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sabato 6 giugno 2015

LA CHIESA DI SANT'AGNESE A LODI



La chiesa di Sant'Agnese a Lodi fu costruita a partire dal 1351 all'interno del monastero degli Agostiniani, ordine dedito agli studi e molto vicino al Papa. Dopo la soppressione di tale ordine decretata il 23 giugno 1798 dalla Repubblica Cisalpina, la chiesa divenne “sussidiaria” di quella di San Lorenzo.

Un forte impulso all'ampliamento della costruzione fu dato nel 1393 quando divenne Vescovo di Lodi l'agostiniano Bonifacio Bottigella, che resse la diocesi fino al 1404, ovvero nel momento più puro dell’architettura gotica lombarda.

L’abside poligonale e il campanile a due ordini, molto simile a quello della Cattedrale, sono visibili soltanto dal chiostro.

La preziosa facciata, in cotto come il resto dell'edificio, è divisa in tre specchiature da semicolonne con spiovente decorato che terminano a tre quarti della superficie muraria. Nello scomparto centrale sopra il portale, lievemente strombato e incorniciato da motivi decorativi floreali e ad intreccio, si apre un grande oculo bordato con un motivo ad ovuli; in quelli laterali una fascia di archetti pensili costituisce il parapetto delle finestre archiacute, la cui ogiva è incorniciata da scodelle in terracotta invetriata, simili a quelle della facciata del duomo. Lungo il frontone centrale e gli spioventi laterali coronati da pinnacoli, corre un motivo ad archetti che ripropone, ingigantito, quello del parapetto, evidenziando così l'armonia tra le parti e il ruolo del complemento decorativo. Queste caratteristiche - che saranno riprese nel giro di pochi anni nel S. Bassiano di Lodi Vecchio - rimandano, oltre che al già ricordato S. Lorenzo, alle chiese piacentine di S. Anna e S. Lorenzo.
L'interno a tre navate, è "a sala", cioè con la copertura delle navate laterali alla stessa altezza d'imposta di quella centrale, in modo da creare un ambiente omogeneo e unitario sia dal punto di vista architettonico che dell'illuminazione. Pilastri imponenti con capitelli poligonali sostengono, nelle navate, le volte a sesto acuto, sottolineate nell'abside dalla modanatura torica. L'abside, che per la sua particolare struttura poligonale richiama il S. Francesco di Piacenza, è illuminata da due finestre archiacute simili a quelle della facciata. Nella specchiatura compresa tra le due aperture è collocato un prezioso Crocifisso ligneo che, per l'intensità espressiva del volto, i lunghi capelli su cui è poggiata una corda al posto della corona di spine, la caratterizzazione minuziosa del costato e del perizoma, può essere avvicinato a due esemplari conservati nella chiesa della Maddalena e ad un altro in S. Lorenzo. Questi accostamenti farebbero propendere per una datazione attorno alla metà del xv secolo e per una realizzazione ad opera di un intagliatore locale, anche se il precario stato di conservazione non permette una valutazione sicura.
Lungo la navata destra si conserva un'importante testimonianza pittorica, di lettura parziale perché mutilata sia all'apertura di una porta che per la sovrapposizione di affreschi successivi. Il soggetto, racchiuso da una fascia bicroma, raffigura una Scena di martirio, e la Salita al Calvario. La campagna decorativa, commissionata nel 1399 dal vescovo Bottigella, era inserita nel progetto di risistemazione della chiesa e di costruzione di un nuovo convento ad essa limitrofo. La vivacità dei colori, i volti aggraziati ma fortemente espressivi, uniti al ritmo sostenuto della narrazione rimandano alla cifra stilistica di Michelino da Besozzo che, su commissione dello stesso Bottigella, aveva affrescato, una decina di anni prima, le Storie di sant'Agostino (ora perdute) nella chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro a Pavia. Nonostante lo stato di lettura frammentario, è verisimile considerare gli affreschi, più che autografi, opera di uno stretto collaboratore proveniente dalla bottega pavese. In seguito a un recente restauro (1999), al termine della navata destra, è emerso un affresco raffigurante la Vergine in trono, san Pietro e un giovane santo non identificato nonostante la particolare iconografia.

L'opera pittorica più importante conservata nella chiesa è sicuramente il Polittico Galliani (1520) di Alberto Piazza, che in origine doveva essere la pala dell’altare maggiore, e in seguito venne collocata nella prima cappella della navata destra. Si tratta di un olio su tavola dalle dimensioni considerevoli: 420x280 cm.

Nel timpano della cimasa è raffigurato lo Spirito Santo sotto forma di colomba bianca fra raggi di luce, mentre nella lunetta al centro vi è il Padre Eterno benedicente e ai lati l’Angelo Annunciante e la Vergine Annunciata.

Nel registro superiore, a sinistra ci sono Santa Caterina d'Alessandria, con i simboli del martirio e Santa Monica che veste l’abito delle Agostiniane e regge il Crocefisso ed una borsa con libri; al centro la Vergine in trono che regge il bambino, il quale benedice l’abate Nicola Galliani, committente del polittico. A destra, Santa Chiara da Montefalco, anch'essa in abiti agostiniani, raffigurata mentre regge un giglio ed un cuore ardente, e Sant'Agnese, con la palma del martirio e l’agnello.

Nel registro inferiore, a sinistra San Bassiano, in abiti da Vescovo, e San Nicola da Tolentino, in abito agostiniano, con un giglio, il Crocefisso ed un libro aperto su cui si può leggere: “Praecepta patris mei servavi et omne ornatum saeculi contempsi”. Al centro Sant'Agostino in trono che mostra un libro aperto su cui è scritta la regola evangelica (“Ante omnia fratres carissimi diligatur Deus deinde proximus”), e schiaccia con i piedi tre eretici (donatisti, manichei, pelagiani). A destra infine c'è un Santo Vescovo (probabilmente Sant'Alberto Quadrelli, compatrono della Diocesi di Lodi), ed un Santo Agostiniano (San Giovanni Bono).

Nella predella in basso c'è Cristo fra i dodici apostoli.

Il Polittico fu commissionato da Nicola Galliani in occasione della sua elezione a priore degli Agostiniani Conventuali di Santa Agnese, avvenuta nel 1518 e reca come data di consegna il 1520.

Fra gli altri tesori artistici di questa chiesa si annoverano un trittico a bassorilievo in terracotta raffigurante Cristo di pietà fra i Santi Cristoforo e Martino e un committente, che si trova sulla parete della navata destra, e un crocefisso ligneo quattrocentesco situato al centro dell'abside.

Sempre nell'abside ci sono due affreschi seicenteschi nelle lunette che sovrastano il coro, nei quali è raffigurato Sant'Agostino che predica e Sant'Agostino morente.

Un altro affresco importante si trova nella cappella a sinistra dell’altare maggiore, e raffigura la Vergine col Bambino fra Sant'Agostino e Santa Caterina da Siena, attribuito inizialmente al Bergognone, poi a Matteo della Chiesa, pittore pavese attivo anche all’Incoronata di Lodi.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/visitando-lodi.html


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mercoledì 20 maggio 2015

LA CHIESA SI SAN FRANCESCO A SARONNO

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La chiesa di San Francesco è una chiesa di Saronno. Alle origini era conosciuta come chiesa parrocchiale di San Pietro. L’attuale edificio fu ricostruito nel 1297 con annesso convento. La creazione di questa chiesa è si deve, probabilmente a sant'Antonio di Padova, mentre visitò Saronno sulla strada per Varese per l’insediamento di un monastero di conventuali, datato 1230 e soppresso nel 1797 da Napoleone. È monumento nazionale dal 1931.

La chiesa ha un'adiacente convento, di epoca medioevale, che ospitava frati francescani.

All'esterno della chiesa è conservata un'ara di epoca romana che risale ad un periodo compreso tra il I ed il II secolo. Sull'altare compare un'iscrizione che recita: Quintus Cassius Mercator Deis Deabus.

La presenza dei francescani a Saronno è documentata dal 1286.
Nel 1297 una lettera dell’Arcivescovo Fontana invitava la Diocesi a contribuire alle spese per la “fabbrica” della nuova Chiesa di S.Pietro in Saronno, della cui esistenza si hanno notizie dal 1154. Questa dedicazione rimase alla Chiesa fino al 1570 quando S.Carlo diede il titolo di S.Pietro alla Chiesa parrocchiale e di S.Francesco alla Chiesa dei frati.
Nel 1400 i francescani con Duns Scoto, sostengono il culto dell’immacolata Concezione. Si costruisce una cappella in suo onore. In seguito nel 1712 vi fu collocata la statua che fu portata poi in Prepositurale.  Segue un periodo di grande splendore spirituale, artistico e musicale.
Nel 1797, durante il governo della Repubblica Cisalpina, per ordine del Direttorio, si è giunti alla soppressione del convento. Le chiavi della Chiesa furono consegnate al Parroco. L’ex Convento ha poi ospitato Scuole e Collegi.
Mons. Angelo Ramazzotti, che fu poi Patriarca di Venezia, nel convento, che era diventato proprietà della sua famiglia, ha fondato prima l’Oratorio maschile e un orfanotrofio e poi,
come ricorda una lapide, nel 1850, ha dato inizio al PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere).
Il Cav. Felice Carcano, che era diventato il proprietario della Chiesa e del convento, nel 1898 ha fatto atto di donazione della Chiesa e dell’annessa canonica alla Prepositurale.
Dal 1960  si eseguirono i lavori di restauro della Chiesa che aveva subito tanti danni. La conclusione dei grandi lavori fu nel 1990 ma la Chiesa ha bisogno di continue cure.
Nel 1992 torna a S.Francesco l’antico coro che era stato salvato portandolo in Prepositurale.
Dopo il restauro della facciata nel 2003, vi sono state collocate nel 2004 due nuove statue di S.Francesco e S.Antonio, le precedenti, che erano cadute, sono conservate in Chiesa.

La Chiesa di S.Francesco è mirabile nella semplicità del suo stile romanico lombardo. Ha una armoniosa facciata, un bel campanile, la cupoletta di quella che era la Cappella dell’Immacolata.
È a tre navate, sui due lati vi sono 12 cappelle edificate a cura di famiglie saronnesi.
Sono notevoli: sulla destra la Cappella del Crocifisso e quella di S.Antonio; sulla sinistra l’affresco della Madonna del S.Rosario, che è di Aurelio Luini (figlio di Bernardino) e la Cappella dell’Immacolata che si nota per la sua cupola, qui si trovava la Statua dell’Immacolata.
Particolare importanza assume la Cappella del “Compianto”. Vi si trova un gruppo di statue lignee: la Madonna con il Cristo morto, S.Giovanni e la Maddalena. L’opera è della fine del 400, inizio del 500. Attualmente è attribuita ad Andrea da Milano, che ha lavorato in Santuario.
Anche l’interno della Chiesa è tutto affrescato: sulle colonne e nei medaglioni vediamo figure di Santi e di personaggi che hanno avuto rapporti con i francescani, importante è l’apoteosi francescana che si trova nella navata centrale. Rappresenta storie della vita di S.Antonio e S. Francesco. Il ciclo degli affreschi è stato commissionato dal Maderna ad Ambrogio Legnani nel 1678. In seguito vi lavorò anche il figlio, Stefano Maria Legnani, detto “il Legnanino”.
Nel presbiterio vi sono affreschi del Lanzani e, dietro l’altare, è il coro riportato dalla Prepositurale.
Sono stati tanti gli artisti che hanno prestato la loro opera, la tradizione artistica continua nella raccolta di opere moderne nel museo allestito nelle sale della canonica.
Uscendo sulla via Carcano, inserita nell’abside, troviamo un’ara romana (I-II sec. d.C.) è il mercante Quinto Cassio che la dedica agli dei ed alle dee.



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martedì 21 aprile 2015

PERSONE DI BESOZZO : MICHELINO DA BESOZZO

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Del pittore lombardo Michelino da Besozzo si conoscono poche notizie e poche opere. Nativo di Besozzo in provincia di Varese, se ne hanno notizie tra il 1388 e il 1445. Svolse una intensa attività di artista soprattutto tra Milano e Pavia. Intorno al 1410 fu a Venezia, dove forse conobbe Gentile da Fabriano. Fu pittore e miniatore, e si formò probabilmente alla scuola di Giovannino de’ Grassi, il primo autentico rappresentante del gotico internazionale in Lombardia. Fu pittore molto celebrato al suo tempo, al punto da essere ricordato nel 1404, negli Annali della Fabbrica del Duomo di Milano, «summus in arte pictoria et disegnamenti».

Nel 1388 lavorò nel secondo chiostro della chiesa di San Pietro in Ciel d'oro a Pavia, dove rappresentò ed affrescò le Scene della vita di sant'Agostino. Tra il 1395 e il 1405 Michelino miniò il Libro d'Ore, oggi conservato alla Biblioteca di Avignone; dello stesso momento è anche il disegno della Natività (Milano, Biblioteca Ambrosiana). Del 1390-1400 sono i quattro santi miniati su quattro distinte pergamene (Parigi, Louvre, Cabinet des Dessins), appartenenti ad uno smembrato Libro d'Ore.

Prima opera datata dell'artista è la miniatura con l'Elogio funebre di Gian Galeazzo Visconti (1403: Parigi, Bibliothèque nationale de France, Ms lat. 5888). Dal 1404 al 1418 circa, l'artista lavorò nel Veneto; mentre dal 1410, contemporaneamente a Gentile da Fabriano, è citato a Venezia.

Nel 1414 lavorò insieme a miniatori veneti al codice Cornaro, con le Epistole di san Gerolamo (Londra, British Library, Egerton 3266). La tavola col Sposalizio mistico di santa Caterina, firmata Michelinus feci (Siena, Pinacoteca Nazionale), è da datare al 1420 circa. L'altra tavola firmata dell'autore è lo Sposalizio della Vergine al Metropolitan Museum di New York (1435 circa). Più complessa è la datazione dell'Offiziolo Bodmer, forse il suo capolavoro.

Nel 1418 l'artista tornò a Milano a lavorare per il cantiere del Duomo: nel 1421 fu pagato, insieme al figlio Leonardo, per i dipinti dell'altare intitolato ai santi Quirico e Giuditta; mentre tra 1423 e il 1425 fu nuovamente pagato per la fornitura di disegni della vetrata di santa Giuditta, di cui restano oggi alcune figure all'interno di un'altra delle vetrate del duomo milanese . Intorno al 1430 è da datare l'affresco raffigurante la Madonna col Bambino e santi, dell'abbazia di Viboldone. Al 1435 risale la Madonna del roseto del Museo di Castelvecchio di Verona, di attribuzione contesa con Stefano da Verona.

All'ultima attività del maestro è da riferire l'affresco con il Corteo dei Magi, realizzato per la chiesa di Santa Maria di Podone (Milano, Curia Arcivescovile); e, documentati al 1445-1446, i frammenti del Palazzo Borromeo (Rocca di Angera).






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lunedì 6 aprile 2015

IL REGNO LOMBARDO VENETO

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Il nome di Regno Lombardo-Veneto fu istituito dall'Impero Asburgico il 7 aprile 1815 nelle aree riunite della Lombardia e del Veneto, ricevute grazie alle decisioni del Congresso di Vienna. In precedenza e per secoli, la Lombardia era stata divisa fra lo Stato di Milano e la Repubblica di Venezia (più la Valtellina appartenente ai Grigioni), mentre il Veneto (che comprendeva anche il Friuli) era interamente compreso nei territori della Repubblica di Venezia.

Lombardia e Veneto divennero così le due parti di una nuova entità statale bicefala, in quanto all'interno non mancavano differenti aspetti amministrativi per motivi di eredità storica tra la radicata società veneta di stampo repubblicano e la patriziale Milano di stampo monarchico.

Il nome venne scelto ad esito di un, non breve, dibattito. Gli austriaci (o i loro alleati) non vollero conservare il nome scelto da Napoleone, Regno d'Italia. Vi sono evidenze che si prese in considerazione la dizione Ost und West Italien (Italia orientale ed occidentale), e perfino Österreichische Italien (Italia austriaca). Vennero infine scartate dizioni eccessivamente legate ad una delle due capitali o regioni: d’altra parte, Milano e le Venezie non erano mai state unite sotto un unico governo sin dall'arrivo dei Longobardi. Non esisteva quindi alcun termine per definire unitariamente i due territori. Si preferì quindi pronunciarle entrambe, con l'intento di stimolare un senso di avvicinamento che rendesse possibile un futuro unitario tra le popolazioni lombarde e quelle venete, ed anche per ridurre il senso di appartenenza storica delle stesse. La difficile onomastica segnalava bene, tuttavia, l'artificiosità della nuova creazione amministrativa.

Il 20 agosto 1813 l’Austria dichiarò guerra a Napoleone, reduce dalla disastrosa campagna di Russia ed abbandonato dai Prussiani. Essa costituì un'armata per invadere l'Italia affidata al feldmaresciallo Heinrich Bellegarde, che fu sconfitto dall'esercito del Regno d'Italia del Viceré Eugenio di Beauharnais sul Mincio l’8 febbraio 1814.

Nei due mesi successivi la posizione di Beauharnais peggiorò però sensibilmente, a causa del passaggio del Regno di Napoli di Gioacchino Murat all'alleanza con l'Austria l'11 gennaio, del successo della parallela offensiva austro-prussiana sulla Francia che portò il 31 marzo all'occupazione di Parigi e il 6 aprile all'abdicazione di Napoleone, e di una congiura anti-francese a Milano, sostenuta dalla meglio nobiltà milanese, che sfociò il 20 aprile nel saccheggio del Senato e nel massacro del ministro Giuseppe Prina: fu così che il 23 aprile il Viceré dovette firmare a Mantova la capitolazione. Il 26 aprile il commissario austriaco Annibale Sommariva prendeva possesso della Lombardia a nome del feldmaresciallo Bellegarde, e il 28 aprile Milano veniva occupata da 17.000 soldati austriaci.

Il 25 maggio Bellegarde sciolse la Reggenza del Regno d'Italia, che cessava di esistere, ed assunse i poteri come Commissario plenipotenziario delle province austriache in Italia per il nuovo sovrano, l’Imperatore Francesco I d'Asburgo. Il 12 giugno assunse la carica di Governatore generale in conseguenza dell'annessione della Lombardia già milanese all'Impero, proclamata il giorno stesso.

La caduta di Napoleone avrebbe dovuto, nei piani delle Potenze vincitrici, riportare l'Europa a quella che era prima del 1789, sennonché la profondità dei cambiamenti portati dalla conquista francese, unita ad alcuni vantaggi territoriali che qua e là le antiche dinastie avevano ottenuto negli ultimi cinque lustri, consigliarono l'apertura a Vienna di un Congresso per la risistemazione dell'Europa.

L’Austria poteva riannettere sotto il suo governo diretto territori che le appartenevano da lunga data per dominio diretto, cioè Trento, Trieste e Gorizia, o indiretto, come l'antico Ducato di Milano (Milano, Como, Cremona, Lodi, Pavia) e il connesso Ducato di Mantova - annessione sancita giuridicamente il 12 giugno da un proclama di Bellegarde, ripetitivo di una sanzione imperiale del giorno 7 - ma, differentemente, l'antica Repubblica di Venezia, per la quale l'unico diritto risaliva al disconosciuto Trattato di Campoformio (1797), non poteva avere medesima sorte: lì l'annessione allo stato austriaco era legittimata unicamente dall’accordo delle potenze vincitrici al Congresso di Vienna, che fu ottenuto solo a fronte della rinuncia ai diritti dinastici degli Asburgo sui Paesi Bassi cattolici (l'attuale Belgio). Per comprendere l'utilità per Vienna dello scambio, basti ricordare il classico argomento del Carlo Cattaneo, il quale sempre sostenne che dal Lombardo-Veneto Vienna traeva «un terzo delle gravezze dell'impero, benché facessero solo un ottavo della popolazione». Ben sintetizzò la situazione Giuseppe Martini: «Apertesi le trattative intorno alle cose d'Italia, e volendo quivi, siccome ne faceva pubblica promessa il congresso viennese, incominciare le sue decisioni da un grande atto di giustizia, statuì che l'Austria rientrerebbe in possesso di Milano e di Mantova; acquisterebbe altresì gli Stati veneti di terraferma con la giunta di alcuni territorii che, per antichi accordi fra i potentati italiani, appartennero un tempo agli Stati di Parma e di Ferrara; acquisterebbe ancora, non solo le terre della Valtellina con le contee di Bormio e di Chiavenna, siti molto opportuni a sopravvedere dappresso le cose della Svizzera, ed in caso di bisogno, introdurvi dissensioni, ma più lungi, in fondo alla Dalmazia, quelle che una volta componevano la repubblica di Ragusi».

I territori già veneti sulla costa orientale adriatica furono dunque aggregati direttamente all'Austria, ma Milano e Venezia erano tradizionalmente legittimate, per antica consuetudine, a godere di governi autonomi (anche se, nel caso di Milano, sotto sovrano straniero). Occorreva quindi riorganizzare tali territori in una entità amministrativa apparentemente autonoma, anche se unita all’Austria dalla persona del sovrano. La soluzione scelta fu di creare un unico Regno con una capitale e due governi, cui venne dato il nome di Regno Lombardo-Veneto.

Il 7 aprile 1815 veniva annunciata la costituzione degli Stati austriaci in Italia in un nuovo Regno del Lombardo-Veneto. Esso veniva costituito in base al Trattato di Vienna aggregando i territori dei soppressi Ducato di Milano, Ducato di Mantova, Dogado e Domini di Terraferma della Repubblica di Venezia, oltre alla Valtellina già parte della Repubblica delle Tre Leghe, e all'Oltrepò ferrarese già pontificio, mentre lo Stato da Màr, già sottoposto alla Serenissima, ne fu invece escluso incorporandolo direttamente ai territori dell'Impero.

Il Regno fu affidato a Francesco I d'Asburgo-Lorena, Imperatore d'Austria e re del Lombardo-Veneto. Il re e imperatore avrebbe governato attraverso un Viceré, con residenza a Milano e a Venezia, nella persona dell’Arciduca Ranieri, nato in Toscana e fratello minore dell'imperatore.

Lombardia e Veneto, separate dal Mincio, ebbero ciascuna un proprio Consiglio di Governo, affidato ad un Governatore, e distinti organismi amministrativi detti Congregazioni Centrali, alle cui dipendenze stavano le amministrazioni locali, tra cui le Congregazioni Provinciali e le Congregazioni Municipali.

Le competenze del Governatore, attraverso il Consiglio di Governo, erano assai ampie e riguardavano: censura, amministrazione generale del censo e delle imposizioni dirette, direzione delle scuole, lavori pubblici, nomine e controllo delle Congregazioni Provinciali. Oltre, naturalmente, al comando dell’esercito imperiale stanziato nel Regno, che, negli anni successivi si sarebbe occupato soprattutto di garantire l’ordine pubblico.

L’amministrazione finanziaria e di polizia, infine, era sottratta al Consiglio di Governo ed attribuita direttamente al governo Imperiale a Vienna, che agiva attraverso un Magistrato camerale (Monte di Lombardia, zecca, lotto, intendenza di finanza, cassa centrale, fabbricazione di tabacchi ed esplosivi, uffici delle tasse e dei bolli, stamperia reale, ispettorato dei boschi e agenzia dei sali), un Ufficio della Contabilità, una Direzione generale della Polizia.

Considerata la eccezionale centralizzazione del potere nelle mani del Governatore, nominato da Vienna, e del governo imperiale, ben si comprende come il ruolo del Viceré fosse assai marginale, ridotto a mera rappresentanza. A tal fine egli manteneva splendidi palazzi, ove teneva corte.

Tutte le alte cariche del Regno erano naturalmente di nomina regia, mai elettive. È questo uno dei motivi per cui esse erano in gran parte affidate ad austro-tedeschi; tutti austro-tedeschi furono i governatori, la grandissima parte degli ufficiali stanziati in Italia (mentre la truppa rispecchiava l’eterogenea composizione delle popolazioni dell’impero) e il Viceré: i forestieri godevano, quindi, del controllo quasi assoluto sulla vita del Regno. Famoso, a tal proposito, un colloquio del 1832 fra il nobile lombardo Paolo de' Capitani e Metternich: "Che necessità c'è di far occupare ogni posto notevole da Tirolesi e da sudditi di altre province?".

Questa situazione si presentava molto diversa dall'epoca di Maria Teresa d'Austria, quando invece si era cercato di far compenetrare molto di più austriaci ed italiani nell'amministrazione dei domini di possesso imperiale, legando simultaneamente la nazione alla corona dell'Imperatrice. Ovviamente questa era la linea che inizialmente si era proposta la commissione del Congresso di Vienna del 1815, anche se le condizioni cambiarono repentinamente già dai moti del 1820-21. Queste rivolte, infatti, avevano portato gli austriaci a ridurre la loro stima nei confronti degli italiani e per questo molte cariche erano state loro precluse per rappresaglia.

Per completare il quadro, il 1º gennaio 1816 entrarono in vigore i codici civile e penale austriaci, cosa che azzerò ogni possibilità di intervento italiano, sia pur attraverso il Consiglio di Governo.

Al patriziato locale italiano non restava quindi che il governo delle Congregazioni Provinciali e Municipali, cioè posizioni assolutamente secondarie. Le Congregazioni Municipali, ad esempio, curavano solamente la manutenzione di edifici comunali, chiese parrocchiali e strade interne, gli stipendi dei propri dipendenti e della polizia locale.

Come ricompensa ulteriore, seguendo il modello caro a Luigi XIV di Francia, il patriziato (in particolare lombardo) viveva di feste ed eventi mondani che si tenevano al Palazzo Reale, ed i rappresentanti dell'aristocrazia venivano sommersi di cariche (anche se di secondo piano) e di onorificenze, per essere legati sempre più all'amministrazione austriaca.

Sempre agli italiani era inoltre riservata la direzione dei teatri più importanti del Regno come quello alla Scala di Milano o La Fenice di Venezia. La sapiente direzione di questi importanti mezzi di comunicazione per l'epoca e la complicità dei direttori, permisero indirettamente e direttamente il passaggio anche dei messaggi che furono fondamento dei moti patriottici per la liberazione d'Italia, che videro impegnato primo tra tutti Giuseppe Verdi che non a caso fece rappresentare alcune delle proprie opere a Milano ed a Venezia. A teatro l'aristocrazia sfogava la propria impossibilità di farsi notare al governo con l'acquisto dei posti più in vista e dei palchi più ricercati in prossimità delle autorità.

Puntando sull'orgoglio degli italiani, va anche detto che il governo austriaco fece di tutto per rivalutare il passato glorioso delle tradizioni dell'area lombardo-veneta e fu così che ad esempio la Corona Ferrea venne mantenuta (seguendo l'esempio già avviato da Napoleone Bonaparte nel suo Regno d'Italia) quale simbolo della regalità nel Regno Lombardo-Veneto e prescelta quale corona ufficiale per le incoronazioni di ogni nuovo sovrano al titolo di Sovrano, incoronazioni che si svolgevano nel Duomo di Milano. Per commemorare l'importanza di queste glorie, venne istituito inoltre il mantenimento dell'Ordine napoleonico della Corona Ferrea, che venne concesso in prevalenza ad italiani per ricompensarli delle loro benemerenze verso l'amministrazione austriaca.

Subito dopo la proclamazione del regno, i sudditi lombardi e veneti si accorsero subito di come l’interezza del potere fosse affidato al governo viennese, sotto predominio austro-tedesco.

I "tedeschi" erano onnipresenti e sottraevano al patriziato e agli intellettuali lombardi e veneti grandi spazi che, in un regno realmente autonomo, sarebbero spettati loro.

Non solo: si trattava di un drastico peggioramento rispetto al Regno d'Italia, il quale era, sì, retto da un re (Napoleone) e da un viceré (Eugenio) francesi, che ne avevano fatto un protettorato di Parigi, ma godeva di un'amministrazione autonoma e quasi totalmente nazionale, come pure di un esercito nazionale, ove numerosi erano gli ufficiali lombardi e veneti.

In definitiva, sembrava ai più che il governo austriaco, ancorché efficiente, non rispettasse i diritti tradizionali della Lombardia e di Venezia e che, quindi, non godesse di alcuna legittimità. Né, com'è evidente, v’era la minima possibilità che tale legittimità venisse recuperata attraverso un processo costituzionale.

Queste considerazioni furono alla base della perenne instabilità politica in cui visse il Regno, almeno sin dal 1820, nonché della grande disponibilità delle élite e delle popolazioni a sostenere le guerre di indipendenza.

Il 22-23 marzo 1848 al termine delle Cinque giornate di Milano, gli Austriaci vennero cacciati da Milano e da Venezia. I due Consigli di Governo furono sostituiti dall'auto-proclamato Governo provvisorio di Milano e dalla restaurata Repubblica di San Marco.

Il 9 agosto 1848 con l'Armistizio di Salasco, seguito alla vittoria austriaca del 24-25 luglio a Custoza sulle truppe piemontesi, terminò la prima fase della prima guerra di indipendenza: Milano venne rioccupata ed il Governo Provvisorio di Lombardia viene sciolto. Il 22-23 marzo 1849 Carlo Alberto venne di nuovo sconfitto a Novara e abdicò in favore di Vittorio Emanuele II. Il successivo 24 agosto, dopo un lungo assedio, Venezia si arrese agli Austriaci.

Il Regno Lombardo-Veneto sopravvisse formalmente alla perdita della Lombardia (con l'eccezione di Mantova, come stabilito dai termini della Pace di Zurigo) al termine della Seconda guerra di indipendenza nel 1859 che ebbe come conflitto decisivo la Battaglia di Solferino e San Martino, per poi scomparire definitivamente nel 1866, al termine della Terza guerra di indipendenza quando il Veneto venne ceduto al Regno d'Italia dopo la Guerra delle sette settimane, con il trattato di Praga.

L'economia del Regno Lombardo-Veneto dalla sua fondazione è stata sommariamente imperniata attorno all'agricoltura, la quale ha sempre rivestito un ruolo fondamentale soprattutto nella Lombardia dell'Oltrepò. Le coltivazioni essenziali, che consentivano il sostentamento dello Stato e le esportazioni, consistevano in frumento, orzo, segale e soprattutto riso.

Nella stessa città di Milano, inoltre, era molto attivo il commercio legato alle grandi industrie produttive e manifatturiere comprese i calzaturifici e le fonderie di metalli. A Venezia era invece assai diffusa la pesca e le attività di produzione delle navi in quanto la città, assieme a Trieste, rappresentava il porto principale dell'Impero Austriaco e l'unico grande sbocco verso il Mar Mediterraneo.

Dagli studi condotti già all'epoca, apprendiamo che il Regno Lombardo-Veneto si trovava all'avanguardia anche nel campo dei trasporti e delle linee di comunicazione, in particolare se rapportato per l'epoca ad altri stati della Penisola.

Rilevanti erano stati gli sforzi compiuti per la realizzazione delle strade ferrate che tra Lombardia e Veneto coprivano una distanza notevole che poneva il grande stato di dipendenza austriaca secondo solo al Regno di Sardegna ove, grazie all'impulso del primo ministro Cavour tale opera evolutiva era iniziata alcuni anni prima.

La tratta ferroviaria Novara-Milano venne inaugurata nel maggio del 1859 dopo il frutto di lunghe trattative di collaborazione nei costi tra il Regno di Sardegna e la Lombardia, anche se meno di un mese dopo il milanese sarà conquistato da Vittorio Emanuele II con la Battaglia di Magenta che coinvolgerà direttamente questa ferrovia per l'invasione del territorio austriaco da parte dei piemontesi.

Altro mezzo di trasporto abbondantemente utilizzato nel regno Lombardo-Veneto (data anche la presenza di grandi corsi d'acqua) era il trasporto per mezzo di barche. Le corriere operavano regolarmente lungo il Naviglio Grande e gli altri navigli minori in Lombardia, collegando buona parte della periferia con la darsena di Milano, mentre a Venezia i traghetti collegavano le isole della laguna tra loro e con la costa illirica.

Il governo del Regno Lombardo-Veneto era strutturato secondo una precisa situazione gerarchica che comprendeva poche cariche effettive accentratrici del potere e molte cariche quasi puramente onorifiche.

Sovrano dello Stato era l'Imperatore d'Austria, che aveva il titolo di Re di Lombardia e delle Venezie, ma egli risiedendo a Vienna (capitale dell'intero Impero), governava attraverso un proprio sottoposto o Viceré, il quale come abbiamo detto aveva una rappresentanza solo formale in quanto egli risiedeva prevalentemente alla corte viennese. A reggere i rapporti tra governo centrale e Stato dipendente, erano due Governatori, rispettivamente uno per la Lombardia con sede a Milano ed uno per il Veneto con sede a Venezia. A ciascun governatore sottostava un Vicepresidente di governo il quale aveva funzione di operare in assenza del governatore, al quale seguiva un Imperial Regio Consigliere Aulico prescelto dall'Imperatore, col compito di vigilare sull'operato di governatore e vicepresidente di governo.

A queste prime cariche seguivano gli Imperial Regi Consiglieri di Governo che avevano il compito di coadiuvare il Governatore nell'amministrazione fisica dello Stato assegnatogli, ed erano solitamente nel numero di 9 per Lombardia e 9 per il Veneto. A questi facevano seguito gli Imperial Regi Segretari di Governo ed altre cariche minori di cancelleria ed amministrazione spicciola.

Seguivano quindi le Imperial Regie Delegazioni Provinciali che vantavano un delegato ed un vice-delegato per ogni provincia del regno, sia in Lombardia che in Veneto. Tali delegazioni raccoglievano di fatto le questioni dei comuni minori e le portavano a conoscenza del governo.

L'unione fra le due regioni del regno era assai labile, e così l'amministrazione reale del territorio fu affidata a due distinti Consigli di Governo facenti capo ai due Governatori. Le classi agiate erano rappresentate nelle due Congregazioni Centrali, nominate dai Governi su proposta delle stesse, che erano composte da un nobile e un possidente per ogni provincia, un borghese per ogni città, e il governatore quale membro e presidente di diritto.

I due Governi della Lombardia e del Veneto erano suddivisi in diciassette Province. Ciascuna Provincia era retta da una Delegazione Provinciale, istituita per la prima volta il 1º febbraio 1816 e al cui capo era posto un Regio Delegato, che sostituiva il prefetto napoleonico. In ogni Provincia era inoltre presente una Congregazione Provinciale composta per metà da nobili e per metà da possidenti locali, nominati per sei anni dal Governo su proposta delle autorità locali. I deputati provinciali erano proposti al Governo dalla Congregazione Centrale la quale sceglieva sulla base di terne presentatele dalle Città e dalla stesse Congregazioni Provinciali uscenti. Le prime nomine nel 1815 furono fatte direttamente dall'imperatore, mentre in seguito per rinnovi parziali triennali. Le Congregazioni vennero sciolte durante il periodo di governo militare del regno fra il 1848 e il 1857. Le Congregazioni erano composte da quattro o sei o otto deputati provinciali, più un deputato per ogni città, più il Regio Delegato in qualità di componente e presidente di diritto.

Ogni Provincia era suddivisa in Distretti, di cui 127 in Lombardia e 91 nel Veneto. Ogni Distretto era suddiviso in Comuni, cellule di base dell'amministrazione pubblica. A secondo della loro popolazione, i Comuni potevano appartenere a tre classi differenti: i Comuni di I classe, cioè i capoluoghi controllati direttamente dalle Delegazioni Provinciali, avevano un Consiglio Comunale di non più di 60 membri; i Comuni di II classe, dotati di un Consiglio Comunale di almeno 30 membri, erano sottoposti ad un Cancelliere del Censo; i Comuni di III classe, i più piccoli, erano diretti dall'Assemblea dei proprietari che si riuniva una volta l'anno, alla presenza del Cancelliere del Censo, per nominare i funzionari e per approvare il bilancio e i tributi, mentre nella restante parte dell'anno venivano delegati tre proprietari per l'ordinaria amministrazione.

All'interno di tutte le forme di amministrazione del governo Lombardo-Veneto, vennero formalmente mantenute le divisioni tradizionali tra Lombardia e Veneto, a loro volta unitamente dipendenti dall'Impero d'Austria.

È altresì vero, però, che l'Imperatore nominava un suo rappresentante amministrativo e legale nei suoi territori italiani, il quale prendeva il nome di Viceré. È bene premettere che molti dei Viceré del Regno, anche se formalmente accettanti l'incarico, non risiedettero mai entro i confini del Lombardo-Veneto, preferendogli di gran lunga la corte austriaca e l'amministrazione imperiale. Ad ogni modo i Viceré avevano la loro sede formale al Palazzo Reale di Milano, il quale accoglieva gli appartamenti del Viceré che erano utilizzati come residenza ufficiale anche dall'Imperatore quando questi si trovava in visita nel Regno. La residenza di campagna era rappresentata dalla Villa Reale di Monza.

La preferenza di Milano su Venezia per la scelta di una residenza, era dovuta a due fattori fondamentali: innanzitutto essa era una città strategicamente importante per tutta l'area dell'Italia settentrionale e soprattutto l'aristocrazia patriziale milanese era molto più incline a vedere un sovrano che direttamente risiedeva entro i propri confini che non i repubblicani veneziani. Peraltro questa tradizione di residenza milanese, seguiva le orme di quanto aveva fatto già Maria Teresa d'Austria ponendo la sede dell'antico Ducato di Milano a Milano. Tale territorio era stato tradizionalmente austriaco da molto più tempo rispetto a quello veneto, che invece era giunto entro i possessi della real casa d'Austria a partire dal crollo della Repubblica di Venezia nel 1797 e che era andato consolidandosi effettivamente solo a partire dal Congresso di Vienna.

Il senato di giustizia del Regno Lombardo-Veneto dopo che lo stato venne costituito, venne aperto ufficialmente il 7 aprile 1815, con sede a Vienna, rimanendo nella capitale imperiale sino al 28 giugno 1816, ovvero sino a quando il comandante Bellegarde non poté assicurare l'indiscusso potere austriaco sull'area della Pianura Padana. Nelle sessioni di questa prima fase vennero trattati gli affari giudiziari relativi al Veneto ed alla Dalmazia.

A partire dal 30 giugno 1816 apprendiamo che l'Imperial Regio governo diede disposizioni perché a partire dal 1º agosto 1816 venisse attivato il Senato di Giustizia del Regno a favore dell'intero stato da poco costituito e come tale che riprendesse l'attività amministrativa e deliberativa direttamente sul territorio italiano. Esso aveva essenzialmente il compito di controllare che tutte le azioni di governo si svolgessero "secondo la legge stabilita". Tale organo era praticamente un grande tribunale, ovvero aveva il compito di avallare le condanne più gravi che poi dovevano essere sottoscritte dall'Imperatore, giudicando delitti come la lesa maestà, la sommossa generale, fino a comminare il carcere a vita o addirittura la pena di morte nei casi più gravi.

In base alla sovrana risoluzione dell'11 aprile 1829, apprendiamo che il senato era retto da un presidente e da dieci consiglieri aulici, sei austriaci, quattro italiani (solitamente due lombardi e due veneti).

Il Senato sopravvisse di fatti sino al 3 gennaio 1851 quando il Feldmaresciallo Radetzky, con parere favorevole dell'Imperatore, visti i recenti disordini che le rivoluzioni avevano portato soprattutto in Lombardia, ne decise la soppressione e i compiti amministrativi di sua precedente competenza vennero trasferiti al Ministero della Giustizia, quindi a Vienna, altro punto che gettò il Lombardo-Veneto nel malumore, sentendosi gli abitanti di queste regioni privati di un'importante pietra miliare: l'autonomia nella giustizia.

L'amministrazione della giustizia nel regno Lombardo-Veneto era suddivisa in tre gradi: Pretura e Tribunale, Tribunale d'appello e Supremo Tribunale di Giustizia. Ciascun capoluogo provinciale era sede di un tribunale di primo grado, mentre nei due centri regionali di Milano e Venezia erano presenti due corti d'appello. Al vertice del sistema si trovava il Senato, la Corte di Cassazione del Regno, che era stabilita a Verona, presso il Palazzo dei Capitani, a capo del quale venne posto il conte d'Oettingen-Wallerstein.

Circa la giustizia lombardo-veneto sovente gli storici hanno ravvisato incongruenze ed inesattezze tra i vari emendamenti legislativi pubblicati dal 1815 al 1859, il che si ritiene fosse alla base di fraintendimenti, disordini e dei consequenziali inasprimenti delle pene, soprattutto dopo i due periodi rivoluzionari della prima guerra di indipendenza. A differenza di altri domini austriaci in Italia come il Granducato di Toscana, nel Regno Lombardo-Veneto la pena di morte non era stata abolita e continuava ad essere comminata per lesa maestà, ribellione ed altri gravi reati.

In parallelo, altrettanto diffuso, era l'esilio o il carcere duro che la giustizia lombarda e veneta prescrisse in quegli anni in special modo per i cospiratori rivoluzionari ed i carbonari i quali erano presenti in gran numero su tutto il territorio. Vittime illustri di questa giustizia furono Silvio Pellico, Piero Maroncelli e Federico Confalonieri. Il carcere duro era rappresentato dalla Fortezza dello Spielberg presso Brno, in Repubblica Ceca, allora parte remota e sperduta dell'Impero austriaco.

Anche in questo passo, come si è visto, la giustizia austriaca si accaniva in particolare contro gli italiani, in quanto essa era amministrata dagli austriaci, il che penalizzava i giudizi a sfavore degli insorgenti.

Tutte le milizie armate non austriache, e perciò gestite da italiani soggetti all'amministrazione austriaca (come la guardia civica o polizia municipale), indossavano la caratteristica giubba verde, il che li fece soprannominare non senza un tocco di malizia "remolazz" ovvero "sedani", un termine che nel dialetto lombardo è usato tradizionalmente per indicare un individuo sciocco, uomo da poco, inesperto, ignorante. Evidenti sono gli intenti di odio ed insulto verso coloro che collaboravano con lo "straniero invasore".

L'esercito del Regno Lombardo-Veneto constava di nove reggimenti che rientravano all'interno del più vasto esercito imperiale.
Uno, il 22° (Trieste), apparteneva al Litorale austriaco.
Inoltre il Lombardo-Veneto forniva il personale che costituiva: i battaglioni cacciatori da campo (Feldjäger-Bataillone) N° 6, 11, 18 (lombardi), 8 e 25 (veneti), i reggimenti ulani (unità di cavalleria armate di lancia) N° 9, 11 (lombardi), 6 e 7 (veneti) ed il reggimento dragoni N° 8.

Contingenti lombardi e veneti erano altresì destinati a servire in tutte le altre unità combattenti e di servizio dell'armata imperiale: artiglieria da campagna (reggimenti N° 3, 6, 9 e 10), lanciarazzi (racchettieri) e artiglieria costiera, genio (battaglioni N° 1, 2, 6, 9, 10, 11) e pionieri (battaglioni N° 2, 6). Sudditi del Regno formavano gli equipaggi della flottiglia dei laghi italiani e del Danubio, oltre naturalmente che della marina da guerra: alle province di Treviso e di Venezia (distretti di leva del reggimento di linea N° 16) spettava infatti alimentare il Corpo Marinai, mentre alle province di Padova e di Rovigo per intero e Vicenza in parte (distretti di leva del reggimento N° 13) e a quelle di Udine e di Belluno (reggimento N° 26) spettava inviare i contingenti annui alla fanteria ed all'artiglieria di Marina. Nel territorio del Regno era reclutata anche la gendarmeria locale (Gendarmerie).

Una modifica alla ripartizione territoriale del 1856 venne introdotta tre anni dopo. Già con la chiamata di leva dell'anno di guerra 1859 (seconda guerra di Risorgimento italiano), le reclute prima assegnate ai reggimenti ulani N° 7 (veneto) e 9 (lombardo), che divennero ambedue galiziani, furono avviate ai reggimenti dragoni N° 1 e 3.
(Ordinanza circolare del 17 gennaio 1859)

Il Litorale Adriatico contribuiva, come si addice agli abitanti di una terra affacciata sul mare, ad alimentare la marina da guerra ed il corpo delle flottiglie, oltre a formare il 19º battaglione cacciatori, il reggimento corazzieri N° 5 e quello dragoni N° 4, l'artiglieria costiera, il 6º battaglione genio ecc.

Nel reggimento Cacciatori dell'Imperatore (Kaiserjaeger), reclutato tradizionalmente nelle regioni montane del Voralberg e del Tirolo, di cui faceva parte anche l'attuale Trentino, affluivano invece le reclute italiane che popolavano quella provincia.

Il battaglione era la pedina fondamentale per dosare le forze in funzione del compito da assolvere; in guerra contava 1336 uomini suddivisi in 6 compagnie; la compagnia contava 221 uomini (4 ufficiali, 2 sergenti maggiori "Feldwebel", 4 sergenti "Zugsführer", 8 caporali, 12 sotto-caporali "Gefreite" e 191 soldati semplici inclusi tamburini, trombettieri, zappatori, conducenti e attendenti).

Sul piede di guerra il reggimento era formato da 4 battaglioni operativi (uno di granatieri su 4 compagnie e tre di campagna su 6 compagnie), più il 4º battaglione di campagna, destinato di norma di presidio nelle guarnigioni, e quello di deposito su 4 compagnie, per un totale di 6886 uomini delle 32 compagnie, compreso lo stato maggiore di reggimento, a cui faceva parte la banda musicale che sempre seguiva il reggimento in campagna. Il carreggio, affidato ad un apposito sottufficiale denominato "Wagenmeister", era composto da 32 carri e 76 cavalli, inclusi la fucina da campo ed il carro ambulanza.
(Organisationsstatut für die k.k. Armee, 26 gennaio 1857)

La religione era forse l'argomento che più di ogni altro univa il Regno Lombardo-Veneto al suo interno e con l'Impero Austriaco, in quanto entrambe le nazioni avevano alla loro base una profonda fede cristiana e come tale il cattolicesimo era stato dichiarato religione di Stato.

A Venezia, permaneva un copioso nucleo ebraico con sede nel ghetto di Cannaregio. A Milano il cattolicesimo, ad ogni modo, aveva pesantemente risentito delle riforme apportate da Giuseppe II alla fine del Settecento, il quale aveva soppresso molti conventi e monasteri nel tentativo di incamerare i beni della chiesa nelle casse statali dell'allora Ducato di Milano. La nuova politica austriaca consistette quindi in una parziale e formale riconciliazione con la chiesa milanese, alla quale vennero concessi nuovi onori e privilegi da poter esercitare come ad esempio la presidenza spirituale dell'ordine cavalleresco lombardo-veneto della Corona Ferrea. Non mancarono ad ogni modo le pesanti pressioni d'influenza anche nell'ambito ecclesiastico appena dopo la costituzione del Regno: a Milano, ad esempio, nel 1818 venne eletto arcivescovo l'austriaco Karl Kajetan von Gaisruck che rimase in carica sino al 1846, governando la diocesi per una buona parte della vita del neonato regno lombardo-veneto.

Idioma ufficiale del Regno Lombardo-Veneto era l'italiano, lingua nella quale veniva impartita l'istruzione elementare, che era obbligatoria e gratuita per tutti i bambini del Regno.

La popolazione parlava abitualmente le lingue locali: lombardo, veneto, friulano e ladino. Presenti anche minoranze germanofone (cimbri, sappadioti) nelle province di Vicenza, Belluno, inoltre una minoranza parlava sloveno in provincia di Udine nella Slavia veneta.

Costituita nel 1797 dalla originaria marina veneziana, la "Marina da guerra austro-veneziana" ( österreichische-venezianische Kriegsmarine) usava ufficialmente la lingua veneta, e anche i capitani (austriaci) erano obbligati ad usarla.

Proseguendo nella strada già tracciata sotto il dominio francese, dal 1822 il Lombardo-Veneto conobbe una radicale trasformazione anche in cambio monetario.

Il sistema di conto scelto fu quello milanese, restaurato dopo la parentesi napoleonica e preferito in quanto già armonizzato ai modelli tedeschi, mentre non fu restaurato l'antico retaggio di epoca medievale della complessa monetazione della Repubblica di Venezia. La coniazione austro-milanese consisteva in una monetazione nei classici tre metalli (oro, argento, rame), la quale andò a differenziarsi e perfezionarsi sotto i diversi sovrani che regnarono. All'epoca della sua fondazione nel Regno Lombardo-Veneto circolavano ancora le valute francesi, in quanto i pesanti debiti contratti in guerra non permettevano un'immediata coniazione.

Fu Francesco Giuseppe ad apportare le prime variazioni nel sistema monetario Lombardo-Veneto: egli infatti eliminò il 1/4 di lira austriaca, sostituendolo con una moneta in rame da 15 centesimi, aggiungendone anche una da 10 centesimi. Successivamente alla Seconda guerra d'indipendenza, nel Veneto entrò in vigore come moneta spicciola il soldo e i 5/10.

Il governo austriaco, inoltre, abolì definitivamente tutta una serie di zecche minori che già si trovavano poco attive sul finire del Settecento e sotto l'amministrazione di Maria Teresa e Giuseppe II, mantenendo attive unicamente le zecche di Milano e Venezia.

Parallelamente a questa circolazione di monete, erano usate come monete di libero scambio anche quelle dell'Impero Austriaco (austriaca ed ungherese), che seguivano una tipologia di monetazione differente: il calibro in questi casi era costituito dal peso effettivo del metallo della moneta.

La storia filatelica del Lombardo-Veneto è assai più giovane rispetto a quella numismatica in quanto i primi francobolli stampati ufficialmente (e quindi non a timbro) vennero realizzati a partire dal 1º giugno 1850 sotto l'amministrazione di Francesco Giuseppe che regolamentò anche questi valori tassati con precise normative.

A Milano come a Venezia si diffusero in parallelo anche i valori tassati per i giornali, gli almanacchi e le pubblicazioni ed all'amministrazione austriaca va anche il merito di aver introdotto in queste regioni le marche da bollo ed i valori tassati per la grande quantità di documentazione cartacea che andava producendosi negli uffici governativi.

Secondo le normative postali d'epoca il costo era delle normali lettere era il seguente (1 lega = 7420 metri):

nel circondario di distribuzione dell'ufficio postale di impostazione: cent. 10
per una distanza inclusivamente a 10 leghe: cent. 15
oltre a 20 leghe: cent. 45
Si considerava lettera semplice quel plico che non superasse in peso un "lotto viennese" che corrispondeva a 17,5 grammi.


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lunedì 9 marzo 2015

CASTELLO VISCONTI DI SOMMA LOMBARDO

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Il Castello Visconti, la cui antichissima origine risale al IX secolo, è citato in un testamento rogato a Gallarate il 22 giugno 1251 dal notaio Marcellino de Angleria. Testimonianza della presenza viscontea, attestata in Somma fin dal 1250, nacque come rocca di difesa ai confini col territorio di Milano. Il maggior sviluppo della fortezza viscontea lo si ebbe a partire dall'anno 1448 quando i fratelli Francesco e Guido Visconti, per sfuggire ai contrasti con la Repubblica Ambrosiana, succeduta a Milano alla signoria viscontea, si rifugiarono nella loro antica proprietà di Somma. In pochi anni la nobile dimora venne quindi in gran parte ricostruita, ampliata e contornata da fossati. L'antica rocca di difesa assunse così il ruolo di castello fortificato eletto a stabile dimora dei Visconti. Nell'anno 1473 i dissapori emersi tra i fratelli Visconti culminarono nella divisione tra i due dei loro beni. Al fratello maggiore, Francesco, da cui discenderanno i Visconti di San Vito, spettò la parte rinnovata del castello e quindi la porzione nord del borgo; a Guido, da cui discenderanno i Visconti di Modrone, la parte più antica del castello e quella bassa di Somma.

Oggi, il complesso è formato da tre differenti castelli, ciascuno con proprio ingresso e cortile, edificati l'uno addossato all'altro. Il più antico è collocato all'angolo nord ovest; il secondo occupa tutto il lato est, mentre il terzo e più recente sorge nell'angolo a sud ovest. La parte del castello visitabile è la seconda, chiamata castello d'estate. Già residenza della famiglia Visconti di San Vito, oltre agli arredi originali, conserva affreschi attribuiti alla scuola di Camillo Procaccini (1551 ca-1629) e una pala d'altare del Cerano (1567/68-1632), nonché tre epigrafi funerarie romane e materiale archeologico della cultura di Golasecca. Al Castello di Somma è custodita la più grande collezione esistente di piatti da barba. Iniziata nella metà dell'Ottocento dal marchese Carlo Ermes, continuata dal marchese Roberto, fu portata al suo livello principe in questo secolo dal marchese Alberto. I piatti sono di forma circolare con un incavo a mezzaluna da una parte, per un miglior accostamento alla gola. Il cliente teneva in equilibrio il piatto con entrambe le mani sotto la barba da fare, mentre il barbiere insaponava, radeva e sciacquava. Probabilmente comparsi alla metà del Seicento per esigenze d'igiene, i piatti da barba hanno avuto il periodo di massimo splendore fra il Settecento e l'Ottocento. Se ne trovano di legno, alabastro, ottone, rame, peltro, argento, ceramica, porcellana di Ginori, Lodi, Faenza, Limoges, Strasburgo e della Compagnia delle Indie inglese e francese. La collezione conta più di 500 pezzi uno diverso dall'altro.


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martedì 3 marzo 2015

MARZO 1821

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Soffermati sull’arida sponda

Vòlti i guardi al varcato Ticino,

Tutti assorti nel novo destino,

Certi in cor dell’antica virtù,

Han giurato: non fia che quest’onda

Scorra più tra due rive straniere;

Non fia loco ove sorgan barriere

Tra l’Italia e l’Italia, mai più!



L’han giurato: altri forti a quel giuro

Rispondean da fraterne contrade,

Affilando nell’ombra le spade

Che or levate scintillano al sol.

Già le destre hanno strette le destre;

Già le sacre parole son porte;

O compagni sul letto di morte,

O fratelli su libero suol.



Chi potrà della gemina Dora,

Della Bormida al Tanaro sposa,

Del Ticino e dell’Orba selvosa

Scerner l’onde confuse nel Po;

Chi stornargli del rapido Mella

E dell’Oglio le miste correnti,

Chi ritorgliergli i mille torrenti

Che la foce dell’Adda versò,



Quello ancora una gente risorta

Potrà scindere in volghi spregiati,

E a ritroso degli anni e dei fati,

Risospingerla ai prischi dolor;

Una gente che libera tutta

O fia serva tra l’Alpe ed il mare;

Una d’arme, di lingua, d’altare,

Di memorie, di sangue e di cor.



Con quel volto sfidato e dimesso,

Con quel guardo atterrato ed incerto

Con che stassi un mendico sofferto

Per mercede nel suolo stranier,

Star doveva in sua terra il Lombardo:

L’altrui voglia era legge per lui;

Il suo fato un segreto d’altrui;

La sua parte servire e tacer.



O stranieri, nel proprio retaggio

Torna Italia e il suo suolo riprende;

O stranieri, strappate le tende

Da una terra che madre non v’è.

Non vedete che tutta si scote,

Dal Cenisio alla balza di Scilla?

Non sentite che infida vacilla

Sotto il peso de’ barbari piè?



O stranieri! sui vostri stendardi

Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;

Un giudizio da voi proferito

V’accompagna a l’iniqua tenzon;

Voi che a stormo gridaste in quei giorni:

Dio rigetta la forza straniera;

Ogni gente sia libera e pèra

Della spada l’iniqua ragion.



Se la terra ove oppressi gemeste

Preme i corpi de’ vostri oppressori,

Se la faccia d’estranei signori

Tanto amara vi parve in quei dì;

Chi v’ha detto che sterile, eterno

Saria il lutto dell’itale genti?

Chi v’ha detto che ai nostri lamenti

Saria sordo quel Dio che v’udì?



Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia

Chiuse il rio che inseguiva Israele,

Quel che in pugno alla maschia Giaele

Pose il maglio ed il colpo guidò;

Quel che è Padre di tutte le genti,

Che non disse al Germano giammai:

Va’, raccogli ove arato non hai;

Spiega l’ugne; l’Italia ti do.



Cara Italia! dovunque il dolente

Grido uscì del tuo lungo servaggio;

Dove ancor dell’umano lignaggio

Ogni speme deserta non è:

Dove già libertade è fiorita,

Dove ancor nel segreto matura,

Dove ha lacrime un’alta sventura,

Non c’è cor che non batta per te.



Quante volte sull’alpe spïasti

L’apparir d’un amico stendardo!

Quante volte intendesti lo sguardo

Ne’ deserti del duplice mar!

Ecco alfin dal tuo seno sboccati,

Stretti intorno ai tuoi santi colori,

Forti, armati dei propri dolori,

I tuoi figli son sorti a pugnar.



Oggi, o forti, sui volti baleni

Il furor delle menti segrete:

Per l’Italia si pugna, vincete!

Il suo fato sui brandi vi sta.

O risorta per voi la vedremo

Al convito dei popoli assisa,

O più serva, più vil, più derisa

Sotto l’orrida verga starà.



Oh giornate del nostro riscatto!

Oh dolente per sempre colui

Che da lunge, dal labbro d’altrui,

Come un uomo straniero, le udrà!

Che a’ suoi figli narrandole un giorno,

Dovrà dir sospirando: «io non c’era»;

Che la santa vittrice bandiera

Salutata quel dì non avrà.



 Manzoni  nell’opera esprime i suoi sentimenti contrari alla schiavitù degli italiani da popoli stranieri. Il Risorgimento è l'epoca in cui il popolo italiano si rende consapevole di poter diventare un unico stato che può riprendersi la sua terra e cacciare oltre i confini tutti i nemici oppressori. Manzoni mete in evidenza il fatto che tutta l'Italia é pronta alla lotta contro chi annienta il suolo italiano. Qualsiasi italiano in cuore aspira alla libertà dalla lunga schiavitù degli stranieri ed pronto, per la sua patria, a combattere anche con il proprio sacrificio fino alla morte.

Essere  patrioti vuol dire avere l'orgoglio della propria terra, combattere per lei, morire per lei, sacrificare la propria vita per un futuro migliore. Manzoni pensa che si sta avvicinando il giorno del riscatto, della rivincita. Sarà un giorno felice perché gli italiani raggiungeranno la libertà alzando la bandiera tricolore, termineranno le angherie degli stranieri e la cultura e la lingua italiana trionferanno. Saranno giorni tristissimi, invece, per coloro che per viltà non hanno partecipato a questa lotta di liberazione: quando racconteranno ai loro figli la lotta per la patria dovranno dire loro dispiaciuti: “Io non c'ero” suscitando vergogna .

In questa ode che Manzoni pubblica nel 1848 il poeta vuole esortare gli italiani ad essere uniti e a combattere per i loro ideali.


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