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mercoledì 3 febbraio 2016

SAN BIAGIO

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San Biagio era un medico armeno, vissuto nel III secolo d.C.: si narra che compì un miracolo quando una madre disperata gli portò il figlio morente per una lisca conficcata in gola. San Biagio gli diede una grossa mollica di pane che, scendendo in gola, rimosse la lisca salvando il ragazzo. Inutile aggiungere che, dopo aver subito il martirio, Biagio venne fatto santo e dichiarato protettore della gola.

S. Biagio nacque a Sebaste nell'Armenia. Passò la giovinezza fra gli studi, dedicandosi in modo particolare alla medicina. Al letto dei sofferenti curava le infermità del corpo, e con la buona parola e l'esempio cristiano cercava pure di risanare le infermità spirituali.

Geloso della sua purezza ed amatissimo della vita religiosa, pensava di entrare in un monastero, quando, morto il vescovo di Sebaste, venne eletto a succedergli. Da quell'istante la sua vita fu tutta spesa per il bene dei suoi fedeli.

In quel tempo la persecuzione scatenata da Diocleziano e continuata da Licinio infuriava nell'Armenia per opera dei presidi Lisia ed Agricola°. Quest'ultimo, appena prese possesso della sua sede, Sebaste, si pose con febbrile attività in cerca di Biagio, il vescovo di cui sentiva continuamente magnificare lo zelo. Ma il sagace pastore, per non lasciare i fedeli senza guida. ai primordi della procella, si era eclissato in una caverna del monte Argeo.

Per moltissimo tempo rimase celato in quella solitudine, vivendo in continua preghiera e continuando sempre il governo della Chiesa con messaggi segreti. Un giorno però un drappello di soldati mandati alla caccia delle belve per i giochi dell'anfiteatro, seguendo le orme delle fiere, giunsero alla sua grotta. Saputo che egli era precisamente il vescovo Biagio, lo arrestarono subito e lo condussero al preside.

Il tragitto dal monte alla città fu un vero trionfo, perchè il popolo, nonostante il pericolo che correva, venne in folla a salutare colui che aveva in somma venerazione. Fra tanta gente corse anche una povera donna che, tenendo il suo povero bambino moribondo sulle sue braccia, scongiurava con molte lacrime il Santo a chiedere a Dio la guarigione del figlio. Una spina di pesce gli si era fermata in gola e pareva lo volesse soffocare da un momento all'altro. Biagio, mosso a compassione di quel bambino, sollevò gli occhi al cielo e fece sul sofferente il segno della croce.

Giunto a Sebaste, il prigioniero venne condotto dal giudice Agricola, che voleva convincerlo a sacrificare agli idoli; ma il Santo con gran calma gli dimostrò che quello era un atto indegno di una creatura ragionevole, perché la ragione dice all'uomo che vi è un Dio solo, eterno, e creatore di ogni cosa. Per tutta risposta il giudice lo fece battere con verghe e poi gettare in carcere.

Dopo qualche tempo lo volle di nuovo al tribunale, per interrogarlo nuovamente, ma trovò sempre in lui la più grande fermezza. Gli furono allora lacerate le carni con pettini di ferro e così lacero com'era fu sospeso ad un tronco d'albero. Sperimentati ancora contro l'invitto martire tutti i supplizi più inumani, fu condannato ad essere sommerso in un lago. I carnefici condottolo sulla sponda lo lanciarono nell'acqua, e mentre tutti si aspettavano di vederlo annegare. Biagio tranquillamente si pose a camminare sull'acqua finché raggiunse la sponda opposta. Il giudice. fuori di sè, vedendo di non poter spegnere altrimenti quella vita prodigiosa, lo fece decapitare.

La sua memoria è celebrata il 3 febbraio.
Il corpo di san Biagio fu sepolto nella cattedrale di Sebaste. Nel 732 una parte dei suoi resti mortali, deposti in un'urna di marmo, furono imbarcati, per esser portati a Roma. Una tempesta fermò la navigazione sulla costa di Maratea, dove i fedeli accolsero l'urna contenente le reliquie – il "sacro torace" e altre parti del corpo – e la conservarono nella Basilica di Maratea, sul monte San Biagio. La cappella con le reliquie fu poi posta sotto la tutela della Regia Curia dal re Filippo IV d'Asburgo, con lettera reale datata 23 dicembre 1629: da allora è nota popolarmente col nome di Regia Cappella.

Un gran numero di località vantano di possedere un frammento del corpo del santo. Ciò è dovuto, oltre all'antica usanza di sezionare i corpi dei santi e distribuirne le parti per soddisfare le richieste dei fedeli, alla pratica della simonia, una delle cui forme consisteva nel vendere reliquie false, o reliquie di santi omonimi ma meno conosciuti.

A Casal di Principe (CE) si festeggia il 3 febbraio con la venerazione e l'apertura di un santuario a Lui dedicato dove vi è conservata la reliquia di un ossicino della mano del Santo.

A Carosino, un paesino in provincia di Taranto, è custodita una delle reliquie: un pezzo della lingua, conservato in un'ampolla incastonata in una croce d'oro massiccio.

Ad Avetrana (Taranto) è custodito in un ostensorio d'argento e d'oro un frammento della gola di san Biagio, sul quale si legge l'iscrizione "GUTTURRE SANCTI BLASI" ("la gola di san Biagio", in latino-barbara).

A Caramagna Piemonte (Cuneo) è custodita dall'anno 1000 una sua reliquia (un pezzo del cranio), conservata in un busto argenteo; si ha notizia della sua presenza già dall'atto di fondazione dell'antica abbazia di Santa Maria di Caramagna, datato 1028.

Nella parrocchia di San Biagio di Montefiore, frazione del comune di Recanati, in provincia di Macerata, si conserva, in un reliquiario a forma di braccio benedicente con palma del martirio, un osso intero dell'avambraccio.

Nel santuario di Cardito (NA), è conservato un ossicino del braccio. Sempre in Campania, a Palomonte (in provincia di Salerno), nella chiesa madre della Santa Croce si conserva un'altra reliquia del santo.

A Mugnano di Napoli (NA), nella chiesa di San Biagio, si conserva una reliquia del santo.

A Penne, in Abruzzo, è invece venerato il cranio del santo. Sempre in Abruzzo, nel duomo di San Flaviano a Giulianova, è conservato il braccio di san Biagio, racchiuso in un raffinato reliquiario d'argento, in forma di braccio con mano benedicente e recante una palma, datato 1394 e firmato da Bartolomeo di ser Paolo da Teramo.

Nella parrocchia di Lanzara, frazione del comune di Castel San Giorgio, in provincia di Salerno, sono conservati due piccoli ossi d'una mano.

Nella parrocchia di San Biagio in San Simone, frazione di Sannicola, diocesi di Nardò-Gallipoli, provincia di Lecce, si conserva una reliquia del corpo del Santo, con festeggiamenti due volte l'anno.



Nella cattedrale di Ruvo di Puglia si venera nel giorno di san Biagio un frammento del braccio di questo santo, racchiuso in un reliquiario a forma di braccio benedicente. La reliquia è portata in processione dal vescovo e esposta alla pubblica venerazione dopo la solenne messa pontificale, che si celebra in cattedrale al vespro del 3 febbraio.

Nella chiesa a lui dedicata nella città dalmata di Ragusa (oggi in Croazia), si conserva, secondo la tradizione, il cranio del santo patrono, in un ricco reliquiario a forma di corona bizantina, che viene portato solennemente in processione nella ricorrenza liturgica del santo.

A Ostuni è conservato un frammento d'un osso del martire, venerato e posto sulla gola di ogni fedele che si presenta in pellegrinaggio al santuario di San Biagio, sui colli ostunesi, il 3 di febbraio.

A San Piero Patti (Messina) è custodito, in una teca d'argento nella chiesa di Santa Maria Assunta, un molare di san Biagio. La teca è portata in processione in occasione delle due feste che la cittadina dedica al santo: il 3 febbraio e la prima domenica d'ottobre.

A Mercato Vecchio di Montebelluna, in provincia di Treviso, nella chiesa di San Biagio è custodito un pezzo di veste, e ogni anno, il 3 febbraio, per tutto il giorno vi si benedicono, in onore del santo, pani e arance.

Ad Acquaviva Collecroce, in provincia di Campobasso, nella parrocchia di Santa Maria Ester si conserva una reliquia del santo donata alla comunità verso la metà del Settecento.

A Napoli, nella Sala del Tesoro della basilica di San Domenico Maggiore, si conserva, in un reliquiario a forma di braccio, un frammento d'un dito del martire.

Ad Avellino, nella chiesina dell'Arciconfraternita dell'Immacolata (adiacente alla Cattedrale di Avellino), è conservato un frammento osseo della mano del santo.

A Bindo di Cortenova, in provincia di Lecco, ogni anno si celebra la grande festa di san Biagio. Tra gli usi tradizionali, il bacio delle candele benedette, il falò e i tipici ravioli molto aromatici chiamati in insubre scapinasc.

A Eboli, in provincia di Salerno, nella chiesa di San Nicola si conservano un dito e altre reliquie di san Biagio.

Ad Asti, presso la chiesa di Santa Maria Nuova, nell'altar maggiore si conservano un dente e alcuni altri resti.

A Brescia, nel tesoro della chiesa di San Lorenzo, si conserva il reliquiario di san Biagio, con alcuni denti e un osso ritenuti del santo.

A Caronia in provincia di Messina, Diocesi di Patti, si venerano una falange del dito mignolo e un frammento del braccio e sono conservati in due preziosi reliquiari.

A Orbetello in provincia di Grosseto era conservato il teschio di San Biagio, rubato 2 anni fa e non più trovato. I festeggiamenti in onore del patrono continuano comunque.

A Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, all'interno di un reliquiario a forma di braccio benedicente è conservato un frammento di avambraccio del Santo. Con la reliquia, al termine della Solenne celebrazione, il 3 febbraio, viene impartita la benedizione e invocata l'intercessione del Santo per la protezione dai mali del corpo e dello spirito.

Nella Basilica di San Biagio a Maratea, alla destra della Regia Cappella dedicata al santo, vi è la palla di ferro sparata dai cannoni francesi durante l'assedio del dicembre 1806; su questa palla di ferro, inesplosa, sono ben visibili delle impronte che, secondo la tradizione, sarebbero le dita della mano destra di san Biagio.

Relativamente alla sola esperienza della cittadina di Fiuggi, si narra che nel 1298 fece apparire delle finte fiamme sul paese, proprio mentre questi era in procinto di essere messo sotto assedio dalle truppe papali. La cittadina, che all'epoca si chiamava Anticoli di Campagna, era feudo dei Colonna che a loro volta erano in guerra con la nobile famiglia romana dei Cajetani. L'intenzione dei Cajetani era quella di attaccare il paese da due lati: dal basso scendendo dal castello di Monte Porciano e dall'alto, alle spalle di Fiuggi dalla parte di Torre Cajetani; in virtù di tale piano divisero le proprie forze. San Biagio avrebbe fatto apparire delle finte fiamme che indussero le truppe nemiche, che oramai si accingevano all'attacco, a pensare di essere state precedute dalle forze alleate. Di conseguenza mossero oltre, ritornando ai loro alloggiamenti. I fedeli il giorno successivo lo elessero patrono della città.
A ricordo di ciò persiste tuttora l'antica tradizione paesana di bruciare grandi cataste di legna di forma piramidale, denominate stuzze, a ricordo dell'"apparizione". Tale manifestazione avviene la sera del 2 febbraio di ogni anno nella piazza più alta del paese (p.za Trento e Trieste), dinnanzi al Municipio.

A Salemi in provincia di Trapani, san Biagio è compatrono assieme a san Nicola della città dal 1542. Si narra che in quell'anno, sotto il regno di Carlo V, la città di Salemi e le campagne circostanti, venissero invase dalle cavallette che ne distrussero i raccolti procurando, così, fame e carestia; allora i salemitani pregarono san Biagio, protettore delle messi e dei cereali, di liberarli da tale flagello ed il santo esaudì queste loro preghiere. Da allora i salemitani, in ricordo di questo evento, nella ricorrenza della festa del santo, ogni anno il 3 febbraio, preparano dei pani in miniatura: i "cavadduzzi", cioè le cavallette e i "cuddureddi", (impastando farina e acqua) questi ultimi rappresentano la gola di cui san Biagio è protettore. La chiesetta dedicata al santo si trova nel quartiere del Rabbato. Il 3 febbraio "cuddureddi" e "cavadduzzi" vengono benedetti e distribuiti ai fedeli che accorrono da ogni parte della città per pregare il santo e per farsi benedire la gola dal sacerdote con le candele accese ed incrociate. Dal 2008 viene fatta una rievocazione storica del miracolo delle cavallette, che vede dame, nobili e cavalieri, clero e popolani in costume medievale, uscire dal castello, percorrere tutto il centro storico ed arrivare alla chiesa del santo per deporre i doni e benedire le gole. Manifestazione a cui partecipano tutte le associazioni cittadine e le scuole.

In Albania, a Durazzo nel monastero di san Biagio durante la prima metà del XX secolo secondo migliaia di testimoni vi sarebbe avvenuto il miracolo di una roccia dalla quale sgorgava olio con effetti curativi per i credenti. Tale monastero è tuttora meta di pellegrinaggio da parte di numerosi fedeli albanesi sia musulmani che cristiani.

In molti luoghi, a motivo del miracolo del salvataggio di un bambino che stava soffocando dopo aver ingerito una lisca di pesce, il 3 febbraio, giorno di san Biagio, è tradizione compiere una benedizione della gola con le candele benedette il giorno precedente, festa della Presentazione di Gesù al tempio.
A Comiso all'uscita del simulacro viene eseguito l' "Inno a San Biagio".

A Lanzara, in Campania, è consuetudine mangiare la famosa "Polpetta di S.Biagio", e, per tener viva questa tradizione, nel periodo della festa viene fatta la "Sagra della Polpetta", tra le più longeve dell'Agro Nocerino Sarnese.
A Cannara, in Umbria, si festeggia il 3 febbraio con lo svolgimento di giochi popolari di abilità. Sin dal giorno prima è usanza far rotolare, quanto più a lungo possibile, forme di formaggio per le vie del centro storico secondo una tradizione già attestata nel XVI secolo col nome di Ruzzolone. Altri giochi consistono nella corsa con i sacchi o nel rompere con un bastone, e bendati, delle brocche appese fra le case che si affacciano in piazza Garibaldi (già del Grano) dove si svolgono la maggior parte delle altre prove. Molto seguito è anche il "gioco degli spaghetti" che premia colui che riesce a finire per primo il piatto di pasta con le mani legate dietro la schiena. Momento solenne è quello della processione religiosa con la statua lignea del Santo, accompagnata dai fedeli e dalle note della banda musicale cittadina.
A valle del paese di Romallo, in Trentino, si trova un interessante eremo dedicato a S. Biagio. Il 3 di febbraio si celebra la messa e viene impartita la benedizione della gola.
Il 3 febbraio si celebra la festa di San Biagio anche a Taranta Peligna, in Abruzzo. In onore del Santo protettore dei lanaioli, con una cerimonia di grande fascino, vengono preparate le "Panicelle", pani a forma di mano che vengono distribuite fra le genti del Paese. Il legame tra Taranta Peligna e il culto di San Biagio è testimoniato anche dalla presenza dei lanifici che hanno dato lustro al pese per la lavorazione delle coperte abruzzesi chiamate "tarante".
A Maratea si tengono due feste in onore del santo: una è quella del 3 febbraio, quando si tiene la benedizione della gola dei fedeli; la seconda, più fastosa, è quella dell'anniversario della traslazione delle reliquie, che si svolge a partire dal primo sabato fino alla seconda domenica di maggio, settimana in cui si svolgono ben quattro processioni del simulacro del santo.
San Biagio si festeggia il 3 febbraio anche ad Acquaviva Collecroce, in Molise. Durante la celebrazione liturgica si benedicono le gole dei fedeli. Anticamente con l'olio benedetto, ora mediante due candele incrociate. Per l'occorrenza si preparano le "Pandiçe" (pane di San Biagio) e dei dolci di forma circolare chiamati "Colaci". La Parrocchia conserva una pregevole tela del Cinquecento raffigurante il martirio di San Biagio; una reliquia donata al popolo verso la metà del Settecento e un'artistica statua in cartapesta del 1886 dello scultore sordomuto Gabriele Falcucci di Atessa.
Si festeggia San Biagio anche a Cessalto, in Veneto. Si racconta che il Santo salvò un bambino da morte sicura per aver ingoiato una lisca di pesce. Invocato il Santo, il bambino sputò la lisca di pesce e si salvò.
Il 3 febbraio a Lettomanoppello si celebra la festa liturgica di San Biagio. Durante la celebrazione eucaristica il parroco, oltre a benedire la gola dei fedeli con due candele incrociate, benedice, come da secolare tradizione, i "tarallucci di San Biagio" che sono dei dolci a forma di piccola ciambella impastati con semini di anice. I tarallucci poi vengono riportati a casa e donati a parenti ed amici che dopo averli baciati ne mangiano per ingraziarsi la protezione di San Biagio, particolarmente a protezione della gola e dai mali di stagione.
A Caronia si celebra la festa di San Biagio con grande devozione e pietà. Il giorno della festa, per antica consuetudine si benedicono i "cudduri di San Brasi", pani e dolci a forma di ciambella di nocciole e mandorle fuse con il miele. Questi segni di devozione vengono benedetti dall'Arciprete durante la Santa Messa Solenne e poi sono donati ai malati e alle persone che ne fanno espressa richiesta in Parrocchia.
Il 3 febbraio, a San Marco in Lamis, la gente sin dal mattino subito affolla la chiesa per la benedizione del pane che verrà distribuito ai poveri. La sera dopo una Santa Messa solenne, vi è l'imposizione delle Candele alla gola, da parte del parroco.
Nella parrocchia di Montefiore di Recanati il patrono San Biagio si festeggia la prima domenica di febbraio. Durante la celebrazione liturgica si benedicono le gole dei fedeli con due candele incrociate e viene benedetto il pane. Dopo la S.Messa principale delle 11,15 viene portata in processione per il paese la reliquia del santo.
A Plaesano, alla fine della processione, prima di rientrare in chiesa, vengono effettuati tre giri di corsa intorno alla chiesa con la statua del santo in spalla.
A Orbetello il 3 febbraio si celebra la festa liturgica del santo, dove i pescatori della laguna donano il loro pesce. Il 12 maggio c'è la Traslazione, ovvero i pellegrini prelevano il teschio del Santo dalla Chiesa di Ansedonia e lo portano in processione lungo la laguna, fino alla parrocchia di Orbetello.
A San Biagio, frazione di Garlasco, dopo l'invocazione: "San Bias, la gula e al nas", si procede alla benedizione della gola e del naso nella chiesa parrocchiale a lui dedicata, e a pranzo si consumano i ravioli di magro con ripieno di grana e barlande, seguiti dal tradizionale panettone di San Biagio.
A Ruvo di Puglia, dove San Biagio è anche Santo Patrono, il 3 febbraio si celebra la Messa di devozione nella Concattedrale di età romanica, dove è custodita la reliquia del Santo. Inoltre si Benedicono i "friciduzze" (taralli realizzati nelle forme di mano, bastone, piede e Mitra di San Biagio) e le "fettuccine di San Biagio", nastrini colorati che proteggono dal mal di gola.
A Chiavari in Liguria, San Biagio è contitolare della parrocchia di Bacezza. Ogni 3 febbraio nel Santuario di Nostra Signora dell'Olivo si celebra l'Eucaristia con la benedizione del grano e la venerazione di una reliquia del Santo.
Ad Alvito il 3 febbraio nella Cappella di San Biagio, costruita nel XVIII secolo, il parroco unge le gole dei fedeli con dell'olio benedetto per proteggerli dal mal di gola.
a Vignanello il 3 febbraio, dopo la solenne messa, il parroco unge le gole dei fedeli per proteggerli, inoltre nel primo fine settimana di agosto si svolgono festeggiamenti in onore di san Biagio con processioni concerti etc.

I fedeli si rivolgono a san Biagio nella sua qualità di medico, anche per la cura dei mali fisici e in particolare per la guarigione dalle malattie della gola: è tra i quattordici santi ausiliatori. Durante la sua celebrazione liturgica, in molte chiese i sacerdoti benedicono le gole dei fedeli accostando ad esse due candele; per questo è anche patrono degli specialisti otorinolaringoiatri. È anche protettore dei cardatori di lana, degli animali e delle attività agricole. In mancanza di un santo patrono a loro dedicato, a cavallo tra il 2013 e il 2014 alcune equipe d'animazione l'hanno eletto a protettore, indicandolo come patrono degli animatori.

San Biagio è il santo patrono delle diocesi di Cassano allo Ionio e di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi.

Il panettone di San Biagio è una tradizione di Milano poco conosciuta al di fuori dei confini della città, ma utilissima per finire i panettoni avanzati dalle feste di Natale.

Perchè bisogna mangiare il panettone di San Biagio? E’ presto detto: il 3 febbraio è la giornata che la chiesa cattolica dedica alla celebrazione di San Biagio, una figura che secondo la tradizione popolare milanese ‘benedis la gola e él nas‘. I milanesi, infatti, sono soliti mangiare un panettone benedetto proprio in questa giornata (anche se non è freschissimo, anzi meglio).
Una massaia prima di Natale portò a un frate un panettone perchè lo benedicesse. Essendo molto impegnato, il frate – che si chiamava Desiderio – le disse di lasciarglielo e passare nei giorni successivi a riprenderlo. Ma la donna se ne dimenticò e frate Desiderio, dopo averlo benedetto, iniziò a sbocconcellarlo finchè si accorse di averlo finito.

La donna si ripresentò a chiedere il suo panettone benedetto proprio il 3 febbraio, giorno di San Biagio: il frate si preparò a consegnarle l’involucro vuoto e a scusarsi, ma al momento di consegnarglielo si accorse che nell’involucro era comparso un panettone grosso il doppio rispetto all’originale. Era stato un miracolo di San Biagio, che diede il via alla tradizione di portare un panettone avanzato a benedire ogni 3 febbraio e poi mangiarlo a colazione  per proteggere la gola.




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lunedì 1 giugno 2015

LA CHIESA DEL TINAZZO A SONCINO

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Lasciata Soncino dalla porta orientale e dirigendo verso nord, si risale il terrazzo alluvionale dell'Oglio. Dopo un paio di chilometri, mentre lo scoscendimento verdeggiante verso il fiume scorre a destra della strada, sulla sinistra si raggiunge un complesso noto come Il Tinazzo. Dalla strada, l'elemento immediatamente percepibile è una chiesetta con semplice facciata a capanna risalente probabilmente alla fine del XIV sec., Santa Maria della Neve. Essa costituisce con gli edifici dellazienda agricola, che gestisce i terreni circostanti, ed un ampio parco di circa due ettari il complesso noto come il Tinazzo, probabilmente a ricordare un qualche piccolo avvallamento, che procurava ristagno di acque. La piccola chiesa è interamente affrescata con immagini della Vergine (in buona parte certamente ex-voto) espressione di una cultura religiosa assai pervasiva in un contesto agricolo non prospero, ma dignitoso. Accedendo al Parco dal cancello immediatamente a sinistra si viene immessi in uno spazio probabilmente concepito per il diletto almeno dal XVI sec., che venne arricchito con l'impianto di numerose essenze esotiche, tuttora pienamente conservate, probabilmente nel XVIII sec. Un completo, ulteriore rimaneggiamento - pur rispettoso dei caratteri esistenti - fu eseguito secondo canoni romantici nella prima parte del XIX sec. A quest'epoca si deve anche un piccolo edificio con torre in stile neo-gotico, utilizzata forse anche come punto di osservazione dell'avifauna, specialmente di passo. Oggi il Parco è aperto al pubblico ed è integrato da un apprezzato ristorante, che serve qualificati cibi della cucina locale.

La chiesa denominata inzialmente  "Madonna della Rosa" posta nella contrada del Tinazzo, venne successivamente rinominata "Beata vergine del Tinazzo.

L'ampliamento della chiesa avvenne nel 1519- 1520. L'attuale facciata  presenta  un'impostazione a capanna, impaginata da due massicce lesene con solidi contrafforti di spigolo  con funzione portante e decoartiva, nella quale si apre un portale a tutto sesto con sguancio a tre cordonature in latreizio con sovrapposto un gocciolatoio. Sopra l'occhio anzichè un rosone si trova un riquadro rettangolare leggermenti incassato nella muratura, e ospita un affresco di madonna col bambino più vo,lte rinnovato nel corso dei secoli.
Le due finestre laterali della nuova campata si aprono dsimmetricamente a metà parete e ripetono la struttura delle due assimetriche ospitate nella campèata originaria. Il pavimento completa quello pre-esistente con piastrelle rettangolari in latrizio disposte a giunti alternati.

Un Oratorio costeggia la parte nord-ovest della chiesetta e al suo interno antichi dipinti e volte lo rendono ricco di particolari.

Il complesso naturalistico e monumentale del Tinazzo sorge sul ciglione settentrionale dell'antica strada che collegava Cremona a Bergamo.
Il toponimo Tinazzo prese origine dalla distesa acquitrinosa che per secoli coprì l'area golenale del fiume Oglio, alimentata dalle periodiche esondazioni del fiume e dal costante afflusso delle acque risorgive.
Del Parco si hanno notizie fin dal primo '500, ma è nel '700 che fu avviata la sistematica organizzazione secondo criteri moderni con l'introduzione di essenze estranee alla tradizione locale. Recentemente riportato all'antico decoro, il parco ospita interessanti specie vegetali che vanno dagli indigeni acero, corniolo, e biancospino ai maestosi tasso, ippocastano, magnolia e bagolaro.
             
Parco romanico dell'800 riportato a nuova vita, è attraversato da un canale alimentato da risorgive formanti un laghetto. Accanto alle piante autoctone e caratteristiche dell'antico habitat padano (come il Noce, l'Avero, il Biancospino),vi sono numerose essenze non spontanee.

Il Tinazzo riveste un grande interesse naturalistico per le sue piante secolari e costituisce inoltre un continuo ambientale con il Parco Regionale dell'Oglio.




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                           http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/il-parco-della-gola-del-tinazzo.html



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venerdì 15 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN BIAGIO A MONZA

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La chiesa di San Biagio è una chiesa cattolica di Monza costruita tra il 1965 e il 1968 accanto a una chiesa preesistente che crollò nel 1977.

La prima chiesa di San Biagio viene considerata da Giuseppe Marimonti esistente ai tempi di Innocenzo II nel 1141, sottoposta nel 1169 alla basilica di San Giovanni Battista da Papa Alessandro III, restaurata ed eretta a parrocchia da san Carlo Borromeo.

La parrocchia di san Biagio ha radici cristiane profonde, sviluppatesi in oltre 420 anni di storia: la parrocchia è stata fondata, infatti, nel 1584 (18 giugno 1584, cardinale arcivescovo Carlo Borromeo).

Una tradizione, dunque, ‘importante’, di cui la comunità parrocchiale di san Biagio è orgogliosa custode.

Nel groviglio delle vicende medioevali, mentre l’Italia sopportava le lotte per l’emancipazione comunale, la Brianza viveva uno dei periodi più dolorosi, agitata da guerre intestine durante le quali città come Milano e Como si fronteggiarono anche per l’assegnazione dei Vescovati. Erano i tempi del “timor delle streghe”, delle superstizioni,dei”giudizi di Dio”, in cui di poco conto era tenuta la vita umana, tanto che un nobile per l’uccisione di un plebeo era punito “con pena di libbre sette…” A nulla erano valse le prediche dei riformatori: le cose di religione erano lasciate in condizioni miserevoli. Monza, caduta nell’orbita milanese, era in attesa del grande Federico Barbarossa.
S. Biagio viveva la sua vita di borgo, che sarà chiamato “fuori le mura” quando fu cinta e fortificata la città. Acquistando man mano importanza sia perché era luogo di passaggio verso la terra di Brianza, sia perché era considerato luogo di sosta e ospitalità. Nella carità e nella socialità affonda pertanto le sue radici la comunità di S. Biagio.
Nella borgata, presso una piccola chiesa sorgeva un “ospizio-ospedale” e una “confraternita” laica animava e amministrava l’opera caritativa. Come era uso in quel tempo, che vedrà prima sorgere e poi diffondersi l’operosità dell’ordine degli Umiliati. È noto infatti che nel medioevo presso molte comunità religiose erano esercitate funzioni di assistenza sociale attraverso l’opera svolta per mezzo di ospedali e senodochi (ospizi) che si ritengono di origine orientale e importati in Italia dai monaci. Questi luoghi sorgevano presso le strade più battute, aperti ai pellegrini e ai poveri: erano per lo più autonomi rispetto al monastero ed esercitavano, in periodi di barbarie, la carità cristiana.
Probabilmente con lo stesso stile, e secondo le forme che ormai erano consacrate dall’uso, sarà stato condotto anche l’ospedale di S. Biagio, che era gestito da una comunità formata di uomini e donne, anche uniti in matrimonio.
Fatto peculiare, però, è la donazione dell’ospedale S. Biagio alla Santa Sede. Infatti, essendo papa Innocenzo II, questi, con bolla del 15 ottobre 1141, si rivolge “al dialetto figlio Adamo maestro dell’ospitale che è presso S. Biagio vicino a Monza ed ai suoi fratelli, presenti e futuri, che sono da sostituire in perpetuo”. E, dopo aver detto che per divina disposizione il Papa deve accogliere i pii voti e “inclinare le orecchie alla giuste domande”, afferma: ” … perciò considerano che tu, figlio diletto nel Signore, offri a me e al B. Pietro il nominato ospitale con tutti i suoi appendizi, con l’assenso di Arnaldo e di Giovanni e di altri vicini dello stesso luogo, sotto il censo dei denari di moneta antica di Milano, pagando annualmente a noi ed ai nostri successori, accettiamo con paterna benignità e con questo scritto lo confermiamo, stabilendo che tutti i beni, lo stesso ospitale ora possiede e che potrà acquistare, rimangono fermi al medesimo ospitale e ai poveri”. Questa donazione fa sospettare tentativi di ingerenze esterne, forse locali, nella conduzione dell’ospedale; infatti non si può non pensare agli avvenimenti che alcuni anni prima interessarono il monastero monzese di “Ingino”, anch’esso posto sotto la protezione pontificia nel tentativo di evitare intrusioni da parte dei Canonici monzesi. La situazione di dipendenza dall’ospedale verrà, per così dire, giuridicamente confermata prima da “Eugenio Vescovo Servo dei servi di Dio al diletto figlio Adamo…e ai fratelli di Lui…” con bolla del 24 aprile 1151, e poi da “Adriano Vescovo Servo de;servi di Dio alla diletta figlia in Cristo Citegemma, direttrice dell’ospitale che è situato presso S. Biagio vicino a Monza”.
In questa bolla che è del 4 novembre 1157 il Papa assicura che “conviene che non manchi l’Apostolico presidio a coloro che eleggono una vita religiosa…” e che accondiscende “…alle giuste domande” seguendo “l’esempio di Innocenzo ed Eugenio Romani pontefici…” e accetta “…la predetta Casa Ospitale in cui siete obbligati al divino ossequio sotto del Beato Pietro…”.
“Ad indizio di questa protezione conseguita dalla Sede Apostolica” dovranno essere pagati “sei denari”.
Da questo documento si ricava una notizia particolare:l’ospedale di S: Biagio, nell’anno 1157 è diretto da una donna, Citegemma, dal Papa chiamata “diletta figlia in Cristo”: è documento ufficiale che ne legittima la funzione. Dallo stesso documento poi risulta chiaro che gli “ospedalieri”,uomini e donne, conducevano vita religiosa.
Comunque, ancora una volta, viene salvaguardato integralmente il patrimonio dell’ospedale, che era di una certa consistenza.
Conferma indiretta della dipendenza dell’opera caritativa di S. Biagio dalla S. Sede si ha con la bolla del 30 marzo 1169 di Alessandro III: tra le chiese assegnate alla Basilica di S. Giovanni Battista di Monza, figura anche “S. Biagio”, senza però l’aggiunta, come avviene per le altre chiese, della dicitura “cum hospitali”. Divisione netta dunque tra l’uno e l’altra: questa sotto la giurisdizione ecclesiastica locale, quello sotto la protezione diretta della S. Sede romana.
Alessandro III con bolla del 5 giugno 1170 confermerà le precedenti decisioni papali e lo stesso Papa nominerà, non si sa però in quale anno amministratore dei beni dell’ospedale un certo canonico Martino. Forse le cose cominciarono a non andar bene. Di certo, però nel 1215 due laici erano ancora ministri dell’ostello di S. Biagio: sono Angelo Fornicati e sua moglie Libera che ricevono del grano da parte dello stesso ospedale . Se certa è la presenza di quest’opera caritativa nel borgo monzese, mancano però precise notizie sul tipo di conduzione e sulle sue strutture. La S. Sede dà tutela garante ma se da una parte protegge da interferenze esterne ed interessante, dall’altra proietta l’opera di carità di S. Biagio in un gioco molto più vasto di interessi. Infatti, quando forse incuria, insensibilità, indifferenza caratterizzarono la conduzione dell’ospedale, cioè verso l’anno 1233, da Roma venne chiara, e con durezza di parole, la soppressione, “…abbiamo considerato essere più opportuno che i beni, totalmente appartenenti alla S. Sede e che sono intestati all’ospedale di S. Biagio, nel quale, come abbiamo saputo,non viene osservata la dovuta ospitalità, siano tramutati in finalità pie…”.
Il tutto pertanto viene devoluto a favore delle monache del “Monastero di S. Maria delle povere alle chiese di Milano” al fine di provvedere al “mantenimento di quelle persone che, avendo rinnegato la vanità del secolo rinunziarono al mondo con i vizi e le concupiscenze e crocifissero se stesse per il mondo….”.
E cosi l’ospedale di S. Biagio passa al “Monastero, con tutti i possedimenti e le pertinenze in perpetuo… Con l’impegno tuttavia che ivi si facciano celebrare i Divini Uffici da alcuni uomini religiosi”. È soppresso dunque l’ospizio e con questo tutto quello che in S. Biagio di Monza era per la carità della popolazione locale e di passaggio: dal 1233 fino al secolo XVIII ogni cosa sarà per il “mantenimento” delle suore di S. Apollinare in Milano.

Una scrupolosa relazione dalla quale si ricava che la chiesa ha un altare “addossato al muro” e “rivolto a mezzogiorno”: non ha predella ed è cinto da balaustre; con la pietra santa ci sono un piccolo crocefisso, due candelabri di bronzo e due di legno ; la costruzione ha due porte, di cui una porta sulla facciata; c’è anche una porta per il custode. Ci sono, inoltre, due campane, ma una è rotta, e non si sa se la chiesa, come le campane, siano state consacrate. Eccetto la “cappella maggiore” che è protetta da un soffitto, il resto della chiesa è coperto dal solo tetto. Naturalmente non mancano le finestre che sono tre e sono protette da grate di ferro battuto e alcune hanno le tende per l’estate. La chiesa, però, non sorge isolata, poiché sulla sinistra c’è una casa e sempre sulla sinistra , ma verso la metà della chiesa, ci sono le rovine di un’antica cappella. Nell’interno della chiesa vi sono sepolcri con molti corpi di morti, ma il cimitero si trova fuori, davanti alla chiesa, recintato con barriere di legno. Sopra la “cappella maggiore” c’è un locale nel quale si “riunivano a tener consiglio quelli della scuola” che sono poi i disciplini. C’è anche un altro locale posto sul lato dell’epistola e, sempre da questa parte. Gio. Pietro Landriano aveva già, nel 1578, iniziato la costruzione di una cappella. La descrizione, seppur particolareggiata, risulta, in conclusione poco chiara, soprattutto se la si raffronta con lo schizzo, sommariamente tracciato nell’anno 1577, dove risultano indicati i muri perimetrali e il progetto di ampliamento: la piantina “S. Blasij. Modoetiae” è conservata presso la Curia di Milano. Pertanto risulta difficoltosa una precisa ricostruzione della chiesa del 1578. Infatti si parla di “cappella maggiore” e non pare esistessero cappelle minori, poiché non vengono descritte; si intende; si intende forse per cappella maggiore solamente la parte della chiesa dove si trova l’altare. Si parla di campane, ma non di campanile. La costruzione, con i ruderi della vecchia cappella, con la casa del custode, con i locali annessi, risulta piuttosto articolata, ma in modo scomposto: tutto sommato, si ha la sensazione che gli interventi siano stati sporadici e improvvisati. La chiesa è povera e questo è rilevabile dal fatto che i paramenti “come da inventario” si conservano in una sola casa. Ci sono anche dei piccoli redditi: la casa del custode dà un reddito di “venti lire”; un canone di “lire dieci” è a carico del sig. Gio. Battista Casati, e veniva incassato dai sindaci della scuola e adoperato per le necessità della chiesa. “Un certo Giacomo”, poi, pagava un canone alla chiesa per una “certa vigna fuori la porta di S. Biagio”, ma al momento della visita pastorale, i frati Domenicani (di S. Pietro Martire) erano subentrati a questo Giacomo e nessuno più pagava nulla. Ora, il monastero dei Domenicani “è in possesso di questa vigna e ne gode i frutti illecitamente”.

Una nuova chiesa fu costruita sempre in via Carlo Prina  accanto alla vecchia tra il 1965 e il 1968 su progetto dell’architetto Luigi Caccia Dominioni: la prima pietra fu benedetta il giorno dell’ingresso ufficiale di don Mario Tomalino. Il progetto, ispirato alle moderne linee di architettura postconciliare, ricorda nella struttura la forma di una tenda.Dopo la seconda guerra mondiale l’antico edificio versava in condizioni precarie finché il 26 febbraio 1977 crollò su sé stesso, senza causare vittime, a causa di alcune debolezze strutturali; fu alla fine completamente abbattuto. ne resta ancora visibili la cupola in rame.
La chiesa è intitolata proprio a San Biagio, quel santo che la «Legenda Aurea» narra che un giorno una mamma portò a quest’uomo, un guaritore armeno eletto vescovo nel IV secolo d.C, il figlio che stava morendo a causa di una lisca di pesce conficcata in gola. Il medico armeno gli fece ingoiare una grossa mollica di pane che, rimuovendo la spina, salvò il ragazzo. Biagio morì decapitato sotto Diocleziano o, forse, Licinio.


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domenica 10 maggio 2015

IL PARCO DELLA GOLA DEL TINAZZO

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Il Parco della Gola del Tinazzo è un'area naturale protetta situata nel territorio dell'Alto Sebino in provincia di Bergamo, nel comune di Castro (Lombardia). Il parco prende il nome dalla presenza della forra fossile del Tinazzo, nome con cui viene chiamato il torrente Borlezza nel suo ultimo tratto prima di sfociare nel Lago d'Iseo. Il parco fa parte di Retenatura, il sistema delle aree protette di Legambiente.

Nel percorso che dalla pianura lombarda porta alla Val Camonica lungo la Val Cavallina, il corso terminale del fiume Borlezza e la sua forra (il Tinazzo) costituiscono un forte ostacolo naturale, un vero taglio nel territorio. Le pareti della forra però, poco dopo il suo inizio, si toccano fino a costituire un ponte naturale chiamato nei documenti antichi pons - terraneus o Ponteragno (da cui il nome di poltragno dato alla località).

Su questo stretto passaggio naturale, oggi ridotto a modesto tratturo, passava l’antica via vallis, che nell’antichità costituiva uno dei più importanti transiti per i paese di area germanica attraverso il passo del Tonale. Su questo ponte passarono numerosi eserciti, tra cui quelli di parecchi imperatori diretti all’incoronazione papale o alle guerre di mantenimento del loro dominio.

Sicuramente transitarono: Federico Barbarossa nel 1166, Ludovico il Bavaro nel 1327, Carlo IV nel 1355, Massimiliano d’Asburgo nel 1516.

A sud del ponte naturale, la profonda forra del Tinazzo ed a nord il letto paludoso e le ripide rive del Borlezza impedivano l’attraversamento del corso d’acqua, per cui l’angusto passaggio poteva essere bloccato con grande facilità.

L’alternativa di transito poteva essere, verso sud, la risalita al colle di S. Lorenzo e poi la ridiscesa verso il largo estuario dove il fiume poteva facilmente essere guadato, oppure verso nord, la risalita fino a Sovere per cercare di attraversarlo dove le rive erano meno ripide e il fondo meno paludoso.

Su questo vallo naturale il controllo militare romano si arroccò per quasi un secolo, presidiando il passaggio e creando una linea difensiva che impedisse alle bellicose popolazioni camune di uscire dalla loro valle per compiere scorrerie verso la pianura.

Le fortificazioni medioevali del colle di S. Lorenzo a Castro e della Madonna della torre a Sovere, sorsero probabilmente su due originari fortilizi romani che avevano il compito di sorvegliare ed impedire l’aggiramento della forra.

Solo sotto Augusto, i Romani decisero di soggiogare definitivamente le valli alpine e nel 15 a.c. la val Camonica fu sottomessa.

La forra non perse comunque la sua funzione di forte elemento di delimitazione territoriale e in epoca imperiale romana fu il confine tra la tribù Voturia e la Quirina; divise poi i ducati Longobardi ed infine le contee vescovili di Bergamo e Brescia, per cui ancora oggi è confine tra le due diocesi, oltre che tra i comuni di Lovere e Castro.

Alla presenza di questa antica delimitazione territoriale devono la loro nascita nell’XI secolo: il porto fortificato di Castro e la cosi detta strada della “Corna”, scavata con grande impegno tecnico nella roccia sulla sommità della forra e munita di opere di difesa. La funzione del paese e della strada era strategicamente molto importante; dovevano permettere di collegare via lago senza mai sconfinare nel territorio “bresciano” di Lovere, le valli bergamasche che erano importanti produttrici di ferro, ma dipendevano dalla pianura e dalla città per il vettovagliamento.

L’acqua del Tinazzo forniva anche l’energia necessaria per lavorare il ferro delle valli e sul suo corso, sia a monte che a valle della forra, sorsero mulini e fucine. Ma la forra rappresentò nei secoli anche una permanente minaccia di devastazione. Nel caso di forti nubifragi, l’acqua trascinava grandi quantità di detriti vegetali che impuntandosi nello stretto ingresso della forra, creavano una diga di tronchi che alzava anche di una decina di metri il livello del retrostante torrente, Quando la diga cedeva, l’effetto era devastante: un  uro d’acqua entrava con un assordante rombo nella forra e si scaricava a lago, lambendo il paese di Castro. Una delle più disastrose alluvioni fu sicuramente quella avvenuta poco prima del 1535, anno in cui erano ancora descritti i lavori in corso per la riparazione dei gravi danni subiti dal paese. A questa distruzione faceva probabilmente riferimento il letterato bergamasco Achille Mozzi, che nel 1590 scriveva “Vicus Oliveri Castri Memorabilis olim, Corruit, immensae turbine raptus aquae” (il villaggio di Castro, ricco di ulivi ed un tempo degno di memoria, rovinò travolto da un immenso vortice d’acqua).

Ma quella citata dal Mozzi potrebbe anche essere un’altra alluvione avvenuta poco prima del 1590, poiché con un tempo di ritorno di circa mezzo secolo, altre alluvioni sono ricordate nel 1692, nel 1737, nel 1784, nel 1820, nel 1882, nel 1905.

Probabilmente dopo l’alluvione di fine ‘500 fu costruito il possente muro d’argine verso Castro, già rilevato nelle carte del 1626 ed ancora oggi visibile. L’alluvione del 1784 danneggiò gravemente il primo esempio di trasformazione in senso industriale dell’economia, che da secoli sfruttava artigianalmente l’acqua della forra. Venne infatti raso al suolo il forno fusorio che Ludovico Capoferri di Castro (1752 – 1830) aveva costruito all’uscita della forra.

Di fronte al forno del Capoferri, in territorio loverese, più protetto dalle alluvioni, sorgevano già gli antichi mulini della misericordia, su cui venne impiantata una fabbrica di falci ricordata a partire dal 1742 e statalizzata in epoca napoleonica.

Partendo da queste basi, Giovanni Andrea Gregorini di Vezza d’Oglio (1819 – 1878) costruì sulle medesime aree nel 1855 il primo nucleo dell’attuale stabilimento siderurgico. Nel 1810 fu appaltata dal governo napoleonico la strada Poltragno – Lovere, che coprendo parte della forra del Tinazzo, doveva collegarsi con la strada rivierasca appena completata. Il motivo dei lavori era indubbiamente collegato ad esigenze militari, essendo di massima importanza nel corso delle guerre napoleoniche il facile collegamento tra la pianura lombarda ed i confini del Tirolo.La guerra che riprese proprio nel 1810, costrinse però ad interrompere i lavori, che solo nel 1816 vennero ripresi dal nuovo governo austriaco e terminati con l’ardita costruzione del ponte sul Tinazzo. L’opera ciclopica per quei tempi, destò enorme stupore tra la popolazione. Don Alessio Amighetti nell’opuscolo “La gola del Tinazzo” edito nel 1897 dice che “la gola in chiunque la visita per la prima volta non può non lasciare un’impressione incancellabile di orridezza, di raccapriccio e di ardimento per quegli ingegneri, che verso l’anno 1816 si peritarono di coprire quel baratro spaventoso con una strada”.

L’impatto di questo lavoro sull’urbanistica Loverese fu enorme; il principale asse viario cittadino, quello che da secoli attraversava il centro storico, fu abbandonato e la piazza del Porto divenne il centro del paese.

Con i lavori la forra perse buona parte del suo cielo aperto, ma ben peggiore sarebbe stata la devastazione del secolo successivo.

Infatti i successori di Giovanni Andrea Gregorini, desiderando ampliare l’area industriale e porre gli impianti al sicuro dalle distruzioni, ottenne nel 1915 l’autorizzazione a deviare il corso del Borlezza, costruendo una diga nella forra del Tinazzo e scavando un canale artificiale che sfocia a lago poco prima del Bogn di Castro. Questa diga divise in due la forra, mantenendone attiva una parte e rendendo “fossile”, ma facilmente visitabile l’altra.

Un portale con due pesanti porte in legno permette l’accesso al sentiero verso la gola del Tinazzo; attraversato il piccolo bosco, grazie al comodo sentiero, si giunge ad una parete rocciosa che sembra chiudere la via. In realtà avvicinandosi si scorge un’altissima fessura nella roccia. Da qui nel corso dei millenni sono passati centinaia di milioni di metri cubi di sabbia e roccia trascinati fino al lago d’Iseo dalla forza impetuosa del torrente Borlezza.

L’imponente quantità di detriti ha formato la penisola su cui sorge il grande insediamento industriale della Lucchini RS. Due enormi pareti alte più di 40 metri fanno da ali all’ingresso della gola che è visitabile in sicurezza per oltre cento metri per una larghezza variabile da 1 fino a 4 metri.Un percorso in un territorio che dorme su millenni di battaglie infinite tra le forze dell’acqua e della roccia, modellato da glaciazioni ancestrali ed eroso dallo scorrere impetuoso del torrente Borlezza.

Le acque del Tinazzo partono da lontano, dalle parti della Presolana,e dopo una rincorsa di 25 chilometri finiscono nel Sebino a Castro. Sono necessarie tuttavia un paio di precisazioni. La prima è che il luogo geografico d’origine, non è propriamente la Presolana, che per i bergamaschi è un riferimento nobilitante, ma un impluvio che inizia a Colle Vareno e che, dirigendosi verso occidente, prende inizialmente il nome di “Valle Pora” intagliando un canyon – denominato Stringiù del Pura – che in qualche modo anticipa la più spettacolare forra del Tinazzo. La seconda è la singolarità che un corso d’acqua, tutto sommato abbastanza breve, prenda ben sei differenti nomi lungo la sua discesa verso il lago. Valle di Pora, Valle di Tede, Torrente Gera, Torrente Valeggia, Torrente Borlezza che è il tratto di maggior lunghezza e, da ultimo, Tinazzo.

Sul bacino idrografico del torrente Borlezza, ampio quasi 150 chilometri quadrati, cadono in un anno a seconda dei settori dai 1200 ai 1700 mm di pioggia che in parte evapora, in parte sparisce nei percorsi sotterranei offerti dalla natura calcarea dei nostri rilievi ed il resto scorre verso il Sebino passando attraverso l’angusta strettoia del Tinazzo in località Poltragno.

Abituati ad osservare le acque del Borlezza che scorrono tranquille e facilmente guadabili in tutto il suo alveo, siamo portati a credere che da tempo immemorabile il torrente abbia continuato a scavare il suo letto pressappoco col ritmo lento e progressivo che vediamo. Qualche volta si gonfia da far paura, ma poi ridiventa il tranquillo torrente di sempre, disposto, fin dal secolo scorso, anche ad offrire le sue acque a numerose captazioni per scopi idroelettrici. E’ la geologia che ci consente di guardare oltre l’evidenza attuale, non tanto verso il futuro, sebbene in quella direzione possa fornire qualche spunto all’immaginazione, ma verso il passato, interpretando i numerosi indizi che per chi sa leggere nel libro delle rocce e delle forme del territorio, possono introdurci in scenari remoti che una progressiva evoluzione fìsica e biologica hanno trasformato nel paesaggio della nostra quotidianità. Per forma mentis il geologo è portato a fissare, come punto di partenza di ogni considerazione, la fase formativa, nel  caso nostro “marina “ delle rocce, avvenuta attorno a 200 milioni di anni or sono, seguita dalla fase de formativa rappresentata dagli sconvolgimenti orogenetici (più semplicemente, responsabili delle formazione delle nostre montagne) che in 100 milioni di anni, tra la fine dell’Era Secondaria e l’era Terziaria, con quelle rocce hanno definito l’edificio alpino.

Ci accontentiamo di questi scarni accenni perché addentrarci in scenari dove l’arco alpino era ancora in formazione, espone al rischio di perdere di vista l’andamento stesso della val Borlezza, forse nemmeno delineato come lo stiamo osservando ora.

Risaliamo di molto nella scala del tempo geologico, posizioniamoci sul finire dell’ Era Terziaria e fermiamoci al fotogramma datato “Mioce”, circa 5 milioni di anni or sono. Ci sono pareri e studi in corso, ma è probabile che anche allora le acque raccolte nel bacino del Borlezza, attraverso il Tinazzo, confluissero veloci nell’Oglio. Questo scorreva in un alveo profondo alcune centinaia di metri rispetto al letto attuale tanto che, con un po di immaginazione, avremmo potuto vedere i luoghi dove sarebbero sorte Lovere e Castro a mezza costa sulle pendici del Monte Cala e del monte Clemo, pressappoco come è adesso il comune di Bossico rispetto all’abitato di Sovere.

Il Sebino a quel tempo non c’era ancora, al suo posto esisteva una vallata prealpina incassata tra le nostre montagne che, viste dal letto del fiume dovevano apparire più elevate. Il Tinazzo tributava le sue acque a questa valle attraversando a Poltragno un burrone simile a qullo attuale, ma più ampio,del quale dovrebbero  rimanere traccia a notevole profondità rispetto al letto attuale. Il Fenomeno, transitorio, che ha determinato la vivacità erosiva dei fiumi alpini e tra questi l’Oglio e il Borlezza col conseguente approfondimento del loro alveo, è stato provocato sul finire del “Miocene” dal pauroso abbassamento per centinaia di metri delle acque del Mediterraneo, non più alimentate dagli apporti idrici dell’Atlantico. Con la riapertura dello stretto di Gibilterra, le acque marine sono tornate al loro livello originario, giungendo nel “Pliocene” a bagnare il piede della catena alpina e addentrandosi tra le nostre montagne. A quel tempo, dove c’è ora il Sebino, avremmo visto un lungo fiordo marino, sinuoso e profondo, che si spingeva almeno fino al Monticolo di Darfo. Questa nuova situazione, determinata  dall’innalzamento delle acque, ha invertito la modalità d’azione dei nostri corsi d’acqua che da “erosivi” delle rocce del letto si è tramutata in”deposizionale” colmando le depressioni e alzando progressivamente la quota degli alvei. Se potessimo raggiungere con una trivellazione i sedimenti profondi del lago d’Iseo, certamente  incontreremmo remoti sedimenti alluvionali sovrapposti ed ancora più antichi depositi marini pliocenici.

Quando 2 milioni di anni fa hanno cominciato a calcare il suolo del Pianeta i nostri progenitori, evento tanto importante da denominare l’Era Quaternaria anche come”Antropozoico”, il clima ha avuto drammatiche oscillazioni che a livello anche planetario si sono concretizzate in lunghi periodi di gelo (le fasi glaciali), intervallati con altrettanto lunghi periodi di aridità di calura (le fasi interglaciali). L’ultimo grande freddo è cessato “solamente”  10 – 12 mila anni or sono, per la verità un’inezia nella scala del “tempo geologico”, inaugurando una più contenuta capricciosità dei nostri climi senza però cadere negli eccessi che hanno dovuto sopportare i nostri progenitori.

Alimentato dalle acque di fusione durante le “fasi glaciali” e dalle precipitazioni negli “interglaciali”, il Tinazzo continuava a scorrere verso il lago facendosi strada attraverso una nuova soglia rocciosa, quella che ora vediamo profondamente incisa, ricreatasi durante il Quaternario in sostituzione della precedente per cementificazione di detriti franati dai rilievi vicini e mescolati a ciottoli, ghiaie e sabbie di sbarramento glaciale. Tra Pianico e Sovere, a motivo di questo nuovo sbarramento tutto da incidere, ha potuto formarsi attorno a 800 mila anni or sono, un lungo e profondo bacino lacustre dalla vita effimera e di enorme interesse paleontologico per i resti vegetali rinvenuti nei suoi sedimenti annuali (le varve) e per il ritrovamento di uno scheletro completo di cervo, rilevatosi appartenente ad una specie ora estinta.

L’ininterrotto lavorio delle acque del Tinazzo ha progressivamente intagliato tale soglia rocciosa facendole assumerla tortuosità della forma attuale, con pareti irregolari ora aggettanti, ora rientranti che portano il segno di un millenario scorrere di acque fragorosamente in caduta.

Oltre la gola, cessavano i gorghi e gli impetuosi rimbalzi della corrente tra le pareti e la ritrovata calma favoriva il deposito di sedimenti alluvionali sul delta del Borlezza, sempre più proteso verso il lago. A giudicare dalle dimensioni del delta, occupato adesso quasi per intero dallo stabilimento siderurgico, è facile constatare l’enorme quantità di detriti che l’acqua ha trasportato attraverso la gola del Tinazzo modellandone forma e, più a monte, inducendo il Borlezza a incidere il suo letto nell’enorme pila di sedimenti dell’antico lago di Pianico – Sellere. Ora sebbene i fenomeni geologici continuino la loro incessante azione, è la geografia del luogo a suscitare interesse, come la deviazione del corso del Tinazzo portato con una galleria artificiale a sfociare nelle vicinanze dell’Orrido di Castro. In conseguenza di ciò il tratto finale della forra è diventato silenzioso e asciutto e la forra stessa è diventata “fossile” e così il Delta originario non più alimentato da detriti. La perdita della suggestiva visione di acque correnti in uscita dalla forra è però, in parte, bilanciata dalla possibilità di effettuare in ogni momento la visita a questo monumento naturale e di aver scongiurato il rischio di rovinose esondazioni che per secoli hanno funestato il paese di Castro.

L'accesso alla gola è caratterizzato dal bosco di forra, ambiente particolarmente umido ed ombroso dominato dal Carpino nero e con un ricco sottobosco di felci tra le quali spicca in particolar modo la bellissima Phyllitis scolopendrium. Sono inoltre presenti nel parco dei prati aridi dominati dal Forasacco e dalla Sesleria, impreziositi da orchidee selvatiche come la Platanthera bifolia, la Gymnadenia odoratissima e l’Anacamptis pyramidalis e pareti rupicole sulle quali si trovano due importanti endemismi, la campanula insubrica e la campanula della Carnia. La altre parti del parco presentano un bosco ceduo dominato da Carpino nero e Orniello, inframezzati da qualche Roverella.

Nelle zone boscate del parco è possibile trovare i più tipici rappresentanti della fauna prealpina, tra cui molti tipi di uccelli come la ghiandaia, il fagiano, rapaci e passeriformi, roditori come la lepre, il ghiro, e lo scoiattolo; i predatori sono la volpe, il tasso e la faina, mentre gli ungulati sono rappresentati dal Capriolo . Le zone a prati terrazzati, ricche di muri a secco e bene esposte a sud, sono un habitat ideale per i rettili e per molte specie di farfalle. Le particolari caratteristiche del bosco di forra favoriscono infine la presenza della Salamandra pezzata e del Gambero di fiume, specie quest'ultima di particolare interesse in quanto considerata in pericolo di estinzione dalla Lista rossa IUCN.




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martedì 21 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN BIAGIO A CITTIGLIO

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A Cittiglio la festa di San Biagio è in occasione della ricorrenza del Santo, il 3 febbraio, con la S. Messa e al temine benedizione della gola, falò, distribuzione di panettone e vin brulè mentre la “Gnoccata a San Biagio”, è una manifestazione che si svolge solitamente l’ultimo fine settimana d’agosto, più raramente il primo week-end di settembre.

Il giorno di San Biagio per i cittigliesi è tutto particolare; oltre alla devozione per il santo protettore della gola, ci sono almeno altri due motivi per fare festa, ovvero la presenza di una chiesetta romanica antichissima dedicata a Biagio e la presenza di una frazione del paese che porta il nome del santo. Nel corso degli anni, grazie al ricavato delle feste estive, si sono finanziati i lavori di recupero di una delle chiese più antiche della Valcuvia; lavori fermi da un paio d’anni a causa del cambio di parroco. La prima tranche dei nuovi lavori si è conclusa il 28 gennaio con la messa in opera delle mattonelle in cotto dell’aula della chiesa; la sigillatura dei vari elementi e la posa del pavimento nel presbiterio proseguirà dopo la festa di San Biagio. I lavori in corso rispettano il progetto a suo tempo approvato dalla Soprintendenza di Milano. Dal dicembre del 2006 al luglio 2009, la chiesetta di San Biagio è stata oggetto di importanti scavi archeologici che hanno portato alla luce parti antiche dimenticate.

L'edificio è situato sul colle denominato San Biagio, che domina l'abitato di Cittiglio; tale area fu probabilmente colonizzata già durante la preistoria e sicuramente in epoca romana, come testimoniano alcune epigrafi funerarie rinvenute durante alcuni scavi archeologici. Un'altra epigrafe, interrata (appartenente ad un quadrumviro che probabilmente villeggiava nel cittigliese), costituisce la soglia della chiesa stessa.

La chiesa è il più antico edificio religioso di Cittiglio; strutturalmente, si presenta come una cappella ad ala unica con l'altare a ovest e il campanile allineato alla facciata, ove si trova l'unico ingresso dell'edificio.

La facciata dell'edificio è a capanna, con singolo portale centrale ad arco a tutto sesto sormontato da una piccola monofora. L'edificio viene aperto solo in occasioni particolari e vi si celebra settimanalmente una Santa Messa in rito romano (giacché Cittiglio appartiene alla diocesi di Como).

Nell'VIII secolo d.C. sul colle venne eretta una prima chiesetta, di dimensioni ancor più ridotte di quella attuale. Si trattava essenzialmente di una cappella privata, appartenente alla famiglia nobile dei Sanbiagio, proprietaria di un contiguo castrum militare, e portava l'intitolazione a San Biagio e Sant'Andrea (questo secondo titolo fu poi perso in epoca ignota).

Siffatta chiesa si trovava ad un livello più basso rispetto all'edificio attuale ed era strutturata in maniera diametralmente opposta ad esso: altare ed abside erano rivolti ad oriente e vestibolo ad occidente.

Attorno l'anno 1000, la primitiva chiesa venne abbattuta e ricostruita: la navata venne allungata e il pavimento rialzato. Sempre in questo periodo venne edificata la torre campanaria, di struttura cuspidata, avente nella sommità una cella aperta su tre lati da bifore, inframezzate da una colonnina con capitello a stampella.

Tra gli anni 1050 e 1075 fu edificato dinnanzi all'ingresso un nartece, che fu adibito ad ospitare tombe gentilizie. Tale struttura aveva egual larghezza della chiesa vera e propria, e lunghezza pari circa 1/2 dell'aula. Nella sacrestia attuale è conservato ancora una porzione della facciata di tale ambiente, la cui costruzione non comportò tuttavia la demolizione della facciata della chiesa. Nel XIV secolo, nel corso di lavori di ristrutturazione che portarono ad un ulteriore innalzamento del pavimento, tale diaframma fu abbattuto e chiesa e nartece divennero un unico ambiente.

Nel periodo intercorrente tra gli anni 1627 e 1635 venne modificato l’orientamento della chiesa. Venne infatti demolito l'abside, sostituito dal nuovo ingresso; quello vecchio fu murato e tramutato nel nuovo presbiterio. Il piano di calpestio fu ulteriormente sopraelevato e, a ridosso della parete settentrionale dell’edificio, fu realizzato un ossario.

La chiesa aveva ormai assunto la fisionomia che conserva attualmente: l'unica aggiunta fu, nel 1722, la costruzione di una nuova sacrestia, poco dietro il campanile. Sempre nella prima metà del XVIII secolo fu aggiunto sull'altare un paliotto su base gessata.

Nel corso dei secoli seguenti, la chiesa fu oggetto di un certo degrado: ai primi del XX secolo fu aggiunto un solaio al di sotto delle capriate del tetto (fino a quel momento a vista); negli anni seguenti le pareti furono intonacate e ricoperte con dei listelli di perlinato bianco, celando affreschi e pietre a vista. La chiesa perse così la sua connotazione romanica: negli anni 1980 le pareti esterne erano pesantemente intonacate e l'interno appariva come uno spoglio corridoio completamente bianco.

Nel 1988 fu costituita l'associazione Amici di San Biagio, avente l'obiettivo di raccogliere fondi ed indirizzare gli sforzi verso il restauro dell'edificio sacro; nel 1990 fu approntato e approvato dalla Soprintendenza per i Beni culturali della Lombardia il progetto dei lavori, che partirono nel 1992, con la rimozione delle superfetazioni di maggiore entità (solaio, perline ai muri) e rifacimento del tetto a capriate. Nel 1994 fu asportato l'intonaco dalle pareti esterne ed interne; in tal modo, entro il 1995, ritornò alla luce un primo ciclo di affreschi. Sempre nel 1995 si mise mano alla porta d'ingresso, i cui contorni furono rifatti in granito e venne installata una nuova vetrata istoriata sulla monofora; l'anno successivo un falegname del posto ricostruì i battenti della porta.

Nell'aprile 1999 fu attuato un intervento di restauro di interni ed esterni, mentre nel 2000 fu restaurato il paliotto settecentesco dell’altare, gravemente danneggiato.

Nel 2006, data la necessità di realizzare un vespaio di aerazione, si iniziò a mettere mano al pavimento: ebbe così inizio un'opera di scavo archeologico, finanziata dagli Amici di San Biagio ed effettuata dalla SLA (Società Lombarda di Archeologia), sotto la supervisione della Soprintendenza Archeologica lombarda.

Il pavimento come si presentava fino a quell'anno era stato posato negli anni 1970: lo scavo fece rinvenire tre pavimenti più antichi, l'uno sovrapposto all'altro; nella fattispecie uno in cotto risalente al 1630, uno del 1200 in malta rossa e un altro dell'anno 1000 in battuto di malta. Oltre a siffatti pavimenti, lo scavo ha riportato alla luce i resti della piccola chiesa precedente l’attuale, e dell'antico abside dipinto, demolito a seguito dell'inversione di orientamento della chiesa, attestato intorno al 1630.

Sono state altresì rinvenute diciassette monete risalenti al XII-XVI secolo, ciotole, coltelli, frammenti di tessuto, un anello, fibbie, borchie e altri oggetti, tra i quali una capasanta, tipico souvenir dei pellegrini che si recavano a Santiago di Compostela.

Riemersero altresì ventuno sepolture, sia semplici inumazioni che in loculi realizzati con lastre di pietra. Tra le più interessanti ve ne sono: la numero 19 realizzata con un loculo in pietra di forma antropomorfa, ove è stato rinvenuto lo scheletro di un'adolescente; la numero 13, ospitante lo scheletro di un maschio adulto, deceduto a seguito di decapitazione, che presentava ulteriori fratture dovute a colpi di spada sul cranio (da questo sepolcro riemersero anche una lucerna vitrea, chiodi bronzei e frammenti di vaso fittile). Tale individuo decapitato era probabilmente un membro della famiglia De Citillio, i cui appartenenti usavano farsi seppellire nell'atrio dell'antica chiesa di San Biagio e Sant'Andrea.

Dai livelli interrati della chiesa riemersero anche alcuni affreschi, tra i quali uno del periodo 1000 – 1100 raffigurante la Chimera, animale mitologico con tre teste (a forma di leone, serpente e capra). Risulta insolito rinvenire in uno spazio sacro una siffatta effigie, che venne restaurata nel mese di luglio 2007.

Conclusi gli scavi, nel 2009, partirono i lavori di ripristino del pavimento interno, che fu realizzato allo stesso livello di quello degli anni 1970, in materiale cotto alternato a lastre di vetro, per evidenziare quanto rinvenuto durante la campagna di rilievi archeologici.


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sabato 18 aprile 2015

ISOLINO PARTEGORA

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L'isola offre un patrimonio naturalistico di forte interesse e variegato, dove nidificano specie protette come folaghe, cigni, anatre, germani reali, in un ambiente caratterizzato dalla presenza di canneti e ninfee bianche.L'Isolino Partegora è un piccolo scoglio del Lago Maggiore, al centro del golfo di Angera, unica isola del Lago Maggiore situata in territorio lombardo.

Si trova a poche decine di metri dalla riva e il suo nome "parte-gora" deriva forse dal fatto che si trova al centro di una "gora" del lago. È quasi completamente circondato da canneti che lasciano libera la sola riva meridionale, dove si va a formare una discreta spiaggia sabbiosa. A poche decine di metri verso ovest, sommerso dalle acque, si trova un masso erratico detto "sass margunin" o "margunée".

Sull'Isolino, secondo tradizione, si sono fermati i santi fratelli Giulio e Giuliano: oramai stanchi del loro girovagare per l'Italia a edificare chiese, volevano costruirvi una casa ed attendere la chiamata di Dio. Un mattino, Giulio, pervaso da spirito profetico, chiama Giuliano e gli dice: " Un lupo ed una volpe qui faranno strazio di carni innocenti. Allontaniamoci!" Abbandonarono Angera per portarsi sul lago d'Orta.

Nel 1066 un "lupo" (il vescovo Guido da Velate) e la "volpe" (Oliva de Vavassori, sua concubina) vi faranno barbaramente trucidare il chierico (e martire) Arialdo da Cucciago, uno dei fondatori del movimento chiamato "Pataria".

Il Partegora è però meglio noto per un'importante scoperta scientifica del 1776. Qui, il 4 novembre di quell'anno, Alessandro Volta, ospite della famiglia Castiglioni, rovistando con un bastone nella palude che circonda la parte nord dell'isola, notò la fuoriuscita di bolle di gas dal fondo della melma: le raccolse in alcune bottiglie, e, nei giorni seguenti, durante alcuni esperimenti, riuscì a provocare la combustione del loro contenuto. Chiamò "aria infiammabile" quel gas, che in seguito venne classificato come metano.

A pochi metri dal muretto di contenimento, fra i canneti, un cippo con le lettere " P.C. " sta ad indicare che era " proprietà Crivelli". Il conte Giuseppe Crivelli Serbelloni era imparentato con i duchi Serbelloni di Taino; la proprietà passò poi alla famiglia Brovelli e nel 1945 fu ceduta al comune di Angera a ricordo dei due figli marinai morti nella seconda guerra mondiale.
Una leggenda narra che nel castello che sorge sul colle della Rocca, viveva, tanti anni fa, un nobile signore che aveva una figlia, la bellissima Radegonda. Il padrone del castello e gli abitanti del borgo sarebbero vissuti in pace se non fosse stato per le scorrerie del marchese Margolfo che chiedeva sempre nuove tasse e, quando i poveri angeresi non riuscivano a pagarle in tempo, arrivava a cavallo coi suoi armati e devastava ed incendiava i campi, i prati, le case. Quando dal torrione della Rocca si vedeva in lontananza la nuvola di polvere che preannunciava l'arrivo di Margolfo, la bella Radegonda scendeva in paese e si rifugiava nel suo padiglione, fra gli alti pioppi dell'isolino Partegora. Ma un brutto giorno c'era una nebbia che non si vedevano nemmeno le mura del castello il marchese arrivò inaspettatamente e Redegonda non fece in tempo ad andarsene. Quando Margolfo la vide, decise immediatamente di sposarla ed il castellano, anche se a malincuore, dovette concedergli in moglie la sua amatissima figlia, perchè il marchese era un uomo molto potente e non si poteva contraddirlo. Gli disse quindi di ritornare dopo due mesi, giusto il tempo di preparare i festeggiamenti.

La povera Radegonda era disperata: non mangiava più, non dormiva più e piangeva piangeva da far compassione anche alle pietre. Poco prima della data stabilita per le nozze, decise di andare al padiglione dell'isolino per dare un addio ai suoi cari pioppi, alla famiglia dei cigni che aveva fatto il nido nel canneto, all'usignolo che la rallegrava con le sue serenate. Ma quella sera l'usignolo non cantava. Radegonda alzò lo sguardo per cercarlo, ma vide soltanto le nuvole che correvano veloci al di sopra dei rami. Ad un tratto notò che una di queste nuvole, bianca, luminosissima, scendeva sull'isolino. Chiuse gli occhi, abbagliata da tanto splendore e, quando li riaprì accanto a lei c'era un giovane bellissimo: era il principe delle nuvole che, impietosito dalle sue lacrime, cercava di portarle conforto. Da quella sera Radegonda passò le sue giornate all'isolino e la compagnia del giovane principe quasi le faceva dimenticare che si avvicinava il momento delle nozze. Ma il giorno tanto temuto arrivò. Giunto il marchese Margolfo con la sua scorta, non trovò Radegonda e nessuno gli volle dire dove fosse nascosta. Nessuno eccetto una vecchia malvagia che viveva in una casetta sulla riva del lago: la vecchia si era accorta che mancava la barchetta di Radegonda, ormeggiata di solito sulla riva. Fu così che Margolfo venne a conoscenza del nascondiglio della promessa sposa e, sceso alla riva del lago di fronte all'isolino, cominciò a chiamarla, ordinandole di tornare subito a riva altrimenti sarebbe andato a prenderla lui stesso. Radegonda continuò a tacere anche quando un tonfo ed un forte sciacquio le fecero capire che Margolfo si era buttato in acqua e stava nuotando verso di lei. Allora il principe delle nuvole si rivolse alle sue sorelle, le nuvole nere, perchè accorressero in aiuto della bella Radegonda.

Dal cielo, improvvisamente coperto di nubi temporalesche, un fulmine si abbatté sul marchese che, trasformato in un macigno, si inabissò nel lago. Tutti si rallegrarono per la fine del tiranno, pensando che con lui fossero finiti anche i loro guai. Ma non fu così. Pochi anni dopo la zona fu colpita da una grande siccità. Le acque del lago si erano molto abbassate, ed un giorno un pescatore che stava attraversando con la sua barca il braccio di lago che separa la riva di Angera con l'isolino Partegora fece appena in tempo ad evitare uno scoglio di cui non si era mai accorto. Si fermò, gli girò intorno, e vide incise sulla roccia queste parole:

"Quando mi vedrete piangerete"

E piansero davvero quell'anno gli abitanti di Angera, perchè nei campi, a causa della siccità, non crebbe nemmeno un filo d'erba. Ancora oggi quando quel sasso affiora dall'acqua del lago, l'erba cresce a stento nei prati, gialli e riarsi come dopo le scorrerie del terribile Margolfo.



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