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sabato 2 luglio 2016

I CAROLINGI

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Quella dei carolingi è una dinastia di sovrani franchi che regnò in Europa dal 750 fino al X secolo, discendente da Pipino di Landen (dinastia dei pipinidi) e da Arnolfo di Metz (dinastia degli arnolfingi), potentissimi nobili dell'Austrasia, dal matrimonio dei cui figli (rispettivamente Begga e Ansegiso) nacque Pipino di Herstal, il primo sovrano della dinastia, la quale prese poi il nome di “carolingia” da Carlo Martello, figlio di Pipino.

Il re merovingio Clotario II riuscì a unificare il regno dei Franchi dopo che questo era stato diviso in almeno quattro regioni secondo la spartizione tra i figli di re Clodoveo I, suo nonno. Clotario (della Neustria) riuscì nell'impresa grazie all'appoggio della nobiltà austrasiana, capeggiata da Pipino di Landen e Arnolfo di Metz. Clotario lasciò ampi poteri alla nobiltà, e sia Arnolfo che Pipino furono figure chiave del suo regno. Alla sua morte, nel 629, Arnolfo si ritirò nell'Abbazia di Remiremont (dove più tardi sarebbe morto in odore di santità), mentre il nuovo re Dagoberto, di cui Arnolfo era già precettore e Pipino influentissimo “maestro di palazzo” in Austrasia fin dal 624, sentendo forse l'oppressione della nobiltà austrasiana, spostò la corte da Metz a Lutezia (Parigi), portando con sé Pipino, che nella nuova capitale aveva meno appoggi ed era più facilmente controllabile. Nel 639 Dagoberto morì lasciando dei figli bambini, e un anno dopo morì anche Pipino.

Il declino merovingio, oltre ad un processo di deterioramento interno del potere (frazionamento del regno, lotte intestine alla dinastia e minorità di molti degli eredi), è certamente da mettere in relazione con la posizione di rilievo assunta da alcune famiglie nobili che potevano competere con il trono a livello economico, di potere e di influenza sociale. I futuri carolingi in particolare, grazie al ruolo di “maestri di palazzo”, avevano un controllo smisurato su tutte le attività della nazione franca: quali responsabili della domus del re, cioè del suo patrimonio personale, che coincideva con l'intero regno, essi nominavano i duchi, i conti, negoziavano gli accordi con i paesi vicini, dirigevano l'esercito, estendevano il territorio del regno (particolarmente in Frisia) e avevano potere anche nella scelta degli stessi re. Già prima della metà del VII secolo furono dunque in grado di tentare un colpo di Stato. Nel 631 infatti Grimoaldo, figlio di Pipino di Landen, assumeva la carica di “Maestro di Palazzo”, succedendo al padre, e, credendo i tempi maturi per un colpo di mano, tentò di assicurare il trono a suo figlio Childeberto, facendolo adottare dalla famiglia merovingia. Ma l'opposizione della nobiltà reagì duramente e, subito dopo la prematura morte naturale di Childeberto, trucidò circa nel 656 lo stesso Grimoaldo. La linea maschile dei pipinidi si era esaurita, ma la struttura socio-famigliare dell'epoca consentì la continuazione della stirpe attraverso Begga, sorella di Grimoaldo e dunque figlia di Pipino, che sposò Ansegiso, figlio di Arnolfo, vescovo di Metz, e diede alla luce Pipino di Herstal.

Particolarmente rilevante per la ripresa della dinastia pipinide-arnolfingia, poi detta carolingia, fu il matrimonio, circa nel 670, di Pipino di Herstal con una certa Plectrude, erede, in mancanza di fratelli maschi, di una potentissima e ricchissima famiglia che aveva proprietà sparse in gran parte dell'attuale Germania settentrionale. Questa nuova ricchezza e il prestigio della famiglia della moglie, consentì a Pipino di prendere le redini di una fazione di nobili di Austrasia che si pose in contrasto con i “maestri di palazzo” del vicino regno di Neustria. Dopo la provvidenziale morte, forse violenta, del suo principale avversario, una parte dei nobili di Neustria si alleò con Pipino e gli consentì di assumere quella carica di “maestro di palazzo” di Neustria rimasta vacante. Si trattò, di fatto, dell'inizio dell'ascesa dei Carolingi, che si concretizzò, nel 688, con il matrimonio del primogenito di Pipino, Drogone, con la figlia del defunto “maestro di palazzo” di Austrasia, assumendo così il controllo politico di entrambi i regni.Tale controllo era inoltre rafforzato dagli ottimi rapporti instaurati con la Chiesa, che consentirono a Pipino di crearsi dei potenti punti d'appoggio ecclesiastico in varie abbazie “di famiglia” disseminate sui territori di Neustria e Austrasia. Di fatto il suo era ormai un “principato”, che si sovrapponeva e si poneva in concorrenza con il potere regio merovingio e che, per il momento, non pose in atto progetti espansionistici nei confronti dei più vicini regni e ducati germanici, come Alemannia e Baviera, e Aquitania, che si dichiaravano fedeli ai re merovingi. La fragilità di un tale status (che non aveva né una legittimazione né un fondamento giuridico) si rese evidente allorché il “principato” rimase senza eredi: Drogone morì nel 708, e l'altro figlio di Pipino, Grimoaldo, nel 714, pochi mesi prima del padre. La situazione scatenò una lotta per il potere da parte della nobiltà, a cui si oppose con fermezza la vedova di Pipino Plectrude che, in mancanza di altri figli, tentò di assicurare il ruolo di governo ai nipoti. Ma con scarso successo, perché da questo contrasto uscì vittorioso Carlo (poi soprannominato ”Martello”), figlio nato da una concubina di Pipino, Alpaïde di Bruyères. Il diritto dei Franchi (almeno fino all'817) non prevedeva l'esclusione dalla successione per i nati fuori dal matrimonio legittimo (e infatti Carlo aveva beneficiato di una parte dell'eredità di Pipino), che però era legata allo ius paternum, cioè la scelta del successore da parte del padre; in questo caso, la mancanza di eredi diretti costituì una valida motivazione alle pretese di Carlo, cui Plectrude non riuscì ad opporsi.

Man mano che il potere della dinastia merovingia andava diminuendo, durante il periodo detto dei "re fannulloni", i maggiordomi di palazzo pipinidi accrescevano il loro potere, al quale mancava ormai il solo titolo. Una parte rilevante del potere dei “maestri di palazzo” si basava sull'appoggio delle aristocrazie locali, che a loro volta controllavano delle vere signorie vescovili (i vescovi erano spesso rampolli dell'alta nobiltà), riassumendo dunque in sé funzioni spirituali e politiche. Carlo iniziò un'opera di demolizione di questo stato di cose, mantenendo però importanti alleanze soprattutto in campo ecclesiastico, che lo misero al sicuro da eventuali ribellioni di nobili.

Una delle sue prime preoccupazioni fu di rendere inoffensivi i figli del fratellastro Drogone, quindi si preoccupò di riorganizzare il regno dei Franchi in vista di una militarizzazione, ristrutturando la proprietà agraria in maniera da poter disporre di una classe di guerrieri dotati di cavallo, composta inizialmente di gente di bassa levatura sociale alla quale Carlo, in cambio del servizio reso, elargiva benefici, di tipo soprattutto fondiario, tratti dai beni personali ma soprattutto da quelli ecclesiastici o della corona. Era l'inizio del “vassallaggio”, che poi si sarebbe sviluppato nel feudalesimo medievale. Ma oltre alle tante alleanze incontrò anche forti resistenze soprattutto ecclesiastiche, avendo espropriato molte terre di diocesi e monasteri, alle quali rispose in maniera dura contro i più ostili oppositori, esautorandoli e sostituendoli con persone di fiducia. Mantenne comunque un atteggiamento prudente nei confronti della Chiesa franca in generale, e cercò un miglior rapporto diretto con il papato, sostenendo per esempio le campagne missionarie verso i Frisoni, gli Alamanni e i Turingi.

Il vero problema dei futuri Carolingi era però la legittimazione del loro potere, che doveva continuamente essere riaffermato con la creazione di nuove potenti alleanze e con l'ampliamento delle proprietà terriere, che significava disponibilità degli uomini che su esse vivevano. E dunque una delle prime spedizioni di Carlo fu indirizzata all'acquisizione (in nome del re, ma di fatto come una sorta di proprietà personale) della Frisia e della Franconia, regioni già sottoposte al dominio dei Franchi, ma governate da nobiltà locali. In Baviera il governo affidato a duchi nominati dai re Merovingi era forte e stabile, oltretutto imparentato con la famiglia reale longobarda, ma i problemi di successione scaturiti tra il 725 e il 728 consentirono a Carlo di approfittare della situazione e attaccare il paese. Il fatto più rilevante di questa azione, ancorché di carattere personale, fu il rapimento ed il successivo matrimonio con Swanachilde, una nobile imparentata con la famiglia degli Agilolfingi, i duchi della Baviera. I problemi scaturiti da questa unione, e in particolare la nascita del figlio Grifone, portarono più tardi, nel 788, alla fine dell'autonomia del ducato di Baviera, ad opera di Carlo Magno.

Altre incursioni militari Carlo effettuò in Sassonia e in Aquitania, paese quest'ultimo peraltro già impegnato a difendersi dai Baschi e dai Mori, che dopo aver conquistato la Spagna visigota, nel 711 avevano ormai raggiunto i confini con i Franchi, contro i quali eseguivano razzie e saccheggi sempre più frequenti, arrivando anche a innestare dei nidi sulla costa mediterranea di Provenza. Nel 721 il duca Oddone I d'Aquitania bloccò un tentativo di ulteriore avanzata dei musulmani, e iniziò una politica di alleanza con uno dei capi Mori.

Fu in questo quadro preoccupante che la nobiltà franca si rese conto di aver bisogno di una guida forte, e, stanca dei Merovingi, si riconobbe con coesione nella forte dinastia dei maggiordomi di palazzo di Pipino di Herstal, che da lui appunto prese il nome di “pipinide”, nella persona di Carlo.

Carlo dunque condusse una campagna in Aquitania contro Oddone, e nell'ottobre 732 si trovò coinvolto in uno scontro con i Mori, che riuscì a respingere a Tours e soprattutto a Poitiers, un evento secondo le tesi storiche più moderne di portata relativamente modesta, ma ingigantito in secoli di storiografia come l'evento cardine del Medioevo che bloccò l'espansione islamica in Europa e legittimò la dinastia carolingia. Lo scontro in sé dovette infatti essere di modeste dimensioni, di durata giornaliera e senza vincitori né vinti, e non fermò le scorrerie saracene nella Gallia-Francia; piuttosto rallentò le incursioni che gli stati arabi indipendenti nella penisola iberica settentrionale (soprattutto Saragozza) effettuavano periodicamente in Aquitania; nel 734 infatti veniva ancora presa Avignone, e contemporaneamente veniva saccheggiata Arles; nel 737 gli arabi arrivarono a saccheggiare la Borgogna, dove prelevarono un'enorme quantità di schiavi da portare in Spagna. L'esaurirsi della spinta araba fu dunque graduale, e probabilmente fu la conclusione di un processo naturale di esaurimento delle forze.

La fama dell'impresa di Carlo era comunque giunta anche a Roma. Tra il 739 e il 740 il papa Gregorio III gli chiese infatti di intervenire contro i Longobardi, ma Carlo, pur accettando i preziosi doni, non aveva nessuna intenzione di inimicarsi chi gli aveva fornito un prezioso aiuto nella sistemazione politica della Borgogna, e lasciò cadere la richiesta. Tra l'altro, già nel 737 il figlio Pipino (avuto da un secondo matrimonio) era stato benevolmente accolto nella famiglia del re longobardo[, proprio quando Carlo, avvalendosi delle prerogative del maggiordomo di palazzo, riuscì a far sì che il re merovingio Teodorico IV morisse senza eredi.

Ma la politica di alleanze e di avvicinamento alle potenze esterne toccò il culmine nel matrimonio tra Hiltrude, figlia di Carlo, e il duca Odilone di Baviera, che era stato costretto a fuggire a causa di forti opposizioni interne e si era rifugiato presso la corte del maestro di palazzo; da loro nel 741 nacque Tassilone, e già nel 743 Hiltrude e Pipino governavano la Baviera in qualità di reggenti del nuovo duca.

Alla morte di Carlo Martello (741), la “Francia” era priva di re, ma non di maggiordomi di palazzo, coi figli di Carlo Pipino il Breve e il più giovane Carlomanno più forti che mai. Il regno era di fatto diviso tra Carlomanno (che controllava il nord con Austrasia, Alemannia e Turingia) e Pipino (che aveva potestà sul sud con Neustria, Borgogna e Provenza), con la sorella Hiltrude in Baviera e il fratellastro Grifone per ora fuori gioco in quanto probabilmente generato all'interno di un'unione ritenuta non regolare.

Ma tanto potere non conferiva ai fratelli maestri di palazzo quella legittimità necessaria per regnare sul popolo franco, e infatti essi misero sul trono Childerico III, dalla genealogia incerta, eloquentemente soprannominato il re fantasma, essendo solo un fantoccio nelle loro mani.

Nel 747 Carlomanno abbandonò volontariamente il campo e si ritirò nell'Abbazia di Montecassino, lasciando il regno e il figlio a Pipino, così che Pipino stesso si trovò ad essere di fatto l'unico uomo di potere. Ma l'opposizione si faceva sentire con forza, e anzi ne prese le redini proprio quel Grifone, fratellastro di Pipino, che era stato emarginato e che però rivendicava qualche diritto all'eredità del padre Carlo Martello. Unitosi ai nemici Sassoni, nel 748 prese il potere in Baviera, esautorando la sorellastra Hiltrude. La reazione di Pipino arrivò l'anno seguente: invase la Baviera e tolse di mezzo Grifone, che si rifugiò in Aquitania dove, nel 753, venne assassinato mentre cercava alleanze tra i Longobardi.

I tempi erano maturi per tentare la legittimazione del potere, e in questo contesto Pipino si decise, nel 751, a fare il passo fondamentale, inviando a papa Zaccaria degli ambasciatori per saggiarne la disponibilità ad incoronarlo re. Proprio in quegli anni la Chiesa di Roma stava attraversando un momento difficile, segnato, oltre che dal timore della minacciosa espansione dei Longobardi verso Roma, anche dai grossi contrasti teologici e politici con l'Impero d'Oriente, ed era dunque in cerca di alleati forti. Il papa colse dunque al volo l'occasione, che già con Carlo Martello era sfumata, ed oltre a dichiarare che avrebbe dovuto essere re chi veramente deteneva il potere ordinò, sulla base dell'autorità apostolica, di far re Pipino: un atto che non solo interferiva pesantemente nella politica secolare di uno Stato sovrano, ma poneva le basi di una dipendenza del potere monarchico (e poi imperiale) da quello papale.

Appurata la disponibilità del papa ed in ossequio al suo ordine (del quale peraltro non fu in grado di valutare la portata storica), Pipino fece rinchiudere il suo signore Childerico III in un monastero e si proclamò re al suo posto. La fine del regno dei Merovingi fu marcata, secondo la tradizione franca dei "re capelluti", dalla rasatura che venne imposta a Childerico. Pipino divenne così il primo re dei Franchi carolingi.

Fu cruciale per la storia europea l'atto, giuridicamente illegittimo, della legittimazione papale (fino ad allora i re erano stati solo benedetti, mentre lo status giuridico a regnare doveva provenire dall'unico erede dell'Impero romano, il sovrano bizantino), sia che Pipino stesse usurpando un titolo di sovrano "sacrale" verso i popoli Germanici, sia che il papa si stesse arrogando un potere di legittimazione che non aveva fondamento giuridico definito. Ma nella pratica la sacralità della persona e del gesto papale compensò la fine della sacralità della dinastia merovingia. Inoltre, la progressiva decadenza dei possedimenti occidentali del trono di Costantinopoli, unita all'eresia iconoclasta supportata dall'Imperatore orientale Leone III, causava un vuoto di potere che il papa aveva già manifestato di voler colmare.



Nacque in quella circostanza anche la cerimonia dell'unzione regale con uno speciale olio benedetto, un atto estraneo al mondo germanico o romano, che si rifaceva direttamente all'unzione dei Re d'Israele di tradizione biblica. La nuova sacralità arrogata dai Carolingi era dunque "più alta" della tradizionale sacralità con risvolti pagani arrogata dai Merovingi.

Sentendosi sempre più minacciato dai Longobardi, il nuovo papa Stefano II compì per la prima volta un gesto che, oltretutto, servì a rinsaldare e rendere evidente il legame tra il nuovo re dei Franchi e la Chiesa di Roma: all'inizio del 754 si recò nel regno di Pipino il Breve per chiedergli sostegno e protezione. Pipino non poteva rifiutarsi, ma l'opposizione al cambiamento della linea politica fu fortissima; addirittura arrivò dal ritiro nell'Abbazia di Montecassino suo fratello Carlomanno (probabilmente su pressione del re longobardo), che tentò di mettersi alla testa dell'opposizione, ma il papa lo relegò in un monastero franco e Pipino, per non correre ulteriori rischi, costrinse i figli di Carlomanno a prendere i voti, rendendoli in tal modo inoffensivi. Ma le dure resistenze non si placarono, e il re fu costretto lui, questa volta, a chiedere aiuto al papa. In realtà temeva per la successione al trono, ed aveva bisogno di un alleato che, un domani, legittimasse il diritto dei suoi figli. Il giorno di Pasqua del 754 il re si impegnava per scritto a “restituire” alla Chiesa l'Esarcato (la regione tra Ravenna e Ancona, che nel 751 i Longobardi avevano tolto ai Bizantini), mentre il papa nominava Pipino e i suoi figli patrizi romani (cioè protettori di Roma), conferiva alla moglie di Pipino Bertrada di Laon il titolo di regina ed emanava il divieto per i Franchi di nominare un re che non fosse discendente di Pipino e Bertrada: una nuova pesante interferenza della Chiesa nell'autonomia politica di uno stato sovrano.

Nell'estate di quello stesso anno 754 Pipino inaugurò la nuova politica di ostilità nei confronti dei Longobardi ed inviò i suoi eserciti in Italia. Re Astolfo accettò di pagare un tributo e cedette i territori dell'Esarcato, che vennero subito girati al papa. Fu poi necessario un secondo intervento militare nel 757 contro il nuovo re Desiderio per risolvere la questione dell'Italia centrale, anche se il problema si trascinò ancora per quasi un ventennio.

Uno dei perni principali su cui era basata la politica interna riguardava il rafforzamento del potere nobiliare ecclesiastico e gli attenti rapporti con la Chiesa. Furono tra l'altro scrupolosamente adottati alcuni decreti papali che riguardavano la famiglia e il matrimonio e che di fatto erano volti ad impedire eccessive concentrazioni di proprietà terriere nelle mani di poche famiglie laiche, mentre veniva favorito l'arricchimento delle istituzioni ecclesiastiche grazie a cospicue donazioni.

Pipino morì il 23 settembre 768, non prima di aver designato eredi e successori, con l'approvazione della nobiltà che contava e dei vescovi, entrambi i figli ancora in vita, Carlo e Carlomanno.

Carlo Magno, prima re dei Franchi e poi imperatore incoronato dal papa nella Basilica di San Pietro nella notte di Natale dell'800, fu senza alcun dubbio il sovrano che segnò maggiormente l'epoca carolingia, per la longevità del suo regno, ma anche per il suo carisma, per le sue riforme nel campo dell'educazione, dell'economia e della restaurazione dello Stato, e per le sue conquiste militari, che gli consentirono di unificare quasi tutto quello che restava del mondo civilizzato accanto ai grandi imperi arabo e bizantino ed ai possedimenti della Chiesa, con l'esclusione delle isole britanniche, dell'Italia meridionale e di pochi altri territori.

A livello centrale l'istituzione fondamentale dello Stato era il sovrano stesso, ed il governo era costituito dal palatium, denominazione che designava il complesso dei collaboratori alle sue dipendenze, che seguivano il re in tutti gli spostamenti: organo puramente consultivo, era costituito da rappresentanti laici ed ecclesiastici, uomini di fiducia a contatto quotidiano con il sovrano, che lo aiutavano nell'amministrazione centrale.

L'Impero era suddiviso in circa 200 province, e in un numero sensibilmente minore di diocesi, ciascuna delle quali poteva comprendere più province, affidate a vescovi e abati, insediati ovunque. Ogni provincia era governata da un conte, vero e proprio funzionario pubblico delegato dell'Imperatore, mentre nelle diocesi erano i vescovi e gli abati ad esercitare il potere. Le aree di frontiera del regno franco ai confini dell'Impero, che potevano comprendere al loro interno più province, erano designate col nome di “marche”, che gli autori più eruditi chiamavano con la denominazione classica di limes.

Gerarchicamente subito sotto i conti erano i vassalli (o vassi dominici), notabili e funzionari addetti a diversi uffici, reclutati generalmente tra i fedeli del re che prestavano servizio a palazzo. Tra questi funzionari venivano scelti i missi regi: si trattava di vassalli (inizialmente di basso rango), da inviare nelle varie province e diocesi come “organo esecutivo” del potere centrale, o per particolari missioni ispettive e di controllo. Furono presto sostituiti da personaggi di più alto rango (nobili, abati e vescovi) che teoricamente avrebbero dovuto essere meno esposti a rischi di corruzione (ma i fatti spesso smentirono la teoria e le intenzioni). Insieme ai missi si istituirono i missatica, circoscrizioni loro assegnate che costituivano un potere intermedio tra quello centrale e quelli locali.

Fin dai primi tempi del suo regno Carlo si era posto l'obiettivo di trasformare una società semibarbara come quella dei Franchi in una comunità regolata dal diritto e dalle regole della fede, coniugando l'applicazione della legge attraverso il bando germanico con la concezione romana del diritto, e rinnovando l'importanza degli atti scritti emessi dalla cancelleria del Palazzo: i capitolari, tramite i quali le norme legislative venivano trasmesse nelle varie province affinché fossero rese pubbliche ed applicate.

Ad un livello più ideologico che politico si deve ai letterati cristiani la nascita di una concezione dello Stato che in parte era riconducibile all'impero romano, anche se per legittimare la monarchia poggiava su una concezione profondamente cristiana. Il potere assoluto di Carlo non aveva alcun carattere dispotico, ma si configurava piuttosto come il risultato di una mediazione tra cielo e terra, in cui il sovrano utilizzava la personale ed esclusiva interlocuzione con Dio (si considerava l'”unto del Signore”) per ammonire e guidare il suo popolo. Si trattava però di un potere che non doveva rendere conto solo a Dio, ma anche agli uomini, e che aveva bisogno di entrambe le legittimazioni; questo giustificava le annuali assemblee generali degli uomini liberi, nelle quali Carlo otteneva l'approvazione delle disposizioni che, su “ispirazione divina”, aveva maturato e predisposto.

Dal punto di vista culturale, l'epoca di Carlo Magno e dei suoi immediati successori è conosciuta come “rinascita carolingia", espressione con cui si intende la fioritura che si ebbe durante quel periodo in ambito politico, culturale e soprattutto educativo. Carlo dette impulso ad una vera e propria riforma culturale in più discipline: in architettura, nelle arti filosofiche, nella letteratura, nella poesia. Personalmente era un illetterato, e non ebbe mai una vera e propria educazione scolastica, ma comprendeva a fondo l'importanza della cultura nel governo dell'impero. La Rinascita carolingia ebbe una natura essenzialmente religiosa, ma le riforme promosse da Carlo Magno assunsero una portata culturale. La riforma della Chiesa, in particolare, si proponeva di elevare il livello morale e la preparazione culturale del personale ecclesiastico operante nel regno. Con la collaborazione degli intellettuali provenienti da ogni parte dell'impero (l'“Accademia Palatina”), Carlo pretese di fissare i testi sacri con un'opera di emendazione e correzione della Bibbia e standardizzare la liturgia, imponendo gli usi liturgici romani, nonché di perseguire uno stile di scrittura che riprendesse la fluidità e l'esattezza lessicale e grammaticale del latino classico. L'insegnamento classico, particolarmente quello del latino, venne dunque rivalorizzato, dopo essere stato snaturato e trascurato alla fine del regno dei Merovingi. Tuttavia, la lingua latina era ormai quasi esclusivamente la lingua del clero, ed infatti si prescrisse a preti e monaci di dedicarsi allo studio del latino, e fu ordinato ai sacerdoti di istruire ragazzi di nascita sia libera sia servile, ed in ogni angolo del regno (e poi dell'Impero) sorsero delle scuole vicino alle chiese ed alle abbazie. Ma negli ambienti civili e militari era preferito il francone, antenato delle lingue nazionali odierne: il romanico e il teutonico, rispettivamente del francese e del tedesco.

Neanche la grafia venne risparmiata, e fu unificata, entrando in uso corrente la “minuscola carolina”, derivata dalle scritture corsive e semicorsive, e venne inventato un sistema di segni di punteggiatura per indicare le pause (e collegare il testo scritto alla sua lettura ad alta voce).

Dei numerosissimi figli (almeno 20) avuti dalle 5 mogli ufficiali (oltre ad un numero imprecisato di concubine), solo i primi tre maschi ebbero, con Carlo ancora in vita, funzioni di governo e giurisdizione su regioni dell'impero: a Carlomanno, a cui fu poi cambiato il nome in Pipino, venne assegnata l'Italia, dopo che fu strappata ai Longobardi di re Desiderio; Ludovico ebbe il governo dell'Aquitania e, in generale, della metà meridionale della Francia e del nord della penisola iberica; Carlo il Giovane affiancò invece il padre nel governo dell'impero e nelle varie spedizioni militari. Dei tre eredi ai quali Carlo aveva previsto di lasciare l'impero, suddiviso in parti uguali, solo Ludovico sopravvisse al padre, che morì nel suo palazzo di Aquisgrana il 28 gennaio dell'814.

Ludovico il Pio non aveva un carattere deciso e battagliero, come suo padre. Forse fu anche per quello che dai suoi sudditi era visto più come uomo che come imperatore: di questo spesso si approfittò l'aristocrazia franca che in più occasioni ignorò la sua autorità. Devoto e interessato alla vita spirituale (da cui l'appellativo noto fin dall'epoca medievale), seppe anche essere spietato, eliminando dalla scena tutti i pretendenti alla corona ovvero figli illegittimi, cugini ed altri parenti.

Ludovico aveva ormai quarant'anni quando morì la sua prima moglie, Irmingarda, e stava per lasciare il regno in mano ai tre figli legittimi, avuti dalla defunta moglie: Lotario, Pipino e Ludovico. Gli fu consigliato di risposarsi con la giovane Giuditta, che dopo il matrimonio si rivelò astuta e abilissima in affari politici. Fu proprio lei a dare alla luce il quarto figlio di Ludovico, che chiamò Carlo in onore del nonno. Giuditta fece molto per lui, riuscì persino a metterlo nella stessa posizione dei fratellastri, scatenando un guerra civile tra i fratelli, che con alterne vicende, durò fino al trattato di Verdun dell'843.

Dopo la morte di Ludovico il Pio, il trattato di Verdun divise il regno tra i suoi figli in tre regioni, formate da fasce che andavano da nord a sud:

Lotario I ereditò il titolo imperiale e la parte centrale del regno (Italia, Provenza e la Lotaringia, che comprende i territori tra la Schelda e il Reno); il suo regno comprendeva inoltre la capitale politica (Aquisgrana) e religiosa (Roma). Tuttavia, il titolo imperiale perse la sua importanza: dopo il trattato di Verdun, Lotario conservò la dignità imperiale, ma in pratica non fu che un titolo pro forma, che non corrispondeva più ad alcun potere che fosse superiore a quello degli altri re. Bisognò quindi attendere il 962 affinché il titolo d'imperatore rinascesse in occidente: Ottone il Grande, della dinastia sassone in Germania, venne incoronato dal papa Giovanni XII a Roma, e nacque la denominazione di Sacro Romano Impero;
Ludovico II il Germanico ricevette la parte orientale (la Francia Orientale, che fece parte del futuro Sacro Romano Impero): qui vi fondò una dinastia che regnò sull'equivalente dell'attuale Germania fino al 911.
Carlo il Calvo ottenne per sé la terza parte occidentale dell'impero (la Francia Occidentale), a ovest della Schelda, della Mosa, della Saona e del Rodano, dove rimase la dinastia carolingia fino all'arrivo dei Capetingi nel 987.

Lotario fu il primo dei tre fratelli a morire, lasciando l'impero alla mercé degli altri due. Finalmente, dopo parecchie peripezie, la Lotaringia venne annessa nel 925 alla Francia Orientale, e la Schelda segnò il confine tra la Francia Orientale ed Occidentale. Inoltre, il re della Francia Orientale riottenne, nella stessa occasione, il titolo d'imperatore.

Il primo attacco dei Normanni (o impropriamente noti anche come Vichinghi) toccò nel 793 le coste britanniche; quindi, la pressione dei Vichinghi si accentuò: essi risalirono i fiumi a bordo delle loro imbarcazioni a fondo piatto, impropriamente dette drakkar e saccheggiarono i tesori delle abbazie prima di tornare in Scandinavia; tuttavia, alcuni dei loro insediamenti costieri durarono nel tempo. Nell'841, attaccarono l'abbazia di Jumièges e la città di Rouen; i monaci dovettero fuggire dai pericoli delle razzie, portando con loro le reliquie dei loro santi. Alla fine del IX secolo, delle vere e proprie armate normanne portarono devastazione fino al cuore del regno occidentale.

I re carolingi sembravano impotenti: Carlo il Calvo cercò di costruire delle fortificazioni aggiuntive e chiese ai capi dell'aristocrazia di difendere le regioni minacciate. Roberto il Forte venne messo dal re alla testa di una marca occidentale: morì combattendo contro i normanni nell'866. Il conte Oddone difese Parigi contro un attacco venuto dalla Senna nell'885. Questi nobili acquistarono un immenso prestigio grazie alla lotta contro l'invasore scandinavo, prestigio che partecipò d'altro canto all'indebolimento del potere reale: le vittorie militari erano ormai attribuiti ai marchesi e ai conti.

L'incapacità dei Carolingi di risolvere il problema normanno era manifesta: nel 911, con il trattato di Saint-Clair-sur-Epte, il re carolingio Carlo il Semplice cedette la Bassa Senna (futura Normandia) al capo normanno Rollone, e si rimise a lui per difendere l'estuario e il fiume, in aiuto di Parigi. Questa decisione fu alla base della creazione del ducato di Normandia. I Carolingi erano quindi costretti a cedere territori e a pagare tributi ai popoli scandinavi, per contrastare i loro danni, mentre erano inoltre impegnati in questioni familiari. Questo clima d'insicurezza accelerò la disgregazione del potere carolingio.

Ad est si profilò una nuovo minaccia con l'arrivo dei Magiari nella scena europea.
Questo popolo delle steppe occupò la Pannonia, lasciata libera dopo la distruzione degli Avari sotto il regno di Carlo Magno all'inizio del IX secolo. Fecero le loro prime incursioni ai margini dell'impero, come in Moravia nell'894, poi all'interno di esso, come in Italia nell'899. Nel 907, il regno slavo della Grande Moravia cedette a causa dei nuovi invasori.

A partire dalla fine del IX secolo, i re carolingi regnarono troppo poco tempo per essere efficaci:
Luigi II il Balbo restò re dei Franchi per soli due anni (877-879);
Carlo il Grosso fu re per 3 anni (879-882);
l'ultimo re carolingio, Luigi V morì in un incidente di caccia dopo solo un anno di regno (986-987).
Quindi gli ultimi re carolingi non riuscirono ad imporre alcuna politica a lungo termine.

Dalla fine del IX secolo, alcuni aristocratici (duchi e conti) che non facevano direttamente parte della famiglia dei Carolingi accedettero al potere: nell'888, dopo la morte di Carlo il Grosso, Berengario I, discendente dai Carolingi per linea femminile, gli succede sul trono d'Italia.

Nel X secolo, alcune dinastie che si imposero dappertutto nel territorio carolingio non discendevano più da quella carolingia. Nel 911, il duca Corrado I di Franconia, la cui moglie discendeva per linee femminili dai Carolingi, fu eletto re della Germania. In Francia, i Robertingi, ascendenti dei Capetingi e discendenti per linea femminile dei Carolingi, formano una stirpe potente, scelta per regnare nell'888-898 nella persona di Oddone.

I regna esistevano già ai tempi dei Merovingi e si prolungarono fino sotto i Carolingi. Si trattava di territori dove l'unità poggiava in una forte identità etnica e culturale. Un regnum poteva essere affidato ad un figlio di un re, senza per questo diventare indipendente: questo fu il caso, in epoche diverse, dell'Aquitania, la Provenza, la Borgogna, la Sassonia, la Turingia e la Baviera.
I conti: questa parola deriva dal latino comes, che significa compagno (del re); i conti esistevano già nell'epoca merovingia: i re dava loro alcune terre, dei regali o una carica per ricompensarli dei loro servizi; ma i conti assunsero la loro massima importanza sotto i Carolingi: funzionari, venivano designati e revocati dal re che li reclutava nell'aristocrazia; garantivano l'ordine pubblico presiedendo il tribunale, riscuotevano le tasse ed organizzavano le truppe in un pagus, circoscrizione territoriale, la quale era sotto la loro responsabilità. Nel corso del IX secolo, i conti diventarono via via più autonomi nei confronti del re.
I duchi: la parola ha un'etimologia latina che significa "conduttore dell'esercito". Il duca era una sorta di conte che raccoglieva più pagi per lottare contro le invasioni scandinave. I Robertingi ottennero nel X secolo il titolo di "duchi dei Franchi" (dux Francorum). Questi personaggi furono i più potenti tra i "principi territoriali" come i duchi di Aquitania, di Borgogna e di Normandia.
Il marchese, in latino marchio, è un conte che custodiva una regione di confine chiamata marca e la difendeva in caso d'attacco.
Alla fine del IX secolo, come conseguenza della capitolare di Quierzy (877) queste cariche di conte, duca e marchese diventarono ereditarie: i re carolingi non potevano più destituirli, quindi il loro controllo s'indebolì. Si assistette allora alla costituzione di dinastie locali di conti, duchi e vassalli del re. Il vassallaggio, che era stato ben controllato sotto Carlo Magno e serviva per i suoi interessi politici, si ritorce contro l'autorità dei suoi successori. L'aristocrazia laica ed ecclesiastica fu quindi in posizione predominante a metà del Medioevo, in Francia e in Germania.

I conti erano fisicamente più vicini al popolo dei Carolingi. L'autorità del re sembra lontana ai contadini. La maggior parte degli uomini liberi del regno viveva a contatto diretto del conte e del suo delegato: essi li potevano sentire, per esempio, durante le sedute del tribunale. La loro autorità era quindi più immediata di quella del re. Si instaurò per questo un rapporto stretto e personale: i contadini si mettevano sotto la protezione dei nobili ed entravano alle loro dipendenze.

Nel X secolo, i segni dell'autonomia dei principi si moltiplicarono: i conti e i duchi si attribuirono le funzioni pubbliche e i diritti fino ad allora riservati al re. Costruirono torri e forti, e in seguito veri e propri castelli in pietra, senza autorizzazione. Dopo la fine delle invasioni scandinave, il castello dominava un territorio che era caduto sotto le mani di un signore. Inoltre essi coniavano proprie monete con la loro effigie e il loro nome, e prendevano sotto la loro protezione il clero, controllando le investiture episcopali.

In tutto, alla fine del X secolo, l'autorità centrale carolingia sparì, a tutto vantaggio degli aristocratici, in particolare dei prìncipi territoriali; fu la fine della dinastia carolingia e il trionfo delle stirpi aristocratiche.

L'ultimo discendente di linea maschile fu Oddone di Vermandois, figlio di Erberto IV di Vermandois, morto intorno al 1085. Pr linea femminile vi descendono invece i Capetingi in primo luogo, poiché la nonna materna di Ugo Capeto, Beatrice di Vermandois, era figlia di Erberto I di Vermandois, e tramite loro tutti gli attuali regnanti europei.

L'esempio dell'ascesa degli Unrochidi in Italia illustra pienamente il modo in cui avvenne il trasferimento del potere dei Carolingi ai "Grandi" dell'aristocrazia imperiale e, poi, la frantumazione che conobbe il potere regale nelle mani di questi ultimi.

Sotto il regno del carolingio Ludovico II il Giovane (850-875), titolare della dignità imperiale, il potere reale potrebbe sembrare per un certo periodo rafforzata in Italia. Ma egli morì senza eredi e la dominazione finì di fatto nelle mani della dinastia bavarese dei Widonidi, l'esponente della quale deteneva la carica di duca di Spoleto, ed in quelle della dinastia degli Unrochidi, il cui esponente è marchese del Friuli.

I membri di questa famiglia erano dei Franchi: Evrardo, loro progenitore, aveva ricevuto la marca del Friuli fin dalla sua costituzione ad opera di Lotario I (837), mentre essi sono uniti alla stirpe carolingia tramite l'imparentamento con una figlia di Ludovico il Pio. Nell'875 gli Unrochidi consideravano ancora il nord della Francia (la regione di Lilla) come uno dei centri del proprio potere. Se, almeno all'inizio, essi non avevano mai avuto la pretesa di conquistare il potere reale, la vacanza di tale potestà in Italia e le difficili circostanze della fine del X secolo portarono uno di essi (Berengario del Friuli) prima sul trono d'Italia e poi su quello imperiale.

Berengario, unico erede maschio della propria casata nell'874, infatti, sostenne in un primo momento le pretese del carolingio di Francia Orientale al trono d'Italia. Gli eredi possibili, allora, sarebbero stati Carlomanno, figlio di Ludovico II il Germanico, e suo fratello, Carlo il Grosso. Alla morte del secondo, tuttavia, non c'era più nessun carolingio che fosse in grado di affermare la propria autorità in Italia.

I rivali tradizionali degli Unrochidi nella penisola, cioè i Widonidi di Spoleto, che avevano alcuni possedimenti vicino Nantes, apparivano allora come dei candidati potenziali al trono della Francia occidentale. Perciò, Berengario accedette personalmente al trono dell'Italia nell'887: per contrastare le ambizioni dei Widonidi, mise così fine, in pratica, all'idea dell'unità carolingia.

Tuttavia, in questo momento esso non disponeva di un appoggio che andasse oltre l'ambito regionale ed era ancora contestato, particolarmente a causa dell'influenza che i Windonidi prendono sul papato (durante la cosiddetta pornocrazia). Fino alla morte del suo rivale, il duca Lamberto II di Spoleto, nell'898, non controllava ancora tutto il territorio italiano ed in più era obbligato a contrastare la minaccia ungara.

All'epoca dell'invasione del regno d'Italia nell'899, dovette quindi venire a patti con gli ambiti militari carolingi, cioè dovette riunire l'armata: gli italiani subirono una sanguinosa sconfitta. A seguito di questo evento, la strategia di Berengario cambiò: accettò da questo momento in avanti numerosi compromessi con i poteri locali: vennero costruite delle mura e alcune zone sfuggirono al controllo reale; l'autorità pubblica venne conferita, senza alcuna contropartita, a vescovi, ecc. Il risultato di questa nuova politica fu uno sbriciolamento cospicuo ed irreversibile dell'autorità del re nella penisola.

Facendo appello a mercenari ungari contro gli italiani che si ribellano contro la sua autorità, Berengario ottenne finalmente la dignità imperiale, cui egli ambiva, nel 915, ma nelle sue mani essa non fu che un'ombra superata.

La rinascita europea promossa dai Carolingi influenzò anche la sfera artistica, determinando il recupero del linguaggio classico. Nelle grandi chiese abbaziali (Saint-Denis, Corvey, Reichenau, Castel San Vincenzo), si affermò una nuova tipologia basilicale a tre navate con abside, cripta e facciata tra torri (Westwerk), mentre nella Cappella Palatina ad Aquisgrana si usò la pianta centrale di derivazione bizantina.


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mercoledì 8 aprile 2015

GIUSEPPE GARIBALDI

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Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882) è stato un generale, patriota, condottiero e scrittore italiano. Noto anche con l'appellativo di "Eroe dei due mondi" per le sue imprese militari compiute sia in Europa, sia in America Meridionale, è la figura più rilevante del Risorgimento e uno dei personaggi storici italiani più celebri al mondo. È considerato dalla storiografia maggioritaria, anche internazionale, e nella cultura popolare del XX secolo da essa influenzata, il principale eroe nazionale italiano. Iniziò i suoi spostamenti per il mondo quale ufficiale di navi mercantili e poi quale capitano di lungo corso al comando. La sua impresa militare più nota fu la spedizione dei mille, che annetté il Regno delle Due Sicilie al nascente Regno d'Italia.

Garibaldi era inoltre massone di 33º grado del Grande Oriente d'Italia (ricoprì anche brevemente la carica di Gran Maestro) e anticlericale, e fu autore di numerosi scritti e pubblicazioni, prevalentemente di memorialistica e politica, ma anche romanzi e poesie.

Giuseppe Garibaldi nacque a Nizza il 4 luglio 1807, nell'attuale Quai Papacino, in un periodo in cui la relativa contea (già parte dei domini sabaudi) era sotto sovranità francese, poiché in quegli anni erano stati annessi dal Bonaparte all'Impero tutti i territori continentali sabaudi. Fu battezzato il 29 luglio 1807 nella chiesa di San Martino di Acri e registrato come Joseph Marie Garibaldi, cittadino francese.

La sua famiglia si era trasferita a Nizza nel 1770; il padre Domenico Garibaldi (1766-1841), originario di Chiavari, era proprietario di una tartana chiamata Santa Reparata. La madre Maria Rosa Nicoletta Raimondi (22 gennaio 1776-20 marzo 1852) era una figlia di pescatori originaria di Loano, nel 1807 territorio francese (sino al 1805 Repubblica Ligure), e morì a Nizza.

Giuseppe era il terzogenito di sei figli: Angelo (1804-1853), il fratello maggiore, divenne console negli Stati Uniti d'America, Michele (1810-1866) fu capitano di marina, Felice (1813-1855) rappresentante di una compagnia di navigazione e produttore di olio pugliese, Maria Elisabetta (1798-1799) e Teresa (1817-1820), morta in tenera età in un incendio insieme alla balia.

Per diverso tempo, gli storici dettero credito a una versione, dimostratasi poi falsa, secondo la quale Garibaldi avrebbe avuto origini tedesche. La famiglia divideva con alcuni parenti, i Gustavin, una casa sul mare. Dell'infanzia di Giuseppe si hanno poche notizie, per lo più agiografiche. Risulta invece certa la notizia che a 8 anni salvò una lavandaia caduta in acqua e che il soccorso a persone in procinto di annegare fu una costante, tanto che ne salvò almeno 12. Nel 1814 la casa dei Garibaldi fu demolita per ampliare il porto e la famiglia traslocò. Nel 1815 Nizza fu restituita al Regno di Sardegna per decisione del Congresso di Vienna e restò sotto il governo dei Savoia fino al 1860.

I genitori avrebbero voluto avviarlo alla carriera di avvocato, medico o sacerdote, ma Giuseppe non amava gli studi, prediligendo gli esercizi fisici e la vita di mare. Egli stesso ebbe a dire che era più amico del divertimento che dello studio. Vedendosi ostacolato dal padre nella sua vocazione marinara, durante le vacanze tentò di fuggire per mare verso Genova con tre suoi compagni: Cesare Parodi, Celestino Bernord e Raffaello de Andrè. Scoperto da un sacerdote che avvisò la famiglia della fuga, fu fermato appena giunto alle alture di Monaco e ricondotto a casa; è forse da ricondursi a questo episodio l'inizio della sua antipatia verso il clero.

Tuttavia, si appassionò alle materie insegnategli dai suoi primi precettori, padre Giaume e il "signor Arena". Quest'ultimo, reduce delle campagne napoleoniche, gli impartì lezioni d'italiano e di storia antica (rimase affascinato soprattutto dalla Roma antica). Alla fine riuscì a persuadere il padre a lasciargli intraprendere la vita di mare e venne iscritto nel registro dei mozzi a Genova il 12 novembre 1821. Dall'iscrizione in quel registro, si rileva che l'altezza del quattordicenne Garibaldi era di 39 once e 3/4, pari a circa 170 cm, considerevole in rapporto all'età e all'altezza media dell'epoca.

Anche se la datazione del primo imbarco è incerta, il 13 gennaio 1824 si imbarcò sedicenne sulla Costanza, comandata da Angelo Pesante di Sanremo, che Garibaldi avrebbe in seguito descritto come il migliore capitano di mare. Nel suo primo viaggio, su di un brigantino con bandiera russa, si spinse fino a Odessa nel mar Nero e a Taganrog nel mar d'Azov (entrambe ex colonie genovesi). Vi si recherà nuovamente nel 1833, incontrando un patriota mazziniano che lo sensibilizzerà alla causa dell'unità d'Italia. Rientrò a Nizza in luglio.

L'11 novembre partì per un breve viaggio come mozzo di rinforzo sulla Santa Reparata, costeggiando la Francia in un equipaggio di cinque uomini. Con il padre, tra aprile e maggio del 1825, partì alla volta di Roma con tappe a Livorno, Porto Longone e Fiumicino con un carico di vino, per l'approvvigionamento dei pellegrini venuti per il Giubileo indetto da papa Leone XII. L'equipaggio era composto da 8 uomini, ed ebbe la sua prima paga.

Giuseppe e Anita si erano conosciuti a Laguna nel 1839: si narra che, dopo averla inquadrata con il cannocchiale mentre si trovava a bordo dell'Itaparica, una volta raggiunta le disse in italiano «tu devi essere mia» Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva (questo il nome completo) si era sposata il 30 agosto 1835 con il calzolaio Manuel Duarte de Aguiar, molto più anziano di lei, che, arruolatosi fra gli imperiali, era fuggito da Laguna tempo prima, ma la moglie non lo seguì. Nata nel 1821 a Merinhos, aveva 18 anni al momento dell'incontro con Garibaldi.

Garibaldi e Ana Maria de Jesus Ribeiro, passata alla storia - e quasi alla leggenda - del Risorgimento italiano con il vezzeggiativo di "Anita", si sposarono il 26 marzo 1842, presso la chiesa di San Francisco d'Assisi con rito religioso. È spesso raccontato il fatto che Anita, abile cavallerizza, insegnò a cavalcare al marinaio italiano, fino ad allora del tutto inesperto di equitazione. Giuseppe a sua volta la istruì, per volontà o per necessità, ai rudimenti della vita militare.

Cercò di far allontanare Anita e i figli da sua madre, ma il giugno 1846 ottenne un parere contrario del ministro degli esteri di Carlo Alberto, Solaro della Margarita. I legionari progettano di tornare in patria, e grazie alla raccolta organizzata fra gli altri da Stefano Antonini, Anita, con i tre figli, e altri familiari dei legionari partirono nel gennaio del 1848 su di una nave diretta a Nizza, dove furono affidati per qualche tempo alle cure della famiglia di Garibaldi. Scoppiati i moti italiani di indipendenza, fu autorizzato a ritornare negli stati sardi con un gruppo di soldati.

Garibaldi rientrò in Italia nel 1848, poco dopo lo scoppio della prima guerra di indipendenza. Venne noleggiato un brigantino sardo chiamato Bifronte, rinominato Speranza (o Esperanza); venne nominato come capitano lo stesso Garibaldi, e la partenza avvenne il 15 aprile 1848, alle 2 del mattino; si erano imbarcati 63 uomini. Giunsero in vista di Nizza il 23 giugno. Lo avevano anticipato un suo luogotenente, Giacomo Medici, e il suo nome grazie al lavoro di Mazzini.

Tornato dunque in Europa per partecipare alla prima guerra di indipendenza contro gli austriaci, il 25 giugno proferisce parole a favore di Carlo Alberto di Savoia; il 29 giugno si trova a Genova, e per giungere a Roverbella, nei pressi di Mantova, deve chiedere 500 lire a un amico.

L'incontro con Alberto avvenne il 5 luglio: venne accolto freddamente, a causa l'antica condanna; non potendogli offrire aiuto, gli consigliò di recarsi a Torino dal ministro della guerra, che gli suggerì a sua volta di recarsi a Venezia. Nel 1848 incontrò Mazzini a Milano, rimanendone in parte deluso, avendo i due pensieri molto diversi. Partecipò comunque alla guerra come volontario al servizio del governo provvisorio di Milano, con la carica di generale. Formò il battaglione Anzani, del quale pose al comando Giacomo Medici, e partì alla volta di Brescia il 29 luglio, avendo ricevuto l'incarico di liberarla. Il numero dei suoi uomini era di circa 3.700 e usarono le vesti abbandonate dagli austriaci. Non giunse però nella città poiché venne richiamato a Milano. Le sue affermazioni contro Carlo Alberto provocarono una sua dura reazione: costui impartì l'ordine di fermarlo e se si fosse ritenuto necessario anche di arrestarlo, provocando la diserzione di alcuni volontari. Giunse ad Arona, dove chiese contributi alla cittadinanza, poi a Luino dove il 15 agosto 1848 ebbe il primo scontro in Italia contro gli austriaci (comandati dal Colonnello Molynary) e verso Varese, poi navigando sul Lago Maggiore, essendosi impadronito dei battelli, penetrò per poco nel territorio austriaco. Gli austriaci che si trovò a combattere erano comandati dal generale Konstantin d'Aspre, che ebbe l'ordine di ucciderlo, e il maresciallo Radetzky.

Quindi a Morazzone venne sorpreso da un attacco nemico, ma riuscì a fuggire nella notte rimanendo con circa 30 uomini. Trovò riparo in Svizzera, il 27 agosto valicando il confine travestito da contadino. Il 10 settembre ritornò da sua moglie, che viveva a casa di un amico, Giuseppe Deideri. Il 26 settembre ripartì alla volta di Genova, e il 24 ottobre si imbarcò sulla nave francese Pharamond con Anita, poi rimandata a Nizza. All'inizio erano 72 uomini con Garibaldi a cui si aggiunsero i lancieri di Angelo Masini il 24 novembre e soldati provenienti da Mantova. Si arrivò così a una formazione di 400 uomini alla quale Garibaldi diede il nome di Legione Italiana.

Ritornato in Europa, l'11 febbraio 1854 a Londra incontrò nuovamente Mazzini, poi viaggiando giunge prima a Genova il 6 maggio, e poi a Nizza. Compra il 29 dicembre 1855 una parte dei terreni di Caprera, (isola dell'arcipelago sardo di La Maddalena) Partendo dalla casa di un pastore costruì, insieme a 30 amici, una fattoria, in seguito l'isola divenne interamente di sua proprietà. Dopo la Terza Guerra di Indipendenza, venne chiamato a Caprera per amministrare i beni del Generale, il colonnello e amico Giovanni Froscianti (Collescipoli, 1811 – Collescipoli, 1885) che fu al fianco di Garibaldi durante la Spedizione dei Mille.

Nell'agosto del 1855 gli venne concessa la patente di capitano di prima classe: navigò con il "Salvatore", un piroscafo a elica; in seguito prese un cutter inglese chiamato Anglo French, a cui diede il nome del suo nuovo amore, Emma. Dopo che la nave si arenò, Garibaldi abbandonò l'attività di marinaio per dedicarsi all'agricoltura, lavorando come contadino e allevatore: possedeva un uliveto con circa 100 alberi d'ulivo, oltre a un vigneto, con cui produceva vino, e allevava 150 bovini, 400 polli, 200 capre, 50 maiali e più di 60 asini.

Il 4 agosto rese pubblico il suo pensiero distanziandosi dalle prese di posizioni Mazziniane. Il 20 dicembre 1858 incontrò Cavour. Divenne vicepresidente della Società Nazionale mentre si pensava di metterlo a capo di truppe: il 17 marzo 1859 vennero istituiti, grazie a un decreto reale, i Cacciatori delle Alpi, e Garibaldi ebbe il grado di maggiore generale. Si contavano circa 3200 uomini, i quali vestivano l'uniforme dell'esercito sardo. Si formarono 3 gruppi: oltre al nizzardo, al comando vi erano Enrico Cosenz e Giacomo Medici.

Marciò verso Arona: i suoi uomini erano convinti di pernottarvi, Garibaldi comunicò a Torino l'intenzione di giungervi, al che ordinando l'assoluto silenzio, raggiunse Castelletto, fermò due reggimenti e con il terzo avanzò; il 23 maggio, superato il Ticino, con le barche attaccò Sesto Calende riuscendo ad avere la meglio sugli austriaci e entrando in Lombardia.

Occupata Varese, venne affrontato il 26 maggio dal barone Karl Urban, noto anche come il Garibaldi austriaco inviato da Ferencz Gyulai; nell'occasione il comandante ordinò di sparare soltanto quando il nemico si trovasse alla distanza di 50 passi, lo scontro è noto come battaglia di Varese. Si conteranno fra i cacciatori la perdita di 22 uomini contro 105 austriaci, a cui si aggiungeranno 30 prigionieri. Il giorno seguente, dopo aver attaccato frontalmente e vinto gli austriaci nella battaglia di San Fermo, nonostante fosse in netta inferiorità numerica, occupò la città di Como. Il 29 ripartì con i suoi uomini dalla città, volendo conquistare il fortino a Laveno, raggiunto il 31 maggio. Questo attacco non ebbe esito favorevole, e nel frattempo, essendo Urban rientrato a Varese, ritornò a Como per presidiare la città, riprendendo poi Varese in seguito alla vittoria dei francesi a Magenta.

Il 15 giugno, seguendo l'ordine di Della Rocca che l'invia a Lonato sul lago di Garda, si mosse verso est. A Rezzato, nel bresciano, avrebbe dovuto congiungersi con le truppe di Sambuy, che però non giunsero in quanto l'operazione era stata annullata, ma di ciò non era stato avvertito e continuò ad avvicinarsi al nemico in ritirata. Enrico Cosenz, dopo aver fermato un attacco nemico, si fermò, mentre il colonnello Stefano Turr continuò l'attacco, raggiunto poi dallo stesso Cosenz; Garibaldi, notando la situazione sfavorevole, inviò Medici a loro sostegno e organizzò le truppe, limitando il danno: 154 fra i cacciatori, contro i 105 degli austriaci in quella che venne chiamata battaglia di Treponti. Ricevette quindi l'ordine di spostarsi in un teatro secondario bellico: in Valtellina, per respingere alcune truppe austriache verso il passo dello Stelvio; l'armistizio di Villafranca terminò gli scontri. Durante tutta questa campagna il numero di volontari al suo seguito crebbe da circa 3000 a un numero non ben quantificato: 12.000 secondo Trevelyan, 9500 secondo la Riall che si basa su uno scritto di Garibaldi stesso.

Manfredo Fanti ebbe il comando mentre Garibaldi venne retrocesso come comandante in seconda, ricevendo il comando di una delle tre truppe, le altre due saranno agli ordini di Pietro Roselli e Luigi Mezzacapo, dopo litigi diede le dimissioni.

Il 6 maggio 1866 si formarono dei Corpi Volontari: Garibaldi doveva assumerne il comando, ma invece di 15.000 persone previste si presentarono in 30.000 persone. Sul Piemonte il 10 giugno Garibaldi partì raggiungendo i suoi uomini. Alla fine si contarono 38.000 uomini e 200 cavalieri, ma di questi utilizzerà inizialmente solo 10.000 contro di lui il generale Kuhn von Kuhnenfeld con 17.000 uomini.

Doveva agire in una zona di operazioni secondaria, le prealpi tra Brescia e il Trentino, a ovest del Lago di Garda, con l'importante obiettivo strategico di tagliare la via fra il Tirolo e la fortezza austriaca di Verona. Ciò avrebbe lasciato agli Austriaci la sola via di Tarvisio per approvvigionare le proprie forze e fortezze fra Mantova e Udine. L'azione strategica principale era, invece, affidata ai due grandi eserciti di pianura, affidati a La Marmora e a Cialdini.

Garibaldi operò inizialmente a copertura di Brescia, dopo piccole vittorie del 24 giugno e quella del Ponte Caffaro il 25 giugno 1866. Il 3 luglio non riuscì a penetrare a Monte Suello dove venne ferito, lasciando il comando a Clemente Corte.

Il 16 luglio respinse una manovra del generale nemico a Condino il 21 luglio gli austriaci presero Bezzecca Garibaldi notando i suoi uomini ritirarsi diede nuove disposizioni riuscendo a respingere l'avanzata e a far ritirare il nemico. Si apriva la strada verso Riva del Garda e quindi l'imminente occupazione della città di Trento. Salvo essere fermato dalla firma dell'armistizio di Cormons. Il 3 agosto ricevette con telegramma di abbandonare il territorio occupato rispose telegraficamente: «Ho ricevuto il dispaccio nº 1073. Obbedisco» "Obbedisco", parola che successivamente divenne motto del Risorgimento italiano e simbolo della disciplina e dedizione di Garibaldi.

Il telegramma fu inviato dal garibaldino marignanese Respicio Olmeda in Bilancioni il 9 agosto 1866 da Bezzecca, evento ricordato su una lapide collocata sulla facciata della sua casa natale a San Giovanni in Marignano (RN).

Il corpo dei volontari venne sciolto il 1º settembre; in seguito ci fu l'episodio di Verona.


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lunedì 6 aprile 2015

IL REGNO LOMBARDO VENETO

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Il nome di Regno Lombardo-Veneto fu istituito dall'Impero Asburgico il 7 aprile 1815 nelle aree riunite della Lombardia e del Veneto, ricevute grazie alle decisioni del Congresso di Vienna. In precedenza e per secoli, la Lombardia era stata divisa fra lo Stato di Milano e la Repubblica di Venezia (più la Valtellina appartenente ai Grigioni), mentre il Veneto (che comprendeva anche il Friuli) era interamente compreso nei territori della Repubblica di Venezia.

Lombardia e Veneto divennero così le due parti di una nuova entità statale bicefala, in quanto all'interno non mancavano differenti aspetti amministrativi per motivi di eredità storica tra la radicata società veneta di stampo repubblicano e la patriziale Milano di stampo monarchico.

Il nome venne scelto ad esito di un, non breve, dibattito. Gli austriaci (o i loro alleati) non vollero conservare il nome scelto da Napoleone, Regno d'Italia. Vi sono evidenze che si prese in considerazione la dizione Ost und West Italien (Italia orientale ed occidentale), e perfino Österreichische Italien (Italia austriaca). Vennero infine scartate dizioni eccessivamente legate ad una delle due capitali o regioni: d’altra parte, Milano e le Venezie non erano mai state unite sotto un unico governo sin dall'arrivo dei Longobardi. Non esisteva quindi alcun termine per definire unitariamente i due territori. Si preferì quindi pronunciarle entrambe, con l'intento di stimolare un senso di avvicinamento che rendesse possibile un futuro unitario tra le popolazioni lombarde e quelle venete, ed anche per ridurre il senso di appartenenza storica delle stesse. La difficile onomastica segnalava bene, tuttavia, l'artificiosità della nuova creazione amministrativa.

Il 20 agosto 1813 l’Austria dichiarò guerra a Napoleone, reduce dalla disastrosa campagna di Russia ed abbandonato dai Prussiani. Essa costituì un'armata per invadere l'Italia affidata al feldmaresciallo Heinrich Bellegarde, che fu sconfitto dall'esercito del Regno d'Italia del Viceré Eugenio di Beauharnais sul Mincio l’8 febbraio 1814.

Nei due mesi successivi la posizione di Beauharnais peggiorò però sensibilmente, a causa del passaggio del Regno di Napoli di Gioacchino Murat all'alleanza con l'Austria l'11 gennaio, del successo della parallela offensiva austro-prussiana sulla Francia che portò il 31 marzo all'occupazione di Parigi e il 6 aprile all'abdicazione di Napoleone, e di una congiura anti-francese a Milano, sostenuta dalla meglio nobiltà milanese, che sfociò il 20 aprile nel saccheggio del Senato e nel massacro del ministro Giuseppe Prina: fu così che il 23 aprile il Viceré dovette firmare a Mantova la capitolazione. Il 26 aprile il commissario austriaco Annibale Sommariva prendeva possesso della Lombardia a nome del feldmaresciallo Bellegarde, e il 28 aprile Milano veniva occupata da 17.000 soldati austriaci.

Il 25 maggio Bellegarde sciolse la Reggenza del Regno d'Italia, che cessava di esistere, ed assunse i poteri come Commissario plenipotenziario delle province austriache in Italia per il nuovo sovrano, l’Imperatore Francesco I d'Asburgo. Il 12 giugno assunse la carica di Governatore generale in conseguenza dell'annessione della Lombardia già milanese all'Impero, proclamata il giorno stesso.

La caduta di Napoleone avrebbe dovuto, nei piani delle Potenze vincitrici, riportare l'Europa a quella che era prima del 1789, sennonché la profondità dei cambiamenti portati dalla conquista francese, unita ad alcuni vantaggi territoriali che qua e là le antiche dinastie avevano ottenuto negli ultimi cinque lustri, consigliarono l'apertura a Vienna di un Congresso per la risistemazione dell'Europa.

L’Austria poteva riannettere sotto il suo governo diretto territori che le appartenevano da lunga data per dominio diretto, cioè Trento, Trieste e Gorizia, o indiretto, come l'antico Ducato di Milano (Milano, Como, Cremona, Lodi, Pavia) e il connesso Ducato di Mantova - annessione sancita giuridicamente il 12 giugno da un proclama di Bellegarde, ripetitivo di una sanzione imperiale del giorno 7 - ma, differentemente, l'antica Repubblica di Venezia, per la quale l'unico diritto risaliva al disconosciuto Trattato di Campoformio (1797), non poteva avere medesima sorte: lì l'annessione allo stato austriaco era legittimata unicamente dall’accordo delle potenze vincitrici al Congresso di Vienna, che fu ottenuto solo a fronte della rinuncia ai diritti dinastici degli Asburgo sui Paesi Bassi cattolici (l'attuale Belgio). Per comprendere l'utilità per Vienna dello scambio, basti ricordare il classico argomento del Carlo Cattaneo, il quale sempre sostenne che dal Lombardo-Veneto Vienna traeva «un terzo delle gravezze dell'impero, benché facessero solo un ottavo della popolazione». Ben sintetizzò la situazione Giuseppe Martini: «Apertesi le trattative intorno alle cose d'Italia, e volendo quivi, siccome ne faceva pubblica promessa il congresso viennese, incominciare le sue decisioni da un grande atto di giustizia, statuì che l'Austria rientrerebbe in possesso di Milano e di Mantova; acquisterebbe altresì gli Stati veneti di terraferma con la giunta di alcuni territorii che, per antichi accordi fra i potentati italiani, appartennero un tempo agli Stati di Parma e di Ferrara; acquisterebbe ancora, non solo le terre della Valtellina con le contee di Bormio e di Chiavenna, siti molto opportuni a sopravvedere dappresso le cose della Svizzera, ed in caso di bisogno, introdurvi dissensioni, ma più lungi, in fondo alla Dalmazia, quelle che una volta componevano la repubblica di Ragusi».

I territori già veneti sulla costa orientale adriatica furono dunque aggregati direttamente all'Austria, ma Milano e Venezia erano tradizionalmente legittimate, per antica consuetudine, a godere di governi autonomi (anche se, nel caso di Milano, sotto sovrano straniero). Occorreva quindi riorganizzare tali territori in una entità amministrativa apparentemente autonoma, anche se unita all’Austria dalla persona del sovrano. La soluzione scelta fu di creare un unico Regno con una capitale e due governi, cui venne dato il nome di Regno Lombardo-Veneto.

Il 7 aprile 1815 veniva annunciata la costituzione degli Stati austriaci in Italia in un nuovo Regno del Lombardo-Veneto. Esso veniva costituito in base al Trattato di Vienna aggregando i territori dei soppressi Ducato di Milano, Ducato di Mantova, Dogado e Domini di Terraferma della Repubblica di Venezia, oltre alla Valtellina già parte della Repubblica delle Tre Leghe, e all'Oltrepò ferrarese già pontificio, mentre lo Stato da Màr, già sottoposto alla Serenissima, ne fu invece escluso incorporandolo direttamente ai territori dell'Impero.

Il Regno fu affidato a Francesco I d'Asburgo-Lorena, Imperatore d'Austria e re del Lombardo-Veneto. Il re e imperatore avrebbe governato attraverso un Viceré, con residenza a Milano e a Venezia, nella persona dell’Arciduca Ranieri, nato in Toscana e fratello minore dell'imperatore.

Lombardia e Veneto, separate dal Mincio, ebbero ciascuna un proprio Consiglio di Governo, affidato ad un Governatore, e distinti organismi amministrativi detti Congregazioni Centrali, alle cui dipendenze stavano le amministrazioni locali, tra cui le Congregazioni Provinciali e le Congregazioni Municipali.

Le competenze del Governatore, attraverso il Consiglio di Governo, erano assai ampie e riguardavano: censura, amministrazione generale del censo e delle imposizioni dirette, direzione delle scuole, lavori pubblici, nomine e controllo delle Congregazioni Provinciali. Oltre, naturalmente, al comando dell’esercito imperiale stanziato nel Regno, che, negli anni successivi si sarebbe occupato soprattutto di garantire l’ordine pubblico.

L’amministrazione finanziaria e di polizia, infine, era sottratta al Consiglio di Governo ed attribuita direttamente al governo Imperiale a Vienna, che agiva attraverso un Magistrato camerale (Monte di Lombardia, zecca, lotto, intendenza di finanza, cassa centrale, fabbricazione di tabacchi ed esplosivi, uffici delle tasse e dei bolli, stamperia reale, ispettorato dei boschi e agenzia dei sali), un Ufficio della Contabilità, una Direzione generale della Polizia.

Considerata la eccezionale centralizzazione del potere nelle mani del Governatore, nominato da Vienna, e del governo imperiale, ben si comprende come il ruolo del Viceré fosse assai marginale, ridotto a mera rappresentanza. A tal fine egli manteneva splendidi palazzi, ove teneva corte.

Tutte le alte cariche del Regno erano naturalmente di nomina regia, mai elettive. È questo uno dei motivi per cui esse erano in gran parte affidate ad austro-tedeschi; tutti austro-tedeschi furono i governatori, la grandissima parte degli ufficiali stanziati in Italia (mentre la truppa rispecchiava l’eterogenea composizione delle popolazioni dell’impero) e il Viceré: i forestieri godevano, quindi, del controllo quasi assoluto sulla vita del Regno. Famoso, a tal proposito, un colloquio del 1832 fra il nobile lombardo Paolo de' Capitani e Metternich: "Che necessità c'è di far occupare ogni posto notevole da Tirolesi e da sudditi di altre province?".

Questa situazione si presentava molto diversa dall'epoca di Maria Teresa d'Austria, quando invece si era cercato di far compenetrare molto di più austriaci ed italiani nell'amministrazione dei domini di possesso imperiale, legando simultaneamente la nazione alla corona dell'Imperatrice. Ovviamente questa era la linea che inizialmente si era proposta la commissione del Congresso di Vienna del 1815, anche se le condizioni cambiarono repentinamente già dai moti del 1820-21. Queste rivolte, infatti, avevano portato gli austriaci a ridurre la loro stima nei confronti degli italiani e per questo molte cariche erano state loro precluse per rappresaglia.

Per completare il quadro, il 1º gennaio 1816 entrarono in vigore i codici civile e penale austriaci, cosa che azzerò ogni possibilità di intervento italiano, sia pur attraverso il Consiglio di Governo.

Al patriziato locale italiano non restava quindi che il governo delle Congregazioni Provinciali e Municipali, cioè posizioni assolutamente secondarie. Le Congregazioni Municipali, ad esempio, curavano solamente la manutenzione di edifici comunali, chiese parrocchiali e strade interne, gli stipendi dei propri dipendenti e della polizia locale.

Come ricompensa ulteriore, seguendo il modello caro a Luigi XIV di Francia, il patriziato (in particolare lombardo) viveva di feste ed eventi mondani che si tenevano al Palazzo Reale, ed i rappresentanti dell'aristocrazia venivano sommersi di cariche (anche se di secondo piano) e di onorificenze, per essere legati sempre più all'amministrazione austriaca.

Sempre agli italiani era inoltre riservata la direzione dei teatri più importanti del Regno come quello alla Scala di Milano o La Fenice di Venezia. La sapiente direzione di questi importanti mezzi di comunicazione per l'epoca e la complicità dei direttori, permisero indirettamente e direttamente il passaggio anche dei messaggi che furono fondamento dei moti patriottici per la liberazione d'Italia, che videro impegnato primo tra tutti Giuseppe Verdi che non a caso fece rappresentare alcune delle proprie opere a Milano ed a Venezia. A teatro l'aristocrazia sfogava la propria impossibilità di farsi notare al governo con l'acquisto dei posti più in vista e dei palchi più ricercati in prossimità delle autorità.

Puntando sull'orgoglio degli italiani, va anche detto che il governo austriaco fece di tutto per rivalutare il passato glorioso delle tradizioni dell'area lombardo-veneta e fu così che ad esempio la Corona Ferrea venne mantenuta (seguendo l'esempio già avviato da Napoleone Bonaparte nel suo Regno d'Italia) quale simbolo della regalità nel Regno Lombardo-Veneto e prescelta quale corona ufficiale per le incoronazioni di ogni nuovo sovrano al titolo di Sovrano, incoronazioni che si svolgevano nel Duomo di Milano. Per commemorare l'importanza di queste glorie, venne istituito inoltre il mantenimento dell'Ordine napoleonico della Corona Ferrea, che venne concesso in prevalenza ad italiani per ricompensarli delle loro benemerenze verso l'amministrazione austriaca.

Subito dopo la proclamazione del regno, i sudditi lombardi e veneti si accorsero subito di come l’interezza del potere fosse affidato al governo viennese, sotto predominio austro-tedesco.

I "tedeschi" erano onnipresenti e sottraevano al patriziato e agli intellettuali lombardi e veneti grandi spazi che, in un regno realmente autonomo, sarebbero spettati loro.

Non solo: si trattava di un drastico peggioramento rispetto al Regno d'Italia, il quale era, sì, retto da un re (Napoleone) e da un viceré (Eugenio) francesi, che ne avevano fatto un protettorato di Parigi, ma godeva di un'amministrazione autonoma e quasi totalmente nazionale, come pure di un esercito nazionale, ove numerosi erano gli ufficiali lombardi e veneti.

In definitiva, sembrava ai più che il governo austriaco, ancorché efficiente, non rispettasse i diritti tradizionali della Lombardia e di Venezia e che, quindi, non godesse di alcuna legittimità. Né, com'è evidente, v’era la minima possibilità che tale legittimità venisse recuperata attraverso un processo costituzionale.

Queste considerazioni furono alla base della perenne instabilità politica in cui visse il Regno, almeno sin dal 1820, nonché della grande disponibilità delle élite e delle popolazioni a sostenere le guerre di indipendenza.

Il 22-23 marzo 1848 al termine delle Cinque giornate di Milano, gli Austriaci vennero cacciati da Milano e da Venezia. I due Consigli di Governo furono sostituiti dall'auto-proclamato Governo provvisorio di Milano e dalla restaurata Repubblica di San Marco.

Il 9 agosto 1848 con l'Armistizio di Salasco, seguito alla vittoria austriaca del 24-25 luglio a Custoza sulle truppe piemontesi, terminò la prima fase della prima guerra di indipendenza: Milano venne rioccupata ed il Governo Provvisorio di Lombardia viene sciolto. Il 22-23 marzo 1849 Carlo Alberto venne di nuovo sconfitto a Novara e abdicò in favore di Vittorio Emanuele II. Il successivo 24 agosto, dopo un lungo assedio, Venezia si arrese agli Austriaci.

Il Regno Lombardo-Veneto sopravvisse formalmente alla perdita della Lombardia (con l'eccezione di Mantova, come stabilito dai termini della Pace di Zurigo) al termine della Seconda guerra di indipendenza nel 1859 che ebbe come conflitto decisivo la Battaglia di Solferino e San Martino, per poi scomparire definitivamente nel 1866, al termine della Terza guerra di indipendenza quando il Veneto venne ceduto al Regno d'Italia dopo la Guerra delle sette settimane, con il trattato di Praga.

L'economia del Regno Lombardo-Veneto dalla sua fondazione è stata sommariamente imperniata attorno all'agricoltura, la quale ha sempre rivestito un ruolo fondamentale soprattutto nella Lombardia dell'Oltrepò. Le coltivazioni essenziali, che consentivano il sostentamento dello Stato e le esportazioni, consistevano in frumento, orzo, segale e soprattutto riso.

Nella stessa città di Milano, inoltre, era molto attivo il commercio legato alle grandi industrie produttive e manifatturiere comprese i calzaturifici e le fonderie di metalli. A Venezia era invece assai diffusa la pesca e le attività di produzione delle navi in quanto la città, assieme a Trieste, rappresentava il porto principale dell'Impero Austriaco e l'unico grande sbocco verso il Mar Mediterraneo.

Dagli studi condotti già all'epoca, apprendiamo che il Regno Lombardo-Veneto si trovava all'avanguardia anche nel campo dei trasporti e delle linee di comunicazione, in particolare se rapportato per l'epoca ad altri stati della Penisola.

Rilevanti erano stati gli sforzi compiuti per la realizzazione delle strade ferrate che tra Lombardia e Veneto coprivano una distanza notevole che poneva il grande stato di dipendenza austriaca secondo solo al Regno di Sardegna ove, grazie all'impulso del primo ministro Cavour tale opera evolutiva era iniziata alcuni anni prima.

La tratta ferroviaria Novara-Milano venne inaugurata nel maggio del 1859 dopo il frutto di lunghe trattative di collaborazione nei costi tra il Regno di Sardegna e la Lombardia, anche se meno di un mese dopo il milanese sarà conquistato da Vittorio Emanuele II con la Battaglia di Magenta che coinvolgerà direttamente questa ferrovia per l'invasione del territorio austriaco da parte dei piemontesi.

Altro mezzo di trasporto abbondantemente utilizzato nel regno Lombardo-Veneto (data anche la presenza di grandi corsi d'acqua) era il trasporto per mezzo di barche. Le corriere operavano regolarmente lungo il Naviglio Grande e gli altri navigli minori in Lombardia, collegando buona parte della periferia con la darsena di Milano, mentre a Venezia i traghetti collegavano le isole della laguna tra loro e con la costa illirica.

Il governo del Regno Lombardo-Veneto era strutturato secondo una precisa situazione gerarchica che comprendeva poche cariche effettive accentratrici del potere e molte cariche quasi puramente onorifiche.

Sovrano dello Stato era l'Imperatore d'Austria, che aveva il titolo di Re di Lombardia e delle Venezie, ma egli risiedendo a Vienna (capitale dell'intero Impero), governava attraverso un proprio sottoposto o Viceré, il quale come abbiamo detto aveva una rappresentanza solo formale in quanto egli risiedeva prevalentemente alla corte viennese. A reggere i rapporti tra governo centrale e Stato dipendente, erano due Governatori, rispettivamente uno per la Lombardia con sede a Milano ed uno per il Veneto con sede a Venezia. A ciascun governatore sottostava un Vicepresidente di governo il quale aveva funzione di operare in assenza del governatore, al quale seguiva un Imperial Regio Consigliere Aulico prescelto dall'Imperatore, col compito di vigilare sull'operato di governatore e vicepresidente di governo.

A queste prime cariche seguivano gli Imperial Regi Consiglieri di Governo che avevano il compito di coadiuvare il Governatore nell'amministrazione fisica dello Stato assegnatogli, ed erano solitamente nel numero di 9 per Lombardia e 9 per il Veneto. A questi facevano seguito gli Imperial Regi Segretari di Governo ed altre cariche minori di cancelleria ed amministrazione spicciola.

Seguivano quindi le Imperial Regie Delegazioni Provinciali che vantavano un delegato ed un vice-delegato per ogni provincia del regno, sia in Lombardia che in Veneto. Tali delegazioni raccoglievano di fatto le questioni dei comuni minori e le portavano a conoscenza del governo.

L'unione fra le due regioni del regno era assai labile, e così l'amministrazione reale del territorio fu affidata a due distinti Consigli di Governo facenti capo ai due Governatori. Le classi agiate erano rappresentate nelle due Congregazioni Centrali, nominate dai Governi su proposta delle stesse, che erano composte da un nobile e un possidente per ogni provincia, un borghese per ogni città, e il governatore quale membro e presidente di diritto.

I due Governi della Lombardia e del Veneto erano suddivisi in diciassette Province. Ciascuna Provincia era retta da una Delegazione Provinciale, istituita per la prima volta il 1º febbraio 1816 e al cui capo era posto un Regio Delegato, che sostituiva il prefetto napoleonico. In ogni Provincia era inoltre presente una Congregazione Provinciale composta per metà da nobili e per metà da possidenti locali, nominati per sei anni dal Governo su proposta delle autorità locali. I deputati provinciali erano proposti al Governo dalla Congregazione Centrale la quale sceglieva sulla base di terne presentatele dalle Città e dalla stesse Congregazioni Provinciali uscenti. Le prime nomine nel 1815 furono fatte direttamente dall'imperatore, mentre in seguito per rinnovi parziali triennali. Le Congregazioni vennero sciolte durante il periodo di governo militare del regno fra il 1848 e il 1857. Le Congregazioni erano composte da quattro o sei o otto deputati provinciali, più un deputato per ogni città, più il Regio Delegato in qualità di componente e presidente di diritto.

Ogni Provincia era suddivisa in Distretti, di cui 127 in Lombardia e 91 nel Veneto. Ogni Distretto era suddiviso in Comuni, cellule di base dell'amministrazione pubblica. A secondo della loro popolazione, i Comuni potevano appartenere a tre classi differenti: i Comuni di I classe, cioè i capoluoghi controllati direttamente dalle Delegazioni Provinciali, avevano un Consiglio Comunale di non più di 60 membri; i Comuni di II classe, dotati di un Consiglio Comunale di almeno 30 membri, erano sottoposti ad un Cancelliere del Censo; i Comuni di III classe, i più piccoli, erano diretti dall'Assemblea dei proprietari che si riuniva una volta l'anno, alla presenza del Cancelliere del Censo, per nominare i funzionari e per approvare il bilancio e i tributi, mentre nella restante parte dell'anno venivano delegati tre proprietari per l'ordinaria amministrazione.

All'interno di tutte le forme di amministrazione del governo Lombardo-Veneto, vennero formalmente mantenute le divisioni tradizionali tra Lombardia e Veneto, a loro volta unitamente dipendenti dall'Impero d'Austria.

È altresì vero, però, che l'Imperatore nominava un suo rappresentante amministrativo e legale nei suoi territori italiani, il quale prendeva il nome di Viceré. È bene premettere che molti dei Viceré del Regno, anche se formalmente accettanti l'incarico, non risiedettero mai entro i confini del Lombardo-Veneto, preferendogli di gran lunga la corte austriaca e l'amministrazione imperiale. Ad ogni modo i Viceré avevano la loro sede formale al Palazzo Reale di Milano, il quale accoglieva gli appartamenti del Viceré che erano utilizzati come residenza ufficiale anche dall'Imperatore quando questi si trovava in visita nel Regno. La residenza di campagna era rappresentata dalla Villa Reale di Monza.

La preferenza di Milano su Venezia per la scelta di una residenza, era dovuta a due fattori fondamentali: innanzitutto essa era una città strategicamente importante per tutta l'area dell'Italia settentrionale e soprattutto l'aristocrazia patriziale milanese era molto più incline a vedere un sovrano che direttamente risiedeva entro i propri confini che non i repubblicani veneziani. Peraltro questa tradizione di residenza milanese, seguiva le orme di quanto aveva fatto già Maria Teresa d'Austria ponendo la sede dell'antico Ducato di Milano a Milano. Tale territorio era stato tradizionalmente austriaco da molto più tempo rispetto a quello veneto, che invece era giunto entro i possessi della real casa d'Austria a partire dal crollo della Repubblica di Venezia nel 1797 e che era andato consolidandosi effettivamente solo a partire dal Congresso di Vienna.

Il senato di giustizia del Regno Lombardo-Veneto dopo che lo stato venne costituito, venne aperto ufficialmente il 7 aprile 1815, con sede a Vienna, rimanendo nella capitale imperiale sino al 28 giugno 1816, ovvero sino a quando il comandante Bellegarde non poté assicurare l'indiscusso potere austriaco sull'area della Pianura Padana. Nelle sessioni di questa prima fase vennero trattati gli affari giudiziari relativi al Veneto ed alla Dalmazia.

A partire dal 30 giugno 1816 apprendiamo che l'Imperial Regio governo diede disposizioni perché a partire dal 1º agosto 1816 venisse attivato il Senato di Giustizia del Regno a favore dell'intero stato da poco costituito e come tale che riprendesse l'attività amministrativa e deliberativa direttamente sul territorio italiano. Esso aveva essenzialmente il compito di controllare che tutte le azioni di governo si svolgessero "secondo la legge stabilita". Tale organo era praticamente un grande tribunale, ovvero aveva il compito di avallare le condanne più gravi che poi dovevano essere sottoscritte dall'Imperatore, giudicando delitti come la lesa maestà, la sommossa generale, fino a comminare il carcere a vita o addirittura la pena di morte nei casi più gravi.

In base alla sovrana risoluzione dell'11 aprile 1829, apprendiamo che il senato era retto da un presidente e da dieci consiglieri aulici, sei austriaci, quattro italiani (solitamente due lombardi e due veneti).

Il Senato sopravvisse di fatti sino al 3 gennaio 1851 quando il Feldmaresciallo Radetzky, con parere favorevole dell'Imperatore, visti i recenti disordini che le rivoluzioni avevano portato soprattutto in Lombardia, ne decise la soppressione e i compiti amministrativi di sua precedente competenza vennero trasferiti al Ministero della Giustizia, quindi a Vienna, altro punto che gettò il Lombardo-Veneto nel malumore, sentendosi gli abitanti di queste regioni privati di un'importante pietra miliare: l'autonomia nella giustizia.

L'amministrazione della giustizia nel regno Lombardo-Veneto era suddivisa in tre gradi: Pretura e Tribunale, Tribunale d'appello e Supremo Tribunale di Giustizia. Ciascun capoluogo provinciale era sede di un tribunale di primo grado, mentre nei due centri regionali di Milano e Venezia erano presenti due corti d'appello. Al vertice del sistema si trovava il Senato, la Corte di Cassazione del Regno, che era stabilita a Verona, presso il Palazzo dei Capitani, a capo del quale venne posto il conte d'Oettingen-Wallerstein.

Circa la giustizia lombardo-veneto sovente gli storici hanno ravvisato incongruenze ed inesattezze tra i vari emendamenti legislativi pubblicati dal 1815 al 1859, il che si ritiene fosse alla base di fraintendimenti, disordini e dei consequenziali inasprimenti delle pene, soprattutto dopo i due periodi rivoluzionari della prima guerra di indipendenza. A differenza di altri domini austriaci in Italia come il Granducato di Toscana, nel Regno Lombardo-Veneto la pena di morte non era stata abolita e continuava ad essere comminata per lesa maestà, ribellione ed altri gravi reati.

In parallelo, altrettanto diffuso, era l'esilio o il carcere duro che la giustizia lombarda e veneta prescrisse in quegli anni in special modo per i cospiratori rivoluzionari ed i carbonari i quali erano presenti in gran numero su tutto il territorio. Vittime illustri di questa giustizia furono Silvio Pellico, Piero Maroncelli e Federico Confalonieri. Il carcere duro era rappresentato dalla Fortezza dello Spielberg presso Brno, in Repubblica Ceca, allora parte remota e sperduta dell'Impero austriaco.

Anche in questo passo, come si è visto, la giustizia austriaca si accaniva in particolare contro gli italiani, in quanto essa era amministrata dagli austriaci, il che penalizzava i giudizi a sfavore degli insorgenti.

Tutte le milizie armate non austriache, e perciò gestite da italiani soggetti all'amministrazione austriaca (come la guardia civica o polizia municipale), indossavano la caratteristica giubba verde, il che li fece soprannominare non senza un tocco di malizia "remolazz" ovvero "sedani", un termine che nel dialetto lombardo è usato tradizionalmente per indicare un individuo sciocco, uomo da poco, inesperto, ignorante. Evidenti sono gli intenti di odio ed insulto verso coloro che collaboravano con lo "straniero invasore".

L'esercito del Regno Lombardo-Veneto constava di nove reggimenti che rientravano all'interno del più vasto esercito imperiale.
Uno, il 22° (Trieste), apparteneva al Litorale austriaco.
Inoltre il Lombardo-Veneto forniva il personale che costituiva: i battaglioni cacciatori da campo (Feldjäger-Bataillone) N° 6, 11, 18 (lombardi), 8 e 25 (veneti), i reggimenti ulani (unità di cavalleria armate di lancia) N° 9, 11 (lombardi), 6 e 7 (veneti) ed il reggimento dragoni N° 8.

Contingenti lombardi e veneti erano altresì destinati a servire in tutte le altre unità combattenti e di servizio dell'armata imperiale: artiglieria da campagna (reggimenti N° 3, 6, 9 e 10), lanciarazzi (racchettieri) e artiglieria costiera, genio (battaglioni N° 1, 2, 6, 9, 10, 11) e pionieri (battaglioni N° 2, 6). Sudditi del Regno formavano gli equipaggi della flottiglia dei laghi italiani e del Danubio, oltre naturalmente che della marina da guerra: alle province di Treviso e di Venezia (distretti di leva del reggimento di linea N° 16) spettava infatti alimentare il Corpo Marinai, mentre alle province di Padova e di Rovigo per intero e Vicenza in parte (distretti di leva del reggimento N° 13) e a quelle di Udine e di Belluno (reggimento N° 26) spettava inviare i contingenti annui alla fanteria ed all'artiglieria di Marina. Nel territorio del Regno era reclutata anche la gendarmeria locale (Gendarmerie).

Una modifica alla ripartizione territoriale del 1856 venne introdotta tre anni dopo. Già con la chiamata di leva dell'anno di guerra 1859 (seconda guerra di Risorgimento italiano), le reclute prima assegnate ai reggimenti ulani N° 7 (veneto) e 9 (lombardo), che divennero ambedue galiziani, furono avviate ai reggimenti dragoni N° 1 e 3.
(Ordinanza circolare del 17 gennaio 1859)

Il Litorale Adriatico contribuiva, come si addice agli abitanti di una terra affacciata sul mare, ad alimentare la marina da guerra ed il corpo delle flottiglie, oltre a formare il 19º battaglione cacciatori, il reggimento corazzieri N° 5 e quello dragoni N° 4, l'artiglieria costiera, il 6º battaglione genio ecc.

Nel reggimento Cacciatori dell'Imperatore (Kaiserjaeger), reclutato tradizionalmente nelle regioni montane del Voralberg e del Tirolo, di cui faceva parte anche l'attuale Trentino, affluivano invece le reclute italiane che popolavano quella provincia.

Il battaglione era la pedina fondamentale per dosare le forze in funzione del compito da assolvere; in guerra contava 1336 uomini suddivisi in 6 compagnie; la compagnia contava 221 uomini (4 ufficiali, 2 sergenti maggiori "Feldwebel", 4 sergenti "Zugsführer", 8 caporali, 12 sotto-caporali "Gefreite" e 191 soldati semplici inclusi tamburini, trombettieri, zappatori, conducenti e attendenti).

Sul piede di guerra il reggimento era formato da 4 battaglioni operativi (uno di granatieri su 4 compagnie e tre di campagna su 6 compagnie), più il 4º battaglione di campagna, destinato di norma di presidio nelle guarnigioni, e quello di deposito su 4 compagnie, per un totale di 6886 uomini delle 32 compagnie, compreso lo stato maggiore di reggimento, a cui faceva parte la banda musicale che sempre seguiva il reggimento in campagna. Il carreggio, affidato ad un apposito sottufficiale denominato "Wagenmeister", era composto da 32 carri e 76 cavalli, inclusi la fucina da campo ed il carro ambulanza.
(Organisationsstatut für die k.k. Armee, 26 gennaio 1857)

La religione era forse l'argomento che più di ogni altro univa il Regno Lombardo-Veneto al suo interno e con l'Impero Austriaco, in quanto entrambe le nazioni avevano alla loro base una profonda fede cristiana e come tale il cattolicesimo era stato dichiarato religione di Stato.

A Venezia, permaneva un copioso nucleo ebraico con sede nel ghetto di Cannaregio. A Milano il cattolicesimo, ad ogni modo, aveva pesantemente risentito delle riforme apportate da Giuseppe II alla fine del Settecento, il quale aveva soppresso molti conventi e monasteri nel tentativo di incamerare i beni della chiesa nelle casse statali dell'allora Ducato di Milano. La nuova politica austriaca consistette quindi in una parziale e formale riconciliazione con la chiesa milanese, alla quale vennero concessi nuovi onori e privilegi da poter esercitare come ad esempio la presidenza spirituale dell'ordine cavalleresco lombardo-veneto della Corona Ferrea. Non mancarono ad ogni modo le pesanti pressioni d'influenza anche nell'ambito ecclesiastico appena dopo la costituzione del Regno: a Milano, ad esempio, nel 1818 venne eletto arcivescovo l'austriaco Karl Kajetan von Gaisruck che rimase in carica sino al 1846, governando la diocesi per una buona parte della vita del neonato regno lombardo-veneto.

Idioma ufficiale del Regno Lombardo-Veneto era l'italiano, lingua nella quale veniva impartita l'istruzione elementare, che era obbligatoria e gratuita per tutti i bambini del Regno.

La popolazione parlava abitualmente le lingue locali: lombardo, veneto, friulano e ladino. Presenti anche minoranze germanofone (cimbri, sappadioti) nelle province di Vicenza, Belluno, inoltre una minoranza parlava sloveno in provincia di Udine nella Slavia veneta.

Costituita nel 1797 dalla originaria marina veneziana, la "Marina da guerra austro-veneziana" ( österreichische-venezianische Kriegsmarine) usava ufficialmente la lingua veneta, e anche i capitani (austriaci) erano obbligati ad usarla.

Proseguendo nella strada già tracciata sotto il dominio francese, dal 1822 il Lombardo-Veneto conobbe una radicale trasformazione anche in cambio monetario.

Il sistema di conto scelto fu quello milanese, restaurato dopo la parentesi napoleonica e preferito in quanto già armonizzato ai modelli tedeschi, mentre non fu restaurato l'antico retaggio di epoca medievale della complessa monetazione della Repubblica di Venezia. La coniazione austro-milanese consisteva in una monetazione nei classici tre metalli (oro, argento, rame), la quale andò a differenziarsi e perfezionarsi sotto i diversi sovrani che regnarono. All'epoca della sua fondazione nel Regno Lombardo-Veneto circolavano ancora le valute francesi, in quanto i pesanti debiti contratti in guerra non permettevano un'immediata coniazione.

Fu Francesco Giuseppe ad apportare le prime variazioni nel sistema monetario Lombardo-Veneto: egli infatti eliminò il 1/4 di lira austriaca, sostituendolo con una moneta in rame da 15 centesimi, aggiungendone anche una da 10 centesimi. Successivamente alla Seconda guerra d'indipendenza, nel Veneto entrò in vigore come moneta spicciola il soldo e i 5/10.

Il governo austriaco, inoltre, abolì definitivamente tutta una serie di zecche minori che già si trovavano poco attive sul finire del Settecento e sotto l'amministrazione di Maria Teresa e Giuseppe II, mantenendo attive unicamente le zecche di Milano e Venezia.

Parallelamente a questa circolazione di monete, erano usate come monete di libero scambio anche quelle dell'Impero Austriaco (austriaca ed ungherese), che seguivano una tipologia di monetazione differente: il calibro in questi casi era costituito dal peso effettivo del metallo della moneta.

La storia filatelica del Lombardo-Veneto è assai più giovane rispetto a quella numismatica in quanto i primi francobolli stampati ufficialmente (e quindi non a timbro) vennero realizzati a partire dal 1º giugno 1850 sotto l'amministrazione di Francesco Giuseppe che regolamentò anche questi valori tassati con precise normative.

A Milano come a Venezia si diffusero in parallelo anche i valori tassati per i giornali, gli almanacchi e le pubblicazioni ed all'amministrazione austriaca va anche il merito di aver introdotto in queste regioni le marche da bollo ed i valori tassati per la grande quantità di documentazione cartacea che andava producendosi negli uffici governativi.

Secondo le normative postali d'epoca il costo era delle normali lettere era il seguente (1 lega = 7420 metri):

nel circondario di distribuzione dell'ufficio postale di impostazione: cent. 10
per una distanza inclusivamente a 10 leghe: cent. 15
oltre a 20 leghe: cent. 45
Si considerava lettera semplice quel plico che non superasse in peso un "lotto viennese" che corrispondeva a 17,5 grammi.


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