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domenica 4 ottobre 2015

SAN FRANCESCO D'ASSISI Patrono d'Italia

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Altissimo, onnipotente, bon Signore 
Tue so' le laude, la gloria et l'honore 
et onne benedictione. 
A te solo, Altissimo, se konfanno 
Et nullo homo ene digno te mentovare. 
Laudato si', mi' Signore, cum tucte le tue creature, 
specialmente messer lo frate sole 
lo quale è iorno et allumini noi per lui, 
et ellu è bellu e radiante, cum grande splendore: 
de te, Altissimo, porta significatione. 
Laudato si', mi' Signore, per sora luna e le stelle: 
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle. 
Laudato si', mi' Signore, per frate vento 
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, 
per lo quale alle tue creature dai sostentamento. 
Laudato si', mi' Signore, per sora acqua,
la quale è molto utile et humile
et pretiosa et casta.
Laudato si', mi' Signore, per frate focu
per lo quale enallumini la nocte
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte. 
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra madre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.
Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano 
per lo tuo amore,
et sostengo' infirmitate et tribolatione.
Beati quelli ke le sosterranno in pace 
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si', mi' Signore, 
per sora nostra morte corporale
da la quale nullo homo vivente po' skappare.
Guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali; 
beati quelli ke trovarà
ne le sue sanctissime volutati,
ka la morte secunda nol farrà male.
Laudate et benedicete mi' Signore,
et rengratiate et serviteli
cum grande humilitate.
(S. Francesco d'Assisi)


Diacono e fondatore dell'ordine che da lui poi prese il nome, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Il 4 ottobre ne viene celebrata la memoria liturgica in tutta la Chiesa cattolica (festa in Italia; solennità per la Famiglia francescana). È stato proclamato, assieme a santa Caterina da Siena, patrono principale d'Italia il 18 giugno 1939 da papa Pio XII.

Conosciuto anche come "il poverello d'Assisi", la sua tomba è meta di pellegrinaggio per centinaia di migliaia di devoti, pellegrini e ammiratori ogni anno. La città di Assisi, a motivo del suo illustre cittadino, è assurta a simbolo di pace, soprattutto dopo aver ospitato i tre grandi incontri tra gli esponenti delle maggiori religioni del mondo, promossi da papa Giovanni Paolo II nel 1986 e nel 2002, e da papa Benedetto XVI nel 2011. San Francesco d'Assisi è uno dei santi più popolari e venerati del mondo.

Oltre all'opera spirituale, Francesco, grazie al Cantico delle creature, è riconosciuto come uno degli iniziatori della tradizione letteraria italiana.

Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, eletto papa nel conclave del 2013, ha assunto il nome pontificale di Francesco in onore del santo di Assisi, primo nella storia della chiesa.

Francesco nacque nel 1182 da Pietro di Bernardone e dalla nobile Giovanna Pica, in una famiglia della borghesia emergente della città di Assisi, che, grazie all'attività di commercio di stoffe, aveva raggiunto ricchezza e benessere. Sua madre lo fece battezzare con il nome di Giovanni (dal nome di Giovanni Battista) nella chiesa costruita in onore del patrono della città, il vescovo e martire Rufino, cattedrale dal 1036. Tuttavia il padre decise di cambiargli il nome in Francesco, insolito per quel tempo, in onore della Francia che aveva fatto la sua fortuna.




La sua casa, situata al centro della città, era provvista di un fondaco utilizzato come negozio e magazzino per lo stoccaggio e l'esposizione di quelle stoffe che il mercante si procurava con i suoi frequenti viaggi in Provenza. Il padre Pietro vendeva la sua pregiata merce in tutto il territorio del Ducato di Spoleto in cui all'epoca rientrava anche la città di Assisi.

Il francescanesimo si inserisce in quel vasto movimento pauperistico del XIII secolo, in uno spirito di riforma volto contro la corruzione dei costumi degli ecclesiastici del tempo, troppo coinvolti negli interessi materiali e politici, nella sanguinosa Lotta per le investiture. A questo si deve aggiungere la fioritura del comune medioevale: la nascita delle ricche città-stato, se da un lato arricchì una parte del popolo, determinò la formazione di quei ricchi ceti mercantili, il cosiddetto popolo grasso, che acquistava potere a scapito della vecchia nobiltà feudale, facendo della vita metropolitana il centro della civiltà, pur lasciandovi dentro larghissime fette del ceto contadino più indigente, dall'altro causò una forte disuguaglianza sociale e anche crisi dell'assetto sociale medievale che dovette coinvolgere Francesco in prima persona mentre esercitava la professione di mercante.

"Povertà", "obbedienza" e "castità" sono aspetti fondamentali della vita di Francesco e dei suoi discepoli. Dopo un primo periodo passato in solitudine, Francesco iniziò a vivere la propria vocazione insieme a dei compagni che volevano imitare il suo esempio. L'umiltà e l'ascetismo al quale si accompagnò l'opera del santo gli valse il nome di Imitator Christi ("Imitatore di Cristo"): da qui inizia l'esperienza della "fraternità", nella quale ciascun membro è dunque un imitator Francisci ("Imitatore di Francesco"), e dunque un imitator Christi. Secondo la regola dettata da Francesco, la vita comunitaria deve cercare di conformarsi a questi principi:

Fraternità: i frati non devono vivere soli, ma devono prendersi cura dei propri fratelli (e in generale di tutti) con amore e dedizione. La stessa cura si estende incondizionatamente non solo alle creature umane, ma a tutto il creato in quanto opera di Dio e dunque sacro, vivendo in questo modo la fraternità universale.
Umiltà: porsi al di sotto di tutto e di tutti, al servizio dell'ultimo per essere davvero al servizio di Dio, liberarsi dai desideri terreni che allontanano l'uomo dal bene e dalla giustizia
Povertà: rinuncia a possedere qualsiasi bene condividendo tutto ciò che ci è dato con tutti i fratelli, partendo dai più bisognosi.
Alla preghiera e alla meditazione, la Regola francescana aggiunge lo "spirito missionario", in conformità ai precetti evangelici, assumendo una condotta completamente diversa rispetto alla norma seguita fino ad allora. È chiaro come a San Francesco interessassero soprattutto i ceti sociali più deboli, tendesse con amore fraterno verso quel "prossimo" spesso respinto e disprezzato dalla società, cioè verso il povero, il malato, il perdente, l'ultimo.

Francesco vuole essere il «minore tra i minori» (umile tra gli umili). Si sostiene che egli applicò ai compagni l'appellativo minores, dato in spregio ai popolani dai ricchi, perché lui stesso voleva incarnare la figura di "uomo del popolo". Assisi e Santa Maria degli Angeli furono e sono tuttora il cuore pulsante da cui parte e a cui ritorna l'attività missionaria di questo nuovo Ordine dei minori, come da allora in poi furono chiamati tutti coloro che seguirono (e che seguono) il santo fondatore assisano. In questo modo, lo spirito di condivisione è esempio concreto della comunione dell'anima con Dio, Gesù il Cristo, testimonianza di fede e di amore cristiano.

A imitazione dei poveri e dei mendicanti, è l'aspetto itinerante dei francescani, secondo il principio di portare il proprio sostegno materiale e spirituale al prossimo andandogli incontro là dove egli si trova: applicando questa regola alla prima persona Francesco visse e scontò un incessante vagare, portandosi fino ai confini dell'Europa, sostentandosi del frutto del lavoro che gli veniva offerto per strada e dove questo non fosse possibile, attraverso l'elemosina.
Nell’ultimo biennio di vita di Francesco si colloca la composizione del Cantico di frate sole (o Cantico delle creature). Sono anni questi in cui Francesco è sempre più tribolato dalla malattia (soffriva di gravi disturbi al fegato e di un tracoma agli occhi). Quando le sue condizioni si aggravarono in maniera definitiva Francesco fu riportato alla Porziuncola, dove morì nella notte fra il 3 e il 4 ottobre 1226. Il giorno seguente il suo corpo, dopo una sosta presso San Damiano, fu portato in Assisi e venne sepolto nella chiesa di San Giorgio.




Dopo le ultime prediche all'inizio del 1225, Francesco si rifugiò a San Damiano, nel piccolo convento annesso alla chiesetta da lui restaurata tanti anni prima e dove viveva Chiara e le sue suore.
E in questo suggestivo e spirituale luogo di preghiera, egli compose il famoso “Cantico di frate Sole” o “Cantico delle Creature”, sublime poesia, ove si comprende quanto Francesco fosse penetrato nella più intima realtà della natura, contemplando sotto ogni creatura l'adorabile presenza di Dio.
Se la fede gli aveva fatto riscoprire la fratellanza universale degli uomini, tutti figli dello stesso Padre, nel 'Cantico' egli coglieva il legame d'amore che lega tutte le creature, animate ed inanimate, tra loro e con l'uomo, in un abbraccio planetario di fratelli e sorelle che hanno un solo scopo, dare gloria a Dio.
In questo periodo, ospite per un certo tempo nel palazzo vescovile, dettò anche il suo famoso 'Testamento', l'ultimo messaggio d'amore del Poverello ai suoi figli, affinché rimanessero fedeli a madonna Povertà.
Poi per l'interessamento del cardinale Ugolino e di frate Elia, Francesco accettò di sottoporsi alle cure dei medici della corte papale a Rieti; poi ancora a Fabriano, Siena e Cortona, ma nell'estate del 1226 non solo non era migliorato, ma si fece sempre più evidente il sorgere di un'altra grave malattia, l'idropisia.
Dopo un'altra sosta a Bagnara sulle montagne vicino a Nocera Umbra, perché potesse avere un po' di refrigerio, i frati visto l'aggravarsi delle sue condizioni, decisero di trasportarlo ad Assisi e su sua richiesta all'amata Porziuncola, dove a tarda sera del 3 ottobre 1226, Francesco morì recitando il salmo 141, adagiato sulla nuda terra, aveva circa 45 anni.
Le allodole, amanti della luce e timorose del buio, nonostante che fosse già sera, vennero a roteare sul tetto dell'infermeria, a salutare con gioia il santo, che un giorno (fra Camara e Bevagna), aveva invitato gli uccelli a cantare lodando il Signore; e in altra occasione in un campo verso Montefalco aveva tenuto loro una predica, che gli uccelli immobili ascoltarono, esplodendo poi in cinguetii e voli di gioia.
La mattina del 4 ottobre, il suo corpo fu traslato con una solenne processione dalla Porziuncola alla chiesa parrocchiale di S. Giorgio ad Assisi, dove era stato battezzato e dove aveva cominciato nel 1208 la predicazione.
Lungo il percorso il corteo si fermò a San Damiano, dove la cassa fu aperta, affinché santa Chiara e le sue “povere donne” potessero baciargli le stimmate.
Nella chiesa di San Giorgio rimase tumulato fino al 1230, quando venne portato nella Basilica inferiore, costruita da frate Elia, diventato Ministro Generale dell'Ordine.
Intanto il 16 luglio 1228, papa Gregorio IX a meno di due anni dalla morte, proclamò santo il Poverello d'Assisi, alla presenza della madre madonna Pica, del fratello Angelo e altri parenti, del vescovo Guido di Assisi, di numerosi cardinali e vescovi e di una folla di popolo mai vista, fissandone la festa al 4 ottobre.

Gli episodi della sua vita e dei suoi primi seguaci, furono raccolti e narrati nei “Fioretti di San Francesco”, opera di anonimo trecentesco, che contribuì nel tempo alla larga diffusione del suo culto, unitamente alla prima e seconda 'Vita', scritte dal suo discepolo Tommaso da Celano (1190-1260), su richiesta di papa Gregorio IX.
Alcuni episodi sono entrati nell'iconografia del santo e riprodotti dall'arte, come la predica agli uccelli, il roseto in cui si rotolò per sfuggire alla tentazione, il lupo che ammansì a Gubbio, il ricevimento delle Stimmate, ecc.
È patrono dell'Umbria e di molte città, fra le quali San Francisco negli USA che da lui prese il nome; innumerevoli sono le chiese, le parrocchie, i conventi, i luoghi pubblici che portano il suo nome; come pure tanti altri santi e beati, venuti dopo di lui, che ebbero al battesimo o adottarono nella vita religiosa il suo nome.
Il grande santo di Assisi, che lo storico e scrittore, don Enrico Pepe definisce “Patrimonio dell'umanità”, fu riconosciuto da papa Pio XII, come il “più italiano dei santi e più santo degli italiani” e il 18 giugno 1939, lo proclamò Patrono principale d'Italia.





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sabato 13 giugno 2015

LA CHIESA DI SAN FRANCESCO A BRESCIA



All'inizio del XV secolo la navata centrale venne innalzata, permettendo l'inserimento del rosone in facciata, e dotata di copertura a carena lignea. Le trasformazioni più radicali si ebbero però a partire dal 1463 quando, su commissione del padre generale Francesco de Seni detto Sanson, l'architetto Antonio Zurlengo ampliò il precedente vano presbiteriale, edificando il nuovo coro chiuso dall'abside poligonale ad ombrello costolonato. Nel nuovo tessuto murario ai primitivi conci in medolo si aggiunsero i mattoni, creando un motivo a corsi dall'armonioso effetto chiaroscurale. Al 1477 risale la costruzione della cappella dell'Immacolata Concezione (quarta a sinistra), caratterizzata dal grande tiburio ingentilito da una decorazione ad archetti lobati di gusto tardogotico. Alcuni anni dopo lo stesso Zurlengo, coadiuvato in alcuni casi dall'architetto Filippo da Caravaggio, edifica diverse cappelle lungo la navata sinistra (prima, seconda e settima), mentre è esclusivamente di sua mano l'ampliamento della sacrestia (1483), la costruzione del refettorio (1488) e di alcuni altari addossati alla parete occidentale. Alla fine del secolo, ormai con caratteristiche rinascimentali, vengono edificate le cappelle Calzaveglia e Brunelli (quinta e sesta navata a sinistra), coronate da cupolette ottagonali. Al periodo barocco risalgono affreschi, dorature e stucchi sia nelle cappelle che vennero anche modificate, che nella volta rifatta con copertura a botte. A partire dalla seconda metà del XVII secolo si intervenne anche all'esterno dell'edificio, abbattendo il protiro gotico che proteggeva le arche funebri di molte nobili famiglie bresciane. Questi cambiamenti strutturali proseguirono anche nel secolo successivo, con particolare riferimento alla cappella dell'Immacolata Concezione che assunse fattezze barocchette. In seguito all'invasione francese la chiesa venne chiusa al culto e i chiostri utilizzati come depositi e forneria (impiego che si protrarrà fino al 1926), finché nel 1838 si decise di intraprendere i restauri di tutto il complesso affidandoli all'architetto Vantini che aveva appena operato nella chiesa domenicana di S. Clemente. Anche per il S. Francesco attuò una trasformazione neoclassica che comportò il cambiamento delle volte nel coro, l'apertura di nuove finestre semicircolari nelle navate e la stesura di un chiaro intonaco su tutta la superficie muraria e sui piloni. Dopo la restituzione del complesso ai Francescani (1926), si procedette ad un accurato restauro teso a recuperare le originarie strutture architettoniche dell'abside e delle navate e quanto rimaneva delle testimonianze pittoriche. Durante la seconda guerra mondiale la chiesa venne bombardata, subendo gravi danni. Si procedette così a imponenti interventi di consolidamento che si protrassero fino al 1954 e le ridiedero il suo aspetto originario, essendo stato ripristinato l'antico piano di calpestio e la volta a carena.

La severa facciata dai regolari conci in medolo è a capanna, scandita in tre specchiature da sottili paraste e coronata dal fregio ad archetti pensili che prosegue anche lungo la navata principale. Particolarmente ricco è lo scomparto centrale caratterizzato dal portale strombato con capitello a crochet a fascia unica che continua anche ai lati, sormontato dal rosone policromo. Negli scomparti laterali si aprono due oculi a giorno, soluzione che verrà successivamente adottata in diverse chiese lodigiane e cremonesi, e due lunghe monofore trilobate. L'interno a tre navate, divise da slanciati piloni con capitelli fogliati che sostengono archi a sesto acuto, presenta nella centrale una copertura di gusto veneziano a carena trilobata, mentre le laterali sono a cassettoni. Al termine delle navate, in origine erano chiuse dal transetto di cui oggi non si scorge più traccia, si staglia il coro con volte a costoloni, fiancheggiato da una cappella sul lato sinistro e da due su quello destro. La più esterna costituisce la base del campanile, contemporaneo alla chiesa e arricchito da due ordini di bifore sovrapposte: a tutto sesto nell'inferiore, ogivali e lobate nel superiore. Le pareti della chiesa, affrescate a partire dall'ultimo decennio del Duecento, subirono diverse modifiche per l'apertura di cappelle e la costruzione di altari, e costituiscono oggi un variegato palinsesto. La testimonianza più antica risalente al 1280 è una Santa circondata da quattro bambini, generalmente identificata come Santa Elisabetta d'Ungheria, affrescata sulla parete presso il quinto altare. Nel registro superiore della navata destra tra il secondo e il terzo e tra il terzo e il quarto altare, è affrescata una Teoria di Angeli e Santi. Nel registro mediano è conservato un affresco comunemente indicato come Scuola francescana, anche se l'identificazione risulta difficile per la perdita di gran parte della superficie pittorica. Sulla scena, delimitata da alberelli fioriti, si accalcano un folto numero di frati appartenenti ad ordini diversi e giovani studenti. L'opera denota una rigorosa resa spaziale unita ad una ricerca di naturalismo nell'attenta resa degli abiti e dei volti. La gamma cromatica dai toni smorzati, unita all'allungamento delle figure, da ricondurre ad influssi della miniatura bolognese, concorrono ad una datazione attorno al 1320. Nel registro inferiore, di poco posteriore e di diversa mano è la Deposizione di Cristo, affresco staccato ma ricollocato nella posizione originale. Messo tradizionalmente in correlazione con lo stesso soggetto dipinto a Padova da Giotto, denota una minor complessità d'impaginazione e una resa più statica delle figure che suggerirebbero una paternità in ambito veronese. La volumetria delle figure e la levità del panneggio del sudario che avvolge Cristo costituiscono un importante termine di confronto con il prezioso Crocifisso ligneo conservato nella seconda cappella a sinistra. La rappresentazione del volto dolente e del corpo teso nello spasimo rivelano un naturalismo tipico dell'area lombarda, che ha suggerito una datazione entro il 1320 e strette affinità con il Maestro di S. Abondio e di S. Margherita a Como.
Addossato al fianco occidentale della chiesa si eleva il bel chiostro eretto nel 1394 da Guglielmo da Frisone da Campione, come riportato nell'iscrizione scolpita sulla colonna angolare di nord-ovest. La struttura è costituita da robuste colonne in marmo rosso di Verona, appoggiate su basi fogliate, che contrastano con i capitelli in marmo bianco dalla varia decorazione floreale o antropomorfa. Il cornicione in cotto è arricchito da una doppia fascia a dente di sega che riequilibra orizzontalmente lo slancio verticale degli archi ogivali. Un altro chiostro dalle dimensioni notevolmente ridotte, con copertura a volte sostenuta da possenti colonne, venne costruito nel XV sec. dietro il campanile.




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sabato 6 giugno 2015

LA CHIESA DI SAN FRANCESCO A LODI

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La rossa facciata della medievale chiesa di S. Francesco (sec.XIII), costruita dalla nobile famiglia guelfa dei Fissiraga, con protiro ogivale, grande rosone marmoreo e due emozionanti bifore a cielo aperto danno leggerezza all'insieme.

L'edificio venne innalzato tra il 1280 e i primi anni del Trecento laddove precedentemente sorgeva una piccola chiesa dell'Ordine dei Frati Minori dedicata a San Nicolò. Su iniziativa del vescovo di Lodi Bongiovanni Fissiraga, i religiosi intrapresero la costruzione dell'attuale corpo di fabbrica sostenuti dalle donazioni del nobile Antonio Fissiraga.

Nel 1527 la gestione del tempio venne affidata ai Francescani Riformati di San Bernardino, cui nel 1840 subentrarono i Padri Barnabiti, i quali avevano già occupato nel 1834 il convento adiacente trasformandolo in collegio; i primi anni della loro attività furono interamente dedicati ad un profondo lavoro di restauro del complesso, che ebbe termine nel 1842. Benché i Barnabiti abbiano ottenuto il ministero apostolico della chiesa di San Francesco "ad uso perpetuo", la proprietà dell'edificio è sempre rimasta appannaggio della parrocchia della Cattedrale di Lodi, da cui tuttora dipende.

Le notizie più antiche attestanti la presenza in città dei frati minori risalgono al 1224, anche se solo vent'anni dopo questi furono costretti ad allontanarsi in seguito agli scontri tra le autorità comunali, schierate con lo scomunicato imperatore Federico ii, e il clero. Soltanto nel 1252, quando papa Innocenzo iv ripristina la sede vescovile, possono rientrare in città e viene loro concessa dal vescovo Bongiovanni Fissiraga la chiesa di S. Nicolò con le annesse proprietà già della famiglia Pocalodi. Probabilmente a partire dagli anni Ottanta, grazie all'intervento del capo della lega guelfa Antonio Fissiraga (forse nipote del vescovo), si iniziano i lavori per la costruzione della nuova chiesa, essendo ormai il S. Nicolò troppo piccolo per l'elevato numero dei frati presenti. La costruzione doveva già essere a buon punto nel 1290 se vi fu sepolto il vescovo Bongiovanni e pressoché terminata agli inizi del Trecento, come suggerito dalla data 1304 presente in un'iscrizione scolpita sul rilievo raffigurante sant'Antonio collocato nel pilastro centrale del transetto di destra che, insieme al corrispettivo di sinistra con san Francesco, fu eseguito da fra' Delay de Brellanis da Lodi. Numerose nobili famiglie lodigiane posero le loro sepolture in S. Francesco, ottenendo il patronato delle varie cappelle aperte sul fianco sinistro a partire dal XIV fino al XVIII secolo, divenendo così i committenti dei numerosi affreschi e tele che ne ornano le pareti e gli altari. Costituisce un esempio particolare la seconda, o di san Bernardino, ricavata nel 1477 dalla demolizione del campanile già costituito dalla torre dei Pocalodi, precedentemente inglobata nell'edificio religioso. Gli interventi più sostanziali si ebbero però nel xvii secolo, quando si chiusero le bifore absidali e si rifece la decorazione di alcune cappelle, arricchite con stucchi e dorature. La trasformazione barocca della chiesa proseguì ancora per tutto il Settecento, in particolare con il rifacimento del coro con decorazioni architettoniche illusionistiche nel 1740. Con la soppressione del convento nel 1810, la chiesa divenne sussidiaria della parrocchia del Carmine, e così rimase fino al 1842, quando fu ceduta ai padri barnabiti che già dieci anni prima si erano stabiliti nel convento. Trovandosi l'edificio in precarie condizioni, fu necessario un imponente restauro affidato agli architetti milanesi Ambrogio Nava e Carlo Maciachini e ai pittori Martino Knoller e Giuseppe Bertini, che comportò il rifacimento del tetto, la chiusura di alcune cappelle e l'integrazione di brani pittorici tre-quattrocenteschi. Sugli affreschi si intervenne nuovamente a partire dal 1960 con una vasta campagna quasi ventennale, che prendendo il via dalla navata di destra ha successivamente interessato tutte le altre superfici dipinte.

La facciata in cotto rosato, rimasta incompiuta, è caratterizzata da un alto protiro ogivale con colonne in cotto su plinti di pietra, da due lesene semi-cilindriche e da un grande rosone in marmo bianco; ai lati, due singolari bifore a sesto acuto si aprono al cielo donando leggerezza alla struttura frontale.

La facciata, incompleta nella parte superiore, venne aggiunta al corpo dell'edificio forse dopo il 1312, data dell'ultima donazione effettuata da Antonio Fissiraga prima del suo arresto ad opera dei Visconti nel 1316. Costruita interamente in cotto, è scandita in tre campi da due possenti semicolonne addossate. In quello centrale, oltre al rosone marmoreo aperto quasi due secoli dopo, si staglia il portale archiacuto, con semicolonnine a fascio, cui si addossa il protiro, anch'esso frutto di aggiunta posteriore. Nei campi laterali, sopra gli ingressi, si apre una monofora a tutto sesto sormontata da una bifora archiacuta "a vento", che lascia cioè intravedere il cielo (la parete della facciata supera infatti il colmo delle navate).
L'interno, dalla pianta a croce latina, richiamo del pavese S. Francesco, è a tre navate, costituite da quattro campate (di cui la prima più stretta) ad andamento alternato, in maniera tale cioè che alla centrale ne corrispondono due laterali. Massicci piloni cilindrici in cotto (simili a quelli del duomo cittadino), terminanti con capitelli in pietra dalla decorazione vegetale o antropomorfa, sostengono le volte costolonate a sesto acuto. Il transetto è costituito da tre campate quadrate, ciascuna di misura identica a quelle della navata centrale. Lo stesso modulo si ripresenta nel coro, mentre ognuna delle quattro cappelle che lo fiancheggiano ha le medesime dimensioni di ciascuna campata nelle navate laterali.
La chiesa è giustamente celebrata anche per il suo ricco corredo pittorico che si snoda quasi ininterrottamente su pareti, volte e piloni. Le testimonianze più antiche, databili verosimilmente entro il secondo decennio del Trecento, si estendono sulle volte della terza campata nella navata centrale e sulla crociera mediana del transetto. Riecheggiano nei motivi decorativi la miniatura bolognese e la pittura veneta di fine XIII secolo mentre, nella volumetria delle figure e nell'attenta resa spaziale e prospettica, traspare la lezione giottesca che è interpretata secondo un realismo tipicamente lombardo.
Parallelamente al Maestro della tomba Fissiraga opera un altro pittore d'estrazione lodigiana, attivo soprattutto nel S. Bassiano di Lodi Vecchio (per cui ne deduce il nome di Maestro di S. Bassiano), a cui si devono numerosi affreschi votivi: il San Nicola sul quarto pilone di destra, il Battesimo di Cristo sul sesto della medesima navata, la Madonna in trono con Bambino sul settimo pilone sinistro. A queste testimonianze, dall'impianto compositivo maggiormente semplificato e dai modi più arcaicizzanti, è stato recentemente aggiunto il semplice affresco con i Funerali di Antonio Fissiraga in cui il protagonista indossa l'abito francescano. Da queste opere si svilupperà, per tutto il Trecento, una scuola locale che riproporrà le innovazioni dei due Maestri.
Alla fine del secolo si collocano invece alcune testimonianze di elevata qualità, che risentono fortemente dell'operato di Giovannino de' Grassi e del gusto proprio del Gotico Internazionale, diffusosi ampiamente nel ducato di Milano. Sull'arco d'ingresso della cappella di S. Bernardino (terza a destra) lo Sposalizio mistico di santa Caterina anche se mutilo, rivela un'estrema ricercatezza formale, che si attua in forme esili e allungate e in una stesura cromatica modulata e impreziosita da un copioso impiego di oro. Contemporaneo e culturalmente affine è il Maestro di Ada Negri, a cui si devono la Madonna col Bambino sul secondo pilone a destra, e la Visitazione sul terzo, sempre di destra. Nel primo esempio istanze miniaturistiche si esplicitano nell'incorniciatura e nel raffinato decorativismo degli abiti, mentre nel secondo si unisce anche una stesura cromatica piatta che riduce la volumetria dei singoli personaggi.





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mercoledì 20 maggio 2015

LA CHIESA SI SAN FRANCESCO A SARONNO

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La chiesa di San Francesco è una chiesa di Saronno. Alle origini era conosciuta come chiesa parrocchiale di San Pietro. L’attuale edificio fu ricostruito nel 1297 con annesso convento. La creazione di questa chiesa è si deve, probabilmente a sant'Antonio di Padova, mentre visitò Saronno sulla strada per Varese per l’insediamento di un monastero di conventuali, datato 1230 e soppresso nel 1797 da Napoleone. È monumento nazionale dal 1931.

La chiesa ha un'adiacente convento, di epoca medioevale, che ospitava frati francescani.

All'esterno della chiesa è conservata un'ara di epoca romana che risale ad un periodo compreso tra il I ed il II secolo. Sull'altare compare un'iscrizione che recita: Quintus Cassius Mercator Deis Deabus.

La presenza dei francescani a Saronno è documentata dal 1286.
Nel 1297 una lettera dell’Arcivescovo Fontana invitava la Diocesi a contribuire alle spese per la “fabbrica” della nuova Chiesa di S.Pietro in Saronno, della cui esistenza si hanno notizie dal 1154. Questa dedicazione rimase alla Chiesa fino al 1570 quando S.Carlo diede il titolo di S.Pietro alla Chiesa parrocchiale e di S.Francesco alla Chiesa dei frati.
Nel 1400 i francescani con Duns Scoto, sostengono il culto dell’immacolata Concezione. Si costruisce una cappella in suo onore. In seguito nel 1712 vi fu collocata la statua che fu portata poi in Prepositurale.  Segue un periodo di grande splendore spirituale, artistico e musicale.
Nel 1797, durante il governo della Repubblica Cisalpina, per ordine del Direttorio, si è giunti alla soppressione del convento. Le chiavi della Chiesa furono consegnate al Parroco. L’ex Convento ha poi ospitato Scuole e Collegi.
Mons. Angelo Ramazzotti, che fu poi Patriarca di Venezia, nel convento, che era diventato proprietà della sua famiglia, ha fondato prima l’Oratorio maschile e un orfanotrofio e poi,
come ricorda una lapide, nel 1850, ha dato inizio al PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere).
Il Cav. Felice Carcano, che era diventato il proprietario della Chiesa e del convento, nel 1898 ha fatto atto di donazione della Chiesa e dell’annessa canonica alla Prepositurale.
Dal 1960  si eseguirono i lavori di restauro della Chiesa che aveva subito tanti danni. La conclusione dei grandi lavori fu nel 1990 ma la Chiesa ha bisogno di continue cure.
Nel 1992 torna a S.Francesco l’antico coro che era stato salvato portandolo in Prepositurale.
Dopo il restauro della facciata nel 2003, vi sono state collocate nel 2004 due nuove statue di S.Francesco e S.Antonio, le precedenti, che erano cadute, sono conservate in Chiesa.

La Chiesa di S.Francesco è mirabile nella semplicità del suo stile romanico lombardo. Ha una armoniosa facciata, un bel campanile, la cupoletta di quella che era la Cappella dell’Immacolata.
È a tre navate, sui due lati vi sono 12 cappelle edificate a cura di famiglie saronnesi.
Sono notevoli: sulla destra la Cappella del Crocifisso e quella di S.Antonio; sulla sinistra l’affresco della Madonna del S.Rosario, che è di Aurelio Luini (figlio di Bernardino) e la Cappella dell’Immacolata che si nota per la sua cupola, qui si trovava la Statua dell’Immacolata.
Particolare importanza assume la Cappella del “Compianto”. Vi si trova un gruppo di statue lignee: la Madonna con il Cristo morto, S.Giovanni e la Maddalena. L’opera è della fine del 400, inizio del 500. Attualmente è attribuita ad Andrea da Milano, che ha lavorato in Santuario.
Anche l’interno della Chiesa è tutto affrescato: sulle colonne e nei medaglioni vediamo figure di Santi e di personaggi che hanno avuto rapporti con i francescani, importante è l’apoteosi francescana che si trova nella navata centrale. Rappresenta storie della vita di S.Antonio e S. Francesco. Il ciclo degli affreschi è stato commissionato dal Maderna ad Ambrogio Legnani nel 1678. In seguito vi lavorò anche il figlio, Stefano Maria Legnani, detto “il Legnanino”.
Nel presbiterio vi sono affreschi del Lanzani e, dietro l’altare, è il coro riportato dalla Prepositurale.
Sono stati tanti gli artisti che hanno prestato la loro opera, la tradizione artistica continua nella raccolta di opere moderne nel museo allestito nelle sale della canonica.
Uscendo sulla via Carcano, inserita nell’abside, troviamo un’ara romana (I-II sec. d.C.) è il mercante Quinto Cassio che la dedica agli dei ed alle dee.



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venerdì 24 aprile 2015

IL MONTE SAN FRANCESCO IN PERTICA



La leggenda narra che (nel 389 d.C.) Sant'Ambrogio sconfisse gli Ariani dalla torre sul monte sopra Velate. L'arianesimo prendeva il nome dal suo fondatore, Ario, che nella sua lettura del cristianesimo negava la trinità di Dio e la divinità di Gesù. Questa dottrina, fortemente contraria a quella ufficiale di Roma, venne dichiarata eretica, questo scatenò conflitti e scontri. Dall'evento della sconfitta leggendaria, la torre che ora sta all'interno del monastero delle Suore Romite sul Sacro Monte, venne chiamata “degli Ariani”. Ma proprio in quella dicitura per definire il monte si potrebbe leggere un errore di attribuzione dell'evento, forse la battaglia che pose fine al conflitto non avvenne sull'attuale Sacro Monte, bensì su quello che oggi è il Monte San Francesco in Pertica, che è appunto sopra Velate.

Il Monte San Francesco è inserito nel SIC “Grotte del Campo dei Fiori”, uno dei cinque Siti di Importanza Comunitaria in cui è suddiviso il Parco. La zona in cui sono presenti le rovine del convento è identificata come area archeologica che nel 2002 ha preso parte al progetto “Giardini di Frate Sole”.

Un luogo tra natura e storia, dove conflitti, religione e politica si sono avvicendati fino ad annullarsi, fino a designare la sua scomparsa. Sul Monte San Francesco in Pertica si sono susseguiti popoli e culture che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese. Infatti, su quel rilievo sotto al Campo dei Fiori, vi fu prima una torre d’avvistamento romana, poi un insediamento longobardo ed infine un monastero francescano.
Purtroppo tutto quello che rimane ormai sono solo macerie di un passato che solo in pochi conoscono.

Nel periodo Basso Imperiale (III-V sec.d.C.), la torre romana integrava il sistema di controllo del limes prealpino, fortificazioni chiamate Clausurae Augustanae.
La costruzione di questa ulteriore linea di difesa avvenne per proteggere la penisola dalle sempre più frequenti incursioni barbariche nel territorio imperiale. Per questo, sul S. Francesco venne eretta una torre che comunicava a vista con quella “degli Ariani” posta sull'attuale Santa Maria del Monte. Queste postazioni erano fondamentali per il controllo del transito verso la Valle della Rasa, che consentiva l’accesso ai passi alpini del San Bernardino e del Lucomagno, questi portavano in Rezia (Svizzera), una delle province romane. Il complesso di fortificazioni collegate a quella sul S. Francesco appartenevano al territorio del Seprio, che aveva il suo centro militare a Castelseprio.
Questa appartenenza territoriale influenzerà profondamente tutte le vicende militari che avvennero sul monte, finché il Ducato di Milano prenderà il controllo della regione chiamata Contado del Seprio (nel XIII secolo).

Tra VI e IX secolo, il sistema di fortificazioni romane venne in potere dei Longobardi. Una pratica tipica di questa popolazione era quella di affiancare ai centri militari un luogo religioso ed è ciò che si ipotizza sia avvenuto anche sul Monte San Francesco. Infatti, è a quest’epoca che risale una parte del toponimo del monte: il nome“in Pertica” deriva da un'usanza funebre longobarda.
Proprio presso questo popolo era diffuso l’uso di piantare un’asta sulla tomba del guerriero, in cima erano soliti collocare una colomba, in legno o terracotta, rivolta verso il luogo dove il guerriero aveva perso la vita. Per questo motivo si pensa che, su un pianoro appena sottostante alle costruzioni, vi sia un antico cimitero longobardo. A conferma di ciò vi sono alcuni racconti di persone del posto che avrebbero ritrovato alcuni reperti archeologici.
Nel periodo seguente (fino al XVI sec.), la via che collegava Velate al santuario sul Sacro Monte divenne d'importanza fondamentale. Proprio perché situato sulla strada principale, che collegava a Velate il santuario e la guarnigione stanziata là sopra, è molto probabile che il monte “in perticis” (come viene chiamato nei documenti dell’epoca) fosse coinvolto negli scontri tra milizie sepriesi e milanesi. Ma, oltre che gli spostamenti di truppe, questa strada era frequentata anche per raggiungere S. Maria del Monte, che era divenuta meta di pellegrinaggio su una dei principali collegamenti
ai Paesi d’oltralpe.
Le rovine situate sul monte sono la testimonianza dell’azione dei frati la cui presenza è documentata già a partire dal 1289. Caterina da Pallanza quando fondò il monastero delle romite del Sacro Monte nel 1474 abbracciò proprio la regola Agostiniana. Al 1478 si riferisce un miracolo, narrato dal Sormani nel suo libro “ Il Santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese” edito nel 1739. Egli racconta che Padre Jacopo di San Francesco in Pertica guarì dalla sordità una fanciulla toccandole le orecchie con una mano del cadavere della Beata Caterina, defunta già da nove giorni.

Purtroppo poche sono le notizie relative al monastero: presumibilmente i frati che vi abitarono furono sempre in numero limitato poiché le dimensioni dell’edificio dovevano essere piuttosto modeste. Della chiesa abbiamo qualche notizia all’epoca di San Carlo Borromeo quando ormai i frati avevano già abbandonato il monastero che ricadeva sotto la tutela della parrocchia di Velate. Certo è che l’edificio si trovava in completo stato di abbandono: l’altare era privo di croce e candelieri, il pavimento dissestato, i muri scrostati, mancavano il soffitto, il campanile, l’acquasantiera. Nessuno si preoccupava di custodirne l’ingresso. Nella sua visita pastorale del 27 ottobre 1574, San Carlo ordinò una serie di urgenti riparazioni e, in attesa di una decorosa sistemazione, la sospensione delle celebrazioni liturgiche. I lavori di riordino, in realtà, data la difficoltà di reperire i fondi e forse l’insufficiente interessamento al luogo, non vennero mai eseguiti e la chiesa venne sconsacrata. I muri crollati vennero ulteriormente demoliti per permettere l’utilizzo delle pietre come materiale da costruzione.

Il luogo cadde lentamente nel più completo oblio tanto che oggi la vegetazione ha ricoperto i pochi ruderi sopravvissuti al passare del tempo . Anche il sentiero che permetteva la salita al monte san Francesco venne sempre meno utilizzato dai pellegrini che, con la creazione nel XVII secolo del Viale delle cappelle, raggiungevano il Santuario di Santa Maria del Monte senza più seguire gli antichi sentieri medioevali che si diramavano dall’antico centro abitato di Velate. Oggi della chiesa e del convento di S. Francesco sembra andato quasi completamente perso anche il ricordo. Secondo la tradizione, molti sostengono che l’altare ligneo conservato nella chiesa parrocchiale di Velate provenga dalla chiesa di S. Francesco in Pertica. Qualche velatese ritiene che anche la statua lignea della Madonna con bambino conservata nella chiesa di S. Cassiano, abbia la medesima provenienza.

Nella chiesa di San Cassiano, sotto Velate, è conservata una statua della Madonna con Gesù bambino tra le braccia, ma la scultura non è sempre stata in questo luogo. Il 19 agosto 1574 una visitazione dell'Arcivescovo presso il San Francesco trovò nel decaduto conventino, ormai abbandonato dai frati, soltanto un eremita che custodiva “una statua bellissima dell'insigne Madre” (così recita il rapporto scritto sulla visitazione). Forse questa opera d'arte è proprio quella che venne poi portata alla chiesa di San Cassiano, poco distante da lì.

Dal punto di vista geologico la zona è costituita dalla formazione “Calcare di Moltrasio“, composta sia da calcare che da selce diffusa e concentrata in noduli, con ampia presenza di fossili nella parte basale dell’unità. Questi fossili sono la testimonianza che milioni di anni fa tutta la zona di Varese era sommersa completamente dal mare.

L’ambiente che si trova è selvaggio, immerso in una vegetazione rigogliosa che ne limita i punti di vista. La cima del monte si raggiunge senza difficoltà. Qui si notano i resti di una struttura quadrata. Sono muri a secco di limitato spessore non una costruzione imponente. La sua posizione dominante e la forma lasciano pensare ad una torre, ma forse era un semplice locale del monastero. Poco lontano le fondazioni della chiesa, una piccola aula con apertura a Ovest e zona absidata appena leggibile a Oriente. Tutto intorno pietre, talvolta sovrapposte con ordine, talvolta accumulate.

L’area del complesso monastico non doveva essere piccola (un ettaro circa), ma le costruzioni, secondo la tradizione francescana, erano povere, i locali spogli, essenziali e di limitate dimensioni. La visita non lascia affascinati in quanto non si riesce nemmeno con un rilievo geometrico a capire qualche cosa sulla organizzazione degli spazi abitativi e di culto. Pensiamo però al San Francesco coltivato a vigneto, alla sua sommità libera dalla vegetazione spontanea, alla chiesa e alle casette del monastero intonacate di calce: così San Carlo Borromeo, nella mappa allegata alle descrizioni delle sue visite pastorali, ci sembra descrivere ancora questo luogo che solo pochi anni dopo non sarebbe stato altro che un ricordo.

Il Monte San Francesco è caratterizzato da boschi di latifoglie; in particolare Faggi, Robinie, Quercia e Castagni. Nello strato arbustivo si possono trovare noccioli, cappello del prete, acero campestre, rosa canina e pungitopo. Lo strato erbaceo
è molto diversificato e si possono trovare specie come la primula, il ciclamino, l’edera e la felce.

Da un punto di vista faunistico, le presenze più interessanti riguardano i rapaci (Nibbio bruno e Falco pecchiaiolo ), e i chirotteri ( pipistrelli ) preziosi alleati per ridimensionare le popolazioni di insetti dannosi e fastidiosi quali le zanzare.
Curiosa è la presenza di alcune specie di invertebrati tra cui l’endemico
Duvalius ghidinii appartenente alla famiglia dei Carabidi. Sono molto diffusi anche mammiferi ungulati ( Cinghiali, Cervi e Caprioli ), e piccoli roditori tra i quali Scoiattoli. I più fortunati potranno avvistare anche bellissime volpi.




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venerdì 10 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN FRANCESCO A GARGNANO

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La Chiesa fu eretta nel 1289 dai frati francescani, arrivati a Gargnano per volere del Vescovo di Brescia. L'esterno conserva la sua impronta romanica, interpretata alla maniera francescana, cioè in stile semplice e povero. Sulla facciata, a forma di capanna, si nota una statua votiva (1301) raffigurante l'immagine di Sant'Antonio da Padova. L'interno della chiesa, che custodisce dipinti di Giovanni Andrea Bertanza e Andrea Celesti, era originariamente diviso in tre navate, in seguito demolite per essere ridotte ad una sola, probabilmente tra il sec. XVII e il sec. XVIII. Sul lato destro dell'edificio sorge il Chiostro dell'antico convento francescano. Costruito nella prima metà del sec. XIV, esso si presenta come un piccolo cortile a pianta quadrata, circondato da un portico ad archi inflessi di impostazione veneta, poggianti sui capitelli delle colonne cilindriche. Il Chiostro custodisce anche due antiche tracce di età romana, ritrovate a Gargnano: una lapide (rinvenuta nel 1837) è dedicata a Nettuno, mentre una piccola ara onora Revino, divinità locale. Ancora nel chiostro si può scorgere con sorpresa lo stemma marmoreo quattrocentesco del Comune di Gargnano, individuato dalle iniziali C.G.: Communitatis Gargnani. Il blasone rappresenta una lupa rampante che tiene fra le zampe un giglio , sormontato da una corona capovolta. Nel 1879 il convento diventa proprietà della Società Lago di Garda, che lo adatta a magazzino degli agrumi; solo nel 1912 il governo italiano riconosceva la chiesa monumento nazionale.

In una bolla del pontefice Nicolò IV del 1289 la si cita, in quanto il pontefice concede l'indulgenza di un anno e 40 giorni ai visitatori: "Ecclesiam S: Francisci F.F. minorum de Garignano".
A quella data dunque i lavori di costruzione del convento dovevano essere già terminati (in quanto F.F. sta secondo gli studiosi per Frati Francescani). Di conseguenza, la chiesa era già officiata. Fra Giuseppe Gelmina, ultimo guardiano del convento, nel 1769 (prima della soppressione) scrive in una relazione al Governo Veneto che nell'archivio del convento non è conservato nessun documento inerente alla costruzione.
Nel 1800, da una relazione del parroco di Gargnano, risultano essere presenti all'interno della chiesa otto altari. Attualmente se ne possono contare solo sei. Il più articolato e scultoreo risulta essere quello dedicato all'Immacolata. Decorato da marmi di vari colori, è chiuso in alto dalle figure del Padre Eterno e di Gesù Cristo che reggono il Mondo. Nella nicchia vi è una statua marmorea dell'Immacolata attribuita alla bottega del bergamasco Andrea Fantoni. Sulla parete di destra è posta una lapide (1954) in occasione del centenario della proclamazione del Dogma dell'Immacolata Concezione.
Con atto 18 luglio 1879 del notaio C.A. Feltrinelli il convento passò di proprietà dal Comune e dalla congregazione di carità, alla Società Lago di Garda che lo adattò a magazzino degli agrumi. La chiesa e il chiostro assunsero con il passare degli anni un aspetto di abbandono e degrado, causa anche al continuo cedimento della sponda lato lago.
Nel 1894 vennero poste sul campanile tre nuove campane. Nel 1914, alcuni anni dopo che il Governo Italiano riconobbe al complesso il titolo di monumento nazionale, lo storico scrittore locale A. Cozzaglio definiva il tutto: "un fosco e lugubre avanzo monastico del medioevo".
L'interno della chiesa, originariamente era a tre navate, fu ridotto nei secoli XVII e XVIII ad una sola navata di stile corinzio-monastico. Sopra la porta maggiore tre grandi tele, rappresentano la Visita dei Pastori, la Fuga in Egitto e l'Adorazione dei Magi. Le tele sono di scuola lombarda fine XVI secolo.

La facciata della chiesa si presenta costituita da diversi materiali che permettono di leggere la stratificazione storica dell'edificio. Si può dividere in 3 parti: una fascia inferiore protetta di intonaco di malta, una fascia centrale in pietra locale squadrata a vista e una fascia superiore intonacata con malta cementizia terminante con la copertura. Al centro della facciata si nota il bello e antico portale in pietra bianca, con lavorazioni a profilo gotico e con capitelli a fascia obliqua ad arco.
Il pregio della facciata, oltre che per i suoi materiali, è dovuto anche a questa statua che raffigura Sant'Antonio da Padova, recante la data 1301, con la seguente iscrizione: "MCCCI SANCTUS ANTONIUS ILLUMINAVIT UNO OCULO FRATREM DELAYORUM DE LAUDE FACTOREM HUIUS OPERIS". Si tratta di una statua votiva in seguito alla miracolosa restituzione della vista ad un frate, Antonio Delay. Pur non rivelandosi il frate scultore un grande artista, la piccola statua ha un suo valore storico.
Oltre alla statua di Sant'Antonio, anche sul lato settentrionale, ai lati della porta secondaria dalla quale si accede all'interno della chiesa, si trovano due frammenti lapidei. Sul lato destro guardando la porta c'è un bassorilievo in marmo rosso di Verona, raffigurante la Madonna Incoronata in adorazione del Bambin Gesù, datato intorno alla metà del Quattrocento; di fattura molto semplice le due figure sono sproporzionate nelle forme.
L'altro bassorilievo, considerato più importante, è situato a sinistra della porta secondaria. In pietra bianca di forma poligonale a 5 lati, probabilmente costituiva il sopraporta di una cappelletta oggi demolita. In esso è raffigurato San Francesco in ginocchio nell'atto di ricevere le stigmate dal Serafino alato. Si nota anche la figura di Frate Elia che assiste alla scena. Sullo sfondo, una chiesetta (forse la Chiesuola della Verna) dove secondo la tradizione San Francesco ha ricevuto le stigmate. Gli studiosi d'arte locali, nel bassorilievo, hanno rilevato i caratteri dell'arte duecentesca facendolo risalire alla fine del XIII secolo o agli inizi XIV. Si tratterebbe di un'opera contemporanea al Sant'Antonio della facciata. Se fosse confermata questa datazione, il bassorilievo sarebbe di notevolissima importanza poiché si tratterebbe di un'opera precedente all'affresco giottesco della Basilica Superiore di Assisi. Altri studiosi collegano questa frammentaria scultura intorno alla seconda metà del Quattrocento.
A fianco della chiesa è collocato un sarcofago dalla struttura tradizionale e semplice; appoggia su 4 colonnine tozze sistemate sopra un'alta base quadrata. Semplicemente liscio, con coperchio a duplice spiovente con anelli in ferro e gli angoli adornati da rosette.
Non si conosce la data del sarcofago, ma come si rileva dal frammento di Arcosolio accanto, nel 1302 doveva già essere collocato all'ingresso del monastero. Venne probabilmente posto nell'attuale ubicazione nel 1854, quando per allargare e sistemare la strada fu distrutto buona parte del'Arcosolio, di cui ora rimane soltanto l'imposta di sinistra.

I sei altari che attualmente si trovano all'interno della chiesa sono tutti decorati con marmi e pregevoli mosaici. Troviamo quindi: l'Altare Maggiore, l'Altare dell'Immacolata, l'Altare di Sant'Antonio, l'Altare di San Giuseppe, l'Altare degli Angeli Custodi, e l'Altare di Santa Maria Maddalena.

L'Altare Maggiore fu dichiarato privilegiato nel 1758, è tutto di marmo intarsiato, sormontato dal tempietto sostenuto da piccole colonne con capitelli. Venne costruito il 4 giugno 1702 per munificenza di Stefano Cattaneo come risulta dall'iscrizione murata dietro di esso. L'Altare Maggiore precedente, nel 1580 fu fatto spostare in avanti da San Carlo Borromeo par lasciare spazio al coro e quello di Sant'Antonio fu addossato alla parete. Sempre durante la visita di San Carlo Borromeo si accenna a altri due altari ora non più esistenti: Altare di San Bernardino e Altare di San Ludovico.
Ancora un particolare dell'Altare dell'Immacolata. Posta in una nicchia sopra l'Altare omonimo la statua marmorea dell'immacolata si può attribuire alla scuola del Fantoni fine XVII secolo.
L'Altare degli Angeli Custodi presenta uno splendido l'intarsio dei marmi a mosaico. Sopra l'altare una pala del '600, sempre inerente all'Angelo Custode.
La pala sull'Altare di Sant'Antonio, con il santo che tiene Gesù Bambino ai piedi di Maria, è opera di Giovanni Grossi. Questo altare venne costruito per volontà della nobile Caterina Bernini come dimostrano le lapidi murate ai lati dell'altare entrambe del 1715.
Nella cappella a sinistra dell'Altare Maggiore si trova l'Altare di Santa Maria Maddalena, sopra vi è collocata la statua lignea della Santa. L'ancona della statua di Santa Maria Maddalena che riporta la data del 1601. Accanto un'altra lapide il cui contenuto dell'iscrizione è più o meno identico alle precedenti la data però è 5 anni prima e più precisamente 1710. Davanti ad alcuni altari si trovano delle sepolture di antiche famiglie del luogo.

Affiancato al lato sud della Chiesa di San Francesco, l'omonimo chiostro è da attribuire storicamente alla prima metà del XIV secolo. Si presenta come un piccolo cortile a pianta quadrata (19 metri di lato), circondato da un caratteristico portico ad archi con lobi e controcurve di chiara derivazione veneziana. E' l'esempio più antico nella provincia di Brescia.
Al centro del chiostro esisteva anticamente un pozzo che venne sostituito da un gelso e successivamente da un cipresso. Tutti i capitelli sono diversi fra loro, con decorazioni di agrumi, fiori e foglie delle più svariate forme, uccelli, pesci, teste di frati e teste di leoni. Prezioso il portale che risale alla fine del XV secolo e che mette il chiostro in comunicazione la sacrestia della Chiesa di San Francesco.

In pietra nera di Torbole, la fascia esterna è decorata con eleganti tralci di foglie e fiori intrecciati, sormontati sui due lati dalle figure dell' Angelo Nunziante e la Vergine Annunciata. Gli ultimi lavori di restauro del chiostro furono eseguiti nel 1922.
Le mura perimetrali del chiostro sono ricchi di lapidi antichissime; la più vecchia del 1302, a seguire 1427 e 1753. Anche sul pavimento dei porticati vi sono parecchie vecchie lapidi di famiglie del Comune di Gargnano, a testimonianza che molte di loro (soprattutto nobili) chiedevano di essere sepolte nel chiostro.
All'interno del chiostro ci sono inoltre due are di notevole importanza, in quanto uniche testimonianze dell'epoca romana a Gargnano.
La prima, di fattura elegante, è dedicata al dio protettore del luogo, Revino. Riporta la scritta: REVINO SACR PPI V.S.L.M.,interpretata dagli studiosi: Revino Sacrum PPI Votum Solvit Libens Merito. L'ara è stata datata I° secolo d.C. e sempre secondo gli studiosi l'incisione venne eseguita per lo scioglimento di un voto che un rivierasco sottoscrisse con le sole iniziali del suo nome: PPI.
La seconda ara, di fattura più rozza, è dedicata al dio Nettuno ed è stata datata III° secolo d.C.
Il destino di tutto questo è la demolizione per far posto a un condominio, nonostante il Ministero della Pubblica Istruzione (con la legge nr. 20 del giugno 1909 - art. 5.) abbia dichiarato il chiostro monumento nazionale, in data 10 febbraio 1912.

Di particolare interesse storico, è conservata presso l'Archivio di Stato di Venezia. Fu disegnata da Andrea Pollini il 7 dicembre 1769, riporta la pianta dei 3 piani e il prospetto del Convento.
Venezia a partire dal 1766 riduce gli ecclesiastici bloccando il numero delle vestizioni. Il 9 settembre 1768, un decreto del Governo Veneto stabilisce che gli ordini regolari siano sottoposti ad autorità vescovile e che le vestizioni siano consentite solo dopo il compimento dei 21 anni di età; dispone inoltre che vengano soppressi i conventi e gli ospizi con meno di 12 religiosi o non forniti di entrate sufficienti al proprio mantenimento. Nel bresciano furono soppressi i seguenti conventi appartenenti all'Ordine Francescano: San Pietro di Bienno, Santa Maria delle Grazie di Calcinato e San Francesco di Gargnano; in totale, ne furono soppressi una quindicina. Il convento era provvisto di una propria limonaia e venivano lavorate anche le olive.
La Palizzata della Vergogna chiamata così dai cittadini di Gargnano la palizzata di paglia pressata, lunga un sessantina di metri, che delimita tutta l'area dei lavori. Alcuni cittadini hanno cominciato a scrivere su semplici fogli di carta i loro pensieri. All'inizio dell'estate del 2010 la palizzata è stata ricoperta da pannelli fotografici che spiegano la storia di Gargnano con una rielaborazione al computer di come sarà il luogo a lavori ultimati.


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