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domenica 28 giugno 2015

SALTRIO



Saltrio è un comune  della provincia di Varese che si può già definire montano, per scoprire la sua storia legata a martelli e scalpelli, gli attrezzi con cui “picasass”, ma anche grandi scultori come Pompeo Marchesi hanno portato la loro arte in giro per il mondo e un antico fossile a cui il paese ha dato il suo nome.

La collocazione geografica del comune, alle pendici dei monti Orsa e Sant’Elia e del monte Poncione d’Arzo si caratterizza come una lingua di terreno che rientra nel territorio svizzero.
Il paese, reso comune autonomo nel 1953 dopo un connubio durato sin dal 1928 con Viggiú, ha costantemente diviso la propria identitá tra la provincia di Como e quella, istituita nel 1927, di Varese, entrando a far parte di quest’ultima pur rimanendo nella Diocesi di Como fino al 1982, data di passaggio alla Diocesi Ambrosiana.
Derivato probabilmente dal latino saltus, con significato di “bosco”, il nome del paese sin dalle prime memorie storiche riporta alle attività estrattive della pietra calcarea, detta comunemente “pietra cenerina” a causa del colore grigio.
Attualmente le cave sono tutte abbandonate, mentre le maggiori attivitá economiche poggiano sul frontalierato verso la Confederazione Elvetica e su qualche attività artigiana.
Numerosi sono stati i Saltriesi, scalpellini, marmisti e ornatisti, che nel corso dei secoli hanno abbellito con la loro arte incisoria palazzi, basiliche romane e cattedrali, come il Duomo di Milano.
Cessata via via l’attività estrattiva, gli abitanti di Saltrio, specie a partire dalla fine dell’Ottocento, conobbero la via dell’emigrazione verso paesi stranieri, soprattutto verso gli Stati Uniti, sebbene dovesse di lì a poco iniziare il moto migratorio da altre regioni d’Italia verso Saltrio.
Attualmente, il fenomeno è stato assorbito dal frontalierato e la popolazione di Saltrio è per la maggior parte impiegata in Svizzera o nei centri vicini.

Essendo paese di confine fino alla fine degli anni 50 Saltrio annoverava fra i suoi abitanti molte persone addetta al trasporto del contrabbando di sigarette, caffè, zucchero.
Sulle pendici di monti Orsa e Poncione si possono vedere ancora oggi cave da cui nel passato si estraeva la famosa "Pietra di Saltrio" che veniva usata per la realizzazione di colonne, portali, scalini, etc.
Girando per Saltrio ancora oggi si possono vedere portoni di accesso alle corti decorate con tale pietra lavorata in modo più o meno artistico.

Mancano di Saltrio notizie storiche di qualche rilievo anche se la zona è comunque interessata da insediamenti di sicura antichità come dimostrano i molti ritrovamenti di epoca romana a Stabio, Ligornetto, Clivio, Viggiù, Arcisate (molte lapidi, monete, ecc.). Saltrio in particolare deve avere avuto una certa importanza per le sue cave di pietra, dato che la pietra di Saltrio si ritrova già usata nel rivestimento delle mura romane di Milano (datate circa al 32 - 27 a.C.).
E' una pietra calcare dal bell'aspetto grigio cenere, grana compatta. Il suo impiego perdura per tutto il medioevo, anche in luoghi lontani, come nel Chiostro di Piona (sul Lago di Como), alla Certosa di Pavia - ove la pietra dominante è tuttavia quella d'Angera, nel Duomo di Lugano, sino ad alcuni impieghi moderni nel cimitero di Staglieno a Genova ed al Monumentale a Milano.

Nel medioevo il paese gravitava sulla ricca pianura del Mendrisiotto, ove prendeva man mano importanza quella che sarà la "Strada d'Europa" collegante Milano con Chiasso, Lugano, il Gottardo, Lucerna, Basilea, Zurigo e la Renania. E' la strada che seguono nel XV - XVI sec. le armate mercenarie svizzere al servizio dei signori italiani; le stesse armate che, sfruttando la superiorità del momento, conquisteranno in varie riprese le terre dell'attuale Canton Ticino, sottoponendole ai Cantoni primitivi e poi via via agli altri Cantoni d'Oltralpe.
Quello che diventerà il confine tra le due nazioni si attesta al limite attuale nel 1526, quando anche la Pieve di Balerna viene riconosciuta agli Svizzeri; Saltrio e Clivio rimangono con il Ducato di Milano e quindi con l'Italia.

Questa è stata quindi terra di scalpellini e scultori la cui crescita fu certamente favorita dalla ricchezza di pietra da taglio (Cave di Arzo e di Viggiù oltre che di Saltrio) ma anche da quel clima culturale da cui trassero origine, se non i primitivi "maestri comacini", le ininterrotte schiere di artisti che dai "maestri campionesi" in poi percorsero tutta l'Italia e molti paesi esteri.

Pompeo Marchesi nacque a Saltrio il 7 agosto 1783, figlio di Gerolamo di Saltrio, e di Caterina Tamburini, di Brunello, e morì a Milano l'8 febbraio 1858.
Avviato alla scultura dall'esempio del padre, sentendo una forte vocazione artistica, studio all'Accademia di Brera di Milano dove ebbe come maestro lo scultore Giuseppe Franchi. All'età di 21 anni, nel 1804, dopo aver ultimato gli studi a Brera,  su segnalazione della Commissione per la cultura di Brera al Ministero dell'Interno, fu inviato a Roma come Alunno pensionato presso la locale Accademia diretta da Antonio Canova.
Nel 1810, Pompeo Marchesi ritornava a Milano dove iniziò la sua carriera artistica con le prime opere presso il Duomo di Milano.
Nel 1826, su precedente consiglio del Canova, fu chiamato a succedere a Camillo Pacetti alla cattedra di scultura di Brera che tenne fino al 1852 con molto onore, formando una folta schiera di alunni fra i quali i viggiutesi Giosuè Argenti, Guido Butti e Luigi Buzzi Leone.
I Milanesi lo chiamavano "el Dio dei piccaprei" e si interessavano ai suoi lavori prima ancora che fossero compiuti. Notevolissimo fu il suo contributo al sorgere della Galleria di Arte Moderna di Milano dove, in una sala riservata, si conservano di lui ben 95 opere.

Luigi Marchesi, figlio di Carlo Gerolamo Marchesi e di Caterina Tamburini, nasce a Saltrio il 16 aprile 1799; il padre scultore della fabbrica del Duomo di Milano, in ancor giovane età lo porta con se a Milano facendogli frequentare l'Accademia di Brera nella quale conseguì risultati brillanti e si rilevò uno dei migliori allievi.
Nel 1818 venne premiato nel concorso di seconda classe, per figura, disegno e plastica; nel 1819 ricevette un secondo premio per un disegno che rappresentava Cefalo e Procri, presentato sotto il motto "Intanto con maniere alme e devote. Spria lalma infelice del mio volto".
Nel 1823 entrò a far parte degli scultori del Duomo di Milano assieme ad altri giovani scultori usciti dall'Accademia di Brera: Benedetto CACCIATORI, Giovanni PIAZZA, Gerolamo RUSCA, Abbondio SANGIORGIO, Francesco SOMAINI, i quali nel corso della loro carriera artistica faranno scrivere pagine bellissime, storiche e culturali dell'arte scultorea milanese.
Manterrà l'incarico per circa quarant'anni, durante i quali vennero commissionate oltre trenta statue di piccola, media e grandezza naturale, delle quali le più importanti sono: San Mario, San Calimero, San Patrizio e Sant'Ignazio di Loyola.
A Saltrio nella Cappella di famiglia sono conservati due busti eseguiti nel 1838 che ritraggono i genitori, purtroppo in parte deturpati.

La Cappella della SS. Trinità, così denominata perchè al suo interno custodisce la statua omonima, rappresenta un raro documento artistico trasmessoci dai nostri antenati.
La statua è opera di un maestro non meglio identificato, ma appartenente ai "Giudici", una delle più illustri casate saltriesi, che per vari secoli fu protagonista dell'attività estrattiva della nostra pietra.
Da notare che nelle cappelle della Valceresio e del Varesotto le sacre figure: Gesù, la Madonna, i Santi, le simbologie cristiane, vengono rappresentate pittoricamente, mentre in quella saltriese la rappresentazione è di pietra.
Dobbiamo porre particolare attenzione a questa statua della SS. Trinità, realizzata agli inizi del '500, perchè potrebbe passare inosservata essendo collocata in una località periferica lontana dai luoghi dove fu intensa l'attività artistica e scultorea.
La statua della SS. Trinità appare molto complessa, ed una critica pur affrettata non può essere più che positiva per quello che l'artista ha saputo realizzare.
A conclusione il complesso statuario meriterebbe un più approfondito studio al fine di scoprire come il Magistro abbia saputo accostare e conciliare le sue concezioni artistiche con un dogma fondamentale della Fede Cristiana.
La Cappella presenta ampia apertura ad arco, al centro in alto è collocato in un tondo il simbolo della SS. Trinità "Le tre dita" in pietra di Saltrio.
Lungo tutto il frontale sono collocati due gradoni per accedervi all'interno, è chiusa da un parapetto dell'altezza di circa un metro e mezzo in pietra con lavori ornamentali dell'epoca. Si riscontra una inferriata, con accesso posto al centro, per cui la cappella rimane completamente aperta, in modo che il passante o il visitatore possa avere un'ampia visione delle opere contenute.
Tutto il complesso dell'altare è in pietra grigia di Saltrio, al centro si riscontra un ovale, il cui interno è in macchia vecchia di Arzo o broccatello.
La nicchia è sostenuta da un gradone o ripiano per tutta la lunghezza dell'altare è pure in pietra grigia locale.
La base di sostegno ha una altezza di circa trenta centimetri, in cui si possono notare delle incisioni alquanto smunte e da decifrare, al centro un ulteriore basamento con finalità ornamentali.
Le due colonne laterali di un consistente spessore, sostengono il cappello a forma semicircolare, chiusa da una serraglia rettangolare ed al centro semicurva.
Si notano quattro piccoli incastri in tondo ovale, due al centro delle colonne, due sotto la serraglia pure in broccatello.
Una cordonatura in pietra grigia corre lungo le pareti laterali e frontale.
La statua della SS. Trinità mostra il Padre Eterno con una folta barba, tiene lo sguardo verso l'alto, il capo è interamente coperto dalla capigliatura, dalle spalle scende il manto che copre parzialmente il corpo con delle pieghettature convergenti al centro, e si intravedono solo le estremità delle dita.
Al centro del corpo è scolpita la Croce con Gesù Crocifisso, che tiene il capo inclinato, sulla parte superiore della croce è posata la colomba, infine ai lati degli avvolgimenti che si possono definire delle nubi che circondano il Padre Eterno in cielo.

La chiesa parrocchiale, dedicata ai Santi Gervaso e Protaso, è il nucleo storico intorno al quale nel 1517 la comunitá si rende autonoma per la somministrazione dei sacramenti principali.
Pur non essendo disponibili notizie sulla fondazione del primo edificio di culto, ne conosciamo alcune vicissitudini, legate ai restauri e agli ampliamenti succedutisi nel corso dei secoli.
Un fulmine, che colpí la chiesa nel 1759, fu infatti all’origine della demolizione dell’antica parrocchiale e della ricostruzione della navata centrale.
Restauri interni ed esterni, come l’aggiunta delle due navate laterali e del coro dietro l’altare maggiore, vennero compiuti verso la fine del XVIII secolo per culminare nel rifacimento della facciata, che risale, nel suo aspetto attuale, al 1887.

La Chiesetta di San Giorgio posta su di un poggio a circa 570 metri sul livello del mare. Dalla struttura ed architettura sembra che le sue origini risalgano al '700, mentre il campanile porta una data (1848) che forse è da identificare come l'anno del suo restauro.
Da Saltrio attraverso facili sentieri segnalati dalla comunità montana della Valceresio si può raggiungere la sommità del monte Orsa (2 ore per una facile strada sterrata) oppure l'ingresso delle antiche cave che si trovano alla base del monte Pravello (che sta alle spalle del monte Orsa). Scendendo dal monte Orsa verso Viggiù si incontrano le profonde gallerie e camminamenti costruiti durante la prima guerra mondiale come linea di difesa in caso di invasione tedesca/austriaca attraverso la Svizzera.

La linea Cadorna è il sistema difensivo costruito a inizio Prima Guerra Mondiale per contrastare un'eventuale invasione austro-tedesca dalla Svizzera. C'è un sentiero ben attrezzato, segnalato come itinerario anche sul sito tematico della Provincia.

Sotto il colle San Giorgio c'è una caverna che fungeva da ricovero logistico (la linea dista una trentina di minuti a piedi): "c'erano quattro gallerie d'accesso, oggi rimane accessibile solo questa, usata come cantina, perché mantiene temperatura costantemente fresca"
La piazzetta centrale del paese si chiama Piazza Monumento, per la presenza del monumento ai Caduti.

Il gigantesco edificio della colonia montana ex INAM, usata per l'ultima volta nell'estate del 1979. Passata al Ministero del Tesoro, è stata venduta ad un privato svizzero..
Cascina Luraschi, costruita nel 1935, passata all'Inam nel 1939, abbandonata da un anno e mezzo dopo che se ne è andato l'ultimo contadino. Sui silos per le granaglie si intravede ancora l'ombra del fascio littorio, cancellato dopo il 1945.

La maggioranza della popolazione è di religione cristiana appartenenti principalmente alla Chiesa cattolica; il comune ha quattro edifici di culto amministrati da una sola parrocchia dei Santi Gervaso e Protaso, e appartiene oggi all'Arcidiocesi di Milano, ma la sua storia è del tutto particolare: Saltrio è appartenuta fin dal Medioevo alla Diocesi di Como, tanto che nel borgo è in uso il rito romano, rappresentata in loco dal prevosto di Riva San Vitale attraverso la vicina Arzo. L'anomalia si generò nel 1516 allorquando, in seguito al Trattato di Friburgo, tutto il resto del territorio plebaneo passò alla Svizzera: quando nel 1884 il governo svizzero decise la nazionalizzazione delle istituzioni religiose, e fu creata la Diocesi di Lugano, Saltrio si trovò isolata dalla propria diocesi e, caso unico in Lombardia, priva di un prevosto di riferimento. Alla situazione si cercò di mettere una pezza dichiarando il paese vicariato foraneo di sé stesso, ma fu solo nel 1982 che Carlo Maria Martini mise ordine al problema cambiando diocesi alla parrocchia uniformandola a quelle italiane ad essa circostanti.
L'altra confessione cristiana presente è quella evangelica dal 1950 circa.

Nel 1996 nella cava Salnova vennero ritrovate le prime ossa di quello che è il primo grande dinosauro carnivoro italiano: il Saltriosauro.



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sabato 27 giugno 2015

I MUSEI DI VIGGIU'



Il Museo civico Enrico Butti fu istituito nel 1927 grazie alla donazione dello stesso  scultore viggiutese ha incrementato il proprio patrimonio nel corso degli anni.
Negli anni tra il 1950 ed il 1960 era stata acquisita la raccolta delle opere relative della Scultura viggiutese dell’Ottocento, collocate, dal 2008, nell’ex orangerie di Villa Borromeo.
Nel 1960 ha acquisito la donazione dello scultore Giacomo Buzzi Reschini costituente la parte principale della raccolta dedicata agli Artisti Viggiutesi del Novecento; cui nel 1988 si è aggiunta la donazione dello scultore Nando Conti.
Nel 1995 è stata aggiunta la sezione dedicata all’attività degli scalpellini, Museo dei Picasass, collocata, dal 2005, nella ex scuderia di Villa Borromeo. Il Museo e le sue raccolte, sono di proprietà del Comune di Viggiù.

Nel parco Butti, sede principale delle raccolte museali, trovano la loro collocazione il Museo Gipsoteca Enrico Butti, nucleo storico del complesso, la raccolta degli Artisti viggiutesi del Novecento e la casa studio di Enrico Butti.
La gipsoteca dello scultore viggiutese Enrico Butti espone oltre a circa 80 modelli in gesso dell’artista, la sua produzione pittorica. Gli spazi espositivi si articolano in 6 sale che permettono una panoramica esaustiva sull’attività artistica del Butti. Tra le opere esposte ricordiamo: il modello del monumento ad Alberto da Giussano, quello per il monumento milanese a Giuseppe Verdi, quelli dei monumenti ai caduti di Varese, Gallarate e Viggiù oltre agli studi per numerosi monumenti funebri collocati al Cimitero Monumentale di Milano.
Nel vicino padiglione, che ospita il Museo degli artisti viggiutesi del Novecento, in 4 ambienti contigui, sono collocate le opere degli scultori Giacomo Buzzi Reschini, Nando Conti, Ettore Cedraschi, Enrico Rusconi, Luigi Bottinelli, Gottardo Freschetti e Vincenzo Cattò; la collezione conta oltre 400 modelli in gesso.
L’ultimo edificio del complesso museale è la Casa studio di Enrico Butti, costruzione eclettica degli inizi del Novecento, nella quale si trovavano l’abitazione e lo studio dell’artista. Dopo una ristrutturazione degli anni ’80, nell’ex studio, sono stati ricavati spazi espositivi per mostre temporanee.
Nella sede distaccata di Villa Borromeo, nell’ex orangerie ha sede il Museo della Scultura Viggiutese dell’Ottocento dove sono esposte opere di Luigi e Giuseppe Buzzi Leone, Antonio e Angelo Bottinelli, Antonio e Giosuè Argenti, Stefano Butti; la raccolta conta oltre 200 opere.
Nell’attigua ex scuderia ha invece sede la raccolta etnografica denominata Museo dei Picasass che racconta la storia di tutte le professioni e le attività collegate alla cavatura e lavorazione della pietra, principale risorsa economica viggiutese tra il 1500 e la metà del Novecento.

Dal 2007 gli spazi del comune dedicati all’arte sono stati incrementati con l’inaugurazione del museo dell’Ottocento viggiutese. La nuova rassegna artistica ha trovato spazio nell’orangerie di villa Borromeo, nel centro storico cittadino, a pochi passi dal museo dei Picasass.
Lo spazio espositivo è stato dedicato a quella schiera di illustri e validi scultori che si sono distinti nel panorama artistico italiano a cavallo tra Otto e Novecento.
Le opere, esposte sino a metà degli anni ‘90 nel museo degli artisti viggiutesi, dopo la trasformazione dello stesso in sede del museo dei picasass, giacevano dimenticate, in attesa di nuova destinazione, al secondo piano di Casa Butti. Grazie a questa iniziativa sono tornati alla luce capolavori pregevoli come il “Monumento al cacciatore delle Alpi”, “Terrore”, “Le prime rose”, “Ritratto di Felice Argenti” e molte altre.
Nell’orangerie sono raccolte circa ottanta opere, dai piccoli bozzetti del validissimo Giuseppe Buzzi Leone, rappresentanti animali, il busto ritratto in gesso di Felice Argenti di Stefano Butti, a quello del monumento ai Cacciatori delle Alpi di Luigi Buzzi Leone.

All’interno del Museo della scultura viggiutese dell'Ottocento, costruito negli anni ’60 per volere della vedova dello scultore Giacomo Buzzi Reschini (1881-1962) e situato nel parco Butti sono esposte, oltre a numerosi modelli in gesso dell’artista citato, anche opere di artisti quali: Vincenzo Cattò (1878-1938), Gottardo Freschetti (1906-1979), Ettore Cedraschi (1909-1996), Luigi Bottinelli (1882-1958), Luigi Buzzi Leone (1823-1909) e Nando Conti (1906-1960).Nello spazio del museo si contano quattro ambienti: la sala III, alla sinistra, dedicata alle opere dello scultore Conti cui l’associazione Amici dei Musei Viggiutesi, ha iniziato la pubblicazione di una monografia cura di Marina degl’Innocenti che per la prima volta, assegna una datazione precisa a molte sculture inedite, oltre che alle sue opere più famose e celebrate.
Le due sale centrali (I e II) nelle quali spicca l’opera più rappresentativa dell’arte di Buzzi Reschini: il gruppo monumentale “Il bene che atterra il male” sono dedicate al maestro, e permettono di analizzare il complesso approccio dell’artista alla realizzazione di grandi monumenti.
Infatti si possono vedere piccoli modelli d’insieme dei monumenti nei quali prevale il lato della composizione architettonica ed il successivo sviluppo delle parti propriamente scultoree degli stessi. Recentemente si è iniziato un restauro complessivo della raccolta per riportarla alle cromie originali.
La sala di destra (IV) raccoglie invece le opere di Bottinelli, Cattò, Cedraschi, e Freschetti tra cui si segnala il modello in gesso per la testa del Battista la cui traduzione marmorea si trova nella chiesa parrocchiale viggiutese.

Il Museo dei picasass nasce agli inizi degli anni ottanta del secolo scorso, nell'ambito del piano di riorganizzazione del Museo Butti. Tale progetto fu realizzato al fine di evitare che, con la scomparsa degli ultimi scalpellini e con la chiusura delle cave e delle ultime botteghe, andassero perse importanti documentazioni relative all'estrazione e alla lavorazione della pietra. Nel 1983, nella casa studio di Enrico Butti, venne così allestita una prima esposizione sull'Arte dei “Picasass” che, con l'ausilio di bacheche e di tabelloni, illustrava le fasi salienti di quell'antico mestiere. Visto il buon esito della manifestazione si organizzò un simposio al quale presero parte gli ultimi scalpellini di Viggiù e, si chiese loro, in vista di un allestimento permanente, di donare al Museo Butti gli attrezzi per la lavorazione della pietra, utilizzati durante la loro attività lavorativa. La richiesta ebbe un forte riscontro: numerose donazioni vennero effettuate a favore del Museo e si cominciò a costituire il primo nucleo del Museo dei “Picasass”. Le donazioni di utensili e di materiali continuarono nel tempo. Si creò così un notevole patrimonio di testimonianze, che fece sì che nel padiglione degli Artisti Viggiutesi, presso il Museo Butti, entro i primi mesi del 1995, venisse allestita la Mostra Permanente dei “Picasass”. L'evento ebbe una risonanza particolare a livello locale, regionale e anche nel vicino Canton Ticino. In questa occasione, inoltre, venne presentato il libro “PICASASS: Storia del mestiere e degli uomini che hanno fatto la storia di Viggiù”. Alcune parti di questa Mostra Permanente vennero esposte a Como, alla Fiera di Milano e a quella di Busto Arsizio, in concomitanza a mostre sui materiali lapidei. La mostra, nel settembre del 2000, venne allestita anche in Villa Recalcati, sede della Provincia di Varese, in occasione della visita del Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi, con l'intento di presentare le caratteristiche della millenaria tradizione viggiutese della lavorazione della pietra. In seguito, grazie al tenace impegno del Conservatore Prof. Nino Cassani, la mostra venne spostata definitivamente presso Villa Borromeo ed allestita nella bellissima ex scuderia, dove venne ampliata ed aggiornata con nuovo materiale documentario fotografico e con sculture provenienti dai cimiteri locali.


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mercoledì 18 marzo 2015

GLI SCOMPARSI MADONNARI

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L'arte, come indicato da varie descrizioni che si trovano in testi e lettere, fu presente in tutta l'Europa fin dal XVI secolo. Dato il materiale impiegato, dopo qualche giorno il disegno sbiadisce fino a che con la prima pioggia svanisce. Questo è anche il motivo per cui solo di recente è stato possibile iniziare ad averne una documentazione visiva.
La tradizione dei madonnari nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale si stava perdendo. Lo scarno numero di questi artisti era diminuito fino a quando alcuni di loro cercarono un posto dove riunirsi per dare luogo ad un evento annuale. Uno dei primi incontri avvenne nel 1972, grazie al contributo del comune di Curtatone, il 15 agosto sul sagrato del Santuario della Beata Vergine delle Grazie a Grazie, nei pressi di Mantova; erano in 10. Da più di vent'anni nella località dove si tiene l'Incontro Nazionale dei Madonnari, è sorta l'"Associazione Madonnari d'Italia" con una trentina di aderenti.
La riscoperta di quest'arte antica nel corso degli anni successivi ha visto nascere altre manifestazioni sia in Italia che all'estero. Pur conservando lo spirito tradizionale, a questi semplici artisti si sono aggiunti anche pittori qualificati, artisti di varie tendenze e semplici appassionati che, con produzioni a volte discutibili, elaborano madonne e altri temi sacri. Non di rado, questi artisti sono molto abili nella loro tecnica, decisamente particolare e inusuale, riuscendo a creare delle vere opere d'arte, anche se effimere.

I madonnari sono artisti di strada, così chiamati dalle immagini, soprattutto sacre e principalmente Madonne, che sono soliti disegnare per strada.

Il termine è di probabile origine centro-italiana.

Il madonnaro è un artista ambulante nomade che si sposta da un paese all'altro in occasione di sagre e feste popolari. Esegue i suoi disegni con gesso, gessetti o altro materiale povero, su strade, marciapiedi, cemento, selciato di centri urbani e che trae il proprio sostentamento grazie alle offerte del pubblico quali oboli o elemosine.

Madonnari patrimonio immateriale dell’umanità: il riconoscimento Unesco sarà chiesto per tutelare un’arte antica e una tradizione di cultura popolare che ha in Italia le sue radici, e alle Grazie la consacrazione con il concorso che prese il via nel 1973, ma che ormai viene copiata e amata un po’ in tutto il mondo. Tanto che in California un importante concorso di artisti americani viene definito “italian street painters” ovvero street painters al modo dei madonnari. Ma proprio quel concorso californiano, amatissimo dai madonnari statunitensi e che ha dato impulso all’economia locale, a un certo punto si è interrotto per qualche anno poichè i promotori , invecchiati, si erano stancati. Sembrava impossibile agli artisti, che pure non si scoraggiano se la pioggia cancella già la prima notte il duro lavoro di venti ore. «Può succedere!» commentano. Ma perdere un’occasione per disegnare, stare gomito a gomito, ritrovarsi fra persone che si sentono vive e realizzate se esprimono qualcosa che hanno dentro - pensieri e immagini - quello no, pesa molto più del maltempo. I madonnari vogliono disegnare sulla strada per la gente, anche quella che non va alle mostre.Si mettono a nudo, e non è facile. C’è chi passa e dice: che brutto! Altri: è meraviglioso!.

C’è chi dei gessetti sull’asfalto ha fatto la propria ragione di vita (e di lavoro), e chi vi dedica i fine settimana. La passione è la stessa, anche se un’esistenza completamente libertaria non è da tutti. Sta comunque tornando a contagiare molti giovani.

«Voi sporcate!» li offendono alcuni vigili. Con un passaporto mondiale dell’Usceo per i madonnari sarebbe più semplice ottenere il semplice diritto di disegnare per terra, rispettando regole di buon senso e rispetto, ma superando pregiudizi e chiusure immotivate.

"Il vicesindaco ci lasci in piazza Duomo. Nelle altre piazze della città non possiamo sopravvivere". Presidio dei madonnari e ritrattisti davanti a palazzo Marino "contro la decisione del Comune di spostarci dalla nostra piazza Duomo per dividerci per la città". Una quindicina, fra madonnari e ritrattisti, si sono riuniti in piazza della Scala con pastelli, cavalletti e tele.
"Da qualche mese il Comune ha deciso di fare 'ripulisti' di noi in piazza Duomo - spiega il rappresentante dei ritrattisti italiani e stranieri' - negandoci l'autorizzazione a continuare la nostra attività sotto la Madonnina. Siamo in 25, e il permesso a stare in piazza Duomo è stato concesso solo a due. Tutti gli altri, siamo stati sparpagliati per Milano, in zone in cui è impossibile per noi sopravvivere con il nostro lavoro. E c'è pure chi ha fatto domanda a maggio e ha avuto risposta che riceverà il permesso nel 2009: fa il madonnaro da una vita, da 45, 50 anni, come può campare?".

Di 800 euro l'anno il costo per il permesso: "Per noi è una cifra non irrilevante - spiegano - e chiediamo al vicesindaco che ci lasci dove siamo sempre stati, e ci permetta di vivere continuando a fare i ritratti".


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domenica 1 marzo 2015

IL DERBY CLUB - IL FAMOSO CLUB MILANESE -

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Il Derby Club è stato tra i più celebri locali notturni milanesi attivi tra gli anni sessanta e settanta. È diventato noto soprattutto per i numerosi artisti esordienti che ne hanno calcato la scena, poi divenuti popolari personaggi nel mondo della musica, dello spettacolo e del cinema.

Nel 1959 i coniugi Gianni e Angela Bongiovanni (zii materni dell'attore Diego Abatantuono) aprono un ristorante e lo chiamano Gi-Go. Le sale sono ricavate nel seminterrato di una palazzina liberty in via Monte Rosa 84, zona periferica milanese vicino all'Ippodromo di San Siro.

All'inizio degli anni sessanta i due decidono di trasformarlo in un locale per trovarsi ed ascoltare musica, cercando così di risollevare il modesto fatturato del precedente esercizio.

Ribattezzato nel 1962 Intra's Derby Club (nome ispirato dalla fusione tra il nome del jazzista Enrico Intra e la vicinanza geografica all'Ippodromo) e poi, definitivamente, Derby Club, il locale diviene ben presto il punto di incontro di personaggi, professionisti e sportivi della Milano più all'avanguardia, fra cui molti architetti che contribuiscono ad arredarlo in modo originale e, per i tempi, anticonvenzionale, mentre gli artisti esordienti (tutti caratterizzati dall'ineguagliabile talento, confermato dalle successive carriere soliste) si esibiscono su una pedana su cui sono piazzati un pianoforte ed una batteria.

Il locale è frequentato quasi subito da numerose personalità internazionali che arrivano al Derby per esibirsi: (Charles Aznavour, John Coltrane, Quincy Jones), o semplicemente come affezionati frequentatori, come molti politici dell'epoca (Bettino Craxi su tutti), campioni sportivi (come Gianni Rivera e Pietro Mennea), personaggi dello spettacolo (Mina, Alberto Lupo, Renato Rascel, Walter Chiari, Dario Fo, Enzo Tortora, Johnny Dorelli, Marcello Mastroianni, Giorgio Strehler, Mike Bongiorno, Ricky Gianco, Walter Valdi) e miliardari (come Charlie Krupp o Rocky Agusta).

Tra i clienti di quegli anni non mancano celebri malavitosi quali Francis Turatello e il solista del mitra Luciano Lutring, che in più di un'occasione - come raccontò in un'intervista - dovette fuggire dal locale da una finestra, a causa dell'improvviso arrivo della polizia, poco dopo essersi bevuto uno champagnino.

La crisi del Derby arriva verso la metà degli anni ottanta, dopo che la morte (nel 1981) di Gianni Bongiovanni e l'avvento prepotente della comicità televisiva ne hanno ormai definitivamente avviato il lento, ma inesorabile, declino. Il locale chiude nel 1985, passando idealmente il testimone del cabaret italiano al concittadino Zelig (che esordisce il 12 maggio 1986). Dal 12 maggio 2001, l'immobile è occupato dal centro sociale "Il Cantiere". Attualmente è un luogo di riferimento per il movimento studentesco e cittadino milanese, oltre che luogo di controcultura, musica alternativa e sperimentazione artistica.


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