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sabato 18 aprile 2015

PERSONE DI ANGERA : TERESA CICERI CASTIGLIONI

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Teresa Ciceri Castiglioni (Angera, 15 ottobre 1750 – Como, 29 marzo 1821) è stata un'inventore italiana.
Nel 1770 sposa il nobile comasco Cesare Ciceri, oltre ad interessarsi della numerosa prole, ebbe 12 figli, si specializzò nelle scienze agrarie, discipline a cui apportò diversi contributi; si interessò di arti e utili applicazioni nell'industria. Promosse l'arte di " pettinare, filare, torcere e tessere a maglia la scorza di lupini" come scrisse Maurizio Monti nella sua Storia di Como, Teresa da questa leguminosa riuscì a ricavarne un tessuto, alcuni frammenti da lei stessa prodotti si conservano ancora nel Museo di Como. Per questa sua scoperta e per aver introdotto nel comasco la coltivazione della patata, la Società Patriottica di Milano il 1 febbraio del 1780 la nomina " Sozia Corrispondente Nazionale per le cognizioni e lo zelo rispettivamente agli oggetti dell'agricoltura e delle arti": A farla nominare membro di questa Società fu Alessandro Volta che in una lettera al cavalier Landriani scrive: "...l'abate Carlo Amoretti porterà alla Società Patriottica la tela e le altre mostre di filaccia di lupini, che presenta alla medesima Società colla descrizione delle relative operazioni, la signora donna Teresa Ciceri, dama comasca, mia singolar padrona e amica..." (da Flavia Scotti nata Castiglioni). È grazie alla sua amicizia che Alessandro Volta, ospite nella sua casa di Angera, il 4 novembre 1776 all'Isolino Partegora raccolse in alcune bottiglie di gas che si sprigionava dalla palude che chiamò inizialmente aria infiammabile per poi in seguito venire classificato come metano. A lei è intitolato il Liceo "Teresa Ciceri" di Como, tra le più prestigiose scuole del comasco.

Nel 1799 Teresa resta vedova a quarantanove anni:  tutti i suoi sforzi sono dedicati ad accasare le figlie, a recuperare prestiti e a chiudere i debiti accesi dal marito.
Il testamento che Donna Teresa aveva affidato al genero Giuseppe Malachisio, marito della figlia Giulia. Gli eredi designati ed esecutori testamentari sono i figlio Luigi e Giacomo che vivono con la madre nel palazzo patrizio in contrada Maddalena (attuale via Diaz): entrambi hanno intrapreso la carriera ecclesiastica, giungendo fino al canonicato della Cattedrale. Al primo posto nelle ultime volontà, secondo la consuetudine, l’obbligo di suffragare l’anima della defunta con cento messe. Poi le disposizioni sui beni. La figlia Anna, finché resterà nubile potrà godere dell’usufrutto di 1.500 lire: se però farà un buon matrimonio, il lascito andrà agli eredi. Alle figlie lascia “una possata intera d’argento bolata T.C. perché fatta con il valore della  medaglia d’oro regalata dalla Società patriotica di Milano”.
Altre disposizioni riguardano degli orecchini di diamanti, dei fili di perle avuti dalla suocera e convertiti in un anello del valore di 100 zecchini, biancheria e vesti lasciate alla figlia Anna “col patto però che dia qualche cosa alla persona che mi assisterà in mia malattia”. Questa prima parte del testamento si chiude con un forte invito alla concordia familiare: “infine vi lascio per ultima volontà e gran desiderio di amarvi tutti in famiglia, scordandovi di tutto il passato, che così tanto ho sempre desiderato. Vi Benedico e ratifico con la mia sottoscrizione quanto scrissi di sopra. Vostra vera madre”.
Nel retro del foglio un’aggiunta in data 22 ottobre: poiché la figlia Anna si è bene accasata e non ha più necessità, Teresa destina 300 lire “alla povera famiglia di Palermo”.



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ISOLINO PARTEGORA

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L'isola offre un patrimonio naturalistico di forte interesse e variegato, dove nidificano specie protette come folaghe, cigni, anatre, germani reali, in un ambiente caratterizzato dalla presenza di canneti e ninfee bianche.L'Isolino Partegora è un piccolo scoglio del Lago Maggiore, al centro del golfo di Angera, unica isola del Lago Maggiore situata in territorio lombardo.

Si trova a poche decine di metri dalla riva e il suo nome "parte-gora" deriva forse dal fatto che si trova al centro di una "gora" del lago. È quasi completamente circondato da canneti che lasciano libera la sola riva meridionale, dove si va a formare una discreta spiaggia sabbiosa. A poche decine di metri verso ovest, sommerso dalle acque, si trova un masso erratico detto "sass margunin" o "margunée".

Sull'Isolino, secondo tradizione, si sono fermati i santi fratelli Giulio e Giuliano: oramai stanchi del loro girovagare per l'Italia a edificare chiese, volevano costruirvi una casa ed attendere la chiamata di Dio. Un mattino, Giulio, pervaso da spirito profetico, chiama Giuliano e gli dice: " Un lupo ed una volpe qui faranno strazio di carni innocenti. Allontaniamoci!" Abbandonarono Angera per portarsi sul lago d'Orta.

Nel 1066 un "lupo" (il vescovo Guido da Velate) e la "volpe" (Oliva de Vavassori, sua concubina) vi faranno barbaramente trucidare il chierico (e martire) Arialdo da Cucciago, uno dei fondatori del movimento chiamato "Pataria".

Il Partegora è però meglio noto per un'importante scoperta scientifica del 1776. Qui, il 4 novembre di quell'anno, Alessandro Volta, ospite della famiglia Castiglioni, rovistando con un bastone nella palude che circonda la parte nord dell'isola, notò la fuoriuscita di bolle di gas dal fondo della melma: le raccolse in alcune bottiglie, e, nei giorni seguenti, durante alcuni esperimenti, riuscì a provocare la combustione del loro contenuto. Chiamò "aria infiammabile" quel gas, che in seguito venne classificato come metano.

A pochi metri dal muretto di contenimento, fra i canneti, un cippo con le lettere " P.C. " sta ad indicare che era " proprietà Crivelli". Il conte Giuseppe Crivelli Serbelloni era imparentato con i duchi Serbelloni di Taino; la proprietà passò poi alla famiglia Brovelli e nel 1945 fu ceduta al comune di Angera a ricordo dei due figli marinai morti nella seconda guerra mondiale.
Una leggenda narra che nel castello che sorge sul colle della Rocca, viveva, tanti anni fa, un nobile signore che aveva una figlia, la bellissima Radegonda. Il padrone del castello e gli abitanti del borgo sarebbero vissuti in pace se non fosse stato per le scorrerie del marchese Margolfo che chiedeva sempre nuove tasse e, quando i poveri angeresi non riuscivano a pagarle in tempo, arrivava a cavallo coi suoi armati e devastava ed incendiava i campi, i prati, le case. Quando dal torrione della Rocca si vedeva in lontananza la nuvola di polvere che preannunciava l'arrivo di Margolfo, la bella Radegonda scendeva in paese e si rifugiava nel suo padiglione, fra gli alti pioppi dell'isolino Partegora. Ma un brutto giorno c'era una nebbia che non si vedevano nemmeno le mura del castello il marchese arrivò inaspettatamente e Redegonda non fece in tempo ad andarsene. Quando Margolfo la vide, decise immediatamente di sposarla ed il castellano, anche se a malincuore, dovette concedergli in moglie la sua amatissima figlia, perchè il marchese era un uomo molto potente e non si poteva contraddirlo. Gli disse quindi di ritornare dopo due mesi, giusto il tempo di preparare i festeggiamenti.

La povera Radegonda era disperata: non mangiava più, non dormiva più e piangeva piangeva da far compassione anche alle pietre. Poco prima della data stabilita per le nozze, decise di andare al padiglione dell'isolino per dare un addio ai suoi cari pioppi, alla famiglia dei cigni che aveva fatto il nido nel canneto, all'usignolo che la rallegrava con le sue serenate. Ma quella sera l'usignolo non cantava. Radegonda alzò lo sguardo per cercarlo, ma vide soltanto le nuvole che correvano veloci al di sopra dei rami. Ad un tratto notò che una di queste nuvole, bianca, luminosissima, scendeva sull'isolino. Chiuse gli occhi, abbagliata da tanto splendore e, quando li riaprì accanto a lei c'era un giovane bellissimo: era il principe delle nuvole che, impietosito dalle sue lacrime, cercava di portarle conforto. Da quella sera Radegonda passò le sue giornate all'isolino e la compagnia del giovane principe quasi le faceva dimenticare che si avvicinava il momento delle nozze. Ma il giorno tanto temuto arrivò. Giunto il marchese Margolfo con la sua scorta, non trovò Radegonda e nessuno gli volle dire dove fosse nascosta. Nessuno eccetto una vecchia malvagia che viveva in una casetta sulla riva del lago: la vecchia si era accorta che mancava la barchetta di Radegonda, ormeggiata di solito sulla riva. Fu così che Margolfo venne a conoscenza del nascondiglio della promessa sposa e, sceso alla riva del lago di fronte all'isolino, cominciò a chiamarla, ordinandole di tornare subito a riva altrimenti sarebbe andato a prenderla lui stesso. Radegonda continuò a tacere anche quando un tonfo ed un forte sciacquio le fecero capire che Margolfo si era buttato in acqua e stava nuotando verso di lei. Allora il principe delle nuvole si rivolse alle sue sorelle, le nuvole nere, perchè accorressero in aiuto della bella Radegonda.

Dal cielo, improvvisamente coperto di nubi temporalesche, un fulmine si abbatté sul marchese che, trasformato in un macigno, si inabissò nel lago. Tutti si rallegrarono per la fine del tiranno, pensando che con lui fossero finiti anche i loro guai. Ma non fu così. Pochi anni dopo la zona fu colpita da una grande siccità. Le acque del lago si erano molto abbassate, ed un giorno un pescatore che stava attraversando con la sua barca il braccio di lago che separa la riva di Angera con l'isolino Partegora fece appena in tempo ad evitare uno scoglio di cui non si era mai accorto. Si fermò, gli girò intorno, e vide incise sulla roccia queste parole:

"Quando mi vedrete piangerete"

E piansero davvero quell'anno gli abitanti di Angera, perchè nei campi, a causa della siccità, non crebbe nemmeno un filo d'erba. Ancora oggi quando quel sasso affiora dall'acqua del lago, l'erba cresce a stento nei prati, gialli e riarsi come dopo le scorrerie del terribile Margolfo.



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sabato 21 marzo 2015

LE VILLE DI COMO : VILLA OLMO

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Imponente dimora neoclassica di fine '700. Il gigantesco albero leggendariamente piantato da Plinio il Giovane, che abbelliva in passato il parco della villa che diede il nome alla villa non esiste più, ma il giardino all’italiana sul davanti ed il parco all'inglese sul retro sono ricchi di alberi secolari e piante di alto fusto.

La costruzione della villa venne commissionata dal marchese Innocenzo Odescalchi all'architetto neoclassico Simone Cantoni, originario del paese di Muggio, nella omonima valle presso Mendrisio. Egli aveva consolidato una grande esperienza realizzando, fra l'altro, il fondamentale Palazzo Serbelloni, in Corso di Porta Venezia a Milano nel 1775 e la ristrutturazione del Palazzo Ducale di Genova.

L'edificio, costruito sulla riva occidentale del primo bacino comense, era destinato a residenza estiva per i marchesi. E, infatti, l'imponente edificio neoclassico, è completato da un ampio giardino affacciato sul lago, largamente risistemato dal successivo proprietario, il marchese Raimondi.

I lavori ebbero avvio nel 1782, sulla base di un nuovo progetto, che rielaborava uno precedente opera del ticinese Innocenzo Regazzoni. Cantoni chiamò presso di sé i fratelli Domenico Pozzi, Carlo Luca Pozzi, Giuseppe Pozzi e lo scultore Francesco Carabelli, avvalendosi della loro collaborazione.

Il marchese Innocenzo Odescalchi vi ospitò, fra gli altri, nel 1797 il generale Buonaparte e nel 1808 Ugo Foscolo.

Successivamente, Cantoni guadagnò nuovi incarichi in città ed in Provincia: vale la pena di ricordare il seminario vescovile e la ristrutturazione del Liceo Volta, presso Porta Torre (per il quale disegnò, fra l’altro, il salone della biblioteca, nel 1811 e, nel 1816, la facciata).

Nel 1824, con la morte di Innocenzo Odescalchi, la dimora passò in eredità, al marchese Giorgio Raimondi.

In diverse occasioni ospitò, per ben tre volte, la visita degli imperatori d’Austria, Francesco II nel 1816 e nel 1826 e Ferdinando I nel 1838, accolti con grandi onori. Anche la regina delle due Sicilie e la regina di Sardegna vi trovarono accoglienza.

Il marchese Giorgio Raimondi ebbe un ruolo rilevante nelle insurrezioni del 1848-49. Per questo motivo venne esiliato in Svizzera, nel Ticino e la villa venne requisita.

Nel 1859 vi soggiornò anche Giuseppe Garibaldi, che sposò (salvo ripudiarla poco dopo per infedeltà) la figlia del marchese, Giuseppina Raimondi.

Nel 1883 la villa venne ceduta al duca Guido Visconti di Modrone. I duchi affidarono all'architetto Emilio Alemagna l'abbattimento delle scuderie e di un portico, l'apertura di due balconate, il rifacimento degli stucchi del pian terreno, la sistemazione del parco e la costruzione di un piccolo teatro.

Nel 1924 venne acquisita dal Comune di Como, che vi ha ospitato, negli anni, l'Esposizione Internazionale per il centenario della morte di Alessandro Volta, numerosi congressi, spettacoli, mostre d'arte. Nel 1970 ospitò una puntata di Giochi senza frontiere. Dal 1982 è sede del Centro Volta, che vi organizza le sue manifestazioni internazionali.
La villa è stata usata come ambientazione, per le riprese, di alcune scene del film Innamorato pazzo di Adriano Celentano.

Villa Olmo è la più celebre e sontuosa tra le dimore storiche comasche e ha fatto di Como uno dei centri propulsori dell'Illuminismo in Italia. Simone Cantoni riuscì ad essere l'interprete d'una classe aristocratica colta e progressista, adottando negli edifici "riformati alla moderna" i valori estetici del "buon gusto", in piena adesione agli assunti teorici dell'Illuminismo, in un momento storico che vide la Lombardia - e Milano in particolare - divenire uno dei centri più vivaci d'Europa. Come ha scritto la studiosa Nicoletta Ossanna Cavadini, è un autentico "universo filosofico" basato sulle proporzioni della sezione aurea. L'architetto entrò in sintonia con la personalità del committente, il marchese Innocenzo Odescalchi, che tornò da Roma nel 1780 con un'istruzione aggiornata e cosmopolita, e decise di avviare un programma di rinnovamento culturale di tutta Como, che comprendeva appunto anche una villa suburbana in linea con le riforme dei Lumi.
Simone Cantoni (Muggio 1739-Gorgonzola 1818) è l'esponente più famoso di una famiglia di capomastri e architetti ticinesi che operarono a partire dal Cinquecento in area ligure, francese e tedesca. Progettista di una rigorosa architettura neoclassica in cui le citazioni dell'antico e i riferimenti alla cultura francese contribuirono a creare un nuovo linguaggio, pur nella formale osservanza dei "principi" delle regole classiche ripresi nel Settecento, ha lasciato opere raffinate che esprimono alti valori estetici e compositivi correlati all'espressione del "buon gusto". Cantoni realizzò, nella sua lunga carriera, un centinaio di opere in Lombardia. Particolarmente cospicuo è il repertorio delle ville da lui firmate in Brianza e nel Comasco. Villa Olmo, iniziata a fine '700 e conclusa nel 1812, dagli Odescalchi passò ai Raimondi, ai Visconti di Modrone e finalmente, nel 1925, al Comune che l'ha adibita a sede di manifestazioni culturali e di mostre d'arte. Fu in effetti il "biglietto da visita" che permise a Cantoni di realizzare una fortunata serie di residenze di campagna, tra cui si possono annoverare Villa Giovio a Breccia e Villa Odescalchi a Fino Mornasco. Si devono ai suoi ultimi anni il Seminario Maggiore e il liceo classico "Alessandro Volta" di Como.

La facciata principale, rivolta verso il lago di Como consta di una parte mediana (cioè la villa originaria) ritmata da colonne e da lesene e sormontata da terrazza con statue, e da due ali laterali.

La castigata misura dell'esterno si trasforma, nell'interno, in profusione di ornamenti: stucchi, dorature, statue, affreschi di artisti dell'ultimo '700 e del primo '800.
Fra i vari ambienti spicca, per garbo decorativo, il teatrino (1883) con 92 posti e affreschi del Fontana.

Nel parco troviamo un tempietto neoclassico e un piccolo ruscello.
Nel centro del giardino davanti alla villa si innalza una fontana dove si vedono due bimbi che giocano con un mostro marino, opera dello scultore G. Odofrechi.


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mercoledì 18 febbraio 2015

ALESSANDRO VOLTA TANTI AUGURI.


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Alessandro Giuseppe Antonio Anastasio Volta (Como, 18 febbraio 1745 – Como, 5 marzo 1827) è stato un fisico italiano, conosciuto soprattutto per l'invenzione del primo generatore elettrico mai realizzato, la pila, e per la scoperta del metano.
Nato a Como nell'antico palazzo situato nell'attuale via Volta, da don Filippo e donna Maddalena dei conti Inzaghi, nel 1758 intraprende gli studi umanistici, di retorica e di filosofia presso la locale scuola dei gesuiti.

Nel 1761 entra nel Regio Seminario Benzi di Como, dove conclude gli studi e stringe amicizia con il canonico Giulio Cesare Gattoni che incoraggia la vocazione scientifica del giovane Volta, mettendogli a disposizione il proprio gabinetto di scienze naturali, ospitato in una delle torri della cinta muraria comasca (poi nota come "Torre Gattoni"). Così i progetti dei familiari di avviarlo al sacerdozio o agli studi giuridici vengono definitivamente abbandonati, sebbene resti sempre forte in lui la fede cristiana: Alessandro Volta infatti era solito andare a messa quotidianamente e fu anche a lungo catechista presso la parrocchia di San Donnino a Como.
Alessandro Volta fu forse il primo filosofo naturale che può essere considerato uno scienziato nell'accezione moderna del termine. Con lui si inaugura quella figura, ormai a noi così familiare, dello specialista, ossia dell'uomo di scienza che, affrancato da pregiudizi di natura metafisica, affronta lo studio dei fenomeni naturali inquadrandoli in una prospettiva in cui a contare e a essere decisivi sono essenzialmente due cose: una buona teoria esplicativa e una valida e inoppugnabile verifica sperimentale. Tanto nel successo quanto nell'insuccesso (si pensi alla mancata scoperta della sintesi e dell'elettrolisi dell'acqua) Volta ha incarnato e inaugurato questa importante e nuova figura di scienziato.

Nel corso della sua vita Alessandro Volta ha avuto modo di intrattenere rapporti diretti ed epistolari con molti altri scienziati in varie parti d'Europa. Egli ripete e perfeziona i loro esperimenti, apportandovi contributi di grande originalità. Fra gli strumenti tipicamente voltiani spiccano l'elettroforo perpetuo, che costituisce la prima macchina elettrostatica a induzione, l'elettrometro condensatore, la cui grande sensibilità permetterà a Volta di rivelare i deboli fenomeni di elettrizzazione per contatto di metalli diversi, e la bilancia elettrometrica (elettrometro assoluto), che portò lo scienziato ad accurate misure della forza elettrica, anticipazioni dei risultati di Charles Augustin de Coulomb (1736-1806).

Nel 1792 Volta avviò estese indagini sull'elettricità animale, al cui riguardo la teoria più moderna era quella proposta da Luigi Galvani e che Volta stesso definì galvanismo. Fu proprio il disaccordo con lo stesso Galvani a portare Volta a sviluppare, nel 1800, la cosiddetta "pila voltaica", un predecessore della batteria elettrica, che produceva una corrente elettrica costante. Inizialmente condusse esperimenti con celle individuali collegate in serie. Ogni cella era un calice da vino riempito di salamoia, nel quale erano immersi due elettrodi dissimili. Nella pila elettrica i calici erano sostituiti da cartone imbevuto di salamoia. Volta determinò che la coppia più efficace di metalli dissimili producenti elettricità era composta da zinco e rame.

Il fenomeno alla base del funzionamento della pila voltaica, per cui tra due conduttori metallici diversi posti a contatto si stabilisce una piccola differenza di potenziale, prende appunto il nome di effetto Volta. Dai suoi lunghi esperimenti Volta ricavò tre leggi per descrivere il fenomeno.

L'annuncio dell'invenzione della pila, avvenuto nel 1801 presso la Royal Society, accrebbe ulteriormente il consenso della comunità scientifica internazionale per Volta.

L'"elettroforo perpetuo" è un generatore elettrostatico in grado di accumulare una modesta quantità di carica elettrica in modo discontinuo: è citato da Volta nella Lettera a Priestley del 10 giugno 1775. È costituito da un disco metallico impugnabile attraverso un manico isolante e viene utilizzato in abbinamento ad una superficie in materiale isolante, per esempio ebanite, e ad un panno di lana.

L'"elettrometro condensatore" venne ideato intorno al 1797 da Volta per aumentare la sensibilità degli elettrometri classici. Esso è costituito da un elettrometro a pagliuzze sul quale è avvitato un condensatore a piatti piani paralleli, separati da uno strato di ceralacca.

Intorno al 1780 Volta nota che lo scudo carico di un elettroforo perpetuo, appoggiato sulla superficie di alcuni materiali scarsamente conduttori, anziché dissipare la propria elettricità la conserva meglio che isolato in aria. Si convince che l'afflusso di carica, sulla superficie prossima a quella dello scudo richiama carica sulla superficie affacciata di quest'ultimo. Due dischi metallici, delle stesse dimensioni, così che uno può essere sovrapposto all'altro in modo da combaciare perfettamente, compongono quello che Volta stesso chiama "condensatore di elettricità".

La "bilancia elettrometrica" viene creata da Volta per superare le limitazioni degli elettroscopi. Lo strumento è costituito da una bilancia in cui uno dei piatti è sostituito da un piattello di ottone elettrizzato. Tale piattello è affacciato ad un secondo piattello non elettrizzato, fisso e isolato o ad un piano conduttore collegato al suolo, detto da Volta "piano deferente".

In elettrochimica si definisce il "potenziale Volta" come la differenza di potenziale elettrico tra due punti posizionati l'uno vicino alla superficie del primo metallo, l'altro vicino alla superficie del secondo metallo dove i due metalli elettricamente scarichi sono posti in contatto.

Lo studio della tensione di contatto tra due o più metalli tra loro collegati in circolo condusse Volta a scoprire quello che oggi noi chiamiamo "effetto Volta". Si tratta del fenomeno per cui tra due conduttori metallici diversi posti a contatto, in equilibrio termico (con uguale temperatura), caratterizzati da differenti valori del potenziale di estrazione, si stabilisce una piccola differenza di potenziale. Tale potenziale determina una corrente elettrica, ovvero un flusso di elettroni dal metallo a potenziale di estrazione minore verso quello con potenziale di estrazione maggiore (dove gli elettroni hanno energia di legame maggiore).

Nella memoria Osservazioni sulla capacità e sulla commozione de' conduttori elettrici …, accanto ai concetti di "capacità" e di "quantità" Volta usa per la prima volta il concetto di "tensione elettrica" per rendere conto delle proprietà intensive dell'elettricità.

L'unità di misura della differenza di potenziale elettrico (il "volt") prende il nome da Alessandro Volta.

La fama di Volta è giustamente legata all'invenzione della pila, ma non bisogna dimenticare i suoi studi sui gas, anche perché nel corso di questi egli giunge alla scoperta del metano, della legge di dilatazione isobara dell'aria, estesa successivamente da Joseph Louis Gay-Lussac (1778-1850) a tutti i gas, e a importanti risultati sulla tensione di vapore.

Durante i suoi esperimenti con l'eudiometro, Volta realizza anche la sintesi dell'acqua, ma non può accorgersene perché il suo strumento contiene acqua; la formazione di acqua in seguito alla combustione dell'idrogeno non sfuggirà invece a Lavoisier (1743-1794), che ripeterà gli esperimenti di Volta con un eudiometro contenente mercurio.

Mentre era ospite ad Angera nella casa dell'amica Teresa Castiglioni, Volta scoprì il metano nella palude dell'isolino Partegora. Provando a smuovere il fondo con l'aiuto di un bastone vide che risalivano delle bolle di gas e le raccolse in bottiglie. Diede a questo gas il nome di "aria infiammabile di palude" e scoprì che poteva essere incendiato sia per mezzo di una candela accesa che mediante una scarica elettrica: dedusse che il gas si formava nella decomposizione di sostanze animali e vegetali.

La "pistola elettroflogopneumatica" è un apparecchio creato da Alessandro Volta durante i suoi studi sulle "arie infiammabili": nel gennaio del 1777, costruì "una piccola bombarda", in cui inserire "aria infiammabile" mescolata in giusta dose con "aria deflogisticata" (ossigeno) che potesse spingere fuori una palla "con impeto e rimbombo" una volta accesa "con un acciarino, proprio come un archibuso comune.

Dopo la costruzione della pistola elettroflogopneumatica Volta volle realizzare una "lucerna ad aria infiammabile", ovvero un apparecchio che fosse un'applicazione più utile dell'aria infiammabile: l'idea gli viene dall'amico Padre Campi a cui la mostrò in disegno mentre la perfezionava.

Per studiare il fenomeno delle arie infiammabili Volta realizzò un "eudiometro", costituito da un tubo di vetro con un'imboccatura posta in una bacinella d'acqua e l'altra imboccatura chiusa da un turacciolo di sughero e sigillata con mastice.

L'aria all'interno di un bulbo di vetro è scaldata assieme al liquido di un recipiente. Come osservò Volta, questo comporta l'espansione del gas che fa fuoriuscire parte del liquido contenuto nell'ampolla.
Volta costruì anche un apparato sperimentale per misurare in che modo cambia il volume di un gas all'aumentare della temperatura. Un bulbo di vetro graduato contenente aria fu posto capovolto e parzialmente riempito in un recipiente pieno d'acqua, olio o mercurio. La temperatura del liquido fu a questo punto aumentata gradualmente, il gas si scaldò e Volta scoprì che parte del liquido veniva respinto al di fuori del bulbo a causa dell'aumento del volume del gas. L'uso dell'olio e del mercurio permise di ridurre gli errori sistematici di misurazione introdotti dall'uso dell'acqua, in quanto questa scaldandosi tende ad evaporare e ad aggiungere gas all'ampolla falsando in parte i risultati. Questi esperimenti furono condotti da Volta negli anni che vanno dal 1792 al 1796 durante le sue ricerche sulla densità e tensione dei vapori saturi e sulla loro dipendenza dalla temperatura. Questo esperimento gli permise di determinare, dieci anni prima di Joseph Louis Gay-Lussac, la legge della dilatazione uniforme dell'aria e anche con buona precisione la costante di proporzionalità \alpha fra temperatura e volume (stimata attorno a α = 1/216 °r, simile al valore oggi accettato). Questi risultati ebbero tuttavia scarsa diffusione internazionale.

Nei primi mesi del 1791 Volta si occupò delle proprietà fisiche degli aeriformi, arrivando a determinare, dieci anni prima di Joseph Louis Gay-Lussac, la legge della dilatazione uniforme dell'aria. La legge afferma che in condizioni di pressione costante il volume di un gas aumenta linearmente con la temperatura.

L'apparecchio per lo studio della dilatazione dell'aria fu utile a Volta anche per ricerche sulla densità e tensione dei vapori saturi e sulla loro dipendenza dalla temperatura. Volta nella lettera al Vassalli del 27 ottobre 1795 riporta due leggi che sono attribuite a John Dalton, che le ottenne soltanto nel 1801.

La quantità del vapore è la stessa in uno spazio vuoto o pieno d'aria, rara o densa, e dipende unicamente dal grado di calore.
La pressione che il vapore equilibra, cresce in una progressione geometrica crescendo il calore in una progressione aritmetica.

Alla morte di Alessandro Volta, spentosi al culmine di una straordinaria fama di scienziato, prende subito avvio un'incessante attività di onoranze centrate soprattutto nei luoghi in cui egli è vissuto e la sua attività scientifica si è prevalentemente estrinsecata: Como, Pavia, Milano.

Alessandro Volta ebbe numerosi riconoscimenti:
Nel 1794 gli venne conferita la Medaglia Copley della Royal Society di Londra (equivalente ad un moderno premio Nobel).
Nel 1801 la medaglia d'oro dell'Institut des Sciences di Parigi.
Nel 1805 in onore del suo lavoro nel campo dell'elettricità, Napoleone lo nomina Cavaliere della Legion d'onore.
Nel 1806 diventa Cavaliere dell'Ordine della Corona ferrea.
Nel 1881 l'unità di misura SI del potenziale elettrico venne chiamata volt in suo onore.
La città di Como ha dedicato a Volta musei, rassegne, monumenti, vie e istituti scolastici.
A partire dal 1899, primo centenario dell'invenzione della pila, si sono tenute diverse Celebrazioni Voltiane per onorare la memoria di Alessandro Volta.
Nel libro L'evoluzione della fisica Albert Einstein attribuisce alla scoperta di Volta un ruolo fondamentale nell'evoluzione della fisica indicandolo come il primo ad aver segnalato “la prima grave difficoltà" contro "l'interpretazione meccanicista della natura".
La città di Angera gli ha dedicato una lapide sul municipio, in cui si ricorda che negli stagni di quella città Volta scoprì il metano.
Gli è stato dedicato un asteroide, 8208 Volta.
Lo Stato italiano gli ha invece dedicato lo spazio sulle banconote da 10 mila lire.
Le Poste italiane gli dedicano nel 1949 una serie di due valori (20 lire "pila di Volta" e 55 lire "busto di Volta di G.Comoli"), che fu emessa anche dal Territorio Libero di Trieste con la soprastampa AMG-FTT.
Diverse scuole (soprattutto in Italia) hanno il suo Nome.

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