata da Norman Zoia (con lei a Milano nel 1990 alla sesta rassegna internazionale di poesia) a pagina 19 di passi perversi: Nobile grazia di Venere e coraggio di Madre / dolcezza dell'umano genere / diangelo di stile".

In memoria della sua persona e della sua opera, le figlie Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta, hanno dato vita al sito internet www.aldamerini.it, un'antologia in ricordo della poetessa, un elogio all'"ape furibonda", alla sua figura di scrittrice e madre.


.LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/02/i-navigli.html



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sabato 27 giugno 2015

I MUSEI DI VIGGIU'



Il Museo civico Enrico Butti fu istituito nel 1927 grazie alla donazione dello stesso  scultore viggiutese ha incrementato il proprio patrimonio nel corso degli anni.
Negli anni tra il 1950 ed il 1960 era stata acquisita la raccolta delle opere relative della Scultura viggiutese dell’Ottocento, collocate, dal 2008, nell’ex orangerie di Villa Borromeo.
Nel 1960 ha acquisito la donazione dello scultore Giacomo Buzzi Reschini costituente la parte principale della raccolta dedicata agli Artisti Viggiutesi del Novecento; cui nel 1988 si è aggiunta la donazione dello scultore Nando Conti.
Nel 1995 è stata aggiunta la sezione dedicata all’attività degli scalpellini, Museo dei Picasass, collocata, dal 2005, nella ex scuderia di Villa Borromeo. Il Museo e le sue raccolte, sono di proprietà del Comune di Viggiù.

Nel parco Butti, sede principale delle raccolte museali, trovano la loro collocazione il Museo Gipsoteca Enrico Butti, nucleo storico del complesso, la raccolta degli Artisti viggiutesi del Novecento e la casa studio di Enrico Butti.
La gipsoteca dello scultore viggiutese Enrico Butti espone oltre a circa 80 modelli in gesso dell’artista, la sua produzione pittorica. Gli spazi espositivi si articolano in 6 sale che permettono una panoramica esaustiva sull’attività artistica del Butti. Tra le opere esposte ricordiamo: il modello del monumento ad Alberto da Giussano, quello per il monumento milanese a Giuseppe Verdi, quelli dei monumenti ai caduti di Varese, Gallarate e Viggiù oltre agli studi per numerosi monumenti funebri collocati al Cimitero Monumentale di Milano.
Nel vicino padiglione, che ospita il Museo degli artisti viggiutesi del Novecento, in 4 ambienti contigui, sono collocate le opere degli scultori Giacomo Buzzi Reschini, Nando Conti, Ettore Cedraschi, Enrico Rusconi, Luigi Bottinelli, Gottardo Freschetti e Vincenzo Cattò; la collezione conta oltre 400 modelli in gesso.
L’ultimo edificio del complesso museale è la Casa studio di Enrico Butti, costruzione eclettica degli inizi del Novecento, nella quale si trovavano l’abitazione e lo studio dell’artista. Dopo una ristrutturazione degli anni ’80, nell’ex studio, sono stati ricavati spazi espositivi per mostre temporanee.
Nella sede distaccata di Villa Borromeo, nell’ex orangerie ha sede il Museo della Scultura Viggiutese dell’Ottocento dove sono esposte opere di Luigi e Giuseppe Buzzi Leone, Antonio e Angelo Bottinelli, Antonio e Giosuè Argenti, Stefano Butti; la raccolta conta oltre 200 opere.
Nell’attigua ex scuderia ha invece sede la raccolta etnografica denominata Museo dei Picasass che racconta la storia di tutte le professioni e le attività collegate alla cavatura e lavorazione della pietra, principale risorsa economica viggiutese tra il 1500 e la metà del Novecento.

Dal 2007 gli spazi del comune dedicati all’arte sono stati incrementati con l’inaugurazione del museo dell’Ottocento viggiutese. La nuova rassegna artistica ha trovato spazio nell’orangerie di villa Borromeo, nel centro storico cittadino, a pochi passi dal museo dei Picasass.
Lo spazio espositivo è stato dedicato a quella schiera di illustri e validi scultori che si sono distinti nel panorama artistico italiano a cavallo tra Otto e Novecento.
Le opere, esposte sino a metà degli anni ‘90 nel museo degli artisti viggiutesi, dopo la trasformazione dello stesso in sede del museo dei picasass, giacevano dimenticate, in attesa di nuova destinazione, al secondo piano di Casa Butti. Grazie a questa iniziativa sono tornati alla luce capolavori pregevoli come il “Monumento al cacciatore delle Alpi”, “Terrore”, “Le prime rose”, “Ritratto di Felice Argenti” e molte altre.
Nell’orangerie sono raccolte circa ottanta opere, dai piccoli bozzetti del validissimo Giuseppe Buzzi Leone, rappresentanti animali, il busto ritratto in gesso di Felice Argenti di Stefano Butti, a quello del monumento ai Cacciatori delle Alpi di Luigi Buzzi Leone.

All’interno del Museo della scultura viggiutese dell'Ottocento, costruito negli anni ’60 per volere della vedova dello scultore Giacomo Buzzi Reschini (1881-1962) e situato nel parco Butti sono esposte, oltre a numerosi modelli in gesso dell’artista citato, anche opere di artisti quali: Vincenzo Cattò (1878-1938), Gottardo Freschetti (1906-1979), Ettore Cedraschi (1909-1996), Luigi Bottinelli (1882-1958), Luigi Buzzi Leone (1823-1909) e Nando Conti (1906-1960).Nello spazio del museo si contano quattro ambienti: la sala III, alla sinistra, dedicata alle opere dello scultore Conti cui l’associazione Amici dei Musei Viggiutesi, ha iniziato la pubblicazione di una monografia cura di Marina degl’Innocenti che per la prima volta, assegna una datazione precisa a molte sculture inedite, oltre che alle sue opere più famose e celebrate.
Le due sale centrali (I e II) nelle quali spicca l’opera più rappresentativa dell’arte di Buzzi Reschini: il gruppo monumentale “Il bene che atterra il male” sono dedicate al maestro, e permettono di analizzare il complesso approccio dell’artista alla realizzazione di grandi monumenti.
Infatti si possono vedere piccoli modelli d’insieme dei monumenti nei quali prevale il lato della composizione architettonica ed il successivo sviluppo delle parti propriamente scultoree degli stessi. Recentemente si è iniziato un restauro complessivo della raccolta per riportarla alle cromie originali.
La sala di destra (IV) raccoglie invece le opere di Bottinelli, Cattò, Cedraschi, e Freschetti tra cui si segnala il modello in gesso per la testa del Battista la cui traduzione marmorea si trova nella chiesa parrocchiale viggiutese.

Il Museo dei picasass nasce agli inizi degli anni ottanta del secolo scorso, nell'ambito del piano di riorganizzazione del Museo Butti. Tale progetto fu realizzato al fine di evitare che, con la scomparsa degli ultimi scalpellini e con la chiusura delle cave e delle ultime botteghe, andassero perse importanti documentazioni relative all'estrazione e alla lavorazione della pietra. Nel 1983, nella casa studio di Enrico Butti, venne così allestita una prima esposizione sull'Arte dei “Picasass” che, con l'ausilio di bacheche e di tabelloni, illustrava le fasi salienti di quell'antico mestiere. Visto il buon esito della manifestazione si organizzò un simposio al quale presero parte gli ultimi scalpellini di Viggiù e, si chiese loro, in vista di un allestimento permanente, di donare al Museo Butti gli attrezzi per la lavorazione della pietra, utilizzati durante la loro attività lavorativa. La richiesta ebbe un forte riscontro: numerose donazioni vennero effettuate a favore del Museo e si cominciò a costituire il primo nucleo del Museo dei “Picasass”. Le donazioni di utensili e di materiali continuarono nel tempo. Si creò così un notevole patrimonio di testimonianze, che fece sì che nel padiglione degli Artisti Viggiutesi, presso il Museo Butti, entro i primi mesi del 1995, venisse allestita la Mostra Permanente dei “Picasass”. L'evento ebbe una risonanza particolare a livello locale, regionale e anche nel vicino Canton Ticino. In questa occasione, inoltre, venne presentato il libro “PICASASS: Storia del mestiere e degli uomini che hanno fatto la storia di Viggiù”. Alcune parti di questa Mostra Permanente vennero esposte a Como, alla Fiera di Milano e a quella di Busto Arsizio, in concomitanza a mostre sui materiali lapidei. La mostra, nel settembre del 2000, venne allestita anche in Villa Recalcati, sede della Provincia di Varese, in occasione della visita del Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi, con l'intento di presentare le caratteristiche della millenaria tradizione viggiutese della lavorazione della pietra. In seguito, grazie al tenace impegno del Conservatore Prof. Nino Cassani, la mostra venne spostata definitivamente presso Villa Borromeo ed allestita nella bellissima ex scuderia, dove venne ampliata ed aggiornata con nuovo materiale documentario fotografico e con sculture provenienti dai cimiteri locali.


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domenica 14 giugno 2015

IL DUOMO NUOVO DI BRESCIA

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La nuova Cattedrale dedicata all’Assunta, la cui costruzione occupò circa due secoli, venne realizzata sull’area della chiesa paleocristiana di San Pietro de Dom della quale rimangono pochissime testimonianze. La vecchia cattedrale aveva sviluppo longitudinale, divisa in tre navate da ventotto colonne forse provenienti da edifici romani. Quattro di queste colonne furono riutilizzate, dopo la demolizione della chiesa, due per il portale del Broletto che si affaccia sulla piazza e due per il portale della chiesa di Santa Maria della Carità in via Musei. Più volte rimaneggiata durante i secoli la Cattedrale di San Pietro nel XVI secolo minacciava rovina al punto che nel 1599 Brescia ne decretò la demolizione La posa della prima pietra venne compiuta dal vescovo Marino Giorgi (o Zorzi) il 12 maggio 1604. La nuova Cattedrale mutato il titolo in Santa Maria Assunta, fu costruita - cominciando dal pilore est del lato nord - su progetto del bresciano Giovan Battista Lantana, presto sostituito da quello del barnabita milanese Lorenzo Binago che mutò profondamente il disegno primitivo. I lavori procedettero con una certa alacrità nel primo trentennio del Seicento per poi rallentare dalla metà del secolo. Col Settecento un rinnovato impulso viene dato alla fabbrica dal cardinale Angelo Maria Querini che, insieme ai lavori murari, dotò la chiesa di suppellettili e dipinti di grande pregio fatti eseguire a Roma. In questo periodo, in una girandola di consulenze affidate a nomi celebri come Andrea Pozzo, Giorgio Massari e Filippo Juvarra, il tempio fu portato a compimento (ad eccezione della cupola) seguendo i disegni prima di Giovan Battista e Antonio Marchetti, che si succedettero nel corso del secolo alla direzione dei lavori. Il compimento della cupola nel 1825 segna la conclusione della fabbrica che fu consacrata quasi un secolo dopo, il 4 luglio 1914 dal vescovo Giacinto Gaggia. Durante il secondo conflitto mondiale, il 13 luglio 1944, la copertura in rame e la struttura lignea della cupola, colpiti da uno spezzone incendiario, presero fuoco diventando uno dei simboli più drammatici dei bombardamenti che martoriarono la città. I necessari lavori di restauro furono compiuti nell’immediato dopoguerra.

L’esterno in marmo bianco di Botticino, è scandito da alte paraste corinzie che ripropongono lo stesso ritmo dell’interno. La zona dell’abside è decorata con due nicchie entro le quali sono poste le statue dei Santi Faustino e Giovita patroni di Brescia, scolpite da Antonio e Carlo Carra (1673) che hanno eseguito anche la statua di San Giovanni Battista, posta sopra la porta laterale del fianco nord. L’imponente mole della cupola (la terza per grandezza in Italia dopo quella di San Pietro e di Santa Maria del Fiore) fu realizzata su disegno dell’architetto milanese Luigi Cagnola tra il 1815 e il 1825, riprendendo, semplificata nelle sue forme neoclassiche, l’idea già proposta da Antonio Marchetti. Otto alte finestre con timpano triangolare si aprono nel tamburo, scompartito da colonne binate che, avanzando, fungono da punti di forza per i costoloni della calotta. La lanterna presenta la stessa alternanza di finestre (qui arcuate) e di colonne che concludono il movimento ascensionale della struttura nella doppia croce posta all’apice. La realizzazione della facciata occupò gran parte del XVIII secolo. La parte inferiore fu realizzata su disegno di Giovanni Antonio Biasio, mentre il registro superiore, con il coronamento del timpano si deve ad Antonio Marchetti. Il portale, invece, realizzato su disegno di Giovan Battista Marchetti, accoglie nel timpano ricurvo spezzato, entro un ovato, il Busto del cardinale Angelo Maria Querini, opera di Antonio Calegari (Brescia 1699-1777) autore anche delle figure della Fede e della Carità, poste sul frontone della finestra del registro superiore. Le statue che ornano il timpano raffigurano: al centro il gruppo della Vergine portata in cielo dagli Angeli fiancheggiato a sinistra da San Pietro e a destra da San Paolo, opere modellate da Giovan Battista Carboni (Brescia 1723ca-1790) ma eseguite dal bergamasco Pier Giuseppe Possenti (Bergamo 1750- Milano 1828) nel 1792; le due statue estreme, a sinistra San Giovanni evangelista e a destra San Giacomo apostolo, sono invece opera di un non meglio noto Citerio di Como.

L’interno, a pianta quadrata nella quale è iscritta una croce greca che si prolunga in un braccio nel profondo presbiterio, è aggregato attorno all’ampio volume della cupola. Domina un’impressione di spoglia solennità: alti pilastri scanalati in stile corinzio ritmano tutta la struttura della chiesa e otto colonne binate sostengono la cupola, aggiungendo profonde variazioni chiaroscurali al sottile gioco alternato della pietra di Botticino e dei setti murari intonacati di bianco. Sull’alto cornicione con fregio a girali vegetali si impostano le volte a pieno centro marcate da archi in pietra decorati con motivi a cassettoni e si aprono le grandi finestre che conferiscono grande luminosità all’interno del tempio. I pennacchi della cupola sono decorati con medaglioni ovali entro i quali trovano posto le figure dei quattro evangelisti con i loro simboli: Matteo e Marco sono opera di Giovan Battista Carboni, mentre Luca e Giovanni sono opera di Santo Calegari il giovane (Brescia 1722-1780) e furono realizzati nel corso degli anni Settanta del Settecento. Al di sopra del cornicione si imposta il tamburo scompartito da pilastri corinzi binati e da otto grandi finestre.La calotta, infine, è decorata con cassettoni ottagoni centrati da rosette che, degradando verso l’alto, aumentano il senso di verticalità della struttura.
Nella cattedrale si trovano due organi a canne monumentali: l'organo Mascioni Opus 898 (1968) e l'organo Tonoli-Porro (1855), collocati rispettivamente nella cantoria in cornu Evangeli e in cornu Epistulæ, entrambi entro delle casse in stile neoclassico.

L'organo Tonoli fu costruito nel 1855 ad unico manuale (il secondo fu aggiunto nel 1880) in sostituzione di un organo precedente del 1750; lo strumento fu notevolmente ampliato nel 1906 da Diego Porro ed è stato oggetto di un accurato restauro di Gianluca Chiminelli nel 2005-2006.









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venerdì 12 giugno 2015

LE CHIESE DI BRESCIA

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La basilica di San Salvatore è il cuore dell'antico monastero longobardo, fu edificata nel 753 per volere del duca di Brescia Desiderio, futuro re longobardo, e di sua moglie Ansa. Caratterizzata dal contemporaneo utilizzo di stilemi longobardi e motivi decorativi classici e bizantini, rappresenta uno dei maggiori esempi di architettura religiosa altomedioevale. La basilica si presenta a tre navate ed ha un transetto a tre apsidi. È presente anche una cripta, anch'essa a tre apsidi. Ampliata nei secoli successivi, conserva al suo interno diverse opere d'arte, tra cui le Storie di sant'Obizio dipinte dal Romanino e le Storie della Vergine e dell'infanzia di Cristo di Paolo da Caylina il Giovane.
La chiesa di Santa Maria in Solario è stata costruita verso la metà del XII secolo come sacello interno al monastero, è a base quadrata e si articola su due livelli interni. Il piano inferiore è coperto da quattro volte a crociera sorrette al centro da un'antica ara romana, mentre l'aula superiore è coperta da una cupola emisferica e presenta, scavate nella muratura est, tre piccole absidi. Conserva all'interno pregevoli affreschi di Floriano Ferramola, eseguiti all'inizio del Cinquecento, e due fra i più importanti pezzi del tesoro dell'antico monastero: la Lipsanoteca di Brescia (composta da un piccolo scrigno d'avorio, risalente al IV secolo) e la Croce di Desiderio (realizzata in argento e lamina d‘oro, tempestata da 212 gemme preziose).
Il coro delle monache è compreso tra la basilica di San Salvatore e la chiesa di Santa Giulia, è stato costruito tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento come coro per San Salvatore. L'edificio si sviluppa su due livelli: il piano inferiore costituisce l'antico sagrato coperto previsto per accedere a San Salvatore. Il piano superiore è invece il coro vero e proprio, formato da un ambiente coperto da una volta a botte, collegato a est con San Salvatore tramite tre piccole finestre dotate di grata, a ovest con Santa Giulia tramite un arcone. L'interno del coro è interamente ricoperto da affreschi eseguiti dal Ferramola e dal Caylina, e vi sono esposti diversi monumenti funerari di età veneta, tra cui il Mausoleo Martinengo, uno dei massimi capolavori della scultura rinascimentale bresciana.
La chiesa di Santa Giulia è stata costruita tra il 1593 e il 1599. La facciata è in marmo di Botticino, decorata da un doppio ordine di lesene di ordine corinzio, divisi da un ricco fregio marmoreo e connessi ai fianchi da volute. All'interno, la chiesa presenta una spaziosa navata unica coperta con volta a botte costolonata. Nella chiesa non rimane alcun arredo sacro o decorazione. Gli affreschi che originariamente ricoprivano ogni superficie sono quasi tutti scomparsi e ne rimangono poche tracce sulle pareti delle cappelle laterali e sulla volta. Scomparsi anche tutti gli altari laterali. Benché annessa al monastero, non rientra nel percorso di visita del Museo di Santa Giulia ed è adibita a sala conferenze.

Il Duomo vecchio, ufficialmente concattedrale invernale di Santa Maria Assunta, è la concattedrale di Brescia, titolo che divide con l'adiacente Duomo nuovo. Costruito a partire dall'XI secolo sopra una precedente basilica, ha subito più di un ampliamento nel corso dei secoli ma ha conservato intatta l'originale struttura romanica, che ne fa uno dei più importanti esempi di rotonde romaniche in Italia. La cattedrale contiene anche numerose e importanti opere, fra le quali spiccano un sepolcro di Bonino da Campione, l'organo di Giangiacomo Antegnati, il sarcofago marmoreo di Berardo Maggi e il ciclo di tele del Moretto e del Romanino realizzato per la cappella del Santissimo Sacramento della Basilica di San Pietro de Dom e qui trasferite dopo la sua demolizione. Di grande importanza è anche la cripta, risalente al VI secolo ma restaurata nell'VIII secolo.

La chiesa di San Francesco d’Assisi sorge su un terreno donato dal comune di Brescia ai frati francescani, come ringraziamento per aver pacificato dei dissidi interni al comune. Alla chiesa è affiancato un antico convento francescano risalente al Trecento, da sempre abitato dai Frati Minori Conventuali, e sede del loro Postulato per il Nord Italia.

La chiesa conserva un importante tesoro, non esposto al pubblico, composto da vari oggetti liturgici antichi legati alla storia del monastero. Spicca, all'interno della collezione, la Croce di San Francesco, grande opera di oreficeria di inizio Cinquecento di Giovanni Francesco delle Croci.

La chiesa di San Faustino in Riposo o chiesa di Santa Rita dalla caratteristica forma esterna a cono, fu costruito nel XII secolo come santuario votivo sul luogo dove, per tradizione, avevano sostato, "riposato" le salme dei santi patroni Faustino e Giovita durante la loro traslazione. Il vicoletto sul fondo del quale è visibile l'esterno dell'edificio rappresenta uno dei tanti, affascinanti scorci della Brescia medievale, solitamente poco noto ai più e sempre motivo di meraviglia alla prima veduta.

La struttura originaria dell'edificio si colloca attorno all'VIII-IX secolo, quando era presente la primitiva cappella. Durante il XII secolo l'edificio fu distrutto da un incendio e si procedette quindi alla costruzione del santuario ancora oggi presente.

La chiesa di Santa Maria del Carmine molto importante all'interno del panorama religioso della città, diede il nome al quartiere medievale che la circonda, che ancora oggi è chiamato Quartiere Carmine, forse il più caratteristico e pittoresco della città, sempre sotto accusa per le sue scarse condizioni igieniche e di sicurezza sociale, oggi molto degradato a causa dell'immigrazione. I chiostri del convento ospitano la biblioteca dell'Università degli Studi di Brescia.

La chiesa del Santissimo Corpo di Cristo, nota anche come chiesa del Santo Corpo di Cristo o chiesa di San Cristo fu costruita nella seconda metà del Quattrocento, fa parte del vasto monastero annesso giunto intatto fino a noi, comprendente tre chiostri.

Completamente affrescata nel corso del Cinquecento da Benedetto da Marone e in seguito ampliata e arricchita da Pietro Maria Bagnadore, la chiesa è solitamente definita come la Cappella Sistina di Brescia, viste le affinità scenografiche con l'opera di Michelangelo nella Cappella Sistina romana. Chiesa e monastero sono oggi gestiti dai Padri Saveriani.

La Chiesa di Santa Maria dei Miracoli fu edificata dopo la peste che aveva afflitto la città tra il 1480 e il 1484, si diffuse a Brescia la notizia che un affresco votivo raffigurante una Madonna col Bambino dipinto in facciata a una casa lungo il corso del quartiere di San Nazaro aveva poteri miracolosi. Sull'onda del fervore religioso popolare, il Comune avviò nel 1486 le trattative per l'acquisto della casa. Nel 1488 fu finalmente inaugurato il cantiere del primitivo santuario, costituito da una parte degli interni della chiesa e, soprattutto, dalla maestosa facciata in marmo cesellato, la cui esecuzione è probabilmente da attribuire alla bottega dei Sanmicheli, da poco insediatisi in città, forse proprio in concomitanza con l'ottenimento di questa eccezionale commessa, e all'epoca unica bottega di scultori attiva a Brescia in grado di operare su un manufatto di livello tecnico e culturale così elevato.

La chiesa di San Giuseppe è situata in vicolo San Giuseppe, a nord di piazza della Loggia.
Il 22 febbraio 1515 gli osservanti minori francescani acquisirono due case nel cuore artigianale e commerciale di Brescia, la Curia dei Fabii. Questa era in parte occupata da case degradate, orti, sedimenti, ospizi, nonché dal postribolo pubblico. Brescia e Venezia avevano da tempo avviato l'opera di ristrutturazione abbellimento e risanamento del tessuto urbano: questa vedeva la sua massima espressione nell'apertura della vicina Piazza Grande e nella costruzione dei monumentali edifici che la circondavano. La collaborazione con l'ordine degli Osservanti ed il loro insediamento nella Curia dei Fabii avrebbe favorito l'organizzazione e la normalizzazione della vita sociale e l'allontanamento della prostituzione e delle attività illecite dal centro della città. Contavano inoltre di usufruire della tradizionale predicazione dell'Ordine contro l'usura, piaga contro la quale il Comune aveva istituito fin dal 1490 il Monte di Pietà.

La chiesa dei Santi Faustino e Giovita, nota anche come chiesa di San Faustino Maggiore, è la chiesa patronale della città di Brescia e, per questo motivo, è il più importante edificio di culto cittadino dopo le cattedrali, il Duomo vecchio e il Duomo nuovo.

La chiesa, legata all'attiguo monastero fondato nel IX secolo dal vescovo Ramperto, affonda le proprie origini in un edificio risalente forse all'VIII secolo, che ha visto nel corso dei secoli numerosi ampliamenti e ricostruzioni, in particolare l'intervento seicentesco, che ha comportato un rinnovo radicale della struttura e delle decorazioni.

La chiesa conserva estesi affreschi barocchi, in particolare quello della navata maggiore di Tommaso Sandrino e quello del presbiterio, l'Apoteosi dei santi Faustino, Giovita, Benedetto e Scolastica di Giandomenico Tiepolo. Notevoli opere d'arte pittorica sono poi la Natività di Gesù di Lattanzio Gambara, la Deposizione di Cristo di Sante Cattaneo e lo stendardo del Santissimo Sacramento dipinto dal Romanino. Tra le altre opere artistiche spicca invece l'arca sepolcrale dei due santi titolari. Un tempo nella chiesa e ora al museo di Santa Giulia sono il trittico di sant'Onorio e il celebre gallo di Ramperto.


Il Duomo nuovo, o più correttamente cattedrale estiva di Santa Maria Assunta, è la chiesa principale di Brescia, situata in piazza Paolo VI, già piazza del Duomo. Fu eretta tra il 1604 e il 1825 sull'area in cui sorgeva la basilica paleocristiana di San Pietro de Dom (V-VI secolo).

La storia della cattedrale ha inizio nel 1603, quando Agostino Avanzo rileva l'antica basilica paleocristiana di San Pietro de Dom, per ottenere una visuale completa dell'area disponibile alla realizzazione di un nuovo edificio religioso. La vecchia basilica, ormai in condizioni pericolanti, doveva essere sostituita da una nuova cattedrale, più idonea alle nuove esigenze architettoniche dettate dalla Controriforma e più in linea con le architetture dell'epoca. Agostino Avanzo presenta un primo progetto del Duomo, un ibrido fra il manierismo e il classicismo: pianta a croce latina, con tre navate e transetto, altari laterali sporgenti e grande cupola centrale. Quest'ultima, in particolare, si impose fin dalle primissime idee sul progetto e accompagnerà il cantiere nei secoli come una specie di grande aspirazione comune, voluta e, in fondo, sognata da tutti gli architetti che vi lavoreranno.

La chiesa di Santa Maria della Carità, conosciuta anche come chiesa del Buon Pastore poiché retta fino al 1998 dall'adiacente monastero omonimo, impostata su una caratteristica pianta ottagonale, ospita un notevole apparato decorativo barocco e alcune opere, anche scultoree, degne di nota

La chiesa viene edificata a partire dal 1640 su progetto dell'architetto Agostino Avanzo per volere del sacerdote Pietro Franzoni, superiore del Pio Istituto delle Penitenti, e grazie al contributo economico della popolazione: il cantiere durerà fino al 1655. Il nuovo edificio si sovrappose al precedente, dedicato alla Maria Maddalena, con il ben preciso scopo di accogliere al suo interno una fedele riproduzione della Santa Casa di Nazaret, custodita nel Santuario della Santa Casa a Loreto, riproduzione che vi fu difatti posta nel 1658. Già nel 1654, comunque, la chiesa aveva ricevuto al suo interno il miracoloso affresco della Madonna della Carità, opera della fine del Quattrocento-inizio Cinquecento originariamente posta nel cosiddetto monastero di San Girolamo, retto dalle suore carmelitane, oggi ex Caserma Randaccio in via Lupi di Toscana[1]. Del santuario precedente si mantennero i due altari laterali e le relative pale, che furono ricollocati nella nuova chiesa e che ancora oggi sono presenti.

La chiesa di San Giovanni Evangelista è una delle chiese più antiche della città e fa da prezioso scrigno a prestigiose opere d'arte, soprattutto pittoriche, fra le quali spicca la Cappella del Santissimo Sacramento con affreschi e tele dei pittori Romanino e Moretto.

La chiesa di Santa Maria della Pace appartiene alla Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri.
La fondazione della chiesa di Santa Maria della Pace, nella prima metà del Settecento, si pone al centro di un periodo di grande rinnovo e fervore religioso a Brescia dovuto alla rinascita economica e sociale della città dopo l'epidemia di peste del 1630, in larga parte favorito dall'operato del vescovo Angelo Maria Querini che venne a capo della diocesi di Brescia nel 1728. Nello stesso periodo, anche il cantiere del Duomo nuovo si riapriva, dopo anni di abbandono. La fondazione della chiesa si deve ai Padri Filippini che, nel 1686, lasciano il convento della chiesa di San Gaetano e si trasferiscono in un palazzo vicino alla Torre della Pallata, dove viene aperto un nuovo oratorio. Il primo accenno alla chiesa viene fatto in un verbale della Congregazione Universale datato 10 luglio 1697, dove viene registrata la scelta comune, messa ai voti, di edificare il nuovo luogo di culto.

La chiesa dei Santi Nazaro e Celso, ricostruita integralmente nella seconda metà del Settecento sulla base di un edificio molto più antico, è oggi un grande esempio di architettura neoclassica unitaria a Brescia e una delle più grandi chiese della città. Contiene numerose e preziose opere d'arte, fra le quali spicca il Polittico Averoldi, capolavoro giovanile di Tiziano.

Il cimitero monumentale di Brescia o Vantiniano è il grande cimitero del comune lombardo. Realizzato sul campo santo del 1813, fu l'opera prima di Rodolfo Vantini.





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venerdì 22 maggio 2015

IL CIMITERO MONUMENTALE DI BUSTO ARSIZIO

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Il cimitero monumentale di Busto Arsizio è uno dei tre attuali cimiteri della città, oltre a quelli di Borsano e di Sacconago. È situato all'inizio di via Favana, strada che prende il nome da una cascina che si trova sul suo percorso.

Alla fine del XIX secolo, il campo santo precedente, situato appena fuori dai confini dell'antico borgo (in prossimità della chiesa di San Gregorio in Camposanto), divenne troppo piccolo, nonostante l'ampliamento del 1825. Si rese pertanto necessaria la costruzione di un nuovo cimitero per la città di Busto Arsizio.

L'attuale cimitero monumentale fu progettato dall'ingegner Ercole Seves sul modello del cimitero di Milano di Carlo Maciachini. Venne edificato in un luogo allora lontano dall'abitato, all'incrocio tra la via per Lonate e la via Corbetta. Fu inaugurato nel 1894.

Circa trent'anni dopo si rese necessario il primo ampliamento, progettato dall'architetto Franco Poggi: la superficie quasi raddoppiò. L'area cosiddetta dei patii è stata progettata dall'architetto Luigi Ciapparella negli anni settanta del secolo scorso. Il completamento di tale ampliamento è previsto a breve.

Nel frattempo anche la città è cresciuta e il nuovo quartiere sorto intorno alla chiesa di Santa Maria Regina ha circondato l'area cimiteriale. Per tale ragione, non sono possibili ulteriori ampliamenti.

Il cimitero monumentale è un vero e proprio museo dell'architettura e della scultura del XX secolo. Tra le opere più interessanti dal punto di vista artistico si possono annoverare il mausoleo Ottolini progettato dall'architetto marnatese Camillo Crespi Balbi per la famiglia proprietaria del cotonificio Bustese, la piramide Tosi-Xeconti (oggi Comerio) di Amedeo Fontana e l'edicola Radice (1919) dell'architetto teramano Silvio Gambini.

La valenza artistica del patrimonio custodito tra le mura del cimitero è stata anche messa in evidenza attraverso una mostra fotografico–didattica dal titolo "Storia & Arte nei cimiteri di Busto Arsizio", curata da Gian Franco Ferrario ed allestita a Palazzo Marliani-Cicogna nei mesi di febbraio e marzo del 2008. Nel dicembre dell'anno successivo è stato organizzato dall'amministrazione comunale un itinerario dal titolo "Il Liberty nell'arte funeraria" volto alla scoperta dei piccoli capolavori architettonici e dei monumenti presenti, testimonianze di tale stile architettonico.

Busto Arsizio è stato il primo comune lombardo e il secondo in Italia dopo Novara nel quale è stato applicato il D.P.R. 10/09/1990 n. 285 sulla sepoltura dei bambini non nati  che in mancanza di esplicite richieste sarebbero smaltiti insieme ai rifiuti ospedalieri. L'associazione "Difendere la vita con Maria", che a Busto Arsizio ha avuto la sua prima sede a livello nazionale, è presente in 13 regioni italiane e si fa carico di tutti i costi.

I primi sette funerali vennero celebrati dall'allora decano monsignor Claudio Livetti il 29 settembre del 2000 insieme a don Maurizio Gagliardini, presidente dell'associazione.

Da quel momento, ogni ultimo venerdì del mese vengono seppelliti, attraverso un'inumazione collettiva, i feti abortiti in modo spontaneo o volontario. I bambini non nati sono sepolti nel campo 21, sul retro della chiesa posta al centro della zona vecchia del cimitero.



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lunedì 27 aprile 2015

VILLA PANZA A VARESE

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Circondata da un magnifico giardino all'italiana, Villa Menafoglio Litta Panza di Biumo è stata costruita alla metà del XVIII secolo per volontà del marchese Paolo Antonio Menafoglio e ampliata in epoca neoclassica dall'architetto Luigi Canonica, su incarico del duca Pompeo Litta Visconti Arese.
La villa è celebre nel mondo per la collezione d'arte contemporanea che Giuseppe Panza di Biumo vi ha raccolto a partire dagli anni '50. Nei saloni e nelle grandi scuderie, sono oggi esposte oltre cento opere di artisti contemporanei, oltre a ricchi arredi del periodo che va dal XVI al XIX secolo e ad un'importante raccolta di arte africana e precolombiana.

Nel 1748 il marchese Paolo Antonio Menafoglio acquistò dei terreni sul colle di Biumo Superiore, fece innalzare dei grandi muri perimetrali, che furono in seguito riempiti di terra, e sulla sopraelevata così ottenuta fece erigere la sua villa: un grande fabbricato a tre piani, a forma di U, aperto verso un ampio giardino all'italiana (con elementi spontanei), quasi sospeso sopra la città di Varese, unito con un ponte all'altrettanto sontuoso parco confinante delle Ville Ponti.

L'abitazione era stata essenzialmente concepita come una "villa di delizia", atta cioè non ad essere la residenza del proprietario, ma bensì un luogo dove organizzare ricevimenti ed eventi mondani. In effetti, lo spazio riservato alla servitù era molto ridotto.

La mala gestione delle finanze spinse i Menafoglio, nel 1823, a cedere la villa al patrizio milanese Pompeo Litta Visconti Arese, che a partire dal 1829 diede incarico all’architetto Luigi Canonica di ampliare il fabbricato, probabilmente in vista della sua elevazione al rango ducale (titolo che gli sarebbe stato conferito nel 1832 dall’imperatore d’Austria Francesco II).

I lavori si protrassero all’incirca tra il 1829 e il 1831. Canonica ricavò dai rustici le nuove scuderie e le rimesse per le carrozze, determinando un allargamento della piazza di fronte all'ingresso principale del fabbricato (oggi Piazza Litta). Egli disegnò, inoltre, un nuovo fabbricato a un solo piano, a pianta rettangolare resa ovale scantonando gli angoli per mezzo di colonne, destinato a ospitare la grande e sontuosa sala da pranzo, noto come ‘salone impero’. All’architetto sono ascrivibili molti elementi della sala, inclusi la stufa, il disegno del pavimento, le console e tutti gli elementi di raccordo architettonico. In sostanza, Canonica trasformò la "villa di delizia" dei Menafoglio in una dimora signorile.

Nel 1956 il nuovo proprietario della villa, il conte Giuseppe Panza di Biumo, appassionato di arte contemporanea (soprattutto americana), iniziò a raccogliere nella villa un'ampia collezione di questo tipo di arte. In particolare invitò celebri artisti suoi contemporanei a trasformare alcune stanze della villa (specie nell'area dei Rustici) in altrettante opere d'arte ambientale: si possono tuttora ammirare le opere di arte ambientale create, tra gli altri, da Dan Flavin, James Turrell e Robert Irwin, appositamente per i locali della villa durante il soggiorno degli artisti in casa Panza.

Nella villa vera e propria raccolse invece opere quali tele monocromatiche e scultureminimaliste, opera degli artisti Phil Sims, David Simpson, Ruth Ann Fredenthal, Max Cole, Maria Nordman, Martin Puryear, Ford Beckman, Ross Rudell, Alfonso Fratteggiani Bianchi, Ettore Spalletti, Lawrence Carroll, Stuart Arends, Allan Graham, Winston Roeth. In totale sono raccolte cento opere di artisti contemporanei, armoniosamente accostate a preziosi arredi del XVI-XIX secolo ed esemplari di arte africana e precolombiana. Nel 1996 la villa entrò a far parte del patrimonio del Fondo Ambiente Italiano, a seguito della donazione dei proprietari Giuseppe e Rosa Giovanna Panza di Biumo (che si limitarono a mantenere il secondo piano come loro abitazione. Il FAI provvide ad effettuare i necessari restauri ed adeguamenti strutturali e, nel 2001, la villa fu aperta al pubblico. Nel 2013 riceve il certificato d'eccellenza da TripAdvisor.



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giovedì 23 aprile 2015

PERSONE DI LUINO : FRANCESCO CARNISI

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Francesco Carnisi (Luino, settembre 1803 – Luino, 23 maggio 1861) è stato un organaro italiano, figlio di Emanuele e Maria Caterina Primi.

Il censimento delle sue opere è tuttora in corso e mostra una straordinaria vitalità con presenze nel varesotto, nel comasco e nella bassa Valtellina. Per ora, non si hanno notizie d’organi costruiti dal Carnisi prima del 1837: questo può far pensare che, fino a tale data, il maestro luinese abbia praticato un periodo di apprendistato presso la bottega di un abile organaro. L’organo di Montegrino Valtravaglia (VA) sembra essere il suo primo strumento e ci dice poco sul suo costruttore, perché a inizio novecento è stato sistematicamente modificato nella sua natura. Lo stesso vale per lo strumento costruito per la chiesa di Cadero in Veddasca, posato nel 1843 e modificato in modo irrecuperabile nel 1955. Per entrambi gli strumenti, tuttavia, il materiale originale è di qualità eccellente. Morbegno sembra sia stata la sua ultima fatica. Vi era già stato nel 1850 per il restauro del Serassi della Collegiata e per S. Martino. Qui darà corso ad un nuovo restauro. La morte lo coglie il 23 maggio 1861 nella sua Luino. Una lettera del fratello e coerede Giacomo, aggiunto d’ordine del R. Tribunale di Como, richiederà alla fabbriceria di Morbegno il pagamento residuo per i lavori condotti a S. Martino.

Quello che emerge dagli strumenti del Carnisi, è una continua ricerca di miglioramento, soprattutto per quanto riguarda la parte meccanica, pur rimanendo fedele, nel complesso, ai canoni dell’organaria italiana dell’ottocento. Egli consigliava sempre la tastiera estesa, quando le fabbricerie erano disposte a spendere cifre più consistenti (l’uso delle ottave corte era dovuto, per la stragrande maggioranza dei casi, esclusivamente a motivi economici).

Il fatto che egli fu chiamato dai canonici del Duomo di Como a restaurare il prestigioso Antegnati, in un periodo nel quale, in Lombardia, erano attivi molti organari di valore, dimostra quanto il Maestro di Luino fosse riconosciuto e stimato nella sua epoca più di quanto oggi si possa immaginare. Organari sui quali si sono raccolte notizie anche più povere appaiono, a distanza di uno o più secoli, più trasparenti. Francesco Carnisi si circonda invece d’indefiniti contorni, sfugge ad un’analisi che non riguardi l’organaro e cerchi invece l’uomo (sappiamo che fece parte di una confraternita laica, la quale alimentò a lungo la pietà popolare luinese). Tra le sue prime opere di certa attribuzione e l’incondizionata fiducia accordatagli per interventi su organi di grande interesse storico passano pochi anni. Artisti anche più famosi attenderanno una vita prima di entrare in Cattedrali come quella di Como, illustrata dai più grandi nomi d’arte non solo lombarda. Si ha l’impressione che l’organaro appaia all’improvviso ed ottenga tutto in un tempo relativamente breve. Anche alla famiglia pensa quando è ormai entrato nella piena maturità. Il matrimonio fu celebrato nel 1849 ed egli si spegnerà lasciando i figli in età ancora tenera. Una figlia, nel 1855, gli morirà di tisi. In termini di pura supposizione si sarebbe indotti a pensare ad una giovinezza trascorsa oltralpe, ripetendo l’esperienza di altri organari varesini.



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mercoledì 22 aprile 2015

PERSONE DI LUINO : PIERO CHIARA

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Nacque il 23 marzo 1913 a Luino, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore. Figlio unico di Eugenio, doganiere, nato nel 1867 a Resuttano, nel cuore della Sicilia, e di Virginia Maffei, originaria del Vergante, che a Luino gestiva con il fratello Pietro un negozio di cesti e ombrelli, venne battezzato Pierino Angelo Carmelo.

Trascorse l’infanzia in una casa situata nei pressi del porto di Luino. In ambito scolastico manifestò presto gravi difficoltà, che in terza elementare si tradussero in una bocciatura, dovuta all’abitudine di evadere l’obbligo per bighellonare in campagna, sulle rive del lago o tra i banchi dell’animato mercato locale. L’anno successivo ottenne la promozione a patto che si ritirasse dalla scuola pubblica. Nell’autunno del 1923 entrò dunque nel severo collegio salesiano S. Luigi di Intra, dove resistette sino alla quinta, quando i genitori lo trasferirono al collegio De Filippi di Arona. Di nuovo respinto in seconda ginnasio, si impiegò come apprendista nella bottega di un fotografo luinese. Fallito quest’ultimo, si iscrisse all’istituto Omar di Novara, per diplomarsi perito meccanico. Abbandonò tuttavia il proposito e fece ritorno al paese natale, dove preparò da privatista gli esami per la licenza complementare, che ottenne nel giugno 1929. Maturava intanto un’avida passione per la letteratura, che lo portava ad alternare le biblioteche alle palestre, dove praticava pugilato e lotta per tonificare il fisico minuto.

Dopo aver soggiornato a Roma e a Napoli, ancora minorenne decise di emigrare in Francia. Abitò a Nizza e poi a Parigi, esercitando svariati mestieri. Rientrato nel 1931 a Luino, fu esentato dal servizio militare a causa della forte miopia. Si diede a una vita scioperata, fra carte e biliardo, con lunghi soggiorni a Milano, dove – oltre ai caffè – era solito frequentare le sale di lettura dell’Ambrosiana e di Brera.

Vinto un concorso nell’amministrazione della Giustizia per un posto di aiutante di cancelleria, nell’ottobre 1932 venne assegnato alla pretura di Pontebba; subito spostato ad Aidùssina, al confine iugoslavo, vi trascorse un duro inverno. Nell’aprile 1933 fu trasferito a Cividale del Friuli, dove trovò un ambiente stimolante, che lo spinse a ragionare criticamente sui precetti fascisti assimilati in precedenza. Sorpreso in piacevole compagnia sul luogo di lavoro, se la cavò con un periodo di aspettativa per motivi di salute, cui fece seguito nella primavera del 1934 la destinazione alla pretura di Varese.

In questa fase irrobustì con l’entusiasmo dell’autodidatta la sua preparazione culturale. Lesse Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, i romanzieri francesi e russi dell’Ottocento, ma anche Boccaccio e il Lazarillo de Tormes. Favorito dal tempo libero a disposizione, avviò qualche collaborazione con periodici locali, scrivendo soprattutto di arte.

Collezionò intanto avventure sentimentali, fino a che si invaghì, corrisposto, della giovanissima Jula Scherb, figlia di un illustre medico zurighese. La coppia regolarizzò la propria unione il 20 ottobre 1936 nella basilica di S. Ambrogio, a Milano, e si stabilì a Varese. Presto montò un crescendo di incomprensioni reciproche, che neppure la nascita del figlio Marco, nel luglio 1937, riuscì a interrompere. Chiara auspicava un radicale cambiamento di vita, che parve prender forma nell’estate del 1939, quando – ottenuto un visto per la Bolivia – si apprestò alla partenza per il Sudamerica. Ma lo scoppio della guerra lo costrinse a rinunciare al viaggio.

Dopo la breve chiamata alle armi, nonostante il suo disinteressamento alla politica, fu costretto a fuggire in Svizzera (1944) in seguito a un ordine di cattura emesso dal Tribunale Speciale Fascista per aver messo, il 25 luglio 1943 alla caduta del Fascismo, il busto di Mussolini nella gabbia degli imputati del tribunale in cui lavorava. In Svizzera visse in alcuni campi in cui venivano internati i rifugiati italiani. Finita la guerra, insegnò lettere al liceo italiano dello Zugerberg e l'anno dopo tornò in Italia.

Inizia un periodo di fervida inventiva e continua creatività.

Nel 1970 Piero Chiara ha un ruolo di attore in Venga a prendere il caffè da noi, film diretto da Alberto Lattuada e interpretato da Ugo Tognazzi, tratto dal suo romanzo del 1964 La spartizione, per il quale collabora anche alla sceneggiatura. Nello stesso anno prese parte sempre come attore allo sceneggiato Rai I giovedì della signora Giulia, tratto dal suo omonimo romanzo (parzialmente modificato nel finale), interpretando la parte del Pretore.

Il suo successo culmina nel 1976 con il capolavoro La stanza del vescovo che diventerà immediatamente un film di grande successo diretto da Dino Risi e interpretato anch'esso da Ugo Tognazzi, insieme a Ornella Muti.

Spesso appare come comparsa o recitando in piccole parti nei film tratti dai suoi romanzi, per esempio proprio come cancelliere del tribunale in La stanza del vescovo.

Morirà dieci anni dopo, a Varese, dopo aver anche ricoperto numerosi incarichi nel Partito Liberale Italiano anche a livello nazionale. Lo scrittore fu inoltre affiliato alla Massoneria nelle logge di Varese, Milano e Como.

Tre anni dopo la sua morte, un gruppo di amici, con il supporto degli enti locali del Varesotto, onorerà la sua memoria istituendo il Premio Chiara, un premio letterario rivolto a raccolte di racconti pubblicate in Italia e Svizzera italiana, cui saranno via via affiancate numerose iniziative a sfondo culturale.

Piero Chiara è il poeta delle piccole storie del "grande lago" che spesso fa da palcoscenico ai suoi brevi ed illuminanti racconti. Narra le piccolezze della vita di provincia con quello stile mai insipido, sempre venato di arguzia, di ironia, a tratti di un sottile e malinconico umorismo, e sempre capace di cogliere nel quotidiano l'essenza, ormai dimenticata, della vita.

Chiara dipinge i tratti della vita dell'alta Lombardia e dei cantoni svizzeri: una vita di frontiera, fatta di spalloni e contrabbandieri, briganti e fuggiaschi, ma soprattutto della piccola borghesia e di personaggi quotidiani.

Amante del biliardo e dell'ozio, molti personaggi saranno in parte autobiografici. Così scopriremo gli altarini del pretore di provincia o della moglie del commercialista che si fa curare dal medico del paese. Storielle ben narrate, che scorrono veloci tra le righe, talmente ben congegnate, che non ci persuadono non esser vere. Nei suoi libri non è importante solo la descrizione dei luoghi ma anche (e soprattutto) l'indagine psicologica dei personaggi, la capacità di metterne in evidenza vizi e virtù con un sorriso ironico, spregiudicato ma mai irrispettoso. Il segreto di Chiara è nella sua capacità di raccontare, nella scelta di argomenti anche "scabrosi" (l'omicidio, l'adulterio, l'ossessione erotica) senza mai cedere a compiacimenti volgari: Chiara descrive caratteri e situazioni, non indulge a cedimenti morbosi. Traspare dalle sue pagine un senso di nostalgia, ma anche la disincantata consapevolezza che il ritorno al passato non è realizzabile. L'amarezza dello scrittore emerge soprattutto nelle ultime opere, da "Il cappotto di astrakan" a "Vedrò Singapore?", fino al postumo "Saluti notturni dal Passo della Cisa", disillusa storia di provincia ispirata a un fatto di cronaca.

Chiara, oltre che uno scrittore di grande successo, fu uno dei più noti studiosi della vita e delle opere dello scrittore e avventuriero Giacomo Casanova. Pubblicò molti scritti sull'argomento che raccolse poi nel libro “Il vero Casanova” (1977). Curò, per Mondadori, la prima edizione integrale, basata sul manoscritto originale, dell'opera autobiografica del Casanova: Histoire de ma vie. Scrisse anche la sceneggiatura dell'edizione televisiva (1980) dell'opera di Arthur Schnitzler Il ritorno di Casanova.



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domenica 19 aprile 2015

IL CIVICO MUSEO PARISI VALLE A MACCAGNO

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Il Parisi-Valle di Maccagno è il “museo-ponte”. Un nome che deriva dalla struttura architettonica progettata da Maurizio Sacripanti che ha particolare valenza simbolica perché unisce Maccagno Superiore e Maccagno Inferiore, fino a quel momento divise dal fiume Giona. L'idea di fondare un museo così avveniristico a Maccagno, piccolo comune della provincia di Varese che conta soli 2200 abitanti, iniziò a prendere corpo nel 1977. Quando Giuseppe Vittorio Parisi, un artista nato a Maccagno nel 1915, una volta divenuto docente e operatore di ricerca visiva, tornò nel suo paese natale per una vacanza. Rimase talmente affascinato dall’ambiente che iniziò subito a dare corpo all’idea di creare un museo che fosse portatore già nella sua struttura di un messaggio culturale. Nel 1998 ne fu ultimata la costruzione e nel 1992 il "museo-ponte" ottenne il "Premio Nazionale IN/ARCH 1991-92 per un complesso edilizio direzionale, culturale e di servizio". Un riconoscimento prestigioso assegnato da una commissione giudicatrice composta dagli architetti Giuliano Gresleri, Sergio Lenci, Manfredi Nicoletti, Enzo Zacchiroli e Bruno Zevi. Particolarità dell’edificio è quella di riuscire a intrecciare elementi naturali (acqua, aria, cielo, alberi) e renderli materiali costruttivi dell'architettura. Il progetto di Maccagno di Sacripanti si collega ad altri celebri lavori dell’artista, tutti testimonianza del piacere per la mutazione, l'invenzione continua, l'oscillazione tra razionalismo e organicismo, l'incompiuto e la creazione aperta. La collezione permanete, donata da Parisi-Valle, comprende complessivamente 2085 opere, tra cui spiccano le firme di Guttuso, Balla e Birolli. In questi anni il museo non ha smesso di crescere e ha acquisito Morandini, Tadini, Rognoni, Longaretti. Ogni anno, inoltre, il museo ospita quattro o cinque mostre che portano i riflettori sulla struttura e allargano il respiro della collezione permanente.

Le 2085 opere presenti si dividono in 915 grafiche, 439 bidimensioni e 325 tridimensioni e rappresentano una gran parte della produzione artistica italiana intercorsa tra gli anni Trenta e Ottanta del secolo scorso.

Oltre alle opere di Parisi, rivolte all’arte informale e alle arti visive, il Museo espone disegni, dipinti e sculture di artisti dell’avanguardia artistica del calibro di Balla, De Chirico, Picasso, Fiume, Guttuso.

Numerose sono inoltre le manifestazioni culturali e artistiche che si susseguono durante tutto l’arco dell’anno, tra queste la manifestazione annuale “Acquisizioni”, in occasione della quale vengono presentate le nuove opere che verranno successivamente conferite al Civico Museo di Maccagno.







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