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sabato 23 maggio 2015

LA CHIESA DI SANT' ANTONIO ABATE A GALLARATE

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La Chiesa di Sant'Antonio abate è una chiesa posta nel centro storico di Gallarate.

La piccola chiesa, in zona centrale, ha dei precedenti storici nell'omonimo oratorio, attivo nel '400 e sede di varie confraternite.

È di minuscole proporzioni ed oggi appare quasi 'sommersa' dai palazzi adiacenti.

La chiesa di Sant’Antonio Abate, nella sua conformazione odierna, è stata realizzata nel Settecento, in uno stile barocco misurato e armonioso. È noto che il progettista della struttura fu Biagio Bellotti,importante architetto e pittore. Lavori di abbellimento e restauro vennero effettuati nel secolo scorso, durante i quali il campanile fu abbattuto, e fu aperta una facciata sul lato opposto rispetto a quello sul quale c’era la facciata originaria. Da vedere, all’interno del monumento, sono la statua di Santa Maria, gli affreschi raffiguranti episodi della vita di Sant’Antonio. Sulla volta sono stati effettuati degli affreschi con la vita di Santa Maria.



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IL PALAZZO DEL BROLETTO A GALLARATE

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Il Palazzo del Broletto di Gallarate è stato edificato su un'area un tempo utilizzata per il convento di San Michele, gestito dagli Umiliati e poi utilizzato anche da altri ordini religiosi. Dopo la soppressione degli ordini religiosi, sotto al regime napoleonico, il convento perse la sua destinazione d'uso religioso per essere utilizzato per ospitare uffici pubblici. In seguito al crollo della torre (l'ex campanile della chiesa)il convento venne restaurato su direzione dell'architetto Leone Savoia.
Dell'antico convento si conservano ad oggi il cortile con il relativo porticato, coperto da interessanti volte a crociera. Le colonne sulle quali poggiano le volte sono in granito. Fino al 1929 il Palazzo del Broletto ospitò il municipio.
Dopo il trasferimento di gran parte degli uffici nel Palazzo Borghi, Palazzo del Broletto è stato interessato da numerosi ampliamenti, fino ad ospitare anche altri uffici. Il Palazzo del Broletto è riconosciuto dalla cittadinanza di Gallarate soprattutto per il valore civile che ha assunto nel tempo.



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LA BASILICA DI SANTA MARIA A GALLARATE

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La Basilica di Santa Maria sorge sull'area di due preesistenti chiese, dedicate a Santa Maria: la prima, di cui si ha notizia nella citata pergamena del 974, testimonia l'importanza del borgo come sede capitolare; la seconda, di cui mancano dati precisi, risalirebbe al XIV-XV secolo. Secondo un'iscrizione murata all'interno della torre campanaria, in precedenza il sacro "fagetum" (bosco di faggi, da cui il termine successivo "faietto") su una modesta altura ad orinte dell'Arno, era stato teatro di riti religiosi pagani e celtici. L'attuale Basilica fu costruita tra il 1856 e il 1861 su disegno dell'architetto Giacomo Moraglia, deceduto il quale, Camillo Boito ecletti quanto il fratello Arrigo (più noto come musicista) ne completò la facciata tra il 1868 e il 1870. Il tempio è imponente per le dimensioni della sua unica navata lunga 89 metri e larga fino a 17,30 metri e della maestosa cupola, con 18 metri di diametro e 27 di altezza.

La basilica di Santa Maria Assunta è la chiesa principale di Gallarate. Nell'aprile del 1946 papa Pio XII l'ha elevata alla dignità di basilica minore.

La basilica custodisce alcuni affreschi di Luigi Cavenaghi e stucchi di Celso Stecchetti. Tra le sculture citiamo l'Assunta di Giuseppe Rosnati, quella sull'altare maggiore di Edoardo Tabacchi e San Giovanni Battista del Duprè. L'organo è del 1922.

Il campanile, alto 45 metri, è del 1454 e quindi contemporaneo alla seconda basilica di Santa Maria Assunta. Tra le famiglie che fecero parte della Fabbriceria della basilica gallaratese due lapidi interne ricordano i Rosnati, i Majno, i Sartorio, i Nob. Forni, i Bonicalzi e altri.
La basilica è stata edificata nella seconda metà del secolo XIX.

Presenta sulla facciata, opera dell' architetto Camillo Boito (Roma 1836-Milano 1914), le statue dei Santi Eurosia e Cristoforo, patrono della città.Imponente l'interno con le sue 16 grandi colonne corinzie, una lunga navata con ampia cupola e sei cappelle laterali. Degne di particolare menzione: sculture di Odoardo Tabacchi (Valganna 1831-Milano 1905) sull' altare maggiore; Sposalizio della Vergine di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone (Morazzone 1573-1626), pittore noto per le decorazioni delle cappelle dei Sacri Monti di Varese, Varallo e Orta; Assunzione della Vergine , nella prima cappella sinistra, gruppo marmoreo di Giuseppe Rusnati, scultore e architetto lombardo (Gallarate 1650-Milano 1713).

Il museo della basilica, fondato nel 1963 accanto alla chiesa, raccoglie preziose opere d'arte, tra cui: " L'lmmacolata " del Nuvolone, la "Crocifissione" del Molosso e lo stendardo di San Cristo foro col Bambino": in primo piano si vede il santo, a piedi nudi nell'Arnetta, davanti all'antica chiesa parrocchiale.
San Cristoforo, protettore dei pellegrini e dei viandanti, è compatrono di Gallarate. E' festeggiato il 25 luglio, con tradizionali offerte di ceri votivi durante la Messa solenne e con processioni e benedizioni di autovetture.
La festa dell'Assunta, il 15 agosto, ricorda la grande devozione di Gallarate alla Madonna ed è celebrata con particolare solennità. Ricorre in questa occasione l'antica tradizione del pellegrinaggio al Sacro Monte di Varese.








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IL SANTUARIO DI MADONNA IN CAMPAGNA A GALLARATE



La Madonna in Campagna è un santuario del comune di Gallarate, in provincia di Varese.

Il 21 novembre 1601, Festa della Presentazione al tempio di Maria, tra i fedeli raccolti in preghiera dinnanzi all'immagine della Madonna del latte venerata in una cappella campestre fuori dal borgo di Gallarate, lungo la strada per Milano, avvennero miracolose guarigioni. Il popolo decise ben presto di costruire sul luogo un tempio mariano; la sera del 19 dicembre 1602 venne posta la prima pietra del nuovo Santuario.
Nel 1630 la grave epidemia di peste di cui parla Alessandro Manzoni nei suoi Promessi Sposi, dopo aver infierito a Milano, mieté numerose vittime a Gallarate e nei dintorni. I borghigiani fecero allora voto, se fossero stati liberati dal flagello, di celebrare con un solenne pellegrinaggio la ricorrenza del 21 novembre; ad essi si unirono nel voto gli abitanti di Verghera e di Buscate. L'anno successivo, in novembre, il morbo si estinse. Nacque così la festa votiva delta Presentazione, la Rama di Pomm, celebrata ancora oggi con grande affluenza di popolo e con l'offerta della cera al Santuario da parte delle autorità civiche.
Il 16 maggio 1666 venne eretta in Santuario la "confraternita dei Trinitari". Nell'aprile, il ticinese Giovan Battista Rigoli iniziò l'altare maggiore che verrà concluso nel 1686 dal gallaratese Giuseppe Rosnati, protostatuario del duomo di Milano.

Monumentale è l'impianto del complesso, ricco di preziosi marmi e di intarsi policromi. Le statue del Rosnati sono di squisita fattura, felice compendio di classica bellezza e levità pienamente barocca. Al centro dell'ancona, dentro una splendida cornice, è posta l'antica immagine della Madonna del Latte. Ignoto ne è l'autore, un tardo seguace del Foppa operante a cavallo tra il XV ed il XVI secolo. Nel 1954 il nob. Arch. Don Ulderico Forni di Milano intervenne nel restauro definitivo del tabernacolo dell'altar maggiore e nell'intero rifacimento in puro stile barocco del fonte battesimale che è posto sul lato sinistro dell'ingresso centrale del Santuario.

Il 26 gennaio 1669 venne eretta in Santuario la "confraternita della Mercede", il cui stemma campeggia al centro dall'altare maggiore. In essa confluirono anche i confratelli della Trinità. II tempio si arricchì di opere d'arte, tra cui:

Lo sposalizio mistico di Santa Caterina d'Alessandria, con i santi Giuseppe e Fermo (cerchia dei cremonesi fratelli Campi, prima metà del XVI secolo);
la gloria di San Raimondo del gallaratese Carlo Cane (1608-1679) unica opera documentata oggi rimasta del pittore;
la Madonna dei Mercedari, già stendardo processionale della confraternita, attribuita al Nuvolone (1608-1670);
la settecentesca Madonna di Caravaggio, vicina al fare barocchetto del bustese Biagio Belotti;
l'olio su tela di Scuola Lombarda del XVII secolo nel fastigio dell'altar maggiore, raffigurante la Trinità;
la bella "Annunciazione" di scuola emiliana del XVII secolo, lungo la navata;
la grande tela della "Madonna delle sette spade" di anonimo, risalente presumibilmente al periodo a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo.

Nel 1801 venne eretta in Santuario una nuova confraternita, detta della Divozione. Il confratello Francesco Ambrosoli donò al tempio l'artistico grande Crocifisso in legno policromo del secolo XVI, proveniente dal soppresso monastero delle Clarisse di Milano; l'interno del Santuario assunse così l'attuale veste neoclassica. Sei anni dopo, su progetto di Gaetano Borgomaneri, venne innalzata l'attuale facciata.

Il campanile è costruito in laterizio e alto 33 metri. Venne iniziato nel 1756 e terminato l'anno successivo. L'attuale concerto campanario, che sostituisce uno più antico, è stato installato nel 1946.

Sul finire del XVI secolo, fuori i fossati del borgo di Gallarate, sorgeva lungo
l’antica strada per Milano una cappelletta dedicata alla Madonna delle Grazie, chiamata dal popolo “il gesiolo”.
Il modesto edificio era costituito da una piccola aula rettangolare con dipinta sulla parete di fondo, sopra un semplice altare, la Vergine allattante il Figlio.
Al gesiolo, spesso i contadini ed i borghigiani gallaratesi venivano, mossi da una spontanea devozione.
Sul principio dell’anno 1601, a seguito di alcune guarigioni ritenute miracolose dal popolo, la devozione alla Madonna del gesiolo crebbe anche tra la gente dei paesi d’intorno che numerosa accorreva in pellegrinaggio.
L’autorità diocesana, informata dal prevosto di Gallarate, dopo aver effettuato sopralluoghi ed interrogato numerosi testimoni, dichiarò che i fatti accaduti al gesiolo non avevano alcunché di miracoloso: pur tuttavia, visto che la devozione di gallaratesi non scemava, anzi aumentava, con il consenso dell’Arcivescovo,Cardinale Federico Borromeo, autorizzò la costruzione del Santuario la cui prima pietra fu posata “il giorno di giovedì, decimo nono del mese di dicembre 1602” con grande solennità, presenti il prevosto Orazio Bertarino con il Capitolo della Basilica di Santa Maria Assunta, le confraternite e gran moltitudine di popolo.
“Ed io vidi questo, sia lode a Dio”: così annotava sulla sua rubrica il notaio gallaratese Maurizio Finali, primo storico del Santuario.

L ’11 novembre del 1608, la chiesa era visitata dal Cardinale Federico Borromeo in visita pastorale alla Pieve di Gallarate. La cappella maggiore, chiusa da un assito in legno, risultava terminata nelle strutture mentre la navata era ancora priva di copertura. Sopra un altare provvisorio, dove celebrava la Messa ogni giorno il canonico G.M. Bonomi, primo cappellano del Santuario, era stata trasportata la venerata effige della Madonna, staccata con il muro sottostante dall’antico gesiolo.

Nel 1622, il 25 settembre, coperta la navata e principiata la decorazione interna del tempio, si volle dare una più degna collocazione all’affresco che, tolto dall’ancona di legno, fu collocato solennemente in una ricca cornice marmorea attorno alla quale poi verrà eretto il monumentale altare maggiore.

L’anno 1628, un esercito alemanno scende in Italia alla conquista di Mantova. Tra queste truppe di ventura serpeggia da sempre la peste. Dopo aver infierito su Milano l’epidemia dilaga inarrestabile in tutta l’alta Lombardia.

Nel luglio del 1630, nonostante gride e quarantene, il morbo entra anche a Gallarate. Tutto il borgo ed i villaggi d’intorno ne sono contagiati. Solo a Gallarate, abitata da circa 2500 anime, i decessi superano il numero di 450. In tanta impotente desolazione i gallaratesi si rivolgono all’antica Madonna del gesiolo facendo pubblico voto, se liberati dal contagio, di celebrare solennemente la festa della Presentazione, il 21 novembre, venendo in pellegrinaggio alla Madonna in Campagna.
A loro si uniscono anche gli abitanti di Verghera che, con atto pubblico redatto dal notaio gallaratese Cesare Lomeno in data 17 dicembre 1630, promettono di venire in pellegrinaggio il 21 novembre di ogni anno. Nel novembre dell’anno successivo il flagello scompare. Nasce la festa votiva della Rama di Pomm.

Nasce la festa votiva della Presentazione, poi popolarmente chiamata della "Rama di Pomm", dalla antica usanza di vendere sul sagrato del Santuario le mele infilzate sui rami spinosi di Gleditzia (anche detto albero di Giuda) che nei tempi andati cingeva campi ed orti attorno al Santuario. Tale tradizione si ricollega ad una gentile leggenda che racconta di un melo selvatico fiorito miracolosamente in quel lontano novembre 1631 a fianco del Santuario.
Al voto di quel lontano 1631 i gallaratesi non vennero mai meno, nemmeno negli anni giacobini della dominazione napoleonica.

Già nella realtà del rione, ancor prima della nascita della parrocchia erano sorti punti di ritrovo, sia con scopi ricreativi che sportivi e culturali. E’ il caso del “Club da l’umbrela” nato nel 1919 e della sportiva “MIC”; due associazioni che tanto impegno ed attività profusero nel riannodare i rapporti tra la gente anche al di fuori dello stretto ambito rionale.
E’ attorno a questa genuina e poliedrica realtà associativa che nasce dopo la seconda guerra mondiale, l’idea della disputa del PALIO a Madonna in Campagna. Si era negli anni 1947 – 1948 ed occorre dire che già gli abitanti del popoloso quartiere si fronteggiavano in gare sportive come il calcio, il tiro alla fune. I vecchi raccontavano che a scontrarsi erano due ZONE del rione: quella che comprendeva i residenti dal campanile in su, cioè verso la città, e quelli che abitavano il quartiere dal campanile in giù, cioè verso la periferia. Si pensò quindi di dare una suddivisione più articolata ed il rione fu quindi diviso in quattro contrade corrispondenti grosso modo alla configurazione geografica delle rispettive popolazioni.

Nell'anno 1948, nel clima di ritrovato entusiasmo del dopoguerra e della novella Parrocchia, costituita il 1° gennaio 1941, nasce il Palio dei quattro rioni: i Cittaditt da la Campagna, i Drizuni dal Tirasegn, i Paisaan Quadar ed i Privilegiàa dal Campanin.
Gara culminante della tenzone è sempre la tradizionale corsa con gli asini, con gli immancabili ed esilaranti colpi di scena.




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LA CHIESA DI SAN PIETRO A GALLARATE

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La chiesa San Pietro è situata nel centro di Gallarate, in piena zona pedonale, si trova questo gioiello di arte lombarda in stile romanico (con elementi gotici).

Fu costruita tra il XI secolo e il XIII secolo dai maestri comacini, il suo stile architettonico è romanico con elementi gotici, il suo interno è a navata unica.

Nel XVI secolo era stata adibita a piccola fortificazione ed al suo interno trovavano posto un macellaio ed un fabbro. Al punto tale da suscitare le ire del Cardinal Borromeo, che ne prescrisse il totale ripristino a edificio religioso.

A cavallo fra Ottocento e Novecento ebbe inizio il restauro dell'edificio, con il ripristino della sua immagine originaria, medievale, in un momento storico molto positivo per la città di Gallarate, che in quegli anni viveva una florida stagione. Un restauro architettonico che assume un forte valore simbolico, costituendo il recupero del valore di antichità della chiesa.

Nel corso dei secoli ha subito diverse modifiche come la costruzione di un campanile, la costruzione di absidi laterali, l'allargamento di quello centrale, l'apertura di finestre barocche, la trasposizione della porta di ingresso ed altre modifiche che ne hanno rovinato la primitiva bellezza. Nel XV secolo fu trasformata in fortilizio e successivamente fu adibita ad altri usi come luogo per riunioni, locale per falegnami e macelleria.

Nel 1844 fu dichiarato monumento nazionale, dal 1897 al 1911 furono eseguiti lavoro di restauro che consistettero nella demolizione del campanile e delle case addossate alla chiesa, nella ricostruzione dell'antico tetto in legno e dell'abside originario e nella decorazione delle pareti interne. Il 28 ottobre 1911 venne nuovamente consacrata.



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LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : GALLARATE

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Gallarate è un comune italiano della provincia di Varese in Lombardia ed è la terza città più popolosa della provincia, la quattordicesima della Lombardia.

Gallarate sorge nel Basso Varesotto, a 5 km dall'aeroporto di Malpensa. Confina con i comuni di Cavaria con Premezzo, Cassano Magnago, Busto Arsizio, Samarate, Cardano al Campo, Casorate Sempione, Arsago Seprio e Besnate. Il territorio è prevalentemente pianeggiante, interrotto nella parte settentrionale dalle colline di Crenna e Ronchi. Il comune è attraversato dal torrente Arno, denominato Arnetta dagli abitanti della zona e dall'affluente Sorgiorile. Inoltre nell'estremità sud-est del territorio, Gallarate è lambito dal torrente Rile.

Molte testimonianze archeologiche datano le origini di questo nucleo urbano al II millennio a.C., anche se la maggior parte dei reperti sono di natura gallica. Dai galli, infatti, deriverebbe anche il nome della città.

La conquista romana della Gallia Cisalpina lascia notevole documentazione nel "vicus", già assurto a rilevante importanza. Con la dominazione franca, sorse un castello alle sommità del primitivo nucleo urbano fortificato, adiacente all'attuale Basilica di S.Maria Assunta (ne resta memoria nel nome di via Postcastello). La basilica, ovviamente come entità religiosa e non come struttura architettonica assai posteriore, è citata come Capo Pieve in una pergamena del 974, regnante Ottone II; il documento che si conserva all'Archivio di Stato di Milano, è il più antico in cui ricorra il nome Gallarate. Distrutta Castelseprio ad opera di Ottone Visconti (1287), la città divenne capoluogo del Seprio, vasto e importante contado. Gallarate inizia in quegli anni una prestigiosa crescita economica e mercantile, che l'accompagna per l'età viscontea-sforzesca sino agli inizi, due secoli dopo, del dominio francese.
I documenti d'archivio del periodo qualificano Gallarate come polo d'interscambio nei mercati italiani ed esteri per i traffici di panni, drappe, cotoni e lino. Il ceto mercantile e nobiliare rappresentato da famiglie come i Rosnati, Reina, Masera, Palazzi, Macchi, Curioni, Mari, Guenzati, ecc. afferma i suoi successi in un settore produttivo che contrassegna il pionierismo industriale sino al recentissimo avvento del terziario.
Gallarate, già teatro di cruente lotte fra Visconti e Torriani (se ne parla nel popolare romanzo storico "Marco Visconti" di Tommaso Grassi) perde la sua autonomia col dominio francese e spagnolo (sec. XVI-XVIII) ed è feudo di celebri famiglie italiane (Bentivoglio, Caracciolo, Pallavicino, Altemps, Visconti, Castelbarco), non abdica però al ruolo primario nell'economia dell'Alto Milanese, tanto che nel 1786 Giuseppe II designa Gallarate a capoluogo di vasta Provincia austriaca.
Con l'avvento di Napoleone, primeggia una borghesia illuminata che sa coniugare le nuove idee di Libertà con una prodigiosa rivoluzione industriale, di cui sono protagonisti i Ponti i Borghi e i Cantoni. Capoluogo del 23° Distretto del Dipartimento dell'Olona, Gallarate partecipa col Podestà Ottavio Rosnati ai Comizi di Lione del 1802.

Dopo la restaurazione, sancita dal Congresso di Vienna, notevoli furono i fermenti di libertà in Gallarate, animati da patrioti come Luigi Borghi e Filippo Guenzati (incarcerato allo Spielberg).
Giuseppe e Pompeo Castelli, titolari di quella "farmacia del rinascimento", ora Dahò, ritrovo degli spiriti liberi, dove vuole la tradizione che Gerolamo Rovetta abbia ambientato il suo "Romanticismo".
Durante le due Guerre Mondiali per amore di libertà, caddero molti giovani sotto i colpi della repressione fratricida e nei campi di sterminio nazisti. Ne sono rispettiva memoria il Monumento ai Caduti in Piazza Risorgimento (Enrico Butti, 1924) e quello alla Resistenza in Largo Camussi (Arnaldo Pomodoro, 1980).
Altro elemento notevole nella storia recente del Gallaratese è lo sviluppo dato nella nostra brughiera all'industria aeronautica sin dal 1910 con l'Ing. Gianni Caproni e piloti quali Gustavo Moreno, Oronzo Andreani e lo stesso Francesco Baracca. I gallaratesi, all'epoca delle mongolfiere bollati dagli invidiosi "vicini" come "brüsabalun" per l'innata tensione al volo, ebbero ben modo di riscattarsi! Anche attraverso le alterne vicissitudini della storia, Gallarate, cui veniva conferito il titolo di Città con decreto 19.12.1860 a firma del Principe Eugenio di Savoia-Carignano, veniva potenziando il suo ruolo di centro industriale grazie all'imprenditorialità di uomini della tempra di Alessandro Maino, Cesare Macchi, Pietro Bellora, Carlo Borgomaneri, Giuseppe Calderara in campo tessile e Cesare Galdabini nell'industria meccanica e la collaborazione fattiva, pur contrassegnata da immancabili tensioni sociali, di una mano d'opera intelligente e laboriosa. Gallarate fu insomma, a cavallo del nuovo secolo e fino ad anni recenti, la "Manchester d'Italia", "la città delle cento ciminiere" di cui alcune restano, con i vecchi opifici dai vaghi connotati "liberty" trasformati in centri artigianali, a testimonianza di archeologia industriale in una società votata a ruoli più impersonali.

Monumenti e luoghi:
Chiesa del Sacro Cuore (1959) presso l'Istituto Aloisianum dei Gesuiti.
Dopo varie peregrinazioni per l'Italia l'Aloisianum, sorto nel 1839 come seminario degli aspiranti gesuiti dedicato a San Luigi Gonzaga, potè stabilirsi alla periferia di Gallarate nel 1936, grazie alla generosa donazione della contessa Rosa Piantanida Bassetti Ottolini. Nel 1937 gli fu riconosciuta la facoltà di conferire i gradi accademici in filosofia. Dal 1970 non è più sede universitaria ma rimane centro primario di attività culturali sotto vari aspetti: la Biblioteca, con centinaia di migliaia di testi, accessibili agli studiosi; il monumentale "Index Thomisticus", elaborato da padre Roberto Busa, dal 1946 al 1980; gli annuali Convegni Filosofici, che hanno dato vita ad un autentico movimento di pensiero di portata universale; la Procura delle Missioni; l'I.R.I.S., diretto, nelle sue varie sezioni sociali ed artistiche da padre Alfredo Imperatori. L'Aloisianum apre inoltre a tutti le sue porte per convegni scientifici e tecnici, raduni, manifestazioni culturali, mostre, concerti. Contiguo al complesso universitario, sorge dal 1959, (su un naturale belvedere), la chiesa del Sacro Cuore, tempio funzionale e moderno con una Via Crucis di Francesco Messina, opere del gesuita Fratel Venzo, Bianchi, Kaufmann ed altri.

Chiesa di S. Pietro di origine romanica.
Collegiata di S. Maria Assunta (1856).
Chiesa di Sant'Antonio abate.
Santuario della Madonna in Campagna.
Chiesa di S. Zenone nel rione di Crenna.
Il culto di San Zenone pare sia stato portato a Gallarate da soldati longobardi provenienti da Verona. La chiesa già esisteva nel XIV secolo e fu due secoli dopo ricostruita e allargata con nuove cappelle. Nuovamente nel XVIII secolo subì un rifacimento radicale; il vecchio campanile fu demolito nel 1897 e sostituito dall'attuale alto più di 50 metri e sovrastato dalla statua del santo protettore. La facciata fu poi completamente decorata nel 1935.

Chiesa dei SS Nazaro e Celso nel rione di Arnate.
Chiesa di S. Rocco modesta ma in zona di intenso traffico situata sul corso Sempione. San Rocco è un'altra delle "pietre vive" di Gallarate. Risale senz'altro all'epoca di San Carlo, cui ne riferisce nel 1566 padre Leonetto Clivone; i molti restauri, non sempre riusciti, ne hanno compromesso la struttura, tanto da mettere in forse, in epoca recente, la sua stessa sorte. E' attribuibile all'inizio del '500 (scuola di Bernardino Luini), la "Madonna del melograno", guastata purtroppo da numerose ridipinture.

Chiesa di S. Francesco eretta dal 1906 al 1910 su disegno dell'architetto Gaetano Moretti, ha belle volte di stile composito e fa memoria, nelle vetrate, dei santi francescani. Certo, i promotori hanno voluto rinnovare con la sua costruzione il culto del Santo d'Assisi, il cui tempio sorgeva poco discosto nella stessa piazza Risorgimento (in passato Foro Boario). Dal 1965 con l'erezione dell'attiguo monastero la chiesa è affidata alle cure delle Benedettine adoratrici del S.S. Sacramento.
Chiesa di San Eusebio Vescovo nel rione di Cajello.
Chiesa di san Alessandro nel rione di cascinetta.
Chiesa di San Paolo nel rione di Sciaré.
Chiesa della Madonna della Speranza nel rione Ronchi.
Chiesa di San Giorgio nel rione di Cedrate.
Ex Convento di San Francesco sorto in seguito alla venuta dei Frati Minori (1234), si può definire, pur nella limitata estensione superstite, l'edificio storico che meglio rappresenta l'antico borgo citato sulle mappe dell'epoca come sede di un'importante comunità francescana. Nel 1245 l'opera era già ben avviata e comprendeva, oltre alla chiesa (più a sud), il mistico "chiostrino", come è familiarmente chiamato dai gallaratesi. Il convento subì varie vicissitudini nel corso delle lotte tra francesi e spagnoli. Nel 1718 si estendeva fino all'ex Pasquirolo (parte dell'attuale piazza Risorgimento). Nel 1926, il Chiostrino venne donato da Enrico Macchi alla Società degli Studi Patri, sorta nel 1896, la quale vi si trasferì, occupandosi intelligentemente della conservazione e del restauro dell'edificio, dopo aver consentito la demolizione della chiesa (1932), ormai fatiscente per l'incuria dei precedenti governi e proprietari privati.
In quel che rimane dell'antico complesso ha sede oggi il Museo di Storia ed Arte, aperto al pubblico dal 1961. Al piano terreno è raccolto il materiale archeologico di epoca preistorica (Lagozza di Besnate, Civiltà di Golasecca), gallica, etrusca, romanica e longobarda. Al primo piano, ha sede la Pinacoteca con dipinti del XVII, XVIII, XIX secolo. Tra gli artisti presenti ricordiamo Giacomo Raibolini detto il Francia, Jacopo Zucchi, Giovan Battista Crespi detto il Cerano, Tanzio da Varallo, Niccolò Pisano, Daniele Crespi, Giacomo Sementi, Carlo Cane, Giuseppe de Albertis, Giuseppe Bossi, Adolfo Wildt, Renzo Colombo,ecc.

La Crocetta o "Cruzeta"è il simbolo della città, cara ai gallaratesi e parte importante della storia locale.
La colonna si erge su un piedistallo ed è sormontata da un capitello con doppio simulacro della Vergine del Pilar, cui sovrasta una croce in ferro. Come si legge (purtroppo, ora, molto a fatica) su un lato del basamento, la fece erigere nel 1694, (in sostituzione di una più bassa) Cesare Visconti di Milano, conte di Gallarate in quell'epoca sotto la dominazione spagnola.
La crocetta subì vari spostamenti, anche nel secolo scorso, sempre nell'ambito di piazza Maggiore, poi Vittorio Emanuele II ed ora Libertà. Ci sembra interessante, quasi profetica, la frase apposta sul lato del basamento verso via Mazzini: "I posteri giudichino l'Autore, la cosa, il fine, il modo, l'epoca".

Monumento alla Resistenza di Arnaldo Pomodoro (1980).
Monumento ai Caduti di Enrico Butti (1924).

Gallarate è un comune del Parco del Ticino, fiume che scorre pochi km ad ovest del centro abitato. Nei pressi del rione Cajello è in fase di realizzazione il Centro Parco della Cascina "Monte Diviso".

La Boschina di Crenna, area verde e agricola di interesse botanico e ambientale, situata nell'area nord-occidentale della città, a ridosso del Parco dei Fontanili.
Il Parco Bassetti, in posizione collinare, è compreso tra il centro cittadino e il rione dei Ronchi: è il polmone verde della città.

La cucina gallaratese è tipica dell'Insubria e dell'Altomilanese. È legata a tradizioni contadine e al legame culinario con le zone vicine, soprattutto con la cucina milanese. Alcuni piatti caratteristici sono la cassoeula (che in dialetto varesotto è detta anche cassoeura o casöra), il risotto, i bruscitti e la polenta (abbinati a vari ingredienti). Dolce tipico cittadino sono gli Amaretti di Gallarate, un tipo di amaretto morbido, dalla forma allungata, simile a quelli di Brissago e di Samarate, ben differenti da quelli secchi, tondi - e più noti - di Saronno. La Regione Lombardia ha inserito gli Amaretti di Gallarate nell'Elenco Regionale dei prodotti agro-alimentari tradizionali.

La sua posizione, che la lega ai centri di Varese e Milano, l'ha resa principalmente un centro industriale. Inizialmente il settore d'attività principale era quello tessile, ma ora l'attività è entrata in un forte periodo di crisi.

In seguito alla terziarizzazione dell'economia italiana e lombarda, Gallarate ha colto il potenziale offerto dal vicinissimo aeroporto intercontinentale della Malpensa, trasformandosi in un centro terziario e commerciale di crescente importanza. La città sta potenziando le proprie infrastrutture e si propone come base logistica: a Gallarate hanno sede e uffici compagnie aeree operative in passato e alcune anche oggi (Air Europe, Volareweb, Air Italy, Blue Panorama) imprese del trasporto su ferro (Hupac, Swiss FFS Cargo) ed imprese multinazionali (Louis Vuitton, Yamamay e Parah). Ciononostante, negli ultimi anni la città ha perso alcuni investimenti importanti, in seguito alla delocalizzazione di Milupa (nel 2002) e alla chiusura di Orlandi (nel 2007).

A Gallarate ha sede il quartier generale della Sofinter S.p.A., gruppo integrato di società altamente specializzate operanti nel settore della produzione di vapore ed energia.

Nel 1977 Gallarate è una delle prime città italiane in cui vengono fatte esperienze sperimentali di football americano. nel 1977-1978 vengono fondati i Frogs Gallarate, che avranno sede in città fino al 1984, anno del loro trasferimento a Busto Arsizio, e che nel 1981 e 1982 arriveranno alla finale nazionale, perdendola entrambe le volte contro i Rhinos Milano. Tra la fine degli anni novanta e i primi anni 2000 fu attiva a Gallarate una seconda squadra di football americano, i Kings; in seguito ad una fusione coi Frogs, nel frattempo trasferitisi prima a Legnano e poi a Milano, nacquero i Frogs&K Gallarate, che parteciparono al solo campionato 2003 prima di fermarsi un anno e subire una scissione che portò da un lato alla nascita dei Blue Storms Gorla Minore, dall'altra al ritorno dei Frogs a Legnano. Dal 2010 esiste una terza iniziativa nell'ambito del football americano gallaratese, il G-Team, che comprende roster di tackle e di flag football.
Il G-Team partecipa per la prima volta ad un campionato nazionale di tackle football nel 2013 facendo il proprio esordio nel CIF9.

La società Ginnastica Virtus Gallarate nasce nel marzo del 1902 presso l'oratorio maschile di Gallarate, per iniziativa di un lungimirante Assistente Ecclesiastico, Don Teofilo Brera. Nel nome scelto per il sodalizio era contenuto un chiaro riferimento al programma di lavoro: educare i ragazzi nello spirito della morale cattolica e sviluppare in loro la forza, il coraggio, la costanza e le energie fisiche necessarie ad affrontare le prove più impegnative della vita e dell'agonismo sportivo. Superati i primi grossi ostacoli di natura economico-amministrativa, Don Brera provvide ad assumere un valido istruttore e, con grandi sacrifici, la palestra venne dotata degli attrezzi indispensabili all'attività. Da lì cominciarono le partecipazioni ai vari Tornei Nazionali ed Internazionali che attribuirono al sodalizio Gallaratese coppe, trofei, medaglie, corone d'alloro, targhe e diplomi onorifici. Tra le sue file hanno militato campioni Italiani e atleti Olimpici come Boris Preti. Attualmente l'atleta della Virtus Gallarate Romina Laurito è campionessa mondiale a squadre di ginnastica ritmica, titolo ottenuto ai Campionati Mondiali di Specialità in Russia nel settembre 2010.

Il 18 giugno 1998 la città di Gallarate entrò nel Guinness dei Primati con il “Risotto e luganiga” preparato con 300 kg di riso, 150 kg di salsiccia e 800L di brodo, mescolato in continuazione da nove cuochi con lunghi remi di legno. Furono realizzati 1.066 kg di risotto e luganiga per 5.000 razioni (tutte mangiate). L’avvenimento è stato trasmesso in diretta su RAI UNO nella trasmissione “Il Paese delle Meraviglie”. La maxi pentola usata è in acciaio inox 18/10, ha un diametro di 3,30 m e un peso di 520 kg ed è sostenuta da un sostegno per potere operare agevolmente; ha effettuato molte trasferte in città italiane ed estere, fra le quali Manchester nel 2001. La pentola viene riutilizzata ogni anno in occasione della tradizionale Giöbia.
Gallarate è soprannominata "città dei due galli", denominazione tratta dallo stemma cittadino.
La città viene citata in numerosi film (L'appartamento (1960), Mimì metallurgico ferito nell'onore (1972), Lui è peggio di me (1984), Il ciclone (1996)...) quasi sempre senza un riferimento.


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giovedì 16 aprile 2015

LE CITTA' DEL LAGO MAGGIORE : SESTO CALENDE



Sesto Calende è un comune italiano della provincia di Varese in Lombardia. Il nome si riferisce alla distanza da Somma Lombardo, infatti deriva dal latino (ad) sextum (lapidem), ossia “presso la sesta (pietra miliare)". La specifica Kalendarum si riferisce alle Calende, con riferimento al periodo in cui si teneva il mercato.

Il borgo è posto al capo meridionale del Lago Maggiore, dove il Ticino riprende il suo cammino verso il Po, quale emissario del Verbano.

Il 28 aprile 2011, con decreto presidenziale firmato da Giorgio Napolitano, a Sesto Calende è stato concesso il titolo di Città.

Il territorio del comune di Sesto Calende è situato nel cuore dell`anfiteatro morenico del Verbano, in terra lombarda ma sul confine con il Piemonte. Il capoluogo sorge nel punto in cui il Ticino esce dal Lago Maggiore per riprendere il suo cammino verso il Po. L'area si presenta circondata da colline ed immersa nel verde del Parco del Ticino e gli è stato dato il titolo di città dall'anno 2011.

Sesto Calende è una località di antica origine, già appartenente al Contado del Seprio come sede di sculdascio, e successivamente alla Pieve di Angera. Comprendeva la frazione di Cocquo.

In età napoleonica (1811) venne aggregato a Sesto Calende il limitrofo comune di Gola Secca, che recuperò l'autonomia nel 1816, in seguito alla costituzione del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1869 al comune di Sesto Calende venne aggregato il soppresso comune di Oriano sopra Ticino.

Sesto Calende appartenne fino al 1927 al circondario di Gallarate della provincia di Milano; in tale anno entrò nella neocostituita provincia di Varese. L'anno successivo fu aggregato a Sesto Calende il soppresso comune di Lisanza, e nel 1929 la località di Lentate, già frazione di Osmate-Lentate.

Fino all'avvento della ferrovia l'economia di Sesto Calende era basata sulla navigazione sul fiume Ticino. Le barche erano di proprietà dei mercanti di Sesto Calende che le affidavano a delle guide che erano chiamate paroni ed i più esperti, cioè quelli che conoscevano le insidiose rapide del fiume, provenivano esclusivamente dai comuni di Golasecca e Castelletto Ticino. Tra Sesto Calende e Tornavento vi erano infatti ben undici rapide, ognuna contraddistinta con un proprio nome dialettale; le guide tramandavano da padre in figlio l'arte di saper condurre le barche, a volte lunghe fino a venti metri, attraverso queste rapide. Era una corporazione molto forte tanto da imporre le loro tariffe ai vari mercanti che li ingaggiavano nei singoli viaggi per trasportare le loro merci sul fiume Ticino e sul Po, fino a Venezia. Erano titolari di una sorta di "patente" e nessun altro poteva entrare nella corporazione senza il loro permesso. I Paroni erano proprietari dell'attrezzatura e dei cavalli che servivano a rimorchiare le barche nella dura risalita del fiume.

Fino al 1882 Sesto Calende manteneva un ruolo di collegamento per il commercio dei grani fra il fiume e il lago; porto d'arrivo delle granaglie era la svizzera Magadino da dove poi le merci proseguivano su carri, attraversando i passi del Gottardo, Lucomagno e San Bernardino. Sulla riva del fiume vi erano una quindicina di magazzini per l'ammasso dei cereali e risiedeva il "commissario per la spunta dei grani" che prendeva in carico i prodotti in arrivo quotidianamente e rilasciava la licenza di esportazione per il mercato di Laveno. È infatti del 1786 il documento più antico esistente presso l'Archivio Municipale di Sesto Calende e che riguardava l'istituzione di un mercato dei grani, bestiame ed altro da tenersi il mercoledì, come avviene ancora oggi. Il mercato si svolgeva attorno al porto, alla confluenza tra la strada postale del Sempione e il vecchio traghetto di Castelletto Ticino.

La prima industria di Sesto, sorta agli inizi dell'Ottocento, è la fabbrica di cordami di canapa Maioni che aveva sede presso il vecchio convento e che ha poi ospitato l'ex complesso SIAI-Marchetti. Ma Sesto Calende entrerà nelle prime statistiche industriali grazie al diffondersi dell'industria vetraria sul lago Maggiore che deve le proprie origini alla raccolta dei sassi bianchi del fiume Ticino (cogoli), ricchi di quarzo e che da secoli venivano commerciati fino a Murano per produrre quei vetri tanto lucidi. Nel 1871 venne fondata a Sant'Anna la prima vetreria industriale sotto la proprietà di Angelo Bordoni, a cui poi si aggiungeranno i soci Antonio Mognoni, Vincenzo Bertoluzzi e Luigi Bonavia. In paese si diffondono così i Maestri Vetrai che si costituiranno poi in cooperativa e che nel 1906 fonderanno una seconda vetreria, la VOF, Vetreria Operaia Federale, la cui storia industriale continuerà fino al 1996 come AVIR. Anche l'indotto dell'industria vetraria di Sesto Calende dava lavoro a molti operai; come le ditta di Giovanni Brovelli e Antonio Bassetti che producevano imballaggi in paglia per damigiane e buste di paglia per bottiglie. L'industria meccanica era degnamente rappresentata dalle ditte Boidi e Astori, sviluppatesi durante il primo conflitto mondiale grazie alla produzione di proiettili. Al 1885 risale la prima fabbrica tessile cotoniera appartenente alla famiglia Bogni mentre dal 1862 fino al 1935 era presente in paese una filanda di seta. Ma la vera novità per Sesto e che caratterizzò il suo sviluppo socio-economico fino a giorni nostri, fu l'avvento dell'industria aeronautica: nel 1913 il sestese Luigi Capè, insieme a Domenico Santoni, costituiranno la "Savoia. Società Costruzioni Aeronautiche" che nel 1915 diventerà la Società Idrovolanti Alta Italia (SIAI) che grazie alle capacità imprenditoriali della famiglia Capè, alle commesse statali assicurate dal ministero dell'Aeronautica e dal genio progettuale dell'ing. Alessandro Marchetti, porteranno il nome di Sesto Calende ad essere famoso in tutto il mondo. Nel 1940 dava lavoro a ben 11.000 operai

I reperti della civiltà di Golasecca sono esposti nel Museo Civico Archeologico Naturalistico di Sesto Calende, cittadina situata poco a valle dell'emissione del Ticino dal Lago Maggiore, sviluppatasi lungo la riva sinistra del fiume.
Da visitare a Sesto Calende si segnalano l'Abbazia di S. Donato, unica struttura rimasta dell'antico monastero benedettino; l'Oratorio di S. Vincenzo (XI-XII sec.), il Sass de Preia Bunia (in località S. Vincenzo), complesso megalitico con presenza di "coppelle" (crogioli o incavature a carattere votivo).
Tra le manifestazioni, il Carnevale Sestese (sabato grasso), sfilata di carri allegorici, gruppi mascherati, esibizione di bande musicali e complessi folcloristici. Il Sextum Mercatum è una mostra mercato di antiquariato e collezionismo, e si svolge il terzo sabato di ogni mese.

La Chiesa prepositurale di San Bernardino fu costruita agli inizi del nostro XX secolo in luogo dell'antica chiesa di San Bernardino che era situata nell'attuale Piazza Garibaldi, abbattuta d’autorità dal comune di Sesto Calende. La chiesa attuale non è quindi la più antica, ma è la più vasta in ampiezza.

Inaugurato il 6 ottobre 1861, l'obelisco di Garibaldi era inizialmente posto nell'attuale Piazza Garibaldi dietro all'antica chiesa di San Bernardino, poi abbattuta. In seguito è stato trasportato a metà del lungo fiume in Viale Italia chiamato allea dai sestesi. Il monumento, costituito da granito rosa di Baveno, ha una base quadrata ed un piedistallo che, con quattro sfere di bronzo, originariamente proiettili raccolti dopo le battaglie del 1859, sostiene una piramide tronca alla cui sommità è posta una stella bronzea a sette punte Sulle facce dell'Obelisco si leggono 3 iscrizioni:

"Qui sbarcava Garibaldi co' suoi armati la notte 23 maggio 1859 per disperdere lo straniero."

"Queste zolle in Lombardia furono le prime che si bagnarono d'italo sangue nella guerra. 1859"

"Qui il prode capitano C. De Cristoforis sfidava i perigli di non eguale tenzone con gli austriaci il 25 maggio 1859"

Cesare da Sesto, pittore
Angelo Dell'Acqua, cardinale S.R.C.
Ruggero Maghini, musicista, compositore, direttore del coro RAI di torino

Secondo lo statuto comunale, il territorio comunale comprende, oltre al capoluogo, le località di Abbazia, Cocquo, Lentate Verbano, Lisanza, Loca, Mulini, Oneda, Oriano, Sant'Anna e San Giorgio.



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lunedì 9 marzo 2015

CASTELLO VISCONTI DI SOMMA LOMBARDO

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Il Castello Visconti, la cui antichissima origine risale al IX secolo, è citato in un testamento rogato a Gallarate il 22 giugno 1251 dal notaio Marcellino de Angleria. Testimonianza della presenza viscontea, attestata in Somma fin dal 1250, nacque come rocca di difesa ai confini col territorio di Milano. Il maggior sviluppo della fortezza viscontea lo si ebbe a partire dall'anno 1448 quando i fratelli Francesco e Guido Visconti, per sfuggire ai contrasti con la Repubblica Ambrosiana, succeduta a Milano alla signoria viscontea, si rifugiarono nella loro antica proprietà di Somma. In pochi anni la nobile dimora venne quindi in gran parte ricostruita, ampliata e contornata da fossati. L'antica rocca di difesa assunse così il ruolo di castello fortificato eletto a stabile dimora dei Visconti. Nell'anno 1473 i dissapori emersi tra i fratelli Visconti culminarono nella divisione tra i due dei loro beni. Al fratello maggiore, Francesco, da cui discenderanno i Visconti di San Vito, spettò la parte rinnovata del castello e quindi la porzione nord del borgo; a Guido, da cui discenderanno i Visconti di Modrone, la parte più antica del castello e quella bassa di Somma.

Oggi, il complesso è formato da tre differenti castelli, ciascuno con proprio ingresso e cortile, edificati l'uno addossato all'altro. Il più antico è collocato all'angolo nord ovest; il secondo occupa tutto il lato est, mentre il terzo e più recente sorge nell'angolo a sud ovest. La parte del castello visitabile è la seconda, chiamata castello d'estate. Già residenza della famiglia Visconti di San Vito, oltre agli arredi originali, conserva affreschi attribuiti alla scuola di Camillo Procaccini (1551 ca-1629) e una pala d'altare del Cerano (1567/68-1632), nonché tre epigrafi funerarie romane e materiale archeologico della cultura di Golasecca. Al Castello di Somma è custodita la più grande collezione esistente di piatti da barba. Iniziata nella metà dell'Ottocento dal marchese Carlo Ermes, continuata dal marchese Roberto, fu portata al suo livello principe in questo secolo dal marchese Alberto. I piatti sono di forma circolare con un incavo a mezzaluna da una parte, per un miglior accostamento alla gola. Il cliente teneva in equilibrio il piatto con entrambe le mani sotto la barba da fare, mentre il barbiere insaponava, radeva e sciacquava. Probabilmente comparsi alla metà del Seicento per esigenze d'igiene, i piatti da barba hanno avuto il periodo di massimo splendore fra il Settecento e l'Ottocento. Se ne trovano di legno, alabastro, ottone, rame, peltro, argento, ceramica, porcellana di Ginori, Lodi, Faenza, Limoges, Strasburgo e della Compagnia delle Indie inglese e francese. La collezione conta più di 500 pezzi uno diverso dall'altro.


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