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venerdì 21 agosto 2015

IL GIURAMENTO DI SAN MICHELE

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Il rituale della mafia calabrese è una continua allusione ad elementi della religione cattolica. Il motivo è abbastanza complesso, in quanto, essendo cerimonie antichissime, vi era la necessità di dare una sorta di aura mistica all’ingresso in una società segreta, dare una sorta di valore aggiunto tramite la credenza e la fede popolare fortemente radicata nelle zone rurali.Ogni settembre, come da tradizione, i più importanti capiclan della ‘Ndrangheta si danno appuntamento al Santuario della Madonna di Polsi, simbolo della religiosità mafiosa ma allo stesso luogo in cui si è voluta celebrare la festa di San Michele Arcangelo, Patrono della Polizia di Stato, quasi a voler sottrarre questo simbolo allo strapotere delinquenziale.

Prima dei codici l'unica modalità per la comunicazione delle leggi e riti della società era solo la via orale ed era anzi vietato metterle per iscritto per il pericolo che le forze dell'ordine ne potessero entrare in possesso. Già, alla fine dell'Ottocento, però questa regola viene a cadere con il ritrovamento dei primi codici. Essi, il primo supporto nel quale scrivere i riti di affiliazione e promozione e comportamento, nonché di memorizzazione della terminologia in uso.

Per l'origine mitica della 'ndrangheta viene fatto riferimento a tre cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che in tempi lontani per vendicare l'onore della sorella uccidono un uomo e per questo vengono condannati a 29 anni, 11 mesi e 29 giorni di carcere nell'Isola di Favignana. Al termine del periodo di detenzione maturarono quelle regole di onore e omertà che costituiscono il codice della "società" e contraddistingueranno le future organizzazioni criminali mafiose italiane e si dividono: Osso fonderà Cosa Nostra in Sicilia, Mastrosso la 'ndrangheta in Calabria e Carcagnosso la Camorra a Napoli.

"L'albero della scienza è una metafora di come è strutturata la società, da un codice rinvenuto durante un rito di affiliazione rivela che l'albero della Scienza è diviso in 6 parti:

« Il fusto rappresenta il capo di società; il rifusto il contabile e il mastro di giornata; i rami i camorristi di sangue e di sgarro; i ramoscelli i picciotti o puntaioli; i fiori rappresentano i giovani d'onore; le foglie rappresentano la carogne e i traditori della 'ndrangheta che finiscono per marcire ai piedi dell'albero della scienza". »
(Un codice di 'Ndrangheta)
Alla base dell'albero è rappresentata anche una tomba per simboleggiare la fine delle foglie.

La ‘ndrina, afferma Malafarina nel Il codice della 'Ndrangheta viene rappresentata come un giardinetto di rose e fiori con in mezzo una stella dove si battezzano picciotti, camorristi e giovani d’onore. Il picciotto entra nel “giardinetto” a fronte scoperta con i ferri alle braccia ed i piedi alla tomba.

Il battesimo del Locale è un rito facoltativo che si fa a discrezione del capo-società, colui che presiede la riunione e consiste nella purificazione del Locale. Precede il rito obbligatorio della formazione della società.

Il 26 novembre 2014 durante un'operazione della DDA di Catanzaro vengono ritrovate queste formule scritte su un taccuino in un negozio di scarpe di Vibo Valentia.



Il rito si consuma mediante questa formula:

« Capo-Società: Buon vespero. Saggi compagni
Gli altri: Buon vespero
Capo-Società: State accomodi per battezzare questo locale?
Gli altri: Stiamo accomodi
Capo-Società: A nome dei nostri vecchi antenati, i tre cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso, battezzo questo locale se prima lo riconoscevo per un locale che bazzicavano sbirri e infami, da ora in poi lo riconosco per un luogo sacro santo e inviolabile dove può fermare e sformare questo onorato corpo di società.»

Con la formula di Formazione della società incomincia qualsiasi riunione di 'Ndrangheta che riguardi qualsiasi attività del Locale.

« Capo-Società: Buon vespero
Gli altri: Buon vespero
Capo-Società: Siete conformi?
Gli altri: Siamo conformi.
Capo-Società: Su che cosa?
Gli altri: Sulle regole di società
Capo-Società: Nel nome dell'arcangelo Gabriele e di Sant'Elisabetta, circolo di società è formato. Ciò che si dice in questo circolo a forma di ferro di cavallo, qua si dice e qua rimane, chi parla fuori da questo luogo è dichiarato tragediatore a suo carico ed a discarico di questa società.»

Successivamente i presenti si baciano la mano e poi si siedono a braccia conserte per tutta la durata della riunione ad eccezione del capo-società. Ora la riunione può incominciare.

La riunione al Santuario della Madonna di Polsi:
« BUON VESPERO siete conformi !!!
su' di chè a batezzare societa conformissimo batezzo e ribatezzo questa società così come la batezzarono i nostri tre fondatori :conte qulino, conte rosa e cavaliere di spagna se loro lo batezzarono con fiori rosa e gelsomini alla mano destra io lo batezzo con fiori rosa e gesolmini ala mano destra se loro lo batezzarono con ferri catene e camicia di forza io lo batezzo con ferri catene e camicia di forza se prima questo locale era transitato da sbiri carogne infami e tragediatori da questo momento lo conosco come un posto sacro santo e inviolabile e con parola d'umiltà e batezzata località »

L'iniziato nella 'Ndrangheta si chiama contrasto onorato quando diventa Picciotto d'onore deve compiere il rito di battesimo (o anche rito di rimpiazzo o rito di taglio della coda), nome preso dalla tradizione cristiana che lo farà entrare nella onorata società. Un affiliato, il quale garantisce per lui con la vita, lo presenta davanti agli altri componenti della 'ndrina che devono essere almeno 5 più un anziano della famiglia che celebrerà il rito. In carcere può capitare di non essere nel numero prestabilito, e dalla confessione recente di Vincenzo Femia, rivela che per il suo battesimo nella calzoleria del Carcere di Sulmona le persone mancanti furono rappresentate da fazzoletti annodati.

Il capobastone dirà:Calice d’argento, ostia consacrata, parole d’omertà è formata la società.

Il Contrasto Onorato presentato dal suo garante al Capo-Società che affermerà:

« Prima della famiglia, dei genitori, dei fratelli, delle sorelle viene l’interesse e l’onore della società, essa da questo momento è la vostra famiglia e se commetterete infamità, sarete punito con la morte. Come voi sarete fedele alla società, così la società sarà fedele con voi e vi assisterà nel bisogno, questo giuramento può essere infranto solo con la morte. Siete disposto a questo? »
(Codice della 'Ndrangheta)
Il contrasto onorato è anche chiamato a giurare nel nome di
« nostro Signore Gesù Cristo.
Dovrà giurare con la figura di San Michele Arcangelo tra le sue mani mentre brucia e dovrà pronunciare: Io giuro dinanzi a questa società di essere fedele con i miei compagni e di rinnegare padre, madre, sorelle e fratelli e se necessario, anche il mio stesso sangue. »



In casi particolari come il carcere basterà compiere il rito pungendosi il dito per l'"offerta di sangue" e bere il proprio sangue senza bruciatura del santino.

Avviene poi lo scioglimento della Società cioè la riunione.

« Capo-società: Da questo momento abbiamo un nuovo uomo d'onore, Società ha formato, il circolo è sciolto. Buon vespero.
Gli altri: buon vespero.»

Un giovane d'onore si riconosce da una stella d'oro in fronte, una croce da cavaliere sul petto e una palma d'oro in mano. Queste belle cose  non si vedono perché le porta in carne, pelle e ossa. Non ci vuole la laurea in antropologia per notare la continua reiterazione del 3, numero esoterico della Trimurti come della Trinità: i tre vecchi, le tre vele di cui si parla più avanti, i tre segni dell'affiliato alla cosca e i tre, mitici, fondatori della camorra (da cui la 'ndrangheta ha attinto a piene mani): Osso, Malosso e Carcagnosso.
La gerarchia della 'ndrangheta: picciotto, sgarrista, santista, vangelista, quartino, trequartino, padrino e capobastone. Nella 'ndrangheta si entra per nascita o per battesimo e anche i figli dei boss, fino a 14 anni, sono "mezzi fuori e mezzi dentro". Il racconto di Cretarola è avvincente come certe pagine di Giancarlo De Cataldo. Sentiamolo. Una versione tratta dall'ordinanza di custodia della Dda romana diretta da Michele Prestipino.

"Per il battesimo ci vogliono cinque persone, non di più non di meno ma nella calzoleria ce n'erano solo due, oltre a me. Gli altri erano rappresentati da fazzoletti annodati. Il primo passo è la "formazione del locale", una sorta di consacrazione che, alla fine del rito, verrà rifatta al contrario: "Se prima questo era un luogo di transito e passaggio da questo momento in poi è un luogo sacro, santo e inviolabile". Segue l'inevitabile offerta di sangue. In mancanza di un coltello (siamo comunque in galera) il "puntaiolo" impugna un punteruolo da calzolaio. È il novizio che deve pungersi da solo: se non ci riesce al terzo tentativo, l'auspicio è pessimo e bisogna rinviare di sei mesi, ma la mano di Cretarola è ferma e il sangue scorre. Iniziano le formule di rito: "A nome dei nostri tre vecchi antenati, io battezzo il locale e formo società come battezzavano e formavano i nostri tre vecchi antenati, se loro battezzavano con ferri, catene e camicie di forza io battezzo e formo con ferri, catene e camicie di forza, se loro formavano e battezzavano con fiori di rosa e gelsomini in mano io battezzo e formo...". E via di questo passo. Un rito che si ripeterà per tre volte nel tempo, dopo un'opportuna votazione, a ogni passaggio di grado e di status. In carcere non si trova un santino di San Michele da bruciare, il novizio si limita a bere il sangue e giura "di rispettare le regole sociali, di rinnegare madre, padre, fratelli e sorelle, di esigere e transigere centesimo per centesimo. Qualsiasi azione farai contro le regole sociali sarà a carico tuo e discarico della società". È nato un nuovo affiliato alla 'ndrangheta o, per dirla in gergo carceraio, alla pisella, alla pidocchia o alla gramigna.

I gradi di affiliazione sono chiamati "doti" e sono come gradi militari. L'inchiesta mostra come non sia semplicemente l'anzianità a decretare il passaggio da un livello gerarchico all'altro. Anzi, soprattutto negli ultimi tempi, sembra che il merito e le effettive capacità siano divenute requisito fondamentale. La struttura è divisa in due macro-aree: Società Minore e Società Maggiore. Il primo grado di affiliazione nella Società Minore è detto "picciotto" o anche "picciotto liscio". È la prima dote che riceve uno 'ndranghetista e il rito attraverso cui questa dote viene conferita di chiama "battezzo". Il secondo grado di affiliazione si chiama "camorra" che è una dote della Società Minore e non c'entra niente con l'organizzazione campana. Al terzo posto, nel punto più alto della Società Minore, c'è lo "sgarro". Poi l'entrata nella "santa" segna l'ingresso nella prima dote della Società Maggiore. La dote superiore alla "santa" si chiama "vangelo", dopo il "vangelo" vengono il "trequartino" e il "quartino ". Poi il "padrino" e la "crociata ".



Dopo la crociata ci sono una serie di doti la cui genesi è molto singolare. A crearle è stato Carmelo Novella, il boss che storicamente tenta attraverso una astuta e complessa strategia diplomatica di costruire una struttura autonoma della 'ndrangheta al Nord. E quindi la prima cosa che fa è costruire delle doti: "stella", "bartolo ", "mammasantissima", "infinito " e "conte Ugulino" o "conte Agadino". Personalità mitologiche o storiche che fungono nei rituali da "protettori" e segnano il passaggio da un grado di affiliazione a quello successivo. Appena entri, il rituale è mediato da Osso, Mastrosso e Carcagnosso i tre cavalieri, nella leggenda scappati dalla Spagna dopo aver ucciso il violentatore della loro sorella, e poi riunitisi a Favignana dove costruirono le regole dell'Onorata Società.

Nell'ultima tappa della Società Minore, accompagnano al grado di "sgarrista", Minofrio, Misgrizzi e Misgarro tre figure anch'esse mitologiche, i presunti assassini di San Michele Arcangelo (tagliarono la testa all'arcangelo che poi è divenuto protettore della 'ndrangheta e allo stesso tempo della Polizia di Stato). Nella Santa invece, ovvero nella prima dote della Società Maggiore, si entra con Garibaldi, Mazzini e Lamarmora. Tre personaggi storici che hanno in comune l'essere stati capi massoni  -  alle società massoniche le cosche hanno copiato il rito  -  e quindi, in qualche modo, protettori di segreti: è un chiaro riferimento alla regola dell'omertà ma anche alla possibilità di parlare con le istituzioni militari politiche e morali. Alla Società Minore è vietato avere rapporti con "persone infami" ossia il politico, il rappresentante delle forze dell'ordine, l'imprenditore che sono corruttibili per definizione. Un uomo che ha come obiettivo carriera, soldi e proprietà è sempre comprabile. I boss nel rituale vogliono formare uomini "diversi" dagli altri. E questa diversità è l'ambizione ad un potere assoluto e conquistato. Ecco la loro onorabilità cosa è. I rituali avvengono secondo modalità precise e alla presenza di oggetti dalla forte carica simbolica. Per entrare nella Società Maggiore si utilizzeranno un limone, un ago, una pillola. Il limone rappresenta l'asprezza della vita 'ndranghetista, oltre a simboleggiare la terra. L'ago è il fucile, ma anche la pungitura del dito. L'ago rammenda ma fa uscire sangue, quindi determina una distinzione che nella 'ndrangheta è fondamentale tra fratello biologico e fratello di sangue. Il sangue nelle organizzazioni criminali è scelta, non una fatalità che ti manda il destino. Questo smentisce qualsiasi luogo comune sulle mafie che le ritiene vincolate alla sola radice famigliare: la famiglia è un contesto, il sangue è una scelta. La pillola è il veleno che dovrai usare in caso di fallimento, di infamia. Perché il santista non avrà altro giudice che se stesso. Dopo aver rinnegato il passato "per salvaguardare l'onore dei miei saggi fratelli", non resta che assumersi il compito finale, quello di giudicare se stessi e decretare il proprio diritto a continuare a vivere o a morire. Crescere per uno 'ndranghetista è rinnegare tutti coloro che superi nel tuo percorso ("giuro di rinnegare tutta la società criminale da me finora riconosciuta", recita il rito). Se resti coerente con valori e persone di un preciso stadio gerarchico (e sociale) resterai sempre al loro livello non ti innalzerai mai.

Perché chi non conosce le regole 'ndranghetiste non può dire di conoscere l'Italia? Perché gli è preclusa la conoscenza di una parte del nostro Paese, delle sue tradizioni e delle sue regole che sono ferree, non eludibili, che non possono essere violate. Dall'altra parte c'è lo Stato, dove non troviamo rigore, né continuità, né unità nel combattere il nemico criminale. Tutto questo ci dovrebbe far riflettere. E tutto questo accade non nella estrema periferia calabrese, ma nel profondo Nord, nelle province di Lecco e Milano: nulla di più geograficamente lontano dall'Aspromonte. Questa che ci crediate o no, è la nuova borghesia vincente del nostro paese.


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giovedì 21 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO A BUSTO ARSIZIO

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Il canonico Antonio Crespi Castoldi, nel 1614 realizzò una “storia di Busto Arsizio” basata sulla tradizione dell’epoca e su documenti allora consultabili ed oggi andati perduti. Egli racconta che sull’area ove oggi sorge la chiesa di San Michele, vi era un castello e che in esso, nell’anno 1242 si svolse un atto ufficiale alla presenza del console milanese. Nel 1276 il castello venne distrutto per vendetta da Napo Torriani a causa della partecipazione di Busto alla guerra fra Visconti e Torriani, ovviamente, a detta del Crespi Castoldi, dalla parte dei Visconti. Saranno poi i Visconti a ricostruire le mura ed il fossato del borgo, ma non il castello che, pertanto, rimase diroccato per secoli. Una primitiva piccola cappella, forse adiacente il castello, forse inserita in esso, era stata eretta certamente sin dall’epoca longobarda. Presumibilmente, con la distruzione del castello nel 1200 andò perenta anche questa cappella. Sulle rovine del castello venne edificata una nuova chiesa, e venne recuperata la base della torre del castello stesso per sopraelevarci il campanile, di cui diremo in seguito. La prima ricostruzione della chiesa in forma basilicale, a navata unica con tre absidi semicircolari e tetto a capriate, è pertanto da far risalire alla fine del ’200 o inizio del ‘300. Nel Liber notitiae sanctorum Mediolani, compilato fra il 1290 e il 1310 viene elencata anche la chiesa di San Michele a Busto. Nel 1343 venne eretto un beneficio curato, ossia l’assegnazione di beni sufficienti per garantire la “cura” di un sacerdote fisso.
Crespi Castoldi ci informa che nel 1494 la chiesa venne ornata con pitture e nel 1512 venne eretto un secondo beneficio “curato”.
Risale al 1566 una descrizione dettagliata della chiesa, con un altare principale, 4 altari minori, pavimentata. Adiacente vi era il cimitero. Nel 1580 venne redatta una nuova descrizione con piantina, e si disse che la chiesa era in buono stato. Dal disegno emerge come il fosso e i bastioni delle mura cingessero di fatto la chiesa stessa, il cimitero e le case dei curati.
Ancora agli inizi del ‘600 vi erano dieci sepolcri interni, ridotti ad otto nel 1622.
Nel 1641 la chiesa viene detta pericolante in diversi punti, e così si darà corso alla realizzazione della nuova.

Il Campanile è certamente, almeno nella parte inferiore, l’edificio più antico tuttora esistente a Busto. Già basamento di torre del castello longobardo, o comunque basamento di parte del castello stesso, fu “riciclato” per realizzare la torre campanaria della chiesa. Si tratta di un basamento di pietre e ciotoli, del IX-X secolo.
La parte intermedia ha lesene angolari di mattoni, quattro campi sovrapposti, rientranti, in ciottoli con archetti e finestre a tutto sesto, e si concludeva con le quattro bifore con colonnina intermedia, dapprima murate e solo recentissimamente riportate alla luce. Nel 1559 venne realizzata una ulteriore elevazione coincidente con l’attuale cella campanaria, alta 11 cubiti. Ne deriva che in epoca imprecisata venne realizzata una ulteriore sopraelevazione intermedia corrispondente all’attuale alloggiamento dell’orologio.
A fine ‘700 verrà dotato di tre campane provenienti da San Giovanni, mentre nel 1889 accolse ben 12 campane su un castello in ghisa.
Pur essendo stato realizzato in almeno quattro fasi separate, questo campanile ha un fascino ed una omogeneità tutte proprie. Solo il campanile di San Giovanni, terminato nel 1418, supererà questa torre, che, pertanto, coi suoi “100 cubiti” (40 metri) resterà un elemento fondamentale fino al XX secolo dello “skyline” cittadino.

L’edificio attuale venne realizzato, nella sua struttura di base, nel periodo fa il 1653 ed il 1679 su un disegno dell’arch. Francesco Maria Richino (o Richini), ad unica navata. La prima visita pastorale nel nuovo edificio risale al 1656 ad opera di mons. Filippo Maria Visconti che data l’inizio dei lavori al 1653. La prima grande novità è data dal rovesciamento del tradizionale orientamento delle chiese con abside ad Ovest. Poiché lasciare quell’orientamento avrebbe costretto a realizzare la facciata a ridosso dei bastioni delle fortificazioni del borgo, si decise di posizionare la facciata laddove la vediamo oggi.
La volta era a botte, il pavimento era di marmo e conteneva 30 sepolcri. Solo nel 1785 il coro, dietro all’altare, accolse degli stalli, provenienti dalla chiesa di santa Maria di Abbiategrasso. L’altare maggiore fu per oltre un secolo lo stesso della chiesa precedente in legno, e venne sostituito da uno nuovo solo nel 1753, probabilmente realizzato da Biagio Bellotti. Interessante notare la scritta la latina “quis ut deus” (chi come Dio ?) che corrisponde alla traduzione dell’ebraico “mi cha el” (da cui Michele). Il nome Michele, pertanto, fa espresso riferimento al ruolo avuto dall’Arcangelo nello sconfiggere gli angeli ribelli che ritenevano, appunto, di essere come Dio. Il nome Michele, dunque, è un monito continuo anche alla arroganza degli uomini, affinchè ricordino di non essere come Dio.
Il Battistero venne realizzato nel 1884.
Nel 1931 la volta della chiesa, fatta di incannucciato, viene sostituita con una nuova di mattoni.
Negli anni 1937-39 il presbiterio e l’abside vengono demoliti e ampliati, su progetto dell’architetto Giovanni Maggi, con l’aggiunta del transetto, della cupola, di una nuova sagrestia, della cosiddetta penitenzieria (oggi cappella invernale), con la realizzazione della controfacciata che guarda su piazza Manzoni, la cosiddetta grotta della Madonna di Lourdes con stalattiti di cemento dipinto. Queste modifiche sono state assoggettate a notevoli critiche in quanto no rispetterebbero le valenze formali dell’edificio preesistente e ne avrebbero pertanto stravolto l’immagine complessiva.
L’attuale organo di oltre tremila canne è del 1945.
Di grande pregio le opere custodite nell’adiacente museo di arte sacra.

Gran parte delle decorazioni pittoriche sono piuttosto recenti anche se nel loro insieme forniscono una sensazione di grandiosità. Risalgono infatti agli anni fra il 1932 ed il 1950 la grandiosa decorazione pittorica della controfacciata (Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Mosè, Aronne), della volta (al centro Dio creatore, l’arcangelo Michele sconfigge gli angeli ribelli, Annunciazione, ai lati Michea, Abdia, Gioele, Osea, Malachia, Zaccaria, Aggeo, Abacuc) del transetto destro (alle pareti Elia confortato dall’angelo, Il miracolo di Torino, Ultima cena, sulla volta del transetto: gloria di san Felice), nel transetto sinistro (alle pareti martirio di san Tarcisio, miracolo di sant’Antonio, moltiplicazione dei pani e dei pesci, sulla volta del transetto: Assunzione), della cupola (Cristo vincitore della morte), dei pennacchi (Evangelisti), dell’abside (primato di Pietro, Spirito Santo, Fede, Speranza, Carità, Giustizia, santa Cecilia, san Gregorio), del battistero (alle pareti battesimo di Gesù, mandato di Gesù agli Apostoli, nella volta del battistero: Spirito Santo tra angeli). Sono opere di Mario Chiodo Grandi, Angelo Galloni, Gerolamo Polloni e A. Bonfanti,
La vetrata sopra l’ingresso principale (Madonna con Bambino e san Giovannino) è del 1949. Tele di rilievo: nei primi due vani laterali si trovano: a destra il battesimo di Cristo (fine’600), vita del Battista; a sinistra la guarigione di Tobia di Pietro Antonio Magatti (1731 circa) proveniente dalla chiesa di San Rocco.
La chiesa di San Michele Arcangelo si trova nel centro di Busto Arsizio, in piazzetta Don Pio Chieppi.

L'esterno dell'edificio è caratterizzato dalla facciata barocca. Questa è a capanna ed è suddivisa in due fasce orizzontali da un alto cornicione. La fascia inferiore, con paraste ioniche, presenta al centro il grande portale, posto fra due semicolonne marmoree e sormontato da un tondo a bassorilievo raffigurante la Madonna con il Bambino. La fascia superiore, invece, è con lesene corinzie e al centro di essa vi è un finestrone rettangolare con semplice cornice marmorea. La facciata è coronata da un timpano triangolare sormontato da quattro statue di Angeli (ai lati) e di San Michele Arcangelo (al centro).

Alla sinistra della chiesa sorge il campanile, unica struttura della fortificazione preesistente longobarda e costruzione più antica di Busto Arsizio. La torre, costruita in pietra e ciottoli, viene fatta risalire al IX secolo o al X secolo. La parte superiore presenta lesene angolari di mattoni e quattro campi rientranti in ciottoli con archetti e finestre a tutto sesto. Il campanile si conclude con quattro bifore, di cui due murate.

La torre venne sopraelevata in un primo momento del segmento corrispondente all'orologio e successivamente (nel 1559) della cella campanaria. Inizialmente le campane erano tre e diventarono dodici nel 1889, per mano della fonderia Barigozzi di Milano.

L'indagine sulla tenuta della fondazioni del 1997 ha portato alla conclusione che esse sono solide e quindi le fessure presenti nella parte superiore del campanile devono essere imputate a problemi delle strutture sovrastanti, relazionati anche con le vibrazioni indotte dal movimento delle campane.

Nel 2007 sono iniziati i conseguenti lavori di restauro della torre campanaria, che si sono conclusi l'anno successivo. Dopo questo restauro, le campane non poggiano più sulle mura del campanile ma su una struttura metallica interna che scarica direttamente sulle fondazioni.

Internamente, la chiesa è a pianta a croce latina, con navata unica coperta con volta a botte lunettata lungo la quale si aprono dieci cappelle laterali, cinque per lato.

Sul lato destro della navata si trovano:

La Cappella del Crocefisso situata presso la terza arcata. In essa è presente un crocefisso ligneo risalente al XVI secolo e una tela della fine del secolo XV attribuibile alla scuola di Ambrogio da Fossano detto il Borgognone (1481-1522) raffigurante la Vergine con il Cristo deposto e gli angeli. All'interno della cappella è inoltre presente una croce cesellata in argento attribuita a Biagio Bellotti che conserva una reliquia della Santa Croce. Ai lati dell'altare si trovano invece gli affreschi della Maria Maddalena e della Veronica.
La Cappella di San Felice e delle Reliquie situata presso la quarta arcata. In essa sono presenti l'urna di San Felice e, conservati in una nicchia sopra l'altare, i reliquiari risalenti ai secoli XVI e XVII. Uno è a forma di croce, due a forma di busti di santi e altri di lavorazioni diverse. Si trova inoltre una tela di Giovan Mauro della Rovere detto il Fiammenghino (1575-1640) raffigurante San Carlo in adorazione del Santo Chiodo. Ai lati dell'altare vi sono gli affreschi dei primi martiri cristiani e delle catacombe.
Cappella di San Francesco di Paola: realizzata nel 1738, è situata presso la quinta arcata. In essa si trovano due dipinti, entrambi con autore ignoto: uno, di forma rettangolare, rappresenta l’apparizione di San Michele Arcangelo a San Francesco di Paola, l’altro, ovale, mostra un miracolo di quest’ultimo. Ai lati dell’altare vi sono affrescate le immagini di Sant'Agostino e di San Giovanni Battista.
Sul lato sinistro della navata centrale si trovano:

La Cappella di San Giuseppe situata presso la terza arcata. In essa è presente un gruppo ligneo che venne ordinato nel 1903 alla ditta Mayer di Monaco di Baviera. Sulla volta della cappella è raffigurata la gloria dei Santi Cosma e Damiano. Ai lati dell'altare, due affreschi mostrano Giuseppe l'Ebreo e Davide.
La Cappella del Sacro Cuore situata presso la quarta arcata. Fino al 1882 era dedicata ai Santi Innocenti martiri, il cui ricordo rimane nel cartiglio presente sulla volta della cappella. La statua del Sacro Cuore è della ditta Mayer di Monaco di Baviera e venne posta nella nicchia nel 1882. Ai lati dell'altare sono raffigurati San Tommaso d'Aquino e Santa Margherita Maria Alacoque.
La Cappella della Madonna situata presso la quinta arcata. Oltre alla statua dell'Immacolata, nella lunetta sovrastante l'altare è raffigurato un angelo con le parole tratte dal versetto alleluiatico del Tota pulcra: et macula originalis non est in te.
Gli affreschi della cupola, che illustrano il trionfo di Cristo sulla morte su una superficie di cinquecento metri quadrati, furono iniziati nel 1942 e portati a termine l'anno successivo da Angelo Galloni ed Ettore Chiodo Grandi. Quest'ultimo pittore è figlio di Mario Chiodo Grandi, che tra il 1932 ed il 1934 decorò la grande volta della chiesa con le rappresentazioni della creazione, della battaglia degli angeli in cielo e dell'Annunciazione, oltre alla serie dei dodici profeti sui fianchi e sulla controfacciata.

Gli affreschi dell'abside (con la missione del Salvatore), del catino (con il primato di San Pietro) e delle volte dei transetti (in quello di sinistra con la gloria della Vergine ed in quello di destra con il trionfo di San Felice) vennero invece eseguiti tra il 1945 e il 1946 sempre da Angelo Galloni e da Enrico Chiodo Grandi. Nel transetto di destra è presente un grande affresco dedicato a L'Ultima Cena, e nel transetto di sinistra un altro grande affresco dedicato al Miracolo dell'Eucaristia di Torino, opere del pittore Gerolamo Poloni di Martinengo (1948).

Alle spalle dell'altare maggiore, a ridosso della parete fondale dell'abside, si trova l'organo a canne Mascioni opus 603, costruito nel 1945.

Lo strumento è a trasmissione elettrica e la sua consolle, indipendente, dispone di due tastiere e pedaliera concavo-radiale. La mostra, del tipo ceciliano, è fuori cassa ed è composta da canne di Principale disposte a palizzata.

Edificato entro l'area cimiteriale tra il 1761 e il 1764 su progetto di Biagio Bellotti, il mortorio, con una struttura originalissima che si ispira al barocchetto teresiano, collega i due volumi della chiesa e delle case parrocchiali e, allo stesso tempo, permetteva l'attraversamento dell'antico cimitero (oggi piazzetta don Pio Chieppi, primo parroco di San Michele).

Il passaggio centrale è sovrastato da una cupoletta semiellissoidale su pennacchi sferici. Ai lati di questo vi sono due vani quadrati coperti con volta a botte destinati all'esposizione delle ossa. Nei due prospetti di est e di ovest si trovano finestre ellittiche (unico esempio negli edifici del Bellotti di questa forma), mentre sull'andito sono quasi rettangolari, ma con architravi molto elaborati.

Di pregevole fattura sono inoltre le inferriate, realizzate con esili ferri battuti a sezione quadra e foglie (un tempo dorate). Se sulle finestre rettangolari le volute sono sovrapposte ad una serie di barre verticali, su quelle ellittiche la cancellata perde ogni rigidità essendo costituita dalle sole volute, che divergono in fasci dall'asse verticale avvolgendosi in prossimità della cornice e cambiando frequentemente direzione con guizzi improvvisi.

Delle decorazioni originarie realizzate sia sulle pareti esterne che su quelle interne dallo stesso Biagio Bellotti, a causa delle intemperie e dell'incuria degli uomini, sono rimaste soltanto quelle del voltino che raffigurano la Giustizia (sotto forma di donna recante in mano una bilancia) circondata da angioletti. Grazie ai disegni del Bellotti, all'interno delle due cappelle laterali il pittore Carlo Farioli ha potuto realizzare nel 1978 due dipinti che ripropongono le antiche raffigurazioni.

La reliquia più importante presente all'interno della chiesa prepositurale è il corpo intero del martire romano San Felice, estratto dalle catacombe di Priscilla e concesso da papa Innocenzo X con atto di donazione del 5 aprile 1650 al padre gesuita Giovanni Battista Crespi, con facoltà di trasportarlo ed esporlo alla pubblica venerazione dei fedeli nella chiesa di San Michele Arcangelo.

Rivestito da una tunica bianca e da un manto rosso, per volere del Cardinale Schuster, dal 1938 il minuto corpo del martire è conservato in un'urna vetrata sotto l'altare della cappella a lui dedicata, sul lato destro della navata.

San Felice è, insieme all'Arcangelo, compatrono della chiesa di San Michele.



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lunedì 13 aprile 2015

L' ALPE SAN MICHELE

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L'alpe San Michele, nonostante superi di poco gli ottocento metri d'altitudine, è senza dubbio uno tra i più punti panoramici più belli del Lago Maggiore, in un area geografica nevralgica, dove Valcuvia e Valtravaglia si fondono.

La località San Michele, negli anni passati, era stazione d'alpeggio e faceva parte del territorio comunale di Musadino con Ligurno, dove malghe, pascoli e prati magri si alternavano a fitti boschi di castagno.

Oggi, questo incantevole lembo di terra è parte del comune di Porto Valtravaglia, ed è un ideale punto di partenza per passeggiate che abbracciano il monte Colonna o per escursioni di trekking.

Vari sono gli itinerari percorribili, da Muceno o da Arcumeggia, lungo la Via Verde Varesina, oppure seguendo uno spettacolare itinerario circolare che permette di raggiungere il Monte Colonna, con un cammino di circa quattro ore, in una cornice paessagistica che offre ampie vedute panoramiche sul Lago Maggiore.

Tra boschi di faggio, si superano i 1200 metri d'altitudine, con una veduta a dir poco mozzafiato, che spazia dal terreno pianeggiante del Varesotto e dell'altomilanese, alle vallate dell'alto Verbano, tra piccoli borghi prealpini che si mescolano a boschi e lago.

In una convalle verdeggiante della catena che collega i monti Sasso di Ferro e Cuvignone con Pian Nave, Colonna e San Martino, sul discrimine tra Valcuvia e Valtravaglia, sono tuttora riconoscibili un piccolo nucleo alpestre, una doppia filagna di edifici rustici e, poco più in alto alla quota di 820 m slm, la millenaria chiesetta di San Michele. Alcuni ruderi sul versante a lago denotano un originario maggior sviluppo dell'insediamento. Nonostante che siano proliferate intorno residenze turistiche non sempre intonate all'ambiente, l'antichità dei luoghi offre tuttora motivi di grande suggestione.

San Michele, nel territorio dell'antico comune di Musadino con Ligurno, oggi riunito a Porto Valtravaglia, era in passato stazione d'alpeggio. Due sono i tipici luoghi di montagna, pertinenti agli abitati di mezza costa, che ospitavano bestiame e pastori durante la buona stagione. I «monti» – a quota intermedia – sovvenivano al pascolo nei mesi primaverili e autunnali. D'estate greggi e armenti venivano portati «in alp» (maschile nel nostro idioma), oltre i 1000 m slm. Nel caso della Valtravaglia centrale, mancando rilievi di grande altezza, la stazione era unica. In origine la proprietà di prati e boschi era comune, magari goduta per «sorti», cioè con l'estrazione a sorte di porzioni temporaneamente assegnate in godimento esclusivo. Era questa caratteristica specifica degli «alpi», mentre per solito i «monti» erano divisi. Per il S. Michele possediamo l'atto del 1845 con cui furono divisi fra i 98 capifamiglia, a titolo di «livello perpetuo duraturo in infinito», i boschi e i ceppi nudi detti «Betole di Sant Michele», «Valone del Fo», «Fontana», «Tagliata del Sasso Bianco», per una estensione di quasi 71 ettari.  Vi furono poi trasferimenti di diritti e ultimamente ultimamente solo cinque famiglie godevano l'alpe. La forma dei lotti, la numerazione dei termini, l'impegno al taglio unitario dei boschi, divisi in sette compendi per cicli settennali di taglio e comprendenti una quota di ciascun proprietario, denotavano pur sempre la comunanza originaria.

La chiesa protoromanica ha una bella abside ed affreschi del XI - XVI secolo.
Rischiò di andare distrutta nel '600, quando prese fuoco il carbone ammassatovi da due carbonai.
Ancora nel '700 serviva agli "alpari" che preferivano non allontanarsi dalle greggi, insidiate da lupi e pericoli di ogni genere.
Sorge in un mirabile scenario di prati, boschi, monti ed offre un panorama incantevole.
L'elemento architettonico più interessante è l'abside semicircolare, in cui a tratti compare una caratteristica disposizione a "spina di pesce" della muratura, realizzata in grossi ciottoli regolari e ben curata.
Nell'estate del 2001 sono stati riportati alla luce importanti affreschi attribuibili al XI-XIV sec. il cui restauro è terminato nel 2005 grazie ad un contributo della Provincia e della Comunità Montana.
Un grande affresco è stato portato interamente alla luce: la Madonna in trono con San Antonio Abate e San Bernardo, datato 1517. Al piedi delle tre figure è apparsa la firma del pittore Gugliemo da Montegrino e la dedica dell'offerente, tale "... de Ligurno". Nell'inverno del 2000 è stata consolidata la struttura edilizia e rifatto il tetto in beola con un contributo della Regione Lombardia e secondo le disposizioni della Soprintendenza di Milano.
Un secondo grande affresco, più antico, rappresenta s. Michele arcangelo, altri due angeli ed un offerente, indicato come "Dominus cusstos". Nella parte sottostante è raffigurato un velario con una fiera mitica alata.
Il ciclo di affreschi comprende inoltre una teoria di apostoli nell'abside (ben recuperato S. Giacomo), un arcangelo sulla controfacciata con S. Ambrogio; Dio Padre con Abramo ed Isacco sulla parete sud. L'intero interno è fasciato da un velario molto caratteristico.



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