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mercoledì 8 aprile 2015

GIUSEPPE GARIBALDI

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Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882) è stato un generale, patriota, condottiero e scrittore italiano. Noto anche con l'appellativo di "Eroe dei due mondi" per le sue imprese militari compiute sia in Europa, sia in America Meridionale, è la figura più rilevante del Risorgimento e uno dei personaggi storici italiani più celebri al mondo. È considerato dalla storiografia maggioritaria, anche internazionale, e nella cultura popolare del XX secolo da essa influenzata, il principale eroe nazionale italiano. Iniziò i suoi spostamenti per il mondo quale ufficiale di navi mercantili e poi quale capitano di lungo corso al comando. La sua impresa militare più nota fu la spedizione dei mille, che annetté il Regno delle Due Sicilie al nascente Regno d'Italia.

Garibaldi era inoltre massone di 33º grado del Grande Oriente d'Italia (ricoprì anche brevemente la carica di Gran Maestro) e anticlericale, e fu autore di numerosi scritti e pubblicazioni, prevalentemente di memorialistica e politica, ma anche romanzi e poesie.

Giuseppe Garibaldi nacque a Nizza il 4 luglio 1807, nell'attuale Quai Papacino, in un periodo in cui la relativa contea (già parte dei domini sabaudi) era sotto sovranità francese, poiché in quegli anni erano stati annessi dal Bonaparte all'Impero tutti i territori continentali sabaudi. Fu battezzato il 29 luglio 1807 nella chiesa di San Martino di Acri e registrato come Joseph Marie Garibaldi, cittadino francese.

La sua famiglia si era trasferita a Nizza nel 1770; il padre Domenico Garibaldi (1766-1841), originario di Chiavari, era proprietario di una tartana chiamata Santa Reparata. La madre Maria Rosa Nicoletta Raimondi (22 gennaio 1776-20 marzo 1852) era una figlia di pescatori originaria di Loano, nel 1807 territorio francese (sino al 1805 Repubblica Ligure), e morì a Nizza.

Giuseppe era il terzogenito di sei figli: Angelo (1804-1853), il fratello maggiore, divenne console negli Stati Uniti d'America, Michele (1810-1866) fu capitano di marina, Felice (1813-1855) rappresentante di una compagnia di navigazione e produttore di olio pugliese, Maria Elisabetta (1798-1799) e Teresa (1817-1820), morta in tenera età in un incendio insieme alla balia.

Per diverso tempo, gli storici dettero credito a una versione, dimostratasi poi falsa, secondo la quale Garibaldi avrebbe avuto origini tedesche. La famiglia divideva con alcuni parenti, i Gustavin, una casa sul mare. Dell'infanzia di Giuseppe si hanno poche notizie, per lo più agiografiche. Risulta invece certa la notizia che a 8 anni salvò una lavandaia caduta in acqua e che il soccorso a persone in procinto di annegare fu una costante, tanto che ne salvò almeno 12. Nel 1814 la casa dei Garibaldi fu demolita per ampliare il porto e la famiglia traslocò. Nel 1815 Nizza fu restituita al Regno di Sardegna per decisione del Congresso di Vienna e restò sotto il governo dei Savoia fino al 1860.

I genitori avrebbero voluto avviarlo alla carriera di avvocato, medico o sacerdote, ma Giuseppe non amava gli studi, prediligendo gli esercizi fisici e la vita di mare. Egli stesso ebbe a dire che era più amico del divertimento che dello studio. Vedendosi ostacolato dal padre nella sua vocazione marinara, durante le vacanze tentò di fuggire per mare verso Genova con tre suoi compagni: Cesare Parodi, Celestino Bernord e Raffaello de Andrè. Scoperto da un sacerdote che avvisò la famiglia della fuga, fu fermato appena giunto alle alture di Monaco e ricondotto a casa; è forse da ricondursi a questo episodio l'inizio della sua antipatia verso il clero.

Tuttavia, si appassionò alle materie insegnategli dai suoi primi precettori, padre Giaume e il "signor Arena". Quest'ultimo, reduce delle campagne napoleoniche, gli impartì lezioni d'italiano e di storia antica (rimase affascinato soprattutto dalla Roma antica). Alla fine riuscì a persuadere il padre a lasciargli intraprendere la vita di mare e venne iscritto nel registro dei mozzi a Genova il 12 novembre 1821. Dall'iscrizione in quel registro, si rileva che l'altezza del quattordicenne Garibaldi era di 39 once e 3/4, pari a circa 170 cm, considerevole in rapporto all'età e all'altezza media dell'epoca.

Anche se la datazione del primo imbarco è incerta, il 13 gennaio 1824 si imbarcò sedicenne sulla Costanza, comandata da Angelo Pesante di Sanremo, che Garibaldi avrebbe in seguito descritto come il migliore capitano di mare. Nel suo primo viaggio, su di un brigantino con bandiera russa, si spinse fino a Odessa nel mar Nero e a Taganrog nel mar d'Azov (entrambe ex colonie genovesi). Vi si recherà nuovamente nel 1833, incontrando un patriota mazziniano che lo sensibilizzerà alla causa dell'unità d'Italia. Rientrò a Nizza in luglio.

L'11 novembre partì per un breve viaggio come mozzo di rinforzo sulla Santa Reparata, costeggiando la Francia in un equipaggio di cinque uomini. Con il padre, tra aprile e maggio del 1825, partì alla volta di Roma con tappe a Livorno, Porto Longone e Fiumicino con un carico di vino, per l'approvvigionamento dei pellegrini venuti per il Giubileo indetto da papa Leone XII. L'equipaggio era composto da 8 uomini, ed ebbe la sua prima paga.

Giuseppe e Anita si erano conosciuti a Laguna nel 1839: si narra che, dopo averla inquadrata con il cannocchiale mentre si trovava a bordo dell'Itaparica, una volta raggiunta le disse in italiano «tu devi essere mia» Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva (questo il nome completo) si era sposata il 30 agosto 1835 con il calzolaio Manuel Duarte de Aguiar, molto più anziano di lei, che, arruolatosi fra gli imperiali, era fuggito da Laguna tempo prima, ma la moglie non lo seguì. Nata nel 1821 a Merinhos, aveva 18 anni al momento dell'incontro con Garibaldi.

Garibaldi e Ana Maria de Jesus Ribeiro, passata alla storia - e quasi alla leggenda - del Risorgimento italiano con il vezzeggiativo di "Anita", si sposarono il 26 marzo 1842, presso la chiesa di San Francisco d'Assisi con rito religioso. È spesso raccontato il fatto che Anita, abile cavallerizza, insegnò a cavalcare al marinaio italiano, fino ad allora del tutto inesperto di equitazione. Giuseppe a sua volta la istruì, per volontà o per necessità, ai rudimenti della vita militare.

Cercò di far allontanare Anita e i figli da sua madre, ma il giugno 1846 ottenne un parere contrario del ministro degli esteri di Carlo Alberto, Solaro della Margarita. I legionari progettano di tornare in patria, e grazie alla raccolta organizzata fra gli altri da Stefano Antonini, Anita, con i tre figli, e altri familiari dei legionari partirono nel gennaio del 1848 su di una nave diretta a Nizza, dove furono affidati per qualche tempo alle cure della famiglia di Garibaldi. Scoppiati i moti italiani di indipendenza, fu autorizzato a ritornare negli stati sardi con un gruppo di soldati.

Garibaldi rientrò in Italia nel 1848, poco dopo lo scoppio della prima guerra di indipendenza. Venne noleggiato un brigantino sardo chiamato Bifronte, rinominato Speranza (o Esperanza); venne nominato come capitano lo stesso Garibaldi, e la partenza avvenne il 15 aprile 1848, alle 2 del mattino; si erano imbarcati 63 uomini. Giunsero in vista di Nizza il 23 giugno. Lo avevano anticipato un suo luogotenente, Giacomo Medici, e il suo nome grazie al lavoro di Mazzini.

Tornato dunque in Europa per partecipare alla prima guerra di indipendenza contro gli austriaci, il 25 giugno proferisce parole a favore di Carlo Alberto di Savoia; il 29 giugno si trova a Genova, e per giungere a Roverbella, nei pressi di Mantova, deve chiedere 500 lire a un amico.

L'incontro con Alberto avvenne il 5 luglio: venne accolto freddamente, a causa l'antica condanna; non potendogli offrire aiuto, gli consigliò di recarsi a Torino dal ministro della guerra, che gli suggerì a sua volta di recarsi a Venezia. Nel 1848 incontrò Mazzini a Milano, rimanendone in parte deluso, avendo i due pensieri molto diversi. Partecipò comunque alla guerra come volontario al servizio del governo provvisorio di Milano, con la carica di generale. Formò il battaglione Anzani, del quale pose al comando Giacomo Medici, e partì alla volta di Brescia il 29 luglio, avendo ricevuto l'incarico di liberarla. Il numero dei suoi uomini era di circa 3.700 e usarono le vesti abbandonate dagli austriaci. Non giunse però nella città poiché venne richiamato a Milano. Le sue affermazioni contro Carlo Alberto provocarono una sua dura reazione: costui impartì l'ordine di fermarlo e se si fosse ritenuto necessario anche di arrestarlo, provocando la diserzione di alcuni volontari. Giunse ad Arona, dove chiese contributi alla cittadinanza, poi a Luino dove il 15 agosto 1848 ebbe il primo scontro in Italia contro gli austriaci (comandati dal Colonnello Molynary) e verso Varese, poi navigando sul Lago Maggiore, essendosi impadronito dei battelli, penetrò per poco nel territorio austriaco. Gli austriaci che si trovò a combattere erano comandati dal generale Konstantin d'Aspre, che ebbe l'ordine di ucciderlo, e il maresciallo Radetzky.

Quindi a Morazzone venne sorpreso da un attacco nemico, ma riuscì a fuggire nella notte rimanendo con circa 30 uomini. Trovò riparo in Svizzera, il 27 agosto valicando il confine travestito da contadino. Il 10 settembre ritornò da sua moglie, che viveva a casa di un amico, Giuseppe Deideri. Il 26 settembre ripartì alla volta di Genova, e il 24 ottobre si imbarcò sulla nave francese Pharamond con Anita, poi rimandata a Nizza. All'inizio erano 72 uomini con Garibaldi a cui si aggiunsero i lancieri di Angelo Masini il 24 novembre e soldati provenienti da Mantova. Si arrivò così a una formazione di 400 uomini alla quale Garibaldi diede il nome di Legione Italiana.

Ritornato in Europa, l'11 febbraio 1854 a Londra incontrò nuovamente Mazzini, poi viaggiando giunge prima a Genova il 6 maggio, e poi a Nizza. Compra il 29 dicembre 1855 una parte dei terreni di Caprera, (isola dell'arcipelago sardo di La Maddalena) Partendo dalla casa di un pastore costruì, insieme a 30 amici, una fattoria, in seguito l'isola divenne interamente di sua proprietà. Dopo la Terza Guerra di Indipendenza, venne chiamato a Caprera per amministrare i beni del Generale, il colonnello e amico Giovanni Froscianti (Collescipoli, 1811 – Collescipoli, 1885) che fu al fianco di Garibaldi durante la Spedizione dei Mille.

Nell'agosto del 1855 gli venne concessa la patente di capitano di prima classe: navigò con il "Salvatore", un piroscafo a elica; in seguito prese un cutter inglese chiamato Anglo French, a cui diede il nome del suo nuovo amore, Emma. Dopo che la nave si arenò, Garibaldi abbandonò l'attività di marinaio per dedicarsi all'agricoltura, lavorando come contadino e allevatore: possedeva un uliveto con circa 100 alberi d'ulivo, oltre a un vigneto, con cui produceva vino, e allevava 150 bovini, 400 polli, 200 capre, 50 maiali e più di 60 asini.

Il 4 agosto rese pubblico il suo pensiero distanziandosi dalle prese di posizioni Mazziniane. Il 20 dicembre 1858 incontrò Cavour. Divenne vicepresidente della Società Nazionale mentre si pensava di metterlo a capo di truppe: il 17 marzo 1859 vennero istituiti, grazie a un decreto reale, i Cacciatori delle Alpi, e Garibaldi ebbe il grado di maggiore generale. Si contavano circa 3200 uomini, i quali vestivano l'uniforme dell'esercito sardo. Si formarono 3 gruppi: oltre al nizzardo, al comando vi erano Enrico Cosenz e Giacomo Medici.

Marciò verso Arona: i suoi uomini erano convinti di pernottarvi, Garibaldi comunicò a Torino l'intenzione di giungervi, al che ordinando l'assoluto silenzio, raggiunse Castelletto, fermò due reggimenti e con il terzo avanzò; il 23 maggio, superato il Ticino, con le barche attaccò Sesto Calende riuscendo ad avere la meglio sugli austriaci e entrando in Lombardia.

Occupata Varese, venne affrontato il 26 maggio dal barone Karl Urban, noto anche come il Garibaldi austriaco inviato da Ferencz Gyulai; nell'occasione il comandante ordinò di sparare soltanto quando il nemico si trovasse alla distanza di 50 passi, lo scontro è noto come battaglia di Varese. Si conteranno fra i cacciatori la perdita di 22 uomini contro 105 austriaci, a cui si aggiungeranno 30 prigionieri. Il giorno seguente, dopo aver attaccato frontalmente e vinto gli austriaci nella battaglia di San Fermo, nonostante fosse in netta inferiorità numerica, occupò la città di Como. Il 29 ripartì con i suoi uomini dalla città, volendo conquistare il fortino a Laveno, raggiunto il 31 maggio. Questo attacco non ebbe esito favorevole, e nel frattempo, essendo Urban rientrato a Varese, ritornò a Como per presidiare la città, riprendendo poi Varese in seguito alla vittoria dei francesi a Magenta.

Il 15 giugno, seguendo l'ordine di Della Rocca che l'invia a Lonato sul lago di Garda, si mosse verso est. A Rezzato, nel bresciano, avrebbe dovuto congiungersi con le truppe di Sambuy, che però non giunsero in quanto l'operazione era stata annullata, ma di ciò non era stato avvertito e continuò ad avvicinarsi al nemico in ritirata. Enrico Cosenz, dopo aver fermato un attacco nemico, si fermò, mentre il colonnello Stefano Turr continuò l'attacco, raggiunto poi dallo stesso Cosenz; Garibaldi, notando la situazione sfavorevole, inviò Medici a loro sostegno e organizzò le truppe, limitando il danno: 154 fra i cacciatori, contro i 105 degli austriaci in quella che venne chiamata battaglia di Treponti. Ricevette quindi l'ordine di spostarsi in un teatro secondario bellico: in Valtellina, per respingere alcune truppe austriache verso il passo dello Stelvio; l'armistizio di Villafranca terminò gli scontri. Durante tutta questa campagna il numero di volontari al suo seguito crebbe da circa 3000 a un numero non ben quantificato: 12.000 secondo Trevelyan, 9500 secondo la Riall che si basa su uno scritto di Garibaldi stesso.

Manfredo Fanti ebbe il comando mentre Garibaldi venne retrocesso come comandante in seconda, ricevendo il comando di una delle tre truppe, le altre due saranno agli ordini di Pietro Roselli e Luigi Mezzacapo, dopo litigi diede le dimissioni.

Il 6 maggio 1866 si formarono dei Corpi Volontari: Garibaldi doveva assumerne il comando, ma invece di 15.000 persone previste si presentarono in 30.000 persone. Sul Piemonte il 10 giugno Garibaldi partì raggiungendo i suoi uomini. Alla fine si contarono 38.000 uomini e 200 cavalieri, ma di questi utilizzerà inizialmente solo 10.000 contro di lui il generale Kuhn von Kuhnenfeld con 17.000 uomini.

Doveva agire in una zona di operazioni secondaria, le prealpi tra Brescia e il Trentino, a ovest del Lago di Garda, con l'importante obiettivo strategico di tagliare la via fra il Tirolo e la fortezza austriaca di Verona. Ciò avrebbe lasciato agli Austriaci la sola via di Tarvisio per approvvigionare le proprie forze e fortezze fra Mantova e Udine. L'azione strategica principale era, invece, affidata ai due grandi eserciti di pianura, affidati a La Marmora e a Cialdini.

Garibaldi operò inizialmente a copertura di Brescia, dopo piccole vittorie del 24 giugno e quella del Ponte Caffaro il 25 giugno 1866. Il 3 luglio non riuscì a penetrare a Monte Suello dove venne ferito, lasciando il comando a Clemente Corte.

Il 16 luglio respinse una manovra del generale nemico a Condino il 21 luglio gli austriaci presero Bezzecca Garibaldi notando i suoi uomini ritirarsi diede nuove disposizioni riuscendo a respingere l'avanzata e a far ritirare il nemico. Si apriva la strada verso Riva del Garda e quindi l'imminente occupazione della città di Trento. Salvo essere fermato dalla firma dell'armistizio di Cormons. Il 3 agosto ricevette con telegramma di abbandonare il territorio occupato rispose telegraficamente: «Ho ricevuto il dispaccio nº 1073. Obbedisco» "Obbedisco", parola che successivamente divenne motto del Risorgimento italiano e simbolo della disciplina e dedizione di Garibaldi.

Il telegramma fu inviato dal garibaldino marignanese Respicio Olmeda in Bilancioni il 9 agosto 1866 da Bezzecca, evento ricordato su una lapide collocata sulla facciata della sua casa natale a San Giovanni in Marignano (RN).

Il corpo dei volontari venne sciolto il 1º settembre; in seguito ci fu l'episodio di Verona.


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I CACCIATORI DELLE ALPI

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I cacciatori delle Alpi furono dei volontari, agli ordini di Garibaldi, che combatterono una campagna di liberazione nella Lombardia settentrionale, nel corso della seconda guerra di indipendenza, contro l'esercito austriaco.

Nel 1859, in Piemonte, divenne corposo l'afflusso di fuoriusciti dai vari Ducati, dal Lombardo-Veneto, dal Trentino, in gran parte desiderosi di essere arruolati sotto la bandiera del Re di Sardegna. Si giunse, nel mese di giugno, dopo lo scoppio della guerra, a quasi 40000 unità.

A Torino gli espatriati venivano sottoposti ad una visita della commissione di arruolamento, che arruolava nell'Esercito Regio i più idonei fra i 18-26 anni.

Gli altri, compresi quelli di provata fede repubblicana, venivano istradati nel costituendo corpo dei volontari garibaldini.

Sin dal 20 febbraio 1859 era stato costituito a Cuneo, presso il monastero di Santa Chiara, un primo Deposito dei Cacciatori. Ad esso si aggiungeva, il 20 marzo, un secondo Deposito, in Savigliano presso il Monastero di S. Monica. I Depositi erano, in effetti, delle caserme dotate di alloggiamenti ed armamenti.

La costituzione di corpi di volontari, o Corpi Franchi, come si diceva allora, era stata espressamente proibita nella convenzione militare del dicembre 1858 fra Francia e Regno di Sardegna, ma Cavour escogitò un escamotage: nel febbraio 1859, fece inserire nelle modifiche alla legge sull'esistente Guardia Nazionale un articolo con cui il Governo era autorizzato a formare corpi speciali con volontari inscritti sui ruoli della Guardia Nazionale. Conseguentemente, con Regio Decreto del 17 marzo veniva formato il corpo dei Cacciatori della Stura come unità della Guardia Nazionale senza dunque violare, formalmente, il trattato. Evidentemente Napoleone III dovette perlomeno tollerare l'esperimento. Perciò i Cacciatori dipesero, inizialmente, dal Ministero dell'Interno anziché dal Ministero della Guerra.

Significativamente, il Deposito di Savigliano ed il Deposito di Cuneo erano stati messi agli ordini di tre garibaldini (del dimenticato Nicola Ardoino di Diano Marina, fra i fondatori della Società di Tiro Nazionale, e di Giacomo Medici il primo, di Enrico Cosenz e di Medici il secondo), anche se Garibaldi assumeva il comando formale solo il 17 marzo. Per l'occasione i primi due erano stati promossi tenente colonnello dell'Esercito Regio, ed il terzo maggiore generale (con decreto del 25 aprile 1859).

Il 16 marzo il Deposito di Cuneo cominciava gli arruolamenti, a formare 1º Reggimento. Il 7 aprile incominciava la formazione del 2º Reggimento Cacciatori delle Alpi, il 17 aprile quella dei Cacciatori degli Appennini (presso un nuovo Deposito in Acqui). il generale Cialdini fu incaricato del loro ordinamento, parecchi ufficiali dei bersaglieri della loro istruzione, sotto il comando dei due tenenti colonnelli, i menzionati Cosenz e Medici, col grado di tenente colonnello, del loro comando. Più o meno in questo periodo i Cacciatori della Stura vennero detti Cacciatori delle Alpi,

Alla dichiarazione di guerra da parte dell'Austria, il 24 aprile, al 1º Reggimento del Cosenz ed al 2º del Medici si aggiungeva una compagnia guide a cavallo ed un drappello di Carabinieri genovesi.

Si trattava di una brigata leggera, di circa 1.000 uomini per reggimento, senza cannoni e senza cavalleria, male armata ed equipaggiata, ma con l'uniforme dell'esercito piemontese, animata da forte spirito combattivo e guidata da ufficiali esperti, tutti reduci delle guerre del 1848-1849.

Nel corso del conflitto la brigata andò, man mano, espandendosi. Il 4 maggio cominciava la formazione del 3º reggimento Cacciatori delle Alpi (agli ordini dell'Ardoino), che raggiunse il Garibaldi dall'8 maggio. Il 14 maggio, espandendo l'unità dei Carabinieri genovesi, venne formata la 1ª compagnia Bersaglieri. Il 27 maggio si formano in Cuneo l'ambulanza e la compagnia d'infermieri. Il 30 maggio la batteria d'artiglieria ed il reparto treno. Il 6 giugno si forma in Cuneo una compagnia zappatori del genio. Con i nuovi rinforzi, ormai a pieni ranghi, la brigata raggiunse il numero di 3.500 uomini.

Il 2 giugno si aggiunsero i Cacciatori degli Appennini, formato da un reggimento di 4 battaglioni. Il 1º luglio esso venne ridenominato 4º Reggimento dei Cacciatori delle Alpi (agli ordini di Camillo Baldoni), per giungere a Sondrio e passare agli ordini del generale Garibaldi solo l'8 luglio, il giorno dei preliminari dell'Armistizio di Villafranca, siglato tre giorni più tardi, l'11 luglio.

Il 21 giugno si organizza un battaglione di adolescenti su tre compagnie. A fine giugno 1859 s'incomincia a formare in Cuneo il 5º Reggimento (agli ordini di Giuseppe Marocchetti), che, completato in 4 battaglioni, prestò giuramento solo l'8 agosto, a guerra ormai terminata. A metà luglio 1859 il 1º, 2º e 3º Reggimento vennero ordinati in 4 battaglioni e si formarono le compagnie bersaglieri 2^, 3^ e 4^.

Il 24 aprile 1859 gli austriaci, proprio adducendo a pretesto il rifiuto dei Piemontesi di cessare l'arruolamento dei fuoriusciti, dichiararono guerra al Regno di Sardegna, con inizio delle ostilità il 27 aprile. I Cacciatori sono inizialmente schierati a Casale, con il grosso dell'esercito piemontese che attende fra Alessandria – Valenza – Casale. Quando l'8 maggio gli austriaci avanzano da Novara verso Torino, i volontari si schierano a Chivasso. Quando il 10 maggio l'invasore comincia a ripiegare verso la Lombardia, essi lo seguono d'appresso, attraverso Biella e Borgomanero sino a giungere, il 22 maggio, ad Arona, dove Garibaldi fece ostentatamente scegliere alloggiamenti allo scopo di ingannare gli austriaci. Nella notte fra il 22 e il 23 maggio, due compagnie passarono il Ticino a Castelletto, occupando a sorpresa Sesto Calende. Lì venne ristabilito il ponte galleggiante sul Ticino attraversato il quale passò in Lombardia tutta la brigata.

Occupata Varese, viene affrontato il 26 maggio dal tenente maresciallo Karl Urban, uscito da Como, che si ritira con perdite (battaglia di Varese). L'Urban ha perso 22 morti, 62 feriti ed un prigioniero, contro i circa 85 volontari, fra morti feriti e dispersi, fra i quali il pavese Ernesto Cairoli, il primo dei quattro fratelli Cairoli a perire in combattimento.

Occorre considerare che ancora il 20 maggio (battaglia di Montebello) gli austriaci stavano ben schierati al di là del Po in territorio piemontese e che ancora il 30 maggio gli austriaci attaccavano i Piemontesi alla battaglia di Palestro, poco oltre Vercelli, ben dentro al Piemonte. Gli austriaci passeranno definitivamente il Ticino solo il 4 giugno, il giorno della battaglia di Magenta.

Garibaldi quindi, non giungeva per appoggiare l'avanzata franco-piemontese, né (causa l'ostilità politica alla guerra rivoluzionaria) ad aizzare le città lombarde alla sollevazione. L'obiettivo era, piuttosto, quello di spaventare gli austriaci, di costringerli ad impegnare truppe verso un fronte secondario e ci riuscì benissimo. Semmai sarebbero stati gli austriaci a preoccuparsi, terrorizzati del ricordo delle Cinque giornate di Milano e delle città lombarde, delle sollevazioni cittadine.

Il 27 maggio i volontari prendevano la via di Como, allora la città più importante della Lombardia settentrionale e base degli austriaci. Due erano le strade a disposizione: quella meridionale, attraverso Malnate, Solbiate ed Olgiate entrava in Como da sud; quella settentrionale (ora chiamata “garibaldina”) da Malnate deviava a nord per Uggiate e attraverso Cavallasca accedeva in Como dalle colline che chiudono la città da ovest, per una stretta chiusa a nord dal confine svizzero (oggi noto agli appassionati del Giro di Lombardia come Passo di San Fermo).

Nell'incertezza, l'Urban aveva schierato le proprie forze fra San Fermo, a nord, e Civello a sud, con avamposti sul fiume Lura, sei chilometri più ad ovest dalla parte di Varese, e le riserve al centro dalle parti di Montano Lucino. Oltre alla brigata Rupprecht, che aveva combattuto a Varese, l'Urban poteva schierare la Brigata Agustin, giunta, nel frattempo, di rinforzo.

Garibaldi prese ad avanzare da Varese, attraverso Malnate e Binago sino ad Olgiate, dando ad intendere di voler passare a sud, salvo da lì girare a nord verso San Fermo attraverso Parè e Cavallasca.

Giunto a Cavallasca Garibaldi vi pose il proprio quartier generale. Da Cavallasca Garibaldi decise di dare l'assalto alle posizioni austriache a San Fermo, riportando una netta vittoria. Tra i caduti nelle file dei Cacciatori, il capitano Carlo De Cristoforis che aveva guidato l'attacco nell'abitato di San Fermo (battaglia di San Fermo).

L'Urban, memore della rivolta che appena 11 anni prima aveva costretto alla resa forze austriache equivalenti alle sue (Cinque giornate di Como), ripiegò su Monza.

Quando notizia dei fatti giunge a Lecco, sguarnita di truppe austriache, i deputati municipali Campelli e Curioni, con 19 consiglieri, votavano un documento di adesione al Regno di Sardegna.
Garibaldi entra a Como nella tarda serata dello stesso 27 maggio, festeggiato dalla cittadinanza. Il 28 maggio proclamò l'annessione al Regno di Sardegna della Provincia di Como (Como, Lecco, Varese). Della Provincia prendeva, quindi, possesso il Visconti Venosta, al seguito di Garibaldi in qualità di commissario regio.

La situazione, tuttavia, era tutt'altro che stabilizzata. Come detto, gli austriaci avrebbero passato definitivamente il Ticino solo il 4 giugno, 8 giorni più tardi.

Con una sola brigata Garibaldi non poteva nemmeno immaginare di tenere le città liberate. Garibaldi, in quei giorni, era un guerrigliero: il guerrigliero conduce puntate offensive là dove il nemico meno lo aspetta, e si ritira, trascinandoseli dietro. Solo che Garibaldi, a differenza dei guerriglieri di oggi, operava al servizio di un grande esercito regolare, ed il suo obiettivo principale non era infliggere il massimo dei danni, ma piuttosto attirare su di sé il numero massimo di nemici. Solo quando i franco-piemontesi avessero realmente passato il Ticino e sconfitto gli austriaci, solo allora i Cacciatori avrebbero smesso di fare i “guerriglieri”, ed iniziato a fare i “soldati”, conducendo una campagna “regolare”, ossia occupando, man mano, le città della fascia prealpina, quale vera ala sinistra dell'esercito principale, giù nella pianura.

Como venne, in effetti, abbandonata al suo destino e così pure le più piccole Varese e Lecco. Da Como Garibaldi retrocesse su Laveno, 45 km indietro, con lo scopo apparente di espugnarvi, senza successo, un fortilizio Austriaco.

Garibaldi lasciava a Como il maggiore Camozzi, a Varese il Carcano. Nel frattempo il Visconti Venosta aveva preso possesso, di quattro battelli a vapore della Navigazione Lariana che, per sottrarsi alle requisizione austriaca, erano salpati per l'alto lago, ed erano rientrati a Cernobbio con parecchi volontari armati raccolti nei paesi rivieraschi. Vi ci si imbarcò con il Camozzi e giunse a Lecco il 29 maggio.

L'Urban, che certamente non era preparato ad una tattica guerrigliera, a Monza si vide assegnare nuovi ed assai consistenti rinforzi: alle sue due brigate venne aggiunto l'intero I corpo d'armata austriaco, forte di cinque brigate appena giunte dalla Boemia (oltre ad un'ulteriore brigata che restava a Bergamo, per ogni eventualità). E da Monza si mosse a riconquistare le posizioni perdute. Informato del ripiegamento del Garibaldi, egli raggiunse Varese, indifesa e libera da garibaldini. Qui pretese un riscatto manifestamente esorbitante e, non ottenutolo, il 30 maggio 1859 ordinò di bombardare la città prima di rioccuparla. La truppa si distinse anche in alcune azioni di saccheggio.

Nel frattempo, Garibaldi si era portato verso ovest: la conquista di Laveno era probabilmente un espediente e, infatti, non fu poi nemmeno tentata. La piccola fortezza, comunque, disponeva di 13 cannoni e 600 uomini di guarnigione, oltre a tre battelli armati con 16 cannoni e 180 uomini (che si erano distinti, giorni addietro, nel bombardamento di alcune indifese località della sponda piemontese).

Con il Camozzi nella non minacciata Lecco, al Carcano venne dato ordine di cercar rifugio sui monti con armi e munizioni, portando con sé le persone più compromesse. Seguita dalla gran parte della popolazione. In tutta la Provincia si diffondevano le voci più disparate: credendo erroneamente che gli austriaci fossero già alle porte di Como, il Vescovo monsignor Giuseppe Marzorati, accompagnato da alcune autorità imperiali (delegato provinciale, presidente del tribunale, intendente di Finanza) si portò a Camerlata per supplicare clemenza all'Urban, ma lo attese invano, dal momento che il generale era già passato verso Varese.

A quel punto Garibaldi rifece il cammino a ritroso, e si fece avvistare dagli austriaci sopra Varese. Il 1º giugno, mentre bivaccava con la brigata a Robarello, sulla strada fra Varese e Como, e stava per riprendere la marcia su Varese, viene raggiunto dalla marchesina Giuseppina Raimondi (figlia del patriota comasco Raimondi), inviata dal Visconti Venosta su un calesse con alle briglie un prete, il cappellano di Fino Mornasco. Recava un appello dei comaschi a Garibaldi che sollecitavano un immediato aiuto nel timore che Como subisse la stessa sorte di Varese, appena bombardata dall'Urban. Garibaldi, dunque, proseguì e fece il suo secondo ingresso in Como.

Sicuramente l'Urban avrebbe voluto inseguirlo, braccarlo. Ma il tempo a sua disposizione era ormai scaduto: l'intera divisione venne richiamata di gran pressa dal Gyulai verso sud, su Gallarate (raggiunta il 3 giugno), per unirsi alle forze del Clam-Gallas e tentare di contrastare il passaggio dei grosso franco-piemontese sulla sponda lombarda del Ticino, fra Turbigo e Sesto Calende. Ma era ormai troppo tardi: la notte del 2 giugno i francesi hanno gettato una testa di ponte a Turbigo e quando il Clam-Gallas ordina di spezzarla, egli non dispone delle forse dell'Urban e fallisce totalmente nell'impresa. L'esercito francese passa così il fiume e si prepara alla vittoriosa battaglia di Magenta ed alla successiva liberazione di Milano.

I Cacciatori potevano, quindi, smettere di fare i guerriglieri, e cominciare a condurre una campagna regolare, quale vera ala sinistra dell'esercito principale, che avanzava nella pianura. Si trattava, ora, di avanzare occupando il territorio, liberando, man mano, tutte le città della fascia prealpina lombarda. Attardandosi, se necessario, a sgomberare eventuali sacche di resistenza austriaca, attardatesi a coprire il grande ripiegamento dell'esercito austriaco verso le fortezze del Quadrilatero.

Come prima tappa, i Cacciatori si imbarcarono nel porto di Como a bordo della flottiglia di battelli a vapore della Navigazione Lariana e il 6 giugno giunsero, via lago, a Lecco. Garibaldi pronunciò un breve discorso all'albergo Croce di Malta e proseguì la marcia ed entrò primo in Bergamo l'8 giugno e primo in Brescia il 14 giugno, sempre preceduto dalle avanguardie.

Il 14 giugno, uscito da Brescia e mentre si avvicinava al Chiese, nell'attuale territorio di Rezzato e Castenedolo, l'avanguardia di 1.400 volontari agganciò i 4.000 austriaci della retroguardia formata della solita divisione Urban (battaglia di Treponti). Il Cosenz si lanciò in una folle carica, raggiunto presto dal Turr. Dopo sette ore di combattimento, e con 70 prigionieri, gli austriaci scacciarono gli assalitori e se ne proseguirono vittoriosi nel loro ripiegamento. Si può ben immaginare la soddisfazione dell'Urban e dei suoi uomini.

Dopo Treponti i Cacciatori avevano esaurito il proprio ruolo di ala sinistra, dal momento che la fascia prealpina dopo viene bruscamente interrotta dalla lunga sagoma del lago di Garda e l'esercito franco-sardo bastava ad occupare l'intera fascia dal lago alla fortezza di Mantova.

Giunto al lago, Garibaldi, la cui presenza non era richiesta accanto ai regolari, valutò la possibilità di superare di un balzo la massa d'acqua e catturò a tal fine un vapore austriaco. Ma troppa era la superiorità navale austriaca.

La piccola brigata non era, d'altra parte, sufficiente ad operare più di una azione di commando, né a coprire una eventuale discesa di forze austriache dal Riva del Garda o le Valli Giudicarie o la Valle Camonica attraverso il Passo del Tonale, comunque alle spalle del Mincio. Ma per gli accordi segreti stipulati tra Napoleone III e Vittorio Emanuele II che prevedevano, tra l'altro, l'inviolabilità militare dei confini del Trentino, considerato parte integrante della Confederazione germanica, per non suscitare ulteriori reazioni austriache da quel fronte, venne, infatti comandata la 4ª Divisione dell'Armata Sarda del generale Cialdini, il vincitore di Palestro, con l'ordine espressivo di non violarne i confini di stato.

I Cacciatori vennero quindi comandati a muoversi molto più a nord, in Valtellina, a copertura del Passo dello Stelvio, dotato di una eccellente strada militare austriaca sin dal 1825.

Il 27 giugno giunse in valle Garibaldi alla testa della brigata. Mandò avanti con una avanguardia di circa 1.800 volontari il tenente colonnello Medici che sgomberava Bormio dagli austriaci, liberando il versante occidentale della strada del Passo. Si segnala in particolare la cattura, ai Bagni Vecchi, di un intero drappello austriaco (ove si segnalò il bormino Pietro Pedranzini, che avrebbe ripetuto l'eploit l'11 luglio 1866, nel corso della Terza guerra di indipendenza). L'8 luglio, poi, tentava, invano, un vero e proprio assalto alpino (attraverso un ghiacciaio e pendii rocciosi) alle difese Austriache alle ultime case cantoniere dello Stelvio (Operazioni di Valtellina (1859)). L'11 luglio giunse, imprevisto ed improvviso, l'armistizio di Villafranca.

Garibaldi aveva condotto i suoi volontari lungo una gloriosa campagna, combattendo ben tre battaglie, due delle quali (quelle importanti) vittoriosamente. Tra i Cacciatori figuravano patrioti eminenti, come Ippolito Nievo o il Guerzoni.

Dopo l'armistizio di Villafranca, la maggior parte dei volontari si congedò; il Ministero allora con decreto 6 settembre ordinò lo scioglimento del Corpo e la formazione d'una Brigata Cacciatori delle Alpi, costituita l'11 ottobre con il 1º Reggimento (dai soppressi 2º e 5º Reggimento, e le 4 compagnie di bersaglieri) in Como ed il 2º Reggimento (con i soppressi 1º, 3º e 4º reggimento e parte del battaglione adolescenti) in Bergamo. Il 14 maggio 1860 la Brigata Cacciatori delle Alpi ebbe poi nome Brigata Alpi, reggimenti 51º e 52º del Regio Esercito. Il 51º e 52º furono integrati con la truppa (metà a testa) del battaglione Valtellinese sciolto solo il 20 maggio 1860. Stesso destino ebbero il 30 novembre 1859 artiglieria, genio, ambulanza e treno.

Nel novembre vennero licenziate le guide a cavallo, andate con Garibaldi a Bologna. Il battaglione adolescenti, passati al 2º reggimento i giovani di età superiore ai 17 anni, andò con i rimanenti a Biella. Venne il 9 febbraio 1860 considerato succursale del battaglione figli dei militari e fu sciolto il 1º gennaio 1861.

Nel 1860 i veterani Cacciatori ed i loro ufficiali avrebbero fornito il nerbo delle camicie rosse alla spedizione dei mille.




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